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	<title>Il libro dei maestri- Porte senza porta rewind &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Porte à Portes</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 07:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[beppe Sebaste]]></category>
		<category><![CDATA[esoterico biliardo]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Niccolai]]></category>
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					<description><![CDATA[Rewind: una lettera di Giulia Niccolai sui maestri (Porte senza porta) di Beppe Sebaste Alcuni anni fa, nell&#8217;ipotesi di ripubblicare una nuova edizione dell&#8217;ormai esaurito feltrinelliano Porte senza porta (ora Il libro dei maestri. Porte senza porta rewind) ebbi l&#8217;idea di chiedere alla mia amica Giulia Niccolai, già protagonista di una bellissima puntata della trasmissione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/porte2-copy.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-37942 alignleft" title="porte2 copy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/porte2-copy-300x206.jpg" alt="" width="300" height="206" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/porte2-copy-300x206.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/porte2-copy.jpg 483w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Rewind: una lettera di Giulia Niccolai sui maestri (Porte senza porta)</strong> <br />
di<br />
<strong><a href="http://beppesebaste.blogspot.com/2011/01/rewind-una-lettera-di-giulia-niccolai.html">Beppe Sebaste</a></strong></p>
<p>Alcuni anni fa, nell&#8217;ipotesi di ripubblicare una nuova edizione dell&#8217;ormai esaurito feltrinelliano <em>Porte senza porta</em> (ora <a href="http://www.lucasossellaeditore.it/Catalogo/Mente/Il-libro-dei-maestri-Sebaste-Beppe">Il libro dei maestri. Porte senza porta rewind</a>) ebbi l&#8217;idea di chiedere alla mia amica Giulia Niccolai, già protagonista di una bellissima puntata della trasmissione che ai Maestri avevo dedicato su Radio 3 (riproposta nel cd abbinato al libro), una prefazione: lei aveva pratica, insieme, di scrittura e di meditazione, di sottomissione ai maestri e di indipendenza. Ma, giustamente, la sintesi a cui Giulia era pervenuta irreversibilmente, la sua <em>vita nuova</em>, non permetteva la complicità che lei ha immaginato le chiedessi, e che io avevo probabilmente immaginato di chiederle. Mi scrisse invece una lettera personale da cui mi sentii benevolmente trafitto, e che da allora mi accompagna. Ebbi da lei, in una parola, il dono della severità.<br />
L&#8217;ho riletta tante volte, fino a pensare (con il consenso di Giulia) che forse potrebbero leggerla giovandosene anche altri, altri magari che come me si dibattono tra alcune delle contraddizioni che lei indica nel suo testo.<br />
<span id="more-37940"></span><br />
Senza dire che nel frattempo potrei essere già altrove, e altre cose così retoriche (mi sono già espresso nella nuova &#8220;Prefazione alla presente edizione&#8221; del <em>Libro dei maestri</em>), anche se scrivere è per me un mestiere, nel senso più artigianale della parola &#8211; un divenire sempre per non diventare mai, un divenire altro, non certo un diventare scrittore &#8211; ciò non toglie che io mi senta ancora spesso (e faccia) l&#8217;orso ammaestrato&#8230;<br />
Voglio infine ringraziare Nazione Indiana a cui devo in fondo l&#8217;idea di rendere pubblico questo testo &#8220;privato&#8221;: più precisamente il post  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/01/24/a-prose-is-a-prose-giulia-niccolai/">&#8211; A prose is a prose: Giulia Niccolai </a>&#8211; dedicato a un libro molto bello di Giulia Niccolai, Esoterico biliardo, su cui scrissi una specie di recensione <a href="http://archivio2.unita.it/v2/carta/showoldpdf.asp?anno=2001&amp;mese=10&amp;file=24CUL27a">su l&#8217;Unità </a>quando uscì (pure riportata su NI). E, si sa, una cosa, tira l&#8217;altra&#8230;</p>
<figure id="attachment_37941" aria-describedby="caption-attachment-37941" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/poema-di-giulia-niccolai.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-37941" title="(poema) di giulia niccolai" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/poema-di-giulia-niccolai.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a><figcaption id="caption-attachment-37941" class="wp-caption-text">&quot;Poema&quot; (1975) scultura di Giulia Niccolai</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">﻿</p>
