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	<title>ilva taranto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Acqua, minerale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2022 06:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[ilva taranto]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Saverio Marziliano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Saverio Marziliano</strong> <br />
"Si chiedeva quanti e quali fossero i motivi di chi era partito, il loro stato d’animo, i sogni, le speranze e le aspettative. Sarebbero tornati? Il mondo che avevano trovato fuori dalla città era come immaginavano?"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-100707" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/taranto.jpg" alt="" width="1024" height="596" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/taranto.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/taranto-300x175.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/taranto-768x447.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/taranto-150x87.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/taranto-696x405.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/taranto-722x420.jpg 722w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Saverio Marziliano</strong></p>
<p>Erano i primi giorni di giugno e verso sera l’aria iniziava a diventare molto calda e umida. Per sopperire alla calura, in realtà più per abitudinaria tradizione che per effettivo beneficio, alcune famiglie e molti anziani cercavano refrigerio sedendosi all’aperto davanti ai vari portoni d’ingresso dei palazzi e lungo i marciapiedi. Nei suoi ricordi d’infanzia Aldo ricordava lunghe serate trascorse tra folti gruppi di anziani e genitori stanchi intenti a vegliare distrattamente sui bambini che giocavano accanto mentre intorno infuriavano le discussioni sull’attualità o su erronee rievocazioni di eventi del passato.</p>
<p>Per un forestiero che fosse appena arrivato, osservare i gruppi di famiglie assiepate avrebbe costituito una buona approssimazione dei legami che intercorrevano tra le famiglie del quartiere e, in una qualche misura, anche della città. Mentre attraversava la via principale che divideva il quartiere dalla stazione notò qualche sparuta sedia vuota davanti a delle aiuole, mentre un anziano signore in bermuda e calzettoni compressivi tesi fino al ginocchio sonnecchiava sull’uscio di un villino sotto lo sguardo distratto della sua badante intenta a scorrere gli aggiornamenti sullo smartphone. Dalle poche finestre aperte si udivano suoni di stoviglie e TV accese; pensò che le altre fossero chiuse per evitare che il caldo potesse intaccare il microclima da condizionatore di quei miniappartamenti, per lo meno a giudicare dalle luci accese e dalle decine di motori esterni per condizionatori che donavano un tocco di contemporaneità alle anonime facciate pallide dei numerosi palazzi che si susseguivano lungo la via, stinte da anni di lenta esposizione al sole feroce della canicola. Pensò che forse fosse quello il motivo per cui la strada gli sembrò più silenziosa, vuota e desolata di come la ricordasse. Era però questione di qualche settimana e poi il quartiere si sarebbe temporaneamente ripopolato per l’estate. Lungo il tragitto per raggiungere la collinetta posta alla fine dello stradone, ripensava a quelle parole che aveva ascoltato la sera prima. Non era la prima volta che assisteva a un dibattito pubblico a scuola o in città, anche se a casa e tra i parenti si cercava sempre più spesso di schivare questi argomenti, non tanto per evitare di rovinare l’atmosfera quanto per non riaprire fratture mai del tutto sanate. Il discorso dell’anziano professore lo aveva però colpito e non riusciva a capire bene perché. In quel contesto ci era nato e ci viveva, eppure sebbene lo sentisse proprio continuava a trattarlo come un corpo estraneo, un altrove dove ogni tanto gli toccava approdare per poi ripartire verso paradisi artificiali che gli consentissero di affrancarsene. Quelle frasi però avevano smosso qualcosa di diverso dentro di lui. Per la prima volta ebbe la sensazione che qualcuno fosse riuscito ad esprimere con le parole quel mondo che da sempre sentiva di avere dentro, ma a cui non era mai riuscito a dare forma.</p>
