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	<title>infanticidio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Così non va, Veronica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2014 17:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[infanticidio]]></category>
		<category><![CDATA[Nils Malmros]]></category>
		<category><![CDATA[Sorrow and Joy]]></category>
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					<description><![CDATA[#BadMommyDay4 di Francesco Forlani Mai non potrebbe il pianto Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno Giacomo Leopardi Quando ho visto al telegiornale le immagini di lei, l&#8217;infanticida sospetta, caricata su un&#8217;auto della Polizia tra le urla dei nuovi turisti del &#8220;fait divers&#8221; che gridavano &#8220;vergogna vergogna&#8221;, la prima cosa che mi è venuta su [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-50229" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg" alt="1508600_orig" width="441" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg 300w" sizes="(max-width: 441px) 100vw, 441px" /></a>#BadMommyDay4</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Mai non potrebbe il pianto</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Giacomo Leopardi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando ho visto al telegiornale le immagini di lei, l&#8217;infanticida sospetta, caricata su un&#8217;auto della Polizia tra le urla dei nuovi turisti del &#8220;fait divers&#8221; che gridavano &#8220;vergogna vergogna&#8221;, la prima cosa che mi è venuta su dalla pancia è stata di pensare: <em>cazzo dicono questi! smammare via, tutti, sciò sciò.</em><br />
Quando ho letto delle dichiarazioni della madre grande della piccola madre, della fierezza di una distanza decennale dalla figlia, ho pensato: <em>vergogna!</em> Nell&#8217;uno e nell&#8217;altro caso si tratta di &#8220;scuorne&#8221;, ovvero “vergogna di cui ci si deve vergognare&#8221; come ho trovato scritto in rete alla definizione della parola napoletana. La Treccani ci dice: <em>scòrno s. m. [der. di scornare]. – Senso di umiliazione e di vergogna, spesso accompagnato da beffa o dal ridicolo, provocato dal fatto di non essere riusciti in un intento, o dall’essere stati facilmente superati o sconfitti da altri: subire uno s.; con suo grave s. ha perso la causa che mi aveva intentato; è stato un grosso s. per lui vedersi anteposto il suo odiato avversario; addorno D’intagli sì, che non pur Policleto, Ma la natura lì avrebbe s. (Dante).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Negli stessi giorni in cui si protraeva la nuova serie della saga famiglia, ho potuto vedere uno dei film più belli, intensi, profondi, su un caso simile a quello che la stampa italiana inforcava tra le menti distratte dell&#8217;italica gente: <a href="http://cineuropa.org/ff.aspx?t=ffocusinterview&amp;l=it&amp;tid=2566&amp;did=246663">Sorrow and Joy</a>, film del danese Nils Malmros. La vicenda, autobiografica, racconta l&#8217;uccisione della piccola figlia di nove mesi da parte della madre affetta da psicosi, ma soprattutto la ricostruzione della storia d&#8217;amore tra i due con il difficile percorso di un ritorno alla normalità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Una persona con una psicosi non può essere colpevole, e non si tratta quindi di colpa. Volevo mostrare che l&#8217;amore conquista ogni cosa&#8221;</em>, ha dichiarato il regista danese Nils Malmros.<br />
Vaglielo a spiegare tu, lettore e commentatore di giornali, blog, facebook, al giudice che ha dichiarato a proposito della nostra piccola madre: &#8220;<em>non è ragionevole ritenere che di fronte alla tragica situazione di un figlio di 8 anni ucciso in un modo così brutale si rifiuti ostinatamente di raccontare la verità</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/sorrow-and-joy-jakob-cedergren-in-una-scena-con-helle-fagralid-290371-620x350.jpg"><img loading="lazy" class="alignright  wp-image-50235" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/sorrow-and-joy-jakob-cedergren-in-una-scena-con-helle-fagralid-290371-620x350.jpg" alt="sorrow-and-joy-jakob-cedergren-in-una-scena-con-helle-fagralid-290371-620x350" width="485" height="274" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/sorrow-and-joy-jakob-cedergren-in-una-scena-con-helle-fagralid-290371-620x350.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/sorrow-and-joy-jakob-cedergren-in-una-scena-con-helle-fagralid-290371-620x350-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 485px) 100vw, 485px" /></a>E alla stampa?<br />
In un&#8217;intervista allo stesso regista a un certo punto leggiamo: <em>&#8220;Quando avvenne la disgrazia, la stampa fu molto discreta: i nostri nomi non vennero mai menzionati nelle notizie. Sapevo che quando la storia del film sarebbe venuta fuori avremmo avuto una reazione forte, ma i media hanno avuto pieno rispetto e così abbiamo deciso di raccontare la verità. No, non mi sono pentito di averlo girato.&#8221;</em> (<a href="http://cineuropa.org/it.aspx?t=interview&amp;l=it&amp;did=246663">qui</a> l&#8217;intervista completa)<br />