<p>﻿</p>
<p><strong>Lettera di Giulia Niccolai</strong><br />
Carissimo Beppe,<br />
questa è una lettera [&#8230;], non la nuova prefazione che mi hai chiesto, perché a dire il vero, anche se sono lusingata del fatto che tu abbia pensato a me, mi considero la persona meno adatta per farla. E in questa lettera (che potrebbe anche essere piuttosto lunga), spero di riuscire a spiegartene le ragioni.<br />
Prima di scriverla, ho voluto rileggere il tuo bellissimo <em>Porte senza porta </em>che mi ha affascinato come mi affascinò la prima volta che lo lessi. E’ un libro pieno di entusiasmo e di gioia e te li trasmette quasi a ogni riga, per la felicità e la centratura con la quale i diversi Maestri (Maestri nei più disparati settori), parlano del loro lavoro e delle persone (spesso dei giovani) ai quali lo insegnano. E per l’autenticità, il piacere e l’empatia con i quali tu riferisci tutto ciò a noi lettori, assieme alle osservazioni, ai pensieri, alle rivelazioni che hai avuto parlando e discutendo con loro.<br />
Ho voluto rileggerlo per vedere se riuscivo a spiegarti le ragioni del mio rifiuto, soprattutto citando ciò che ti avevano detto i Maestri. Perché il fatto di servirmi delle tue stesse parole (e delle loro), sarebbe suonato più convincente e valido per te, e a me avrebbe dato un piacere particolare.<br />
[&#8230;] L’insistenza con la quale mi hai richiesto uno scritto per la nuova edizione di <em>Porte senza porta</em>, mi ha fatto pensare che tu possa trovarti a una svolta nella tua vita, probabilmente in un momento di crisi profonda dopo la morte prematura del tuo grande amico, Giorgio Messori. E che una parte di te speri di trovare un qualche conforto o una via d’uscita dall’impasse in ciò che io (discepola di Lama tibetani da vent’anni, e monaca del Buddismo Mahayana da sedici), possa dirti. Ma non è così.<br />
Oppure, il problema sta nel fatto che tra due-tre anni ne compi cinquanta e ti stai già chiedendo cosa hai combinato nella vita?<br />
Del Dharma i Maestri tibetani dicono: 1). che va studiato, 2). che va studiato <em>subito</em>, 3). e che si deve studiare <em>solo</em> il Dharma.<br />
Sull’argomento della morte spiegano: 1). che la morte è certa, 2). che è incerto il momento della morte, 3). che al momento della morte <em>solo</em> il Dharma può esserci d’aiuto.<br />
In quei due “solo” in corsivo si evidenzia il valore assoluto che il Dharma (la legge) deve avere per il discepolo. Nonché il fatto che, diventando il perno della tua esistenza, il Dharma, l’insegnamento, sia anche il principale punto di riferimento di tutte le tue esperienze.<br />
C’è naturalmente una grossa differenza tra studente e discepolo. Così come c’è anche tra un Prof. che insegni Buddismo (o religioni comparate) e un vero e proprio praticante.<br />
In<em> Porte</em> ti definisci “un discepolo o studente di zen perpetuamente debuttante”, e (a parte l’insicurezza tra il definirsi discepolo o studente), quel “perpetuamente debuttante” è l’ammissione di sentirsi come una sorta di turista del Buddismo, qualcuno che comunque non è “entrato nel sentiero”, non ha definitivamente praticato la Rinuncia, primo e fondamentale passo per il triplice sentiero di Rinuncia, Bodhicitta (la mente <em>altruistica</em> di illuminazione) e Vacuità (la non esistenza inerente dei fenomeni, bensì la loro esistenza dipendente).<br />
Sei un uomo di cultura intelligente e curioso, sempre alla ricerca di qualcosa, che si è occupato di Buddismo come di Ebraismo o di Cristianesimo. Lo dici e lo dimostri nel tuo libro.<br />
I Lama definiscono la Rinuncia una “Rinuncia alla sofferenza”, ed è paradossalmente corretto, perché effettivamente si smette di soffrire, ma solo dopo aver sofferto. Si soffre mentre si sta abbandonando (lentamente e nel tempo) tutto ciò per cui si aveva eccessivo attaccamento, o eccessivo odio, dovuti alla nostra ignoranza di cosa sia il Dharma. Odio, attaccamento e ignoranza sono i “tre veleni” che causano le nostre rinascite incontrollate nella ruota del Samsara.<br />
