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	<title>immigrati &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La frontiera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2016 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Leogrande]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Gianni Biondillo &#160; Alessandro Leogrande, La frontiera, Feltrinelli, 2015, 316 pagine Semplificando all&#8217;estremo la letteratura italiana sembra in questi anni polarizzata fra il mainstream del romanzo borghese da una parte e l&#8217;universo del “genere” dall&#8217;altra, indipendentemente dalla (alta o bassa) qualità espressa. Anche per questo libri d&#8217;altra natura, come quello di Alessandro Leogrande, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-65075 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/laFrontiera.jpg" alt="lafrontiera" width="280" height="437" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/laFrontiera.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/laFrontiera-192x300.jpg 192w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Alessandro Leogrande</b>, <i>La frontiera</i>, Feltrinelli, 2015, 316 pagine</p>
<p align="JUSTIFY">Semplificando all&#8217;estremo la letteratura italiana sembra in questi anni polarizzata fra il mainstream del romanzo borghese da una parte e l&#8217;universo del “genere” dall&#8217;altra, indipendentemente dalla (alta o bassa) qualità espressa. Anche per questo libri d&#8217;altra natura, come quello di Alessandro Leogrande, riescono a portare un po&#8217; di bibliodiversità all&#8217;asfittico paesaggio letterario nazionale.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>La frontiera</i> punta tutto sul suo valore testimoniale. Ci racconta di quel cambiamento, non solo storico ma addirittura epocale, che stiamo attraversando, senza che lo si stia intuendo per davvero. A leggerlo si comprende come non potrà mai esistere alcuna frontiera artificiale che possa bloccare al di fuori una specie, quello umana &#8211; indifferentemente dalle etnie e dalle culture &#8211; che cerca una emancipazione dalla guerra o dalla fame.</p>
<p align="JUSTIFY">Nessuna tesi buonista, solo una presa d&#8217;atto da parte dell&#8217;autore che ha deciso di raccontarci questo esodo non attraverso cifre o statistiche, ma con la voce delle persone &#8211; afgane, eritree, curde &#8211; che ha incontrato strada facendo e che gli hanno confessato le loro tragiche e assurde traversie.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma Leogrande guarda anche alle reazioni delle classi sociali più povere dei paesi che stanno vivendo questa “accoglienza forzata”, consapevole di come il mutamento provochi tensioni sociali e rigurgiti razzisti. Da che parte si ponga l&#8217;autore è evidente, alla sua scrittura manca l&#8217;asetticità del saggio sociologico. La partecipazione emotiva è esplicita, persino il senso di frustrazione del suo ruolo di “semplice” testimone.</p>
<p align="JUSTIFY">D&#8217;altronde, al di là della resa letteraria, quello che conta è come questi libri riescano a farci ragionare fuori dalle urla e dalle banalizzazioni televisive su un tema, quello dell&#8217;emigrazione, che o sapremo governare con intelligenza o che ci travolgerà tutti. E il primo passo sta nel non perdere l&#8217;umanità. Di chi arriva e di chi accoglie.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato su</em> Cooperazione,<em> numero 52, del 21 dicembre 2015</em>)</p>
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		<title>Quel silenzio assordante che copre tutti i naufragi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jun 2016 07:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Leogrande]]></category>
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					<description><![CDATA[Giovanni Accardo intervista ALESSANDRO LEOGRANDE Alessandro Leogrande, giornalista e reporter, da alcuni anni racconta le tragedie dell’immigrazione, lo ha fatto con “Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud” (Mondadori 2008) e con “Il naufragio. Morte nel Mediterraneo” (Feltrinelli 2011), lo fa col nuovo libro, “La frontiera” (Feltrinelli 2016), un’inchiesta che si può [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giovanni Accardo </strong>intervista<strong> ALESSANDRO LEOGRANDE</strong></p>
<p>Alessandro Leogrande, giornalista e reporter, da alcuni anni racconta le tragedie dell’immigrazione, lo ha fatto con “<em>Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud”</em><em> </em>(Mondadori 2008) e con “<em>Il naufragio. Morte nel Mediterraneo”</em><em> </em>(Feltrinelli 2011), lo fa col nuovo libro, “La frontiera” (Feltrinelli 2016), un’inchiesta che si può leggere come un romanzo e che in parte si svolge anche a Bolzano. Un libro fondamentale per capire chi sono i numerosi profughi che sbarcano a Lampedusa o muoiono nel Mediterraneo, da cosa scappano e quali terribili violenze devono affrontare nei loro viaggi verso l’Europa.<span id="more-62583"></span></p>
<p><strong>Dopo avere raccontato il naufragio della motovedetta albanese avvenuto nel canale di Otranto nel 1997, ora racconta i numerosi naufragi di immigrati nel Mediterraneo e soprattutto le storie dei sopravvissuti, con quale obiettivo?</strong></p>
<p>Ciò che trovo inaccettabile dei tanti naufragi di immigrati che contraddistinguono la nostra contemporaneità è il silenzio che li avvolge. Letteralmente, i naufraghi sono quasi sempre risucchiati dal silenzio delle onde. Per questo, credo che l&#8217;operazione, ostinata e contraria, della letteratura e del reportage narrativo debba essere quello di raccontare ciò che in genere non viene visto o sentito, o viene semplicemente rimosso. Con “Il naufragio” ho voluto raccontare la storia di un naufragio specifico: quello della Kater i Rades nel marzo del 1997. Con “La frontiera” ho provato a tenere insieme le infinite rotte e i disparati naufragi che segnano i viaggi contemporanei e che lambiscono quella che noi proviamo a definire come “frontiera”.</p>
<p><strong>Il libro si apre con un video che ricorda di aver visto a Roma nel 1998.</strong></p>
<p>Quel video mostrava il massacro dei curdi nel villaggio di Halabja, fatti gasare da Saddam Hussein. Le immagini mostravano la morte dopo l&#8217;avvelenamento collettivo: i corpi di uomini, donne, bambini e animali riversi per le strade, davanti alle case, intorno a un tavolo da cucina. Erano immagino scioccanti, e se ci penso oggi credo che mi abbiano colpito nel profondo, non solo perché non avevo visto niente di simile prima, ma perché di quel genocidio non sapevo assolutamente niente. Non sapevo niente delle cause e della sua genesi. Credo che questo iato, tra la violenza che genera i viaggi e di cui a volte percepiamo qualcosa e le sue cause, la sua storia, sia alla base dell&#8217;incomprensione o dello stupore che spesso proviamo verso i viaggi contemporanei.</p>
<p><strong>A mostrare quel video a lei e altri studenti universitari era stato Shorsh, un profugo curdo, che lei ha recentemente ritrovato proprio a Bolzano, dove vive. Chi è?</strong></p>
<p>Shorsh è un profugo curdo a cui mi lega una profonda amicizia. La sua storia, oltre a essere segnata da quegli eventi, ci dice di quanto complicati siano i viaggi contemporanei. Dopo essere stato in Italia per molti anni, è tornato in Kurdistan, ma poi dopo l&#8217;avanzata del Daesh, è tornato in Italia, approdando a Bolzano, dove l&#8217;ho ritrovato. Questo andirivieni non lineare, fuori dagli schemi con cui spesso guardiamo alle migrazioni, ci dice molto della vita dei profughi.</p>
<p><strong>Molti dei profughi di cui racconta sono eritrei, come eritrei erano i 360 morti del naufragio del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa. Da cosa scappano?</strong></p>
<p>Scappano da una dittatura terribile, nata dalla degenerazione del governo rivoluzionario che aveva condotto il paese all&#8217;indipendenza dall&#8217;Etiopia nei primi anni ‘90. Il fallimento di quella lotta di liberazione è una tragedia politica contemporanea. L&#8217;Eritrea è un carcere a cielo aperto. Le prigioni sono pieni di oppositori politici. Non si ha nemmeno conoscenza di quanti siano tutti i gulag disseminati nel paese, dove si praticano sistematicamente le torture sui detenuti. Soprattutto, l&#8217;Eritrea ha istituito il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato sia per gli uomini sia per le donne. A 18 anni tutti sono costretti a entrare in caserma e a rimanerci, in balìa dei vertici dell&#8217;esercito, almeno fino a 55 anni. È da questa mostruosità che scappano ragazzi e ragazzini che affollano i barconi.</p>
