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	<title>il Fatto Quotidiano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un brusio di fondo &#8211; Giorgio da Genova e lo sterminio dei rom a Radio 24</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2014 17:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[        di Mariasole Ariot La vita oscilla/tra il sublime e l&#8217;immondo/ con qualche propensione/per il secondo. E. Montale  Della parola come mangime E&#8217; sera. La rotellina della radio cerca una stazione, la montagna riduce i segnali, non la trova, ricerca. Poi d&#8217;improvviso le parole fuoriescono dalle casse come un rigurgito. Schizzano ovunque, non si piegano, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49930" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/davide-racca-224x300.jpg" alt="davide-racca" width="224" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/davide-racca-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/davide-racca.jpg 512w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" />        di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em> La vita oscilla/tra il sublime e l&#8217;immondo/</em><br />
<em>con qualche propensione/per il secondo.</em><br />
E. Montale</p>
<p> <strong>Della parola come mangime<br />
</strong></p>
<p>E&#8217; sera. La rotellina della radio cerca una stazione, la montagna riduce i segnali, non la trova, ricerca. Poi d&#8217;improvviso le parole fuoriescono dalle casse come un rigurgito. Schizzano ovunque, non si piegano, restano nella direzione della lama. E&#8217; una lama che ride, che dice il peggio con un ghigno. Mi fermo, raggelo.</p>
<p><em>&#8211; Qualcuno c’ha detto, qualcuno ha scritto, l’avete cassato, l’avete tolto, l’avete buttato via dalla trasmissione. Noi non lo facciamo questo, e ce lo abbiamo qui in carne e ossa, caro Parenzo: Giorgio da Genova. Io voglio capire da Giorgio da Genova se veramente vuol fare dei rom mangime per gli animali?</em></p>
<p><em>&#8211; Un campo di concentramento, un autocompattatore, da una parte entrano zingari, dall’altra esce <strong>mangime per maiali</strong> .</em><br />
<em>Il <strong>Mein Kampf</strong> se non sbaglio, dice: un animale se lo addestri cambia, uno zingaro non cambia.</em></p>
<p>Ho un conato, lo trattengo. La voce che domanda è di Giuseppe Cruciani. E&#8217; radio24, La Zanzara: &#8220;l&#8217;attualità senza tabù, senza censura&#8221;.<br />
I minuti passano. Cruciani e il compagno della radio cotinuano la scenetta con una gag che non ha nulla di ridicolo – piuttosto di pietoso e osceno, che appunto esonda, esce dalla scena inondandola: Parenzo l&#8217;indignato-che-resta indignato-ma-resta, Cruciani l&#8217;uomo delle spallucce, il &#8220;suvvia, tutti possono dire quello che vogliono&#8221;. E quella scena inondata diventa presto una sostanza vischiosa, umor acqueo in cui tutto si confonde.</p>
<p>Passano altri secondi. I conati non si arrestano, spengo la radio.</p>
<p>Uno può dire quello che vuole – ribadisce Cruciani.<br />
La parola è libera, i filtri scemano, i no non sono ammessi : è la nuova formula del godere ad ogni costo. L&#8217;ascoltatore deve eccitarsi, deve accendersi in un focolaio, deve ascoltare per poi dire, deve dire per poter ascoltare, deve urlare. E ad urlo corrisponde urlo. Perché non è la direzione a contare, non la posizione, non il detto ma la forma di quel detto. I toni devono essere pieni, la violenza deve essere stereotipica, a tratti caricaturale, purché d&#8217;effetto e richiami altri effetti:</p>
<p>chivawa • 7 giorni fa (da <em>Il Fatto Quotidiano</em>)<br />
<em>la zanzara è uno specie di cloaca dove anche chi non è provvisto di cervello può parlare . da genova suggerirei un <strong>bel crematorio</strong> e mi raccomando infilatecelo da vivo. per gli altri soggetti della zanzara <strong>iniezione letale</strong> o sperimentazione di farmaci.</em></p>
<p>Un autocompattatore : da una parte entrano parole, dall&#8217;altra esce un rigolo di sangue, una bava, il resto di uno sputo. Le voci effettate di una presunta libertà di parola. Del resto c&#8217;è già stata un&#8217;altra Casa che della libertà faceva motto e bandiera, un uomo/casa che ci aveva rubato significanti buoni per restituirceli pervertiti e snaturati. Ci siamo abituati allo scempio, al tutto è concesso.<br />
E&#8217; possibile prendere ad esempio il Mein Kampf, è possibile dire il mangime dei maiali, è possibile dire quanto due culi vendano molto più che la parola di una donna, è possibile incitare la violenza degli stati di alterazione di Borghezio, è possibile parlare di</p>
<p>&#8220;sterminio completo di zingari, donne uomini e bambini&#8221;. (di nuovo, Giorgio da Genova)</p>
<p>La parola perde peso, si scarnifica, diventa pretesto di pretesto, un semplice passaggio di saliva che di bocca in bocca finisce col suggerire che sì : è possibile. Che il dire non ha a che fare con l&#8217;etica, che la libertà si confonde con il vuoto troppo pieno dell&#8217;urlo. Si chiedono megafoni, amplificatori del pensiero : perché non è mai abbastanza, non è ancora abbastanza.</p>
<p>***</p>
<p><strong>Dire la parola/dare la parola</strong></p>
<p>Nei giorni seguenti ho cercato in rete.<br />
Scopro che questo dialoghetto è in realtà un secondo round : Giorgio da Genova era già intervenuto qualche giorno prima con le sue tesi sul genocidio.<br />
Quelli de <em>La Zanzara</em> hanno (ovviamente) deciso di ricontattarlo.</p>
<p>Diventa così l&#8217;oltre della spettacolarizzazione : una manovra che coglie un fiammifero per appiccare l&#8217;incendio. Ma l&#8217;incendio non si muove, resta un dire che passa, un discorso da cinque minuti, due chiacchiere da bar, un tweet veloce. Parenzo l&#8217;indignato chiede il numero dell&#8217;ascoltatore per denunciarlo, Cruciani lo blocca, Giorgio chiede non tradirmi, un po&#8217; si ride, un po&#8217; no, un po&#8217; si stride. L&#8217;importante è che tutto punti all&#8217;estremo, che l&#8217;estremo non resti una vetta ma un punto di partenza, un luogo dal quale muoversi per il gusto di muoversi. Nessuna concessione al limite, il limite non esiste, un velo non esiste. Anzi : va strappato. Non per moto di rabbia e indignazione, non per mettere a nudo l&#8217;invisibile ma per rendere visibile l&#8217;osceno che attrae. Lo sguardo e l&#8217;udito concentrati nel verso del piacere.</p>
<p>Dunque c&#8217;è un <em>dire</em> la parola e un <em>dare</em> la parola.<br />
E in quel dare Cruciani è salvo, tutti sono assolti. Non è lui ad aver detto, anzi, ha solo concesso il dispiegarsi di &#8220;un&#8217;opinione&#8221;. Si può passare ad altro. Ai culi che vendono di più, alla Boldrini, uno stacchetto musicale, una nuova alzata di toni.</p>
<p>Se il discorso razzista talvolta <em>smette di essere discorso per diventare azione</em>, anche dare la parola è un&#8217;azione. E&#8217; passare il testimone, agire la scelta. Di quanto spazio dare, se darlo, quanto tempo, se c&#8217;è un tempo, se è necessario, se etico è darlo, se e quando &#8211; per sottrazione &#8211; mettere l&#8217;altro, su cui il discorso razzista agisce, nella posizione del silenzio : è il <em>silencing.</em></p>
<p>Ma l&#8217;etica – che venga <em>après coup</em> o che stia a monte &#8211; ora vacilla. Se quando denuncia riceve l&#8217;accusa di moralismo, là dove tace, incassa il colpo e tace.<br />
Quello che continua a parlare è un brusio di fondo, una <em>zanzara</em>, il fumo passivo di un discorso (mal)mediato che produce mostri e riproducendoli si ripara nella frase, ancor più debole e perversa della prima [<em>uno può dire quello che vuole</em>] e che sottovoce afferma : &#8220;suvvia, in fondo il mostro sta dentro ognuno di noi&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* immagine :<em><span class="_5yl5" data-reactid=".3a.$mid=11416992804267=2db56ab105275d2bc11.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".3a.$mid=11416992804267=2db56ab105275d2bc11.2:0.0.0.0.0.0"><span data-reactid=".3a.$mid=11416992804267=2db56ab105275d2bc11.2:0.0.0.0.0.0.$end:0:$0:0"> Ein Wort ohne Sinn</span></span></span></em> di Davide Racca</p>
<p>Qualche link utile:</p>
<p><a href="http://www.zeroviolenza.it/rassegna/pdfs/14Nov2014/14Nov201479184684465cdbaafa6eb926ad17a0ee.pdf">Trascrizione completa della seconda conversazione da Il Fatto Quotidiano</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=LDMu7OjI6rQ">Il video completo, l&#8217;audio completo [ dal minuto 1:23 in poi ] </a></p>
<p><a href="http://www.huffingtonpost.it/2014/11/20/rom-termovalorizzati-cristiano-zuliani_n_6190476.html">Sulle dichiarazioni di Cristiano Zuliani</a></p>
<p><a href=" http://www.unipa.it/gpino/Pino,%20Discorso%20razzista.pdf">Giorgio Pino &#8211; <em>Discorso razzista e libertà di manifestazione del pensiero</em></a></p>
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		<title>Chiusa nella mia stanza in un&#8217;abissale solitudine</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/12/13/chiusa-nella-mia-stanza-in-unabissale-solitudine/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2012 13:30:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[«il Fatto Quotidiano» 10/12/2012 diario immaginario di Susanna Camusso di Evelina Santangelo &#160; Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando. Per questo di tanto in tanto la sera, scrivo. Conosco il mare aperto, non lo temo. So orientare la mia rotta, con vele e timoni. Conosco i venti e li so dominare e anche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«il Fatto Quotidiano» 10/12/2012</p>
<p><span style="color: #008080;">diario immaginario di Susanna Camusso</span></p>
<p>di <strong><span style="color: #000000;">Evelina Santangelo</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_44335" aria-describedby="caption-attachment-44335" style="width: 275px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44335" rel="attachment wp-att-44335"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44335" title="Susanna Camusso" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images.jpeg" alt="" width="275" height="183" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images.jpeg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-96x63.jpeg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-38x25.jpeg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-128x85.jpeg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-120x80.jpeg 120w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44335" class="wp-caption-text">Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando&#8230;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando. Per questo di tanto in tanto la sera, scrivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Conosco il mare aperto, non lo temo. So orientare la mia rotta, con vele e timoni. Conosco i venti e li so dominare e anche le correnti. L’ho imparato e praticato… come ogni bravo velista, d’altro canto, che sa quel che bisogna fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Posso ritenermi una donna dotata di un certo coraggio, dunque, che sa affrontare il mare aperto e che ha partecipato a battaglie sociali e civili coraggiose. E il coraggio, in battaglie del genere, è una qualità che si nutre anche di contagio. Ho contagiato coraggio e ne sono stata contagiata.</p>