Man mano che il Dharma entra in noi (sì, anche nelle cellule e nelle ossa), diminuiranno il nostro odio e il nostro attaccamento, finché non ci ritroveremo liberi, veramente<em> liberi</em> delle nostre passate afflizioni mentali. Se il Dharma non ci cambia, non può essere definito <em>Dharm</em>a, e uno studente che segua gli insegnamenti di un Lama senza cambiare, senza migliorare, sta ascoltando il Maestro solo intellettualmente, come si può ascoltare un esperto che tenga una conferenza. In altre parole, non si sta purificando e non sta accumulando energia positiva che gli permetteranno di raggiungere il sentiero della visione, della meditazione e del non più apprendimento. In tutto, cinque livelli del sentiero (essendo i primi due quelli della purificazione e dell’accumulazione).<br />
In <em>Porte</em> citi diverse volte il <em>Sutra del Cuore </em>e mi è sembrato di capire che tu ne sia piuttosto affascinato, e che l’aspetto enigmatico del suo insegnamento ti stia molto “a cuore”. A questo proposito, voglio riferirti il meraviglioso, “paradossale” commento di un Lama proprio a questo Sutra: solo essendo noi un’illusione, possiamo migliorare o peggiorare. E ancora: proprio perché la vita è come un’illusione, <em>ha un senso</em>!<br />
Ti confesso che a volte mi sembra di capire e a volte no.<br />
Bene. Ma ora torniamo a noi e al tuo libro.<br />
Nel capitolo su Fausto Taiten Guareschi, egli cita una frase straordinaria detta dal suo Maestro a un pastore protestante: “C’è qualcosa che vi brilla davanti agli occhi, e vi è indispensabile. Solo nel momento in cui questo scintillio scomparirà (quando non ne avrete più bisogno) potrete capire il vero Zen”.<br />
Riconosco perfettamente quello scintillio e per me (come credo anche per te), rappresenta la scrittura. Tutto ciò che di bello, autentico, e mai banale ha rappresentato lo scrivere, il mondo degli scrittori, l’intelligenza, l’introspezione, la comprensione della vita e dell’animo umano che i grandi scrittori ci hanno trasmesso. Ecco. Finché ci nutriamo di tale illusione, ci crogioliamo in tale compiacimento, abbiamo una tale ammirazione per loro e una tale aspirazione a imitarli, <em>non potremo capire il vero Zen.</em><br />
Dopo che ebbi incontrato il Buddismo tibetano nel 1985, i Lama mi tennero così occupata (per una decina d’anni), che non ebbi più il tempo fisico per scrivere. Come dicono le date sotto i capitoli di <a href="http://railibro.lacab.it/emma/zoom.phtml?ns=2674">Esoterico biliardo</a>, riuscii al massimo a scrivere un capitolo l’anno. In più, i Lama mi sfottevano chiedendomi: ma quand’è che ti rimetti a scrivere? (I Lama sfottono spesso e volentieri).<br />
Nel 1993 fui invitata a Marsiglia per tre mesi dall’Assessorato alla Cultura. Mi davano uno stipendio mensile, un appartamentino nel Panier (quel montarozzo tra il Vieux Port e i nuovi Docks, senza traffico e dove sembra di stare in campagna), e non dovevo fare altro che scrivere un testo che la loro Casa della Poesia avrebbe poi pubblicato nelle proprie edizioni.<br />
A dirla così, sembra una situazione ideale e privilegiata. In pratica, la vissi come una sorta di galera per la sua estraneità al mio quotidiano, e perché tutta la situazione mi appariva falsa e forzata. Ogni giorno che mi mettevo a tavolino per lavorare, provavo una vera e propria nausea nei confronti della scrittura e dovevo smettere. Iniziavo così le mie pratiche di meditazione che, come in un ritiro, sarebbero durate tutta la giornata. Alla fine di due mesi capii che ciò che in passato aveva inquinato la mia scrittura era il desiderio di riconoscimento e di successo e scrissi questo breve Frisbee: “Ho la quasi certezza di essere stata una foca in un circo in una precedente incarnazione. Andavo matta per il pesce e gli applausi. Andavo matta per il pesce e gli applausi? Bene, in questa vita ho imparato a farne a meno”.<br />
Ma ho dovuto scrivere un secondo libro in prosa,<em> Le due sponde,</em> prima di poter dire con convinzione e certezza, ora (dicembre 2006), che sento di essermi liberata del desiderio e del bisogno di scrivere e che vivo questa “novità” come un’assoluta liberazione!<br />
Ma, come ho cercato di spiegare, questa trasformazione è passata attraverso diverse fasi, anche molto dolorose e ci ho impiegato venti anni. Venti anni di duro lavoro “in miniera” da parte mia, con preghiere, ritiri e lunghe meditazioni quotidiane. Certo non con la bacchetta magica.<br />