<p>Questo era il primo anno che era rimasto sostanzialmente solo. Pisa, Milano, Roma, Firenze, perfino Trento, erano solo alcune delle città dove i suoi amici si erano trasferiti per studiare o lavorare. Tra meno di un mese li avrebbe finalmente rivisti. Era felice, certo, ma anche un po’ confuso. Per schiarirsi le idee aveva quindi deciso di uscire per una breve passeggiata e si era diretto verso la collinetta al termine del quartiere. Superato il parcheggio del discount market e arrivato ai piedi della montagnola aveva dunque percorso i duecento scalini due alla volta per arrivare allo spiazzo in cima e lì si era seduto sull’unica panchina rimasta ancora a presidiare la fortezza. Era ormai notte, eppure il cielo sembrava illuminato quasi a giorno dalla solita luce rossastra per lui ormai familiare. Sebbene non molto alto, quello era un punto di osservazione privilegiato sul golfo e la città; da lì, anche a occhi chiusi, sarebbe riuscito a indicare con estrema precisione dove si trovavano il mare, la città vecchia, l’antica acropoli cittadina, il porto. E la fabbrica.</p>
<p>A guardare quel moloch dall’alto sulle mappe satellitari si aveva l’impressione che il satellite avesse avuto qualche problema di messa a fuoco o anomalia nella trasmissione dei dati. Infatti, accanto alle immagini nitide del mare, dei palazzi e degli sconfinati appezzamenti di terreno frammentati in tanti piccoli pixel di vari colori a seconda della messa in coltura, ad un certo punto compariva un alone rossastro tendente all’amaranto scuro. Era la fabbrica, con i suoi parchi minerari en plein air. Il passato e il presente della città. Di recente, a custodia di quell’enorme polmone collassato color amaranto erano stati posti però due enormi sarcofagi bianchi che dopo meno di un anno dall’inaugurazione avevano già assunto un timido color nicotina. Suo padre, operaio in pensione che aveva lavorato nell’arsenale militare della città, diceva invece che visto così dall’alto il parco minerario gli sembrava un enorme bacino di carenaggio. Vista così di notte, racchiusa tra gli uliveti e gli agrumeti a nord-ovest, il mare ai suoi piedi e le luci della città che si confondevano con il cielo stellato velato dal fumo notturno delle ciminiere e dal bagliore delle luci di segnalazione poste su di esse, si sentì come un astronomo davanti a un buco nero; un’enorme massa dotata di un campo gravitazionale così violento da attrarre a sé qualsiasi elemento circostante. Si accese una sigaretta e davanti a quella vista pensò ai suoi amici e a chi come loro era partito anni addietro e sarebbe tornato a breve per le vacanze. Non si trattava dell’unica città a vivere quella diaspora e lui certamente non era l’unico ad affrontarne le dirette conseguenze sulla sua pelle. Pensò ai famigliari di chi era andato via, che restavano in città, e ai tantissimi volti giovani e adulti che vedeva sciamare per le vie del centro a Natale, Pasqua ed agosto e su cui non si era mai soffermato finché a quei visi sconosciuti non si erano uniti quelli dei suoi amici. Si chiedeva quanti e quali fossero i motivi di chi era partito, il loro stato d’animo, i sogni, le speranze e le aspettative. Sarebbero tornati? Il mondo che avevano trovato fuori dalla città era come immaginavano? Si guardavano mai indietro? E cosa vedevano? Chi e cosa trovavano quando tornavano? Chi decideva di restare lo faceva perché sceglieva di non partire o perché non aveva scelta? Aldo su questo non aveva dubbi, se avesse potuto