<p><span id="more-44332"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, il coraggio di cui vado più orgogliosa ha a che vedere con la capacità di immaginare quel che non esiste ancora. Ho fatto la mia parte nell’immaginare ad esempio una formazione collettiva in nome di un’azione collettiva. Era l’autunno caldo del ’73 e io, ancora studentessa – in quel tempo glorioso delle lotte operaie – ho lottato per il riconoscimento delle 150 ore di permesso retribuito, per il riconoscimento di un diritto permanente allo studio di tutti i lavoratori, per la diffusione di un sapere critico, di una cultura con dimensioni di massa capace di intrecciare sapere e lavoro, scienza, sviluppo tecnologico e critica al sistema di produzione, all’organizzazione stessa del lavoro… Ho partecipato con passione a quella battaglia in cui operai metalmeccanici, sindacalisti, intellettuali, studenti, insegnanti stavano reinventando la scuola, stavano progettando, ecco, una scuola che non c’era. Erano gli anni delle scuole popolari, ispirate a Don Milani e alla scuola di Barbiana degli anni ‘50. Erano gli anni delle 150 ore delle donne, con i corsi di formazione sulla condizione di lavoro, di vita, sulla sessualità delle donne… Erano gli anni in cui si immaginavano diritti che non c’erano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho cominciato così. Di slancio. Ho ricoperto incarichi impensabili per una donna, conquistando terreno giorno dopo giorno, per arrivare fin qui: prima donna segretario generale della CGIL… E da qui, dall’alto di questa mia posizione, l’altro giorno a Taranto, nella città delle acciaierie dell’Ilva dove si muore di lavoro e dove il lavoro è morto… perché non può avere futuro un lavoro così in un paese civile… nel giorno dello sciopero europeo… davanti a lavoratori in mobilità, precari, giovani disoccupati, insegnanti mal retribuiti, studenti defraudati… dinanzi a tutte queste solitudini… mi è successa una cosa assurda… Dicevo: «un paese che si frantuma…». Dicevo: «Bisogna ridare reddito al lavoro… gli esodati partecipano di una lotteria… l’iva incide sui consumi obbligati, mangiare, vestirsi, andare a scuola…il welfare non è un costo, quando sono le pensioni, i lavoratori, quando bisogna pulire una scuola o dare assistenza a una persona … siamo tornati nel mondo in cui per andare a studiare bisogna essere dottori… senza diritto alla mobilità sociale…» e intanto pensavo: «Stiamo mendicando, stiamo mendicando… stiamo qui a seppellirci in rivendicazioni misere, a porre argini dinanzi a un fallimento». E, mentre tenevo quel mio discorso, mi sono girata idealmente verso quel passato remoto e… in quella capacità di immaginare le cose che non c’erano, che non esistevano ancora, ho visto il futuro. Così, beh, mi è venuta paura al pensiero che il futuro lo abbiamo lasciato lì, in quel passato remoto.</p>
<p style="text-align: justify;">«Abissale solitudine», mi viene da scrivere, chiusa nella mia stanza, mentre dalla strada mi arrivano le note del «Nowhere Man» dei Beatles. «He&#8217;s a real nowhere Man/Sitting in his nowhere Land/Making all his nowhere plans for nobody…»</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
					
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		<title>Preghiera ai naviganti (da «il Fatto Quotidiano»)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 14:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[Preghiera ai naviganti]]></category>
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		<category><![CDATA[sabato 29 gennaio 2011]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento della prostituzione minorile]]></category>
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					<description><![CDATA[Ques&#8217;articolo è uscito sabato 29 gennaio 2011 su «il Fatto Quotidiano». Qui ho solo aggiunto una riflessione della Arendt, che credo ci riguardi molto. Prendetelo come uno dei tanti segni con cui donne e uomini sul web (e non solo) in un unico coro stanno rivendicando il diritto a restituire un&#8217;altra storia, evocando le tante [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Ques&#8217;articolo è uscito sabato 29 gennaio 2011 su «il Fatto Quotidiano».<br />
Qui ho solo aggiunto una riflessione della Arendt, che credo ci riguardi molto.<br />
Prendetelo come uno dei tanti segni con cui donne e uomini sul web (e non solo) in un unico coro stanno  rivendicando  il diritto a restituire un&#8217;altra storia, evocando le tante donne forti di immaginazione, intelligenza e coraggio che hanno contribuito in tutti i tempi, ovunque, a edificare la comune umana civiltà.<br />
</em><em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #800000;">Hannah Arendt: «Il declino delle nazioni comincia con il venir meno della legalità&#8230; Qualsiasi incidente può distruggere i costumi e la moralità una volta privati del loro ancoraggio nella legalità; qualsiasi evento contingente è destinato a minacciare una società non più garantita dai suoi cittadini»</span></em></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Evelina Santangelo</strong><br />
Da quando è uscita la notizia che il presidente del Consiglio è indagato per prostituzione minorile, i commenti e l’ironia nel web si sono scatenati come non mai. Sarà il tema pruriginoso, sarà che ci siamo a nostro modo assuefatti e quasi affezionati a questo genere di amenità, sarà che tutti si è diventati un po’ così, propensi all’ironia più “grassa” e “crassa”&#8230; Per questo, vorrei fare un appello modesto ai naviganti. Come fosse una preghiera di un navigante ad altri naviganti.<span id="more-37996"></span><br />
Discutiamo, ragioniamo del presente e del futuro degli operai, che andranno comunque in un qualche purgatorio, come chiunque oggi svolga un lavoro soggetto alla precarietà di cui è sostanziato questo nostro tempo. Discutiamo, ragioniamo del diritto allo studio e del dovere di garantire ai giovani il diritto di essere pieni di slancio e desideri e aspirazioni contro “lo stato presente delle cose” inteso come immodificabile e sclerotizzato, che è un&#8217;offesa alla loro giovinezza e a noi, che dovremmo contribuire ad alimentare, nutrire le loro visioni in una sorta di vero patto generazionale (non solo quel patto economico, invocato da tanti). Discutiamo, ragioniamo del diritto-dovere a insegnare. E del dovere istituzionale di riconoscere il ruolo sociale e culturale della classe insegnante in un paese che voglia davvero progettare un futuro possibile. Parliamone perché la gente capisca che è dei loro e dei nostri figli che stiamo parlando, e di quello di cui un giorno anche loro saranno chiamati a rendere conto dai loro stessi figli&#8230;<br />
Discutiamo, ragioniamo dei teatri, delle università, dei musei, degli archivi, delle biblioteche&#8230; agonizzanti per colpe pregresse e per responsabilità odierne di una classe dirigente che sta spolpando l&#8217;ultima carne dalle ossa delle istituzioni culturali (e non solo), mentre chi avrebbe dovuto vegliare e mobilitarsi è stato, almeno finora, a guardare, o meglio, a guardare il proprio naso, magnifico o degno di essere magnificato, il proprio ridicolo naso che non ha saputo annusare nemmeno cosa stava accadendo, cosa stava esso stesso edificando&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Difendiamo con intransigenza e vegliamo sul principio dell&#8217;uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, contro i garbugli e i pretesti con cui lo si vorrebbe aggirare, indipendentemente direi da chi lo voglia aggirare. Così da spuntare la lama di ogni pretesto, anche quello più ingannevole e subdolo dell&#8217;“accanimento”. Esigiamo la laicità su cui è stato fondato questo nostro Stato da cattolici e non-cattolici, da credenti e non-credenti, o diversamente credenti&#8230; in quanto unica vera inalienabile garanzia di uguaglianza in un paese che si voglia dire davvero civile, cioè rispettoso   della libertà di culto e di pensiero. Difendiamo le conquiste della scienza contro Comitati di bioetica che, negando il principio stesso della pluralità delle posizioni morali, vorrebbero allineare la scienza alla visione morale unica e insindacabile di Sacra Romana Chiesa, in tutta la sua potenza, influenza, tracotanza spirituale e temporale. Ma, proprio per questo, in nome di tutto ciò, e anche un po’ della nostra dignità. Denunciamo duramente quel che c&#8217;è da denunciare. Informiamo di tutto quello che serve a capire. Ma non infiliamoci fino al collo in quella melma, per alimentare la nostra curiosità o anche la nostra ironia&#8230; Invece di prendere questo genere di commerci per quel che sono e consegnarli assieme a tutto il resto (compresi i cocci dei principi costituzionali fatti a pezzi) al giudizio della legge e, spero un giorno, anche della storia, in cui, vorrei ricordare, saremo contemplati anche noi con tutti i nostri magnifici nasi. Anche quelli graziosamente arricciati in segno di sdegno.</p>
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		<title>“L’amavo troppo la mia patria non la tradite…”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 08:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Orsola Puecher</strong> <br /> 
In questo tardo Novembre di governi e valori al tramonto, le sorprese non finiscono mai, ma l’ultima cosa che mi sarei aspettata era di trovare, citato su Il Fatto Quotidiano del 14 novembre scorso, il nome, per di più storpiato in Aldo Pucher, di Giancarlo Puecher...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/T_let00_17bis.php_.jpg" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></center><br />
<center><small> ⇨ <a href="http://www.italia-liberazione.it/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=211&#038;doc=122&#038;testo=2#" target="_blank" rel="noopener"><strong>prima facciata dell’ultima lettera scritta da Giancarlo Puecher </strong></a></small></center></p>