Nel capitolo su Bruno Munari, discutete spesso sulla sua “curiosità” quale molla indispensabile dietro tutta la sua opera di design. Quella di Munari appare dunque come una curiosità “pura e pulita”, che riguarda sempre le forme degli oggetti o delle associazioni poetiche tra le stesse. Ma c’è anche una curiosità inquinata, più “morbosa” direi, più ossessiva, che non ti lascia mai in pace e ti fa sempre essere altrove con la mente. Bene. Anche della curiosità sono riuscita a liberarmi completamente, ma so che il dirlo verrebbe subito frainteso quasi da tutti.<br />
Nel capitolo su Kar Fung Wu-Santaro, insegnante di qi gong, scrivi che “Nella tradizione classica cinese un ‘letterato’ è il ‘custode della memoria’”. Verissimo, ma vorrei togliere un altro strato alla cipolla, raccontandoti questa esperienza personale.<br />
<em>Esoterico biliardo</em> può essere considerato un libro di memoria. Come ho appena scritto, ci ho messo più di dieci anni a farlo. Prima di mettere “nero su bianco” ricordavo perfettamente tutte le date nelle quali si erano verificati i diversi episodi importanti di questa mia vita. Dopo averlo scritto, le ho dimenticate tutte. Come dire che il letterato è un custode di memoria finché non ha potuto liberarsene, passandola ad altri. Potremo allora azzardare che, prima la memoria gli pesava come una responsabilità, e poi è riuscito a viverla più impersonalmente?<br />
Perché appunto, questo dell’impersonalità, del viversi in maniera più impersonale (di prima) è un aspetto fondamentale del cammino spirituale che corrisponde a quella <em>liberazione da se stessi</em> (quale definizione del Nirvana) di cui parla Taiten Guareschi nel capitolo che lo riguarda.<br />
Cinque o sei anni fa, un giorno in meditazione, ebbi la percezione fisica di aver “sgomberato” un corridoio che dal terz’occhio nel mezzo della fronte porta alla pineale al centro del cervello. “Sgomberato” è il solo verbo che mi sembrasse corretto per ciò che provavo: come se mi fossi liberata di un ammasso di mobili accatastati gli uni sugli altri in cantina (forse “solaio” è più corretto, dato che sto parlando della testa).<br />
Sul momento non riuscii a interpretare questa sensazione. Solo un anno più tardi, mentre ero al cinema con un’amica che di colpo era scoppiata a piangere, avendogliene io chiesta la ragione, lei mi rispose: “Il film mi ricorda il mio passato”. La parola “passato” mi colpì come un pugno e subito lo associai ai mobili accatastati e al loro “sgombero”. Meditare, praticare tutti quegli anni mi era anche servito a liberarmi del passato, del peso del passato o comunque a viverlo più impersonalmente, essendomi liberata della fissazione che ognuno ha nei confronti di se stesso.<br />
Ma vedi, anche questo concetto può essere veramente compreso solo da chi ne ha fatto l’esperienza. E viene frainteso da tutti gli altri. Tu prova a dire a qualcuno: “Mi sono liberato del passato”. Indignato, quel qualcuno ti giudicherebbe un barbaro senza cuore e potrebbe anche toglierti la sua amicizia.<br />
“Gom” tibetano per “meditare”, letteralmente vuol dire “fare esperienza”. Da quanto ho capito, in meditazione, mentre la vita passata ti scorre davanti agli occhi come in una moviola, riesci finalmente a decifrare e a dare il giusto nome a tutte quelle emozioni che ti avevano sopraffatto mentre, trafelata e con la lingua fuori, rincorrevi la vita tentando di non fartela sfuggire di mano. “Vita” che va sempre troppo in fretta perché uno riesca a starle dietro. L’ordine e questa inedita consapevolezza delle proprie passate e caotiche emozioni rende più liberi e leggeri.<br />
Ti cito dal capitolo su Elizabeth Bing: “Credo fermamente che raccontare un’esperienza significhi viverla pienamente, e che non viviamo davvero ciò che non riusciamo a raccontare”.<br />
Da ciò che ho appena scritto, risulta che scrivere possa essere considerato come un primo passo verso il meditare?<br />
Un ultimo accenno a spazio e tempo. La sensazione di “liberazione” alla quale ho accennato diverse volte può anche venire descritta come una sensazione di spazio interiore che si amplia all’infinito, con flessibilità e naturalezza, mentre prima, a volte, ci si poteva sentire quasi senza fiato e soffocati. Credo che questa differenza dipenda dall’aver abbassato le pretese e la petulanza dell’Ego.<br />
