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	<title>ingo schulze &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Anteprima Sud Anni Ottanta: Ingo Schulze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2015 13:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono molto lieto di condividere, in anteprima, con i lettori di Nazione Indiana il bellissimo testo di Ingo Schulze, magnificamente tradotto da Stefano Zangrando​, dedicato alla caduta del muro di Berlino e che si potrà leggere sul numero di Sud in uscita il 15 Novembre. A settant&#8217;anni dalla prima uscita della  storica rivista fondata da Pasquale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Sono molto lieto di condividere, in anteprima, con i lettori di Nazione Indiana il bellissimo testo di Ingo Schulze, magnificamente tradotto da Stefano Zangrando​, dedicato alla caduta del muro di Berlino e che si potrà leggere sul numero di Sud in uscita il 15 Novembre. A settant&#8217;anni dalla prima uscita della  storica rivista fondata da Pasquale Prunas e a cui parteciparono Anna Maria Ortese, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Gianni Scognamiglio e tanti altri giovanissimi intellettuali, il nostro numero extra sarà dedicato agli anni Ottanta e a Renata Prunas (ma non glielo abbiamo ancora detto)  che ci ha permesso di mantenere ben teso</em> le fil rouge<em> che ci unisce a quell&#8217;esperienza.</em> effeffe ps Le fotografie che accompagnano il testo sono di Rino Bianchi (sx) e Philippe Schlienger (dx). La mise en page è di Marco De Luca.</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-57910" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-1024x713.jpg" alt="Copia di Schermata 2015-11-04 alle 19.48.37" width="887" height="617" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-1024x713.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-900x627.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37.jpg 1208w" sizes="(max-width: 887px) 100vw, 887px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Viviamo di rimozione</strong> </em></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ingo Schulze</strong></p>
<p style="text-align: justify;">traduzione di Stefano Zangrando</p>
<p style="text-align: justify;">Dov’ero il 9 novembre 1989: è la domanda che mi fanno più spesso. Di regola chi me la pone assume un’espressione gioiosa, come se in quel modo procurasse un piacere anche a me. In questa data, infatti, si possono combinare felicemente, chiamandole in causa entrambe, la dimensione personale e quella storica. Quando io poi ammetto che quella sera d’autunno andai a letto presto e che perciò posso solo dire: «Quando mi svegliai, il muro non c’era più», la delusione è palpabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle domande ulteriori mi piace rispondere che il vero crollo del muro era già avvenuto con l’apertura dei confini ungheresi il 10 settembre. E che ovviamente il crollo del Muro di Berlino mi sorprese, certo, e ovviamente mi fece piacere, come potrebbe essere altrimenti? Tuttavia, quando di lì a poco vidi la gente in coda davanti all’«Ufficio circondariale della polizia popolare» per ottenere il timbro che autorizzava a visitare legalmente l’Ovest, mi preoccupai: se adesso vanno tutti nell’Ovest, chi verrà più alle nostre manifestazioni di piazza?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché sono diventato così recalcitrante a parlare del 9 novembre? Forse perché non ho nulla da raccontare? Perché nell’Ovest ci andai per la prima volta solo alla fine di novembre di quell’anno? O perché c’erano cose più importanti?</p>
<p style="text-align: justify;">Il crollo del Muro è senza dubbio una cesura storica. Nella memoria ufficiale esso copre e domina l’intero autunno 1989 e persino gli altri 9 novembre, quelli del 1938 e del 1918. Il crollo del Muro appare così chiaro e inequivocabile! Le persone si riversarono da Est a Ovest, dalla dittatura verso la libertà. E si sa bene in cosa sfociarono i cambiamenti. Sottinteso: doveva andare così. E ancora: così si è voluto.</p>
<p style="text-align: justify;">Per me il crollo del Muro fu un evento eclatante fra altri. E non ebbe niente, assolutamente niente a che fare con considerazioni di tipo nazionale. Un cammino comune, addirittura un’unificazione di Repubblica Democratica e Repubblica Federale? E come? Ridicolo!</p>