<p><strong>L’Eritrea è stata una colonia italiana. C’è un legame tra quel passato e la situazione politica di oggi?</strong></p>
<p>La rimozione delle condizioni attuali dell&#8217;Eritrea è strettamente intrecciata alla rimozione del nostro passato coloniale. Siamo incapaci di riconoscere la questione eritrea anche perché siamo incapaci di nominare il nostro passato coloniale. Che non si conclude solo con il fascismo: una comunità italiana, ad esempio, era rimasta ad Asmara fino alla metà degli anni ‘70. Più in generale, siamo incapaci di riconoscere il passato coloniale in tutti quei luoghi chiave per comprendere le migrazioni contemporanee. Non solo l&#8217;Eritrea, ma anche la Somalia, l&#8217;Etiopia, la Libia e la stessa Albania.</p>
<p><strong>Il 31 ottobre 2014 si è conclusa l’operazione Mare nostrum con cui la Marina Militare ha soccorso e salvato migliaia di migranti, senza purtroppo evitare i numerosi morti: 3400 solo nel 2014. Che giudizio dà di quell’esperienza? Andrebbe ripristinata?</strong></p>
<p>Credo sia stata un&#8217;esperienza positiva quanto all&#8217;azione di monitoraggio e soccorso svolta in acqua internazionali. Dal momento che oggi è impossibile creare dei corridoi umanitari in Libia, il soccorso in alto mare è l&#8217;unica cosa da fare. Ed è importante che a fare ciò siano quelle stesse navi militari che fino a 6 anni fa erano impegnate in operazione di respingimento. Oggi Mare nostrum è stata di fatto assorbita nelle operazioni europee di Frontex nel Mediterraneo. Rimane l&#8217;obiettivo del soccorso in alto mare, e questo è un bene. Ma tale pratica di soccorso si interseca con una filosofia del controllo delle nostre coste, volta a voler smistare con l&#8217;accetta profughi e migranti economici, dai confini molto ambigui. La decisione di voler creare degli hotspot sulla costa, per rinchiudere temporaneamente chi sbarca, è la naturale conseguenza di questo modo di ragionare.</p>
<p><strong>Pensa che giornali e televisione stiano raccontando correttamente le tragedie dei profughi o sono responsabili di un ingiustificato allarmismo?</strong></p>
<p>Ci sono giornalisti che svolgono ottimamente il proprio lavoro. Ma nel complesso il mondo dell&#8217;informazione è spesso in ritardo nel restituire la complessità delle cause che spingono centinaia di migliaia di persone a partire. Solo comprendendo quelle cause è possibile evitare di creare allarmismi.</p>
<p><strong>Cosa si può obiettare a coloro che dicono aiutiamoli a casa loro? C’è un modo per contenere il flusso di profughi che sbarcano in Italia o che aspettano di farlo?</strong></p>
<p>Ma cosa vuol dire aiutare a casa loro chi è scappato dalle galere della dittatura eritrea, dalla guerra in Siria o dalle violenze del Daesh? Un&#8217;espressione del genere è del tutto priva di senso logico. Diverso è porsi il problema di trasformare radicalmente le condizioni sociali, economiche, e soprattutto politiche, che costringono la gente a partire. Ma per farlo bisogna abbandonare un modo di ragionare che si divide in “casa nostra” e “casa loro”, perché nell&#8217;età della globalizzazione esse sono strettamente interrelate. I viaggi restituiscono come termometro del mondo e come fenomeno visibile (almeno quando la gente muore) questa interrelazione, e le nostre responsabilità (unite a quelle delle satrapie locali) nel far sì che la “casa loro” sia spesso un luogo devastato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Questa intervista è stata pubblicata il 16 giugno 2016 sul quotidiano “Alto Adige” di Bolzano)</em></p>
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		<title>Giustizia per i nuovi desaparecidos</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2014 06:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Calamai]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia per i nuovi desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[igiaba scego]]></category>
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					<description><![CDATA[di Enrico Calamai (Igiaba Scego ci inoltra il testo dell&#8217;intervento di Enrico Calamai alla conferenza stampa che si è tenuta ieri, 10 luglio 2014, alla Camera. Calamai – ex diplomatico, durante gli anni dell&#8217;ultima dittatura argentina console a Buenos Aires, dove salvò centinaia di persone, e in seguito tra i fondatori del Comitato per la promozione e la protezione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Enrico Calamai</strong></p>
<figure id="attachment_25848" aria-describedby="caption-attachment-25848" style="width: 593px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-25848 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/immigrati-lampedusa.JPG" alt="Immigrati a lampedusa" width="593" height="421" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/immigrati-lampedusa.JPG 593w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/immigrati-lampedusa-300x212.jpg 300w" sizes="(max-width: 593px) 100vw, 593px" /><figcaption id="caption-attachment-25848" class="wp-caption-text">Immigrati a Lampedusa</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><em>(Igiaba Scego ci inoltra il testo dell&#8217;intervento di Enrico Calamai alla conferenza stampa che si è tenuta ieri, 10 luglio 2014, alla Camera. Calamai – ex diplomatico, durante gli anni dell&#8217;ultima dittatura argentina console a Buenos Aires, dove salvò centinaia di persone, e in seguito tra i fondatori del Comitato per la promozione e la protezione dei diritti umani – è membro del Comitato “Giustizia per i nuovi desaparecidos” che, durante la conferenza stampa, ha presentato un appello per la convocazione di un Tribunale Internazionale di opinione sui crimini perpetrati sulla pelle dei migranti viaggiatori. Qui potete leggere il testo integrale dell&#8217;appello: <strong><a href="http://habeshia.blogspot.it" target="_blank">http://habeshia.blogspot.it</a></strong>. E questa è la mail del comitato: nuovidesaparecidos@gmail.com.)</em></p>
<p style="text-align: justify;">E’ un fatto che negli ultimi settant’anni la comunità degli Stati ha elaborato un corpus giuridico in materia di promozione e tutela dei diritti umani, che è andato acquistando peso sempre maggiore nell’ambito del diritto internazionale. Ma è altresì un fatto che gli stessi Stati, nel loro elefantiaco funzionamento quotidiano, continuano a calpestarli. Ciò vale anche per le cosiddette democrazie avanzate del mondo occidentale e per la stessa Italia. E’ quanto accade, da troppo ormai, nei confronti di richiedenti asilo e migranti che, non dimentichiamolo, hanno anch’essi pieno titolo al rispetto dei loro diritti fondamentali e, in particolare, del diritto alla vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Furono gli albanesi i primi a subire increduli quel mix di astuzia, pregiudizio e forza che sarebbe culminato nell’affondamento di un loro barcone, con tutto il carico di umanità dolente, ad opera di una nave della nostra marina militare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma sarebbe provenuta dal sud del mondo, attraverso l’altra sponda del Mediterraneo, mentre Bush senior vagheggiava di un nuovo ordine mondiale, la spinta che continuamente si rinnova e ancora spaventa l’Europa opulenta del nuovo millennio, al punto di farle annoverare l’immigrazione clandestina tra le principali minacce da cui difendersi, nell’ambito della politica di sicurezza comune. Ed è difficile, quando sono in alto mare o in mezzo al deserto, distinguere gli immigrati dai richiedenti asilo.</p>