Sempre durante una seduta di meditazione, per pochi attimi, e per una decina di volte in vent’anni, ho vissuto, in diverse forme, un assoluto sconfinamento temporale che, ad esempio, mi riportava di colpo ai miei cinque anni. Non è che ricordassi un momento particolare di me che avevo cinque anni, <em>semplicemente tornavo lì, avevo di nuovo cinque anni,</em> scavalcando in un sol balzo (con degli stivali delle Sette Leghe), tutti quegli anni che mi separavano dai cinque anni di allora. Queste esperienze di pochi secondi ti regalano però un senso di meraviglia e di devozione infiniti e ti fanno pensare di aver “assaggiato” un attimo di eternità. Eternità, ovvero “assenza di tempo”.<br />
Secondo Einstein e la sua teoria della relatività, è la massa (la materia) a essere assoggettata alla legge del tempo.<br />
La mente (definita dai tibetani) “chiara limpida e senza forma”, non è materia, e come tale può sconfinare dalla linearità del tempo.<br />
Ecco. In definitiva, è come se tu abbia vissuto i Maestri in un modo e io in un altro, in maniera diversa. Dunque, è solo per questa ragione che non me la sento di fingere e di parlare del tuo libro &#8211; che trovo splendido – come se fossimo compagni di strada.<br />
Lo siamo, lo siamo stati per quanto riguarda la scrittura, da quando negli anni Settanta, tu ancora liceale venisti a trovare Spatola e me che facevamo la rivista di poesia Tam Tam a Mulino di Bazzano. Non ricordo se quella prima volta fosti solo o ci fosse anche Giorgio Messori. Ricordo che comunque siete stati da noi anche assieme, e con Daniele Benati. Ci siamo poi rivisti a Bologna, quando frequentavi l’università e condividevi un appartamento con Aldo Costa. Ci eravamo venuti con Corrado? Poi c’è sempre stata la tua generosità nei miei confronti: i tuoi inviti alle letture di poesia, a Parma per <em>Di versi in versi</em>, all’università di Ginevra e a Fidenza con Taiten Guareschi. Hai voluto che presentassi un tuo libro alla Mondadori qui a Milano e mi hai fatto collaborare all’<em>Unità.</em> Per tutto ciò io ti sono profondamente grata e l’attrazione che abbiamo da sempre, entrambi, per i giochi di parole e la magia della sincronicità ha agito da validissimo collante nella nostra amicizia e complicità anche se non ci siamo mai visti più di una volta all’anno o ogni due. Tu sei comunque, per me, un solido punto di riferimento.<br />
Ma so che la scrittura è ancora una ragione di vita per te, che non vi hai rinunciato e non saresti disposto a farlo. Questo è ciò che ora ci rende diversi e che mi impedisce di scrivere il testo che mi hai chiesto. Ti prego di scusarmi. E io ti invio i miei più affettuosi auguri per il nuovo anno e la nuova, “felice” uscita di Porte senza porta, tua Giulia.</p>
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		<title>Rewind: Beppe Sebaste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 10:00:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[beppe Sebaste]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di Beppe Sebaste Quando l’editore Luca Sossella mi ha chiesto di ripubblicare il “libro dei maestri”, contagiandomi col suo entusiasmo, ci ho messo un po’ ad acconsentire, ma lui conosce un sacco di trucchi filosofici e poetici per convincere gli altri. Poi mi sono venuti i dubbi. Non è un libro invecchiato? O troppo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/jardin.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-37473" title="jardin d'Iglès" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/jardin-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/jardin-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/jardin.jpg 768w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong> Beppe Sebaste</strong> <br />
Quando l’editore Luca Sossella mi ha chiesto di ripubblicare il “libro dei maestri”, contagiandomi col suo entusiasmo, ci ho messo un po’ ad acconsentire, ma lui conosce un sacco di trucchi filosofici e poetici per convincere gli altri. Poi mi sono venuti i dubbi. Non è un libro invecchiato? O troppo ingenuo? Interessa ancora a qualcuno l’idea del “maestro”? Non è troppo tardi (come prima era troppo presto)? Intendo, non è troppo tardi per coinvolgere persone ormai incallite nella loro solitudine, per distogliere lettori ormai perdutamente anarchici (quali, poi?) dalla frammentazione delle loro esperienze, in un mondo ormai privato di un senso narrativo dell’esistenza (ciò che chiamiamo precarietà)? Per non dire della moltitudine anestetizzata che vive l’illusione dell’eterno presente sul modello di una televisione sempre accesa.<br />
