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	<title>Ingeborg Bachmann &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Bruciare a Roma e a Lione.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/05/04/bruciare-a-roma-o-a-lione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2020 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Ingeborg Bachmann]]></category>
		<category><![CDATA[Lione]]></category>
		<category><![CDATA[protesta]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[Viviana Fiorentino]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; di Viviana Fiorentino &#160; &#160; &#160; 17 ottobre (1973-2019) A Ingeborg Bachmann &#160; Nell’appartamento di Roma ti fermi almeno un’altra settimana. Il tempo che lui, il tuo Ivan, torni dal viaggio. Poi andrai da tuo padre in Austria, non puoi rimandare. Perché, invece, vorresti restare con Ivan. Sai che, adesso, si starà svegliando. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Viviana Fiorentino</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-84479" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/95172358_3248931868472200_656450223224127488_o-781x1024.jpg" alt="" width="612" height="916" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">17 ottobre (1973-2019)</p>
<p style="text-align: right;"><em>A Ingeborg Bachmann</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’appartamento di Roma ti fermi almeno un’altra settimana. Il tempo che lui, il <em>tuo</em> Ivan, torni dal viaggio. Poi andrai da tuo padre in Austria, non puoi rimandare. Perché, invece, vorresti restare con Ivan.</p>
<p style="text-align: justify;">Sai che, adesso, si starà svegliando. Sentirà lo squillo del telefono poggiato accanto. I messaggi. Controllerà la posta ancora sdraiato a letto. Sei ore di fuso non sono tante, ma quanto basta per sembrarti ogni meridiano un’enormità. Te lo dico, sei incastrata nel tempo, come sempre del resto. Lui si sveglia ed è mattina. Tu, pomeriggio e ancora imbozzolata nel letto. Ivan che si alza per il caffè. Accende la radio. La voce nasale del cronista. Luce bianca dalla finestra. Cielo plumbeo. La moquette pure in cucina. I suoi piedi nudi davanti ai fornelli. Lo sportello accanto alla cappa lasciato aperto da ieri, che socchiude con un’aria di ribrezzo verso se stesso e un fastidio per la maglietta sudata. Digita cose sullo schermo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tu ti accendi una sigaretta. E guardi la moviola di lui distante sei ore di fuso a mezz’aria, tra il soffitto bianco e la parete grigia davanti a te. Le cose attorno le sai sfumare. Uno vuole uccidere quando il tradimento è insanabile. Quando il danno è troppo grande. Non si tratta di poligamia. Si tratta semmai di doppie personalità. Più esattamente di non adempiere le promesse. Violare i patti.  A questo segue il desiderio di distruzione. Ti girano le frasi attorno, come un sottotitolo della moviola. Lo stai uccidendo, mentre si fa il caffè, ti rendi conto? Il diavolo, o come lo chiami, il male, se non lo puoi scacciare da te e dal mondo, è motivo di suicidio. Uccidere. Il deserto insomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Fumi l’Hashish nel sebsi che ti ha regalato Kif… il marocchino, il dio dalla pelle colore ambra-hashish. Sono passati anni da allora, ma non importa, perché ti ricordi anche adesso che sei a Roma, comunque, ogni istante di quel giorno di tanta tempo fa, in Marocco. I ricordi non emergono mai per caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Kif era uscito a procurarsi la <em>canapa</em> ed era tornato a casa con un pezzetto minuscolo. Lo aveva sfracellato sul tuo comodino, davanti al naso. Tu lo guardavi dal basso. Appoggiata sul lato del letto, le gambe distese, i giornali e i fogli degli appunti di lato. Non metterci i piedi di sopra, li avevi scostati. Ma non serviva quell’attenzione, non se ne sarebbe mai fregato un tubo delle cose che scrivevi. L’amico, Abdu, aveva subito tirato via un pezzetto di Hashish e l’aveva mescolato al suo tabacco. Poi era uscito nell’atrio e si era addormentato lì. Vivevate tutti e tre insieme nell’appartamento. La notte asfittica di Marrakech. O adesso ti sembra tutto bello e tremendo? Non serviva stare nudi in casa. Sembrava anche peggio. Solo il tè caldo aiutava. Alla fine ti eri abituata al sapore di rame dell’acqua. Kif non aveva detto nulla. Si era disteso su di te. E avevate fatto l’amore, lì per terra, sui tappeti punzecchianti, perché tra le lenzuola faceva troppo caldo. Poi avevi ripreso a fumare e a bere, con quel suo odore di sudore ancora appiccicato alla pelle. Kif si alza e va alla finestra. Lo guardi da dietro e ti sembra di odiarlo. La muraglia delle spalle ti divide dalla Medina e dal mondo. E lui guarda fuori, immobile davanti alla notte di Marrakech. Si alza il fumo dalla sua bocca. Kif scosta la tenda; intravedi la luce arancia del lampione sull’altro lato della strada. Non c’è altro. Bene, l’Hashish comincia a fare effetto. Nella risalita dalle gambe fino al petto, aspetti che ti arrivi al cervello. Guardi l’ombra di lui: parla di spalle con quell’accento arabo francese. Ti piace questo, la solitudine in comune. Kif si scosta dalla finestra e viene verso di te. La sigaretta spenta tra le dita e la fronte contratta. Già pensa ai suoi affari di domani. Si gratta sotto la gola. E tu, Ne vuoi altra? Gli offri un pezzetto che ti eri conservata per dopo. Un frammento minuto che avevi riposto nel cassettino del comò.  