<p>&nbsp;&nbsp;di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questo tardo Novembre di governi e valori al tramonto, le sorprese non finiscono mai, ma l&#8217;ultima cosa che mi sarei aspettata era di trovare, citato su <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 14 novembre scorso, il nome, per di più storpiato in <em>Aldo Pucher</em>, di <strong>Giancarlo Puecher</strong>, partigiano, Prima Medaglia d&#8217;Oro al Valor Militare della Resistenza, fucilato a vent&#8217;anni, il 23 dicembre 1943 dai miliziani della Repubblica di Salò, e non in un articolo sulla Resistenza, sul valore della memoria, ma, accusato di un omicidio che non ha mai commesso, in un&#8217;intervista di <strong>Luca Telese</strong> ad <strong>Alessandro Sallusti, </strong>direttore del <em>Il giornale</em>, sobriamente intitolata ⇨ <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/14/alessandro-sallusti-%E2%80%9Ci-topi-scappanoper-il-dopo-c%E2%80%99e-solo-marina%E2%80%9D/76833/" target="_blank" rel="noopener"><strong>I topi scappano. Per il dopo c’è solo Marina</strong></a>, in cui si promuove l&#8217;investitura di Marina Berlusconi a futuro premier del sultanato Italia, come se ormai anche il potere politico si potesse trasmettere per via dinastica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo scopo, il modo, la strumentalizzazione e le falsità storiche con cui <strong>Giancarlo Puecher</strong> viene chiamato in causa sono un vero e proprio <em>vulnus</em> alla sua memoria e alla sua figura luminosa.  Bisogna in qualche modo rimediare. Ristabilire la verità. <span id="more-37270"></span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo storpiare i nomi è il primo, sottile, vigliacco, metodo di infangare, in certi ambienti, odioso, se fatto intenzionlamente, come una pugnalata alle spalle, ma doppiamente insopportabile se fatto per ignoranza o incuria e nei confronti di una persona scomparsa. Un giornalista serio, prima di lasciar sbandierare nomi e fatti tanto gravi, ha il dovere di controllare ciò che pubblica, almeno per quel che riguarda l&#8217;ortografia. Non è difficile, basta, in mancanza di meglio, consultare <strong>Wikipedia</strong>, l&#8217;oracolo con un click di questi tempi bui.<br />
[ <em>copio e incollo con non lieve disgusto la parte dell&#8217;articolo che riguarda mio zio Giancarlo &#8211; compresa la paccottiglia del viso quasi scultoreo &#038; penombra &#038; maglione esistenzialista a girocollo &#038; la divisa del weekend &#8211; forse usata nell&#8217;impresa retorica quasi impossibile di rendere &#8220;simpatico&#8221; e alla mano l&#8217;intervistato</em> ]</p>
<blockquote><p>E poi, a fine intervista, Alessandro Sallusti mi gela il sangue con un ricordo che innesca un cortocircuito fra una delle pagine più tragiche del Novecento italiano e la crisi del governo Berlusconi: “In famiglia abbiamo già dato… nel 1945”.  Curioso. Il tono è ironico, il viso del direttore del Giornale, invece, sembra diventare quasi scultoreo, nella penombra nella saletta del lussuoso Hotel Park Hyatt dove ci siamo rifugiati per una lunga intervista. “Vedi, ti devo raccontare una storia della mia vita che nessuno conosce, nemmeno Giampaolo Pansa, neanche Vittorio Feltri”. Quale? “Scoprii solo da studente, su un libro scolastico della Laterza, che mio nonno, Biagio, tenente colonnello sulla piazza di Como, finito a Salò senza essere stato fascista, era stato fucilato dai partigiani”.<br />
Resto un attimo con il respiro in gola. Fino un attimo prima stavamo parlando di Feltri, di Fini, del Cavaliere, della crisi… Sallusti continua: “Mio padre questa storia non me l’aveva mai raccontata. Non certo per pudore. Per proteggermi. E invece scoprivo che dopo quattro vigliacchi rifiuti dei suoi superiori di grado, perché la Repubblica di Salò era ormai alla fine e i partigiani alle porte, mio nonno aveva accettato di dirigere il tribunale che doveva giudicare Aldo Pucher, partigiano accusato per l’omicidio del federale Aldo Resega. Mio nonno salvò gli altri sei imputati, ma fu fucilato per quell’unica esecuzione. Curioso vero? Ma era la legge della guerra. Scoprii, e oggi quel dialogo è nei libri di storia, che il giorno prima della ritirata nella ridotta della Valtellina, mio nonno aveva chiesto a Mussolini di non scappare”. Chiedo: “Sarebbe cambiato qualcosa sull’esito della guerra?”. Sallusti prende un respiro: “Ovviamente no. Ma se avesse seguito quel consiglio non avremmo le foto del Duce travestito da soldato tedesco”. Pausa. Non vola una mosca. Sorriso: “Per questo spero che Berlusconi non si ritiri”.<br />
Pensavo di fare un’altra intervista. Raccontare ai lettori del Fatto Quotidiano l’ultraberlusconismo e uno dei suoi campioni. Quando Sallusti va in tv sono sciabolate per tutti, colpi micidiali, affondi sotto la cintura, pronunciati con serafica tranquillità. In questa intervista, invece, la teleadrenalina non c’è, ma piuttosto una leggerezza venata di colori forti e di tinte drammatiche. Sallusti ha il maglione esistenzialista a girocollo, la divisa del weekend.</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Telese, anche a me si <em>gela il sangue</em> e di più, ma nel leggere il nome, storpiato in <em>Aldo Pucher</em>, di <strong>Giancarlo Puecher</strong> in un contesto simile. E <em>resto un attimo con il respiro in gola</em>.  Anzi ben  più di un attimo, sarà che son più sensibile. Invece non ho avvertito alcuna <em>leggerezza venata di colori forti e di tinte drammatiche</em> e le assicuro che non mi si <em>innesca alcun cortocircuito fra una delle pagine più tragiche del Novecento italiano e la crisi del governo Berlusconi</em>. Fra uomini che hanno combattuto eroicamente e pagato ieri, perché ci sia in questo triste paese un oggi democratico, mai così insidiato, fra <strong>Giancarlo Puecher</strong> e le mezze figure del passato e quelle attuali, ugualmente chine al potere e che ancora si arrabattano tra falsità e strampalate teorie, non c’è alcuna possibilità di raffronto e alcun legame. E&#8217; davvero rischioso fare le interviste nella penombra e nelle salette degli hotel lussuosi, meglio accendere la luce e andare al Bar Sport, dove vola qualche mosca in più. Quando è stagione e c&#8217;è <em>materia</em> per attrarne l&#8217;interesse.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il paragone fra il Duce che, nonostante i preziosi consigli di nonno Biagio, scappa travestito da tedesco e Berlusconi che si dimette è quasi una specie di imbarazzante autogol. Al massimo oggi ne reggerebbe uno con un Napoleone, con bandana al posto della feluca, in esilio su di un&#8217;isoletta di qualche paradiso fiscale tropicale, allietato dal suo menestrello melodico personale e con scorta di escort per lo svago e il giusto riposo del guerriero.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Provo umanamente pena e pietà per le vittime che caddero dalla <em>parte sbagliata</em>, per il dolore dei loro congiunti, ma questo non elimina il giudizio della storia su quella parte e sulle sue colpe,  <em>à la guerre comme à la guerre</em> varrà in un torneo cavalleresco fra paladini, applicato ai milioni di vittime e alle stragi della Seconda Guerra Mondiale suona un po&#8217; troppo generico, assolutorio e sdoganante. L&#8217;Italia è un paese che i conti con il fascismo non li ha voluti e saputi mai fare fino in fondo e chiunque può fare della verità storica una materia molle e fumosa da plasmare a proprio uso e consumo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando Sallusti dice “In famiglia abbiamo già dato… nel 1945”, non si capisce davvero cosa intenda. Oggi non ci sono più i tribunali speciali e i processi sommari, la pena di morte, e si possono persino fare le leggi per evitarli i processi e avere l&#8217;impunità anche se colpevoli. Si possono fare in tv le fiction come <em>Il peccato e la vergogna</em>, con il nazista buono perchè innamorato speranzoso e il fascista cattivo e perverso in quanto innamorato deluso. Cosa teme Sallusti? Al massimo si prende un <em>vada a farsi fottere</em> da D&#8217;Alema e tutti si indignano e gli chiedono scusa. Lui e i suoi datori di lavoro non si sentiranno mica come i miliziani quando <em>la Repubblica di Salò era ormai alla fine e i partigiani alle porte</em>?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Giancarlo Puecher</strong>, punto di riferimento di un gruppo di giovani che in Brianza si stavano organizzando in una formazione partigiana ancora <em>in nuce</em>, e che si era <em>macchiata</em> fino allora solo di qualche sabotaggio e sequestro di mezzi e benzina, fu fermato per caso, in bicicletta con il compagno Fucci, da una pattuglia di militi della Repubblica Sociale Italiana a Lezza la notte del 12 novembre del 1943, ad un posto di blocco dei numerosi istituiti insieme al coprifuoco, in seguito al fatto che quella stessa sera erano stati uccisi il centurione della milizia e cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia, e un suo amico, Angelo Pozzoli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Puecher e Fucci, ignari di tutto e che, forse, se fossero stati a conoscenza dell’omicidio, avrebbero avuto maggiore prudenza, si stavano recando a una riunione clandestina. Avevano un tubo di gelatina e alcuni manifestini antifascisti, di cui però riuscirono, nel buio, a disfarsi. Fucci estrasse la pistola e tentò di sparare, ma l’arma si inceppò. Uno dei miliziani lo colpi ferendolo al ventre. Fu portato in ospedale e rimase in prigione fino alla fine della guerra. Giancarlo fu fermato, interrogato, picchiato e poi arrestato.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il federale di Milano Aldo Resega, che Sallusti, senza storpiarne il nome, nomina, fu ucciso il 18 dicembre 1943, mentre <strong>Giancarlo Puecher</strong> era già in prigione e da più di un mese.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Giancarlo Puecher non fu accusato nè processato per alcun omicidio.</strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando il 20 dicembre fu ucciso in un agguato anche lo squadrista di Erba Germano Frigerio, i fascisti decisero di mettere in atto una rappresaglia, con modalità tristemente consuete, che prevedeva la fucilazione di trenta antifascisti, dieci per ogni fascista ucciso ad Erba, cioè Ugo Pontiggia, Angelo Pozzoli e Germano Frigerio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nelle carceri di Como non trovarono un numero tale di prigionieri e li ridussero a sei, fra cui <strong>Giancarlo Puecher</strong>. I fascisti imbastirono un processo farsa, istituendo un Tribunale Speciale, presieduto da Biagio Sallusti, e con irregolarità processuali inconcepibili oggi, ma di regola ai tempi, Puecher fu l’unico condannato a morte, mediante fucilazione, non per omicido, ma per <em>aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati dell&#8217;ex esercito allo scopo di sovvertire le istituzioni dello stato</em>.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non si poteva ammettere che un giovane di famiglia nobile e di ispirazione profondamente cristiana “cospirasse”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si doveva dare l’esempio. Esempio che sortì nei fatti l&#8217;effetto contrario, determinando ancora di più alla lotta contro il fascismo la parte migliore dell&#8217;Italia, che nei valori condivisi trovò la forza di ribellarsi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/27/ascoltando-un-sopravvissuto-di-varsavia-di-arnold-schoenberg/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Mio nonno Giorgio Puecher Passavalli</strong></a>, dopo la fucilazione del figlio fu arrestato e tradotto nel campo di concentramento di Fossoli e poi a Mauthausen, da dove non tornò più. ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/25/dalle-belle-citta-date-al-nemico/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Mio padre Virginio</strong></a>, allora sedicenne, fu costretto a rifugiarsi esule in Svizzera.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Trascrivo qui l’ultima lettera di Giancarlo e le motivazioni della sua Medaglia d’Oro, per dovere di verità e di memoria, per oppormi fermamente a questa macchina del fango retroattiva che tenta di strumentalizzare e di mettere sullo stesso piano figure inconciliabili, ma anche perché in questo momento in cui etica e dignità sono continuamente calpestate, fa bene al cuore leggerle, con le parole antiche, desuete, forse, con i loro valori alti, oggi quasi inconcepibili, con l&#8217;ingenuo desiderio del riconoscimento dei valori militari e sportivi, con i teneri lasciti dei beni personali. E <em>l&#8217;anello d’oro ricordo della povera mamma</em>, una pietra bianca e una blu su cerchietto semplice, sta ancora qui e nessuno l&#8217;ha mai più indossato.  </p>
