<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>india &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/india/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 08 Jul 2022 05:25:28 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Amor, ch&#8217;a nullo amato amar perdona</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/07/08/amor-cha-nullo-amato-amar-perdona-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jul 2022 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Boccali]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=98376</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Antonio Sparzani</strong>  <br /> Quando trovo un libro che mi piace molto, il mio istinto di rozzo e incapace recensore sarebbe di gridare semplicemente: “lasciate cadere quello che avete in mano e correte subito a comprare il libro tale e leggetelo tutto d’un fiato”. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-98377" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-743x1024.jpg 743w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-768x1058.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-1115x1536.jpg 1115w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-150x207.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-300x413.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-696x959.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-1068x1471.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-305x420.jpg 305w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali.jpg 1134w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" /></p>
<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>Quando trovo un libro che mi piace molto, il mio istinto di rozzo e incapace recensore sarebbe di gridare semplicemente: “lasciate cadere quello che avete in mano e correte subito a comprare il libro tale e leggetelo tutto d’un fiato”. Ma poiché questo non invoglierebbe se non forse i pochi che mi conoscono bene e condividono i miei gusti, mi pare che sia meglio, e anche più giusto, usare mezzi più persuasivi per invogliare il potenziale lettore, raccontandogli almeno qualcosa del libro stesso. Così:</p>
<blockquote><p>«Oggi ancora, lei, che splende inghirlandata<br />
di magnolia d’oro,<br />
volto di loto in fiore, tenue la linea della pelurie<br />
sul ventre,. . .»</p></blockquote>
<p>così cominciavo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2019/03/23/le-stanze-dellamor-furtivo/">qui</a>, nel 2019, a parlare di un volume di <strong>Giuliano Boccali</strong>, nel quale l’autore traduceva e illustrava alcuni poemetti (<em>Nuvolo messaggero, Centuria d’amore e Le stanze dell’amor furtivo</em>) della letteratura indiana. Ma lo scorso febbraio è uscito questo suo nuovo libro <em>Il Dio dalle frecce fiorite – miti e leggende dell’amore in India </em>(Il Mulino, 243 pp., €16), tra l’altro molto ben corredato di quasi una trentina di immagini a colori, nel quale l’autore, allargando assai la prospettiva, si propone di dare un quadro più complessivo dell’amore nelle sue molteplici sfaccettature nella letteratura indiana (e il titolo dantesco di questo post è citato da Boccali stesso in uno dei molti racconti).</p>
<p>Quando si iniziano a leggere i primi capitoli, si comincia ad avere davanti agli occhi uno straordinario, rutilante turbinio di storie, di poesie, di vicende, in gran parte mitologiche anche se non completamente, nelle quali dèi supremi (Vishnu, Shiva e la Dea, in sanscrito <em>Devi</em>), il dio creatore (Brahma), dèi meno importanti, antidèi (asura), demoni, umani di varie caste si mescolano continuamente in intrighi, innamoramenti, tradimenti, rinunce, ascetismi alla base dei quali incontrastato – o meglio – talvolta assai contrastato ma sempre presente, comunque regna l’amore, il <em>Leitmotiv </em>dell’intero scritto, come del resto dichiara il sottotitolo.<br />
Mi pare che le prime righe del testo, quelle con le quali inizia il <strong>Prologo </strong>(il cui titolo, già significativo, è <em>In principio fu il Desiderio</em>), siano la migliore illustrazione possibile di tutto il tema, per cui ve le riporto così come sono: </p>
<blockquote><p>“Le fattezze di Kamadeva, l&#8217;indiano dio dell&#8217;amore, certo sono molto affascinanti, anche se piuttosto pericolose, e le sue attività genialmente multiformi, anche se talora disastrose. È stato generato con un atto mentale spontaneo dal Creatore Brahma, invaghito della sua precedente creazione, la sublime Sandhya impareggiabile per bellezza, che infatti incontreremo lungo il filo dei nostri racconti. Al pari del suo collega greco-romano Cupido &#8211; kama in sanscrito significa proprio cupido, «desiderio» -, egli si presenta come un meraviglioso giovane armato di arco e frecce, che la fantasia indiana concepisce in maniera molto immaginosa. Infatti l&#8217;arco di Kama è di canna da zucchero, la corda è costituita da una fila di grandi api nere, emblema in India del desiderio volubile e insaziabile, mentre le punte delle sue frecce sono fatte di fiori, cinque fiori identificati con precisione: loto bianco, ashoka [<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Saraca_asoca">saraca asoka</a>], mango, gelsomino e ninfea blu, donde l&#8217;epiteto molto frequente di «Dio dalle frecce di fiori», «Dio dalle frecce fiorite». È sprovvisto di ali mentre il suo animale veicolo e compagno è il pappagallo. Suo amico e alleato di elezione è Vasanta, «Primavera» (maschile in sanscrito), pure nato dalla mente di Brahma. In altra, più inquietante circostanza hanno origine sempre dal Creatore le truppe del dio, i Mara, «Assassini» (già!), ai quali viene affidato il compito di confondere le menti di chi è colpito dai suoi dardi e di ostacolare in ogni maniera i ricercatori nella via della conoscenza del mondo. Sull’insegna di Kama è raffigurato. . . un po’ scherzosamente non riveliamo per ora quale animale sia effigiato sulle bandiere del dio, rinviando la risposta al termine del percorso . . .”</p></blockquote>
<p>Anch’io mi guarderò bene dal fare spoiling rivelando a voi quale sia questo sorprendente e inaspettato animale simbolo, che viene rivelato verso la fine del libro, dirò che non è certo un animalino dolce e grazioso come uno si potrebbe aspettare. Il libro contiene tante storie, la maggior parte delle quali risalgono a testi assai antichi, dal Rigveda e dal Mahābhārata in poi e anche raccontarne per disteso una sola occuperebbe molto spazio. Mi limiterò dunque a cercare di centrare un punto che Boccali, la cui conoscenza e competenza in tutto questo ambito di sapere sembrano davvero sconfinate, sottolinea verso la fine del libro (p. 180) e che suona così:</p>
<blockquote><p>“Come già si è detto, a partire da Brahma stesso non c&#8217;è infatti alcun maschio, dio, asceta, saggio, eremita, re-veggente &#8211; ma proprio nessuno &#8211; che non abbia ceduto almeno una volta al fascino femminile, pur avendo pronunciato voti che gliela proibivano tassativamente. Il racconto delle loro storie occuperebbe una intera collana di libri, non un solo capitolo di un libro come questo. E ciò inequivocabilmente significa che per la visione indiana diffusa l&#8217;esperienza dell&#8217; amore è fondamentale, insostituibile, proprio ai fini dell&#8217;adempimento del destino spirituale più alto: conoscenza e amore sono inscindibili, fusi l&#8217;una nell&#8217;altro. Su questo terreno germoglia e cresce la convinzione espressa dai tantra che il sesso è uno dei mezzi principali per accedere rapidamente ai livelli superiori di coscienza e alla liberazione.”</p></blockquote>
<p>Aggiungo solo la considerazione (un po’ fuori tema) che mi piacerebbe molto che l’attuale primo ministro Indiano Narendra Modi, fondasse davvero la sua amministrazione sull’amore (così come, in un mondo assai diverso dall’attuale, dovrebbero fare tutti i governanti).<br />
<figure id="attachment_98378" aria-describedby="caption-attachment-98378" style="width: 231px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" class="size-medium wp-image-98378" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-788x1024.jpg 788w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-768x998.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-150x195.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-300x390.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-696x904.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-323x420.jpg 323w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali.jpg 936w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" /><figcaption id="caption-attachment-98378" class="wp-caption-text">la terribile dea Kali</figcaption></figure></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Chi dice che Varanasi è sporca non ha capito</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/05/dice-varanasi-sporca-non-capito/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/05/dice-varanasi-sporca-non-capito/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Dec 2016 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[chiara cerri]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[varanasi]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=65799</guid>

					<description><![CDATA[Testo e foto di Chiara Cerri &#160; Torno a Varanasi, solo col pensiero. Ci sono posti che ritrovi solo dopo mesi, ci sono foto che lasci a fermentare nel tuo hard-disk, fino al momento in cui le ritroverai. Diverse, lontane, sbiadite? Ci sono viaggi che ti lasci alle spalle, solo per riposarti e poi riprenderli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Testo e foto di <a href="http://www.chiaracerri.com/" target="_blank"><strong>Chiara Cerri</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Torno a Varanasi, solo col pensiero.<br />
Ci sono posti che ritrovi solo dopo mesi, ci sono foto che lasci a fermentare nel tuo hard-disk, fino al momento in cui le ritroverai. Diverse, lontane, sbiadite?<br />
Ci sono viaggi che ti lasci alle spalle, solo per riposarti e poi riprenderli con la mente fresca e quieta del ritorno.<br />
Ci sono foto che rivedi ed è come un tuffo in un passato lontanissimo che è solo di cinque mesi o di due anni fa.<br />
Se i ricordi si sparpagliano riapro il mio diario di viaggio e tra le righe di una calligrafia sempre diversa tutto riprende le fila, i giorni si susseguono, gli itinerari combaciano, i nomi tornano alla mente.<br />
<span id="more-65799"></span></p>
<p>Sono arrivata a Varanasi dopo l’avventura notturna di 11 ore passate su un autobus scricchiolante preso a Sunauli, al confine col Nepal. Le ossa del culo dolente sul sedile in ferro e la testa appoggiata al finestrino, l’aria polverosa che entra, il tipo seduto di fianco a me che riesce a dormire in uno spazio vitale di meno di un metro e la sua testa che ciondola sulla mia spalla.<br />
Arrivata a Varanasi, la priorità, ancora prima di affrontare il branco di indiani pronto a contendersi i nuovi turisti, era quella di svuotare la vescica. Perché per tutto il viaggio non avevo avuto il coraggio di scendere per andare a pisciare con il rischio di ritrovarmi sola al buio e con le mutande abbassate in un luogo sperduto dell’Uttar Pradesh, mentre il mio autobus scalcinato ripartiva.</p>
<p>Varanasi: da Varuna ghat ad Assi ghat. Quanti ghat ci sono a Varanasi? Quante mucche? Quanti sputi per terra? Non ho provato a contarli, ma ho provato ad abituarmici.<br />
I ghat sono le postazioni lungo il Gange dove avvengono le abluzioni, in cui la gente va a purificarsi, a fare il bagno a lavare i propri vestiti. Dove i cani vanno a mangiare quello che l’acqua porta a galla e la gente va a morire.<br />
Varanasi è la prima città sacra per l’Induismo, proprio dove il Buddha dopo l’illuminazione, fece il suo primo discorso sulla sofferenza e sempre secondo l’Induismo è l’unico posto al mondo che permette agli uomini di sottrarsi al ciclo delle reincarnazioni, entrando direttamente nel paradiso di Shiva.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-65803" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44.jpg" alt="benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44" width="1000" height="667" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>A Varanasi è stata la luce dell’alba ad accogliermi, così come l’odore di lurido, gli edifici degradati, le enormi vacche che camminavano placide per strada, i colori sgargianti dei meravigliosi sari, gli indiani che camminano scalzi e quelli accasciati a terra.<br />
Varanasi la città il cui suolo è tappezzato dagli schizzi rossi del paan, sputi che sono come stampe grafiche su una strada lorda.<br />
Ti perdi nei suoi vicoli, e poi ti ritrovi inconsapevolmente di fronte ad un ghat, perché davvero è il caso di dirlo: tutte le strade portano al Gange. È lì che si va a morire, pregare, purificarsi, lavarsi i denti, piangere, buttare i corpi morti.</p>
<p>In India la morte è un fatto serio e viene trattata con rispetto e naturalezza, i ghat della cremazione sono due: il Manikarnika ghat è quello più grande, destinato esclusivamente agli indù, e il Harischandra ghat più popolare e piccolo.<br />
Ogni giorno in questi due ghat si svolgono centinaia di cremazioni, se superi le vacche, i tori, i mendicanti, il legname da ardere, i turisti e la sporcizia arrivi a vedere i fuochi. Puoi solo guardare e non fotografare, a meno che tu non sia disposto a pagare.<br />
Qualche ciarlatano ti si avvicina per spiegarti come funziona, raccontarti del processo di purificazione, di quanto l’anima conti più del corpo, te ne rendi conto perché hai gli occhi pieni di fumo e la cenere infiltrata nelle narici finché poi allunga la mano e ti chiede dei soldi. E se non paghi ti maledice, ti caccia.<br />
È questo il canto straniante dell’India: lo spirito e la materia in una lotta continua.<br />
I corpi arrivano in lettighe di bambù, accompagnati dai familiari uomini, perché le donne non sono ammesse al rituale, al ritmo scandito delle parole “Ram Nama Satya Hey!” che significano “Il nome di Dio è verità” vengono poi immersi nel Gange per essere purificati e adagiati ad aspettare il loro turno.<br />
I familiari sono vestiti di tuniche bianche, li riconosci perché sono seri, concentrati, ma nessuno piange o si dispera: la morte è un fatto a cui non ci si può ribellare, è un passaggio naturale.<br />
Il momento clou si chiama Kapal Kriya: il cranio si apre per effetto del calore, così che l’anima liberata dal corpo possa salire in cielo verso gli dei. Quando questo non accade naturalmente il “dom” (l’addetto alle cremazioni) deve rompere il cranio con un colpo di bastone sulla fronte all’altezza del terzo occhio.<br />
Di solito i fuochi vengono suddivisi per distinzione di casta, più i falò sono grandi e pieni di legna e più sono costosi, di conseguenza appartengono a famiglie ricche, per quelli che non possono permettersi la cremazione i corpi vengono buttati in acqua con un sasso legato ad un piede. Insieme a tutti gli altri che non vengono bruciati perché non hanno bisogno della purificazione del fuoco: donne incinte, bambini sotto i tre anni, sadhu e lebbrosi vengono lasciati cadere sul letto del fiume.<br />
Molto spesso i corpi che risalgono in superficie vengono mangiati dai cani, dagli uccelli o altri animali di passaggio.</p>
<p>Chi dice che Varanasi è sporca non ha capito quello che c’è dentro questo sporco: è agghiacciante, surreale e commovente, odora di fumo e ceneri. Morte e vita. Ti mette di fronte a quello a cui tutti noi non ci possiamo sottrarre.<br />
È una cicatrice che ti resta sulla pelle.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-65802" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06-1024x683.jpg" alt="varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06" width="720" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06.jpg 1500w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/05/dice-varanasi-sporca-non-capito/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Indiani d&#8217;India?&#8221;, ovvero: tecniche di basso marketing</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/07/23/indiani-dindia-ovvero-tecniche-di-basso-marketing/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/07/23/indiani-dindia-ovvero-tecniche-di-basso-marketing/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 22:26:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<category><![CDATA[marketing virale]]></category>
		<category><![CDATA[murene]]></category>
		<category><![CDATA[spiritualita]]></category>
		<category><![CDATA[Swami Prabhupada]]></category>
		<category><![CDATA[vaisnavismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36217</guid>

					<description><![CDATA[[Nazione Indiana si vanta di essere sempre all&#8217;ascolto dei suoi lettori. Si riporta qui la fedele trascrizione di un dialogo su Facebook tra un nostro distinto rappresentante, Andrea Raos, e un lettore, come si intuisce dal seguito della chat, assiduo, appassionato e attento. Buona lettura. a.r.] 14:45 Amico di Nazione Indiana su Facebook: indiani d&#8217;india [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><small><em>[Nazione Indiana si vanta di essere sempre all&#8217;ascolto dei suoi lettori. Si riporta qui la fedele trascrizione di un dialogo su Facebook tra un nostro distinto rappresentante, Andrea Raos, e un lettore, come si intuisce dal seguito della chat, assiduo, appassionato e attento. Buona lettura. a.r.]<br />
</em></small></p>
<p>14:45 <strong>Amico di Nazione Indiana su Facebook</strong>: indiani d&#8217;india ?<br />
Buongiorno</p>
<p>14:45 <strong>Nazione Indiana</strong>: buongiorno</p>
<p>14:46 AdNIsF: Piacere&#8230; io ho un grande amore per l&#8217;India<br />
Un amore che era nato con la scoperta dei Raga e del Sitar, del Surbar, e poi del vaisnavismo</p>
<p>14:46 NI: bene</p>
<p>14:47 AdNIsF: Ma anche con scrittori come Arundhati Roy</p>
<p>14:47 NI: capisco<br />
<span id="more-36217"></span><br />
14:48 AdNIsF: Un libro suo in particolare mi ha sconvolto&#8230; parlo de &#8221; Il Dio delle piccole cose &#8220;, non so com&#8217;è in originale però<br />
ma ancora prima l&#8217;India mi aveva sconvolto indirettamente con certe canzoni dei Beatles ispirate appunto all&#8217;India<br />
vorrei essere indiano anch&#8217;io</p>
<p>14:49 NI: sì</p>
<p>14:49 AdNIsF: e non italiano</p>
<p>14:49 NI: mi rendo conto</p>
<p>14:50 AdNIsF: mi fa piacere<br />
mi scusi&#8230; parlo con un uomo o con una donna ?</p>
<p>14:50 NI: questo che c&#8217;entra, scusi?</p>
<p>14:50 AdNIsF: così, per sapere con chi sto parlando esattamente<br />
se vuole dirmelo</p>
<p>14:51 NI: ma se posso chiedere</p>
<p>14:51 AdNIsF: prego</p>
<p>14:51 NI: in cosa possiamo esserle utili?</p>
<p>14:51 AdNIsF: in un approfondimento, questo mi occorrerebbe molto&#8230;</p>
<p>14:52 NI: un approfondimento su cosa?<br />
non capisco, abbia pazienza</p>
<p>14:53 AdNIsF: le ho citato il vaisnavismo, Arundhati Roy, i Raga, I Beatles&#8230;&#8230; su questo intendevo&#8230; in particolare sulla spiritualità, sulla Coscienza di Krshna</p>
<p>14:53 NI: sono argomenti complessi&#8230;<br />
in particolare i beatles, direi</p>
<p>14:54 AdNIsF: dice?</p>
<p>14:54 NI: lei non trova?</p>
<p>14:55 AdNIsF: non so, trovo molto più misterioso un personaggio come Swami Prabhupada&#8230; mi piacerebbe capire com&#8217;è visto in India, come è considerato</p>