Non è gentilezza, è amore. Anzi, è il desiderio di averlo. Tre sigarette e si dimentica di domani. Ma tanto, non puoi più neanche parlare. Intravedi l’ombra di Kif distendersi al fianco. Ti sposti nei tuoi polmoni, tra le gambe. Ti giri, la faccia di Kif assorta chissà a cosa. Hai paura, perché non ti riallacci a niente. Alla terza sigaretta, rinunci a tutto. Sei nel deserto. Quello dove lui ti ha portato in gita. Con gli europei si fa così. In cammello. Mentre tu piangevi per la corda che tirava il muso del povero quadrupede. E gli anelli che bucavano le larghe narici sanguinanti della bestia da soma. E lui che lo chiamava ora rumba, ora latino ora chachacha. Perché in un albergo di lusso aveva fatto l’animatore per turisti e aveva imparato i balli. Non ci torni più nel deserto, sotto quel sole asfissiante. La luce a rovesciarsi addosso, come vomito dal cielo. Lo temono tutti il deserto, lo temono tutti quanti. Ci vivono qui come se non fossero nel deserto, come se non fosse niente questa muta distesa di granelli. Lo scintillio di sabbia. Il catafalco delle promesse della tua vita. Lo temi. Niente, il deserto non è niente. Muri, case, cammelli. Poi, siete tornati a casa. Tu la turista, il corpo del suo amore. In Marocco, hai perso venti chili.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cinque del pomeriggio romane. Basta, ne hai abbastanza. Ti sei già alzata con il solito dolore alla schiena. La luce che entra da fuori non ti fa senso. Dunque, pensi di presentarti così all’appuntamento. Possibile, non saresti la prima. Ti trascini al bagno. Il solito lercio dappertutto. Non pulirai. Anzi, domattina. Il freddo delle piastrelle lo senti appena. Ti appoggi al lavandino, anche troppo, e la tua faccia bianca si appiccica allo specchio tra gli schizzi di dentifricio induriti. Lavarsi il viso con l’acqua fredda è ancora una gioia della vita. I capelli ti sono rimasti belli. Il disordine attorno di collane, le tue cianfrusaglie orientali, i vezzi del ventunesimo secolo. Per non parlare delle saponette profumate. I sassolini che un tempo ti eri curata di poggiare sul bordo della vasca. Acciuffi la vestaglia dal disordine di asciugamani e accappatoi accavallati sul retro della porta. Bisognerà attaccare un altro appendiabiti. Prima che questo crolli. Ti affanni ancora nelle metafore – perché tu parleresti così di te stessa – in questa idea dell’assassinio, nella pulizia dei rapporti – quali? Insomma, vai a prendere i vestiti dall’armadio prima che si faccia troppo tardi. I pantaloni di cotone, scuri; del resto è ancora settembre, fa addirittura caldo. Quindi metti una maglietta sopra. Bianca. E nient’altro. La cinta di pelle finta. Quella sì. La scorri attraverso i passanti dei pantaloni; i polpastrelli ti fanno male. Ti bei di sentire questa sensazione, ne senti poche. La pelle ingiallita dal fumo ti ha sempre fatto schifo. Dunque, lo incontri al bar. L’amato di Ivan; non pronunci neanche il nome. E cosa gli dirai? Tutte le storie sul tradimento. Lo sapevi che a Ivan piacessero gli uomini, però non te lo aspettavi. Sarebbe ridicolo spiattellargli questa storia. Annuisci e accartocci uno scontrino che avevi lasciato in tasca. Tiri su la cintola. Nullifichi quel pezzo di carta nel cestino di paglia accanto alla porta. Cammini su e giù sulla moquette. La moquette a Roma: solo una padrona di casa vissuta in Inghilterra poteva farsi venire in mente un’idiozia del genere. Parlerai, invece, del muto trionfo del sesso. Fai quasi un piccolo sobbalzo all’idea che ti è appena venuta. Guardi la gente scorrere in file sulla strada di fronte. Gli occhi ti luccicano. Un’intuizione geniale. E il verde vivo dei platani, le foglie larghe manomesse dal vento. Quindi, oggi si respira. È stata una buona idea l’appuntamento nel pomeriggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora esci di casa e trotterelli come un cagnolino. Percorri via Bocca di Leone e imbocchi via del Corso. È una bella camminata fino a Testaccio. Lo incontri lì, all’amato di Ivan, a un bar che conoscevi. Le auto ti scivolano attorno e il rumore della città ti sembra piuttosto ingannevole. Perché tu pregusti solo l’incontro. La tua vendetta. In fondo la vita, triste o allegra, è comunque degna di essere vissuta. Si capisce, certo, da questo via vai che ti sferraglia attorno. Una tabaccheria aperta è sempre possibile trovarla, anche al crepuscolo. Un pacchetto di Muratti di rinforzo aiuta. Decidi di deviare e tornare in via Arenula. Lì i gatti rasentano i muri e ti fanno sorridere con quelle code arricciate a chiedere cibo. La vita degna di essere vissuta. La scena perfetta per un assassinio. Ma tu non hai intenzione di uccidere. L’arma è sempre rivolta verso di te. Passi la Basilica, scendi lungo il Tevere e lì non ci pensi neanche. Lo sai già che bisogna camminare lungo il fiume. Non è un fiume bello, tutt’altro, specie dai ponti. Arbusti ed erba. Acqua verde argilla e bionda da qui giù. Anche lui è biondo. C’è stato il tempo dei tre corpi avvinghiati. Della soddisfazione del divergere e convergere. Tu e lui una cosa sola. Ivan il mondo divergente. Lui poi non ha saputo che fare di te. Un giorno, si è voltato nel  letto dall’altra parte. Loro due lì, chiusi in un guscio di schiene lisce. Accanto a te il portacenere e il puzzo delle sigarette spente.</p>
<p style="text-align: justify;">Prosegui lungo Trastevere. Sei quasi arrivata a Testaccio. Quante volte dalla tua finestra hai guardato dal cimitero protestante fino al Testaccio. Ci sono tanti cocci al Testaccio, avevi letto, sotto la terra tra le tombe e i fossi. Una volta lui, l’amato, ti aveva detto che Ivan e tu sembravate felici. Lo direbbero tutti. L’ultima telefonata con Ivan era di qualche giorno fa. Il ricevitore gelido. La tua notte. Il suo tardo pomeriggio. Non aveva tempo. Non potresti spiegarti un po’ meglio? È la linea che non va. Ti scivola la cornetta sulla tempia. O ti abbandoni al gelo. Riattacchi, in ginocchio sul pavimento per cinque santi minuti. E poi basta. Ti trascini sulla sedia  e rimani sveglia fino all’alba color cielo ermellino.</p>