<p style="text-align: justify;">Intendiamoci, gli Stati hanno il dovere di difendere frontiere, coste e acque territoriali, specie in congiunture come quella attuale, caratterizzata da venti di guerra in Medio Oriente e ai confini dell’ex Unione Sovietica, hanno il diritto di dotarsi di leggi finalizzate al controllo dell’immigrazione, così come di stabilire accordi bilaterali con paesi di dubbia democraticità.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un punto di vista formale, senza entrare in questa sede nel merito dei singoli contenuti, ciascuna di queste attività normative o pattizie è lecita. Il problema sta nelle ricadute sui non cittadini che tali attività vengono ad avere nel loro insieme, quando a svolgerle di concerto sono tutti i soggetti regionali. Stiamo parlando dell’operato – anche omissivo – degli Stati europei, della stessa Unione Europea e della stessa NATO, da una parte, degli Stati africani di attraversamento, dall’altra. E, per contro, della difficoltà per un’opinione pubblica tuttora delimitata da confini nazionali, di arrivare a ricostruire il quadro complessivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Stiamo parlando di un combinato disposto che ha fatto del Mediterraneo e dello stesso deserto che ormai possiamo considerare come gravitante intorno, un immenso vallo, non dissimile nella sostanza dalla terra di nessuno che divideva le opposte trincee del fronte durante la I guerra mondiale, protetto da filo spinato, mine e spuntoni di ferro, per massimizzare il numero dei morti ad ogni tentativo di attraversamento. Ed è l’invalicabilità di questo argine che frantuma le ondate di disperati alla ricerca di una qualunque via di fuga, a costringerli a mettersi nelle mani degli scafisti, anzi, e dobbiamo dirlo con forza, è tutto questo che produce il lavoro sporco degli scafisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo non dirci che è estremamente improbabile che un barcone possa sfuggire ai controlli incrociati continuamente in atto da parte di aerei, droni, satelliti, elicotteri, sofisticate apparecchiature radar, ecc. e che lo stesso accada per i gruppi che si avventurano nella traversata del deserto nella speranza di raggiungere il Mediterraneo. Non possiamo non dirci che esiste la possibilità almeno che vengano inquadrati, seguiti fin dall’inizio e lasciati a percorrere fino in fondo il loro calvario, nell’ambito di una strategia di deterrenza finalizzata a decimarne il numero, nell’impossibilità di sradicare del tutto il fenomeno.</p>
<p style="text-align: justify;">La logica di quello che nei fatti è un aberrante dumping di vite umane sembra essere: ne colpisci uno, ne educhi cento o mille. Ma il fatto sorprendente è che anche se ne colpisci cento, continuano a tentare di arrivare perché privi di alternative, in fuga come sono da dittature, terrorismo, catastrofi ecologiche e miseria estrema e crisi troppo spesso da noi stessi provocate. E allora, ecco che il fronte viene spinto sempre più in là, fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento, dispersi nell’ambiente, impensabili e inesistenti perché <em>quod non est in actis, non est in mundo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono, in una parola, i nuovi desaparecidos, e il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la <em>desaparición</em> è una modalità di sterminio di massa, gestita in maniera che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci dicono, adesso, che con Frontex e con Mare Nostrum vengono tutti salvati, e ben venga, ma non possiamo più illuderci, non possiamo più accettare che torni ad affiorare la sinusoide delle vittime con titoli come quelli apparsi in questi giorni: “Naufraga gommone, 70 dispersi” oppure “Nella barca a Pozzallo 45 morti”.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è, in tutto questo, qualcosa che rientra nella categoria dell’intollerabilità del diritto ingiusto, secondo la formula elaborata dal giurista tedesco Radbruch al termine della II guerra mondiale. Lo ha detto di recente, d’altronde, il nostro presidente del Consiglio: “l’Europa non può salvare le banche e lasciar morire madri e bambini”. Il che ammonta a riconoscere l’esistenza di responsabilità, salvo scaricarle sulle spalle altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte a ventimila morti a noi sembra sia il caso di parlare di crimini di lesa umanità e, come cittadini italiani, ci aspettiamo altro che battute auto assolutorie all’inizio del semestre di presidenza europea. Con questo documento chiediamo al nostro Governo di intraprendere i passi necessari a smantellare la situazione di fatto e di diritto che è causa di tali crimini. E ci proponiamo di portare avanti un’attività d’inchiesta, affinché le eventuali responsabilità di quanto finora accaduto vadano chiarite e perseguite, con quella che dovrebbe essere l’unica, vera arma della civiltà: il diritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiediamo l’aiuto della stampa più qualificata per abbattere il muro di gomma dell’inconsapevolezza dell’opinione pubblica e avviare fin da subito un percorso di verità e giustizia. Dobbiamo interrompere questa catena infame, porre al più presto fine a un meccanismo che costantemente rimescola vittime e benessere, trasformandoci in collettività subalterna e silenziosa di una democrazia, che non può essere altro che forma vuota ove non accompagnata da autentico rispetto dei diritti umani.</p>
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		<title>Una Dubai sull’Hudson: viaggio nella New York ereditata da Bloomberg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2013 13:18:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Bill De Blasio]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Bloomberg]]></category>
		<category><![CDATA[new york]]></category>
		<category><![CDATA[paolo mossetti]]></category>
		<category><![CDATA[sindaco di New York]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Mossetti Il candidato Democratico Bill De Blasio è il vincitore delle elezioni per la poltrona di sindaco di New York. Il suo trionfo è stato definito da quasi tutti i giornali come una landslide, una valanga. Se come diceva Camus “dare un nome sbagliato alle cose contribuisce all&#8217;infelicità del mondo”, questo vale in particolar modo per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Paolo Mossetti</b></p>
<p>Il candidato Democratico Bill De Blasio è il vincitore delle elezioni per la poltrona di sindaco di New York. Il suo trionfo è stato definito da quasi tutti i giornali come una <i>landslide</i>, una valanga. Se come diceva Camus “dare un nome sbagliato alle cose contribuisce all&#8217;infelicità del mondo”, questo vale in particolar modo per New York, in cui ognuno vede e legge ciò che vuole e ciò che più gli conviene. In effetti il Repubblicano Lhota è rimasto staccato di oltre cinquanta punti percentuali. Ma in termini assoluti, considerando la totalità della popolazione newyorkese, De Blasio è stato eletto da una esigua, microscopica minoranza.<span id="more-46996"></span></p>
<p>Su circa otto milioni di residenti (senza contare gli studenti/lavoratori con il visto e gli immigrati irregolari) i <i>registered voters</i> sono poco più di 4 milioni e 300mila. Di questi, appena il 24 per cento si è recato alle urne &#8211; è il dato più basso di sempre. Il 73 per cento raggiunto da De Blasio, facendo due conti, corrisponde ad appena un newyorkese su dodici. Questo la dice lunga sulla retorica della “partecipazione democratica”, che nella grande Mela ha più l’aspetto di un suffragio ai tempi di Depretis.</p>
<p>La colpa ovviamente non è di De Blasio ma di una struttura sociale ed economica profondamente alterata negli ultimi venti-trent’anni. Con una classe lavoratrice spesso emarginata e senza tutele, con grandi comunità d’immigrati che non hanno diritto al voto, né il tempo né mezzi per imparare l’inglese e dedicarsi alla politica, con intere fette di città passate in una manciata d’anni dal degrado più assoluto ai mercatini bio senza la creazione di una vera classe media, New York è una città sempre più multietnica ma sempre più ingiusta. Può un sindaco votato da appena l’8% di una comunità rappresentare gli interessi dei più deboli, e non solo delle minoranze privilegiate?</p>
<p>Sarebbe ingenuo aspettarsi miracoli, non tanto per le chiare connessioni di De Blasio con l’Establishment – lui che pure ha una biografia sicuramente tra le più audaci tra i politici americani di storia recente, con viaggi di solidarietà tra i sandinisti in Nicaragua, una moglie attivista e poetessa, dei figli impegnati contro le disuguaglianze, etc. – quanto per la situazione che si troverà ad ereditare. La New York di Bloomberg ha tutte le sembianze di una vetrina super accessoriata a iper-sorvegliata, che piace così com’è ai clienti e sembra vendere bene. Un cambiamento radicale potrebbe minarne la credibilità. I giornalisti in questi dodici anni hanno quasi sempre applaudito l’imbonitore. Chi ha i soldi sembra gradire, i turisti pure.</p>
<p>La realtà è che nei suoi dodici anni di regno, Michael “Mike” Bloomberg ha visto la sua fortuna personale aumentare di sette volte, da 4,5 a 32 miliardi di dollari. Nel frattempo quelli che vivono in condizioni di povertà (fonte: New York Times) sono passati dall&#8217;11% del 2000 al 22% nel 2012. E’ povero un ragazzo su tre al di sotto dei 17 anni. Oltre la metà degli abitati spende il 30% o più del proprio reddito in affitto. I senzatetto sono oltre 50mila &#8211; il numero più grande dai tempi della Grande Depressione &#8211; ma Bloomberg sosteneva che i dormitori sono “molto più comodi” che in passato. Se Manhattan fosse una nazione indipendente, calcola Steve Wishnia, la sua disparità di reddito sarebbe a pari livello col Sud Africa e la Namibia.</p>