Vaglielo a dire tu, lettore e commentatore di giornali, blog, facebook alla Stampa italica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel film, a poche settimane dal tragico evento, assistiamo a una scena che definire marziana sarebbe davvero poco esaustivo.<br />
I genitori degli alunni dell&#8217;infanticida vanno a trovare il padre per comunicargli la volontà di tutti i genitori e della scuola di riavere in classe la sfortunata e amata maestra. E sarà proprio questo episodio a dare il via a un percorso lento, di cura in clinica e ripresa della vita activa della donna che la riconquista dell&#8217;amore dei due renderà possibile.<br />
<strong>Danimarca, eros e civiltà, il marcio non è da voi ma da noi.</strong><br />
Intanto leggo sulla stampa di qualche giorno fa:<br />
<em>&#8220;Veronica Panarello, lasciata sola dalla famiglia, riceve la solidarietà della altre detenute: &#8220;I vestiti e la biancheria per cambiarsi le vengono dati dalle altre detenute&#8221;</em><br />
La prima cosa che mi è venuta su dalla pancia è stata di pensare: enfin! Almeno loro, ci sono.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>La bestiaccia (da &#8220;Rogo&#8221;)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2014 13:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[CartaCanta editore]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[infanticidio]]></category>
		<category><![CDATA[la bestiaccia]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[#BadMommyDay3 &#160; &#160; &#160; di Giacomo Sartori Anna non riesce a connettere, non sa più nemmeno dov’è, non sa più niente. Sa solo che un fuoco le brucia la carne. Un rogo la scardina, come succede ai tetti che ardono, quando le travi di legno crepitano e si sgretolano, franano su loro stesse. Le sue [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/16/la-bestiaccia/nolde_e25a20e5e3c020d4407eab6eea12c1a7/" rel="attachment wp-att-50237"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-50237" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/nolde_e25a20e5e3c020d4407eab6eea12c1a7.jpg" alt="nolde_e25a20e5e3c020d4407eab6eea12c1a7" width="236" height="295" /></a>#BadMommyDay3</strong></em><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-50229" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg" alt="1508600_orig" width="83" height="37" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg 800w" sizes="(max-width: 83px) 100vw, 83px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Anna non riesce a connettere, non sa più nemmeno dov’è, non sa più niente. Sa solo che un fuoco le brucia la carne. Un rogo la scardina, come succede ai tetti che ardono, quando le travi di legno crepitano e si sgretolano, franano su loro stesse. Le sue ossa si stanno staccando le une dalle altre, si dislocano. E lei non può fare niente per fermare quella catastrofe, non può difendersi. Può solo aspettare che la sua coscienza si spenga. Che finalmente la sofferenza cessi.<span id="more-50202"></span></p>
<p>Non è più a tavola, è seduta sul water. Nel grande bagno della nonna con la vasca infossata nel pavimento e la scaletta di legno per accederci. Non sa come ci è arrivata, ricorda solo che non ce la faceva più a stare seduta, e che si è strappata via dalla tavola. Le è rimasto nella mente lo sguardo di Rudy, una di quelle occhiate che ti attraversano senza vederti davvero: stava per chiederle se andava tutto bene &#8211; lei lo conosce come le sue tasche – ma poi è stato risucchiato da una frase del dottore. Le sembra però che tutto questo sia successo da tantissimo tempo, quando era piccola. Quando non sapeva ancora che si potesse sopportare un dolore così grande.</p>
<p>Le pare di essersi scaricata, ma non è sicura: il suo corpo non ha più alcuna sensazione precisa, è un ammasso tumefatto di calore insopportabile. Anche quando tocca la superficie liscia delle piastrelle non sente niente. C’è solo quel nemico mortale, che continua a guadagnare terreno, ma non in modo costante, a ondate successive. Parerebbe impossibile che possa ancora estendersi, e invece appena va un po’ meglio è il segnale che sta per arrivare un altro attacco. Sente distintamente che il suo ventre si sta strappando: i muscoli e le membrane e gli organi si lacerano, come quelle degli animali al macello. La stanno macellando.</p>
<p>Ora è distesa nella bizzarra vasca da bagno della nonna. È riuscita a trascinarsi fino alla scaletta in legno da barca e a stendersi: lì sta meglio. Può chiudere gli occhi, può cercare di contrastare quel dolore pazzesco. Per tenerlo a bada stringe i denti con tutte le forze che ha nelle mascelle, strizza tutta la faccia: puntando i piedi e spingendo più che può le sembra che vada un po’ meglio. Punta anche i gomiti, fa forza anche con quelli. È un arco teso allo spasimo, una bestia che ringhia e si difende dalla morte che vuole averla. Perché dopo quelle dislocazioni distruttive può esserci solo la morte. La pressione cresce però ancora, arriva a un punto di non ritorno: è un fiume di lava incandescente che la forza dall’interno. È la fine, si dice. In quel preciso momento è percorsa da uno strattone violentissimo, un sommovimento parossistico che sembra esaurirsi e invece si prolunga, non finisce mai. I suoi pensieri bruciano assieme alla carne, si annullano nell’incendio. Finché di colpo la tensione si spezza, e segue quasi un sollievo.</p>