<p style="text-align: justify;">Preferirei di gran lunga che mi si chiedesse del 9 ottobre. Non soltanto perché in quel caso avrei qualcosa da raccontare. Ma già a questo punto bisogna spiegare: il 9 ottobre fu il giorno in cui forse si decise tutto, quel primo lunedì dopo il 40° anniversario della DDR (il 7 ottobre), quando gli ospiti di Stato se n’erano ormai andati e su Lipsia incombeva la minaccia di una «soluzione cinese». Nonostante i tentativi di intimidazione, 70.000 persone manifestarono per le strade del centro. Per la prima volta non c’erano agenti in uniforme a bloccare il percorso e far disperdere i dimostranti. E per la prima volta fu percorso per intero l’anello intorno al centro cittadino. Solo a partire dal 9 ottobre fu messo in pratica da entrambe le parti l’imperativo «Niente violenza!». Anche se a uno non venivano in mente le parole di Goethe – «Da qui e oggi comincia una nuova epoca della storia del mondo e voi potete dire di esserci stati» – tuttavia quella che si provava era una sensazione di questo tipo. Qualunque cosa fosse successa, avremmo potuto competere con il 17 giugno 1953.</p>
<p style="text-align: justify;">Già il lunedì 2 ottobre, quando i pochi striscioni erano ancora piccoli, così da poter essere arrotolati e portati sotto la giacca per poi passare di mano in mano sopra le teste, girava il motto <em>Visafrei bis Shanghai!</em>, «senza visto fino a Shanghai». Fin dall’inizio si trattava del mondo intero! E dell’ammissione del Neues Forum e dei nuovi partiti sulla scena politica, e dell’accesso ai media, e di libere elezioni, e soprattutto di democratizzare il proprio mondo. Il motto decisivo era: «Noi siamo il popolo!». Si trattava davvero di riprendersi in mano il paese. In fabbriche, scuole, università, in teatri e istituti si iniziò a eleggere in posizioni direttive coloro che godevano della fiducia della maggioranza. Era questa la vera rivoluzione. Chi ci avrebbe più fermato? Giorno dopo giorno la realizzazione di un «socialismo dal volto umano» sembrava sempre più inevitabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Delle manifestazioni di Lipsia, questo atto di sovranità, ci sono pochissime immagini, e queste poche sono scure, confuse e per nulla spettacolari. Proprio come le immagini della Tavola rotonda in Polonia o delle riforme in Ungheria. Le immagini dei rifugiati nelle ambasciate della Repubblica Federale o della gente che balla sul Muro, invece, le conoscono tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Passando oggi in automobile davanti al Museo Storico Tedesco di Berlino, si vede la copia di un manifesto assai tardo, che mostra i contorni delle due Germanie assieme allo slogan: «Noi siamo un popolo».</p>
<p style="text-align: justify;">Non ricordo con precisione quando questo motto, scritto in origine su un adesivo della CDU occidentale, sia penetrato nelle manifestazioni, ma fu nelle prime settimane dopo il crollo del Muro. L’espressione «<em>un</em> popolo» era fatta per revocare la dichiarazione di sovranità e con ciò la stessa rivoluzione. «Noi siamo <em>il</em> popolo» contro «Noi siamo <em>un</em> popolo». Non che uno abbia sostituito l’altro, fu invece una lotta fra i due per prevalere nelle manifestazioni. E il museo mostra il vincitore.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella settimana che precedette le elezioni del 18 marzo 1990, Helmut Kohl batté la Germania orientale in un’instancabile tournée elettorale. La sua mossa vincente fu quella di stringersi al cuore la CDU orientale, che era completamente caduta in discredito: se votate lei, votate me. Eccola, la traccia di melassa occidentale. Il suo successo fu strepitoso, la nostra sconfitta assoluta. 2,9% al Neues Forum, 48% all’alleanza elettorale messa in piedi da Kohl, di cui ben il 40,6% ai <em>Blockflöte </em>della CDU, ossia i «flauti dolci», com’erano chiamati i cosiddetti «partiti di blocco» o alleati del partito maggiore nella Repubblica Democratica. Adesso era chiaro in quale direzione si sarebbe andati. La maggioranza aveva deciso. Non era quello che avevo sempre voluto?