<p style="text-align: justify;">L’appuntamento a un bar qualunque. A uno snack bar con i tavolini anonimi. Di solito ti fermi lì per un caffè al banco, quando sei da quelle parti. Stasera prendi un tè. Entri, sei in anticipo. Quindi esci. Ti appoggi al muro. C’è chiasso. Ma il deserto ha una grandezza che è niente. Ti pervade come Kif ti rimaneva dentro quando avevate finito il piacere. Kif e il suo corpo sudicio. Perciò grandezza è perenne eccitazione. Ogni giorno e ogni istante. Diventa niente, come le ombre che ti passano davanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma rientri, si è fatto l’orario. Ti siedi a un tavolino di finto marmo. Ti rialzi, esci. Accendi una sigaretta. Ti riappoggi al muro, scansi un’erbaccia che sbuca tra i sampietrini. Succhi il filtro. Schiacci la cicca sul muro. Rientri. Ti siedi. Di nuovo il tavolo di finto marmo bianco. Le venature nere si aprono come fiumi che portano non si sa dove. Una mappa dei nervi, pressata su PVC. Guardi l’orologio. È chiaro, non verrà. Pronto, sì, sono io, avevamo un appuntamento, sì, perché non sei venuto, potevi avvisarmi, scusa, non è niente, lascia stare ti dico. Invece, non hai alcuna intenzione di chiamarlo, all’amato, perché l’arma è girata verso di te. Afferri il quotidiano poggiato sulla sedia accanto. Lo apri e lo distendi sul piano, togli tutte le pieghi e ripeti il gesto dieci volte. Signorina le serve niente? Guardi il cameriere con la testa incassata nelle spalle. Non vuoi niente. Il mondo è pieno di assassini del resto. Non hanno sulla coscienza alcun cadavere, solo uno stuolo di vivi che allegramente sgambetta per la città. No, grazie, nessun caffè. Sei stata fin troppo in pericolo di morte. Il biondo non lo aspetti più. E neanche Ivan. Lo sapevi da prima di entrare nel bar. Troppi anni. No, grazie, finisci qui. Del resto, non potresti più dormire accanto a un uomo. Troppo orribile, troppo pericoloso.</p>
<p style="text-align: justify;">La notizia di stamattina ancora lì in prima pagina. È lo stesso quotidiano che avevi sfogliato a letto. Ecco, adesso che la guardi stirata sul pianale di nervi in PVC capisci la congiura. Il tranello. Quale idea ti ha mandato il deserto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.ilmessaggero.it/mondo/un_post_sui_social_e_poi_le_fiamme-4853894.html">Lione, studente francese si dà fuoco e accusa Macron</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">[LIONE  Uno studente francese di 22 anni versa in condizioni critiche dopo essersi dato fuoco davanti ad un affollato ristorante universitario a Lione. Poche ore prima del drammatico gesto il ragazzo ha scritto su Facebook delle sue difficoltà finanziarie incolpando espressamente il presidente Emmanuel Macron e i suoi predecessori Hollande e Sarkozy, ma anche la leader dell&#8217; estrema destra Marine Le Pen, l&#8217;Unione europea e i media, di «averlo ucciso».]</p>
<p style="text-align: justify;">A te sembra ovvio: collaboriamo alla società di domani. E ovvio è che lui e tu siete nello stesso deserto di promesse infrante. Il giornalista non ha capito. Dev’essere della stessa stazza del cameriere che ti è venuto a chiedere cosa desiderassi e ti ha mostrato il menù come un coltello. Ti alzi; lui non verrà all’appuntamento. Del resto non ti serve più.</p>
<p style="text-align: justify;">A casa affondi nel letto. L’alcova che ti dà ombra come le mura aureliane attorno al cimitero. Hai ingurgitato i sonniferi. Parecchi.  Ormai ogni suono è ovattato e lontano. Hai scolato tutto quello che avevi in casa. E adesso fumi. Hai finito i pacchetti e ripreso la pipa stretta e lunga per l’hashish. Non c’è altro da dire per te. Andarsene e non sentire il male. Fumi ancora. Getti le cicche sul letto. Bruciare e non sentire dolore. Venga la morte, dalle lenzuola a larghe falde di fuoco. Corrodere la pelle in fumo nero. Fiamme sulla moquette, che si accende come nulla. Non punite più nessuno. Ardere fino alla grandezza. Essere amati da tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">La mattina ho chiamato Maria. È accorsa. Con la mia amica, è arrivata anche l’ambulanza. Mi hanno incoraggiata, trascinata tra le bende. L’aria fresca bruciava. La vita bruciava. Distesa sul lettino, fuori dal portone, il cielo trionfante di Roma mi lacerava di azzurro. Ho capito subito che me ne sarei andata via presto, io che sono con te, dentro di te e te stessa. Ce l’hai fatta, mi hai trascinata giù, nelle tue piaghe di fiamme e d’inferno. Mi sono opposta fino all’ultimo. Ho resistito. Ma anch’io, come te, conosco il mio assassino. Eri tu. È troppo tardi. Resterà altro.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Anomalie della compassione. Tre epiloghi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/28/anomalie-della-compassione-due-epiloghi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Aug 2017 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Giusi Drago]]></category>
		<category><![CDATA[Ingeborg Bachmann]]></category>
		<category><![CDATA[muro di berlino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giusi Drago Epilogo 4  PAPPAGALLI A BERLINO non la pioggia né la noia ma una pericolosa destabilizzazione: la scrittrice austriaca a berlino, in uno stato di turbamento, registra la malattia della città, il muro che divide fa ammalare berlino, come la separazione dei genitori fa ammalare i figli, è ben più di una disarmonia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-69411" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/pappagalli-2-300x229.jpg" alt="" width="300" height="229" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/pappagalli-2-300x229.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/pappagalli-2.jpg 740w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Giusi Drago</strong></p>
<p style="text-align: center">Epilogo 4</p>
<p style="text-align: center"> PAPPAGALLI A BERLINO</p>
<p style="text-align: justify">non la pioggia né la noia ma una pericolosa destabilizzazione: la scrittrice austriaca a berlino, in uno stato di turbamento, registra la malattia della città, il muro che divide fa ammalare berlino, come la separazione dei genitori fa ammalare i figli, è ben più di una disarmonia, è qualcosa di peggio: solchi nella psiche e nella città – e comunque quelli non si meritavano di avere dei figli, anzi, dovrebbero risponderne ai servizi segreti</p>