<p>Adesso il male è cambiato, è diventato quello di una ferita aperta, di una piaga schiaffeggiata dal vento. È più sopportabile. Sente che tra le gambe è bagnata: non se n’era accorta. E nella brodaglia calda sotto di lei c’è qualcosa di duro. Tastando con la mano incontra un ammasso allungato: sembra carne, carne elastica e pesante. Prima ancora di pensarci la solleva, e vede che è un bambino. Un bambino con la testa ammaccata di neonato e con gli occhi spalancati di bambola. A vederlo ha una sensazione di ripugnanza, come quando si adocchia una pantegana o un’altra bestia che non ci si aspettava di incontrare. Lo lascia cadere, si ritrae il più possibile lontana.</p>
<p>Lei non ne vuole sapere di quell’intruso che emette suoni di trombetta rotta. Prova anzi una rabbia istantanea per la sua tracotanza: è lui che le piantava i coltelli nel ventre. Ora è tutto chiaro: approfittando della sua disattenzione si è incistato dentro di lei, e intendeva farla fuori. E adesso piange, vorrebbe intenerirla. Prima ancora di pensarci afferra l’asciugamano appeso al ramo di larice accanto allo specchio, e chinandosi in avanti ce lo infila dentro. Stringe forte, come si avvolgono nella carta i mazzi di fiori. Ma c’è un filo che le impedisce di arrotolare la spugna morbida fino a chiuderla. È il cordone ombelicale, i neonati hanno sempre un cordone ombelicale. Anche quell’intruso ne ha uno. Lo strappa allora come si rompono gli elastici, afferrandolo con le due mani e tirando con tutte le forze.</p>
<p>Il male che le attanaglia il ventre sale fino alle tempie e al cervello, però è viva, sta sulle gambe. Riesce a stare in piedi. E soprattutto adesso conosce l’origine di quel dolore: l’importante è sapere da dove veniva. Ora sa cosa è successo davvero: non c’entrava la carne cruda che ha mangiato in piedi davanti al frigorifero, i veri responsabili sono i Caraibi. Una volta estirpatane la fonte non può però che passare. L’importante è che la causa sia stata sradicata. Ora nessuno le farà più male.</p>
<p>Posa l’asciugamano per terra, e pulisce la vasca con il tubo della doccia. Vuole che quelle macchie e quei grumi rossastri scompaiano, vuole che tutto ritorni come prima. Domani molti ospiti verranno in quel bagno, anche se non è l’unico della casa. Faranno i loro bisogni, o anche solo si risistemeranno davanti allo specchio, come si fa alle feste. È per questo che non devono esserci chiazze rosse nella vasca, e nemmeno tracce lasciate da una pulizia approssimata. I sanitari e le piastrelle devono essere scintillanti e privi di odori come se la nonna fosse ancora lì a vegliare sulla sua reggia. Non sarà certo lei a mandare a monte tutti gli sforzi che ha fatto il nonno perché tutto sia perfetto. Ha già fatto anche troppi disastri, nella sua esistenza.</p>
<p>Il nemico si è rifatto sotto: sente di nuovo i coltelli dentro di lei, sente che scavano ancora. Si siede allora sul water, si stringe la testa tra le mani. Spera che non ricominci tutto daccapo: le sembra che questa volta non ce la farebbe. Non ha più la forza, i danni sono già anche troppo gravi. Mentre si morde il palmo della mano un oggetto molle scivola fuori dal suo corpo, come sputato fuori da una forte pressione, come aspirato verso l’esterno. Una guaina viscida che lei non vuole vedere: preme il pulsante dello sciacquone. Per qualche istante quella spessa membrana ottura la tazza, e invece con palpitazioni di medusa viene poi risucchiata dal foro: il livello dell’acqua torna a essere quello normale.</p>
<p>Adesso c’è una spiegazione. La riconforta avere la sicurezza che non si tratta di qualcosa di irreparabile, e che tutto si aggiusterà. Ora sa che il suo dolore diminuirà. Deve solo aspettare che scemi, come ha fatto in tante altre occasioni. Può vincere quella forza malefica ignorandola, fingendo che non esista, come si fa con le persone arroganti. A questo è abituata. Adesso non ha più nessuna paura.</p>
<p>Si sente molto debole, e ogni movimento le strappa dei gemiti, ma in qualche modo riesce a sfregare e lucidare, se non fa movimenti bruschi può benissimo venircene a capo. Ha l’impressione di nettare anche se stessa, di togliersi di dosso tutto il fardello che l’opprimeva e l’annichiliva. Ha l’impressione di rinascere. Aveva dentro tanta sporcizia, per questo le ultime settimane sono state così dure, per questo non ne poteva più. Adesso se dio vuole s’è scaricata, s’è svuotata completamente. Dall’asciugamano arrotolato escono dei gemiti, ma sono flebili, riesce a sopportarli. Ora la vasca non è più rossa di sangue, non ci sono più quei grumi e quelle bave impressionanti. C’è un buon odore di crema detergente per i sanitari, le piastrelle ricominciano a brillare. Resta solo qualche stria sul pavimento, presto sparirà anche quella. Fin da piccola lei è molto brava a pulire: la nonna per scherzare le diceva che mal che andasse avrebbe potuto fare la donna dei mestieri.</p>