<blockquote><p>21 dicembre 1943</p>
<p>Muoio per la mia patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto, accetto con rassegnazione il suo volere.<br />
Tutti i miei averi vadano ai miei fratelli e a Elisa Daccò.<br />
Vorrei che sul mio avviso mortuario figurassero i miei meriti sportivi e militari.<br />
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.<br />
Viva l’Italia.<br />
Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vita.<br />
L’amavo troppo la mia patria non la tradite e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.<br />
Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.<br />
Vorrei lasciare L 5000 alla mia guida alpina Motele Vidi di Madonna di Campiglio. L 5000 al mio allenatore di sci Giuseppe Francopoli di Cortina. L 5000 a Luigi Conti e L 1000 a Vanna De Gasperi, Berta Dossi, Rosa Barlassina. Il mio guardaroba ai miei fratelli e a Pussi Aletti, mio indimenticabile compagno di studi.<br />
L 1000 alla Chiesa di Lambrugo.<br />
Il mio anello d’oro ricordo della povera mamma a Papà, il braccialetto a Ginio e l’orologio Universal a Gianni. Alla zia Lia Gianelli una mia spilla d’oro con pietra. Un ricordo delle mie gioie alle mie cugine e a Elisa.<br />
Stabilite una somma per messe in mio suffragio e per una definitiva sistemazione pacifica della patria nostra.<br />
A te papà vada l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.<br />
Elisa si ricordi del bene che le volli e forse non sufficientemente apprezzò.<br />
Ginio e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita, i martiri convalidano la fede in una vera idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà.<br />
Baci a tutti<br />
Giancarlo Puecher Passavalli<br />
&nbsp;<br />
<small>[ Giancarlo Puecher Passavalli, Lettera a Tutti, scritta in data 21-12-1943, Erba (CO), in Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana (http://www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=&#038;doc=122&#038;testo=2&#038;lingua=it), INSMLI, vista domenica 21 novembre 2010.]</small></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
dal sito <a href="http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45604" target="a_blank" rel="noopener"><strong>www.quirinale.it</strong></a></p>
<blockquote><p>Patriota di elevatissime idealità, scelse con ferma coscienza dal primo istante la via del rischio e del sacrificio. Subito dopo l’armistizio attrasse, organizzò, guidò un gruppo di giovani iniziando nella zona di Lambrugo, Ponte Lambro, il movimento clandestino di liberazione ed offrendo la sua casa come luogo di convegno. Con l’esempio personale fortificò nei compagni la fede nell’azione che essi dovevano più tardi proseguire in suo nome. Presente e primo in ogni impresa gettò nella lotta tutto se stesso prodigandovi le risorse di una mente evoluta e di un forte fisico, ed associando all’audacia un particolare spirito cavalleresco. Braccato dagli sgherri fascisti, insidiata la sicurezza della sua famiglia, non desistette. Incarcerato con numerosi suoi compagni e poi col padre, d’accordo con questi rifiutò la evasione per non allontanarsi dai compagni di fede e di sventura. Condannato a morte dopo sommario processo, volle essere animatore sino all’estremo, lasciando scritti di ardente amor patrio e di incitamento alla continuazione dell’opera intrapresa. Trasportato al luogo del supplizio, chiese di conoscere il nome dei suoi esecutori per ricordarli nelle preghiere di quell’aldilà in cui fermamente credeva, e tutti i presenti abbracciò e baciò, ad ognuno lasciando in memoria un oggetto personale, pronunciando parole nobilissime di perdono e rincuorando coloro che esitavano di fronte al delitto da compiere. Cadde a vent’anni da apostolo e da soldato, sublimando nella morte la multiforme e consapevole spiritualità che aveva contraddistinto la sua azione partigiana. —  Como &#8211; Erba, 9 settembre &#8211; 23 dicembre 1943.
</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 36</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 09:30:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello “Poi c’è il Direttore, alto calvo con gli occhiali d’oro, con la barba grigia che gli vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento”. Di fronte a lui i ragazzi “entrano tutti tremanti in Direzione” o “scappano da tutte le parti” quando “appare a una cantonata”: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg" alt="" title="feltri_15" width="250" height="347" class="alignleft size-full wp-image-37221" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15-216x300.jpg 216w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Poi c’è il Direttore, alto calvo con gli occhiali d’oro, con la barba grigia che gli vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento”. Di fronte a lui i ragazzi “entrano tutti tremanti in Direzione” o “scappano da tutte le parti” quando “appare a una cantonata”: pressappoco così doveva sentirsi Vittorio Feltri l’11 novembre, quando è stato convocato a Roma dall’Ordine dei giornalisti per discutere del caso Boffo, anche se nessuno dei consiglieri dell’Ordine che discutevano i provvedimenti disciplinari contro di lui sembra la controfigura del direttore della scuola di De Amicis nel libro <em>Cuore</em>. Peraltro, non risulta che i dirigenti dell’Ordine abbiano mai sfoggiato il cipiglio di Beria, la ferocia di Torquemada o la propensione ai massacri di Pol Pot.<br />
<span id="more-37214"></span><br />
Sta di fatto che Feltri, mentre passeggiava nervosamente in corridoio in attesa della sentenza, ha pensato bene di rilasciare un’intervista  (11 novembre, p. 4) all’ottimo Luca Telese del <em>Fatto Quotidiano</em>, che questa settimana conduce la rassegna stampa del mattino su Radio Tre. Nell’intervista, Feltri si comporta come gli studenti di <em>Cuore </em>di fronte al “maestro di seconda, Coatti, un omone con una grande capigliatura crespa, una gran barba nera, due grandi occhi scuri, e una voce da bombarda; il quale minaccia sempre i ragazzi di farli a pezzi e di portarli per il collo in Questura, e fa ogni specie di facce spaventevoli”. </p>
<p>Alla domanda di Telese su come nacque il caso Boffo, Feltri risponde: “Mi portò la notizia Sallusti” (allora condirettore, ora direttore responsabile del <em>Giornale</em>). Telese: “Come nacque il titolo Velina ingrata con cui hai sputtanato Veronica?”( corredato da una foto dell’ex moglie di Berlusconi mentre si esibiva a seno nudo in teatro). Feltri: “Qualcuno, anzi … Sallusti, mi mise quella foto sul tavolo”. Telese: “Sallusti ci parla [con Berlusconi]?” Feltri: “E’ un paese libero, questo”. Telese: “Sallusti pensa che si debba fare quadrato [attorno a Berlusconi] tu che vada difesa la libertà [di critica]?” Feltri: “Messa così… sì”.</p>
<p>Per ragioni di spazio, Telese ha dovuto tagliare delle parti ugualmente interessanti dell’intervista, che qui riproduciamo per gentile concessione dell’autore:<br />
D. Il bilancio del giornale è migliorato?<br />
R. Perdevamo 22 milioni di euro, ora siamo a 7. Se non fosse per lo stipendio di Sallusti…<br />
Domanda: Oggi hai il raffreddore?<br />
Risposta: Sì, è Sallusti che lascia sempre la finestra aperta.<br />
D. Il medico cosa ti dice?<br />
R. E’ Sallusti che mi fa venire la pressione alta…<br />
D. Vedo che hai una macchiolina di ketchup sulla giacca<br />
R. Sì, è Sallusti che mi schizza quando andiamo in mensa e lui prende le patatine fritte…<br />
D. E il contratto miliardario che si diceva ti avesse fatto Berlusconi?<br />
R. Macché contratto miliardario! Per andare a sciare ho dovuto ricorrere al Gratta e Vinci.<br />
D. E com’è andata?<br />
R. Sallusti mi ha perso il tagliando vincente.</p>
<p>Evidentemente convinto da questa autodifesa, l’Ordine dei giornalisti ha ridotto la sospensione di Feltri dall’esercizio della professione da sei mesi a tre: come il Direttore deamicisiano che i ragazzi “chiamati per un rimprovero, non li sgrida, ma li piglia per le mani, e dice tante ragioni, che non dovevano far così, e che bisogna che si pentano, e che promettano d’esser buoni, e parla con tanta buona maniera e con una voce così dolce che tutti escono con gli occhi rossi, più confusi che se li avesse puniti”.</p>
<p>[l&#8217;immagine in apice viene da <a href="http://3.bp.blogspot.com/_R7mXhe9MvO8/SAsUr-cS_UI/AAAAAAAAALg/-BUTPg1sU4g/s400/feltri_15.jpg">qui</a>]</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.35</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 10:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Elezioni del Congresso negli Stati Uniti: trionfa il partito del tè. Netta sconfitta del partito del caffè, mentre alcuni risultati interessanti hanno ottenuto il partito della camomilla e quello della tisana al finocchio. Il partito della verbena e quella della rosa canina non hanno raccolto consensi fra gli elettori. Martedì 2 e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-37157" title="TeaParty_web" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web-300x210.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web.jpg 615w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Elezioni del Congresso negli Stati Uniti: trionfa il partito del tè. Netta sconfitta del partito del caffè, mentre alcuni risultati interessanti hanno ottenuto il partito della camomilla e quello della tisana al finocchio. Il partito della verbena e quella della rosa canina non hanno raccolto consensi fra gli elettori.</p>