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel febbraio 1990 avevo fondato con degli amici un foglio settimanale che accompagnasse la democratizzazione del Paese (ognuno al proprio posto). Scrivevamo ancora, con gran rombo di grancassa, che, se proprio non si fosse ottenuta un’autonomia, si sarebbe almeno giunti a un’unificazione dei due stati, e non all’adesione di uno all’altro. Sarebbe stata anche un’occasione per l’Ovest, che avrebbe così potuto riformare il proprio sistema. Ma anche questo rimase fuori discussione. Quel che aveva fatto l’Ovest era giusto, quel che aveva fatto l’Est era sbagliato. E da allora in poi si sarebbe fatto soltanto quel che era giusto. Potevamo star contenti di aver superato lo scoglio dell’unificazione monetaria senza dover dichiarare fallimento come tutte le grandi aziende della città di Altenburg. Un anno dopo il magnifico autunno, il nostro giornale lottava per la sopravvivenza. Invece di battermi per la democrazia o per il «diritto al lavoro» che si era estinto con l’adesione alla Repubblica federale, presto mi ritrovai a bazzicare soltanto nuovi mobilifici e concessionarie d’automobili. Dovevo infatti cercare di soppiantare la cosiddetta concorrenza, gli altri giornali e fogli commerciali che sgomitavano come noi per pubblicare annunci, e che avevano persino assunto la nostra segretaria e quindi possedevano il nostro portafoglio clienti, mentre noi sentivamo la mancanza sia dell’una che dell’altro. Li odiavo tutti, quei «concorrenti», perché puntavano a minare la nostra esistenza professionale, anzi la nostra esistenza <em>tout</em> <em>court</em> – come noi la loro. Nell’autunno 1989 avevo fatto esperienza di come rivendicazione e prassi potessero combinarsi. Si trattava, come ho detto, del volto umano della società, quindi della dignità di noi tutti, di un mondo migliore. Ma che aspetto aveva il mio volto, adesso? Deformato dalla rabbia? In preda al panico? Perplesso? Braccato? Quel che facevo giorno dopo giorno non era forse contrario a ciò che ritenevo buono e giusto? Mi ero mai contorto davanti a un funzionario come facevo adesso davanti al proprietario del più grande mobilificio della regione?</p>
<p style="text-align: justify;">Parlare e scrivere di questo mi sembra necessario soprattutto perché, in seguito al 1989, sono sorte in tutto il mondo nuove condizioni che consideriamo ovvie, naturali, e che forgiano il nostro presente. E siccome le consideriamo naturali non ne parliamo più, le diamo per scontate, come se le cose non fossero mai state diverse. È naturale che debba esserci crescita (ormai perfino il fatturato stimato nel contrabbando di droga e sigarette viene conteggiato all’interno del PIL), è naturale che i ricavi nell’economia privata siano l’ultima ratio. Non conta ciò di cui vi è bisogno, ciò che rende possibile una sopravvivenza ecologica, economica, sociale ed etica. Se il 60% della devastazione ambientale causata dagli svizzeri avviene all’estero (e nel caso dei germanici non sarà molto diverso), questo significa che viviamo di rimozione nel vero senso della parola. Ormai è praticamente impossibile andare a far spese per una settimana senza commettere una qualche porcheria che, se ne fossimo immediatamente consapevoli, ci farebbe orrore. Solo le cifre virtuali e le entità dei capitali finanziari sono completamente inaudite, e quindi assurde. E benché abbiano perduto da un pezzo qualsivoglia copertura reale, l’imperativo del continuo incremento esponenziale che le contraddistingue continua a decidere delle buone e cattive sorti dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per molto tempo fui convinto di poter parlare con fiera convinzione goethiana del 1989 e delle sue conseguenze. Oggi però sento molto più affini l’incertezza e la confusione del giovane Fabrizio del Dongo, protagonista della <em>Certosa di Parma</em> di Stendhal, che aggirandosi sul campo di battaglia di Waterloo chiede: «Ho veramente partecipato a una battaglia?». Poiché solo oggi, un po’ alla volta, inizio a comprendere ciò che hanno provocato i mutamenti di allora.</p>
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		<title>Ingo Schulze / Arance e angeli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/27/ingo-schulze-arance-e-angeli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 06:57:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[arance e angeli]]></category>
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		<category><![CDATA[Rolf Dieter Brinkmann]]></category>