<p>Adesso è un dolore normale, un dolore che non la spaventa più. Un po’ alla volta quel bruciore così intenso diventerà più flebile, e poi ancora sarà solo un ricordo. Succede sempre così: le cose più brutte si trasformano in oggetto di nostalgia. L’importante adesso è sapere che è pulita, che non ha niente di cui vergognarsi. Deve smettere di pensare di essere colpevole di tutto quello che succede: a ben vedere fa anche lei del suo meglio, come tutti. Come dice Rudy il suo difetto è mettersi in testa, dare sempre per scontato che fa tutto sbagliato.</p>
<p>Le sue calze sono ancora intrise di sudicio. Le ha sfregate a più riprese con la pezza umida, ma lasciano pur sempre qualche traccia violacea sulle piastrelle del pavimento. L’unica soluzione è toglierle e metterle sotto il rubinetto, sciacquare per bene anche quelle. Le strizza poi più forte che può e le rinfila: adesso non c’è più il minimo problema. Quando si fanno le cose bene le magagne si aggiustano, questo lo ha imparato. Con un’ultima ripassata il bagno sarà assolutamente perfetto: lucido e scintillante come piace a lei, accogliente. A questo punto dovrà solo sistemarsi un po’ meglio i vestiti. Anche quelli devono essere di nuovo a posto. Tutto deve tornare come prima.</p>
<p><em>[questo è un capitolo del romanzo &#8220;Rogo&#8221;, che sarà pubblicato in febbraio]</em></p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Emil Nolde)</em></p>
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		<title>La strega espiatoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2014 06:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Maria Franzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[infanticidio]]></category>
		<category><![CDATA[Veronica Panarello]]></category>
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					<description><![CDATA[#BadMommyDay1 di Helena Janeczek “Senza pietà” anzi di “indole malvagia” è la donna sospettata di aver strangolato il figlio che, davanti al giudice, “tace perché è colpevole”. Questi stralci riportati da tutti i telegiornali e giornali con grande risonanza, sono tratti dall’Ordinanza di Custodia Cautelare che, secondo regole mai rispettate in Italia, non dovrebbe diventare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>#BadMommyDay1</strong> </em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg" alt="1508600_orig" width="300" height="135" class="alignleft size-medium wp-image-50229" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>“Senza pietà” anzi di “indole malvagia” è la donna sospettata di aver strangolato il figlio che, davanti al giudice, “tace perché è colpevole”. Questi stralci riportati da tutti i telegiornali e giornali con grande risonanza, sono tratti dall’Ordinanza di Custodia Cautelare che, secondo regole mai rispettate in Italia, non dovrebbe diventare di dominio pubblico. L’amplificazione mediatica ha invece sancito la trasformazione di un’indagine aperta in un processo inquisitorio. <span id="more-50200"></span><br />
Sin dai tempi di quell’altra madre infanticida con la casa di Cogne ricostruita dal plastico esibito da Bruno Vespa, ci siamo abituati al dilagare dell’<em>infotainment</em> che spolpa i casi più eclatanti di cronaca nera. Ma allora il paese era diviso tra colpevolisti e innocentisti, come è sempre accaduto con i delitti misteriosi che sollecitano la curiosità dell’opinione pubblica.<br />
Qui, invece, la condanna preventiva è unanime.<br />
Si esprime riconoscendosi in parole che, passate dalle carte giudiziarie ai notiziari, riverberano un retaggio risalente ai tempi delle streghe e degli inquisitori. Femmine di indole malvagia, capaci d’ogni efferatezza, incluso il gesto abominevole dell’infanticidio. Tra la strega e l’infanticida c’è sempre stato un legame stretto. La strega – inutile dirlo – è colpevole fino a prova contraria. Ma la prova contraria è nelle mani della Divina Provvidenza e non degli uomini.<br />
La piena di quell’immaginario ancestrale rigetta ai margini tutti gli elementi contrapposti. Il fatto che Veronica Panarello è molto giovane, di estrazione sociale bassa, cresciuta in un famiglia problematica e confinata in un paese siciliano, ma soprattutto le evidenze di seri disturbi psichici di cui è costellata la sua storia, non costituiscono appigli capaci di riavvicinare la visione predominante a parametri di giustizia meno arcaici. Cancellata ogni domanda su chi compie un crimine e che cosa lo spinge a compierlo, persino la più antica <em>Unde malum?</em><br />