Siamo in un paese dove “pensare” o “contemplare” è sentito come sinonimo di “essere tristi”, dove il giudizio di valore (di qualità) è ovunque soppiantato dalla constatazione acritica del successo (di un libro, di un leader, perfino di un’idea), dove il lavoro intellettuale è il piú umiliato che ci sia, soprattutto quello degli insegnanti, e dove anche gli scrittori hanno interiorizzato i meccanismi e le retoriche del potere piú effimero e cieco invece di denunciare la colonizzazione della mente di cui siamo (tutti, nessuno escluso) vittime e conniventi.</p>
<p><span id="more-37469"></span><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/seba.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-37471" title="seba" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/seba-205x300.jpg" alt="" width="164" height="240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/seba-205x300.jpg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/seba.jpg 605w" sizes="(max-width: 164px) 100vw, 164px" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Appunto, è il momento giusto, mi ha ribadito Luca. Poi mi è venuto in mente che Luca Sossella,  che conobbi poeta a Bologna molti anni fa, è colui che accompagnò me e il mio  amico Giorgio  Messori in una cartoleria per comprare delle mappe, quando Giorgio e io  avevamo deciso di  andare da Bologna a Roma a piedi:  “I miei amici vorrebbero delle mappe   piú equivoche – disse Luca imperterrito al cartolaio – quelle con cui ci si può anche perdere, o che  portano da un’altra parte, o magari nessuna”. E questo, credo, spiega molte cose.<br />
Ho aggiunto in questa edizione altri testi, inediti e/o pubblicati in una versione ridotta, scritti in anni successivi alla prima uscita del libro. Li ho contrassegnati con una formula, Rewind, nel senso di un riavvolgere il nastro del tempo, di un ripensamento, un ricominciamento (quello che nella retorica – ironia del linguaggio – si chiama anche “catastrofe”). Alcuni Rewind sono posti in coda ai capitoli originali, quasi un aggiornamento; altri sono raggruppati in fondo al volume.<br />
Questo “libro” non è solo cartaceo, comprende anche i frammenti delle voci di Bruno Munari, Alessandro Fersen, Steve Paxton, Fausto Taiten Guareschi, Daniel de Montmollin (frère Daniel), Terry Riley&#8230;<br />
Cui si aggiungono altre voci. Nella primavera del 2004 feci infatti una trasmissione dal titolo Maestri su Radio3, una specie di replica Porte senza porta radiofonica, con altri interlocutori, del libro di sette anni prima. Riascoltarla mi ha fatto riscoprire l’ampiezza inesauribile di questo tema. Se ho resistito alla tentazione di inserire altri testi (incontri, ritratti, conversazioni con persone “straordinarie”, e che comunque hanno marcato la mia vita) è per coerenza con la definizione di “maestro” qui formulata (vedi Introduzione), ma anche verso una forma e un tono narrativi in cui è messa in gioco una parte di me, un vissuto, una testimonianza. E dove rispetto a un sapere e un far sapere prevale il raccontare. È anche un libro autobiografico, e forse per questo parla a tutti. Niente è piú comune di ciò che riteniamo intimo e personale, e niente è piú condiviso del disorientamento, del perdersi e ritrovarsi. Insisto da tempo sul valore della soggettività, su una plus-realtà delle enunciazioni in prima persona. Viceversa, ogni occultamento del proprio sguardo, la presunta obiettività, non è che una strategia retorica, o una forzatura sintattica. La verità o è situata e incarnata oppure non è.<br />