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		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
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					<description><![CDATA[Il presente articolo è apparso sul «manifesto» del 24.06.2011 con il titolo Geografie mentali di Ingo Schulze. di Domenico Pinto «Come si è perduto ogni fascino della finzione!, pensai allora pieno di malinconia. E come si è perduto ogni piacere nel gioco del senso… o così sembra». L’adito ai ‘bozzetti italiani’ di Arance e angeli, nuova [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h5>Il presente articolo è apparso sul «manifesto» del 24.06.2011 con il titolo <em>Geografie mentali di Ingo Schulze</em>.</h5>
<p>di <strong>Domenico Pinto</strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/"></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/"> </a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/girotondo.png"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-39402" title="girotondo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/girotondo.png" alt="" width="150" height="150" /></a>«Come si è perduto ogni fascino della finzione!, pensai allora pieno di malinconia. E come si è perduto ogni piacere nel gioco del senso… o così sembra». L’adito ai ‘bozzetti italiani’ di <em>Arance e angeli</em>, nuova prova letteraria di Ingo Schulze nella nitida traduzione di Stefano Zangrando, è questa epigrafe tolta a un lungo racconto di Wolfgang Hilbig, maestro in ombra della prosa tedesca del Novecento. Posta com’è a sigillo di una serie di studî in cui la finzione invece accampa tutti i suoi diritti – tanto più forti quanto la narrazione di Schulze è programmaticamente debole –, essa è la replica, sotto altri cieli letterari, a un inconsolabile lamento per il naufragio dei sogni e delle scommesse della fantasia. Hilbig, infatti, risponde da lontano alla nostalgia che il «giovane cacciatore» della <em>Montagna runica</em> di Ludwig Tieck provava, dopo aver desiderato ardentemente di mutare vita, una volta ritornato a casa: «Come si è perduta la mia vita in un sogno! – esclamò tra sé. – Quanti anni sono trascorsi, da quando discesi per questo cammino».<span id="more-39401"></span></p>
<p>Entro questo circolo di voci, dunque, difesa dallo scudo della letteratura, si compie l’idea di un libro di viaggio ancipite: nella sua apparente sfiducia verso la finzione, ossia nella consapevolezza del suo fallimento, Schulze, che non va a caccia di attestati di realtà o diplomi naturalistici, rivendica per la letteratura una supremazia conoscitiva sul reportage, sul documento, persino sulla storiografia. Tenta perciò una sua via per girare al largo dagli stereotipi classicisti e archeologici, ancorché l’io narrativo viaggi attraverso l’Italia portando sottobraccio, insieme a Tucidide, anche J.G. Seume, che fu tra i modelli della prosa odeporica e illuminista tedesca, insieme al classicismo rivoluzionario di Georg Forster, più analitico e critico, oltre naturalmente al Goethe passeggiatore: tutti continuano ancora, per un autore di lingua tedesca, ad allungare la loro ombra sul presente.</p>
<p>Nelle nove narrazioni del volume, intervallate da un folto gruppo di fotografie di Matthias Hoch, Schulze stampa sulla campitura neutra della modernità i suoi personaggi dolenti e tristi, pensionati, mendicanti, uomini in esilio, ciascuno non solo portatore di parola, ma latore di una storia, come nel caso del <em>Signor Candy Man</em> o <em>Augusto, il giudice</em>. Per mezzo di essi si effettua un arco talmente ampio intorno ai cliché, è così opaca la superficie dei racconti, che questi ‘bozzetti’ non paiono provenire dall’Italia, ma da una regione a tutti più nota, dalla celluloide universale su cui s’imprimono i segnacoli, a volte delicati e protettivi, del mercato, dove rampa lo stemma araldico di una squadra di calcio o risplende di luce propria il mobilificio progressista. A generare una breve meraviglia saranno allora le piccole smagliature sonore, le differenze fonetiche nella pronuncia della catena del supermercato, quell’oggettualità misteriosa e irrevocabile dei messaggi economici. «Che cosa rende in definitiva la réclame tanto superiore alla critica?» si domandava Benjamin, «Non ciò che dice la rossa scritta mobile del giornale luminoso: la pozza infuocata che, sull’asfalto, la rispecchia». In questo può succedere che la prosa di Schulze subisca la forza gravitazionale del luogo comune: consapevolmente, ma senza opporvisi, come nelle pagine su Napoli, si scende per la china dello psicologismo, dove i partenopei si mostrano più cordiali, più maturi degli abitanti di altre metropoli, non hanno «forza né tempo per le illusioni».</p>