<p>14:56 NI: cosa vuole, c&#8217;è chi ne dice bene e chi ne dice male<br />
è spesso così, purtroppo</p>
<p>14:56 AdNIsF: male perchè ?</p>
<p>14:56 NI: adesso non mi faccia entrare nei dettagli, la prego<br />
capisce certo anche lei che sono questioni MOLTO delicate</p>
<p>14:57 AdNIsF: lei è più misteriosa di Swami Prabupada, e inoltre ho capito che lei è una donna,<br />
si esprime cioè come una donna<br />
sono bravo vero?</p>
<p>14:58 NI: impressionante in effetti</p>
<p>14:58 AdNIsF: però leggo che è sposata con una donna, se posso<br />
non si preoccupi, sono un progressista</p>
<p>14:59 NI: la ringrazio di cuore per questo</p>
<p>14:59 AdNIsF: no, è che sono anch&#8217;io un po&#8217; così</p>
<p>14:59 NI: ah, ecco</p>
<p>15:00 AdNIsF: ah ah ah</p>
<p>15:00 NI: cose che capitano</p>
<p>15:00 AdNIsF: io sono di *****, e lei, posso chiederle di dov&#8217;è<br />
molto ironica, mi piace<br />
ma lei è indiana?</p>
<p>15:01 NI: bene, ora devo lasciarla, abbia pazienza<br />
buona serata</p>
<p>15:01 AdNIsF: oh&#8230; mi spiace&#8230; forse l&#8217;ho importunata ?<br />
mi scusi</p>
<p>15:01 NI: no per nulla</p>
<p>15:01 AdNIsF: non volevo</p>
<p>15:01 NI: però devo andare</p>
<p>15:02 AdNIsF: ah bene, sono felice<br />
spero che abbia voglia di parlare ancora con me</p>
<p>15:02 NI: non dimentichi di abbonarsi a murene, mi raccomando<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/murene-abbonarsi-e-semplice/">https://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/murene-abbonarsi-e-semplice/</a></p>
<p>15:02 AdNIsF: murene ?<br />
guarderò</p>
<p>*</p>
<p><small><em>sigla finale (idea di Gianni):<br />
</em></small></p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Hv25oQLn0S8&amp;hl=it_IT&amp;fs=1?rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/07/23/indiani-dindia-ovvero-tecniche-di-basso-marketing/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>19</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%e2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%e2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 09:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Arjun Appadurai]]></category>
		<category><![CDATA[Azade Seyhan]]></category>
		<category><![CDATA[black english]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Tirinanzi]]></category>
		<category><![CDATA[croazia]]></category>
		<category><![CDATA[Dubravka Ugresic]]></category>
		<category><![CDATA[esilio]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Gregor G. Drubnik]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<category><![CDATA[Joydeep Roy Bhattacharaya]]></category>
		<category><![CDATA[jugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura transnazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Moses Isegawa]]></category>
		<category><![CDATA[newyoricano]]></category>
		<category><![CDATA[Seminario Internazionale sul Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[smurfentaal]]></category>
		<category><![CDATA[spanglish]]></category>
		<category><![CDATA[zona grigia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=25557</guid>

					<description><![CDATA[di Dubravka Ugrešić La letteratura europea e l’Eurovision Song Contest La nozione di letteratura europea, così come viene intesa dai politici dell’Unione, da coloro che finanziano la cultura, dagli editori, dai dipartimenti di letteratura, dalle università vecchio stile e molto spesso dagli scrittori stessi, non è poi così diversa da quella di “miglior canzone pop [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Dubravka Ugrešić</strong></p>
<p><em>La letteratura europea e l’Eurovision Song Contest</em></p>
<p>La nozione di letteratura europea, così come viene intesa dai politici dell’Unione, da coloro che finanziano la cultura, dagli editori, dai dipartimenti di letteratura, dalle università vecchio stile e molto spesso dagli scrittori stessi, non è poi così diversa da quella di “miglior canzone pop in Europa” che si ha all’Eurovision Song Contest. <span id="more-25557"></span><br />
L’Eurovision Song Contest è l’esempio più straordinario della fusione spirituale del continente: è una grandiosa (in grandioso <em>stile europeo</em>) sarabanda del kitsch musicale di tutti i paesi europei. Molto più di quello musicale, tuttavia, sono altri gli aspetti del concorso che offrono l’intrattenimento maggiore: le <em>mises</em> (quest’anno gli interpreti ciprioti avevano i vestiti migliori!); la messa in scena (gli irlandesi quest’anno avevano tanto di quel fumo sul palco che hanno quasi scatenato un incendio!); il momento della votazione (Croazia, dieci punti! Belgio, due punti!); le cartoline televisive dai diversi paesi o le brevi visite agli studi di Tallinn e di Dublino; l’intrattenimento “politico” (Scommetto che la Croazia darà un alto punteggio agli sloveni e che gli sloveni daranno il massimo dei voti alla Croazia!); la presenza di nuovi paesi partecipanti (Oh, quest’anno abbiamo anche i bosniaci!); l’assenza di alcuni paesi non-partecipanti (Per me nessun serbo canterà in Europa!). Quanto alla musica, è scontato che i turchi siano presenti con un brano folcloristico dal sapore orientaleggiante, mentre gli svedesi cerchino di replicare i successi da hit parade dei loro ABBA. Il più grande spettacolo europeo ha anche un lato didattico (Il pubblico impara a conoscere nuovi stati: Lettonia, Estonia, Lituania) e uno ideologico (D’accordo, abbiamo fatto entrare gli estoni, ma in nessun caso permetteremo ai turchi di fare altrettanto: il loro modo di cantare ha grossi limiti!). Il tutto, naturalmente, produce grandi profitti. Ci sono momenti in cui s’inarca stupiti il sopracciglio, quando, ad esempio, appare Diva (Viva la diva! ), il travestito israeliano. Ma una certa meraviglia, in un concorso <em>mainstream</em> come questo, non può che rivelarsi rigenerante.</p>
<p>La vita letteraria europea, generalmente, non è poi così diversa dall’Eurovision Song Contest. Anch’essa ha i suoi grandi nomi dietro ai quali c’è sempre (Sempre!) uno Stato. È certo meno spettacolare. Ma la cerimonia del <em>Man Booker Prize</em>, trasmessa ogni anno da qualche canale televisivo, dimostra che anche la letteratura può diventare uno spettacolo holliwoodiano. I vincitori del premio si riuniscono rumorosamente sul palco (Canada, dieci punti!) e ringraziano in modo incredibilmente simile a quello delle pop star. I giudici emettono un giudizio più eloquente, il che non stupisce se si pensa che le parole, più che le note musicali, sono la sostanza della letteratura. Considerando l’impatto commerciale dello show, si conferma la validità del confronto che ho proposto all’inizio, indipendentemente da chi lo reputi ingiusto, malizioso o poco riguardoso.</p>
<p><em>Il ruolo di Gregor G. Drubnik in tutto questo</em></p>
<p>Circa trent’anni fa apparve in un numero del <em>New York Times</em> una notizia inventata su Gregor G. Drubnik, uno scrittore bulgaro che, secondo l’articolo, aveva vinto nel 1971 il premio Nobel per la letteratura. L’articolo traboccava di epiteti discriminatori – <em>le davvero stupefacenti qualità del lavoro di Drobnik</em> – che, nelle intenzioni del giornalista, avrebbero dovuto essere divertenti. La sola idea, infatti, che un bulgaro potesse vincere il premio Nobel per la letteratura avrebbe dovuto far sorridere i lettori.</p>
<p>Se mi fossi imbattuta in quell’articolo quando fu pubblicato, anch’io avrei sorriso. A quel tempo studiavo la letteratura comparata ed ero assai preseuntuosa. Leggevo gli scrittori europei e americani, scrivevo tesine su Proust e Joyce, leggevo i russi più e meno noti e studiavo le scuole di teoria letteraria quando la teoria letteraria era al suo apogeo. Pensavo di essere in simbiosi con il grande mondo della letteratura. In Jugoslavia, in quel periodo, c’era stata un’improvvisa ondata di pubblicazioni e un grande incremento delle traduzioni, e io seguivo ogni novità su cui riuscivo a mettere le mani. Quando nei primi anni Ottanta giunsi per la prima volta negli Stati Uniti, ciò che mi colpì, guardando la selezione dei libri in traduzione nelle librerie, fu la loro scarsa scelta. Non potevo dirlo a nessuno, primo perché nessuno mi avrebbe creduto e poi perché, solo pochi anni dopo, la situazione nelle librerie americane – almeno per le traduzioni – era già cambiata drasticamente.</p>
<p>Nei primi anni Novanta la situazione mutò anche “a casa mia”: le locali librerie erano desolatamente vuote e per me era assai difficile convincere qualcuno che solo pochi anni prima le cose erano ben differenti. In quello stesso periodo i miei libri cominciavano a farsi strada nel mondo e io, non molto dopo, li seguii. Convinta com’ero di essere in piena comunicazione con il grande mondo letterario (qualunque cosa questo significhi), mi ero dimenticata della possibilità che forse il grande mondo non stava comunicando con me.</p>
<p>Allorché il mio primo romanzo fu pubblicato in Inghilterra, un critico concluse la sua recensione con una domanda: <em>Siamo sicuri che è questo quello che ci serve?</em> Solo più tardi compresi che cosa aveva voluto dire. Non mi ero accorta che nel corso dei miei viaggi un’etichetta continuava a rincorrermi: <em>Made in Balkans</em>. Quando qualcuno viene dai Balcani, non ci si aspetta da lui o da lei che produca libri di autentico valore letterario, ma che dia vita allo stereotipo che NOI abbiamo di LORO, gli abitanti dei Balcani, o dei luoghi da dove tutti LORO provengono. Avevo, perciò, completamente dimenticato da dove venivo e dove stavo andando o, in altre parole, ignoravo i codici di comunicazione stabiliti da tempo tra il centro culturale e la periferia. In tutto questo le mie capacità letterarie non c’entravano nulla.</p>
<p>Saltò fuori che, dopo trent’anni, l’ombra della guerra fredda di Drubnik stava ancora in agguato ai margini della periferia. Il numero di etichette che gli altri affibbiavano a me e ai miei libri continuava a crescere. Altre apparvero accanto a <em>Made in Balkans</em>: il collasso della Jugoslavia, la caduta del comunismo, la guerra, il nazionalismo, i nuovi stati, le nuove identità… Le mie opere comunicavano con il lettore straniero portandosi sulle spalle un grosso fardello. Sembravo una viaggiatrice con più valigie per mano che cercava di mantenere un’aria aggraziata. I miei colleghi dell’Europa occidentale, al contrario di me, viaggiavano leggeri e senza bagagli: tutto ciò che i lettori vedevano era rappresentato dalle loro persone e dai loro libri. Nel mio caso, il bagaglio stava seppellendo sia me che i miei libri. La situazione era cambiata drasticamente anche “a casa mia”. Le etichette cominciavano a prolificare anche laggiù. Improvvisamente, per comprendere i miei libri diventò importante sapere se fossi una croata o una serba, e chi fossero i miei genitori. </p>
<p>Dieci anni fa avevo un passaporto jugoslavo, con la sua morbida e flessibile copertina rosso scuro. Ero una scrittice jugoslava. Poi arrivò la guerra e i croati, senza neanche chiedermi il permesso, mi mostrarono un passaporto croato blu. Il governo croato si aspettava dai suoi cittadini una metamorfosi istantanea, come se il passaporto fosse stato una sorta di pillola magica. Dato che nel mio caso specifico le cose non filarono per niente lisce, mi esclusero dalla loro letteratura e da altre cariche. Con il passaporto croato in mano abbandonai la mia terra natale, quella appena acquisita e quella precedentemente demolita, e cominciai a viaggiare per il mondo. Con un entusiasmo da Eurosong il resto del mondo prese a considerarmi una scrittrice croata: diventai la rappresentante letteraria di un paese che non mi voleva. Cominciai così anch’io a non desiderare più il luogo che non mi desiderava. Non sono una fan dell’amore non corrisposto. Ancor oggi, comunque, non mi sono liberata delle etichette.</p>
<p>Ho di nuovo in mano un passaporto con una morbida e flessibile copertina rosso scuro, un passaporto olandese. Questo nuovo passaporto fa di me una scrittice olandese? Potrebbe, ma ne dubito. Ora che ho un passaporto olandese sarò in grado di “reintegrarmi” nei ranghi degli scrittori croati? Forse sì, ma ne dubito. Qual è il mio vero problema? Forse mi vergogno della mia etichetta di scrittrice croata che ancora mi perseguita? No. Mi sentirei meglio con un marchio Gucci o Armani? Sicuramente sì, ma non è questo il punto. Allora cos’è che voglio? Perché sono così allergica alle etichette?</p>
<p>Perché? Perché la ricezione delle opere letterarie ha mostrato che il fardello dell’identità finisce per impantanare l’opera. Perché è stato dimostrato chiaramente che le etichette alterano la sostanza di un’opera e il suo significato. Perché l’etichetta è, in effetti, un’interpretazione testuale semplificatrice, quasi sempre fuorviante. Perché un’etichetta fa sì che si legga in un’opera qualcosa che non c’è. E infine perché l’etichetta discrimina l’opera. Acconsentire supinamente a essere marchiati da un’identità nazionale significa sostenere e promuovere la letteratura come una nozione geopolitica, la qual cosa, in effetti, vista la realtà, potrebbe anche essere vera. Ma perché mai dovrei abbracciare la “realtà” solo perché è una “realtà”?</p>
<p>Perché la grande maggioranza dei miei colleghi sente la necessità di aggrapparsi a questa etichetta?  Perché l’identità nazionale di uno scrittore, l’appartenere a un preciso paese, permette di affermarsi all’interno del mercato letterario e della comunicazione. Perché in questo modo è molto più facile e molto più rapido spostarsi dalla periferia al centro. Perché per molti scrittori l’etichetta dell’identità nazionale è il solo modo di comunicare contemporaneamente in un contesto locale e in un contesto globale, facendosi accettare e riconoscere come scrittori bosniaci, sloveni o bulgari. L’etichetta dell’identità nazionale è il presupposto fondamentale delle vecchie istituzioni letterarie nazionali, ma anche del moderno mercato letterario. Perché si tratta di un presupposto etnico, una vera e propria formula pubblicitaria che ha proiettato, per ragioni letterarie buone o cattive, molti scrittori dalla periferia al mercato letterario globale. Il mercato ha sempre bisogno di uno scrittore bulgaro, serbo o albanese. Di uno, al massimo due. Una certa sovrabbondanza, naturalmente, sarebbe fonte di confusione. </p>
<p><em>L’Europa giù fino all’India</em></p>
<p>La burocrazia culturale dell’Unione Europea, i numerosi managers, gli addetti e i “supporters” (burocrati che ‘supportano le questioni culturali’) – tutti costoro fanno ciò che possono per prendere una posizione. La globalizzazione, un’altra parola cara all’imperialismo culturale statunitense, preoccupa la cultura dell’Unione Europea. Mentre i critici americani usano il termine imperialismo senza rimorsi, gli europei rabbrividiscono solo a sentirlo nominare. Hanno paura di essere tacciati di antiamericanismo, come lo sono i francesi – i quali protestano per proteggere i loro prodotti culturali, nonché per quello che gli è stato sottratto: il loro perduto primato culturale. È stato dimostrato che l’antiamericanismo non è né culturalmente, né politicamente, né strategicamente, né finanziariamente produttivo: non sono solo gli uomini d’affari americani a far soldi nell’industria culturale statunitense, ma anche gli intermediari europei. </p>
<p>L’“identità culturale” europea (qualunque cosa ciò significhi) è “minacciata” dalle pervasive produzioni culturali di massa americane; e dagli abitanti dell’Europa dell’Est che attendono di essere ammessi, ciascuno trascinando il suo fardello culturale; dagli emigrati del circuito culturale non-europeo (il punto più doloroso, tra l’altro, del subconscio culturale europeo) i cui numeri crescono minacciosamente di ora in ora. A quale luogo appartengono tutti questi marocchini, algerini, cinesi, arabi? Chi riuscirebbe a registrarne il numero esatto in Europa? Quali categorie usare? Il loro passaporto? La lingua? La sfera culturale a cui si suppone appartengano?</p>
<p>Fiera della sua ideologia e della sua pratica del multiculturalismo, la burocrazia culturale dell’Unione Europea perpetua, per adesso, un collaudato e sicuro approccio – <em>io Tarzan, tu Jane</em> – una formula questa che riconosce le più varie identità culturali e che incoraggia il mantenimento delle specificità regionali (o di altro tipo) e, ovviamente, l’integrazione, sebbene nessuno sappia cosa voglia dire davvero questa parola. Così a ciascuno la sua fede, a ciascuna il suo burka. Fin tanto che un marocchino mette nel carrello della spesa qualcosa di <em>marocchino</em>, qualsiasi cosa ciò significhi, e noi invece ci mettiamo qualcosa di <em>europeo</em>, qualsiasi cosa ciò voglia dire, nel mondo tutto va per il meglio. È così che per lo più si scambiano i prodotti culturali, è questo il modo in cui il mercato procede, e le dinamiche della vita letteraria si sviluppano in base allo stesso radicato meccanismo.</p>
<p>Nel mondo tutto potrebbe andare per il meglio… se non ci fossero individui che cantano fuori dal coro, pezzi non funzionanti dell’ingranaggio, persone che erodono gli stereotipi culturali, ponendosi domande su chi sono e su chi dovrebbero essere. Individui così crescono più in fretta dei promoter culturali, dei manager, della burocrazia culturale dell’Unione Europea che si batte per l’identità culturale europea. Crescono più in fretta dei loro critici e interpreti, professori universitari e lettori. In altre parole: nessuno sa che cosa fare di loro.</p>
<p>Che cosa dovrebbero fare gli olandesi con Moses Isegawa, uno scrittore africano che vive in Olanda e scrive in inglese? Che cosa dovrebbero fare con me? Vivo ad Amsterdam, eppure non scrivo in olandese. Che cosa dovrebbero fare i croati con me? Scrivo in croato, ma ho una «cattiva reputazione» e torno a casa solo per le vacanze di Natale. Che cosa dovrebbero fare con me i serbi e i bosniaci? Possono leggermi nella lingua in cui scrivo – SBC (serbo-croato-bosniaco)? Come trattano gli olandesi uno scrittore marocchino il quale, anziché scrivere testi sulle differenze culturali tra marocchini e olandesi che chiunque potrebbe comprendere facilmente, si è impegnato nella ricostruzione dell’olandese del XVIII secolo? Che cosa dovrebbero fare i francesi con un arabo che ha iniziato una nuova versione della <em>Recherche</em> o i tedeschi con uno scrittore turco che sta scrivendo un nuovo <em>I dolori del giovane Werther</em>? </p>
<p>Fra le numerose disfunzioni del sistema letterario esistente, ho il mio esempio preferito. Joydeep Roy Bhattacharaya è nato a Calcutta. Ha lasciato l’India quando aveva vent’anni, conseguendo una laurea in Filosofia negli Stati Uniti. Vive a New York. Joydeep ha scritto un romanzo. Il tema del suo romanzo è l’Ungheria e un circolo di intellettuali ungheresi degli anni Sessanta. Gli ungheresi hanno subito tradotto il libro. Un intellettuale ungherese si è lamentato con me affermando che il romanzo parla dell’Ungheria, ma <em>all’indiana</em>. «Avrebbe fatto meglio a scrivere sull’India», ha commentato. </p>