<p>Eppure Bloomberg ha sempre avuto una reputazione da “moderato”, anche presso la stampa progressista, e in alcuni circoli persino di “liberale”, per la sua attenzione alla lotta contro l’inquinamento e le malattie cardiovascolari, per il suo supporto per i matrimoni omosessuali, per la sua campagna contro le armi da fuoco.</p>
<p>Il sindaco multimiliardario possedeva senza dubbio una sua visione del mondo, con la quale ha cambiato forse per sempre il volto della città. Una città trasformata in marchio di lusso, in porto d’attracco per gli ultra-ricchi del mondo. Una vetrina per lo shopping e un paradiso per gli investitori stranieri: militarizzato, controllato e sopravvalutato in ogni centimetro quadro di spazio immobiliare. Una Dubai sull’Hudson, ma cautamente libertaria ed ecologicamente corretta. Un progetto condiviso, sull’altra sponda dell’Atlantico, dal sindaco Boris Johnson per Londra, anch’essa trasformata in un gigantesco parco giochi per chi ha soldi e uno zoo di animali in gabbia per tutti gli altri.</p>
<p>Coerente con questa visione, Bloomberg ha fatto costruire di decine di grattacieli in zone appena dieci anni fa considerate covo di delinquenti, come Williamsburg. Times Square, che nel 2001 era ancora territorio malfamato zeppo di sex shop e cinema porno, oggi è un orripilante circo di luci LED e paccottiglia turistica. <i>Gentrification</i>, una parola che nei circoli radicali è sinonimo di sgomberi forzati, inflazione alle stelle, “bianchi che aprono negozi di <i>cupcakes</i> nei quartieri dei neri” secondo la definizione di un comico locale, è per lo staff del sindaco e i proprietari di case che hanno resistito una benedizione calata dall’alto. La polizia è stata sparpagliata in ogni angolo di città, persino con squadre all’interno delle università, per intercettare e prevenire occupazioni e disordini per le strade dello shopping. Sarebbe sbagliato – per noi radicali – sottovalutare l’impatto della diminuzione del crimine nelle comunità più povere, molto spesso le prime vittime di rapine, stupri e violenza. Ma questa strategia ha comportato che quasi 700mila newyorkesi venissero fermati e perquisiti nell’ultimo anno (uno su dodici, percentuale con pochi pari al mondo), e che di questi l’85% fosse nero o latino. L’idea – come ha confessato durante una commissione d’inchiesta Eric Adams, un ex poliziotto, è quella di “instillare in loro la paura ogni volta che escono di casa, sapendo di poter essere presi di mira dalla polizia”.</p>
<p>La paura – condivisa dai ricchi WASP come da molta <i>working class </i>bianca cattolica e di mezza età – è quella di tornare ai terribili anni Ottanta del crack, del Bronx in fiamme e delle aggressioni in Central Park. Ma all’analisi di un sintomo non corrisponde quasi mai un medicinale corretto. Siccome il 20% dei crimini pare venga commesso da residenti di <i>house projects</i>, le case popolari dove vivono i meno abbienti, qualche mese fa Bloomberg propose di schedare e prendere le impronte digitali a tutti i loro inquilini.</p>
<p>Nel frattempo il sindaco ha dichiarato guerra a tutto ciò che faceva orrore allo sguardo dei benestanti: le bibite extra-large, pure sapendo che i più disgraziati mangerebbero altro se un chilo di frutta non costasse come due hamburger, e non passerebbero ore nei McDonald se ogni angolo di spazio pubblico non fosse trasformato in territorio commerciale; alle pistole – purché siano lasciate nelle mani frementi dei poliziotti e non dei poveracci. Nel frattempo ha conquistato le simpatie dei sinistrorsi con il suo supporto per gli artisti di strada, le piste ciclabili e il matrimonio gay.</p>
<p>La strategia vincente – adottata da tutte le destre più sagaci nel mondo – è sempre la stessa: ampliamento dei diritti civili e ambientali, da un lato, per ottenere il supporto della classe più ricca e colta, e dall’altro pugno di ferro contro i “deviati” e i “nemici esterni” che minano l’attuale assetto economico della società.  Alcuni lo chiamano <i>soft power</i>. Finora sembra funzionare.</p>
<p>Nella Dubai sull’Hudson resistono ancora spazi di opposizione. Spazi di autonomia e non conformismo nascosti tra le catene commerciali e le farmacie sempre più uguali in ogni angolo di città. C’è voluto l’uso della parola “terrorismo” per impedire una protesta dei veterani di guerra contro l’intervento in Iraq, nel 2003. E quando migliaia di persone scesero in piazza contro la convention repubblicana del 2004, la polizia dovette impacchettarle in cordoni di plastica e poi spingerle in garage trasformati in prigioni, per sedarle. Nel 2011, quando fu smantellato il campeggio abusivo di Occupy, la polizia ruppe la testa a parecchi testimoni, inclusa una consigliera comunale e diversi giornalisti, per impedire il ritorno dei manifestanti.</p>
<p>Ma sono casi isolati e minoritari. Il Brecht Forum vegeta grazie ad un affitto controllato, ma difficilmente è invaso da curiosi. Librerie radicali come Bluestockings sono ancora vivaci, ma non sembrano avere il pubblico d’una volta. La New York degli anni Settanta è meno influente oggi di quanto lo sia la generazione dei Settanta in città come Roma o Milano. Il Living Theatre ha chiuso e Judith Malina vive in un ospizio. Il dissenso non sembra più esprimersi nei teatri, nei libri e nelle università ma, per riuscire anche a sopravvivere al mercato, attraverso argute serie televisive, comedy show e i sacrali e innocuamente sagaci blog. Per chi ha un lavoro stabile, o abbastanza soldi per poter mantenere uno stile di vita bohémienne, New York rappresenta ancora un mirabile intreccio di lordume, genialità, creatività e inenarrabili sofferenze. Ogni angolo di strada sembra poter ancora raccontare un pezzetto di storia criminale o sentimentale. Ma la maggior parte dei suoi abitanti, specie i nuovi arrivati, è imprigionato in una gabbia di lavoro alienante ed esclusione.</p>
<p>Nessun luogo rappresenta meglio questa realtà della sorprendente High Line, nel West Village: una vecchia linea ferroviaria trasformata in parco pensile e strada pedonale, dove coppiette e visitatori da tutto il mondo si recano a prendere il sole, correre con l’Ipod e leggere l’ultimo Frenzen. Dal quel panorama si possono fotografare bellissimi edifici costruiti da speculatori con il supporto fiscale del comune, ed bisogna davvero aguzzare la vista per vedere delle persone di colore da quelle parti che non siano venditori ambulanti o addetti alla sicurezza.</p>
<p>Eppure, in una città dove i media <i>mainstream</i> sembrano aver normalizzato e fatto assimilare la visione del mondo di Bloomberg, e dunque dei ricchi – forse i veri rivoluzionari di questa fase storica: una minoranza capace di influenzare la maggioranza e farsi da essa piacere -, dove le vere emergenze sembrano essere i treni rallentati da qualche suicidio, la disponibilità di <i>hot-spot</i> nelle caffetterie e dove la classe lavoratrice – e il concetto stesso di “classe” – sono trasmutati in fantasmi, i bisogni essenziali da conquistare sono ancora intatti, lì davanti a noi: lavorare tutti per lavorare meno; dare assistenza sanitaria gratuita e diritto di vota a chi lavora, indipendente dalla sua storia personale e dalla sua provenienza, smantellare le gabbie di controllo per gli oppressi, imporne di nuove sui ricchi; ampliare la partecipazione democratica; calmierare gli affitti per i poveri; moltiplicare e migliorare i servizi che già ci sono con gli stessi soldi impegnati per mega-progetti inutili. I bisogni sono ancora lì. Gli schiavi che hanno costruito Dubai sono muti, ma non invisibili. Basta volerli vedere.</p>