Dal 1997 (quando uscí la prima versione di questo libro) a oggi, questa disposizione diciamo filosofica mi si è ulteriormente accentuata, radicalizzandosi al punto che, come sul piano della conoscenza non ho nessuna difficoltà a riconoscere come evidenza descrittiva l’enunciato “non c’è un fuori testo” (“il n’y a pas de hors texte”, come ha scritto e pronunciato Jacques Derrida per la prima volta nel 1971), e che qualunque cosa diciamo o evochiamo o appunto scriviamo, esiste nel nostro dirla e scriverla, comprese le montagne e i bicchieri; allo stesso modo non c’è nulla fuori dall’io, e qualsiasi realtà o fantasma di realtà che evochiamo è dentro di noi. Dal santificato Agostino autore delle Confessioni, all’ateo Luciano Bianciardi autore de La vita agra, pare quindi che l’unica rivoluzione possibile sia in interiore homini. Lo penso anch’io. Ne parlo nell’ultimo capitolo extra del libro (Prendendo il tè con lo sciamano&#8230;), un racconto inedito, anzi in progress (lo sto ancora scrivendo e vivendo mentre concludo questa prefazione), l’ultimo azzardo e rischio di questo libro.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Prendendo il tè con lo sciamano.</strong> <br />
<em>La mia sit-com con Armando Albeldas (a work in progress)</em></p>
<p style="text-align: right;">«Quelle est votre ambition dans la vie?»<br />
«Devenir immortel, et puis mourir»</p>
<p style="text-align: right;">(A bout de souffle, Jean-Luc Godard)</p>
<p style="text-align: left;">Una volta ero molto arrabbiato con la new age, quel supermercato di libri colorati che offre soluzioni domestiche e facili a qualsiasi problema di disorientamento, di fallimento, di infelicità; poi mi sono accorto che non me ne importava, e anzi alcuni di quei libri mi davano simpatia. Ne ho anche sfogliato qualcuno: sono quasi tutti americani, e li si riconosce perché ogni autore dichiara che è diventato ricco col metodo che sta per promuovere, di avere una o due Ferrari, e soprattutto di essere stato obeso e avere perso almeno trenta chili. Il tono generale è quello di chi, dopo un lungo tentennamento, decide di rivelarti (a te, solo a te) i numeri del Lotto. Finché me n’è capitato uno che mi ha interessato abbastanza da leggerlo fino alla fine, o quasi.<br />
Racconta di un soave psichiatra hawaiiano il cui metodo per guarire i pazienti sembra una radicalizzazione pragmatica dell’etica di Levinas: sono “io” a essere responsabile dell’altro, di ogni pena di cui soffra l’altro, di ogni altro che abbia attraversato la mia sfera di coscienza, di ogni essere di cui, nella mia vita, io sia anche casualmente divenuto consapevole. Sono “io” che devo emendare me stesso delle colpe dell’altro, che soffro le sofferenze di ogni altro, e devo curarmi e ripulirmi: solo in questo modo potrò curare e guarire gli altri. “Si è responsabili al 100%, qualsiasi cosa è dentro di sé, nulla è fuori di sé”. Come psichiatra, il lavoro di questo misterioso dr. Ihaleakala Hew Len fu guarire se stesso dai programmi che vedeva e apprendeva nei suoi pazienti, senza nemmeno bisogno di visitarli. Guarí e fece dimettere l’intera popolazione di un manicomio criminale con questo metodo terapeutico. Sostiene che quando i “ricordi” (ogni sofferenza è un ricordo, un “pianto già pianto”, dice citando Shakespeare, Sonetto XXX), vengono cancellati nel terapeuta, essi vengono cancellati anche nei pazienti. <del datetime="2010-12-12T08:02:45+00:00"><em>“Non importa quello che dite o fate, basta che continuate ad amare la persona che avete di fronte”.</em></del><del datetime="2010-12-12T08:02:45+00:00"></del><br />
Tra le frasi di Hew Len ho anche annotato: “Qui sulla Terra il mio lavoro è duplice. Il primo è fare ammenda. Il secondo è risvegliare la gente che potrebbe essere addormentata. Quasi tutti sono addormentati! Il solo modo per risvegliarli è lavorare su me stesso”. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>#</strong></p>
<p>La cosa che piú mi colpí la prima volta che lo vidi fu il suo aspetto dandy di simpatico imbroglione napoletano, il tipo che immagini magari di incontrare in un posto come Miami Beach, salvo scoprire che aveva vissuto proprio a Miami ed era cresciuto a Napoli. Era senza età, pantaloni bianchi e camicia hawaiiana, catene e ciondoli appesi al collo e un mazzo di chiavi che si trascinava appresso come il guinzaglio di un cane invisibile. I capelli gli cadevano un po’ lunghi dandogli un aspetto fuori moda, e una certa somiglianza col David Carradine di Kill Bill, ma in versione dolce e con gli occhiali. (&#8230;) Non era mai a disagio. Sembrava al contrario perfettamente al suo posto in ogni circostanza.</p>