<p>Martedì 2 e mercoledì 3 novembre sono state giornate faticose nelle redazioni, costrette a produrre pagine su pagine su un argomento –l’America- che confonde le idee anche ai più diligenti. Più o meno tutti i giornali si riferiscono alla galassia di gruppi sotto l’etichetta “Tea Party” come al “partito del tè”. Naturalmente, “party” significa anche “partito” ma, nel caso specifico, ha invece lo stesso significato che nello spot televisivo con George Clooney: “No Martini, no party”. Il riferimento è proprio a una festa, un party, come fu ironicamente battezzata l’incursione dei coloni americani nel porto di Boston il 16 dicembre 1773, quando i rivoluzionari gettarono in mare un carico di tè per protestare contro le tasse imposte dal parlamento inglese. I gruppi nati l’anno scorso per protestare contro gli aumenti delle tasse e l’aumento del deficit che attribuiscono ad Obama hanno scelto questo riferimento alla prima rivolta antifiscale della storia americana, un party che diede il via alla lotta per l’indipendenza.</p>
<p><span id="more-37154"></span></p>
<p>A dare il via è <em>Repubblica</em> (2 novembre, p. 17) che proclama d’autorità Ron Paul “senatore” facendo della famiglia Paul l’unica nella storia della repubblica a mandare al Senato contemporaneamente padre e figlio (quest’ultimo, Rand, è infatti stato eletto in Kentucky). Saranno mica nepotisti al Senato americano? In realtà Ron Paul è deputato. Così come il futuro speaker della Camera  John Boehner, che viene ribattezzato <em>Bonheur</em>, “felicità” in francese. Lo svarione ritorna anche il 4 novembre, a p. 6: ah, <em>quelle bonheur</em> questi giornali!</p>
<p>Guardiamo al solitamente accurato <em>Avvenire</em>, dove non riescono ad azzeccare lo spelling del nome di un senatore americano neppure per sbaglio: il senatore del Nevada faticosamente rieletto si chiama Reid, e non Raid, quello del Tennessee <em>Alexander</em> e non Alexandre. Ma i refusi sarebbero perdonabili se il redattore non scrivesse che i democratici avanzano “in alcuni Stati chiave come la California, il Connecticut e il Delaware”. A parte che difficilmente il Delaware (popolazione 865.000 abitanti) può essere definito la chiave di alcunché, sarà bene ricordare che i democratici si sono limitati a mantenere un seggio che era nelle loro mani dal lontano 1973, quando fu eletto per la prima volta come senatore l’attuale vicepresidente Joe Biden.</p>
<p>Giovedi 4 perfino il diligentissimo <em>Fatto Quotidiano</em> si fa cogliere in fallo (p. 13), attribuendo a John Dingell, il deputato del Michigan rieletto, “altri 4 anni alla Camera”. Peccato che negli Stati Uniti si voti per la Camera ogni due anni e non ogni 4. La notizia continua così: “si candida a diventare il più longevo deputato della storia degli Usa. Per ora è terzo ma i primi due (Carl Hayden e Robert Byrd) sono arrivati a quota 56 e 57 anni”. Byrd, in realtà, era un senatore dal 1958 (è stato anche deputato ma solo per 6 anni, dal 1952 al 1958). Quanto a Hayden, anche lui era diventato senatore dopo essere stato deputato.</p>
<p>Anche al <em>Foglio</em>, dove sono tutti gasati per i Tea Party, fanno le cose più semplici di quanto non siano: “Si dice che sia stata [Sarah] Palin a selezionare molti candidati” (che fonti, che precisione, che incisività!) “e che oggi 48 dei 77 dei suoi prescelti siano stati eletti –percentuale trionfale” (4 novembre, p. 3). Beh, ammesso che i numeri siano giusti, i posti in palio in questa tornata elettorale erano 510: 435 deputati, 37 senatori e 38 governatori. Se davvero Sarah ha appoggiato 48 candidati che hanno vinto, la sua percentuale di successo è il 9,4%, non esattamente “trionfale”. Al <em>Foglio</em> omettono poi di precisare che quattro candidati fortemente sostenuti dalla Palin, Sharron Angle in Nevada, Ken Buck in Colorado, Christine O’Donnell in Delaware e Joe Miller in Alaska (lo stato di cui la Palin era governatore) sono stati sconfitti, privando i repubblicani di una possibile riconquista del Senato che avrebbe avuto un impatto politico enorme. Qualche altro trionfo come questi…</p>
<p>Torniamo a <em>Repubblica</em>, dove l’infografica che accompagna gli articoli è sempre fonte di curiosità, un po’ meno di notizie esatte. Il 4 novembre (p. 3) si dice che un Congresso diviso, con la Camera in mano a un partito e il Senato a un altro “ha pochissimi precedenti. L’ultima volta fu nel 1930”. Infatti, basta risalire al 2001 per trovare un Senato democratico e una Camera a maggioranza repubblicana. Poi si potrebbe citare il caso del 1981-87, sei anni in cui i repubblicani, trascinati dall’elezione di Ronald Reagan, furono maggioranza al Senato mentre i democratici controllavano la Camera. Per quanto riguarda Marco Rubio, il repubblicano della Florida frettolosamente etichettato “l’Obama dell’ultradestra” sarà forse una speranza del suo partito ma certamente non è il “neogovernatore della Florida” (p. 6) perché è stato eletto senatore.</p>
<p>Una tesi originale sui motivi della sconfitta dei democratici la offre Fiamma Nirenstein sul <em>Giornale</em> del 5 novembre. Per l’autrice, il presidente paga l’insicurezza in politica estera: “chi può dimenticarsi il profondo inchino di Obama a re Abdullah d&#8217;Arabia, o il discorso all&#8217;Università del Cairo, un misto di sensi di colpa e di improbabili mani tese verso l&#8217;Islam?” Ecco, l’americano medio che è rimasto disoccupato, magari ha perso la casa, non sa come arriverà a Natale poteva dimenticarsi il profondo inchino di Obama a re Abdullah? No di certo: chi di inchino ferisce, di inchino perisce.</p>
<p>[l&#8217;immagine in apice viene da<a href="http://nomoreabsolutes.wordpress.com/page/2/"> qui</a>]</p>
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		<title>Cultura fuori dalla cultura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 13:43:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; venerdì 22 ottobre 2010) Non solo libri: la «società intellettuale» deve conquistare rilevanza. Oggi più che mai può farlo uscendo dai confini letterari e misurandosi con i temi politici e sociali di Evelina Santangelo «Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; venerdì 22 ottobre 2010)</p>
<p><em>Non solo libri: la «società intellettuale» deve conquistare rilevanza.<br />
Oggi più che mai può farlo uscendo dai confini letterari<br />
e misurandosi con i temi politici e sociali</em></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>«Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro?» Così si interroga Christian Raimo sulla Domenica del Sole 24 ore di qualche settimana fa, dando voce al disagio di quanti in Italia svolgono un lavoro intellettuale scontando la colpa singolare di appartenere a una generazione destinata a vivere la frustrazione della propria ininfluenza. La ragione di questo stato di cose, secondo Raimo: quel «deserto di cultura» in cui ormai si è tutti calati e che i giornali nella loro noncuranza contribuiscono ad alimentare. Un deserto che – come puntualizza Gianluigi Ricuperati – si nutre di quel genere di risentimento (riversato soprattutto nella blogosfera) legato al sospetto che nulla ormai in questo paese sia conseguito e conseguibile in base al merito.<span id="more-37000"></span><br />
Ora, al di là delle polemiche sull’«esistenza o meno» di un autore come Raimo che mi sembra avviliscano il dibattito (quasi chiunque in fin dei conti «esiste» per cerchie ristrette di estimatori), non c’è dubbio che, se c’è molto di vero in queste e altre considerazioni fatte da due autori che stimo, c’è anche a mio avviso una forma, diciamo, di autismo, una tendenza a orientare lo sguardo in modo selettivo, volgendolo a quegli ambiti in cui alcune intuizioni trovano conferme puntuali, esatte. Mentre sarebbe proprio il caso di dire con Giorgio Vasta (La Repubblica, 19 ottobre) che bisognerebbe davvero «cambiare postura psicologica», non solo però – aggiungerei – cercando di mettere da parte ogni alibi per emanciparsi e affrontare l’impresa di inventare un «codice culturale» non assunto di peso dai padri come un dato ereditario, ma provando anche a interrogarsi sul proprio ruolo e sulle responsabilità nuove poste, per esempio, dall’odierna frammentazione in cui finiscono per disperdersi ed essere sommerse le diverse voci che, nonostante tutto, oggi di fatto costellano il panorama culturale italiano.<br />
Ora, un bel po’ di tempo fa, il 13 febbraio, proprio sul Fatto Quotidiano pubblicavo un articolo, («Lo scrittore solo», un articolo forse troppo prematuro per i tempi, chissà) in cui, tra le altre cose, mi chiedevo che genere di responsabilità si dovessero assumere gli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento, e come si potesse spezzare la doppia solitudine in cui molti vivono, ora considerati senza discrimine alcuno come intrattenitori, o produttori qualsiasi di un qualsiasi bene di consumo, ora invece concepiti come simboli cui delegare ogni battaglia etica, politica, culturale (come nel caso di Saviano). In questa doppia solitudine coglievo il segno della irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità come sintesi di intelligenza immaginazione e cultura «capace di generare visioni» o di «dar voce a ciò che è senza voce», per dirla con Calvino. Concludevo poi quel pezzo con una considerazione che oggi mi sembra colga appunto i limiti e le potenzialità di questo dibattito.<br />
Quel che infatti potrebbe fare la differenza tra «l’immobilismo» generazionale di cui parla Raimo e una «nuova postura psicologica», come dice Vasta, è forse proprio una nuova postura spirituale, in cui insieme alla necessità di concepire e dar forma a visioni capaci di interrogare il proprio tempo si sentisse fortissimo il dovere di spezzare il proprio solipsismo più o meno egocentrico, collegandosi il più possibile in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, «quel genere di discorsi a più voci – dicevo in quel pezzo – che danno rilevanza a una società letteraria, intellettuale e artistica». Una «rilevanza» che va prima di tutto conquistata.<br />
E va conquistata anche con la capacità di inventarsi luoghi dove tessere trame, riannodare fili dispersi di intelligenze, immaginazioni, saperi. E va conquistata pure – oggi più che mai – con la capacità di innestare l’ordine dei discorsi specificatamente letterari o artistici in altri discorsi scientifici, politici, sociali, identitari, tutti quei discorsi di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, in modo da ricostruirne l’ossatura spirituale.<br />