Una donna che strangola il proprio figlio in età scolastica senza confessare il delitto non può che essere il male incarnato. Cercare di contestualizzarlo, analizzarlo, capire come sia potuto accadere (se è accaduto nei termini di cui parla l&#8217;accusa) e persino riflettere come si sarebbe potuto evitarlo, equivale a una giustificazione inaccettabile. Non si può fare altro che esorcizzare, espellere, esporre la colpevole a accensioni di violenza verbale come sostituto di un rogo purificatore. Il sostrato che ne emerge non è solo maschilista, ma misogino. È paura scaricata in odio e aggressività, paura che trova il suo oggetto paranoico in un potere femminile che, celato dietro il sembiante della madre, mostra un volto maligno e mortale.<br />
L&#8217;obiezione prevedibile è che, non credendo più alle streghe, nessuno ha intenzione di rappresentare una donna come tale. I media agiscono per fare audience dando alla gente ciò che vuole: qui erano sulle tracce di un mostro pedofilo, si sono trovati la madre-mostro e ci sono andati a nozze. Ma il linguaggio parla e agisce sempre aldilà delle intenzioni razionali (anche di quelle ciniche), e qui quegli stereotipi medievali sono palesi come non era mai accaduto prima. Cosa che, tra l&#8217;altro, rivela con particolare evidenza come l&#8217;amplificazione dell&#8217;orrore costituisca a sua volta una forma di violenza di cui nessuno si fa carico. In questo caso ne sono investiti, oltre alla colpevole presunta, un numero imprecisabile di innocenti per definizione: non solo i compagni del povero Loris, i cui incubi notturni sono stati naturalmente dati in pasto ai media, ma tutti i bambini che da un telegiornale vengono a sapere che esistono mamme che uccidono i figli sospinte da un&#8217;indole malvagia.<br />
Non c’è dubbio che l’infanticidio tocchi le corde più profonde e venga percepito come un crimine contro la nostra specie e come una frattura metafisica. Un bambino che muore per mano di chi l’ha messo al mondo è un mondo che muore. Esiste però da sempre: ha cause concrete – economiche, sociali, culturali, psicologiche – e affonda le radici nell’ambivalenza del materno. L’odio in conflitto con l’amore, la cura con la distruttività, il bene con il male. Quasi sempre, ossia in misura infinitamente superiore a quel che avviene per altre specie animali, prevale la “madre buona”. Quasi mai accadono fatti come quelli che la pubblica accusa sta attribuendo a Veronica Panarello.<br />
In un periodo in cui non passa giorno senza che un uomo ammazzi una donna, un figlio o se stesso, la madre feroce infanticida vale “uomo morde cane” mentre quegli atti estremi somigliano sempre di più alla normalità del cane che morde l’uomo. Ma proprio in tale aumento epidemico si manifesta il sintomo di una “malattia sociale” che travalica la dimensione singola, e su questo fenomeno e le sue cause (che non sono un’originaria “malvagità” o innata violenza del uomo) ci sarebbe da interrogarsi. La scena invece è riempita da un caso assolutamente eccezionale che con il nostro vivere comune c’entra pochissimo. Perché?<br />
La diffusione sensazionalistica dei fatti di cronaca è diventata arma – politica &#8211; di distrazione di massa in epoca berlusconiana. Per assolvere a questa funzione il caso prescelto <em>deve</em> essere lontano a quanto avvertiamo possa toccarci da vicino. Veronica Panarello è perfetta perché consente di raffigurarla come radicalmente altra: un’aliena o “alienata”, secondo l’espressione usata da sua madre. Solo che oggi gli spettatori non sembrano più principalmente distrarsi, come accadde nel 2002 con il caso Franzoni, quando l’Italia non era ancora un paese marcio e moribondo. La violenta passione che suscita la <em>mamma di Loris</em> appare quasi lo specchio simbolico di una regressione in cui rabbie e paure collettive, in mancanza di altri sbocchi, finiscono sempre più spesso per sfogarsi sui più deboli o <em>disgraziati</em>: profughi, rom, donne, ragazzi grassi o froci, poveri, vecchi, disadattati. Lei è povera, donna, terrona, “alienata” e per giunta, grazie al suo gesto efferato, anche sicuramente “di indole malvagia”. Cosa c’è di meglio che poter proiettare tutto il male addosso a una strega espiatoria?</p>
<p><em>Con questo articolo, apriamo una riflessione sui lati oscuri del materno che verrà approfondita da un estratto del saggio storico-antropologico di <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesca-matteoni/">Francesca Matteoni</a> sul &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788898615179/matteoni-francesca/famiglio-della-strega.html">famiglio&#8221; delle streghe nell&#8217;Inghilterra moderna</a>, e da uno da &#8220;Rogo&#8221; di <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/giacomo-sartori/">Giacomo Sartori</a>, romanzo dedicato al tema dell&#8217;infanticidio. hj</em> </p>