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		<title>Il mago dell&#8217;Esselunga e il laboratorio della produzione</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 11:29:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/DepecheModeMasterAndServant.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-41035" title="DepecheModeMasterAndServant" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/DepecheModeMasterAndServant.jpg" alt="" width="200" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/DepecheModeMasterAndServant.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/DepecheModeMasterAndServant-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Quando vai a fare la spesa all&#8217;Esselunga ti danno un film in regalo. Grazie, dici. Poi, se hai la sventura di guardarlo, ritiri il ringraziamento. E&#8217; un penoso lungo spot, girato da Giuseppe Tornatore, che vorrebbe mettere in scena la meraviglia di un ragazzino nel supermercato, la sua scoperta di mirabolanti mondi dietro le merci. Lo spettacolo della merce, insomma, celebrato tra gli scaffali di padron Caprotti. Allora non ti resta che andare agli scaffali della tua libreria, tirar giù un Marx d&#8217;annata, e accettare il suo invito a seguire il possessore di denaro e di forza-lavoro nel “segreto laboratorio della produzione”, dove si vedrà “non solo come produce il capitale, ma anche come lo si produce”. E arrivi a Pioltello. Ai capannoni dei magazzini dell&#8217;Esselunga. Dove scopri chi quelle merci le smista, tutto il giorno. Sono tutti immigrati, delle più varie nazionalità, dal Sudamerica all&#8217;Asia, dall&#8217;Africa all&#8217;Europa dell&#8217;est.<span id="more-41034"></span> E smistare le merci significa caricarle sui camion, in fretta, sempre più in fretta, senza respiro: 240 colli – ciascuno dei quali può essere di 25 chili &#8211; in un&#8217;ora. E poi minacce, discriminazioni, un vero e proprio lavoro a chiamata, con i lavoratori scelti direttamente sul posto di lavoro, anche per doppi turni, invece di distribuire il carico. Un&#8217;organizzazione del lavoro scientificamente costruita per controllare la forza-lavoro in maniera ferrea. I primi delegati del S.I. Cobas sono stati licenziati con motivi pretestuosi. E dopo la lotta – una settimana di sciopero a oltranza, e poi un presidio permanente con picchettaggio, fino agli scontri con un manipolo di crumiri mandati dalla ditta – sono arrivate altre sospensioni dal lavoro.</p>
<p>La piattaforma di rivendicazioni è del resto chiara e concisa: chiede, subito dopo il ritiro dei licenziamenti per i 22 lavoratori, il rispetto della “dignità degli operai”. Par d&#8217;essere tornati all&#8217;epoca dei padroni delle ferriere, nella Manchester ottocentesca, quando tocca rivendicare il diritto a non essere maltrattati, discriminati, minacciati da capi e capetti, di un paio dei quali viene perciò chiesto l&#8217;allontanamento. Oltre a questo, si chiede l&#8217;indennità sostitutiva mensa, il rispetto del contratto e della legge quanto ai tempi e carichi di lavoro.</p>
<p>Ma da parte dell&#8217;Esselunga, si risponde solo col silenzio. La controparte diretta dei Cobas è infatti il consorzio Safra, che gestisce il lavoro nei capannoni per conto di Esselunga. Come sempre, sono le cooperative che fanno il lavoro sporco, nell&#8217;ormai classica esternalizzazione del lavoro che scarica sui gradini più bassi il rischio d&#8217;impresa. Le cooperative, che un tempo sono state concepite come possibilità di un lavoro differente, adesso sono spesso il veicolo migliore per lo sfruttamento di lavoratori ridotti in servitù. E&#8217; a Safra dunque che Esselunga ha deciso di scaricare – così come la gestione del lavoro – anche le trattative con i lavoratori. L&#8217;azienda di Caprotti non ne vuol proprio sapere di questi lavoratori che si autoorganizzano. Del resto l&#8217;impressione è che Esselunga, in questa irremovibilità, sia l&#8217;avanguardia di tutta la rete della grande distribuzione che vuole fermare il contagio delle lotte, che sono riuscite in questi ultimi due anni a strappare condizioni migliori di lavoro in molti luoghi. I magazzini Bennet a Origgio e Turate, prima, con pieno adeguamento salariale e contributivo, e la sindacalizzazione finalmente riconosciuta. Poi Brembio, in provincia di Lodi, e Cerro al Lambro, in provincia di Milano. Infine la Tnt di Piacenza, dove è nata la prima sede del S.I. Cobas gestita totalmente da immigrati, e la Sda di Carpiano. Sabato scorso c&#8217;è stato un corteo di più di mille persone, con la presenza dei lavoratori delle altre cooperative che lavorano per Esselunga ma anche di delegazioni di altre fabbriche in lotta, come la Jabil, dove trecento lavoratori rischiano la disoccupazione. Una bella manifestazione di solidarietà operaia. “La migliore delle risposte possibili” hanno detto i 22 licenziati. Ma la lotta continua. Venerdì prossimo ci sarà un altro sciopero, in una fase molto importante della trattativa. Alle 21, davanti ai cancelli dell&#8217;Esselunga di Pioltello.</p>
<p><em>(pubblicato su </em>il manifesto<em>, 15/12/2011)</em></p>
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		<title>stati d’animo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 08:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[paola lodola]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paola Lodola &#8211; Questi tre quadri che vedete sono tutti dello stesso pittore. È un pittore italiano e si chiama Umberto Boccioni. Non sono realistici come quelli di prima con i contadini. La lavagna luminosa su cui un minuto fa era proiettato Quarto Stato, ora è divisa in quattro rettangoli: tre sono occupati dalla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gli-addii.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-40262 aligncenter" title="gli addii" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gli-addii-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gli-addii-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gli-addii.jpg 405w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-vanno.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-40263" title="quelli che vanno" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-vanno-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-vanno-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-vanno.jpg 774w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-restano.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-40264" title="quelli che restano" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-restano-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-restano-300x221.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-restano.jpg 432w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Paola Lodola</strong></p>
<p>&#8211; Questi tre quadri che vedete sono tutti dello stesso pittore. È un pittore italiano e si chiama Umberto Boccioni. Non sono realistici come quelli di prima con i contadini.</p>
<p>La lavagna luminosa su cui un minuto fa era proiettato <em>Quarto Stato</em>, ora è divisa in quattro rettangoli: tre sono occupati dalla serie degli Stati d’animo che vedremo la settimana prossima al Museo del Novecento, il quarto dai titoli, tutti mischiati, scritti in grande.<br />
<span id="more-40261"></span><br />
&#8211; Ma non si capisce niente &#8211; dicono in molti.<br />
&#8211; Questi sono dipinti in modo un po’ strano. Boccioni dipingeva le persone e i posti in modo diverso da come sono.<br />
&#8211; Perché?<br />
&#8211; Per farci vedere cose che normalmente non vediamo, ma esistono in un certo senso. Questi quadri servono per farci vedere gli stati d’animo.<br />
&#8211; Cosa?<br />
&#8211; Per farci vedere quello che succede dentro di noi in certi momenti della vita.<br />
&#8211; Non capisco cos’è. Sono tutte righe.<br />
&#8211; Ma vi sembrano uguali?<br />
&#8211; Cosa?<br />
&#8211; I quadri, i tre quadri vi sembrano uguali?</p>
<p>&#8211; Nel primo le linee sono per così, nel secondo sono in giù e nel terzo non capisco.<br />
&#8211; Prof, sembra l’inferno.<br />
&#8211; Quale?<br />
&#8211; Il terzo soprattutto.<br />
&#8211; Sì prof, ci sono anche degli uomini.<br />
&#8211; Dove?<br />
&#8211; Là, non li vede?– Gabriel si alza di scatto compiaciuto per la propria scoperta. Appoggia una mano sul banco e l’altra la usa per indicare la lavagna e farmi vedere.<br />
&#8211; Sono lì, fra le onde, con la testa e le spalle.<br />
&#8211; Di che colore?<br />
&#8211; Neri, non vede?<br />
&#8211; Ah, sì eccoli – dico mentre mostro a tutti delle sagome, circondate da pennellate vigorose di rossi e di bianchi.<br />
&#8211; Quindi il terzo è quello che vi sembra più spaventoso, più agitato?<br />
&#8211; Sì, il terzo non è calmo. È tutto mosso.<br />
&#8211; E negli altri quadri cosa vedete?<br />
&#8211; In quello di qua ci sono degli uomini che camminano, ma piano.<br />
&#8211; Quello di qua quale? Il secondo? Questo a destra?<br />
&#8211; Sì. Sembrano morti prof. Come si chiamano?<br />
&#8211; Zombi?<br />
&#8211; Sì.<br />
&#8211; E il colore? Di che colore è questo quadro secondo voi?<br />
&#8211; Verde.<br />
&#8211; Verde acceso?<br />