decidere sarebbe partito anche lui. I suoi amici gli ripetevano che a vent’anni per loro il viaggio era aprirsi al mondo, ma anche alla scoperta di sé. Vero, pensò, ma forse per chi restava era più difficile affrontare se stessi, o per lo meno così era stato per lui da quando era rimasto solo in città. Fece un ultimo tiro alla sigaretta, ripensò alle parole dell’anziano professore, ai suoi amici, alla sua condizione e a quella di chi era partito e di chi restava a casa in attesa. Si alzò, lanciò lontano nel buio il mozzicone della sigaretta, poi si voltò ancora una volta a guardare il mare e la fabbrica, smisurato fenomeno collettivo che incombeva sulla città e aggregava ogni storia individuale, i palazzi, gli appartamenti, i villini, le luci e i lampioni che di notte rischiaravano il cielo e accarezzavano le acque del golfo. C’era ancora tempo per invertire la rotta o era ormai troppo tardi?</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>L&#8217;inferno di Taranto e di Genova</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/28/linferno-di-taranto-e-genova/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Sep 2021 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Cosimo Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[ilva taranto]]></category>
		<category><![CDATA[Minumum Fax]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Orso Tosco]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Cosimo Argentina</strong> e <strong>Orso Tosco</strong> <br />(C. A. parla della genesi di Umè, e O. T. di quella di Bestïn, i due reportage letterari dedicati rispettivamente all'incidente dell'Ilva di Taranto e al crollo del Ponte Morandi di Genova]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Cosimo Argentina</strong> e <strong>Orso Tosco</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-93078" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-300x428.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1-294x420.jpg 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788833892894_0_536_0_75-1.jpg 536w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a>(C. A. ha accettato di parlare della genesi di &#8220;Umè&#8221;, e O. T. di quella di &#8220;Bestïn&#8221;, i due reportage letterari dedicati rispettivamente all&#8217;incidente dell&#8217;Ilva di Taranto e al crollo del Ponte Morandi di Genova, riuniti nel volume &#8220;Dall&#8217;Inferno&#8221;, pubblicato questo mese da Minimum Fax)</em></p>
<p>Forse era la fine del 2016 oppure erano gli inizi del 2017. Ho scritto questo romanzo breve, Umè, con il titolo provvisorio di Alle teste di ferro. Il titolo provvisorio derivava da un gioco sinistro che facevamo da ragazzi, lì, nel quartiere, a Taranto. Se ad esempio ci trovavamo in gruppo, in uno sterrato, a un certo punto uno di noi afferrava un masso e lo lanciava in aria urlando “all’ cap’ d’ firr’” e tutti dovevano spostarsi in velocità per non prendere in testa il masso in ricaduta. Insomma, quel ricordo mi aveva fatto riflettere sulla condizione della mia città. A turno un po’ tutti hanno lanciato un masso in aria e non sempre i tarantini sono riusciti a spostarsi in tempo. Quindi scrissi il romanzo breve: 50 cartelle. Non doveva essere un’opera lunga, né brevissima, non un racconto, insomma. L’ispirazione questa volta veniva dalla pittura e non da romanzi dei grandi carnivori del passato (perché c’è sempre un romanzo ispiratore o un film). I quadri di Munch. I quadri tormentati di Van Gogh. Quelli feroci di Francis Bacon. Umè è venuto fuori come un urlo. Umè significa “il maestro”, ‘u mestr’, umè. È un richiamo. Se uno vuol richiamare qualcuno urla umè! Ce cazz’ ste face? Ho buttato giù le parole in uno stile espressionista. Ho dilatato ogni singolo cingolo della struttura narrativa e della fabbrica. Ne è venuta fuori una distopia in parte allucinata in parte fedele alla tribù alla quale appartengo.<br />