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		<title>L&#8217;invidia di Basemah</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Apr 2008 07:00:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[  di Franz Krauspenhaar Smetta di piangere, dico alla donna. Lei, la sirena, è giovane, le trecce bionde, truccata come se dovesse andare a una festa; il rimmel le cola giù per la faccia infantile, rosea, di ragazzina trecciuta, e sbalza all’altezza di una piccola cicatrice appena sopra la parte sinistra del labbro. Smetta di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/enrico-colombotto-rosso-lurlo-57.bmp" title="enrico-colombotto-rosso-lurlo-57.bmp"><img loading="lazy" width="291" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/enrico-colombotto-rosso-lurlo-57.bmp" alt="enrico-colombotto-rosso-lurlo-57.bmp" height="437" style="width: 152px; height: 218px" /></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Smetta di piangere, dico alla donna. Lei, la sirena, è giovane, le trecce bionde, truccata come se dovesse andare a una festa; il rimmel le cola giù per la faccia infantile, rosea, di ragazzina trecciuta, e sbalza all’altezza di una piccola cicatrice appena sopra la parte sinistra del labbro. Smetta di piangere e ragioniamo. <span id="more-5704"></span>Mi alzo, giro intorno alla scrivania e le poggio una mano sulla testa. Prima di conoscerla ero nervoso. Non m’aspettavo questo tipo di persona, ecco: m’aspettavo altro, non so bene cosa, ma altro, sì, comunque. Invece eccola, piccola e indifesa, una specie di Pippi Calzelunghe un po’ cresciuta; le starebbe bene, a corredo, una bambola di pezza stretta tra le braccia, come estremo conforto, come ultimo attracco. Guarda sempre verso il basso; da quando è entrata in questa stanza non ha ancora alzato la testa. È sera, ormai inoltrata. Nei campi, i contadini hanno finito la giornata di mietitura. In paese ci si è affaccendati tutto il giorno nei preparativi della festa del nostro santo. Macchie di bambini nerastri correvano per le stradine polverose e infangate, a piedi nudi, squittendo come topi affamati, per tutta la calda giornata di oggi. Nel frattempo, due agenti di polizia prelevavano da una villetta unifamiliare questa ragazza, Elisabetta N., 23 anni, nata qui, vissuta sempre qui, un prodotto locale ma non tipico, forse soltanto all’apparenza. Lavora all’ospedale principale. È infermiera, e da non molto. L’hanno trovata con in mano un bisturi insanguinato; piangeva, disperata. Addentrandosi nella casa, i due poliziotti, chiamati da Samuele R., 25 anni, il fidanzato di Elisabetta, hanno trovato Luisa B., 28 anni, inquilina di quella casa e amica intima di Elisabetta, morta, con il ventre aperto e dissanguata per l’effetto di un rudimentale taglio cesareo praticato col bisturi. Accanto, in una pozza di sangue scuro, il corpicino senza vita di un feto di otto mesi.</p>
<p>Ragioniamo, ripeto alla ragazza. Ma devo deglutire. Non sono preparato proprio a tutto, e questa volta mi serve capire ancor più di sempre; i giornali ne parleranno diffusamente, tutti mi faranno domande, lo so, sarò condannato da questo caso, avrò vissuto tutta la vita con il ricordo e il marchio di questo caso. Già entrando qui, due ore fa, vedevo la ressa crescente dei giornalisti, la loro fame di sapere, di abbrancare una notizia, un dato, una coloritura. Devo deglutire. Anzi, dovrei bere. Una lunga sorsata di birra saporosa, o meglio un whisky, buttandolo giù, tutto in un botto, e magari raddoppiare, schiantarmi la gola d’alcol, e poi addormentare un po’ la testa che già brucia.</p>
<p>Elisabetta alza la testa, leggermente. Bella, dispersa nei suoi foschi pensieri. Ha occhi pallidi, ciglia corte. Non piange più.</p>
<p>Dov’è lui?, mi chiede. Si riferisce al fidanzato, al suo accusatore.</p>
<p>Non lo so. Verrà. Ma adesso parliamo. Accendo il registratore, senza farmi vedere. È in un cassetto della scrivania, in fondo.</p>
<p>La ragazza scoppia a piangere. Deve parlare e andrà tutto meglio. Deve confessare. Stia tranquilla. Ragioniamo.</p>
<p><em>Pause</em>. Non si decide a parlare. Riaccendo, sta aprendo la bocca.</p>
<p>Non so che dire, dice semplicemente.<br />
Non basta, e lo sa. Il feto aveva otto mesi. E lei vive a pochi metri dalla sua amica.<br />
Sì.<br />
Bene. Quando ha pensato che poteva sostituirsi a lei?<br />
Sostituirmi? No, no, dice Elisabetta. Io non volevo sostituirmi a nessuno. Io volevo…<br />
Lei voleva?…<br />
Io volevo… quel bambino. Lei ne aveva già due, io nessuno. Io non posso. Credo di non potere.<br />
Ecco. E quindi…<br />
Niente.<br />
Niente.<br />
Sì.<br />
Invece no, lo sa bene. Lei ha pensato qualcosa. Ha saputo che la sua amica era incinta e ha pensato di fare qualcosa.<br />
Sì.<br />
Cosa ha pensato?<br />
Ho pensato che… Scoppia a piangere di nuovo. <em>Pause</em>.</p>