<p style="text-align: justify">è in casi come questi che bisogna chiedere perdono: quando il muro è stato abbattuto, nessuno ha accusato i tedeschi di aver rimosso le pietre confinarie, si è piuttosto celebrata la riunificazione, e il divisorio si è mostrato per quello che era, un effetto collaterale di azioni imperdonabili, dotate di una loro precisa geografia di frontiera che di lì a poco si sarebbe sgretolata, tuttavia nessuna riunificazione capita nelle famiglie in cui si è prodotta – spesso sottraendosi alle intenzioni – la separazione: diagnosticabile è soltanto il capitolare di fronte alla realtà</p>
<p style="text-align: justify">ma che significa capitolare? le azioni di cui poi sarà necessario scusarsi tornano ad avere i nomi di un tempo: <em>ogni morto tra berlino est e berlino ovest decade a strumento di propaganda</em>, così come oggi in europa ogni migrante propaganda più la nostra miseria che la propria, e d’estate si avvicina a noi, circondati da case e strade, torturati da insetti e offerte, ondeggianti ai ventilatori o in arie condizionate: i nostri luoghi possono essere vuoti o affollati, e solo in apparenza quelli vuoti hanno tempi più brevi di guarigione, di certo però quelli affollati sono sempre in movimento e acuiscono lo spirito di crociata contro l’estraneo, a venezia persino contro il turista</p>
<p style="text-align: justify">è colpa della politica – la bachmann sarebbe stata d’accordo – se ci sono due pappagalli che si fronteggiano, l’uno chiaro l’altro più scuro, entrambi appollaiati su un carro armato al passaggio di confine, nel silenzio degli uomini in uniforme, è colpa di un abbaglio o della sfortuna  se anche in casa ci sono due pappagalli – marito e moglie – che si combattono nel silenzio dei figli, i quali non lasciano capire da che parte stiano, la confusione è molta e lo spavento grande, ma i figli non si schierano, nella separazione cercano di tenere le distanze, ormai è andata, e se proprio i pappagalli continuano a farsi la guerra, almeno non sono più appollaiati sui loro trespoli nella stessa cucina, abitano ognuno a casa propria</p>
<p style="text-align: center">Epilogo 2</p>
<p style="text-align: center">DALL’INCERTEZZA DELLE NOSTRE POSIZIONI</p>
<p style="text-align: justify">benevola è la stabilità, magnanima la compassione, però da tempo vacillano e non sapendo dove regnare assumono consistenza di vetro: una tazza di vetro sporca di caffè, a questo è ridotta l’immagine della sostanza e non si tratta solo di mettere un po’ d’ordine, di far scorrere un po’ d’acqua</p>
<p style="text-align: justify">qualcosa di vitreo hanno anche le linee delle nuvole, oggi, sembrano vetrificarsi da sé in un cielo già di vetro</p>
<p style="text-align: justify">qualcosa al riguardo ha da dire anche la linea del pensiero: tabù, dice il pensiero, è tabù perché nessun manuale spiega come si sta scomodi nella vergogna, insettitudinari nella vergogna, anomalie della compassione</p>
<p style="text-align: justify">nel carcere femminile di breslavia la luxemburg osservò un bisonte ferito e lo chiamò fratello: accadrebbe di imparare che la compassione è vasta, si estende anche ai bisonti, non va mai lasciata, peccato tuttavia che la compassione non sia un sito così accogliente, specie se accompagnata da angoscia per la sorte dei compatiti e del compassionevole stesso</p>
<p style="text-align: justify">l’angoscia che accompagna la compassione, infatti, può essere fortissima: prende in prestito le forze del futuro e ferisce alle spalle, ostacola  il ritmo della carne nelle cose umane</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p style="text-align: justify">e si comportano tutti come se non ci fossero correzioni da fare, modifiche da apportare né opportune né necessarie, così nessuno migliora nulla e molti ritengono ben fatto ciò che palesemente non lo è, e per converso sottovalutano di continuo la buona riuscita</p>
<p style="text-align: justify">chi ha tempo e pazienza di correggere errori, sviste, imprecisioni – a cascata su documenti calcoli compiti, nelle pietanze come eccesso di sale, nelle risposte come abuso di spiegazione, nelle omissioni come incuria ˗ agita in mano una fune in fiamme, con cui frusta in primo luogo la propria imperfezione e l’altrui: non lo si fa più di buon grado, la cosa pare pedante, il più grande correttore di occhiaie non è forse il tempo? date una penna rossa al tempo e vedrete quanti sbagli estinguerà</p>
<p style="text-align: justify">dalla parte opposta stanno i paladini dell’ordine e da lì giungono ingiunzioni immediate e alla porta si presentano frotte di donne delle pulizie con detersivi, donne-candeggina dedite all’ipercontrollo, la resistenza consisterebbe nel far qualcosa che la casa non vuole, che anche le madri non vorrebbero: gettare sui pavimenti appena lucidati briciole e ciuffi di peli in precedenza spazzati su, abbandonare resti di cibo negli angoli, spargere sulle lenzuola i fondi del caffè, pisciare sui cuscini ˗ queste pulitrici ridono che è proprio una vergogna, deridono la sporcizia altrui,  accusano di dilettantismo la padrona di casa, è una sposa dilettante e una donna dilettante e una madre dilettante, ascoltarle ha generato apprensione, mormorano di una, una trasgressiva, che vive sola in una casa felicemente disordinata</p>
<p style="text-align: center">Epilogo 3</p>
<p style="text-align: center">DAL BUIO DEI  NOSTRI LETTI</p>
<p>nella storia del mondo non è mai finita un’epoca della luce e non ne è mai iniziata una nuova</p>
<p style="text-align: justify">la luce, infatti, è l’informazione essenziale che serve agli storici del nuovo  millennio elettrico e digitale, ma – a ben vedere – la luce è servita in pari misura anche agli storici dei secoli passati: gli anni sono sempre stati misurati in luce</p>
<p style="text-align: justify">non così per i profeti, costoro hanno potuto formulare le loro previsioni anche al buio: è anzi possibile che l’attendibilità delle previsioni sia diminuita con il diradarsi del buio, grazie alla lampada a incandescenza di Edison – dev’essere questo il prezzo da pagare per chi è vissuto negli ultimi centocinquant’anni</p>