<p>Joydeep è un uomo carino e fotogenico. L’editore inglese ha pubblicato il suo romanzo con la segreta speranza che Joydeep cambi idea e scriva qualcosa sull’India. Qualcosa tipo <em>Il dio delle piccole cose</em>, ma da una prospettiva maschile. Mia madre, a cui ho mostrato il libro di Joydeep con la sua fotografia in quarta di copertina, ha istintivamente concordato con l’editore inglese: «Perché non scrive sull’India?», ha sospirato. «È addirittura più carino di Sandokan…».</p>
<p>In un mondo in cui il «kit-identità» è diventato come lo spazzolino da denti – qualcosa di cui non si può fare a meno – Joydeep ha scelto il sentiero più arduo. Ha gettato nelle immondizie il suo «kit-identità», consapevole che gli avrebbe potuto garantire buoni profitti, e ha preferito il diritto a una libera scelta letteraria, a una letteratura libera. Joydeep conosce bene le conseguenze del suo suicidio simbolico. “A casa sua”, in India, non credo che abbiano un debole per lui. I paesi di cui scrive si lamentano poiché sono convinti di essere gli unici depositari del copyright sui loro temi. Il suo editore inglese tollera Joydeep e il suo “virus” europeo solo perché spera che ne guarirà e che arriverà il momento in cui tornerà tematicamente al “luogo a cui appartiene”: l’India. Perciò, alla domanda “che cosa c’è di ‘europeo’ nelle letterature europee?”, io rispondo: c’è il signor Bhattacharaya, un indiano nato a Calcutta che vive a New York e scrive sull’Europa.</p>
<p><em>La zona grigia della letteratura</em></p>
<p>È così che va il mondo. I croati pubblicano scrittori “croati autentici” con lo slogan pubblicitario «Leggete croato!» (come se i lettori fossero ansiosi di leggere tutto ciò che non sia scritto in croato!); serbi, lituani, estoni, lettoni, macedoni, sloveni e gli altri si sono stipati nel concetto ottocentesco di una letteratura suddivisa per gruppo sanguigno; i catalogatori letterari dell’Europa occidentale, totalmente disorientati dall’ampia penetrazione di scrittori migranti nel tessuto letterario nazionale, lottano per mantenere ben netti i confini tra letteratura “autoctona” ed “alloctona”, “nazionale” ed “émigrée”, e il risultato sembra una modesta revisione dello slogan croato (che, rivisto secondo gli standard politicamente corretti dell’Europa, suona all’incirca così: “Leggete croato, ma anche marocchino!”). Mentre ci si occupa ossessivamente dei problemi dell’identità letteraria, storica, nazionale, etnica ed europea, una vasta zona grigia di letteratura non territoriale cresce negli interstizi letterari europei (e non solo). Questa zona è abitata da autori “etnicamente inautentici”, émigrés, migranti, scrittori in esilio, scrittori che appartengono simultaneamente a due culture, autori bilingui che scrivono “né da qui né da lì”, in ogni caso oltre i confini delle loro letterature nazionali. La letteratura della zona grigia è composta da autori che scrivono nella loro lingua materna vivendo nel contesto linguistico del paese che li ospita e da altri che scelgono la lingua del loro paese ospitante. Ci sono scrittori che erodono progressivamente le convenzioni linguistiche e si muovono liberamente tra le lingue e le culture, traducendo significati: ci sono scrittori che stanno creando una nuova lingua e una nuova cultura attraverso incroci linguistici e culturali.</p>
<p>Queste “nuove lingue”, e di conseguenza le lingue della letteratura, sono caratterizzate da un’interazione tra diverse lingue, o deviazioni dalla lingua standard (per esempio, il <em>Black english</em>, lo <em>spanglish</em>, il <em>newyoricano</em> e molti altri). Lo slang degli adolescenti olandesi, ad esempio, è chiamato <em>smurfentaal</em>, ossia “lingua dei puffi”, dal nome dei piccoli personaggi blu, ed è un olandese “basso” attraversato dal marocchino, dal turco, dall’antillano, dall’inglese e da altre lingue. Nuovi dialetti stanno nascendo, che gradualmente diventano lingue letterarie: lo spagnolo-chicano, il turco-tedesco, il francese-algerino, il russo-americano. Le combinazioni sono infinite. Nella costellazione linguistica del dopo-Jugoslavia – nella quale la lingua comune, il serbo-croato, è stata abolita e suddivisa ufficialmente in lingua croata, lingua serba e lingua bosniaca – la variante sovversiva dell’uso linguistico è di fatto una retro-variante: la lingua SCB (un’abbreviazione per lingua serbo-bosniaco-croata usata dai pubblici ministeri del Tribunale dell’Aia).</p>
<p>Quasi tutti gli scrittori che stanno dando vita alle nuove letterature si sono sradicati dai loro contesti originari. Non si sentono “a casa loro” nei paesi dove vivono, né sognano di ritornare nei paesi da cui sono fuggiti. Questi nuovi scrittori si stanno costruendo il loro spazio, una terza zona culturale, una «terza geografia». La nuova letteratura è pubblicata ancora sotto categorie spesso discriminatorie, iniquamente coercitive, imposte dal di fuori, come letteratura dell’esilio, letteratura etnica, letteratura migrante, letteratura dell’emigrazione, letteratura della diaspora – in parte perché i critici letterari sono impreparati. Un codice interpretativo adeguato alla nuova realtà letteraria non è ancora stato trovato. Arjun Appadurai, ad esempio, avverte  che le «formazioni postnazionali» non possono essere definite con il vocabolario politico esistente. Non c’è ancora una terminologia in grado di descrivere gli interessi sovrapposti di numerosi gruppi, solidarietà translocali, mobilitazioni transnazionali e identità postnazionali.</p>
<p>Non è ancora stato dato un nome a questa nuova zona letteraria. Se si guarda al crescente numero di corsi presenti nelle università americane si potrebbe scegliere il termine «letteratura transnazionale». Azade Seyhan scrive: «Intendo per letteratura transnazionale un genere di scrittura che opera al di fuori del canone nazionale, che affronta i problemi tenendo conto delle culture prive di un territorio e che parla per esse in quelle che chiamo comunità e alleanze paranazionali. Queste ultime sono comunità che si creano entro i confini nazionali o tra i cittadini del paese ospitante, ma che rimangono culturalmente e linguisticamente a distanza da essi e che, in alcuni casi, sono separate sia dalla nazione d’origine che da quella che li ospita».  Franz Kafka, praghese che scriveva in tedesco, è una figura simbolo della letteratura priva di un territorio. Una ben nota definizione di Deleuze e Guattari, quella di «letteratura minore», potrebbe essere una fertile formula teorica per articolare in futuro la letteratura transnazionale. La cultura contemporanea senza territorio o transnazionale è un processo dinamico e insolitamente complesso. I suoi concetti-chiave e i suoi temi privilegiati – l’archiviazione della memoria etnica, linguistica e nazionale; la dislocazione e lo spostamento;  gli scambi culturali e il trapianto o la traduzione della cultura; le narrative del ricordo; il bilinguismo o il multilinguismo; l’esilio, ecc.) mutano costantemente, subiscono modificazioni, si moltiplicano e sovrappongono i significati in un ininterrotto processo d’interazione. </p>
<p>Mentre i pensatori europei – imbarazzati dal numero di scrittori sempre più famosi che non appartengono “né a qui né a lì” – cercano di definire i turbolenti processi delle migrazioni letterarie, facendo ricorso, in mancanza di nozioni migliori, al vecchio termine goethiano di «letteratura mondiale», molti scrittori europei “etnicamente puri” si coccolano il loro polveroso concetto di letteratura nazionale, godendo come topi nel formaggio. I buchi nel formaggio, però, stanno diventando sempre più grandi, di formaggio ce n’è sempre meno e la babelica cacofonia dei nuovi, incomprensibili e terribili concetti che si fa strada (unità post-nazionali, unità transnazionali, mobilitazioni di confine, unità paranazionali…) diventa sempre più rumorosa. Chi poteva prevedere che questo mondo invisibile, alternativo e discriminato avrebbe avuto una crescita più rapida di quello precedente? Chi avrebbe anche solo sognato che Lolita si sarebbe svegliata un giorno a Teheran? Che Raskol’nikov avrebbe percosso nonne a Shangai? Che il figlio di quel bulgaro, Gregor G. Drubnik, che vive nelle isole Faer Oer e scrive in una lingua mista di bulgaro, farsi e ladino, sarebbe diventato il più credibile candidato per il premio Nobel?</p>
<p><strong>(traduzione di Carlo Tirinanzi)</strong></p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Il saggio fa parte del volume <em>Al di là del genere</em> (di prossima pubblicazione) che contiene gli interventi dei partecipanti alla seconda edizione del &#8220;Seminario Internazionale sul Romanzo&#8221; (2007-2008) che si è svolta alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell&#8217;Università di Trento. </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%e2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>25</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il corpo oggetto &#8211; Intervista a Giuseppe Catozzella</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/15400/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/15400/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 07:04:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<category><![CDATA[New Italian Epic]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[traffico d'organi]]></category>
		<category><![CDATA[transeuropa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=15400</guid>

					<description><![CDATA[di Jadel Andreetto Espianti (Transeuropa, pp. 300, € 14,90) è un calcio al basso ventre. Un meccanismo a orologeria potentissimo che fa girare i suoi ingranaggi tra cronaca, reportage, noir, thriller e metafisica aprendo un baratro profondo, un abisso in cui guardare. E come scriveva Nietszche, l’abisso ha cominciato immancabilmente a guardarci a sua volta. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875800340/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875800340&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="size-thumbnail wp-image-15407 alignleft" title="espianti_solo_fronte_fascia_folder" alt="espianti_solo_fronte_fascia_folder" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/espianti_solo_fronte_fascia_folder-150x150.jpg" width="120" height="120" /></a>di <strong><a href="http://kaizenology.wordpress.com/">Jadel Andreetto</a></strong></p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875800340/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875800340&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Espianti</em></a> (Transeuropa, pp. 300, € 14,90) è un calcio al basso ventre. Un meccanismo a orologeria potentissimo che fa girare i suoi ingranaggi tra cronaca, reportage, noir, thriller e metafisica aprendo un baratro profondo, un abisso in cui guardare. E come scriveva Nietszche, l’abisso ha cominciato immancabilmente a guardarci a sua volta. <em>Espianti</em> fa questo effetto. Un vuoto pneumatico di consapevolezza che si apre come una piccola crepa nella coscienza pulita di un intero paese di &#8220;brava gente&#8221;.<br />
Una setta segreta di suicidi, tutti appartenenti all’alta società; un funzionario del ministero degli Esteri e l’omicidio di sua figlia, un fascicolo dei servizi segreti, un amore adolescenziale, il commercio di vite umane, il mistico fiume invisibile indiano e la storia del giovane Livio a fare da collante…<br />
Ispirato a una vicenda reale &#8211; un’indagine della magistratura sul traffico di organi dal terzo mondo al nostro paese &#8211; il libro di Giuseppe Catozzella a poche settimane dalla pubblicazione è già in ristampa e Roberto Saviano lo ha commentato così: «questa è scrittura che fa aprire gli occhi sulla realtà più oscena. Quella più nascosta. Che nessuno vorrebbe mai vedere.»<span id="more-15400"></span></p>
<p><strong>Come si è documentato per scrivere Espianti?</strong><br />
In Italia non esiste praticamente niente sul tema del traffico di organi nel nostro Paese. È appunto un tema &#8220;fantasma&#8221; che, peraltro, mette insieme benissimo quella che io reputo essere la struttura portante del Paese, la collusione tra criminalità organizzata, potere economico e amministratori pubblici. Quindi, dopo un lungo periodo di ricerche, sono faticosamente riuscito a entrare in contatto con un magistrato che sta collaborando alle prime indagini di una Procura italiana sul traffico di organi fino ai nostri ospedali.</p>
<p><strong>Cosa ha scoperto? A che punto sono le indagini?</strong><br />
Ho scoperto quello che il segreto istruttorio ha permesso al magistrato di dirmi. Ovvero che in Italia c’è il sospetto &#8211; finché non sarà provato con una sentenza &#8211; di traffico di organi umani che arrivano da persone che provengono dai Paesi del cosiddetto Terzo mondo. Le indagini sono ancora sotto segreto istruttorio. Il segreto naturalmente è tassativo e finché non decadrà non si potrà dire nulla. Posso dire però che di certo le indagini sono il motivo per cui il ministro Maroni ha parlato pubblicamente di un coinvolgimento italiano nel fenomeno del traffico di organi.</p>
<p><strong>Perché ha deciso di affrontare questo tema?</strong><br />
La fase delle ricerche è stata molto lunga, fino a entrare in contatto con il magistrato. Ho deciso di scrivere un libro perché credo nel potere della parola e nella necessità della testimonianza. È il modo che abbiamo per cambiare le cose. Il caso di Saviano è da questo punto di vista esemplare. In un Paese &#8220;addormentato&#8221; è necessario tenere vigile l’attenzione.</p>
<p><strong>Cosa succede tra Italia e India?</strong><br />
Tra Italia e India c’è lo stesso rapporto &#8211; riguardo al tema del traffico di organi &#8211; che c’è tra Italia e altri Paesi del terzo mondo. Nel corso delle mie ricerche molte volte mi sono imbattuto in addetti ai lavori che tranquillamente parlano di un &#8220;buco&#8221; nella frontiera italiana all’altezza di Trieste, come spiego anche nel romanzo. Ecco, quello è uno dei canali privilegiati attraverso cui passano esseri umani per i quattro fatti malavitosi che riguardano il traffico di esseri umani: prostituzione, adozioni illegali, schiavitù e traffico d’organi. Recentemente ho scritto un articolo aggiornato all’ultimo congresso mondiale in tal senso che parlava di cifre spaventose. Si tratterebbe di 800 mila individui che ogni anno verrebbero trafugati dai loro Paesi di origine, e destinati al traffico di esseri umani.</p>
<p><strong>Perché ha scelto di raccontare in particolare l’India e non un altro paese del terzo mondo?</strong><br />
L’India è un Paese con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti ed è il ricettacolo perfetto per ogni criminalità che operi attraverso il commercio illegale di corpi umani. Nel corso del Kumbha Mela, poi, che è il più grande raduno dell’umanità con 60 milioni di persone ammassate per due mesi in una sola città, a ogni manifestazione decine di migliaia sono i dispersi. La mia scelta nel romanzo del Kumbha Mela come luogo in cui avviene la cattura dei corpi non è solo suggestiva da un punto di vista religioso e folcloristico ma è anche molto molto verosimile.</p>
<p><strong>Lei è laureato in filosofia teoretica, come ha influito la sua formazione sulla stesura di Espianti?</strong><br />
La mia formazione filosofica ha molto influito nella stesura del romanzo poiché ho tentato di &#8220;reinterpretare&#8221; la crisi che l’Occidente e l’Italia stanno vivendo in questi anni da un punto di vista strutturale. In questo senso la tradizione induista prima e buddista poi &#8211; alla luce delle quali leggo il razionalismo occidentale, che ne ha causato il nichilismo e l’abbrutimento materialista che oggi tutti stiamo vivendo in termini di crisi economica &#8211; hanno molto influito sulla mia formazione. Esse inverano infatti tutto il percorso del pensiero occidentale, a mio modo di vedere. La questione che percorre tutto il romanzo della Terza Via altro non è che la suggestione del superamento tutto occidentale della contrapposizione tra materialismo da una parte e spiritualismo dall’altra, con la decisa vittoria del materialismo (capitalistico) che ora sta inesorabilmente mostrando i vuoti di senso da cui è stato generato. Questa stessa separazione tra spirito e materia tutta tipica dell’occidente è la stessa causa del più aberrante dei crimini che il mondo occidentale ha prodotto &#8211; considerando il corpo come oggetto, appunto: il traffico di organi umani.</p>
<p><strong>Perché ha preferito il registro narrativo a quello saggistico?</strong><br />
Il registro narrativo è l’unico che mi è congeniale, e poi ovviamente può arrivare a più persone. Nel mio romanzo si mischia però con alcune parti di filosofia occidentale e orientale e con tratti che ricordano la cronaca giudiziaria. È dunque un ibrido, come peraltro è già stato più volte definito. Credo che questa sorta di natura composta sia qualcosa da cui sarà difficile tornare indietro, se lo scopo rimane quello di voler dire la realtà dei nostri giorni. Credo non sia solo una forma in fieri, ma una forma essa stessa.</p>
<p><strong>Come si trova con un editore come Transeuropa?</strong><br />
Transeuropa è una piccola casa editrice. Molto diversa da Mondadori, per esempio, per cui io lavoro come consulente freelance da molti anni. Ha i vantaggi e gli svantaggi delle piccole dimensioni. Rapporti molto più &#8220;umani&#8221;, molta attenzione al singolo titolo. Ma anche meno presa sull’immaginario collettivo, meno presa sui giornali, insomma meno visibilità. Certo dentro Transeuropa si fa un buon lavoro. E credo che Giulio Milani sia davvero un buon editore e anche un buon editor.</p>
<p><strong>Quali sono le sue ispirazioni letterarie?</strong><br />
Leggo molto i classici, credo che per molte cose siano molto più cristallini e lucidi. Poi mi piace la letteratura di critica. Poi Hoellequebecq, Wallace, McCarthy, Zanzotto, McInerney.<br />
<strong>Cosa pensa del dibattito in corso sul &#8220;new italian epic&#8221;? &#8220;Espianti&#8221; potrebbe essere un cosiddetto &#8220;oggetto narrativo non identificato&#8221;?</strong></p>
<p>Espianti è certamente un oggetto narrativo non identificato &#8211; anche se mantiene un primato narrativo importante, appunto. Molto sinceramente credo che l’etichetta del NIE sia piuttosto grossolana, applichi maglie troppo larghe, anche se ricalca certamente ciò che dicevo prima sulla forma in fieri che si cristallizza in forma assoluta. E credo che questa questione della forma sia applicabile in generale alla realtà di oggi. Ancora in generale trovo che la critica in Italia manchi da troppo tempo di un punto di vista più profondo, come dire &#8220;filosofico&#8221;, nel senso di ben strutturato e coerente e coraggioso, anche (credo che vengano più privilegiate le appartenenze, invece, un certo signoraggio). In mancanza di un punto di vista forte non può che soffrire un po’ di rabdomanzia, per così dire. Trovo che il NIE sia uno spunto interessante. Da trattare come spunto per approfondire.</p>