Se dunque si volesse guardare con attenzione a quel che sta accadendo nella cultura chiamiamola così, «militante», di questo paese, si scorgerebbe un filo rosso che forse sarebbe il caso di afferrare e seguire. Un filo rosso con cui da più parti si sta provando a riallacciare un dialogo possibile tra quanti sentono l’urgenza di rifondare in modo laico e problematico il ruolo dell’intellettuale in un tempo e in una circostanza, tra l’altro, in cui si è diffusa la convinzione che si possa fare a meno dell’intelligenza (umanistica e scientifica) o che si debba necessariamente farne a meno per mancanza endemica di intelligenze.<br />
Lo si sta facendo in riviste come Alfabeta 2, per esempio, nel cui secondo numero si ragiona e si dà forma (in una pluralità di punti di vista) a una terza via tra «informazione culturale» e «intervento politico»: la via cioè dell’«intervento culturale», con l’intenzione dichiarata di «annodare fra loro fili discorsivi» perduti tra cultura e contesti (economico, sociale e politico). Lo si sta facendo in blog come Nazione Indiana dove si stanno raccogliendo gli esiti di un’ampia inchiesta sulla responsabilità d’autore che ha visto coinvolti, oltre allo stesso Christian Raimo, una trentina di poeti e scrittori di formazione, generazione ed estrazione diversissima (da Biagio Cepollaro a Marcello Fois, da Marco Giovenale a Laura Pugno a Ginevra Bompiani a Michela Murgia&#8230;) Lo si sta facendo travasando riflessioni o cercando di far riecheggiare discorsi tra blog e siti diversi (Vibrisse, Giap, Lipperatura, Carmilla, Il Primo Amore&#8230;) di quella Rete che sarà pure un «egodromo» ma offre anche, come dice Sergio Escobar, «stimoli formidabili e nuovi spazi per le idee». Lo si sta facendo cercando di riallacciare dialoghi possibili tra autori e critici come Andrea Cortellessa o Domenico Scarpa&#8230; appartenenti più o meno alla medesima generazione di «spaesati». Tutti tentativi (questi e altri) forse di costruire intanto una sorta di cittadella immateriale dove circolino idee capaci di misurarsi tra loro e con i vari contesti di cui è fatto lo spazio pubblico in un paese civile.<br />
Per questo forse non è propriamente un caso, ma l’ulteriore manifestazione di un processo piuttosto, quel che oggi sta succedendo anche sulle pagine della Domenica del Sole 24 ore.<br />
D’altro canto, ci sono processi che accadono insensibilmente, attraverso piccoli smottamenti privati o condivisi, affioramenti episodici, fino a quando non succede che tutto ciò si intrecci in un’esile trama. Ecco, forse siamo qui, a questa esile trama di «una piccola civiltà» possibile (che oggi, in un paese che ha perduto se stesso, non può essere solo e soltanto «letteraria», vorrei dire a Christian Raimo). E sarebbe un peccato che se ne perdesse il filo.</p>
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		<title>«Bossi, il dottor “Ce l&#8217;ho duro”»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 07:00:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[assessore ai Beni culturali Gaetano Armao]]></category>
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					<description><![CDATA[(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; martedì, 10 agosto 2010) di Evelina Santangelo «Voglio proprio vedere chi avrà il coraggio di mettere in dubbio il buon diritto di Umberto Bossi, che è parte della storia di questo paese, a ricevere una laurea honoris causa». Parole del ministro della Pubblica istruzione e dell’università Mariastella Gelmini. Che un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; martedì, 10 agosto 2010)</p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>«Voglio proprio vedere chi avrà il coraggio di mettere in dubbio il buon diritto di Umberto Bossi, che è parte della storia di questo paese, a ricevere una laurea honoris causa». Parole del ministro della Pubblica istruzione e dell’università Mariastella Gelmini.<span id="more-36386"></span></p>
<p>Che un ministro caldeggi la laurea di un altro collega ministro presso un ateneo è già un fatto «irrituale», diciamo. Che questo ministro sia il ministro dell’istruzione e dell’università rende la proposta ancora più sconveniente. Se poi il ministro per il quale si propone la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione si chiama Umberto Bossi con tutto quel che evocano proprio i modi e il linguaggio stesso di Umberto Bossi: dal disprezzo ostentato di ogni valore addirittura intellettuale al turpiloquio più greve, dal più spregiudicato elogio dell’egoismo particolaristico al più cinico ricorso a linguaggi violentemente discriminatori (perché la «comunicazione» veicola anche significati, messaggi, idee)&#8230; allora la questione, apparentemente marginale nella drammaticità del momento, assume tratti che sarebbe errato liquidare come una delle bizzarrie più o meno grottesche cui siamo ormai avvezzi in questo paese. Perché, in realtà, non c’è cosa peggiore che abituarsi a «piccoli» sistematici e apparentemente innocui abusi del genere, che spostano sempre più in là i limiti della decenza e la deriva dell’idea stessa di cultura.</p>
<p>Che la proposta suoni come una contraddizione in termini per chi abbia una qualche cognizione del significato che ancora oggi, nonostante tutto, si tende ad attribuire a una laurea honoris causa, che insomma ci sia un che di paradossale in una laurea in Scienze della Comunicazione, in una laurea tout-court, assegnata a una figura come Umberto Bossi rende l’interferenza del ministro Gelmini non solo inopportuna, ma ne fa la manifestazione di una dissimulata prova di forza da parte di un potere dal volto mite che, dopo aver messo pesantemente le mani nei bilanci della scuola e dell’università, spacciando una questione di cieca contabilità per una riforma, rivendica il diritto di mettere becco (e beccare chiunque si azzardi a dissentire) in scelte prettamente accademiche come l’attribuzione di una laurea, e lo fa, non a caso, sul filo del paradosso. Se si accetta un paradosso, d’altro canto, cosa si potrà non accettare, dopo?</p>
<p>È proprio su questa logica perseguita in modo più o meno scoperto in ambiti diversi della cultura istituzionale, che vorrei riflettere. E il fatto che, in questo caso, una tale logica di potere sia dissimulata nella innocenza di un omaggio al senatore Bossi chiesto dal ministro dalla faccia mite (Mariastella Gelmini) al rettore dell’università dell’Insubria di Varese, dà solo la misura di come sia capillare il processo in atto.</p>
<p><strong>Indispensabile riconoscimento</strong></p>
<p>Sarà un caso, certo, ma mentre il presidente della provincia di Varese scrive la sua bella lettera alla «Prealpina», chiedendo anche lui all’università dell’Insubria di conferire l’«indispensabile riconoscimento accademico all&#8217;uomo politico&#8230; più significativo degli ultimi 30 anni» che, con la sua «incredibile capacità di comunicazione di massa» ha reso possibile il «miracolo leghista», presentando il gesto insomma come un atto dovuto a un figlio illustre della Padania, in Sicilia, il presidente della regione Raffaele Lombardo (che tra «lombardi» del nord e del sud, oggi in Italia, ci si capisce più di quanto non sembri) istituisce, con tanto di decreto pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, tre onorificenze per premiare «l’identità siciliana» riservando all’assessore ai Beni Culturali il compito di presiedere una commissione ad hoc e a se stesso la scelta finale dei «meritevoli».</p>
<p>Verrebbe da pensare che dopo «l’egemonia sottoculturale» – come la definisce Massimiliano Panarari – di veline tronisti grandi fratelli imposta per via televisiva, sia arrivato il tempo dell’assalto alla diligenza o della vera e propria occupazione, da parte del potere politico, dei piani alti della cultura, di quella che dovrebbe cioè dar lustro a un paese o comunque dar conto della sua vitalità culturale o artistica, passata e presente.</p>
<p>È forse un caso che uno dei primi atti del ministro ai Beni Culturali Sando Bondi sia stata l’istituzione di quella Direzione Generale che ha, di fatto, esautorato il potere delle soprintendenze (come sottolineato dal Consiglio Superiore dei Beni culturali) per passarlo nelle mani dell’ex amministratore delegato di McDonanld’s Mario Resca? È forse un caso che anche l’assessore ai Beni culturali e all’identità siciliana della regione Sicilia, Gaetano Armao, abbia avocato al proprio dipartimento la gestione di tutti i musei e i siti culturali della soprintendenza di Palermo? È forse un caso che oggi il sovrintendente di Fondazione Arena, a Verona, sia tal Francesco Girondini, perito agrario, fedelissimo del sindaco Tosi&#8230;?</p>
<p>E tutto questo mentre si moltiplicano i casi di censure dirette indirette: dai tagli indiscriminati, vessatori, ciechi a teatri stabili, enti lirici e istituti culturali in genere, alle sempre più frequenti «valutazioni» espresse dalle amministrazioni pubbliche riguardo all’opportunità di mettere in scena opere ora perché «non in sintonia con le linee culturali dell’assessorato» (come nel caso di due testi di Renato Sarti, del Teatro della Cooperativa di Milano) ora perché «toccano temi scabrosi come l’omosessualità» (come è accaduto per <em>Orgia</em> di Pasolini che l’assessore alla Cultura della Provincia di Milano ha chiesto di cancellare dal cartellone di «Invito a teatro»), valutazioni che non si preoccupano nemmeno di dissimulare la precisa volontà di allineare la cultura o addomesticarla in base a linee-guida dettate o meglio «consigliate» (il volto mite del potere) da chi sempre più spesso scambia l’amministrazione della cosa pubblica con l’esercizio di un potere appunto che non ammette disallineamenti sino al caso esemplare di Morgan cui il sindaco di Verona, Tosi, ha vietato di esibirsi all’interno della rassegna <em>Cantautori doc&#8230; work in progress</em> adducendo motivazioni siffatte: «Uno che si vanta di fare uso di cocaina non può venire ad intrattenere il pubblico veronese», in cui evidentemente la «valutazione» passa addirittura dall’opera all’uomo, anzi all’immagine dell’uomo esemplare.</p>
<p><strong>Il culturame parassitario</strong></p>
<p>Il tutto accompagnato da un accanimento che, nella sua indiscriminata aggressività, mostra l’insofferenza dell’odierna classe politica nei confronti degli artisti tout-court che, qualche tempo fa, il ministro Sandro Bondi ha definito con precisa cognizione di causa «accattoni genuflessi» (il  «culturame parassitario» del ministro Brunetta fa ormai letteratura). E citare oggi il nostro ministro ai Beni culturali significa anche evocare l’unico poeta (non ancora laureato) in grado di vantare spazi televisivi (<em>Porta a Porta</em>) e addirittura una propria rubrica in un settimanale (<em>Versi diversi</em>, in «Vanity Fair») dove poter pienamente dar conto dei suoi nobili componimenti d’occasione «A Rosa Bossi in Berlusconi», «A Silvio», «A Pierrenato Bonaiuti», «A don Lorenzo Milani», «A Barack Obama», «A Luciana Littizzetto», «sbirulino dispettoso» persino (il volto mite, accogliente del potere).</p>