&#8211; No, verde grigio.<br />
&#8211; E il primo vi piace?<br />
&#8211; Il primo non si capisce niente.<br />
&#8211; Prof, ci sono delle case.<br />
&#8211; Dove?<br />
&#8211; Là, in alto, le vede?<br />
&#8211; Sì, le vedo. E le righe in questo come vi sembrano?<br />
&#8211; Vanno in là, come si dice?<br />
&#8211; Orizzontali.<br />
&#8211; Ecco, orizzontali. E poi questo è più colorato, più allegro, vero prof?<br />
&#8211; Io non vedo niente – dice Nourdine.<br />
&#8211; Ma le case non le vedi? – gli chiede brusco Luis.<br />
&#8211; No.<br />
&#8211; Ma sono là! – gli urlano in due o tre.<br />
&#8211; Adesso leggete i titoli dei quadri. Sono questi tre scritti in basso a destra.<br />
Mical, con la sua voce squillante attacca &#8211; <em>Gli addii</em>, <em>Quelli che vanno</em>, <em>Quelli che restano</em>.<br />
&#8211; Ora dovete mettere ogni titolo al quadro giusto.<br />
&#8211; Cosa vuol dire “Gli addii”? – chiede Tamer.<br />
&#8211; Nessuno lo sa?<br />
&#8211; Addio. Per salutare uno per sempre – dice svelto Juan Carlos<br />
&#8211; Sì. Quando due persone che si vogliono bene devono salutarsi, e sanno che è per tanto tempo, si dicono addio, non ciao.<br />
&#8211; <em>Gli addii</em> è il terzo, vero prof?<br />
&#8211; Perché secondo te <em>Gli addii</em> è il terzo?<br />
&#8211; Perché è un inferno.<br />
&#8211; Tutti d’accordo con Nourdine che <em>Gli addii</em> è il terzo?<br />
&#8211; Sì – conferma qualcuno.<br />
&#8211; E dove sono secondo voi?<br />
&#8211; Come dove sono?<br />
&#8211; Dove sono quando queste persone si salutano? Dove si trovano?<br />
&#8211; È l’inferno.<br />
&#8211; Sì, è l’inferno Mical, perché gli addii sono terribili ma dove sono? Non sono in un posto preciso secondo voi? per strada, alla stazione, in casa?<br />
&#8211; Ah, ma non sono morti?<br />
&#8211; Gabriel no, non sono morti.<br />
&#8211; Ma non si vede un posto.<br />
&#8211; Lo so, ma immaginate.<br />
&#8211; Forse sono nel mare. No no, aspetta. Qui ci sono due macchine vecchie. Ma dove sono prof?<br />
&#8211; Non capisco neanch’io. Forse stanno correndo per prendere il treno o il pullman.<br />
&#8211; Perché sono tanti che partono.<br />
&#8211; Okey. Questo è <em>Gli addii</em> in ogni caso. Adesso resta da capire qual è <em>Quelli che restano</em> e qual è <em>Quelli che vanno</em>.<br />
&#8211; Facile. <em>Quelli che restano</em> è il primo che è più allegro.<br />
&#8211; Sì, prof è quello più bello. Invece quelli che vanno sono tristi e camminano piano perché sono tristi che devono andare via.<br />
&#8211; Tutti d’accordo?<br />
&#8211; Io sì. Se uno deve andare via è triste e cammina così.<br />
&#8211; Ma non pensate che magari uno scelga di andare via, perché gli piace cambiare. La sua vita gli sembra più allegra e colorata se può cambiare qualcosa, non vi pare?<br />
&#8211; Ma chi è che va via contento?<br />
&#8211; Se uno non è contento dove abita e vuole cambiare città, quando finalmente può partire è contento. Prende il treno per partire e vede dal finestrino le città che passano con tutto il vento davanti che è il vento del treno.<br />
&#8211; Ah, ho capito – dice Martina contenta – e le righe orizzontali sono le righe del vento?<br />
&#8211; Sì, forse. Non vi sembra bello?<br />
&#8211; No. A me no. Se uno può stare nel suo paese è contento, ha tanti amici, fa le feste, va al mare. È più bello, con quei colori che ci sono lì, della festa. Se uno deve partire poi è sempre da solo, non ha nessuno che conosce, cammina piano perché non sa dove andare o sta sempre a casa.<br />
&#8211; Sì, come noi qui.<br />
&#8211; Voi state sempre a casa?<br />
&#8211; Sì prof. Noi usciamo solo per venire a scuola. Altri posti non ci sono dove andare.<br />
&#8211; E diventiamo tutti timidi.<br />
&#8211; Come diventate timidi?<br />
&#8211; Sì prof – dice Valerya – qui noi siamo timidi. Ma prima non eravamo così.<br />
&#8211; All’inizio è difficile ma poi vedrete che sarà anche interessante stare qui. Vi farete degli amici.<br />
&#8211; Interessante non è.<br />
&#8211; Da cinque mesi sono qui e non ho conosciuto nessuno fuori da scuola.<br />
&#8211; Ma quando farete un’altra scuola o lavorerete andrà meglio.<br />
&#8211; Allora qual è titolo per il primo quadro? – chiede Chao Jing che non riesce a seguire bene tutta la discussione.<br />
&#8211; Il titolo giusto del primo quadro è Quelli che vanno e del secondo è <em>Quelli che restano</em>.<br />
&#8211; Secondo me è sbagliato – protesta Christian – per me è il contrario.<br />
&#8211; Va bene. Mettete il titolo che volete. Boccioni ha dipinto questi quadri cento anni fa e cento anni fa prendere il treno o l’aereo, viaggiare veloce, cambiare città vedere altri posti, che non poteva vedere in televisione, gli sembrava bello, allegro.<br />
&#8211; Però non è sempre così.<br />
&#8211; Solo se vai in un posto bello, con soldi, la famiglia e tutto, allora è bello.<br />
&#8211; Se decidi.<br />
&#8211; Sì, se decidi tu è bello. E sai che quando vuoi puoi tornare.<br />
&#8211; Non c’è il quadro con Quelli che tornano?<br />
&#8211; No Antony, non c’è.<br />
&#8211; Perché?<br />
&#8211; Non lo so. Forse perché Boccioni era interessato al futuro e pensava che si dovesse andare, andare e non tornare mai.<br />
&#8211; Perché?<br />
&#8211; Perché quando viveva lui si vedevano le prime macchine in Italia, la luce elettrica, i treni, il futuro. Quando ci sono tante novità tecnologiche si pensa al futuro come un cammino sempre dritto, senza ritorni. Non lo so perché non lo ha dipinto. Ma voi come immaginate il quadro di Quelli che tornano?<br />
&#8211; Io bellissimo, di festa – urla contenta Mical.<br />
&#8211; Potreste farlo voi. Martedì, quando fate arte, potreste dipingere il vostro quadro con Quelli che tornano.<br />
&#8211; Con le righe orizzontali o verticali?<br />
&#8211; Come volete.<br />
&#8211; Secondo me ci vogliono questi – dice Juan Carlos muovendo una matita nell’aria.<br />
&#8211; Dei cerchi?<br />
&#8211; Sì, dei cerchi per far vedere il ritorno. E per gli abbracci tambien.</p>
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		<title>INVALSI DISABILI E IMMIGRATI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 May 2011 10:19:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[disabili]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
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					<description><![CDATA[di Bijoy M. Trentin L’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, http://www.invalsi.it/) in questi giorni (10-13 maggio) sta procedendo a “somministrare” (cosí si dice ormai, come si fa per le medicine, le pene e i sacramenti) agli studenti italiani prove di verifica per valutarne gli apprendimenti: i discenti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Bijoy M. Trentin</p>
<p>L’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, http://www.invalsi.it/) in questi giorni (10-13 maggio) sta procedendo a “somministrare” (cosí si dice ormai, come si fa per le medicine, le pene e i sacramenti) agli studenti italiani prove di verifica per valutarne gli apprendimenti: i discenti coinvolti sono quelli della seconda e quinta classe della scuola primaria (ex scuola elementare), della prima e terza classe della scuola secondaria di primo grado (ex scuola media) e, per la prima volta, della seconda classe della scuola secondaria superiore (ex scuola superiore). Le materie in esame sono solo Italiano e Matematica: si mira a testare la «capacità di comprensione del testo e le conoscenze di base della struttura della lingua italiana», e le «conoscenze e le abilità nei sottoambiti disciplinari di Numeri, Spazio e Figure, Dati e Previsioni e Relazioni e Funzioni» (queste ultime non nella scuola primaria).<span id="more-38970"></span></p>
<p>Tutto bene fin qui: la valutazione statistica degli apprendimenti è indispensabile, poiché deve servire a comprendere come funziona il sistema scolastico italiano a livello locale e nazionale, cosí da mettere in campo risorse per il suo potenziamento, non certo per stilare classifiche di istituti, come intende fare, invece, il Ministro Gelmini: le stesse prove oggi non sono costruite in modo ottimale, poiché i loro obiettivi non sono abbastanza precisi e condivisi, e spesso non sono noti agli studenti e alle loro famiglie. E anche il protocollo stesso pone problemi di tipo sostanziale, tanto da dover essere considerato illegittimo: nonostante si predichi «la piú larga inclusione possibile di tutti gli allievi» nelle prove Invalsi, le disposizioni per la “somministrazione” e la valutazione delle prove discriminano gli studenti disabili e quelli di recente immigrazione (iscritti alla scuola italiana dopo l’1 settembre 2010). I questionari di questi ultimi, d’ufficio, «non concorrono» (l’espressione, nella nota dell’Istituto, è sottolineata e in grassetto) alla valutazione complessiva, in modo tale che i loro risultati non influenzino la media di quelli degli altri immigrati, della classe e della scuola.</p>