<p>(Da <em>Panorama.it</em>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/15400/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>47</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il mercato degli organi: il buco nero della globalizzazione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/il-mercato-degli-organi-il-buco-nero-della-globalizzazione/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/il-mercato-degli-organi-il-buco-nero-della-globalizzazione/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 07:55:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[economia criminale]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[traffico d'organi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=12486</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella Alla divisione del mondo in venditori e compratori siamo abituati da decenni, consumisti fin dentro al midollo. Ma è a quella tra venditori e compratori di pezzi di corpi umani che Nancy Scheper-Hughes – antropologa e fondatrice di ‘Organs Watch’, la più grande organizzazione mondiale fondata in California nel 1999 al puro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella </strong></p>
<p>Alla divisione del mondo in venditori e compratori siamo abituati da decenni, consumisti fin dentro al midollo. Ma è a quella tra venditori e compratori di pezzi di corpi umani che Nancy Scheper-Hughes – antropologa e fondatrice di ‘Organs Watch’, la più grande organizzazione mondiale fondata in California nel 1999 al puro scopo di tenere monitorata questa particolare fetta di mercato – costantemente ci spinge a riflettere. Divisione naturale tra le aree di benessere e quelle di povertà estrema, tra le zone di pace e democrazia e quelle di guerra e dittatura del pianeta. “Parte del lavoro è eliminare l’idea che si tratti di leggende” continua dal sito della sua organizzazione la Scheper-Hughes – unica antropologa a far parte della ‘Bellagio Task Force’, gruppo di ricerca formato da chirurghi dei trapianti, specialisti dell’acquisizione di organi e attivisti per i diritti umani, che si occupa di esaminare gli effetti prodotti dal traffico di organi umani nel mondo – “così, dopo aver parlato con molti chirurghi statunitensi, ho deciso di cominciare a seguire il percorso reale dei corpi destinati ai traffici”.<span id="more-12486"></span><br />
La risposta chiara a questa provocazione è fornita a distanza da Alice Mobota, presidente della ‘Lega dei Diritti Umani’ del Mozambico: “La lentezza e l’indifferenza del governo e della polizia sono una prova chiara della potenza dell’organizzazione che gestisce il traffico, e degli interessi che lo collegano a persone infiltrate nel Governo”.<br />
Persino il Pontefice, nei giorni scorsi, si è riferito a quello che sta diventando un fenomeno sempre più esposto come a un “atto abominevole e moralmente illecito, che per di più spesso tocca i bambini”.<br />
Il fenomeno è molto più esteso di quanto si possa immaginare.<br />
Le cifre uscite dal Vienna Forum To Fight Human Trafficking dell’ONU conclusosi il 15 febbraio 2008 sono spaventose. I Paesi coinvolti nel puro traffico di organi – che rientra nel più esteso traffico di individui a scopo di schiavitù, adozione o prostituzione – sono moltissimi. I venditori, a buon mercato, sono: la Cina, il Brasile l’Argentina, la Colombia, il Messico, il Mozambico, il Sud Africa, l’Afganistan, l’Iraq, la Palestina, l’India, il Nepal, il Pakistan, la Thailandia, le Filippine, il Laos, il Vietnam, la Russia. Per venire più vicini a noi, i centri di smistamento si trovano in Turchia, in Repubblica Ceca, nel Caucaso, in Georgia, e smerciano organi umani provenienti da Moldavia, Turchia, Russia, Ucraina, Bielorussia, Romania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Albania. I Paesi compratori, che, almeno in questo, non dimostrano grande capacità contrattuale, date le cifre a cui gli ospedali vendono il pacchetto organo-trapianto, sono: Stati Uniti, Inghilterra, Belgio, Francia, Italia, Germania, Olanda, Austria, Danimarca, Spagna, Polonia, Svezia, Norvegia, Finlandia, Israele, Sud Africa, Emirati Arabi. Un rene in Turchia frutta a chi se lo fa espiantare 2700 dollari. Poco più di un terzo di questa cifra se il donatore viene, invece, da India o Iraq. Lo stesso organo viene impiantato anche per 150mila dollari, a seconda dell’urgenza e della liquidità del paziente.<br />
È a tutti gli effetti, quindi, un fenomeno globale, aiutato da ottime strutture ospedaliere private situate anche nei Paesi più poveri – e aperte, in linea di massima, solo agli occidentali – dalla ormai più che provata efficacia dei farmaci antirigetto e da una domanda vastissima. Non parrebbe sbagliato, dunque, estendere la tanto sfruttata formula di “fuga di cervelli” anche a quella di reni, muscoli cardiaci, cornee, polmoni, fegati, ossa, tendini. Tenendo salva l’attenuante della non-volontarietà.<br />
La divisione “naturale” tra venditori e compratori a cui si riferiva Nancy Scheper-Hughes si può anche illustrare con le cifre pubblicate dal Forum di Vienna dell’ONU: nelle zone del sud del mondo 13 milioni di bambini minori di 5 anni muoiono ogni anno per fame o malnutrizione, mentre si calcola che, ogni sera, più di 200 milioni rimangano a stomaco vuoto. 121 milioni di bambini vengono privati dell’istruzione di base poiché nei loro Paesi non vige l’obbligo della scuola gratuita e accessibile a tutti. Esistono poi i cosiddetti “piccoli soldati”, impegnati nei tanti conflitti bellici del mondo: 300mila sono minori di 18 anni. Il risultato: negli ultimi dieci anni sono morti in guerra oltre 2 milioni di bambini e più di 6 milioni sono rimasti invalidi. Sono invece 211 i milioni di bambini-lavoratori in stato di schiavitù. Poi ancora il giro di prostituzione, soprattutto di minorenni, che in paesi orientali come la Thailandia in passato ha coperto il 10-15% del Pil. Stando a uno studio del governo degli USA citato dagli atti del Forum di Vienna, 800mila persone, ogni anno, sono oggetto di traffici internazionali e intercontinentali (per schiavitù, prostituzione, adozione, smercio di organi umani).<br />
È solo in questa coltura fertile che può trovare linfa il redditizio business degli organi, il lato più nero e innominabile della globalizzazione.<br />
“Ancora non possiamo dire i numeri precisi legati al traffico di organi umani” continua la Scheper-Hughes “ma una stima ottimistica potrebbe aggirarsi attorno ai 15mila reni commerciati all’anno, e anche per gli altri organi le proporzioni sono mantenute. E la maggior parte delle vittime è costretta dal bisogno, più che dalla forza. E poi ci sono i casi di omicidio a scopo di espianto, per quanto riguarda cuori e polmoni, e i centri più interessati sono Brasile, Pakistan e Filippine.”<br />
Solo in Europa ci sono attualmente 120mila pazienti in dialisi e circa 40mila in attesa di un trapianto di reni, stando a un recente reportage del Parlamento Europeo. Lo stesso documento parla di liste d’attesa di 3 anni, che diventerebbero 10 entro il 2015, portando ad aumentare quindi anche il numero dei decessi. Un vecchio adagio recita che ovunque ci sia domanda c’è mercato, e quindi business.<br />
Nel corso delle ricerche per scrivere il mio romanzo, “Espianti”, edito da Transeuropa, mi è capitato più volte di imbattermi in addetti ai lavori che mi parlassero del “buco” del valico di Trieste, come una cosa conosciuta da tutti. Una sorta di porta appositamente spalancata verso il nostro Paese.<br />
Ora, mettiamo che tu lavori per una organizzazione occidentale, anche umanitaria in, poniamo, India. E mettiamo che tu ti renda conto, dopo un po’ che presti il tuo servizio, di quello che questa organizzazione, sottobanco, fa, sfruttando il paravento delle sue attività come copertura. E mettiamo che quello che compie sia far incetta di corpi, o di organi umani, per lo più di bambini, da rivendere negli ospedali della stessa India, o addirittura da far volare nel Paese occidentale di origine, per pazienti “comodi e ricchi”. E mettiamo che tutto quello che abbiamo posto fino adesso sia vero. Questo c’è anche, dentro al mio romanzo.<br />
Una sola volta, in Italia, un rappresentante del mondo politico ha tentato di parlare pubblicamente della cosa. Il ministro per la Famiglia e la Solidarietà sociale Antonio Guidi, nella sua audizione alla commissione Affari sociali della Camera, il 21 settembre 1994, dichiara: “Uno scarso controllo alle frontiere e i troppi bambini possono aver determinato abusi nei loro confronti e addirittura traffico d’organi. Dobbiamo controllare le frontiere, ma anche i reparti maternità delle cliniche private.” Vincenzo Basile, allora deputato nelle file di An spiega che “fare un trapianto d’organo presuppone strutture altamente specializzate, siano esse in Italia o all’estero, e che quindi è necessario individuare i terminali. Si vedrà se è il caso di sentire anche il guardasigilli Biondi, e se istituire una commissione d’inchiesta sul problema dei trapianti d’organo e del traffico di bambini”. La commissione d’inchiesta non è poi mai partita. E subito l’allora ministro della Sanità, Raffaele Costa, mentre già l’entourage di Guidi si era attivato per ridimensionare l’allarme, si affretta a dichiarare: “I trapianti in Italia avvengono solo nelle strutture pubbliche: non è concepibile che queste accettino organi sottobanco. Nessun chirurgo e nessuna equipe si presterebbero a simili crimini: per ragioni morali, per deontologia e, infine, per motivi pratici, perchè la cosa non potrebbe essere tenuta nascosta”, chiudendo di fatto la faccenda una volta per tutte, senza che in seguito sia stata mai riaperta.<br />
Sapendo bene, probabilmente, che nessuna delle tre motivazioni, nel nostro Paese, regge.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/il-mercato-degli-organi-il-buco-nero-della-globalizzazione/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>23</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il cuoco è un mestiere pericoloso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/03/il-cuoco-e-un-mestiere-pericoloso/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/03/il-cuoco-e-un-mestiere-pericoloso/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2008 06:43:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[cuochi]]></category>
		<category><![CDATA[ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[fondamentalismo]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<category><![CDATA[Mumbai]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=11793</guid>

					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Nella città un tempo nota come Bombay, un cuoco romano ha rischiato la vita per portare il latte alla sua bambina di sei mesi, tappata in una stanza con sua madre, alimentata per tutta la durata dell’assedio di biscotti al cioccolato trovati nel frigobar. Coperto alle spalle dagli agenti indiani, Emanuele Lattanzi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/samuel.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/samuel.jpg" alt="" title="samuel" width="292" height="219" class="alignnone size-medium wp-image-11794" /></a></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Nella città un tempo nota come Bombay, un cuoco romano ha rischiato la vita per portare il latte alla sua bambina di sei mesi, tappata in una stanza con sua madre, alimentata per tutta la durata dell’assedio di biscotti al cioccolato trovati nel frigobar. Coperto alle spalle dagli agenti indiani, Emanuele Lattanzi, chef all’Hotel Oberoi che appartiene alla catena Hilton, ha raggiunto la sua famiglia con addosso la giacca bianca inamidata con cui quella sera aveva cominciato il suo servizio. Nella stessa parte della città-  Colaba, il quartiere di lusso vicino al porto e alla Gateway of India- ma in un luogo di cui la gran parte dei bombaiti ignorava verosimilmente l’esistenza, la cuoca indiana del centro ebraico scappa con il figlio del rabbino in braccio<span id="more-11793"></span>. Si chiama Sandra Samuel e lavora presso i Chabad-Lubavitch da cinque anni, ossia da quando Gavriel Holtzberg vi è arrivato da un precedente incarico in Thailandia insieme alla moglie Rivka. La cuoca ha una crocchia allentata e sghemba, le braccia della magrezza nervosa di chi lavora molto. Appare in un filmato di qualche anno prima, mentre prepara dei panini tipici askenaziti, fatti a girella e dolci, con gli stessi capelli attorcigliati per comodità, la stessa faccia che si presume già da tempo vecchia e destinata a rimanere uguale per molto tempo, solo un po’ meno stravolta di quella della foto in cui stringe il figlio del rabbino. Si era nascosta dentro una stanza con un altro inserviente, vi aveva passato tutta la sera, poi ha sentito “Sandra, Sandra”, era Moshe che la chiamava, l’aveva visto nascere e l’aveva accudito, non ce l’ha fatta a non seguire la voce del bambino. L’altro dipendente ha cercato di dissuaderla, ma lei è uscita dal nascondiglio, è salita al piano di sopra, l’ha trovato in una stanza dove c’erano quattro persone a terra e sangue dappertutto, non si è chiesta chi fossero e se fossero vive o morte, ha visto abbastanza per afferrare il figlio del suo datore di lavoro e fuggire. Erano passate le undici di sera, i terroristi stavano sul tetto, anche questo l’aveva visto prima di agire, ma quando è corsa fuori dall’edificio le hanno sparato dietro. Moshe aveva i vestiti sporchi di sangue e stringeva un peluche non meglio identificato di colore azzurro. Ora sta con i nonni materni venuti da Israele, ma l’unica persona a cui risponde è Sandra. Il giorno dopo essere stato salvato e essere diventato orfano, ha compiuto due anni.<br />
Nelle foto da cerimonia apparse sui giornali per commemorarli, Gavriel e Rivka Holztberg incarnano quasi perfettamente l’iconografia dei Chassidim ultraortodossi, così come sono iscritti in un immaginario identico nei secoli che appartiene all’Est Europa e all’occidente e sembrano la cosa più lontana da quello legato all’India. Gene Wilder, rabbi yiddish che gira a cavallo fra i fuorilegge nella commedia &#8220;Scusi, dove è il West?&#8221;, con la sua barba  più folta e altrettanto rossa di quella del suo reale collega di Bombay, appare meno assurdo. Ma è proprio la misura della barba il dettaglio con cui il rabbino Holtzberg tradisce le aspettative. E’ troppo corta, è troppo giovane, il figlio di un macellaio kasher di Brooklyn. Aveva  29 anni, sua moglie 28, quando sono stati uccisi.<br />
Nel filmino ripescato dalla tv del quotidiano israeliano “Haaretz”, dove si vede pure Sandra Samuel intenta a formare e allineare su una teglia i panini, gli Holtzberg risultano soprattutto questo: giovani. Al posto del grande cappello nero, Gavriel ha in testa una piccola kippah, la camicia bianca gli penzola dai pantaloni insieme ai filatteri, Rivka indossa una maglietta verde mela con dei fiorellini e ha dei capelli castani lisci e lunghi alle spalle che sembrano quelli di una qualsiasi ragazza: non la parrucca indossata dalle ortodosse dopo il matrimonio. Pur con gli occhiali, è carina.<br />
I Chabad-Lubavitch sono arcaici e moderni, applicano una sorta di spirito missionario all’interno dell’ebraismo, l’accoglienza anche solo occasionale di chi è lontano e lontanissimo dai precetti della torah li ha fatti diventare un movimento fortissimo e gli ha spinti in tutti gli angoli del mondo, pure in Thailandia e a Bombay. Gli Holtzberg non sono venuti principalmente per assistere le poche centinaia di vecchi scuri di pelle e donne in sari che con la loro ortodossia askenazita non c’entrano un bel nulla, ossia quel che rimane degli ebrei autoctoni nella città che ebbe la sua prima sinagoga nel settecento e deve la sua ascesa anche alla dinastia dei Sassoon di Baghdad, mercanti e poi banchieri che fecero costruire sinagoghe, librerie e persino i docks di Colaba che ospitano ancora oggi il mercato del pesce. I Bene Israel, comunità che si ritiene giunta in India dalla Galilea due secoli prima che vi crescesse Gesù Cristo, ora sono quasi tutti immigrati in Israele, dove si confrontano con le diffidenze e discriminazioni riservate ad altre minoranze ebree “etniche”. Gli Holtzberg si occupavano soprattutto di israeliani, uomini d’affari e principalmente di turisti, quel tipo di turista che viene in India per lasciarsi alle spalle le costrizioni della sua vita fra cui, nel caso specifico, il servizio militare figura ai primi posti. Passavano il loro tempo anche ad assistere i correligionari con problemi di tossicodipendenza o ad andare a visitare quelli finiti in carcere, senza domande, senza cercare di capire chi fra gli smarriti si portava dietro un trauma o era un disertore che poteva rivolgersi a loro, ma non al consolato.<br />
Insieme ai loro, sono stati ritrovati i corpi di altri sette ebrei o israeliani, tre dei quali a tutt’oggi non hanno ancora un nome, il che forse dice qualcosa della loro identità in fuga. Nove morti il cui peso sta nel fatto che siano stati deliberatamente scovati, presi in ostaggio e uccisi, più che nel numero:anche se in proporzione è superiore a quello degli altri stranieri ammazzati, inclusi gli americani e i britannici, i quali, pur essendo stati il bersaglio prediletto, formano in ogni caso nemmeno un terzo delle vittime. Il resto sono indiani come Sandra Samuel, come i quattromila che persero la vita negli attentati compiuti da fondamentalisti sia islamici che indù solo negli ultimi quattro anni, morti che, in molti casi, lontani dalla loro terra non avevano pressoché fatto notizia.<br />
Per fare propaganda col sangue, non serve ammazzarne il più possibile, bisogna colpire quelli giusti nei posti giusti, quelli che non potranno essere ignorati o dimenticati dal resto del mondo il giorno dopo, come è accaduto alle centinaia di vittime del treno pendolare fatto saltare sempre a Bombay solo due anni fa. L’orrore per farsi recepire deve avvalersi di grammatiche di morte universali, grammatiche di cui fa parte l’antiebraismo, e anche se l’attacco di questi giorni, al pari dei molti precedenti, avesse mirato principalmente alla causa dell’annessione al Pakistan del Kashmir, stavolta il suo idioma è stato forte e chiarissimo. L’orrore produce un mondo unito, unito e rattrappito dalla violenza, e genera nel mondo una contrattura irreversibile. Chi fugge dai conflitti a casa propria,  può finire per esserne mietuto nel luogo dove ha cercato relax e oblio, e diventa un lavoro pericoloso non solo fare il rabbino, ma pure il cuoco è un mestiere eroico e a rischio, e questo non per sbaglio o accidente, ma perché la sua presenza è richiesta nei templi del consumo e del capitalismo, nei luoghi da colpire, nei luoghi simbolo. Nel ristorante “Towers of the World”, posto all’ultimo piano delle Torri Gemelle, non si è salvato nessun cuoco, cameriere o sguattero. All’Oberoi di Bombay, lo chef Lattanzi non avrebbe mai compiuto il suo gesto di semplice amore e coraggio, se non avesse comunicato con sua moglie via sms, se sua figlia non avesse preso il biberon, e se, prima di tutto, andare all’estero non fosse una delle migliori opportunità per migliaia di cuochi italiani, un esercito invisibile sparpagliato dagli alberghi a cinque stelle alle più sperdute pizzerie “Bell’Italia” o “Vesuvio” aperte in ogni angolo del mondo. La diaspora dei cuochi italiani prima di trovare il suo eroe in Lattanzi, ha avuto il suo caduto, il suo martire. Antonio Amato nel maggio 2004 è stato giustiziato con tre colpi di pistola insieme ad altri dieci ad Al Khobar, zona di estrazione del petrolio in Arabia Saudita, nel corso di un attentato qaedista a un complesso residenziale per stranieri non casualmente chiamato “Oasis”. Aveva trentacinque anni e dirigeva da tre mesi il lussuoso ristorante “Casa mia”. Veniva da Giugliano in Campania, per l’esattezza da Varcaturo, la stessa frazione sulla domiziana dove l’undici luglio di quest’anno i Casalesi hanno ucciso il gestore del lido balneare “La Fiorente”, poi, nel raggio di pochi chilometri e nel giro di pochi mesi, un’altra decina di innocenti, fra cui un gestore di una sala giochi, un dipendente di un’impresa di pompe funebri, sette africani: muratori, sarti, elettricisti. Nel mondo piccolissimo della violenza ogni mestiere è a rischio e nessun luogo è altrove.</p>