<p><em>…sono qui e tutto è finito, tutto è scoppiato, dentro di me, fuori di me, dappertutto, come in un’esplosione atomica… sangue, solo sangue e ingiustizia divina… eppure dio lo pregavo molto, ma adesso so che è tutto inutile, che dio ha voluto che lo facessi soltanto per punirmi… e per punirmi ha scelto lui, il mio uomo tutto d’un pezzo, il benzinaio che studia per diventare avvocato, lo stupido del quartiere… maledetto il momento che l’ho visto e ho deciso di farlo mio, di mettermelo in grembo come un figlio… e ora mi tradisce… ah sì, è stato dio, nessun altro, soltanto lui poteva avere la cattiveria proprio infinita di creare questo bubbone patetico e flettere le gambe a lui per farlo inginocchiare davanti alla polizia…</em><em>…tutto è finito, questo poliziotto mi fa male, è falso, gentile ma falso, vorrebbe andare a casa e parlarne alla moglie, vorrebbe bere un bicchiere di birra ghiacciata e abbandonarsi sulla sedia a dondolo e farsi un impacco di ghiaccio per la fronte e a notte mangiare un po’ di insalata di patate fredda… io non so più perché l’ho fatto, era soltanto quel desiderio fitto che avevo in pancia, come una fame durata secoli, che mi pervadeva tutta quanta, dalla testa ai piedi… vederla lì, tutti i giorni, con quel sorriso sempre più dolce che le allargava la faccia, le faceva la pelle rosa, sgranata, come la buccia di pesca appena colta, era diventata una tortura insopportabile… era così bella, non era mai stata così bella, così bella e così felice, la felicità ce l’aveva su ogni centimetro di pelle… io, io stessa ero imbarazzata per tutta quella felicità che le partiva dal grembo e le si irradiava come milioni di capillari rosa attorno al corpo, e dentro, e a germogliare fuori, come steli di pace, di armonia, e io non ci capivo più niente, guardavo impotente il suo fiorire… la vedevo tutti i giorni uscire di casa, prendere la bottiglia di latte, salutarmi con un sorriso, troppo felice… era la mia vicina di casa migliore, io mi preparavo per andare all’ospedale per il turno, e la vedevo con addosso la vestaglia, e sotto la vestaglia si vedeva il gonfiore che le procurava la creatura che aveva dentro… e quello stupido niente, non riusciva a far niente, e allora avevo provato con altri, ma niente, non riuscivano a ingravidarmi, pure quel dottore, all’ospedale, mi aveva scopato a sangue in camera operatoria, e prima di farmelo sbattere dentro avevo dovuto prendermi le sue sculacciate da pervertito, e avevo dovuto prenderlo in bocca e succhiare fino a farlo quasi venire… quel porco aveva anche voluto sbattermelo dietro, mi aveva fatto male, non volevo, era una pratica quella che avevo sempre rifiutato, l’avevo sempre considerata una perversione, ma ormai m’ero impegnata con quel porco, e allora m’ero fatta allargare il buco da quel cazzo grosso di medico chirurgo infoiato, e prima di venire lui l’aveva estratto, era una sonda impazzita, e me lo aveva spinto davanti ed era venuto dopo una manciata di secondi, ho immaginato uno spruzzo tremendo, a ogni modo avevo come sentito che ce l’avevo finalmente fatta, che ero gravida una volta per tutte, che quell’idiota di medico non avrebbe capito mai nulla, e anche se avesse sospettato non avrebbe fiatato, lui a sua moglie ci teneva sicuramente, nel senso che non voleva scandali di nessun tipo, ma certo, sì, come no, e dunque con lui andavo sul sicuro…</em><em>…ma poi dovetti accorgermi che anche quella volta era andata male, che non rimanevo incinta, e allora mi venne il sospetto, e pochi giorni dopo la conferma: ero sterile… disperata, ero sterile e disperata, e intanto luisa continuava a ingrandirsi con la creatura, e io tutti i giorni la vedevo prelevare la bottiglia di latte, e ogni tanto la andavo a trovare con una scusa per poterla vedere, e parlarle… era bellissima, avrei voluto accarezzarla tutta, baciarla sulla bocca, leccarle la pancia fino al sesso, e poi di nuovo, indietro…</em></p>
<p>Poesia trovata nell’agenda di Elisabetta, 21 giorni prima del delitto.</p>
<p>Come t’amerei fine sposa<br />
di un gesto tranquillo<br />
come il pistillo d’un bacio<br />
goccia di rugiada calmante<br />
sestante del mio sesso<br />
bussola pericolante<br />
sul ponte della nave salmastra<br />
assecondata culla d’onde lievi<br />
placentare navigazione muta<br />
bimbo che sorgi dalla stiva quieta<br />
pancia a pancia al disastro della vita<br />
nascente, tornerai tu nell’acqua<br />
che ha battuto il tuo stelo, io fiore<br />
io rugiada, io feconda amnesia.</p>
<p><em>Pause</em>.<br />
La ragazza ora non parla più. Dopo due ore decido di mandarla via, nella sua cella. È ora di andare. Chiamo Silvia sul cellulare, mi sta aspettando. Domani interrogherò il fidanzato. Ciò che m’ha scosso di più è… Non so, non so cos’è, no. Leggo e rileggo, come in trance. Penso a Silvia, mia moglie; a quando l’ho conosciuta. Al figlio che nessuno dei due vuole. Eppure ne avevamo parlato tanto, insieme, prima, prima di sposarci. I nomi. Detti mille volte, a letto, dopo aver fatto l’amore. Luca. Giovanni. Giovanni no, è banale. Emanuele. Sara. Sì, Sara non è male. Eleonora. Eleonora ti piace? Sì. E poi, una volta sposati, era cambiato tutto. Mi chiedo come sarebbe stata lei, la ragazza, se fosse stata sposata. Sarebbe passata anche a lei la voglia di maternità? Mi rispondo che non lo credo. In quegli occhi bui c’era l’idea fissa, come un razzo di pensiero puntato contro l’eternità di un’ossessione mortale.</p>
<p>Ore 23.11. Cella</p>