<p>I questionari degli alunni con bisogni educativi speciali, su richiesta del Dirigente Scolastico (ex preside), possono non rientrare nell’elaborazione statistica dei risultati di tutti gli altri studenti. Molti giri di parole, inoltre, invitano i docenti di sostegno a far uscire dalla classe gli allievi con disabilità nel corso dello svolgimento delle prove affinché gli altri alunni possano svolgerla senza essere disturbati: prima si dice che i discenti con disabilità possono stare in classe senza insegnante di sostegno e senza importunare gli altri, poi si dice – in pratica – che sarebbe meglio che uscissero, cosí con l’insegnante di sostegno possono fare tutto quello che vogliono, per esempio, anche attività altamente sovversive come persino leggere a alta voce la prova stessa. L’allievo con disturbi specifici di apprendimento può anche essere dispensato dal «sostenimento» (sic!) delle prove: in modo molto stucchevole poi si ricorda che bisogna avere «cura di impegnarlo nei giorni delle prove in un’altra attività ritenuta piú idonea».</p>
<p>L’ansia da prestazione del Ministro Gelmini pare essere condivisa dall’Invalsi, che emana note che sembrano ricordare disposizioni di lugubre memoria: (ingiustificati) timori rispetto a queste prove allora si diffonderanno nei Dirigenti Scolastici, che saranno propensi a scartare le prove degli allievi con disabilità, pena un rating dalle conseguenze negative. Evidentemente è la fine del modello scolastico dell’inclusione: anche se vengono ammessi a scuola, i discenti con disabilità e quelli di recente immigrazione non vengono considerati come gli altri, sono di serie B. Allora avanza il modello della cosiddetta “meritocrazia”, che non è altro che quello dell’esclusione, della discriminazione. “Meritocrazia” significa non premiare e incentivare le capacità e le potenzialità di tutti e di ciascuno, ma significa accentuare gli svantaggi naturali e sociali di partenza: il piano gelminiano non è, di certo, quello di andare a scoprire il “merito” dove anche inaspettatamente può trovarsi, ma premiare quello di tipo elitario, quello che riproduce e incentiva i divari tra le classi sociali.</p>
<p>Il progetto dell’inclusione, faro della scuola italiana, invidiato da tutto il mondo, sta vedendo il suo tramonto a causa di un disegno politico che intende distruggere la scuola statale, rendendola una scuola di seconda categoria rispetto a quella privata. Il prossimo passo sarà quello di (ri)proporre percorsi scolastici differenti per disabili e immigrati, magari in strutture diverse da quelle per gli altri, e quello successivo di non prevedere piú fondi per tali tipi di scuole?</p>
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		<title>Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 04:58:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
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		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
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		<category><![CDATA[roberto castelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco   Laggiù tutte le forme conservano intrecciate un&#8217;unica espressione frenetica di avanzata. Federico Garcia Lorca Il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli meriterebbe di più, sicuramente un premio. Ci sarebbe tutta una lunga enciclopedica lista di gente da premiare, persone a cui stringere la mano dopo avere appuntato sulla loro divisa istituzionale il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/25022011054.jpg"><img loading="lazy" title="25022011054" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/25022011054-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></strong></p>
<address style="text-align: justify;">Laggiù tutte le forme conservano intrecciate</address>
<address style="text-align: justify;">un&#8217;unica espressione frenetica di avanzata.</address>
<address style="text-align: justify;">Federico Garcia Lorca</address>
<p>Il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli meriterebbe di più, sicuramente un premio. Ci sarebbe tutta una lunga enciclopedica lista di gente da premiare, persone a cui stringere la mano dopo avere appuntato sulla loro divisa istituzionale il profilo dorato di una medaglia al valore. Tuttavia, questa è la volta del sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, e non sarebbe decoroso fare finta di niente, si tratterebbe di un&#8217;imperdonabile mancanza di rispetto.<span id="more-38771"></span> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/25022011054.jpg"></a>Con candore, e cristallinità di pensiero, e un uso superlativamente performativo del sillogismo degno dei migliori allievi di Aristotele, sempre il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, durante una sessione multipla di domande poste dal quotidiano <em>Padania</em>, avrebbe così ovviato al problema della presenza della &#8216;ndrangheta lungo tutta la diramata filiera di uno dei più grandi business italiani della seconda decade degli anni duemila, cioè l&#8217;Expo 2015 di Milano: &#8220;<em>Evitiamo per decreto che a partecipare siano aziende che possano essere collegate con la ‘ndrangheta. In poche parole escludiamo le ditte calabresi</em>&#8220;. Ovviamente, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli scherza. Non si prende gioco di noi &#8211; gioca <em>con</em> noi. Fa dell&#8217;ironia una sottilissima arte e la muove all&#8217;interno degli asfittici spazi del dibattito politico per scuotere la nostra coscienza civile. Sempre il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, in quanto uomo delle istituzioni, garante della costituzione, rappresentante del popolo italiano informato sui fatti, non può non sapere in quale regione si è originata e sviluppata con scarso contrasto l&#8217;organizzazione criminale, conosce alla perfezione il carattere nazionale degli investimenti finanziari dell&#8217;organizzazione, ha certezza assoluta della spiccata vocazione internazionale dei movimenti valoriali materiali finanziari che l&#8217;organizzazione criminale non smette un istante di tessere in qualsiasi parte del pianeta Terra. Inoltre, ed è bene precisarlo a buon nome del sottosegretario alle infrastrutture, sempre in virtù di quanto sopra, Roberto Castelli è epistemologicamente avverso al motto <em>fare di tutta l&#8217;erba un fascio</em>, quindi anche in situazioni ampiamente disordinate, vedi il caso in questione, avrebbe la caratura scientifica se non spirituale per vagliare i comportamenti di una qualsiasi persona fisica e/o giuridica calabrese definendoli di volta in volta onesti conniventi corrotti criminali. Allora siamo tecnicamente al punto: perché mai il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli scherza con noi, gioca con noi, tiene le mani sulla pancia dal ridere mentre rilascia su un quotidiano prova di tanta ironia e acume? Forse forse cerca di distrarci? Conosce una per una le passioni tristi che animano la nostra vita quotidiana e fa di tutto per tirarci su il morale? Tenta di riportare a galla sentimenti tipo amore per il prossimo e solidarietà che avevamo riposto in un angolo segreto del nostro trilocale in attesa di un tempo meno depressivo e sinistro? Cioè, cos&#8217;è questo solletico viceministeriale? Una forma dolcissima di empatia? Alla lunga, ragionandoci su, credo davvero che il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli abbia rilasciato questa dichiarazione per istruirci su quanto avesse ragione Jacques Lacan: c&#8217;è una strettissima connessione tra inconscio e linguaggio &#8211; e se l&#8217;inconscio è strutturato come un linguaggio, a sua volta il linguaggio porta traccia, in molti casi una traccia dolorosa, del moto incessante dell&#8217;inconscio e delle sue configurazioni. In altre e più specifiche parole, il sottosegretario Roberto Castelli, in quanto uomo delle istituzioni, garante della costituzione, rappresentante del popolo italiano informato sui fatti, ha messo in scena un finto lapsus linguistico &#8211; cioè, è caduto intenzionalmente in errore &#8211; per riportare