<p style="text-align: justify">un grande significato ha la luce, specie considerata retrospettivamente, dal buio dei nostri letti, se davvero è lei a formare la più coerente estensione dei giorni, sia pure con picchi di intransigenza e bagliori di superbia</p>
<p style="text-align: justify">è una gratifica immediata, quella che la luce concede alle cose, è l’anarchia del dettaglio e della ribellione individualistica, e per giunta in assenza di sensi di colpa: uno sfregio all’etica di Calvino</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p><em>è inverno e dal buio dei nostri letti</em></p>
<p><em>non è il caso di perdere </em></p>
<p><em>questa luce, le sue brevi apparizioni</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>un crinale di chiarore lacera</em></p>
<p><em>l’asfalto, il vincolo della superficie</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>in tutto ciò che tocca la luce scava</em></p>
<p><em>senza affogare nel gelo</em></p>
<p><em>del calcolo egoistico: gli stessi brividi </em></p>
<p><em>di esaltazione nel ramo senza foglie </em></p>
<p><em>e nei vetri della casa di fronte</em></p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p style="text-align: justify">non veduta, nelle scure profondità delle nostre stanze e della sua ruminazione, ogni ombra è attraversata da tendenze divergenti che la delegittimano</p>
<p style="text-align: justify">perciò, secondo l’ideale penumbratile del postmoderno, tipico delle età di trapasso, l’ombra è di continuo costretta a censurare tanto la luce quanto se stessa, forse nel tentativo di attenuare la pressione della realtà</p>
<p style="text-align: justify">tuttavia in una vita già smaterializzata, virtuale, liquefatta, l’ombra quasi sfigura: un tempo era il nemico numero uno, nemico chimerico risorgente da ceneri, cenere che compattava interi paesaggi, inghiottiva intere comunità insinuandosi negli interni (tanto caverno-neanderthaliani quanto borghesi) e nei sonni di una ragione mostrificata, al punto da far perdere ai sognatori – di tutti i tempi e di tutte le latitudini – l’orientamento</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le bleu du malheur </title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/27/memorial-27-le-bleu-du-malheur/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2014 10:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alfred jarry]]></category>
		<category><![CDATA[Augusto Petruzzi]]></category>
		<category><![CDATA[Georges Bataille]]></category>
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		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Beckett]]></category>
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					<description><![CDATA[<br />di<strong> Augusto Petruzzi</strong><br /><br /><em> Surriscaldato da forze centrifughe, il ‘900 si torce al centro intorno ad una catastrofe, l’unica vera tragedia del nostro tempo. </em>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong><em><big>Le bleu du malheur</big></em></strong><br />
&nbsp;<br />
di<strong> Augusto Petruzzi</strong></p>
<p align="right"><small><em>&#8220;Ciò per cui troviamo le parole è spesso già morto nel nostro cuore.<br />
Vi è sempre una sorta di  disprezzo nell&#8217;atto del parlare&#8221;</em><br />
[Friedrich Nietzsche]</small></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/a.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/a.jpg" alt="a" width="369" height="597" class="alignright" /></a> Rileggi alcune note, sono trascorsi 10 anni, per una collana editoriale mai nata, “scritture del disastro”. Quel che ti separa da loro, lo ritrovi insieme ad alcune foto, è un tempo trascorso che ha già seppellito se stesso. Scegli soltanto di ricordare intorno a qualche frammento.</p>
<p><i>Alcuni uomini hanno scelto la scrittura come pratica d’impossibile, non per assecondare un tentativo o una tentazione ma alla stregua di esseri affetti da particolari disturbi dello spazio che possono attraversare unicamente a condizione di non toccare quei fili invisibili di cui, unici depositari, sono a conoscenza. Tra loro, alcuni hanno scelto, al posto di delimitate porzioni d’aria, il movimento instancabile accanto a quei fili. Percorsi dove il tempo e la materia sono soggetti a perturbazioni. Assistiamo dunque ad accelerazioni e glaciazioni repentine, la scrittura ne è contagiata, brulica, brucia o si arresta fino ai limiti di pura registrazione. Altri, provando talvolta a spezzare l’ordito di quei fili invisibili, scelgono volontariamente di esporsi al disastro…</i></p>
<p>Immagini sbiadite di altri, ascoltati in famiglia. Soldati tedeschi armati della loro lingua, anche… pane nero, fuga in campagna, mio padre piccolino con sua madre.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/b.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/b.jpg" alt="a" width="369" height="597" class="alignleft" /></a> <i>Surriscaldato da forze centrifughe, il ‘900 si torce al centro intorno ad una catastrofe, l’unica vera tragedia del nostro tempo. </i></p>
<p>Quel che i documentari ci hanno mostrato dell’orrore dei campi non restituisce la verità perché nessuna macchina potrebbe. Anni fa hai avuto l’occasione di assistere ad alcune sessioni di montaggio di un documentario sui sopravvissuti toscani. Le parole filmate, ascoltate e ripetute tra impassibilità e commozione, continuavano solo a rivelare una verità che nessuno conoscerà mai. Alla presentazione c’erano alcune delle persone intervistate. Il loro sguardo, dopo la proiezione, lo ricordi bene. Ricordi cosa hai visto nei loro occhi, la prova del tuo non sapere…</p>
<p><i>Chi testimonia per il testimone ?  </i></p>
<p>Alcuni studi dicono che molti dei sopravvissuti riuscirono a superare quei giorni grazie al canto, ricordi “Abbiamo lasciato il campo cantando” di Etty Hillesum, che non ritornò. Ricordi il  “<strong><em>Quartetto per la fine del tempo</em></strong>” eseguito per la prima volta nel campo di lavoro di Görlitz.<br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