Per la trama non ho avuto dubbi: non c’era e non doveva esserci. Semplicemente un uomo si presenta a uno degli ingressi per fare affiancamento nel suo primo turno di lavoro. È notte. Piove. E c’è stato un incidente forse mortale. L’uomo si muove in una fabbrica grande come una città di 350mila abitanti. Sembra girovagare a vuoto, ma in realtà sta compiendo un vero e proprio tour simbolico. Il siderurgico si mostra a lui sollevando i vestiti e mostrandogli le interiora.<br />
Una volta finito di scrivere lo lasciai in un file del pc. Lo ritenevo ostico e di difficile pubblicazione. Poi la telefonata di De Gennaro che mi parlava di un’idea: unire due autori e far scrivere loro su due città che avevano subito ferite dolorose. Avevano pensato a Taranto per l’Ilva e a Genova per il ponte Morandi. Per Genova avevano pensato a un giovane autore che si era messo in luce con il romanzo Aspettando i naufraghi: Orso Tosco.<br />
“Tu te la sentiresti di scrivere qualcosa del genere?”<br />
“Sì. Ho giusto un lavoro che potrebbe essere utile”.<br />
“Bene”.<br />
Da allora sono passati quasi due anni e quando ci siamo risentiti avevo messo mano al testo snellendolo senza sacrificare le parti vitali della storia. E rileggendolo mi sembrava buono, ma ancora un tantino ostico. Lo slang, l’ambientazione, l’assenza di storie d’amore all’interno, il sapore della pioggia acida dalla prima all’ultima pagina, la lotta per la sopravvivenza mi sembravano ingredienti troppo duri da digerire. Ma c’era il risvolto civile. Per una volta rileggendo un mio scritto avevo pensato di essere andato oltre la storia pura e semplice.<br />
Insomma, forse uno scrittore oltre a intrattenere la gente, i lettori, ha anche un compito: sputargli in faccia alcune realtà, sebbene deformate e ritorte dalla propria penna, che la letteratura ha la libertà di poter esibire.</p>
<p>Cosimo Argentina</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal 2006 al 2015 ho vissuto a Londra. E la mia vita londinese era composta da pochi punti fissi, o nuclei centrali, o gnommeri, che al loro interno contenevano altre piccole azioni: c’era il lavoro &#8211; facevo il guardiano in un museo &#8211; e trattandosi di un mestiere per cui è sufficiente essere vivi e in orario, nelle ore che mi separavano dalla libertà, leggevo e scrivevo, e nelle postazione meno visibili, e dotate di uno sgabello, ne approfittavo per riprendermi un po’ del sonno che mi ero rubato da solo a causa dell’altro nucleo quotidiano, il bere: che al suo interno, come ogni sinfonia che si rispetti, conteneva vari movimenti: l’allegro era rappresentato dai pub, chiassosi, caldi, densissimi; l’adagio erano le birre sul canale, con le loro grafiche raffiguranti danzatori polacchi stilizzati, oppure api, goblin ghignanti; il minuetto erano invece le bottiglie di vino cileno delle festicciole casalinghe, le infinite bottiglie dentro le quali osservavo galleggiare sorridenti amici e amiche, fidanzate e quasi fidanzate, in attesa del finale, che generalmente coincideva con una successione piuttosto sghemba di piccoli disastri quotidiani che forse avevano anche un nome, ma non nella mia lingua dell’epoca.<br />
Però, di tanto in tanto, per rifiatare, mi concedevo lunghe passeggiate. E durante queste passeggiate perdevo ore e ore dentro ogni tipo di negozietto di seconda mano in cui mi imbattevo. Fu in uno di questi negozi, credo fosse l’Oxfahm in Kingsland road, che mi capitò in mano un libro di Cosimo Argentina. Io Cosimo non l’avevo mai sentito nominare. Inizia a sfogliarlo per pura pigrizia, avevo mal di testa ed era l’unico libro nella mia lingua madre. Poche righe dopo mi accorsi di essermi fregato con le mie stesse mani: basta camminata senza una meta, basta gironzolare a caso, avevo soltanto voglia di trovarmi una sedia o una panca, e di starmene a leggere. C’era infatti qualcosa in quella scrittura che mi impediva non soltanto di lasciare lì quel libro, di riporlo in mezzo ai suoi amici anglofoni, ma anche di smettere di leggere. La letteratura di Cosimo è priva di quelle pose o civetterie inutili che spesso danneggiano anche i bravi scrittori, quando si compiacciono troppo, quando hanno lo specchio troppo vicino alla tastiera del computer.<br />