<p>Questo accade in un paese dove i poeti vivono vite clandestine, e in cui la maggioranza degli italiani probabilmente non ha mai sentito nemmeno nominare un tal Luciano Erba, un poeta appunto, capace di cogliere il nonsenso e l’assurdo di cui è intessuto il nostro quotidiano vivere in versi così: «Scale/che non portano/da nessuna parte/scale/che salgono soltanto per scendere/è difficile orientarsi/nei dintorni del nulla».</p>
<p>Speriamo che nessuno si ricordi che anche Bossi ha scritto poesie (in dialetto lombardo per di più). </p>
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		<title>Oro nero, ultimo nemico dell&#8217;Amazzonia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 20:57:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da «il Fatto Quotidiano» –  giovedì 5 agosto 2010 (versione integrale dell&#8217;articolo) di Evelina Santangelo Regione di Loreto. Perù Sono stati gli abitanti di Parinari a dare l’allarme a metà giugno, prima ancora del comunicato ufficiale della compagnia Pluspetrol: dalla chiatta Sanam III «assunta» dalla compagnia petrolifera argentina per il trasporto del greggio si sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da «il Fatto Quotidiano» –  giovedì 5 agosto 2010 (versione integrale dell&#8217;articolo)</p>
<p>di <span style="text-decoration: underline;"><strong>Evelina Santangelo</strong></span><br />
<em> Regione di Loreto. Perù</em></p>
<p>Sono stati gli abitanti di Parinari a dare l’allarme a metà giugno, prima ancora del comunicato ufficiale della compagnia Pluspetrol: dalla chiatta Sanam III «assunta» dalla compagnia petrolifera argentina per il trasporto del greggio si sono riversati nel fiume Marañón 400 dei 5000 barili del carico. L’incidente (l’ennesimo, visto che solo nel 2009 ce ne furono 8 a carico della stessa compagnia) sarebbe accaduto in quel tratto di fiume che costeggia una delle più grandi riserve nazionali del Perù: La Reserva Nacional Pacaya-Samiria (20.800 kmq, 40.000 abitanti circa).<br />
Di chiatte così, sui fiumi Ucayali e Marañón (che costeggiano la riserva) ce ne sono in quantità. Grandi pachidermi spesso decrepiti e stracarichi. L’unico mezzo disponibile per il trasporto merci nel bacino amazzonico nord orientale, l’unico mezzo di comunicazione per gli abitanti e i nativi dei villaggi e delle cittadine fluviali della regione di Loreto tra i porti di Pucallpa, Iquitos e Yurimaguas.<span id="more-36353"></span></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">L&#8217;ultimo incidente 400 barili nel fiume</span></strong></p>
<p>Incidenti del genere non possono accadere per una sfortunata casualità quando si viaggia sui fiumi amazzonici in questa stagione, navigando a vista tra le secche con carichi spropositati. Te ne rendi conto subito se, piuttosto che goderti la selva in pillole tra aerei, lodge e idrovolanti, decidi di affrontarla come la maggior parte dei residenti, imbarcandoti su una «lancia» per il trasporto di merci e di qualche centinaio di passeggeri impossibilitati a spostarsi diversamente. Proprio in una di queste lance o chiatte (la Henry VII) ho viaggiato proprio qualche giorno prima dell’«incidente» del 19 giugno, navigando sul rio Ucayali e sul Marañón, per arrivare da Pucallpa al villaggio di San Martin, nella riserva Pacaya-Samira, appunto. E, viaggiando così, non ci metti molto anche a intuire che prima del paradiso di natura incontaminata del mito amazzonico ci sarà un purgatorio che racconta la passione quotidiana di una selva aggredita e salvaguardata a malapena in riserve continuamente violate, non solo dai bracconieri e dai tagliatori di legname, ma dalle scelte stesse di un governo che, al di là di ogni trovata propagandistica, firma decreti legge, come la contestatissima «Ley de la Selva» (un complesso di decreti ora solo «temporaneamente» sospesi, dopo le proteste durissime dei nativi nel giugno del 2009 e la repressione violentissima dell’esercito  nota come «il massacro di Bagua») che, violando la Convenzione 169 per la salvaguarda dei diritti delle popolazioni native, legittima l’espropriazione e lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali del bacino amazzonico a favore delle grandi compagnie petrolifere.<br />
Questo purgatorio, dunque, che non ti saresti mai aspettato comincia già a Pucallpa (l’unica città dell’Amazzonia peruviana collegata a Lima da una strada asfaltata) nella zona del porto di segatura e fango, che, in una domenica qualsiasi di una grigia giornata d’afa di giungo, è un concentrato inverosimile di desolazione e degrado: topi che scorrazzano nella spiaggia del maleçon sotto un’anonima piazza tra un fervore di pentole o di pesce e pannocchie cucinati su fusti per il carburante; altoparlanti fortissimi che diffondono per tutto il litorale ritmi latinoamericani; baracche sul punto di accartocciarsi su se stesse; cani randagi scorticati da dermatiti croniche; file di capannoni di ferro e lamiera; file di camion; file di scaricatori di porto che vanno e vengono per interi giorni su passerelle fatte di assi malferme, le facce e le gambe deformate sotto pesi abnormi; qualche gru che, senza sosta, scarica tronchi di legno grandi come un nostro albero. E su tutto questo brulicare di uomini, animali e cose (che ricorda certi inferni di fabbrica della prima industrializzazione) il volo nero, occhiuto, degli avvoltoi in attesa.<br />
Anche il fiume, lo Ucayali, ha qui un’aria triste, giallognola e schiumosa. La selva «mitica» la vedi solo dopo un bel po’, lungo le sponde, come un miraggio lontano, mentre la chiatta si muove con una lentezza estenuante sull’acqua insidiosa, bassissima, che, nelle notti troppo buie, diventa impossibile da navigare. Le cose non accadono sempre per un caso sfortunato: anche noi abbiamo rischiato di incagliarci una notte che non ci siamo fermati, navigando più o meno alla cieca. Né cadono per caso sul fiume le bottiglie di plastica, le lattine di birra, gli scatolami vari. Un lancio dopo l’altro, dalla cucina, dalle mani dei passeggeri, come il più ordinario dei gesti. Come ovvio e ordinario è, nei villaggi in cui ci fermiamo, lavarsi in quello stesso fiume, pescarne i pesci da mangiare o da spedire nelle città, berne l’acqua che, nelle latrine e nei rubinetti della chiatta, sale nera.<br />
Una via di comunicazione lasciata all’incuria e una discarica a cielo aperto: montagne di segatura che sprofondano nell’acqua, nella cittadina fluviale di Requena.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Si dorme sul ponte con il cellulare in tasca</strong></span></p>
<p>Questo è il rio Ucayali visto dalla Henry VII tra carichi di merci che sembrano arrivare da mondi ed epoche diverse: galline legate per i piedi, maiali trascinati come sacchi, blocchi di ghiaccio mantenuti per giorni dentro cumuli di segatura, caschi enormi di banane, moto fiammanti, frigoriferi incellophanati, casse di coca-cola, d’acqua minerale, grandi rotoli d’acciaio, materassi ortopedici. Mentre sulla Henry VII si dorme tutti indifferentemente in amache, ammassati in coperta o esposti agli scarafaggi e alle zanzare sul ponte; o al limite in qualche cabina che sa di galera. Si viaggia così, anche se si ha un cellulare in tasca (molti ce l’hanno) e un mp3 da cui, senza sosta, viene fuori una musica troppo melodica o qualche ritmo latino. La musica più ascoltata e trasmessa ovunque, almeno in questo spaccato di Perù, anche dal piccolo televisore con annesso videoregistratore o dvx che se ne sta perennemente acceso in coperta al punto che ti viene da pensarla, questa musica ineludibile, come una forma di quei miti consolatori e compensatori di cui parla Vargas Llosa (in Sueño y realidad de América Latina) elaborati dal Vecchio Mondo per  restituire, prima di tutto a se stesso, immagini fittizie del Sudamerica riprese di peso dagli stessi sudamericani in una generale attitudine alla rimozione. Rimozione che con molta probabilità, ad esempio, nel 2011 porterà al potere Keiko, la figlia dell’ex dittatore pluri-condannato Fujimori.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>La Pluspetrol «vuole» la riserva naturale</strong></span></p>
<p>Così, quando dopo tutto un viaggiare estenuante arrivi finalmente nel cuore della riserva Pacaya-Samiria, nel villaggio di palafitte di San Martín, dove l’acqua «negra» del fiume splende come granito, dove il sole accende davvero di un rosa-fenicottero cielo e acque al tramonto e la foresta incombe come un paradiso che non è dato violare, ti sembra impossibile che anche quel villaggio, nel 2001, sia stato colpito da un disastro ecologico dovuto alle stesse identiche ragioni: 5.500 barili di greggio riversatisi nel Marañón da una chiatta della Pluspetrol. Una contaminazione di acque e rive che provocò danni pesanti all’ecosistema, alla salute e all’economia dei Cocama e Cocamilla, le etnie che in questo spicchio di Amazzonia pacificamente vivono proprio della ricchezza di quelle acque: lì pescano, lì si bagnano, da lì prendono l’acqua da bere, lì, tra lagune popolose di pesci e piante acquatiche, fanno da guide ai viaggiatori intenzionati a seguire percorsi alternativi rispetto all’ordinario flusso turistico. E ti sembra impossibile che persino in un patrimonio di tale umana e biologica diversità possano arrivare e trovare una qualche legittimazione gli appetiti della Pluspetrol che da tempo preme sul governo peruviano per ottenere l’autorizzazione a sfruttare i giacimenti della riserva. Le cose, gli incidenti, non accadono mai per caso, se al governo stanno a cuore più gli interessi delle compagnie petrolifere che la sorte della foresta amazzonica e della sua gente, dove contro ogni mito e mistificazione non trovi tracce di primitivismo. Trovi piuttosto i segni di un’idea di progresso che può non essere necessariamente abuso sulla natura e su un’identità fatta di saperi atavici, di vita in simbiosi con la foresta. Lo capisci girando per il villaggio punteggiato di cestini di legno per la raccolta differenziata (anche delle pile), lo capisci dai piccoli  pannelli solari sistemati vicino ad alcune palafitte destinati ad alimentare una lampadina o l’unico telefono collettivo.</p>
<p><strong>I nativi?<br />
Sono bilingue e usano il computer</strong></p>
<p>Lo capisci dal tipo di educazione che chiedono e hanno ottenuto solo in parte i Cocama di San Martín: educazione interculturale bilingue; studio della lingua inglese, dell’informatica; mentre lì, nel villaggio, non arriva alcun segnale televisivo e il mezzo più moderno di comunicazione è un baracchino che gracchia tutto il giorno tra interferenze frustanti. Lo capisci soprattutto dal timore con cui guardano all’indifferenza che si fa strada tra la piaga dell’analfabetismo ancora molto diffuso e il bisogno di lavorare, nelle fabbriche di legname, nei pozzi petroliferi, nei porti, a qualsiasi condizione.<br />