     <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-47428-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/Olivier-Messiaen-Liturgie-de-Cristal-Quartetto-per-la-Fine-dei-Tempi-.mp3?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/Olivier-Messiaen-Liturgie-de-Cristal-Quartetto-per-la-Fine-dei-Tempi-.mp3">http://www.suave-est-nus.org/Olivier-Messiaen-Liturgie-de-Cristal-Quartetto-per-la-Fine-dei-Tempi-.mp3</a></audio></div>
<p></center><br />
Messiaen ha cercato di esprimere qualcosa di umanamente impensabile, la scomparsa del tempo, un tempo che si estingue. Il tempo si estingue nell’esperienza interiore e come tale non può essere trasmessa.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/c.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/c.jpg" alt="a" width="369" height="597" class="alignright" /></a> <i>Qualcosa è successo…</i></p>
<p>Nomi… storie… troppi come i libri attraversati dai tuoi 19 anni su ogni aspetto di quel che accadde e poi voler ritrovare tra le pieghe di altre pagine le narrazioni. La coscienza dell’impossibilità di sapere segnò l’arte ed il pensiero nella ricerca della verità e <i>Alcuni uomini</i>&#8230; Pensi ad Ingeborg Bachmann che della catastrofe portò sempre con se un livido sonoro, il suono dei tamburi delle SS che sfilano a Klagenfurt, la sua città natale, per lei bambina fu un evento traumatico. Rievoca l’episodio in un racconto “Giovinezza in una città austriaca”. Pensi a Samuel Beckett che durante la guerra diventò null’altro che un anonimo raccoglitore di patate per aderire al paesaggio campestre nel miglior modo possibile… Ricordi quel che scrisse uno sconvolto Michel Foucault spettatore di “Aspettando Godot”.</p>
<p><i>Le blue du malheur…</i></p>
<p>Tradotto potrebbe divenire <i>L’azzurro della catastrofe</i>, impossibile restituirne le molteplici sfumature. Accostamento simbolico tra il titolo, “L’azzurro del cielo”, di un celebre romanzo di Georges Bataille e <i>malheur</i>, un termine caro a Simone Weil che nel suo pensiero evoca  sconfitta, catastrofe, disastro. Nel romanzo, il personaggio di Lazare è Simone Weil. Rileggo, dopo tanti anni, alcune pagine, la prima parte, le pagine dove appare Lazare e le ultime due; quando a prendere il posto dell’oscena depravazione dei corpi è l’oscenità sonora di una parata di giovani in divisa. L’atmosfera torbida, che pagina dopo pagina ha violentato le vite dei protagonisti, alla fine si dispiega nei segni premonitori dell’imminente disastro…</p>
<p><i>Un tempo dove “le macerie non hanno più tempo di diventare rovine” come afferma Marc Augè, rendendo profetiche le parole che Alfred Jarry fa pronunciare alla sua creatura in Ubu incatenato “non avremo distrutto niente finche non avremo distrutto anche le macerie”.</i></p>
<p align="right">“…attraversare il male senza prendersi per una incarnazione del  bene”</p>
<p align="right">    (Tzvetan Todorov)</p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Credits Immagini</strong><br />
Senza titolo &#8211; Studio su Fallimento I &#8211; V di Samuel Beckett (tecnica mista su carta 2003)</p>
<p>Senza titolo &#8211; Studio su Fallimento I &#8211; V di Samuel Beckett (tecnica mista su carta 2003)</p>
<p>Senza titolo &#8211; Studio su Fallimento I &#8211; V di Samuel Beckett (tecnica mista su carta 2003)<br />
&nbsp;</p>
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		<title>Corona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jun 2013 11:39:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[Ingeborg Bachmann]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[poesia tedesca contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paul Celan Dalla mano l’autunno mi mangia la sua foglia: siamo amici. Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare: il tempo rientra nel guscio. Nello specchio è domenica, nel sogno si dorme, la bocca dice il vero. Il mio occhio discende al sesso dell’amata: ci guardiamo, diciamo cose oscure, ci amiamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paul Celan</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Bachmann_Celan_1952_300x226.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Bachmann_Celan_1952_300x226.jpg" alt="Bachmann_Celan_1952_300x226" width="300" height="226" class="alignnone size-full wp-image-45927" /></a></p>
<p>Dalla mano l’autunno mi mangia la sua foglia: siamo amici.<br />
Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare:<br />
il tempo rientra nel guscio.<br />
<span id="more-45926"></span><br />
Nello specchio è domenica,<br />
nel sogno si dorme,<br />
la bocca dice il vero.</p>
<p>Il mio occhio discende al sesso dell’amata:<br />
ci guardiamo,<br />
diciamo cose oscure,<br />
ci amiamo l’un l’altra come papavero e memoria,<br />
dormiamo come vino nelle conchiglie,<br />
come il mare nel fiotto della luna.</p>
<p>Abbracciati stiamo alla finestra, dalla strada ci guardano:<br />
è tempo che si sappia!<br />
E’ tempo che la pietra si accomodi a fiorire,<br />
che all’inquietudine batta un cuore.<br />
E’ tempo che sia tempo.<br />
E’ tempo.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="X25-IDqiC5k"><iframe loading="lazy" title="Corona - Paul Celan" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/X25-IDqiC5k?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde,<br />
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:<br />
die Zeit kehrt zurück in die Schale.</p>
<p>Im Spiegel ist Sonntag,<br />
im Traum wird geschlafen,<br />
der Mund redet wahr.</p>
<p>Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten;<br />
wir sehen uns an,<br />
wir sagen uns Dunkles,<br />
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,<br />
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,<br />
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.</p>
<p>Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:<br />
es ist Zeit, daß man weiß!<br />
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,<br />
daß der Unrast ein Herz schlägt.<br />
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.<br />
Es ist Zeit. </p>
<p><em Paul Celan scrisse questa poesia per Ingeborg Bachmann - la foto che li ritrae insieme è posteriore.