<p><em>pubblicato il 2.12.2008 sul &#8220;Riformista&#8221;.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/03/il-cuoco-e-un-mestiere-pericoloso/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>31</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La costruzione del razzismo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/27/la-costruzione-del-razzismoi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/27/la-costruzione-del-razzismoi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 May 2008 08:01:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[Étienne Balibar]]></category>
		<category><![CDATA[credenze]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Frantz Fanon]]></category>
		<category><![CDATA[giurisprudenza]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[neoconservatori]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Levi]]></category>
		<category><![CDATA[razza]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sartre]]></category>
		<category><![CDATA[xenofobia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=5975</guid>

					<description><![CDATA[di Étienne BALIBAR (il primo articolo di questa serie è uscito qui, a.i.) 1.Il razzismo tra storia e avvenire Perché classifichiamo una serie di comportamenti sotto la comune categoria di «razzismo»? Per quale motivo un insieme di discorsi, estremamente diversi tra loro, che tendono a isolare, a stigmatizzare, a minacciare, a discriminare dei gruppi umani [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/images-balibar.jpg'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/images-balibar.jpg" alt="" title="images-balibar" width="80" height="116" class="alignleft size-medium wp-image-5992" /></a><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/fanon.jpg'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/fanon.jpg" alt="" title="fanon" width="79" height="124" class="alignleft size-medium wp-image-5991" /></a> di <strong>Étienne BALIBAR</strong><br />
(il primo articolo di questa serie è uscito <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/verso-un-ritorno-della-%e2%80%9crazza%e2%80%9d/">qui</a>, a.i.)</p>
<p>1.<em>Il razzismo tra storia e avvenire</em></p>
<p>Perché classifichiamo una serie di comportamenti sotto la comune categoria di «razzismo»? Per quale motivo un insieme di discorsi, estremamente diversi tra loro, che tendono a isolare, a stigmatizzare, a minacciare, a discriminare dei gruppi umani o sociali, sono considerati come razzisti? Perché qualifichiamo come «razziste» pratiche differenti &#8212; alcune spontanee, altre istituzionali &#8212; che hanno in comune il fatto di generare l’oppressione, l’ostilità, la sfiducia reciproche, che possono sfociare nella violenza estrema e che sono comuni a tutte le società, a quelle contemporanee come a quelle sviluppatesi nel corso della storia? Con mia grande sorpresa, la copiosa letteratura che oggi si consacra allo studio del «razzismo» discute del carattere antico o moderno del «fenomeno razzista», delle sue variazioni quantitative e qualitative, ecc., ma non si pone quasi mai questa domanda. Essa tende a considerare la risposta come acquisita, facendo della categoria di «razzismo» uno strumento il cui utilizzo nell’analisi sociologica e politica non pone alcun problema. Si passa direttamente alla discussione delle differenti definizioni, delle teorie concorrenti e dei loro limiti di validità. Alla base di questo atteggiamento è la convinzione che vi sia un <em>fatto</em> incontestabile: da un tempo più o meno lungo, <em>esiste un fenomeno cui è dato il nome di razzismo</em>; le sue manifestazioni sono molteplici; esso si trasforma con il passare del tempo senza tuttavia coincidere con <em>ogni</em> forma di violenza, né con <em>ogni</em> manifestazione di odio collettivo. Ma non sarebbe forse il caso di domandarsi da cosa deriva quest’evidenza?<br />
<span id="more-5975"></span><br />
È opportuno che ci poniamo questa domanda, anche perché, nella maggior parte delle società contemporanee, il razzismo è oggetto di un divieto che produce conseguenze giuridiche, benché queste siano differenziate e si discuta della loro legittimazione, delle loro modalità d’applicazione e dei loro limiti. Si può dire, nel corso di una campagna elettorale, che ci sono «troppi immigrati» o «troppi immigrati extracomunitari», o troppi «neri», o troppi «arabi», o troppi «musulmani», o troppi «ebrei»? O affermare che essi sono «non assimilabili» ai modelli culturali e alle istituzioni di «casa nostra»? O ancora affermare che, sotto questo o quell’aspetto, la loro «cultura» è «inferiore»? Sono problemi che si pongono quotidianamente, in termini non soltanto <em>morali</em> e <em>politici</em>, ma anche <em>giuridici</em>. Il fatto che il razzismo in quanto tale sia ormai vietato limita molto i dibattiti sulle sue origini, sulla sua natura e sui suoi effetti. C’impedisce di considerare che il significato del termine «razzismo» è una questione di pura convenzione e che ciascuno potrebbe definirlo in base ai propri preconcetti o ai propri postulati di ricerca.</p>
<p>La necessità di porsi il problema delle origini e del significato della categoria «razzismo» è resa più stringente dal fatto che veniamo sollecitati da valutazioni contraddittorie del ruolo del «razzismo» nelle società contemporanee. Questo problema non è soltanto formale e comporta conseguenze politiche e istituzionali. Alcuni analisti e saggisti vedono nel razzismo un fenomeno del passato, sempre più marginale, che tenderebbe naturalmente ad affievolirsi se non fosse «artificialmente» rinvigorito da strategie controproducenti e dagli «effetti perversi» di definizioni e interventi istituzionali quali l’<em>affirmative action</em> praticata negli Stati Uniti e le misure più o meno equivalenti di <em>lotta contro le discriminazioni</em> adottate in altri paesi.</p>
<p>Non sono solamente i conservatori o i neoconservatori, come il sociologo statunitense Dinesh D’Souza, autore di un libro-manifesto sulla «fine del razzismo» pubblicato nel 1995, che credono di poter fare uso del concetto di «razza» o di «differenza razziale», affermando al contempo che le società moderne stanno superando i pregiudizi e le discriminazioni (2). Anche alcuni intellettuali di sinistra non esitano ad affermare che le differenze professionali, o le differenze di generazione o di sesso, tendono oggi ad assumere, all’interno della conflittualità sociale, il ruolo che ieri era proprio delle differenze razziali, in particolare nei paesi segnati dal colonialismo e dalla schiavitù. Essi si presentano come i difensori di un universalismo repubblicano che teme che la difesa delle minoranze e dei gruppi oppressi degeneri in rivendicazioni «comunitariste», oppure cercano di elaborare una politica di emancipazione «post-coloniale» e «post-moderna» che permetta di passare dal discorso della <span lang="it-IT"><em>razza</em></span><span lang="it-IT"> e del razzismo a quello delle identità multiple «nomadi» o «diasporiche», che sovvertono le tradizionali concezioni eurocentriche della comunità (3).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Un’ampia gamma di discorsi sembra suggerire che, per ragioni differenti, la problematica del razzismo non può avere, oggi, che una portata storica e retrospettiva. Ma altri discorsi suggeriscono il contrario, in modo altrettanto insistente: non soltanto diverse tipologie di razzismo sono più vivaci e letali che mai, ma hanno davanti – non dobbiamo avere paura di dirlo – un brillante <em>avvenire</em>, che nulla avrà da invidiare al loro passato. Può darsi che oggi, a causa delle forme assunte dalla globalizzazione e dell’indebolirsi delle forze politiche che in tempi recenti ne hanno garantito la sconfitta, il razzismo divenga dominante nelle nostre società, al Nord come al Sud e all’Est come all’Ovest.</span></p>
<p>Questa prospettiva inquietante, tuttavia, può realizzarsi in modi differenti. Essi confermano il carattere conflittuale della <em>semantica</em> del razzismo. Molti ricercatori insistono sul fatto che gli sviluppi contemporanei si basano su uno spostamento dei bersagli, delle intenzioni, dei discorsi, benché tutto resti all’interno dei limiti generali di un paradigma di <em>esclusione dell’altro</em>, sia sociale sia simbolico (4). Questa constatazione porta alcuni autori a sviluppare la tematica detta del «razzismo culturale», del «razzismo differenziale» – o «differenzialista» – e persino, per sottolineare il paradosso, del «razzismo senza razze». In Francia studiosi come <strong>Pierre-André Taguieff </strong>– prima di passare a un altro tipo di discorso, più militante, a proposito della nuova «giudeofobia» (5)– hanno attirato l’attenzione sugli effetti perversi delle politiche e dei discorsi «antirazzisti» che trascurano o eufemizzano le forme «non biologiche» o «non gerarchiche» del discorso razzista, fondate sull’</span><span lang="it-IT"><em>essenzializzazione</em></span><span lang="it-IT"> della differenza culturale.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Ciononostante, man mano che dei conflitti a carattere etnico-religioso situati nel </span><span lang="it-IT"><em>Nord</em></span><span lang="it-IT"> come nel </span><span lang="it-IT"><em>Sud</em></span><span lang="it-IT"> – quando non traducono la interpenetrazione fra queste due dimensioni geografiche – generano genocidi e politiche di sterminio, come nella ex-Yugoslavia e in Africa orientale e centrale, o proiettano nel mondo intero i fantasmi della cospirazione e dello scontro di civiltà – come nel caso del conflitto israelo-palestinese – si diffonde l’idea che il razzismo in quanto tale è un fenomeno permanente, il cui </span><span lang="it-IT"><em>ritorno</em></span><span lang="it-IT"> periodico tradurrebbe l’incapacità delle società di «progredire» nella civiltà o la loro insuperabile dipendenza dalle strutture arcaiche della mentalità collettiva. Si può allora pensare che i dibattiti attuali attorno all’uso e alle applicazioni della categoria «razzismo» non soltanto comportano tensioni estreme, ma rischiano di generare confusione. Una confusione che non ha solo risvolti epistemologici, poiché il razzismo è, prima di tutto, un oggetto politico e gli aspetti della </span><span lang="it-IT"><em>teoria</em></span><span lang="it-IT"> e della </span><span lang="it-IT"><em>lotta </em></span><span lang="it-IT">sono indissolubilmente legati. Ogni modalità di utilizzazione pubblica della nozione di razzismo produce immediatamente effetti a catena. È sufficiente ricordare che cosa ha scatenato la conferenza organizzata a Durban nel 2001 sotto i comuni auspici dell’UNESCO e della Commissione dell’ONU per i Diritti dell’Uomo. Si trattava, con la partecipazione delle delegazioni ufficiali di tutti i paesi, ma anche di numerose organizzazioni non governative – e in un luogo altamente simbolico della lotta contro le peggiori discriminazioni ereditate dalla colonizzazione – di dare un nuovo slancio alla lotta contro i pregiudizi razziali che costituiscono la maggiore preoccupazione della politica dei diritti umani (6). La conferenza, tuttavia, invece di giungere a una piattaforma d’azione comune, o perlomeno a una delimitazione dei problemi principali, non poté che lacerarsi di fronte a una serie di problemi. C’erano delegazioni che reclamavano l’inclusione del sionismo all’interno delle ideologie razziste, mentre altre difendevano l’idea che l’anti-sionismo è la forma moderna dell’antisemitismo. Alcune delegazioni sostenevano che le conseguenze economiche e culturali della schiavitù e della tratta dei neri dovevano dar luogo agli stessi «indennizzi» previsti per il genocidio e soprattutto per lo sterminio degli ebrei d’Europa, mentre altre rifiutavano questa idea. Alcune delegazioni volevano che le discriminazioni di casta nei paesi dell’Asia Sud-orientale – India </span><span lang="it-IT"><em>in primis</em></span><span lang="it-IT"> – fossero incluse tra le manifestazioni di razzismo, mentre altri vi si opponevano. E così via. Le conseguenze di questo fallimento sono disastrose. Non si tratta di un episodio politico tra tanti altri nella storia delle organizzazioni internazionali. È il segno di come sia urgente ripensare che cosa intendiamo con il termine «razzismo», come articoliamo questo fenomeno in rapporto agli altri che, storicamente, lo intersecano, come il nazionalismo, l’imperialismo, l’intolleranza religiosa. E per prima cosa occorre esaminare criticamente la storia intellettuale che ha prodotto questa categoria.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Come introduzione preliminare, vorrei interessarmi non a quella che è stata chiamata da certi autori «l’invenzione del razzismo», in quanto fenomeno moderno o, al contrario, antico – posizione che dà per acquisita la categoria generale, soprattutto quando si assume che la realtà precede le parole (7)– ma all’elaborazione </span><span lang="it-IT"><em>della categoria stessa</em></span><span lang="it-IT">. Questa ha coinciso, infatti, con il cambiamento dell’idea stessa d’umanità, dove l’accento era ufficialmente posto sull’</span><span lang="it-IT"><em>uguale dignità </em></span><span lang="it-IT">degli esseri e sull’</span><span lang="it-IT"><em>indivisibilità</em></span><span lang="it-IT"> della specie umana. Le conseguenze epistemologiche di questo gesto politico sono inseparabili da un mutamento dell’antropologia stessa. Si tratterà di descriverne il senso, sempre sottolineando l’importanza delle resistenze che questo mutamento ha innescato e che testimoniano che esistono altri modi per teorizzare i fenomeni in questione. Potremo così darci, almeno in teoria, gli strumenti per comprendere meglio le tensioni interne al paradigma antropologico, dalle quali alla fine deriva la sua disintegrazione, in particolare con l’emergere dell’idea di «razzismo differenziale» e di una nuova problematica dell’inclusione interna.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">2. </span><span lang="it-IT"><em>La «preistoria» della categoria storico-politica del razzismo</em></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Occorre prima di tutto ricordare, in maniera schematica, come è apparso il </span><span lang="it-IT"><em>termine</em></span><span lang="it-IT"> «razzismo». La maggior parte degli storici richiama l’attenzione sulla derivazione di «razzismo» da «razza», termine la cui etimologia è a sua volta controversa. I primi usi critici del termine «razza», durante gli anni Trenta del Novecento, provengono da autori tedeschi – in fuga dalle persecuzioni naziste – che scrivono o sono tradotti in inglese. In </span><span lang="it-IT"><em>Race and Civilisation</em></span><span lang="it-IT">, pubblicato nel 1928, <strong>Friedrich Hertz</strong> utilizza ancora il termine «odio razziale», ma già nel suo libro del 1933-34, tradotto e pubblicato nel 1938, con il titolo di </span><span lang="it-IT"><em>Racism</em></span><span lang="it-IT">, <strong>Magnus Hirschfeld</strong> utilizza il termine distinguendolo da «xenofobia» (8). Se rapportato al fenomeno oggettivo in quanto tale, l’uso del termine «razzismo» resta, sia chiaro, tardivo. Esso «naturalizza» l’espressione di </span><span lang="it-IT"><em>Rassenlehre</em></span><span lang="it-IT"> di cui si servivano i nazisti per fondare le loro categorizzazioni ereditarie e le loro persecuzioni. Da un punto di vista filologico, la tappa seguente sarebbe rappresentata dal dibattito proposto alla comunità scientifica da intellettuali come <strong>Julian Huxley</strong> – che sarebbe poi diventato il primo direttore generale dell’UNESCO –per stabilire se i nazisti hanno «deviato» dal suo legittimo uso il concetto biologico di «razza», che tuttavia deve considerarsi valido, o se al contrario, quella di </span><span lang="it-IT"><em>razza </em></span><span lang="it-IT">è una pseudo-nozione scientifica: una costruzione «mitica» o una «superstizione» priva di valore esplicativo, ma capace di proiettare nella vita quotidiana differenze che sono essenzialmente culturali e linguistiche (Ariani e Semiti ecc.) (9).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Infine, in un terzo momento, il dibattito si sposterebbe sul terreno dell’etnologia e dell’antropologia, trovatesi a far fronte alle vicende della colonizzazione e al carattere sempre più problematico della distinzione tra civiltà e barbarie. Un tipico esempio di questa generalizzazione – un esempio notevole per il perdurare della sua influenza – è l’opera di <strong>Ruth Benedict</strong>, </span><span lang="it-IT"><em>Race and Racism</em></span><span lang="it-IT">, pubblicata nel 1942 (10).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">A partire da qui basterebbe fare un piccolo passo in avanti per giungere alle definizioni contenute nelle critiche «scientifiche» ufficializzate dalle dichiarazioni dell’UNESCO del 1950 e del 1951 sulla </span><span lang="it-IT"><em>questione razziale</em></span><span lang="it-IT">, sulle quali si sono poi costituiti e basati tutta una serie di usi educativi e politici, che alcuni autori hanno descritto come un movimento di «inflazione permanente» del loro senso (11).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Altri studi obbligano, tuttavia, a complicare un poco questa presentazione fin troppo lineare, utilizzando soprattutto fonti francesi (12). Il termine «razzismo</span><span lang="it-IT"><em>»</em></span><span lang="it-IT">, in un’accezione </span><span lang="it-IT"><em>positiva</em></span><span lang="it-IT">, era già in uso tra la fine del diciannovesimo secolo e gli albori del ventesimo, presso quegli ideologi nazionalisti che volevano affermare la superiorità della «razza francese» rispetto ai nemici interni ed esterni, presentati come «corpi estranei» alla nazione, che ne avrebbero minacciato la decadenza. Questo utilizzo autoreferenziale fu abbandonato solo nel corso degli anni Trenta del Novecento, nel momento in cui sorse il bisogno di marcare la differenza con la Germania nazista: si parlò allora di «nazionalismo» per designare un insieme di valori politici, supposti come tipicamente «latini», in opposizione al «razzismo» presentato come «germanico». Taguieff sottolinea l’importanza di questo cambiamento per illustrare l’ambivalenza della nozione, oscillante tra un’identificazione autoreferenziale e un uso estrinseco e polemico, che tende a riprodurre come in uno specchio la </span><span lang="it-IT"><em>logica di stigmatizzazione</em></span><span lang="it-IT">,</span><span lang="it-IT"> al contempo presentata come il suo aspetto centrale – da questo punto di vista, diventa allora possibile caratterizzare in maniera essenzialista alcuni popoli, alcune nazioni, o alcuni individui, come intrinsecamente «razzisti», o come più naturalmente «razzisti» che altri.