<p><em>…io non volevo, forse, io non volevo, credo, credo o non credo, che importa, nessuna musica, nessuna parola, nemmeno un pezzo di carta per annotare… volevo quel bambino per essere qualcosa di più di una stronzetta accarezzata in una corsia d’ospedale, il bimbo sarebbe stato me e io sarei stato lui, o roba del genere; e quella donna non ci sarebbe stata mai più, perché c’è sempre, nella vita, chi deve sottrarsi, non ottenere, cadere, sacrificare, sacrificarsi, per quale causa, non lo so, se anche sia causa, sia comunque dolore, e che dolore, il dolore d’essere e di non essere, di non essere più, o forse il non essere più è l’unica cosa che non procura alcun dolore, che per il resto invece il dolore accompagna tristemente tutti, in tutti i modi, per tutti i giorni e i mesi e gli anni e i secoli dei secoli, e non c’è verso di far fronte all’angoscia, è tutto un angosciarsi vano ma irrimediabile… la vita mi sta stretta come non mai, se potessi trovare una corda, qualcosa che stringa la gola per farla finita, per chiudere con tutto e tutti, e ciao, ciao e vaffanculo, vaffanculo a tutti quanti… che io in galera non ci voglio stare, io voglio il mio bambino lo voglio solo con me, qui, sul mio grembo, sopra la mia pancia, ora che me lo hanno tolto per sempre, bastardi…</em></p>
<p>Il giorno dopo<strong>.</strong></p>
<p>Dunque la sera stessa le ha raccontato tutto…<br />
Sì, esatto. Mi ha confessato di aver ucciso Luisa e di aver intenzione di portare il bambino di Luisa in ospedale per non farlo morire. Ma non nel suo ospedale, in un altro, a N., a 25 chilometri da qui. Dove non la conoscevano, visto che lei è infermiera…<br />
E lo stava facendo quando lei ci ha avvertiti.<br />
Sì, ho telefonato subito. Ero inorridito. Lei è andata all’ospedale con la macchina e col bambino che nel frattempo era già morto.<br />
Sì. Pare che non abbia capito che fosse morto. È possibile una cosa del genere, secondo lei?<br />
E lo ha riportato sul luogo del delitto, dopo, giusto?<br />
Sì. Ma prima, all’ospedale, ha raccontato di essere stata violentata e di aver abortito. Ma ancora non aveva capito che il bimbo era morto. Credo che se ne sia accorta quando lo ha riportato indietro, perché all’ospedale non le hanno creduto e volevano…<br />
Sì, ho parlato con i sanitari, volevano fermarla. Altro?<br />
Non direi.<br />
Si sente bene?<br />
Credo…<br />
D’accordo, grazie, per ora può andare.</p>
<p>La cella, due ore dopo.</p>
<p><em>…il mio bambino, il mio bambino è con me, non lo vedo ma è con me, è qui, mi guarda con i suoi occhioni belli, azzurri come il mare, mi guarda sorridendo, il mio tesoro, guarda la sua mamma che vuole morire perché sa, la mamma, che lui la guarda da chissà dove, da un posto dove lei non lo potrà raggiungere se non dopo morta, e allora la mamma vuole morire, vuole raggiungere o farsi raggiungere, vuole porre fine a questa pagliacciata di vita insostenibile, vuole vedere alberi azzurri e fronde d’oro, cieli rossi come marte, pianeti e stelle che danzano in coro vicino al padre celeste, lassù, oltre le montagne dell’invisibile, oltre le pareti d’acciaio del non so, dopo l’isola che non c’è, accanto al regno di mostri e al principato delle streghe buone, allegre comari, sonar gialli, catapulte eteree, cavalli alati danzanti…</em></p>
<p>Dal diario di Elisabetta, 15 giorni prima del delitto.</p>
<p>Io voglio bene al mondo. Io voglio bene a tutti. Anche a chi mi ha fatto del male. Voglio bene a mio zio che mi si strusciava contro quando avevo otto anni, voglio bene a mio padre che mi picchiava con la cintura quando tornava a casa ubriaco, voglio bene a mia madre che mi guardava con occhi completamente privi di espressione, voglio bene al prete che mi toccava il sedere e lo confessava al superiore, voglio bene al dottore che mi chiese di succhiargli l’uccello il giorno dopo essere stata assunta in ospedale, voglio bene a Samuele che probabilmente non mi ha mai capita, voglio bene a mia sorella che da quando è sparita in Inghilterra col suo marito australiano da surf non m’ha fatto nemmeno una telefonata, voglio bene a dio che ci guarda inflessibile e indifferente da lassù, voglio bene all’angelo tremolante, al fattore che miete nel sole, al cavallo selvaggio che monta la puledra all’alba, agli uccellini che cinguettano fuori, nel giardino, la mattina presto, nella più profonda innocenza, voglio bene alla donna di servizio che fa andare l’aspirapolvere per la corsia dell’ospedale, voglio bene al primario che guarda con occhi distratti l’ennesima ferita, come fosse un leggero fastidio, voglio bene all’ape e alla zanzara, anche se m’hanno punto, voglio bene alle ferite, alle escoriazioni, ai lividi, ai fori sanguinanti, agli strappi dolorosi, ai tagli mortali, a tutto ciò che è dolore, e voglio bene anche alla morte.</p>
<p><em>(Pubblicato sull&#8217;antologia <strong>I persecutori </strong>&#8211; Transeuropa, 2007. Immagine: Enrico Colombotto Rosso &#8211; L&#8217;urlo, 1957)</em></p>
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