La traduzione è mia. Se ne avete fatte o ne conosceste altre che vi piacciono, vi invito a pubblicarle nei commenti. Tradurre poesia (non solo "oscura") è sempre approssimazione, ermeneutica. hj</em></em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ingeborg Bachmann Invocazione all’Orsa Maggiore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/12/04/ingeborg-bachmann-invocazione-all-orsa-maggiore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 14:03:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Dietrich Buxtehude]]></category>
		<category><![CDATA[Ingeborg Bachmann]]></category>
		<category><![CDATA[Invocazione all’Orsa Maggiore]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Sala dello Zodiaco PALAZZO TE Mantova]]></category>
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					<description><![CDATA[Orsa Maggiore, scendi irsuta notte,<br />
animale dal vello di nuvole<br />
e gli occhi antichi, occhi stellari;<br />
sbucano dall’intrico scintillanti<br />
le tue zampe e gli artigli,<br />]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/sala_dello_zodiaco.jpg" width="339" height="254" style="border:2px solid #7F7F7F;"/></center></p>
<p align="center"><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=650,height=490,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/saladellozodiaco.png" target="_blank" rel="nofollow"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/zoom.png" width="35" height="11"/></a></p>
<p align="center"><span style="font-size:8pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">MANTOVA Palazzo Te <em>Sala dello Zodiaco</em> [1579] Lorenzo Costa il Giovane?</span></p>
<p><center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-40948-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/Buxtehude.mp3?_=2" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/Buxtehude.mp3">http://www.suave-est-nus.org/Buxtehude.mp3</a></audio></div>
<p></center><br />
<center><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Dietrich Buxtehude</strong> [1637 -1707] Ciacona in E minor</span></center></p>
<p style="padding-left: 200px;"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Orsa Maggiore, scendi irsuta notte,<br />
animale dal vello di nuvole<br />
e gli occhi antichi, occhi stellari;<br />
sbucano dall’intrico scintillanti<br />
le tue zampe e gli artigli,<br />
artigli stellari;<br />
vigili custodiamo le greggi,<br />
pur ammaliati da te, e diffidiamo<br />
dei tuoi lombi stanchi<br />
e delle zanne aguzze per metà scoperte,<br />
vecchia Orsa.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><span id="more-40948"></span></span></p>
<p style="padding-left: 200px;"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Una pigna, il vostro mondo.<br />
Voi, le scaglie intorno.<br />
Io lo spingo, lo rotolo,<br />
dagli abeti in principio<br />
agli abeti alla fine:<br />
lo fiuto, lo tento col muso,<br />
e con le zampe l’abbranco.<br />
&nbsp;<br />
Abbiate o non abbiate timore:<br />
versate l’obolo nella borsa sonante e date<br />
una buona parola all’uomo cieco,<br />
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.<br />
E insaporite bene gli agnelli.<br />
&nbsp;<br />
Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,<br />
non più minacciare ma dare<br />
la caccia a tutte le pigne cadute<br />
dagli abeti, i grandi abeti alati<br />
precipitati dal paradiso.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">[trad.: M.T. Mandalari, TEA 1996]</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:350px;">
<blockquote><p><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"></p>
<p align="justify"><em>Anrufung des Großen Bären</em><br />
&nbsp;<br />
Großer Bär, komm herab, zottige Nacht,<br />
Wolkenpelztier mit den alten Augen,<br />
Sternenaugen,<br />
durch das Dickicht brechen schimmernd<br />
deine Pfoten mit den Krallen,<br />
Sternenkrallen,<br />
wachsam halten wir die Herden,<br />
doch gebannt von dir, und mißtrauen<br />
deinen müden Flanken und den scharfen<br />
halbentblößten Zähnen,<br />
alter Bär.<br />
&nbsp;<br />
Ein Zapfen: eure Welt.<br />
Ihr: die Schuppen dran.<br />
Ich treib sie, roll sie<br />
von den Tannen im Anfang<br />
zu den Tannen am Ende,<br />
schnaub sie an, prüf sie im Maul<br />
und pack zu mit den Tatzen.<br />
&nbsp;<br />
Fürchtet euch oder fürchtet euch nicht!<br />
Zahlt in den Klingelbeutel und gebt<br />
dem blinden Mann ein gutes Wort,<br />
daß er den Bären an der Leine hält.<br />
Und würzt die Lämmer gut.<br />
&nbsp;<br />
‘s könnt sein, daß dieser Bär<br />
sich losreißt, nicht mehr droht<br />
und alle Zapfen jagt, die von den Tannen<br />
gefallen sind, den großen, geflügelten,<br />
die aus dem Paradies stürzen.</p>
<p></span></p></blockquote>
</div>
<p></center></p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Terezia Mora, Tutti i giorni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/01/23/terezia-mora-tutti-i-giorni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 06:07:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Dubravka Ugresic]]></category>
		<category><![CDATA[Ingeborg Bachmann]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
		<category><![CDATA[Terezia Mora]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti i giorni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Zangrando In un intervento apparso di recente sul blog Nazione indiana, Dubravka Ugrešić, scrittrice croata di stanza ad Amsterdam, si esprime in modo pressoché definitivo sul vizio molto euro-occidentale di affibbiare etichette in difesa delle «minoranze»: «la ricezione delle opere letterarie ha mostrato che il fardello dell’identità finisce per impantanare l’opera. Perché è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/mora.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-29104 alignleft" title="mora" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/mora.jpg" alt="" width="207" height="184" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/mora.jpg 345w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/mora-300x266.jpg 300w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" /></a></p>
<p>di <a href="http://harz.it/" target="_blank"><strong>Stefano Zangrando</strong></a></p>
<p>In <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c’e-di-europeo-nella-letteratura-europea/">un intervento apparso di recente sul blog </a><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c’e-di-europeo-nella-letteratura-europea/">Nazione indiana</a></em>, Dubravka Ugrešić, scrittrice croata di stanza ad Amsterdam, si esprime in modo pressoché definitivo sul vizio molto euro-occidentale di affibbiare etichette in difesa delle «minoranze»: «la ricezione delle opere letterarie ha mostrato che il fardello dell’identità finisce per impantanare l’opera. Perché è stato dimostrato chiaramente che le etichette alterano la sostanza di un’opera e il suo significato. Perché l’etichetta è, in effetti, un’interpretazione testuale semplificatrice, quasi sempre fuorviante. Perché un’etichetta fa sì che si legga in un’opera qualcosa che non c’è. E infine perché l’etichetta discrimina l’opera».<span id="more-29103"></span> Fortunatamente, a dispetto di quest’ossessione <em>politically correct</em>, «una vasta zona grigia di letteratura non territoriale cresce negli interstizi letterari europei (e non solo). Questa zona è abitata da autori “etnicamente inautentici”, <em>emigrés</em>, migranti, scrittori in esilio, scrittori che appartengono simultaneamente a due culture, autori bilingui che scrivono “né da qui né da lì”, in ogni caso oltre i confini delle loro letterature nazionali».</p>