<p>In realtà viveva nella quiete – non c’è parola migliore per dirlo. Non beveva vino, non aveva mai bevuto nessun alcolico. In compenso in passato, quando era un uomo ricco e di successo e in preda a un delirio di onnipotenza, tra le tante escalation aveva abusato di droghe al punto che il cuore gli sarebbe dovuto scoppiare da un pezzo (glielo disse un medico americano che non credeva ai suoi occhi, aggiungendo due cose: la prima che avrebbe dovuto essere morto in seguito ai suoi abusi; la seconda che, poiché era vivo, avrebbe dovuto seriamente – e qui il tono di voce del medico lo immagino tra il severo e l’ispirato – capire perché, per quale miracolo). Il che corrisponde alla biografia classica degli sciamani, che attraversano una profonda crisi psicofisica o una malattia. La sua vita ebbe di fatto una conversione quasi radicale. Gli speciali doni o facoltà che già aveva (sfruttati e manipolati a sua insaputa, fin da giovanissimo, da istituzioni “scientifiche” riconducibili allo spionaggio psichico, usando la visione a distanza), e di cui non si era mai voluto rendere davvero conto, emersero con prepotenza quando qualcosa si ruppe nel suo equilibrio e nella sua vita. Oppure qualcosa si ruppe proprio per favorire l’accettazione delle sue facoltà, e per gestirle iniziò a canalizzarle in senso “spirituale”. In una parola, dopo ripetute e confermate disavventure, si scoprí sciamano. Sciamano “di mente”, per essere precisi. Per coronare questa carriera, che lo volesse o meno, divenne povero. Lasciò il giro di clienti miliardari e il grande studio di architetto a Miami. Persa o dismessa l’arroganza, la sua autoeducazione fu sperimentale e alla cieca. Scoprí che aiutare gli altri era il modo migliore di aiutare se stesso. Apprese e cominciò a insegnare tecniche di guarigione e autoconsapevolezza che un po’ mascherassero le sue doti miracolose. Maestro di miracoli – cosí lo si potrebbe definire: che insegna che nulla è piú ordinario e normale dei miracoli, che sono il proprio della condizione umana.</p>
<p>(&#8230;) Aggiungo, per completezza, che Armando (questo il suo nome), nonostante le sue svariate conoscenze non è un intellettuale, non si intende di letteratura né di filosofia, non ama neanche il cinema che piace a me, i suoi gusti sono molto distanti dai miei, tranne il senso dell’umorismo. E credo che il primo insegnamento che gli devo sia questo, accettare che gli altri siano diversi da me. La sera del nostro primo incontro l’inevitabile competitività (questo almeno temeva l’amica che ci aveva presentati) cedette subito al desiderio di conoscerlo e ascoltarlo. Mi era stato presentato come un esperto di fantasmi, in grado di vederli e di parlare con loro, ma anche qualcuno alle prese con non ben precisate pratiche spirituali. Io ero lo scrittore da tempo impegnato in un romanzo che ruota intorno al concetto multiplo di “fantasma” (un horror filosofico), ma anche l’amico che aveva fatto anni prima un libro sui maestri. Avevamo le stesse chances di piacerci come di detestarci. Ma la conversazione fu da subito agevole e allegra. Alla fine della cena mi ero abituato a come il suo volto, piú ancora della voce, fosse cangiante, di come potesse progressivamente e alternatamente espandersi e tornare normale, acquistando una luminosità, una luce che non veniva da fuori (questa era la cosa strana e commovente) ma da dentro. Il mutare del volto corrispondeva agli stati di coscienza che poteva alternare anche solo stando a tavola.</p>
<p>Come se comunicando, con o senza le parole, aprisse degli iperlink percettivi nel flusso stesso della comunicazione, degli approfondimenti. Mi insegnò subito il test muscolare con le dita della mano (variante di quello praticato ad esempio in kinesiterapia): a seconda della tenuta o del cedimento della forza ogni enunciazione (possibilmente su di sé, non sul mondo) è vera o falsa. Misura quindi la forza delle nostre convinzioni, spesso sorprendenti per noi stessi. Ciò che per lui è anche la base (attraverso un processo di “scavo” sulle credenze radicate) di una cura e trattamento per gli altri.</p>
<p>Era estate, all’inizio di questa storia, in una città quasi vuota. Ci rivedemmo già l’indomani. Una settimana dopo invitavo un’amica a venire a casa mia, circondata di alberi e cicale, con queste parole: “Sono a Roma, non ho un soldo per andare in vacanza e mille motivi di insoddisfazione. Mai stato cosí contento, però. Ho un nuovo amico, uno sciamano che mi sta mostrando vie incredibili e semplici per parlare con l’Universo, e per curare ogni cosa. Ogni cosa.”</p>
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