Questo per dire che quando mi è stato proposto di partecipare a questo libro a due teste, “Dall’inferno” e che il mio compagno di viaggio sarebbe stato proprio Cosimo, ho avvertito da subito l’esigenza di giocare pulito. Si potrebbe dire, di giocare pulito nello sporco. Non volevo e non potevo permettermi scorciatoie, o trucchetti. Per rispetto nei confronti di un certo tipo di letteratura, e per rispetto nei confronti di un tema come quello della tragedia del Ponte Morandi a Genova. Mi è venuto in soccorso Orazio Lobo, il protagonista della mia storia, con la sua coerenza di acciaio matto, e con le sue regole assurde e ferree come quelle dei bambini che giocano senza giochi.<br />
Il gioco e la morte, l’ambizione e il crollo, le voci e le visioni, sono i tasselli che legano la mia storia e quella di Cosimo, come una striscia di corallo che da Taranto disegna una splendida cicatrice fino a Genova, e forse, anche oltre.</p>
<p>Orso Tosco</p>
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		<title>narrazione del posto di lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Aug 2008 05:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio La dismissione di Ermanno Rea e Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati sono due romanzi assai distanti ma accomunati da una miriade di particolari. Quasi i fili con i quali sono tessuti provengano dalla medesima fabbrica. Fabbrica è un buon termine per cominciare questo discorso. La dismissione e Vita precaria [&#8230;]]]></description>
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<p><strong>di Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>La dismissione</em> di Ermanno Rea e <em>Vita precaria e amore eterno</em> di Mario Desiati sono due romanzi assai distanti ma accomunati da una miriade di particolari. Quasi i fili con i quali sono tessuti provengano dalla medesima fabbrica. Fabbrica è un buon termine per cominciare questo discorso. <em>La dismissione</em> e <em>Vita precaria e amore eterno</em> sono romanzi successivi al duemilauno, al crollo di quelle enormi meridiane segnatempo che sono diventate, nel vissuto collettivo, le torri gemelle. Finito l’intervallo delle certezze, del lavoro, delle misure. Se questi romanzi fossero temporalmente distanti, se parlassi di Dickens e Desiati o di Dickens e Rea non mi meraviglierei delle differenze di linguaggio, delle flessioni della grammatica e della lingua attraverso secoli e accadimenti.  E invece al centro de <em>La dismissione</em> così come al centro di <em>Vita precaria e amore eterno</em> ci sono un uomo, un lavoro, un rapporto d’amore e un tradimento più pensato che attuato.</p>
<p>In mezzo a tante collimazioni tuttavia, stessi ingredienti, quasi stessi esiti, sta la differente generazione degli autori. Sembra una notazione di colore, quasi fastidiosamente leziosa. Rea è un uomo del millenovecentoventisette, Desiati del millenovecentosettantasette. Cinquant’anni. Questa differenza, ripeto, così poco letteraria rispetto ai temi e alla condivisione di un italiano evocativo (anche se Desiati ha dalla sua un disincanto documentaristico che non appartiene alla penna etica di Rea) fa sì che due romanzi, sulla carta simili, risultino alieni l&#8217;uno all&#8217;altro, spiega perché tra essi si slarghi un abisso. <em>Non c’è epopea che non reclami un tragico tributo.<br />
<span id="more-7620"></span><br />