<p><strong>Terezia Mora </strong>è una di questi autori: nata nel 1971 a Sopron, nell’estremo ovest ungherese, ma di madrelingua tedesca, si è trasferita a Berlino nel 1990. L’esordio narrativo nel 1999 con i racconti di <em>Seltsame Materie</em> le è valso il premio Ingeborg Bachmann, mentre l’edizione tedesca di <em>Harmonia Caelestis</em> di Péter Esterházy ha imposto all’attenzione il suo talento di traduttrice. Ma a una simile «zona grigia» extra-territoriale appartiene anche il protagonista del suo primo romanzo, uscito in Germania nel 2004 e finalmente disponibile anche in italiano con il titolo, fedele all’originale – e all’omonima poesia della Bachmann cui s’ispira –, <strong>Tutti i giorni </strong>(traduzione di Margherita Carbonaro, Mondadori, pp. 441, € 22,00). «La guerra non viene più dichiarata, / ma proseguita. L’inaudito / è divenuto quotidiano» recitano i primi versi del componimento bachmanniano, datato 1953, e l’inaudito è l’elemento esistenziale in cui è gettato Abel Nema, emigrato all’inizio degli anni Novanta, poco più che maggiorenne, dalla cittadina di S., in Europa centrale, appena prima dello scoppio di una guerra fratricida che cancellerà il suo paese dalle carte geografiche (ma il riferimento all’ex-Jugoslavia non è più di una vaga allusione). All’inizio del libro lo troviamo, più morto che vivo, appeso a testa in giù a una struttura per arrampicarsi in un parco giochi di B., la città tedesca dove si è stabilito ormai da un po’. Due donne lo soccorrono, è portato in ospedale, dove una certa Mercedes lo rivede per la prima volta dal giorno del divorzio, quattro anni prima. Cos’è accaduto ad Abel in quegli anni, nei precedenti trascorsi a B. e in quelli ancora prima, tra infanzia e giovinezza? La struttura in questo senso circolare del romanzo s’incarica di illustrarlo attraverso le tappe, avventurose è dir pco, dell’erranza metropolitana di Abel inframmezzate da flashback più remoti – non prima però di aver annunciato il tratto fondamentale del protagonista, ossia l’«estraneità», inscritta già nel nome: «Nema, il muto, imparentato con lo slavo <em>nemec</em>, che oggi sta per tedesco e in passato per ogni lingua non slava, insomma il muto, o per dirla altrimenti: il barbaro». Parola di una certa Kinga. E il silenzio impenetrabile di Abel è una delle ragioni del suo fascino, come spiega un certo Konstantin in quell’apparente caos di voci che dà l’abbrivo alla storia: «penso che la sua vera specialità sia che la gente si interessi di lui, senza che lui faccia niente per ottenerlo». Questo intrico di prime testimonianze, tuttavia, è un caos solo apparente, perché Terezia Mora ha un sapiente controllo del racconto, e l’originale polifonia del suo stile energico, che accoglie la terza persona narrante e le voci dei personaggi (senza virgolette) entro uno stesso paragrafo e persino nella stessa frase, non è che l’<em>analogon</em> formale di una poliglossia che è soprattutto del protagonista: dopo la delusione d’amore che è la vera causa del suo espatrio, Abel scopre il suo vero talento: imparare le lingue. Da questo punto di vista, la sua permanenza a B. è la storia di un successo. Grazie al connazionale Tibor, docente presso un’università cittadina, Abel vive di borse di studio e passa i giorni a studiare lingue straniere in laboratorio, sperimentando tutte le possibilità foniche della propria cavità orale. È una conoscenza astratta, senza alcun legame con pratiche e territori, priva di appartenenza, ma è anche un sapere straordinario: al culmine del percorso, Abel Nema giunge a dominare alla perfezione dieci lingue, tanto da attirarsi a un certo punto le attenzioni sperimentali di linguisti e neurologi. Nel frattempo il lettore, sempre meno frastornato, ha conosciuto le vicende esistenziali di Nema, dalla sparizione improvvisa del padre al rapporto irrisolto con Ilia, l’amico-amato dell’adolescenza, alla prima convivenza a B. con lo squattrinato Konstantin, al periodo trascorso con la vitalissima maniaco-depressiva Kinga e la sua band, prima al chiuso di un improbabile comune abitativa e poi in tournée, tra concerti e sbronze. La narrazione segue un bizzarro andamento concentrico che rimescola di continuo i piani temporali, si è più volte riportati, dopo giri diversi, a uno o all’altro snodo della trama. Ma un po’ alla volta si assapora l’ordine segreto di questa inusitata costruzione; allora anche l’incontro con il giovane rom Danko e i suoi amici teppisti pare già annunciare il proprio esito fatale, e il matrimonio con Mercedes, a dispetto del tenero legame pedagogico che nasce tra Abel e il figlio di lei, si svela per quello che è: un matrimonio combinato un po’ per caso allo scopo di regolarizzare i documenti del protagonista. E sempre, sempre Abel affronta gli avvenimenti con la vaga indifferenza di chi, per destino storico e personale, non appartiene a nulla e a nessuno. Perfino le notti orgiastiche al club “Mulino dei Matti” sono per lui, cliente fisso, qualcosa di estraneo, cui partecipare restando in disparte, e vestito. Peraltro la fissità del suo aspetto, del suo abbigliamento e le batoste corporali subite da un capitolo all’altro fanno di lui un eroe dalle sette vite, quasi fumettistico, comunque forgiato da una forza immaginativa squisitamente romanzesca e centroeuropea, che ha tra i suoi precedessori più celebri il Franz Biberkopf di Döblin, il professor Kien di Canetti o l’Oskar Matzerath di Grass. Abel Nema è il loro erede del nuovo millennio, il migrante nel quale l’esilio interiore, frutto di lacerazioni affettive, fa tutt’uno con quello esteriore, imposto dalla Storia. Il suo continuo smarrirsi tra le strade di B. non è che la ricaduta urbana del suo sradicamento, e la sua conoscenza del «mondo come vocabolo», come dice Abel nell’allucinato delirio del penultimo capitolo, è la «consolazione» di chi ha lasciato, con la madrepatria perduta per sempre, la propria madrelingua. Noi, tuttavia, ci guardiamo bene dall’accordargli la compassione ghettizzante di chi ancora si illude di avere una <em>Heimat</em>, tanto più alla luce del finale spiazzante, dalla bellezza amara. Ne salutiamo invece l’avvento entro l’arte sovranazionale del romanzo, richiamando alla memoria le parole di Danilo Kiš, l’ultimo grande scrittore jugoslavo, quando si opponeva alla «letteratura che si vuole minoritaria. Non importa di quale minoranza: politica, etnica, sessuale. La letteratura è una e indivisibile».</p>
<p><em><strong>L&#8217;articolo è apparso su «Alias» il 5.12.2009.</strong></em></p>
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