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Personalmente ritengo che questi usi facciano parte di una fase preparatoria, di una «preistoria» della categoria storico-politica del razzismo. Il cambiamento decisivo mi sembra costituito dalla definizione di un «mito» o di un «pregiudizio» che, in quanto tale, coinvolgerebbe l’umanità intera nel corso della storia, e che sarebbe necessario eliminare o sradicare grazie a una politica dei «diritti dell’uomo», il cui cuore sia costituito dalla confutazione, con argomenti scientifici, dell’idea secondo la quale le </span><span lang="it-IT"><em>disuguaglianze</em></span><span lang="it-IT"> rimandano a </span><span lang="it-IT"><em>differenze di razze</em></span><span lang="it-IT"> interne all’umanità. Da qui il progetto di un’educazione universale, da svilupparsi grazie allo sforzo congiunto degli Stati democratici e delle istituzioni nazionali così come di quelle internazionali, contro il pregiudizio razziale e le discriminazioni fondate sulla «razza». Tutto questo non è mai esistito prima delle due dichiarazioni del 1950 e del 1951, redatte da un gruppo di famosi intellettuali – biologi, antropologi, sociologi e psicologi – riuniti grazie all’UNESCO su richiesta del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. Queste furono seguite dalla pubblicazione nel 1956 di una serie di opuscoli esplicativi ideati dagli stessi autori – <strong>Juan Comas</strong>, <strong>Kenneth Dittele</strong>, <strong>Harry Shapiro</strong>, <strong>Michel Leiris</strong>, <strong>Claude Lévi-Strauss</strong>, <strong>L.C. Dunn</strong>, <strong>Otto Klineberg</strong>, ecc. – raccolti poi in una pubblicazione in francese, </span><span lang="it-IT"><em>Le racisme devant la science</em></span><span lang="it-IT">, 1960 (13). Si tratta di una vera e propria «rottura epistemologica», destinata ad aprire un nuovo paradigma intellettuale, le cui importanti caratteristiche richiedono un esame più accurato.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">3. </span><span lang="it-IT"><em>Il paradigma antropologico</em></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Questo «evento» si produce all’interno di un campo di «potere-sapere», inteso </span><span lang="it-IT"><em>à la</em></span><span lang="it-IT"> Foucault. Certo lo statuto storico di istituzioni quali l’ONU o l’UNESCO è complesso e non privo d’ambiguità. La loro autorità deriva da una delega di potere da parte degli Stati-nazione ma non è puramente politica, senza per questo essere scientifica. Potremmo affermare che essa trae la propria legittimità dal potere disciplinare delle scienze – biologia, sociologia, antropologia, ecc. – ma allo stesso tempo ne rimette in causa i presupposti e le spinge a riformarsi per poter giocare un ruolo attivo nel processo di sviluppo politico dei diritti umani. Potere e sapere si rinforzano dunque reciprocamente e gli usi presenti o futuri della categoria «razzismo» sono interessati da questo processo circolare.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">È opportuno riflettere anche sul legame tra questo evento epistemologico, che è la «costruzione» o «l’invenzione» del razzismo, e una determinata congiuntura storica: quella che segue immediatamente la fine della Seconda guerra mondiale e vede il sorgere dei movimenti di liberazione dei popoli colonizzati e dei movimenti per i diritti civili nelle società sottoposte a segregazione razziale, come gli Stati Uniti d’America. Non dimentichiamoci che la creazione dell’UNESCO avviene all’indomani della definizione del nuovo crimine di «genocidio» fatta dal Tribunale di Norimberga e ripresa dalle Nazioni Unite nel 1948 (14).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">La nozione di «razzismo» costruita riunisce sotto un solo nome tre tipologie di situazioni, che appariranno di conseguenza come altrettante forme specifiche di «razzismo»: </span><span lang="it-IT"><em>l’antisemitismo, </em></span><span lang="it-IT">di cui il nazismo tedesco costituisce lo sviluppo estremo; </span><span lang="it-IT"><em>il razzismo coloniale</em></span><span lang="it-IT">, che implica la divisione dell’umanità in </span><span lang="it-IT"><em>razze</em></span><span lang="it-IT"> «superiori» e «inferiori», «civilizzate» e «barbare» – le </span><span lang="it-IT"><em>subject races</em></span><span lang="it-IT"> del colonialismo britannico –; e, infine, il </span><span lang="it-IT"><em>pregiudizio del colore</em></span><span lang="it-IT">, legato alla segregazione e all’istituzione dell’</span><span lang="it-IT"><em>apartheid</em></span><span lang="it-IT"> nelle società post-coloniali che assegnano uno statuto inferiore ai discendenti degli schiavi. Sottolineiamo come questa ripartizione permetta di mettere in luce delle analogie di ordine sociale e ideologico. Essa ci porta a interrogarci sul legame esistente tra l’istituzione della disuguaglianza – </span><span lang="it-IT"><em>institution de l’inégalité</em></span><span lang="it-IT"> – e il fenomeno della violenza estrema, sia sotto la forma del lavoro forzato, sia sotto quella dello sterminio. Ma essa rappresenta anche una scelta presa in una congiuntura storica data: traduce una percezione e una selezione all’interno della molteplicità delle esperienze collettive costitutive della costruzione della nuova categoria di «razzismo».</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Da qui deriva un terzo aspetto dell’«evento»: si assume che le forme incluse sotto lo stesso nome – «razzismo» – derivino dall’applicazione di una stessa «teoria» – spesso designata come «mito» (15)– quella della </span><span lang="it-IT"><em>biologia delle razze umane</em></span><span lang="it-IT">. Si tratta, più precisamente, di una combinazione tra l’idea che il motore dell’evoluzione sia la «lotta per l’esistenza», quella che le disposizioni culturali e le capacità intellettive abbiano un carattere «ereditario» e quella che sia necessario difendere, attraverso una politica eugenetica, la superiorità delle «popolazioni» dominanti dal pericolo della decadenza. È questa combinazione pseudo-scientifica che avrebbe prodotto o legittimato, dapprima, la tesi della disuguaglianza delle </span><span lang="it-IT"><em>razze</em></span><span lang="it-IT"> che compongono la popolazione umana e, in particolare, quella della superiorità della </span><span lang="it-IT"><em>razza</em></span><span lang="it-IT"> «bianca» sulle </span><span lang="it-IT"><em>razze</em></span><span lang="it-IT"> di «colore»; quindi il terrore del meticciato; e, infine, l’immaginario della lotta tra gli «Ariani» e i «Semiti» per la dominazione del mondo. Al contrario, la critica di questa posizione implica il riconoscimento di un principio </span><span lang="it-IT"><em>filosofico d’indivisibile unità della specie umana</em></span><span lang="it-IT">, che possiamo anche chiamare fondamento </span><span lang="it-IT"><em>umanista</em></span><span lang="it-IT"> dell’universalismo, in opposizione ai suoi fondamenti religiosi o scientifici. Esso si enuncia principalmente in forma negativa, divenendo così l’equivalente di un imperativo categorico: ogni divisione della specie umana in gruppi distinti, </span><span lang="it-IT"><em>essenzialmente</em></span><span lang="it-IT"> differenti, da un punto di vista culturale o da un punto di vista biologico, è allo stesso tempo </span><span lang="it-IT"><em>impossibile</em></span><span lang="it-IT"> e </span><span lang="it-IT"><em>inaccettabile</em></span><span lang="it-IT">.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" lang="it-IT" align="justify">Un’affermazione del genere, non nascondiamocelo, non ha nulla d’incontestabile. Occorre qui difendersi dall’illusione retrospettiva. Essa non soltanto si scontra con ataviche credenze, apparentemente inseparabili dalla stessa categoria di «civiltà», ma rappresenta un equilibrio instabile tra la negazione pura e semplice delle differenze interne alla specie umana e la loro interpretazione in termini essenzialisti e gerarchici. Le scienze positive tenteranno senza sosta di dimostrare che un tale equilibrio può assumere un contenuto preciso, ma il compito si rivelerà interminabile.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Tuttavia si deve anche notare che la formulazione di questo paradigma, allo stesso tempo politico, filosofico e scientifico, portava con sé sin dall’inizio un conflitto latente che ne avrebbe indotto la modifica e la riformulazione, pur presentandole come un semplice «aggiornamento» scientifico. È ciò aveva mostrato subito lo stupefacente fatto che l’UNESCO</span><span lang="it-IT"><em> non si era potuta accontentare di un’unica dichiarazione sulla «razza» e sul «razzismo», ma dovette pubblicarne due in successione</em></span><span lang="it-IT"> (1950, 1951). Più di un organismo accademico – in particolare la British Royal Academy – aveva sollevato obiezioni contro la prima dichiarazione, sostenendo che essa andava «troppo oltre» nella confutazione dell’esistenza di determinanti biologiche della trasmissione dei caratteri fisici e intellettivi degli individui e che procedeva a un ribaltamento dell’idea individualista della «lotta per l’esistenza» in favore di un principio di «solidarietà» interno alla specie completamente privo di fondamento scientifico. In questa divergenza iniziale, resa manifesta dalla giustapposizione dei due testi, possiamo rintracciare il prototipo dei conflitti e delle riscritture che, fino ai nostri giorni, hanno fatto della critica del razzismo un processo inesauribile, all’interno del quale una molteplicità di discorsi «universalisti» si confrontano per modificare le politiche educative e le legislazioni «antirazziste».</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" lang="it-IT" align="justify">Per quanto marginali possano sembrare di fronte ai dibattiti attuali, queste considerazioni sono indispensabili per articolare tra loro tre tipologie di conseguenze di cui siamo gli eredi. Prima di tutto le conseguenze epistemologiche che riguardano la stessa organizzazione del sapere contemporaneo «sull’uomo»; quindi il sorgere di resistenze al paradigma dominante, che possiamo chiamare «umanista»; e, infine, la sua progressiva trasformazione in un paradigma diverso, quello del «razzismo senza razze» o «razzismo culturale» (razzismo «differenzialista»).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Le conseguenze epistemologiche non solamente sono sorprendenti per la loro influenza sull’organizzazione delle scienze umane, ma soprattutto per la problematica del razzismo, interpretato filosoficamente come proiezione ideologica o mitica delle differenze naturali interne alla specie umana a discapito della sua essenziale indivisibilità, che viene così a trovarsi al cuore dei presupposti dell’antropologia, e non a derivare solamente da applicazioni specifiche. Parlerei allora di una </span><span lang="it-IT"><em>rivoluzione copernicana nella storia dell’antropologia</em></span><span lang="it-IT">, che la fa passare da uno sguardo «oggettivista» a uno sguardo «soggettivista» nell’uso del concetto di </span><span lang="it-IT"><em>razza</em></span><span lang="it-IT">. L’antropologia, in effetti, si distacca dallo studio delle differenze tra le </span><span lang="it-IT"><em>razze</em></span><span lang="it-IT"> e della loro disuguaglianza, considerate come fenomeni oggettivi di cui occorre rintracciare le conseguenze nel campo della politica e della cultura, per passare allo studio del «razzismo», ovvero di quella </span><span lang="it-IT"><em>credenza</em></span><span lang="it-IT"> soggettiva in una disuguaglianza fra le</span><span lang="it-IT"><em> razze</em></span><span lang="it-IT">, che proietta una griglia d’interpretazione «razziale» sull’insieme della storia o </span><span lang="it-IT"><em>riduce</em></span><span lang="it-IT"> l’insieme delle differenze umane a un modello </span><span lang="it-IT"><em>immaginario</em></span><span lang="it-IT"> di supposte differenze originarie ed ereditarie.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Un tale cambiamento di prospettiva modifica l’intera metodologia delle scienze umane, anche se non in maniera univoca. Il primato del determinismo biologico, e soprattutto del determinismo evoluzionista darwinista o pseudo-darwinista, è messo in discussione, ma non necessariamente la possibilità di includere alcune condizioni biologiche o la rappresentazione delle </span><span lang="it-IT"><em>razze</em></span><span lang="it-IT"> come concetto derivato, ossia come fenomeno di «popolazione», in programmi di ricerca in psicologia cognitiva e affettiva. Soprattutto esso non impone una direzione particolare nella quale ricercare le «radici» dei pregiudizi razziali: queste possono risiedere nelle strutture socio-economiche, in senso marxista – la divisione gerarchica del lavoro, più o meno funzionale, delle società capitaliste (16) – o nelle strutture simboliche e nei sistemi di rappresentazione proiettati nell’immaginario, secondo l’orientamento prediletto dai </span><span lang="it-IT"><em>cultural studies</em></span><span lang="it-IT">, che non a caso si costituiscono a partire da una interpretazione del razzismo e più generalmente delle figure dell’alterità nelle società post-coloniali (17).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Non dubito che questo cambiamento marchi </span><span lang="it-IT"><em>un nuovo inizio</em></span><span lang="it-IT"> nella storia della disciplina antropologica. Ma occorre domandarsi se non ci sia un </span><span lang="it-IT"><em>elemento di continuità soggiacente al ribaltamento dell’oggettivismo in soggettivismo</em></span><span lang="it-IT">, benché le conseguenze pratiche siano opposte. L’antropologia è sempre un progetto di conoscenza e di riconoscimento di sé da parte dell’umanità o d’identificazione dell’umano nell’uomo. Essa cerca di rispondere al problema dell’identità e delle differenze interne al «mondo umano» come mondo storico, geografico, culturale. Chi siamo e dove siamo gli uni in rapporto agli altri? A questa domanda, dal diciottesimo secolo e fino alla metà del ventesimo, in un mondo dominato da una filosofia della storia euro-centrica, hanno preteso di fornire una risposta la storia naturale, la biologia e la psicologia delle </span><span lang="it-IT"><em>razze</em></span><span lang="it-IT">. Dopo la Seconda guerra mondiale, nonostante alcuni presagi della rivoluzione copernicana nella critica del determinismo biologico da parte del culturalismo – sarebbe utile qui concentrarsi particolarmente sugli Stati Uniti d’America, sulle opere simmetriche di <strong>W.E.B. Du Bois</strong> e di <strong>Franz Boas</strong> – la prospettiva diviene bruscamente quella dello studio del «razzismo» e della sua teorizzazione. </span><span lang="it-IT"><em>L’umanità</em></span><span lang="it-IT"> in quanto tale non è più quindi una specie il cui sviluppo è guidato dalle differenze di </span><span lang="it-IT"><em>razza</em></span><span lang="it-IT">, ma una specie composta di individui e di gruppi </span><span lang="it-IT"><em>capaci di sviluppare il razzismo</em></span><span lang="it-IT">, forse addirittura inevitabilmente condotti a costruire dei </span><span lang="it-IT"><em>miti razzisti </em></span><span lang="it-IT">– e più generalmente delle illusioni «xenofobe», «eterofobe» – sotto l’effetto di una sorta di illusione trascendentale, o come conseguenza della propria organizzazione in culture, società e comunità separate da rapporti di dominazione oggettivi. È quello che potremmo chiamare «teorema di Sartre», pensando al modo in cui, nello stesso periodo, nelle sue </span><em>Réflexions</em><span lang="it-IT"><em> sur la question juive</em></span><span lang="it-IT"> (1946), questi sosteneva che «l’Ebreo non esiste», ma che «è l’antisemitismo che fa l’Ebreo».</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Tuttavia, vediamo bene che, in entrambi i casi, si suppone che la «scienza» o la «conoscenza scientifica» ci diano la risposta definitiva. Formulare quest’osservazione, sia ben chiaro, significa non squalificare l’idea e la possibilità di una conoscenza scientifica, ma suggerire come la critica epistemologica applicata alle «teorie razziali» potrebbe rivolgersi anche contro i propri eredi, ossia contro le teorie del «razzismo storico». Significa soprattutto mettere in discussione il «doppio empirico-trascendentale» – ancora <strong>Foucault</strong> – che qui riguarda non l’individuo, ma il «genere umano» (</span><span lang="it-IT"><em>Gattungswesen</em></span><span lang="it-IT">), partendo da un principio morale e filosofico dell’unità dell’umanità e assegnando alle discipline antropologiche il compito di spiegare il sorgere dei pregiudizi razziali, ovvero dei soggetti o delle soggettività «razziste». È chiaro che questa funzione è segnata da un’ambiguità alla quale è forse impossibile sfuggire. Conformemente a quello che era il programma iniziale delle istituzioni internazionali, essa s’iscrive in una prospettiva di progressiva abolizione del razzismo da parte della scienza e della volgarizzazione scientifica, della pedagogia e della legislazione, che riproduce l’ideale, derivato dall’Illuminismo, di auto-educazione dell’umanità. D’altra parte tuttavia, all’interno di società che potrebbero essere caratterizzate come «Stati razziali» – nel senso dato al termine da <strong>David Goldberg</strong> (18) essa s’iscrive in un programma di regolazione delle </span><span lang="it-IT"><em>race relations</em></span><span lang="it-IT">, e dunque </span><span lang="it-IT"><em>dei conflitti e delle rappresentazioni razziste</em></span><span lang="it-IT">. In questo senso </span><span lang="it-IT"><em>tutti</em></span><span lang="it-IT"> gli Stati contemporanei – anche se il razzismo non è </span><span lang="it-IT"><em>istituzionalizzato</em></span><span lang="it-IT"> come fondamento ideologico della cittadinanza – sono degli «Stati razziali», poiché comportano delle disuguaglianze e dei conflitti sociali rappresentabili in termini di differenza razziale o di suoi equivalenti – la differenza etnica, la condizione migratoria ­–, e, al contempo, sono impegnati in una lotta politica e giuridica di </span><span lang="it-IT"><em>riaffermazione dell’uguaglianza</em></span><span lang="it-IT">, perlomeno formale. Si consacrano così al compito di «combattere il razzismo», di «estirparlo» dallo spazio pubblico e dalle istituzioni della comunità politica. Tutto ciò ha importanti conseguenze pratiche; basti pensare allo sviluppo di una giurisprudenza dedicata alle forme di discriminazione razziale e alle modalità del razzismo. Si potrebbe sostenere che questo è l’altro versante – quello istituzionale – della rivoluzione epistemologica prima illustrata.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">4. </span><span lang="it-IT"><em>Esempi di «resistenze» all’estensione universale del paradigma antropologico</em></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Per questo è importante, in conclusione, tentare di identificare questa rivoluzione epistemologica, che fa dello studio del «razzismo» in quanto fenomeno ideologico, il cuore della disciplina antropologica e allo stesso tempo assume che esso, nelle sue cause, nelle sue varianti e nelle sue trasformazioni storiche, deriva da una spiegazione antropologica – da modelli universali di strutture sociali e simboliche – dalle resistenze che suscita e dalle eccezioni che comporta. Queste sono tanto antiche quanto il modello antropologico stesso, di cui mettono in dubbio la validità e la legittimità istituzionale conferitagli dagli organismi culturali e politici (19). Esse propongono dei modelli alternativi per la comprensione dei comportamenti e delle rappresentazioni razziste e si interrogano sulla validità stessa della categoria di «razzismo» come categoria universalizzante.