</em><em>La dismissione</em> è un romanzo nel quale sono identificabili, senza voler esprimere giudizio alcuno sulla forma o sui ritmi narrativi, le idee di questione e ammortizzatori sociali, di classe operaia, di industrializzazione e di bene collettivo. Dove l’intelligenza e le capacità sono prerequisito netto per gli avanzamenti di carriera e per l’attribuzione di corrispettivi consoni alle competenze. <em>Al mondo si può fare sempre qualcosa di più per risolvere un problema tecnico. Questione di tempo, di ostinazione e di talento: quante matasse impossibili non sono state sciolte da questa magnifica trinità?</em>. <em>La dismissione</em> è, in questa misura, un romanzo ottimista, addirittura umano giacché tentenna ma non rinuncia alla fiducia nell’uomo. Come singolo e come categoria. <em>La dismissione</em> è ancora progettuale, gestibile, contestualizzabile in parole come dolore, tragedia, sforzo, fatica, compito assegnato, lotta, speranza collettiva.<br />
In <em>Vita precaria e amore eterno</em> non c’è nulla che coinvolga generali astratti di enorme o modesta entità, non ci sono categorie in cui si possa identificare la maggior parte di bene o un <em>picciol pertugio</em> di male o viceversa, non ci sono idoli e nemmeno perdita di ideali. Solo incertezze, frammentazione, precarietà ed espiazione e non c’è neppure epica. Né nella narrazione, né nei fatti, né nei toni.<br />
<em>La dismissione</em> mantiene le unità aristoteliche di tempo, luogo e spazio. E ha parole proprie e specifiche. Corrado Stajano ha scritto sul Corriere della Sera <em>La dismissione è una radiografia della vita e della morte</em>, io leggo <em>Fu più o meno a questo punto che sulla folla, dabbasso, cominciarono a piovere le note (quasi rabbiose, quasi dolenti, quasi disperate) dell’Internazionale cantate da un solitario misterioso sassofono. (…) eccolo l’uomo che suona l’Internazionale; il suo sassofono si staglia argenteo contro il cielo scuro. Eccolo, lassù, in cima al laminatoio, lo vedi? (…) Sul terrazzo del treno a nastri una macchina da presa continuò a filmare, fino all’ultimo, ogni nostro gesto, a rubarci tutti i nostri turbamenti. Quanto all’uomo col sassofono andò avanti a lungo. Sempre con quel motivo, con quelle stesse note secche e straziate: “compagni, avanti il gran partito, noi siamo dei lavoratori/ rosso in petto un fiore c’è fiorito/ e una fede c’è nata in cuor…”</em>. Fiducia, toni roboanti, unità aristoteliche sono tutte caratteristiche di una grande epica popolare, penso a Rea quanto alla dismissione della classe contadina in Novecento di Bertolucci. Il popolo di questa specifica dismissione sono gli operai dell’Ilva di Bagnoli, raccontati nel dialogo tra Vincenzo Buonocore, operaio specializzato con titolo di ingegnere guadagnato sul campo, e il resto. Degli uomini e dei fatti. Vincenzo Buonocore è un puro, un pezzo meccanico scelto e necessario all’ingranaggio di questo libro. È quello che trasfigura le macchine per se stesso e gli altri, in amici e quasi confidenti. <em>Non sempre riuscivo a centrare il bersaglio. Poiché il palo scorreva su un altro palo sistemato a croce, bastava un piccolo intoppo, una oscillazione da niente a far andare a vuoto il tentativo. Allora scappavano le prime parole. E poiché una parola tira l’altra, ecco che le parole diventano mille, diecimila, tutto un lungo e complicato discorso. Diretto al palo collocato di traverso, oppure a quello armato in punta di scaricatore; oppure al buco della siviera; o infine alla siviera stessa. Tante parole. E non soltanto per protestare. Si parla anche per blandire, per offrire la propria amicizia, per muovere a compassione. Chi dice che una macchina non possa mostrarsi nei nostri confronti anche compassionevole?</em>.</p>