alla nostra attenzione il modo euristico e infelice coi cui ahimè ragiona buona parte dei cittadini dello stato italiano. Il sacrificio morale del sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, una di quelle azioni che immediatamente sconfinano nel campo della beatificazione, viene dopotutto a ricordare a ognuno di noi che non va bene, è proprio una scorciatoia ermeneutica, l&#8217;identità è una cosa, la gabbia identitaria è un altra, il territorio è una cosa, la chiusura stagna del territorio è un altra. Avvicinandosi sempre più al cuore pulsante del sacrificio morale del sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, si capisce meglio: nel mondo materiale, così come nell&#8217;infinita ricchezza delle forme di pensiero, non esiste una lunga sequela di piccoli territori recintati, ma un unico grande territorio con un unico amplissimo orizzonte dove tutto si intreccia e si trasforma. Perché sì, ha ragione Federico Garcia Lorca, <em>Ci avvince un desiderio di limiti e di forme</em>, ma più che altro dimora dentro di noi la vocazione a abitare e pensare un territorio infinitamente più esteso, ed è lì il segreto, nel territorio aperto. Ho il vago presentimento che se il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli fosse qui in uno dei suoi elegantissimi completi di grisaglia ministeriale, non perderebbe tempo, aprirebbe sotto i nostri occhi il vocabolario alla voce <em>etica</em>, e con il dito puntato di una vasta erudizione ci farebbe notare come la radice di questa parola discenda dal greco antico <em>ethos</em>, il posto da vivere. Ed è anche e soprattutto per questo che mi piacerebbe sciogliere parte della commozione mentre il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli ritira il suo premio. Del resto, penso, se ha giocato e scherzato con noi mettendo a disposizione queste conoscenze, chissà cosa succederebbe se gli venisse mai in mente di rilasciare qualche nuova e meno scontata dichiarazione sulla Libia, per esempio, o sull&#8217;uso delle centrali termonucleari, o sull&#8217;avventura dei migranti non tanto in acque internazionali quanto sulla terraferma di Lampedusa<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/paste/pasteword.htm?ver=327-12351#_ftn1">[1]</a>. Ci sarebbe da tenerlo d&#8217;occhio, allora. Il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli fiuta premi e riconoscimenti a mille miglia di distanza.</p>
<hr size="1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/paste/pasteword.htm?ver=327-12351#_ftnref1">[1]</a> È decisamente incredibile: nell&#8217;arco di tre settimane, con una determinazione senza pari, staccando di molte misure ogni simile per grado e merito, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli consegue un <em>en plein</em>, rilasciando questa dichiarazione durante il programma televisivo <em>Porta a Porta</em>: &#8220;<em>Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora</em>&#8220;. Ovviamente, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli continua a scherzare con noi, a prendersi cura di noi &#8211; d&#8217;altra parte è patrimonio comune non solo il suo pacifismo, ma soprattutto il suo costante richiamo alla vita e alle opere di un vescovo, il manzoniano e lombardissimo San Carlo Borromeo. E allora perché, si chiederanno i miei venticinque lettori? Presto detto: stracciando sotto i nostri occhi le prime grandezze filosofiche di Giambattista Vico e Vilfredo Pareto, riformulando in modo colloquiale la nozione di <em>eterogenesi dei fini</em>, dando voce come un ventriloquo alla pancia del paese Italia, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli tenta disperatamente di farci comprendere quanto le azioni umane possano portare al conseguimento di fini diversi da quelli prefissati. È chiaro a tutti ormai che se non fosse così umile e schivo e di basso profilo potrebbe tranquillamente ambire a ciò che gli induisti definiscono <em>guru</em>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"> </p>
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		<title>Ore 20:50 Ultime notizie da Brescia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 23:49:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[by Biro Bi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/gru22.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-37246" title="Gru di Brescia by Biro Bi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/gru22.jpg" alt="" width="362" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/gru22.jpg 2480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/gru22-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/gru22-723x1024.jpg 723w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" /></a></p>
<p>by <a href="http://www.flickr.com/photos/birobi/">Biro Bi</a></p>
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		<title>Attualismi 1 &#8211; La Gelmini e le pecore nere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 12:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[attualismi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori La ministra Gelmini ha perfettamente ragione: non più di 30% di stranieri (malparlanti, ha aggiunto dopo un assorto ripensamento) per classe. Certo si potrebbe discutere se sarebbe meglio il 29,9 o il 30,2, lo concede lei stessa, ma il principio è sacrosanto: 30%. Il 30% è per definizione una percentuale equilibrata e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/pecora-nera-rid-473687392_ff8ac04a91.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-28655" title="pecora nera rid 473687392_ff8ac04a91" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/pecora-nera-rid-473687392_ff8ac04a91-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></strong>La ministra Gelmini ha perfettamente ragione: non più di 30% di stranieri (malparlanti, ha aggiunto dopo un assorto ripensamento) per classe. Certo si potrebbe discutere se sarebbe meglio il 29,9 o il 30,2, lo concede lei stessa, ma il principio è sacrosanto: 30%. Il 30% è per definizione una percentuale equilibrata e rassicurante: 30% di materia grassa, 30% di tasse, 30% di umidità, 30% di comunisti. Con il 30% si riesce ancora a ragionare. Anche nella didattica.</p>
<p>Una pecora nera ci sta bene, fa colore. Se però le pecore nere diventano due, cento, mille, le cose cambiano. Non è più una pecora nera, è un gregge, un gregge dove qua e là svetta una mosca bianca. Di fronte a greggi siffatti c’è un solo rimedio: la soglia del 30%. Certo, 30% di pecore nere è peggio di una sola pecora nera, ma la situazione è ancora sotto controllo.<span id="more-28654"></span></p>
<p>Il toccasana sacrosanto del 30% andrebbe quindi esteso anche a altri ambiti. Prima di tutto alle carceri. Un bel tetto del 30% di stranieri anche lì, e i problemi sarebbero risolti. Basta ghetti babelici, basta assembramenti variopinti e finti suicidi. Che si trovino loro un’altra prigione nei dintorni, se proprio vogliono restare in Italia.</p>
<p>Certo anche sui treni interregionali, che come è noto sono prediletti dagli stranieri malparlanti, e che quindi assomigliano sempre di più a delle infrequentabili casba, bisognerà introdurre al più presto il tetto del 30%. Come anche nei bar di certe periferie, sui marciapiedi di certe stradacce, di alcuni malaugurati centri storici: 30%, e tutti sarebbero contenti.</p>
<p>Ma è soprattutto sui barconi che arrivano in Sicilia che bisognerà essere inflessibili: 30% di stranieri, e non uno di più. Gli altri tutti italiani DOCG. O almeno turisti americani, giapponesi, gente che sa comportarsi e che non ha intenzione di mettere le radici, di impaurire la gente, di generare nidiate di figli.</p>
<p>Quest’idea geniale potrebbe essere applicata anche ai raccoglitori di pomodori e di arance: 30%. Così smetterebbero di stare solo tra di loro, comportamento molto maleducato, e imparerebbero bene l’italiano, cosa che li faciliterebbe nell’acquisto del biglietto di ritorno. Certo si farebbe un po’ fatica a trovare il 70% di lavoratori che parlano bene l’italiano, ma i vantaggi sarebbero incomparabili.</p>
<p>Naturalmente qualche eccezione andrà fatta, lo riconosce anche la ministra Gelmini. Per esempio per le prostitute e i transessuali: qui si potrebbe arrivare tranquillamente al 78%, o qualche volta anche al 99,9%, se i clienti lo desiderano. Come dire, anche nel cioccolato amaro extra-bitter la percentuale di cacao è altissima, senza che nessuno si sia mai lamentato. In certi ambiti si può chiudere un occhio.</p>
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