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Avendo suggerito che il paradigma antropologico era legato a un «imperativo categorico» di carattere umanista, da cui deriva una rappresentazione della politica come «politica dei diritti dell’uomo», potremmo giustamente chiederci se le resistenze al paradigma antropologico e le critiche implicite alla sua validità, corrispondano in filosofia a una visione anti-umanista. Non penso tuttavia che le cose siano così semplici. Vorrei qui solamente suggerire che tali critiche devono, inevitabilmente, mettere in discussione la coerenza dei principi umanisti in filosofia e nel campo politico, a meno che non conducano, al contrario, a estremizzarli, il che significa che essi appaiono non più come delle «evidenze», come delle «verità indiscutibili» (</span><span lang="it-IT"><em>self-evident truths</em></span><span lang="it-IT">), ma come dei postulati o delle ipotesi da verificare. Spendiamo qualche parola su quelle che sono apparse</span><span lang="it-IT"><em> durante il periodo stesso di costruzione del paradigma dell’UNESCO</em></span><span lang="it-IT">, immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale. Vengono in mente molti casi, la cui differenza stessa è significativa. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Pensiamo a scrittori come <strong>Robert Antelme</strong> in Francia – il suo </span><span lang="it-IT"><em>L’espèce humaine,</em></span><span lang="it-IT"> scritto nel 1947 fu pubblicato solamente nel 1957 (20)– o come <strong>Primo Levi</strong> in Italia, il cui </span><span lang="it-IT"><em>Se questo è un uomo</em></span><span lang="it-IT"> venne pubblicato anch’esso nel 1947 a Torino. Durante la loro ricerca di un’espressione «letteraria» dell’esperienza del sistema e dei campi di concentramento, capace di rendere percettibile, andando oltre le possibilità di una spiegazione causale, la loro disumanità, questi autori possono o meno fare uso della categoria del «razzismo» – è il caso di Levi, ma non di Antelme – ma in ogni caso – il titolo di Antelme non deve indurci in errore – il problema che pongono non ha nulla a che vedere con la problematica della divisione gerarchica della specie umana: esso riguarda la possibilità contraddittoria di </span><span lang="it-IT"><em>negare a degli esseri umani la propria qualità di uomini</em></span><span lang="it-IT"> o di «espellerli» dalla condizione umana, non solamente attraverso il discorso, ma anche attraverso la pratica. Si tratta di pensare un’esperienza-limite – quella della distruzione del legame d’umanità – che occorre invocare per riaffermare l’indivisibilità della specie umana in maniera problematica, forse disperata, quasi nei termini della scommessa di Pascal. L’opposizione al paradigma antropologico mi pare stia qui, nella constatazione che occorrerebbe ripartire da queste esperienze-limite per poter interpretare le potenzialità di sterminio legate alle culture o alle strutture razziste, mentre il paradigma antropologico, in un certo senso, si sforza di fare il contrario, ovvero di spiegare strutturalmente lo sviluppo del razzismo per ricercarne la «causa» e descrivere, a partire da questo, le condizioni di una trasgressione radicale dell’imperativo umano.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Si potrebbe, poi, pensare all’esempio di <strong>Frantz Fanon</strong> ponendo particolare attenzione al suo primo libro, </span><em>Peau</em><span lang="it-IT"><em> noire, masques blanches</em></span><span lang="it-IT">, pubblicato nel 1952, nel periodo in cui l’autore, medico e scrittore francese nato in Martinica, veniva a insediarsi come primario presso l’ospedale psichiatrico di Blida, prima di unirsi alla lotta di liberazione del FNL algerino, per il quale avrebbe in seguito scritto il celebre saggio </span><span lang="it-IT"><em>Les damnés de la terre</em></span><span lang="it-IT"> (1961), pubblicato con una prefazione di <strong>Jean-Paul Sartre </strong>(21). Sotto molti aspetti l’opera di Fanon sembra apparire in maniera precoce come quel </span><span lang="it-IT"><em>ribaltamento del ribaltamento </em></span><span lang="it-IT">che aveva fatto passare dall’analisi scientifica della «razza» a quella del «razzismo». Si tratta, evidentemente, non di ristabilire una definizione oggettiva della «razza», ma di sviluppare un uso che possiamo definire come «performativo» dei </span><span lang="it-IT"><em>nomi della razza</em></span><span lang="it-IT">,</span><span lang="it-IT"> quale per esempio quello di «negro» – già messo in atto dal discorso sulla «negritudine», che tuttavia è un termine molto più ambiguo, interno a un paradigma culturalista – in maniera tale da muovere la sfida al cuore stesso del discorso discriminatorio – che per il </span><span lang="it-IT"><em>nero</em></span><span lang="it-IT"> non è mai esterno, ma introiettato, costitutivo della propria «personalità» – e far sentire non solamente un «punto di vista», ma </span><span lang="it-IT"><em>il tremare della voce</em> (22). Nello stesso modo, contro le rappresentazioni asettiche della «società democratica» che trionfarono all’indomani della vittoria sul nazismo tendendo a oscurare la realtà persistente del colonialismo, Fanon insiste non soltanto sul fatto che il razzismo è una </span><span lang="it-IT"><em>struttura sociale</em></span><span lang="it-IT"> – e che gli individui sono «razzisti» perché le società stesse sono costruite sulla distinzione assoluta tra «padrone» e «schiavo» – ma anche sull’</span><span lang="it-IT"><em>ambivalenza</em></span><span lang="it-IT"> degli effetti psicologici di questo razzismo strutturale, che deve essere descritto fenomenologicamente. Quella che egli chiama </span><span lang="it-IT"><em>alienazione</em></span><span lang="it-IT"> è valida, lo sappiamo bene, sia per il colonizzato sia per il colonizzatore, anche se non nella stessa maniera: essa è imperniata sul fenomeno della coscienza condivisa e sulla perversione dei rapporti e dei fantasmi sessuali sfocianti a tratti nella psicosi, che impregnano le rappresentazioni reciproche del dominatore e del dominato e l’identificazione feticista con il proprio «colore» (23).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">È negli stessi anni, infine, che <strong>Hannah Arendt</strong> pubblica </span><span lang="it-IT"><em>Le origini del totalitarismo </em></span><span lang="it-IT">(1951), nel quale è possibile ravvisare l’illustrazione di un punto di vista </span><span lang="it-IT"><em>filosofico politico </em></span><span lang="it-IT">– nonostante le reticenze di Arendt a usare il termine</span><span lang="it-IT"><em> filosofia politica</em></span><span lang="it-IT"> nel senso accademico – di fronte al punto di vista </span><span lang="it-IT"><em>antropologico</em> (24). Arendt non s’interessa a una struttura, ma a una </span><span lang="it-IT"><em>storia particolare</em></span><span lang="it-IT"> dell’Europa nella quale «l’antisemitismo» s’</span><span lang="it-IT"><em>incontra</em></span><span lang="it-IT"> con il colonialismo e l’imperialismo, sviluppatisi in maniera indipendente, elaborando in tal modo una genesi empirica dello «Stato razziale» nella sua forma di </span><span lang="it-IT"><em>stato d’eccezione</em></span><span lang="it-IT">. Questo la spinge a operare un’</span><span lang="it-IT"><em>inversione</em></span><span lang="it-IT"> del rapporto tradizionale tra «diritti dell’uomo» e «diritti del cittadino» o diritti </span><span lang="it-IT"><em>politici</em></span><span lang="it-IT">: quello che potremmo chiamare «teorema di Arendt», da cui ha origine il suo soffermarsi sulla questione degli «apolidi», ovvero sugli individui e sui gruppi che vengono privati dei loro diritti fondamentali ed esclusi, in pratica, dalla condizione umana, dopo essere stati spogliati del loro </span><span lang="it-IT"><em>status</em></span><span lang="it-IT"> di persone giuridiche e trasformati in apolidi. Da qui il criterio del «diritto ad avere diritti», che resterà il cuore della sua concezione della comunità politica. Il razzismo – qui di nuovo visto in funzione delle sue norme di «sterminio» – affonda le radici nella storia imperiale e coloniale ed è da qui, e non dalle forme classiche dell’antisemitismo, che provengono i suoi modelli e le sue tecniche di massa, ulteriormente perfezionate e generalizzate poi dal nazismo. È un </span><span lang="it-IT"><em>fenomeno istituzionale</em></span><span lang="it-IT">, riguardante la costruzione delle «comunità politiche», il che non è esattamente la stessa cosa che parlare di «società», anche se il riunirsi politicamente richiede delle basi e produce effetti sociali (25).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">La differenza tra queste «resistenze» all’estensione universale del paradigma antropologico – del quale esse non sono pure e semplici negazioni, permettendo piuttosto di pensarne i </span><span lang="it-IT"><em>limiti</em></span><span lang="it-IT"> – è evidente e mostra che sarebbe impossibile unirle per farne un paradigma alternativo coerente. Colpisce, tuttavia, che tutte pongano il problema della </span><span lang="it-IT"><em>comunità umana</em></span><span lang="it-IT">, invece che quello della </span><span lang="it-IT"><em>specie</em></span><span lang="it-IT"> o del </span><span lang="it-IT"><em>genere umano</em></span><span lang="it-IT">: una </span><span lang="it-IT"><em>comunità </em></span><span lang="it-IT">paradossale, allo stesso tempo </span><span lang="it-IT"><em>reale</em></span><span lang="it-IT"> e, in qualche modo, </span><span lang="it-IT"><em>impossibile</em></span><span lang="it-IT"> in quanto tale, intendendola come «totalità» senza esclusioni o frontiere, situazioni che si manifestano precisamente nei casi limite, dove essa si trova confrontata alla minaccia della propria distruzione reale o immaginaria. Appare allora chiaramente come l’affermazione del principio umanista d’indivisibilità della specie non basti a determinare le condizioni grazie alle quali </span><span lang="it-IT"><em>può esistere qualcosa come una comunità umana o universale</em></span><span lang="it-IT">. Questo principio non riflette che l’aspetto trascendentale: pone l’elemento «comune» a tutti gli esseri umani dal punto di vista dell’origine e della destinazione finale, senza farlo, con ogni evidenza, da quello delle strutture politiche o sociali reali. Inoltre, riflette solo la necessità d’immaginare un elemento comune, una comunità ideale, come un fine morale che sottende la costruzione delle comunità particolari chiuse su se stesse e che si escludono reciprocamente.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Il limite di questo principio potrebbe derivare dal fatto che i principi che sottendono la definizione ufficiale del razzismo sono stati enunciati da un’istituzione che rappresenta degli Stati-nazione, portati dalle circostanze a tentare di sottomettere in modo più vincolante le proprie relazioni al diritto internazionale. È proprio questo modello, che associa una comunità umana privata di potenza istituzionale a delle comunità storico-empiriche – le nazioni –e destinata a elevare idealmente la rappresentazione politica al di sopra delle differenze antropologiche, delle «divisioni» dell’umanità – per quanto le si voglia pensare soggettive, ideologiche, immaginarie – che perde il suo senso negli «stati d’eccezione», quando gli Stati coloniali, i regimi d’</span><span lang="it-IT"><em>apartheid</em></span><span lang="it-IT">, le politiche di sterminio prendono il sopravvento sulla forma dello «Stato di diritto».</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">5. </span><span lang="it-IT"><em>Conclusioni provvisorie. Il criterio dell’esclusione</em></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Non si trattava certamente, in questa sede, di svolgere una presentazione completa del paradigma antropologico, dei problemi che esso pone o delle trasformazioni che subisce nel momento in cui la definizione del «razzismo» si trova di fronte a nuove situazioni storiche. Si trattava solamente di indicarne la necessità. Il problema che si pone è quello di sapere se la stessa categoria di razzismo non è oggi giunta a un punto di decomposizione e di decostruzione. I problemi epistemologici che si pongono sono due e occorre porli simultaneamente. Da un lato, </span><span lang="it-IT"><em>all’interno dello stesso paradigma antropologico, la comprensione del razzismo evolve</em></span><span lang="it-IT"> in direzione di un concetto di «razzismo culturale» o di «razzismo differenziale». In un certo senso, questo rappresenta la logica conclusione della frattura che aveva condotto ad abbandonare la visione naturalista in favore di quella storica e di analisi delle rappresentazioni collettive caratteristiche del paradigma antropologico. Tuttavia diventa improvvisamente problematico assegnare dei limiti alla categoria, limiti dai quali pure dipende il suo uso scientifico, il suo valore analitico: ogni fenomeno di discriminazione, ogni violenza simbolica sembrano esservi compresi. La reversibilità stessa del razzismo e del sessismo sembra perdersi nella loro equiparazione. D’altra parte nuovi «casi», nuovi «esempi» sembrano sostituirsi, almeno in parte, al sistema ternario che sottendeva la definizione iniziale: antisemitismo, colonialismo, </span><span lang="it-IT"><em>apartheid</em></span><span lang="it-IT">.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-indent: 1.25cm; line-height: 150%;" align="justify"><span lang="it-IT">Allo stesso tempo la problematica delle discriminazioni istituzionali legate alla destabilizzazione delle comunità politiche – a partire dalle nazioni – si fa sempre più insistente nelle società post-coloniali e negli insiemi transnazionali o post-nazionali, lasciando in secondo piano il criterio della divisione «naturale» della specie umana, o delle credenze, dei miti che l’invocano. Altri criteri di definizione delle strutture, dei discorsi e dei comportamenti razzisti, quali il criterio di </span><span lang="it-IT"><em>esclusione</em></span><span lang="it-IT"> – o meglio dell’</span><span lang="it-IT"><em>esclusione</em></span><span lang="it-IT"> </span><span lang="it-IT"><em>interiore</em></span><span lang="it-IT"> – emergono in primo piano. Questi non hanno, almeno in apparenza, bisogno di riferirsi alle «razze». Occorrerebbe quindi esaminarne la costituzione e il funzionamento nelle ricerche contemporanee, ampliando l’analisi qui cominciata (26).</p>
<p>1) Riguardo al rapporto tra il modello statunitense e quello francese della politica di «discriminazione positiva», cfr. V. De Rudder, C. Poiret, F. Vourc’h, </span><span lang="it-IT"><em>L’inégalité raciste. L’universalité républicaine à l’épreuve</em></span><span lang="it-IT">, PUF, Paris 2000.</span></p>
<p>2)<span lang="it-IT"> D. D’Souza, </span><span lang="it-IT"><em>The End of Racism. Principles for a Multiracial Society</em></span><span lang="it-IT">, The Free Press, New York 1995.</span></span></p>
<p>3) Penso in particolare ai lavori di Paul Gilroy, del quale si veda a titolo esemplificativo </span><span lang="it-IT"><em>Against Race: Imagining Political Culture beyond the Colour Line</em></span><span lang="it-IT">, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 2002.</span></p>
<p>4) Cfr. il mio saggio: </span><span lang="it-IT"><em>Difference, Otherness, Exclusion</em></span><span lang="it-IT">, in «Parallax», 2005, XI (2005), n. 1, 19-34.</span></p>
<p>5) Cfr. il mio saggio: «Un nouvel antisémitisme?», in <em>Antisémitisme: l’intolérable chantage. Israël-Palestine, une affaire française?</em>, Editions La Découverte, Paris 2003, pp. 89-96.</span></p>
<p>6) Cfr. il volume ufficiale: </span><span lang="en-GB"><em>United to Combat Racism</em></span><span lang="en-GB">, Dedicated to the World Conference against Racism, Racial Discrimination, Xenophobia and Related Intolerance, Durban, South Africa, 31 August-7 September 2001, prefazione di Koïchiro Matsuura e Mary Robinson, UNESCO, Paris 2001. </span><span lang="it-IT">Per una lettura critica fatta da uno dei protagonisti, discutibile, ma chiarificatrice, cfr. M. Banton, </span><span lang="it-IT"><em>The International Politics of Race</em></span><span lang="it-IT">, Polity Press, Cambridge 2002.</span></p>
<p>7)Come mostra, ad esempio, la posizione di Christian Delacampagne ne </span><span lang="it-IT"><em>L’invention du racisme. </em></span><em>Antiquité et Moyen Age</em>, Fayard, Paris 1983.</p>
<p>8)<span lang="it-IT"> I riferimenti qui presentati sono tratti da R. Miles, </span><span lang="it-IT"><em>Racism</em></span><span lang="it-IT">, Routledge, London 1989.</span></span></p>
<p>9)<span lang="it-IT"> Tale concezione critica della nozione di razza come derivata da una «falsa scienza» porta, soprattutto da parte di alcuni studiosi, a chiederne il non utilizzo, anche in maniera negativa, all’interno di testi giuridici e politici, che contribuirebbero ad accreditarne l’illusione: in riferimento a questo si possono vedere gli interessanti interventi del convegno organizzato nel 1992 presso l’Università di Paris XII: </span><span lang="it-IT"><em>«Sans distinction de…race», Le mot race est-il de trop dans la Constitution française?</em></span><span lang="it-IT">, in «</span><span lang="it-IT">Mots – Les langages du politique</span><span lang="it-IT">», (1992), n. 33.</span></p>
<p>10)<span lang="en-GB"> R. Benedict, </span><span lang="en-GB"><em>Race and Racism </em></span><span lang="en-GB">[1942], con una prefazione di John Rex, Routledge &amp; Kegan Paul, London 1983.</span></p>
<p>11) Cfr. R. Miles, <span lang="en-GB"><em>op. cit.</em></span></p>
<p>12) Cfr. P.A. Taguieff, <em>La force du préjugé. Essai sur le racisme et ses doubles</em>, Editions La Découverte, Paris 1988, pp. 122-151.</p>
<p>13) <span lang="it-IT"> Le Dichiarazioni del 1950 e 1951 compaiono dapprima all’interno dell’opuscolo </span><span lang="it-IT"><em>The race concept</em></span><span lang="it-IT">, UNESCO, Paris 1952; sono in seguito riprese nelle due edizioni successive – del 1964 e 1967 – del volume francese </span><span lang="it-IT"><em>Le racisme devant la science</em></span><span lang="it-IT">, UNESCO/Gallimard, Paris 1960 – occorre notare come il contenuto vari sensibilmente tra le ristampe succedutesi, l’ultima delle quali è del 1975 – e in </span><span lang="it-IT"><em>Four statements on the race question</em></span><span lang="it-IT">, UNESCO, Paris 1969.</span></p>
<p>14) Cfr.Y.Ternon, <em>L’innocence des victimes. Regard sur les génocides du XXème siècle</em>, Desclée de Brouwer, Paris 2001.</p>