<p>Ne <em>La dismissione</em> leggo ancora <em>Ti chiedo: sai che cosa significa una fabbrica violata, devastata, sviscerata, demolita al trenta e mezzo per cento del totale? (…) Ti confesso che non è facile per me adesso ricostruire in maniera minuziosa come andarono le cose. mi manca la successione dei fatti: non so più in che ordine si svolsero, come se l’emozione, la dinamite, il grande bum!, avessero mandato in frantumi anche la mia memoria, lasciandomi tanti frammenti di ricordi separati. (…) Mancano sessanta secondi. Arriva il secondo colpo di sirena: breve, tagliente. Sussultiamo tutti, salvo ricomporci subito nel nostro stato di attesa. Meno venti… meno dieci… meno cinque… quattro, tre, due, uno… La torre vacilla per un attimo come un ubriaco. (…) Poi crolla: un tonfo sordo che è soltanto il prolungamento del boato prodotto dalla dinamite</em>.</p>
<p>Per converso in <em>Vita precaria e amore eterno</em>, <em>C’è in Italia questa psicosi che qualche arabo se ne vada in giro con una bella chinata di tritolo su per il culo e si faccia sbudellare in nome di Allah, Osama Bin Laden e compagnia turbante. Nessuno sospetta che lo stesso desiderio di questi arabi scoppianti sia molto vicino all’odio di Poldo e del sottoscritto. Tutti stanno attenti con gli occhi ben spalancati quando uno di questi tipi con la barba lunga mette piede dentro la metro. Ma nessuno sa che Poldo e io, senza i soldi e inseguiti dai creditori, le bollette non pagate, i supermercati svaligiati, ci immoleremo contro i nostri nemici. Immaginavo il mio call center che fumava come un bel pollo allo spiedo con le strisce di vapore che salivano verso il cielo e verso la consunzione. (…) Odio quei bastardi che acquistano potere e lusso perché licenziano la gente. Odio quella melma marcia che scrive i contratti capestro, che non paga stipendi decenti e nemmeno una tassa. Ti odio tutor dalla cravatta scoppiata ritto con il petto impallato, preparati alla fine. Ti voglio vedere crepare nel dolore. Salta in aria agenzia telefonica strillano le news…</em></p>
<p>L’utilizzo della dinamite, attivo in entrambi casi per lo smantellamento di un posto di lavoro, che comunque è un posto di sostentamento, è assai diverso. La rabbia di Martino Bux in <em>Vita Precaria e amore eterno</em> sostitusce la dismissione di Vincenzo Buonocore.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/ilva-2_1_-28920.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-7622" title="ilva-2_1_-28920 taranto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/ilva-2_1_-28920-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" /></a></p>
<p>Mario Desiati appartiene a quella generazione, che è pure la mia, e la cui specialità, il cui limite e cesello, è quello di ricomporre puzzles disfatti da altri. Anche quando le scomposizioni, gli smembramenti, le dismissioni sono attuate con le migliori intenzioni. <em>La retorica ci vuole ad adorare e mitizzare gli scioperi, le manifestazioni di cinquantenni impettiti e saltellanti con bandiere rosse e straccetti al collo, urlanti a favore di questo o quel sindacato. Di solito questi tizi si mettono in coda a un vecchio smunto, incapace di intendere e volere, ridotto dall’età e dagli acciacchi a un manichino con tutti gli orpelli e i fazzoletti dei partigiani; come un pupazzo lo spingono nella folla mentre lui, sempre più debole, barcolla, gridano i loro slogan inutili per poi andare a ritirare il loro assegno garantito. Il fine è sempre lo stesso. La loro pensione e i loro ottocento euro al mese che non vedrò mai. E mentre cresciamo in una spazzatura senza diritti, contributi e assicurazioni, ci costruiamo un futuro assicurato: la guerra civile. Guerra, guerra, guerra civile. Sarà una guerra terribile, tra straccioni e dobloni. Sarà un inferno di fuoco e crudeltà. Ognuno a caccia di uno spazio per la propria dignitosa esistenza. Per permettersi un brandello di consumistico gaudio</em>.</p>