«Queste terre sono la casa della flora e della fauna che la abitano: considerati come un ospite privilegiato», dice il biglietto di ingresso nella riserva. E l’attitudine, il gesto di cui sembra vadano più orgogliosi le nostre guide locali in quell’universo che eccede la misura umana è quel loro sapere nominare le cose (minerali, fauna, flora) e tramandarne la conoscenza in una sorta di ininterrotta alfabetizzazione-al-mondo difesa come l’unico modo forse per scongiurare il pericolo che tutto lì si trasformi in risorse da sfruttare: uomini e natura.</p>
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		<title>Sciascia, ieri, oggi e domani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 11:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[il Fatto Quotidiano]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>(da «<a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&amp;id_blogdoc=2461873&amp;yy=2010&amp;mm=03&amp;dd=25&amp;title=raivergogna_assolto_masi_raipe">il Fatto Quotidiano</a>» &#8211; giovedì 25 marzo 2010)</p>
<p><span style="color: #ff0000;">(RI)LETTURE</span></p>
<p><strong>Lo scrittore siciliano e l&#8217;«infezione» di quest&#8217;Italia</strong></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>C’è un libro di Sciascia di cui è rimasto impresso nella mente anche di chi non lo ha mai letto un passaggio cruciale. Le parole pronunciate da don Mariano Arena riguardo all’umanità, fatta – secondo questo «galantuomo&#8230; amato e rispettato da un paese intero» – di «uomini, mezz’uomini, ominicchi, cornuti e quaquaraquà». Una visione pronunciata con la protervia di chi si arroga il diritto di decidere della vita e della morte di altri individui, al di fuori della legge dello Stato, o meglio, secondo proprie leggi: chi è un quaquaraquà, nel territorio sottoposto alla giurisdizione di don Arena e dei suoi sgherri, è condannato a morire di morte violenta, come chi non si adegua, d’altro canto. Che questo giudizio pronunciato da un capomafia potentissimo e intoccabile sia finito per diventare non solo la citazione più famosa di un libro come <em>Il giorno della civetta</em>,  ma quasi un modo tutto sommato consueto di apostrofare uomini e comportamenti è un fatto abbastanza incredibile, a pensarci bene, quasi la dimostrazione di come sia sdrucciolevole toccare in forma narrativa un fenomeno come la mafia capace di fagocitare tutto ciò che la riguarda e, per vie esplicite o contorte, rigurgitarlo sotto forma di mito. E infatti Sciascia, consapevole probabilmente del rischio insito in una scelta del genere, non cede mai, in verità, alla tentazione di narrare la mafia, i suoi uomini, le sue vicende, ne definisce piuttosto la grammatica, il linguaggio, la portata delle sue ramificazioni materiali e culturali, la notomizza insomma, analizzando minuziosamente tutti gli aspetti sociali, economici, politici, culturali, antropologici che concorrono a quell’intreccio sotterraneo di interessi e connivenze di cui il fenomeno criminale mafioso è la manifestazione più evidente.<span id="more-32250"></span></p>
<p>Così, se violando qualche veto terapeutico<em> </em>lanciato di recente contro gli scrittori che «portano sfiga» (Sciascia, in primis) da un assessore regionale siciliano in vena di zelante ottimismo, se ci prendiamo la libertà di scegliere quel che, di volta in volta, ci sembra rilevante rileggere per decifrare aspetti della contemporaneità e, con questa attitudine, ritorniamo a un libro come <em>Il giorno della civetta</em>, scopriamo che «nel rovescio» di quella vicenda di indicibili collusioni politico-affaristico-mafiose passa una trama che corre da un capo all’altro dell’opera, e questa trama ha a che vedere con qualcosa che oggi ci riguarda più che mai: il sentimento della legge e l’idea di giustizia connesse profondamente all’idea stessa di libertà. Ed è proprio lì, nella natura di tali sentimenti e idee, che passa il discrimine intanto tra chi, come il capitano Bellodi, serve e fa rispettare «la legge della Repubblica» e chi, invece, alimenta l’idea che la legge non sia «immutabilmente scritta ed uguale per tutti», ma sia piuttosto «assoluta irrazionalità&#8230; a ogni momento creata da colui che comanda&#8230; da chi ha la forza insomma». Un concetto che, nel corso del libro, Sciascia declina in tutte le sue implicazioni e conseguenze facendone la radice malata da cui scaturisce il «sentire mafioso» assunto come «regola di vita, dei rapporti sociali, della politica» e, in ultima analisi, il male oscuro che cova in tutto il paese, soprattutto in quella «borghesia che assumeva la mafia quasi come un’ideologia». Il paese e la borghesia, certo, così come li vedeva lo scrittore nella lontana estate del 1960. Altri tempi, altre circostanze&#8230; che, indagati attraverso una vista lucidissima adombrano substrati di collusione tra poteri e mafia inverosimili (potere politico, clericale, economico, giudiziario) e, in questa inverosimiglianza, incredibilmente attuali (come sembra stia ritornando <em>attuale</em> il costume di negare le mafie, se è vero che anche il prefetto Valerio Lombardi si sia lasciato andare a inopinate considerazioni sull’inesistenza delle mafie in quel di Milano&#8230; lì dove lui, prefetto di Milano, appunto, dovrebbe vegliare più che mai).</p>
<p>Così, se seguiamo questo filo di riflessioni sulla «legge che nasce dalla ragione ed è ragione» (non amore, non odio, non compassione, né benevolenza&#8230; verrebbe da precisare in questi nostri tempi confusi di <em>eserciti del bene</em> contrapposti a <em>eserciti del male</em>, di <em>eserciti dell’amore</em> contrapposti a <em>eserciti dell’odio</em>&#8230;), se seguiamo dunque questo filo ininterrotto di pensieri, non sembra affatto un caso che nel cuore del libro s’innesti una nota sul pericolo insito in ogni tentazione di spezzare l’«angustia» cui costringe la legge, sospendendo anche in via del tutto eccezionale le «garanzie costituzionali» per sradicare persino il male dei mali, come è accaduto in Sicilia durante la repressione del prefetto Mori, la Sicilia «che, sola in Italia, – scrive Sciascia, – dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni» (la libertà, a ben guardare, che alcune forze politiche, la Lega in testa, oggi pericolosamente vagheggiano). Una libertà – nota Sciascia – costata tutte le altre libertà. Uno spaventoso compromesso cui può rassegnarsi solo un popolo che si è assuefatto a concepire e sperimentare «l’autorità», non come «strumento da usare con precauzione, con precisione, con sicurezza» secondo «una legge immutabile e uguale per tutti», ma come «arbitrio», sia nella forma del sopruso sia nella forma del più soggettivo, e dunque arbitrario, senso della giustizia riservato a pochi «uomini di pace» che si arrogano il diritto o si conquistano il consenso per amministrare la legge in deroga a tutte le leggi (e i principi costituzionali). Ed è proprio questo quel che fa don Mariano Arena, di quegli «uomini rispettati&#8230; per il loro saper fare, per la capacità che hanno di comunicare&#8230;». E questa deroga, questa difformità, parziale o totale da quanto stabilito da una legge, da un regolamento, sembra dire Sciascia, è ciò che permette appunto a uno come don Mariano Arena di sostenere che «il popolo, la democrazia&#8230; sono belle invenzioni: da gente che sa mettere una parola sull’altra e tutte le parole sulla schiena dell’umanità»; questa deroga è ciò che trasforma chi governa in «chi comanda», e le leggi fatte da chi comanda in benefici di cui «godere» stando dalla parte, o «infilandosi» tra coloro che comandano, a tutti i livelli e in ogni ambito, per tessere una trama di amicizie e interessi economici insospettabili (quelle che oggi chiameremmo «cricche»). Questa deroga sistematica e capillare è, insomma, la vera profonda radice del male con cui è costretto a fare i conti, e contro cui oppone la sua semisolitaria resistenza, il capitano Bellodi, uomo del nord, emiliano, «per tradizione familiare repubblicano», uomo di legge che svolge il suo mestiere con «la fede, – scrive Sciascia – di un uomo che ha partecipato a una rivoluzione (la resistenza <em>nda</em>) e dalla rivoluzione ha visto sorgere la legge&#8230; che assicurava libertà e giustizia, la legge della Repubblica». Quella legge costituzionale che fa della libertà qualcosa non solo di profondamente diverso dalla «felice aerea libertà di una bolla di sapone», ma qualcosa di profondamente antitetico, anzi di inconciliabile con qualsiasi libertà che si accompagni a un’idea particolaristica della libertà o addirittura promozionale&#8230; Come lo è, particolaristica e promozionale (almeno negli slogan), quella forma di libertà che oggi sono chiamati a «diffondere» – quasi fosse un prodotto finanziario, un investimento a buon rendere – i <em>promotori della libertà</em>, promotori di diritti e interessi sempre preceduti da un qualche aggettivo possessivo, «i tuoi», «i miei», «i nostri».</p>
<p>Eppure è proprio quest’idea della libertà e dei diritti intesi come prerogativa di alcuni e non di tutti, quest’idea della legge come arbitrio o interpretazione particolaristica, come stato umorale, pensiero individuale o di parte, che fa della Sicilia raccontata da Sciascia una terra dove la legge suscita paura, rassegnazione, rabbia e, di contro, sopraffazione, impunità, appetiti individuali o di comitati d’affari. È questa idea di legge che il capitano Bellodi non si rassegna ad accettare nella consapevolezza che solo nel rispetto di uno stato di diritto passa il rispetto per l’uomo, il rispetto per l’uomo, sì (attitudine etica e rigore deontologico che gli varrà addirittura la considerazione di uno come don Mariano Arena).</p>
<p>Così, guardando oggi allo <em>stato presente dei costumi degl’Italiani</em>, suonano quasi profetiche alcune considerazioni con cui si chiude <em>Il giorno della civetta</em>: «bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia»; «forse tutta l’Italia va diventando Sicilia&#8230;». A quelle considerazioni seguiva una «fantasia»: s’immaginava una sorta di «linea degli scandali» che saliva su per l’Italia come «la linea della palma», il clima propizio alla vegetazione della palma che da sud si andava spostando pian piano verso nord&#8230;</p>
<p>Ora, oggi, in Sicilia, però, c’è una fatto nuovo. E il fatto nuovo, che potrebbe suscitare altre «fantasie» forse troppo funeste, troppo di malaugurio (ci perdonino dunque gli alabardieri dell’ottimismo) è che nel tronco delle palme, di un numero sterminato di palme, un coleottero, il punteruolo rosso, ha deposto da tempo, di nascosto, centinaia di uova. Le uova si sono schiuse, le larve hanno preso a muoversi verso l’interno dei tronchi, divorando i tessuti fibrosi, scavando tunnel e cavità sempre più grandi sino a svuotare i fusti, sino a infestare qualsiasi parte della pianta. Così oggi, in Sicilia, beh, un numero sterminato di palme ormai è collassato. In Sicilia, oggi.</p>
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