<p>15) Cfr. Il titolo dello studio di Léon Poliakov, <span lang="it-IT"><em>Le mythe aryen. Essai sur les sources du racisme et du nationalisme</em></span><span lang="it-IT">, Calmann Lévy, Paris 1971, che si riferisce a uno dei tre «miti razziali» identificati da Juan Comas all’inizio della pubblicazione dell’UNESCO, ma funge anche da eco al </span><span lang="it-IT"><em>Mito del ventesimo secolo</em></span><span lang="it-IT"> del teorico nazista Alfred Rosenberg. L’antropologo spagnolo Juan Comas (1900-1979), divenuto cittadino messicano nel 1940, ha giocato un ruolo determinante nel fenomeno di cristallizzazione di queste formulazioni.</span></p>
<p>16) L’opera di Immanuel Wallerstein – cfr. <span lang="it-IT"><em>Race, nation, classe. Les identités ambiguës</em></span><span lang="it-IT">, in collaborazione con É. Balibar, Editions La Découverte, Paris 1988 – ne è una buona illustrazione, così come quella di Robert Miles: </span><span lang="it-IT"><em>Capitalism and Unfree Labour</em></span><span lang="it-IT">, Routledge, London-New York 1987; </span><span lang="it-IT"><em>Racism after ‘Race relations’</em></span><span lang="it-IT">, Routledge, London-New York 1993.</span></p>
<p>17) Vedi soprattutto l’opera di Stuart Hall. Rinvio in particolare al suo articolo <span lang="it-IT"><em>Race, Articulation, and Societies Structured in Dominance</em></span><span lang="it-IT">, in </span><span lang="it-IT"><em>Sociological Theories: Race and Colonialism</em></span><span lang="it-IT">, UNESCO, Paris 1980, pp. 305-345. Anche Lévi-Strauss, cercando di distinguere razzismo e xenofobia, si è mosso in questa direzione.</span></p>
<p>18) <span lang="en-GB"> D. Goldberg, </span><span lang="en-GB"><em>The Racial State</em></span><span lang="en-GB">, Blackwell, London 2002.</span></p>
<p>19) Cfr. quelli che, nel caso dell’UNESCO, possiamo senza esagerazioni chiamare «organismi filosofici» (P. Vermeren, <span lang="it-IT"><em>La philosophie saisie par l’Unesco</em></span><span lang="it-IT">, UNESCO, Paris 2003). </span></p>
<p>(20) Edizione rivista e corretta, Gallimard, Paris 1994.</p>
<p>(21) F. Fanon, <em>Peau noire, masques blanches</em>, Seuil, Paris 1971. <span lang="it-IT">Vedi la recente biografia di Alice Cherki, </span><span lang="it-IT"><em>Frantz Fanon, portrait</em></span><span lang="it-IT">, 1952.</span></p>
<p>(22) Questa problematica è sviluppata oggi da parte di autori come Fred Moten, che ispira la decostruzione, in <span style="color: #24568e;"><span style="text-decoration: none;"><span style="font-family: Verdana,sans-serif;"><a class="western" href="http://www.uscenglish.com/faculty.cfm?action=pub_info&amp;faculty_id=50&amp;pub_id=308"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span lang="it-IT"><em>The Break: The Aesthetics of the Black Radical Tradition</em></span></span></span></a></span></span></span><span lang="it-IT">, Minnesota 2003.</span></p>
<p>(23) La teorizzazione di Fanon, che attende ancora una valida disamina filosofica, va allo stesso tempo alla radice della fenomenologia hegeliana del «padrone» e dello «schiavo», attraverso la sua rilettura di Kojève, Sartre e Simone de Beauvoir – con riferimento a <span lang="it-IT"><em>Le Deuxième sexe</em></span><span lang="it-IT">,</span><span lang="it-IT"><em> </em></span><span lang="it-IT">1949 – e della psicologia della «double consciousness» presente nell’opera di W.E.B. Du Bois – </span><span lang="it-IT"><em>The Souls of Black Folk</em></span><span lang="it-IT">, </span><span lang="it-IT">1903; </span><span lang="it-IT"><em>Dusk of Dawn</em></span><span lang="it-IT">,</span><span lang="it-IT"><em> </em></span><span lang="it-IT">1940 – reinterpretata secondo la chiave psicanalitica della «scissione del sé».</span></p>
<p>(24) È stato necessario aspettare il 2002 per la pubblicazione di una traduzione francese completa e affidabile di <span lang="it-IT"><em>The Origins of Totalitarianism</em></span><span lang="it-IT">, a cura di P. Bouretz, Quarto-Gallimard. Tuttavia il suo saggio di «antropologia filosofica», </span><span lang="it-IT"><em>The Human Condition </em></span><span lang="it-IT">(1958), era stato tradotto già nel 1961 con il titolo di </span><span lang="it-IT"><em>Condition de l’homme moderne</em></span><span lang="it-IT">: consacrato per larga parte alla critica della filosofia marxista nel nome di un concetto neoclassico di </span><span lang="it-IT"><em>praxis</em></span><span lang="it-IT">, non riguarda direttamente la problematica del razzismo e dunque non me ne occupo in questa sede.</span></p>
<p>(25) Cfr. M.-C. Caloz-Tschopp, <em>Les sans-Etat dans la philosophie de Hannah Arendt</em>, Payot, Lausanne 2000.</p>
<p>(26)Su questo tema si rinvia alle interessanti formulazioni fatte da Wulf D. Hund: <em>Exclusion and Inclusion: Dimensions of Racism</em>, in Max Sebastian Hering Torres e Wolfgang Schmale (a cura di), <em>Rassismus</em> (numero speciale della «Wiener Zeitschrift zur Geschichte der Neuzeit», III (2003), n. 1, pp. 6-19.</p>
<p><em>(Foto: da sinistra a destra, Balibar e Fanon.)</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/27/la-costruzione-del-razzismoi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Appunti indiani #4</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/01/15/appunti-indiani-4/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2004/01/15/appunti-indiani-4/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2004 21:18:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio La Chiusa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=253</guid>

					<description><![CDATA[di Sergio La Chiusa Per accedere al tempio, qui a Guruvayur, gli uomini devono sfilarsi la maglia o la camicia, mostrarsi al Dio a torso nudo. Penso al duomo di Milano, dove il controllore di turno, davanti al portone di bronzo, verifica che tutte le spalle siano ben coperte. In entrambi i casi si tratta, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio La Chiusa</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/guruvayur-3.jpg" alt="guruvayur-3.jpg" align="left" border="0" height="260" hspace="4" vspace="2" width="380" /> Per accedere al tempio, qui a Guruvayur, gli uomini devono sfilarsi la maglia o la camicia, mostrarsi al Dio a torso nudo. Penso al duomo di Milano, dove il controllore di turno, davanti al portone di bronzo, verifica che tutte le spalle siano ben coperte. In entrambi i casi si tratta, dicono gli amministratori del culto, di una forma di rispetto dovuta all’unico Dio.<br />
<span id="more-253"></span><br />
***</p>
<p>L’odore dell’India è come il suo cibo aromatizzato; il risultato di un tale miscuglio di odori diversi che separarne i singoli elementi è un’impresa disperata, materia per esperti. Un olfatto sensibile potrebbe forse distinguervi escrementi umani e animali, urina umana e animale, fiori freschi, fiori marciti, l’olio delle friggitorie, i gas di scarico, vari tipi di spezie, balsami, incensi e molti altri odori ancora, tutti lungamente mantecati con la polvere, l’eterna polvere che copre e uniforma l’India intera.</p>
<p>***</p>
<p>Campo degli elefanti di Guruvayur. Fa un certo effetto vedere settanta pachidermi asserviti a questi esseri fragili, con le gambe sottili come stecchi. Alcuni elefanti se ne stanno legati ai ceppi, spezzano grossi rami con una facilità impressionante, sembrano nervosi. Altri trasportano tronchi, sotto la guida dei mahout, o se ne vanno in giro per conto loro, trascinandosi le catene e un gran rumore di ferraglia. Altri ancora, i più, sono radunati nella grande vasca d’acqua verdastra per il consueto lavaggio. Visti così, con gli occhi socchiusi, stesi su un fianco, e docilmente sottoposti alle cure dei mahout, queste enormi creature ispirano un sentimento di dolcezza. Il lavaggio è un’operazione piuttosto lunga e faticosa, che porta via diverse ore. I mahout strofinano con violenza ogni angolo del corpo dell’animale. Usano bucce di noci di cocco. Gli elefanti sembrano provare un certo sollievo, almeno a giudicare dalle espressioni e da come sollevano le zampe a comando per farsi sfregare le parti interne. Questi giganti sono schiavi dell’uomo, ma schiavi alla cui conservazione l’uomo dedica più cure che a se stesso. Un po’ come figli troppo sviluppati, tenuti in catene affinché non prendano la propria strada, e tuttavia ben cibati, puliti, castigati con la sferza al primo cenno di ribellione e poi coccolati, amati di un amore da padrone. Vedo gli elefanti sollevarsi pesantemente dopo il lavaggio, tirati a lucido, pronti per la prossima cerimonia religiosa. E poi i mahout, sfiniti, lerci, sudati, camminare scalzi tra grandi mucchi di letame fumante.</p>
<p>***</p>
<p>Seguo il corso contorto del fiume Moyar, un serpente d’acqua giallastra che si snoda in mezzo alla giungla. Sembra acqua morta, eppure quell’acqua è il centro vitale dei villaggi sparsi nei dintorni. Vedo i mahout dondolare tra le cime degli alberi, in bilico sugli enormi animali che si fanno largo nella giungla, scendendo pigramente al fiume. Lungo la riva, gli uomini, seminudi, si insaponano i corpi scuri, allegramente. Le donne sono riunite in piccoli gruppi, tutte accoccolate, intente a sfregare le stoviglie fino a farle luccicare. Di tanto in tanto i loro corpi spariscono dietro il riverbero accecante del metallo. Sopra la mia testa, i macachi balzano di ramo in ramo facendo un gran fracasso… Sono così poco avvezzo alla natura, che mi sembra davvero di essere una presenza clandestina, immotivata. Trattengo quasi il respiro, per non disturbare questa bellezza primordiale.</p>
<p>***</p>
<p>La stazione degli autobus è, insieme al tempio, il cuore e il ricovero di ogni villaggio indiano. Ci sono interi gruppi famigliari, che, più che aspettare con l’ansia nomade di chi si appresta ad un viaggio, sembrano vivere come animali stanziali nelle zone d’ombra di questi spiazzi polverosi. Come queste donne che se ne stanno accoccolate per terra, intente a fabbricare trecce di fiori, masticare arachidi con la flemma di chi nemmeno sospetta il trascorrere del tempo. L’imperturbabilità dei viaggiatori in attesa è come nascosta dal movimento caotico dei venditori, che trottano da una parte all’altra della stazione, carichi di povera mercanzia, urlando a squarciagola. Quando l’autobus arriva, sollevando nuvoloni di polvere, tutti gli accoccolati improvvisamente si alzano, si mettono a correre, fanno ressa  intorno all’autobus. Prima ancora che il mezzo si arresti, durante le manovre, sembra che l’autobus si porti già con sé, caricato sulle sue superfici ammaccate di lamiera, tutto quel gran fardello di corpi. Dall’interno dell’autobus, noto che invece di avvicinarsi alla porta anteriore quasi tutti i partenti cercano di aggrapparsi ai finestrini, dall’esterno, con le mani sollevate che agitano nell’aria un qualche indumento, una maglia, un fazzoletto, un semplice straccio. Proprio sotto di me, in strada, una donna ha sfilato la gonnellina alla sua bimba e, dal basso, mi fa cenno di prenderla, insiste, si mette a sventolare il povero indumento, quasi me lo sbatte in faccia. Guardo, senza capire, i suoi occhi un po’ supplicanti e un po’ irritati per la mia stupidità, e gli occhi della bimba, completamente nuda, sporca, che sembrano invece spaesati così come devono sembrare i miei. Poi mi guardo intorno, senza sapere cosa fare; e ci metto ancora un poco a capire che tutti quegli stracci che svolazzano dentro i finestrini e che si accasciano mollemente sui sedili sono semplici biglietti di prenotazione.</p>
<p>***</p>
<p>Il giovanotto, vestito all’occidentale, con calzoni e camicia, cammina scalzo in mezzo all’immondizia, con naturalezza. Ad un tratto &#8211; e per me è una sorpresa &#8211; si ferma come se proprio ora si fosse ricordato di qualcosa di urgente. Sembra preoccupato, si tasta nervosamente le tasche dei calzoni, dall’esterno, poi ci infila dentro le mani, rovista. Deve avere trovato quello che cerca, perché gli si è illuminato il volto. Sorride, ora sembra calmo… Mi distraggo un momento perché un commerciante mi sta proponendo qualcosa. Quando torno ad osservare il giovanotto, vedo che sta camminando di nuovo, scalzo, in mezzo all’immondizia, e intanto, con un pettinino di plastica sdentato, si sta lisciando con cura i capelli. Sembra soddisfatto.</p>
<p>***</p>
<p>Chennai è una metropoli in continua espansione, dove grandi vetrine di negozi moderni, hi-tech, sfavillanti di luci, gremiti di computer, hi-fi, tv, convivono con vere e proprie fogne a cielo aperto. Ingobbito nell’autorisciò, alla stessa altezza dei gas di scarico delle automobili e delle motociclette che strombazzano senza sosta, respiro tutto l’inquinamento acustico e atmosferico di Chennai. Pioviggina. Il cielo è grigio. La città intera è grigia. Solo i cartelloni variopinti che reclamizzano film a basso costo danno colore alla città; un colore posticcio, incollato di recente sulle facce decrepite dei palazzi. Ma, forse, è da preferire il grigio incerto del cielo alle gigantografie dei cartelloni, dove campeggiano eroi dall’aria ridicolmente virile ed eroine dall’aria ridicolmente patetica di vergini salvate. I loro nuovi eroi bidimensionali, in fondo così tristemente simili ai nostri.</p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<p><em>4- fine</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2004/01/15/appunti-indiani-4/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Appunti indiani #3</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/01/15/appunti-indiani-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2004 21:13:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio La Chiusa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=251</guid>

					<description><![CDATA[di Sergio La Chiusa Il Kerala è uno strano paese. Qui ridondanti templi indù convivono con moschee islamiche e con esili chiese cattoliche dai colori pastello, in disaccordo con la rigogliosa vegetazione tropicale. Qui si trovano perfino rare sinagoghe. Qui le immagini di Shiva nelle sue diverse forme si alternano a quelle di un dolente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio La Chiusa</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/thrissur.jpg" alt="thrissur.jpg" align="left" border="0" height="160" hspace="4" vspace="2" width="250" /> Il Kerala è uno strano paese. Qui ridondanti templi indù convivono con moschee islamiche e con esili chiese cattoliche dai colori pastello, in disaccordo con la rigogliosa vegetazione tropicale. Qui si trovano perfino rare sinagoghe. Qui le immagini di Shiva nelle sue diverse forme si alternano a quelle di un dolente Gesù Cristo, e non è raro trovarli l’uno accanto all’altro, Shiva e Gesù Cristo, a contendersi la sovrintendenza di una stanza d’albergo. Qui, di tanto in tanto, si vedono perfino sventolare bandiere rosse con falce e martello. Qui la modernità sembra avere spazzato via un po’ di miseria. Qui l’India sembra essere scesa a patti con il mondo.<br />
<span id="more-251"></span><br />
***</p>
<p>Tre pescatori mi stanno chiamando; da lontano mi fanno un cenno, mi invitano tra loro, sugli scogli. Cercano del denaro, mi dico, o forse sono soltanto curiosi, vogliono scambiare due parole con un forestiero. Uno dei tre è girato di spalle, verso il mare. Gli altri due, invece, mi guardano apertamente, sorridendo, mentre vado camminando sulla spiaggia. Arrivato davanti ai pescatori (uno dei tre è sempre girato di spalle), mi accovaccio e prendo a giocherellare con la sabbia. Mi chiedono le solite cose: come mi chiamo, da dove vengo, quanti anni ho… e poi, mettendo da parte i sorrisi di circostanza, con le facce incupite, mi mostrano le loro rozze imbarcazioni, si lamentano del mare che &#8211; a loro dire &#8211; è povero di pesci. E ad un tratto, come per tagliare corto, il più intraprendente dei due mi spiega che io sono il ricco e loro sono i poveri e che quindi io dovrei dare loro parte delle mie ricchezze. Non posso dargli torto, ma &#8211; non so perché &#8211; sarà la sua sfacciataggine o semplicemente l’espressione cattiva che hanno man mano assunto i suoi occhi &#8211; mi prende un desiderio incontenibile di alzarmi e andarmene, e non faccio in tempo a capire il significato di questo desiderio che mi sono già alzato. Solo ora i due sfoderano la loro arma segreta. Fanno un cenno al terzo uomo, quello che mi mostra le spalle, e lui finalmente si volta e mi fissa, sorridendo. E in effetti, almeno per qualche istante, mi fa vacillare. Non è un uomo, o almeno non sembra un uomo, ma una specie di rettile con un precario corpo d’uomo. Sembra che la faccia gli stia andando in frantumi, come terremotata, spaccata dal sole, e gli occhi… come raccontarli quegli occhi… Tutte e due le palpebre sono completamente rovesciate, come se un sadico gliele avesse capovolte con una pinzetta e le avesse arrotolate esternamente, con cura, per ostentare la carne viva, sanguigna. Stento a sostenere il suo sguardo e, nello stesso tempo, ne sono irresistibilmente attratto. Gli altri due sorridono soddisfatti. Devono credere che dopo una simile mossa a sorpresa il forestiero non potrà esimersi dal cavare un bel mazzetto di rupie dalla tasca. Ma si sbagliano. Il forestiero, superata la crisi, se ne sta già andando, borbottando qualcosa tra i denti.</p>
<p>***</p>
<p>Sto aspettando il treno per Thrissur, assorto in pensieri vaghi sull’apparente e relativo benessere del Kerala, quando sento un peso sulla spalla. Mi giro e quello che vedo spazza via tutti i miei pensieri. Supponevo fosse un uomo a toccarmi la spalla un attimo prima, non questa specie di mostro che si sta portando la mano alla bocca per farmi capire che ha fame… Non so quale malattia l’abbia devastato fino a questo punto, ma a vederlo in questo stato mi riesce difficile pensare che sia stato un uomo normale un tempo. Il suo corpo, nudo, a parte uno straccio arrotolato intorno ai lombi, è completamente ricoperto di bolle di diversa forma e dimensione, bolle germoglianti, bolle in espansione, alcune enormi, talmente gonfiate sulla superficie rasata del capo che si direbbe siano lì lì per scoppiare. Sembra un corpo costantemente tenuto a temperatura di ebollizione… Solo ora ho notato che porta alcuni fiori freschi, profumati, incastrati sopra l’orecchio. Mi sembra di vedere una sintesi dell’India in quel contrasto di freschezza e putrefazione. Ho cavato dalla tasca un po’ di rupie e le ho posate sulla sua mano aperta, devastata. Solo, ho calcolato male le distanze e non ho potuto fare a meno di sentire la consistenza molliccia della sua carne… E’ un vero sollievo, ora, vedere questo corpo in ebollizione allontanarsi lungo la banchina, scomparire in mezzo alla folla apparentemente sana.</p>
<p>***</p>
<p>L’India è un vero campionario di malattie, deformazioni, mutilazioni. Mentre in Occidente la malattia è una vergogna e un orrore che è bene nascondere, qui tutta la miseria umana è mostrata con grande naturalezza, a volte quasi con ostentazione. Ma l’India è anche un campionario di sorrisi dolcissimi, di una purezza e di una disponibilità a noi quasi sconosciute. Mi sorprende come un Paese possa produrre ad un tempo tanta bellezza e tanto orrore, e come bellezza e orrore convivano in un equilibrio secolare, apparentemente immutabile, quasi siano le due facce della stessa medaglia, entrambe necessarie.</p>
<p>&#8212;&#8212;-</p>
<p><em>3 &#8211; continua</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-20 21:09:38 by W3 Total Cache
-->