<p>Ne <em>La dismissione</em> invece <em>E tuttavia mentirei se dicessi di non aver condiviso a mia volta, e di non condividere tuttora, il mito dell’acciaieria e perfino un po’ della sua mistica, della sua retorica. A modo mio, certo. Contemporaneamente ai gusti del mio tempo, della cultura del mio tempo. Il che, credimi, non fa alcuna differenza dal punto di vista dei sentimenti e del senso di appartenenza. L’Ilva che scompare è una dissolvenza che non soltanto mi riguarda ma mi comprende. Dobbiamo imparare a dimettere innanzi tutto noi stessi dissi un giorno di particolare malumore (…). Distruggere all’improvviso una fabbrica può essere anche una operazione semplice. Distruggere di colpo una civiltà, una cultura, una forma mentis è un altro paio di maniche</em>. E ancora <em>Prima di essere rasa al suolo nella realtà l’Ilva è stata insomma eliminata un’infinità di volte nella finzione della fantasia, tanto che per moltissima gente la dismissione sarà ricordata come una sorta di tenebrosa ginnastica mentale durata abbastanza a lungo per diventare nevrosi collettiva</em>.</p>
<p>Da Salvatore Stajano [<em>Dalla parte giusta. Un comunista tra sindacato e partito</em>, Fata Morgana, 2006] leggo <em>Cari compagni, con le urla e i fischi non si vince. Si vince con l’unità di tutti. (…) Voi uscirete di qui con una sola linea, quella della non contrapposizione con quanti non la pensano come voi. (…) Sarebbe una tragedia e una sicura sconfitta</em>.</p>
<p><em>Vita precaria e amore eterno</em> è zeppo di fatti e considerazioni con al centro una storia d’amore struggente e malinconica. Come tutte le storie a distanza. Come tutte le distanze che sembrano incolmabili e se non lo sono lo diventano. Perché c’è il tempo e i fatti e l’incapacità e il gesto ritratto e il caso e Mario Desiati che è uno scrittore di ambientazioni e di sfondi e che in mezzo a invettive ha boccioli di prosa. <em>Baci che danno sonno</em>, il titolo stesso, <em>le perle di acqua salata schiacciate tra il pollice e l’indice</em>, drugstore perpetui, altro. Scrive del tono dissonante della piccineria quotidiana, del malumore generazionale, della classe e <em>della trasformazione del tuo amato e odiato paese in un grande cinema tridimensionale</em>, della protesta, costruisce un personaggio irritante, pusillanime e senza assoluzione. <em>Vita precaria e amore eterno</em> è un romanzo senza clemenza, come il mondo che descrive, dove i visionari perdono se non la vita almeno una casa. <em>Tutto è insondabile, ma per un solo attimo, un attimo immenso riesci a vedere tutto quello che le loro menti proiettano. In questo stesso attimo che non finisce mai un forte bagliore ti toglie la vista. Le sfere affettive, le bugie, le paure, le bollette da pagare restano in sospeso</em>.</p>
<p>Il prossimo libro di Desiati, <em>Il paese delle spose infelici</em>, che esce a giorni per i tipi di Mondadori, ha sullo sfondo l’Ilva di Taranto. Quando gli ho detto di questo incontro, di giovani e lavoro, de <em>La chiave a stella</em>, di Rea e di Stajano, di Ponticelli che è periferia di Napoli ma ha una Casa del Popolo, gli ho domandato pure Ma secondo te perché tutta quest’Ilva nella letteratura italiana? Mi ha risposto secco Necessità, estetica, ma aveva un’aria dolente. L’avevo pensato anche io.<br />
Ecco, ripeto, io appartengo a questa generazione di scrittori. A persone che traggono linfa linguistica, ispirazione letteraria dalle architetture umane più che dalle persone. Perché abbiamo perso le persone. Esistono solo i singoli e ogni forma di associazionismo e sindacato è un rottame. Come ha scritto Lee Masters <em>L’idea che ci facciamo di ogni cosa, è cagione che ogni cosa ci deluda</em>.</p>
<p>[Intervento tenuto il 15 Febbraio 2008 alla Casa del Popolo di Ponticelli nell’ambito di <strong>Primo Levi a Ponticelli. La chiave a Stella. Il lavoro ieri e oggi</strong> organizzato dalla Biblioteca Universitaria di Napoli. Le immagini sono tratte rispettivamente dal sito www.esplosivi.it, e dal sito www.agoramagazine.it]</p>
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