<p>Tuttavia quel che a Schulze preme realmente è la geografia dell’immaginario, l’occasione narrativa, meglio se distesa nel tratto romanzesco, come nel lungo inserto di Augusto, il novellista che racconta un miraggio di felicità e di peripezie erotiche: è tutto letteratura al quadrato. Sottilissime venature creano un interscambio continuo tra la realtà e l’opera, come quando leggiamo che una certa casa, gialla e abbracciata dall’edera, non esiste se non nel racconto pensato da Augusto, appartiene solo ai dominî della fantasia (mentre la ritroviamo poco più là, in una fotografia di Hoch, gialla e abbracciata dall’edera); oppure, ancora, nella fisionomia dell’amico Ralf, che nel racconto eponimo del volume  si rimpinza di arance, proprio come Seume nel suo <em>Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802</em>, che spesso si salva dalla fame grazie alle arance siciliane.</p>
<p>Gli studî di <em>Arance e angeli</em> costituiscono il precipitato narrativo del soggiorno di Schulze a Villa Massimo, scenario drammaticamente ‘rococò’ e opulento dove ogni anno, a Roma, rinverdisce il sogno del Grand Tour settecentesco. Fra i molti ospiti che si sono avvicendati nel tempo, ve n’è uno a cui, durante la permanenza, è riuscito il proprio capolavoro: questi è Rolf Dieter Brinkmann (1940-1975). Portatosi dietro, per difesa e oltraggio, <em>Fiume senza rive</em> di H.H. Jahnn, non c’è forse scrittore più di lui che abbia maggiormente odiato Roma. «Et in Arcadia ego!» sottolineava Brinkmann alla Stazione Termini, in quella che gli sembrò l’antiporta dell’Inferno, pensando al motto che <em>Göthe</em> (sic) premise al <em>Viaggio in Italia</em>. Spirito sarcastico e avverso alle convenzioni, disperato e lucido, registrò in molte pagine di <em>Rom, Blicke</em> la fascinazione e la ripugnanza verso il kitsch museale. Al contrario, malgrado tutto, le parti migliori di Schulze sono quelle il cui il mondo classico ritorna come il perimetro certo e sicuro dell’umano, il cerchio in cui iscrivere il proprio destino: «Che miracolo, pensai, che anch’io possa appoggiarmi a queste colonne, giacché nel nostro mondo le pietre durano a malapena qualche secolo. Nell’istante in cui le mie dita seguivano le scanalature, mi parve che non vi fosse nulla di più umano di quello spazio – come se l’annuncio di quel miracolo dovesse bastare a porre fine a tutti i crimini e a ogni distruzione».</p>
<p><strong> </strong><strong>Il racconto eponimo del volume è stato pubblicato da Nazione Indiana nel 2010, nella collana delle Murene: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/" target="_blank">qui</a>.<br />
</strong><em><br />
<strong>Ingo Schulze, </strong></em><em><strong>Arance e angeli / bozzetti italiani</strong></em><strong>, traduzione di Stefano Zangrando, con fotografie di Matthias Hoch, Feltrinelli 2011.</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/"></a></p>
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		<title>Murene, il secondo volume: Ingo Schulze, “L’angelo, le arance e il polipo”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Nov 2010 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[Mattia Paganelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Di Rosa]]></category>
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					<description><![CDATA[[Sta per essere spedita la seconda Murena. Ancora uno splendido testo, in una grande traduzione di Stefano Zangrando e Valentina Di Rosa, e con copertina sempre più trendy disegnata da Mattia, stavolta astutamente comprensiva (abbiamo capito come gira il mondo) di pubblicità occulta alla Fanta. È sempre possibile abbonarsi qui. E ancora una volta, grazie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/schulze_murene.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-37351" title="small_schulze_murene" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/small_schulze_murene.jpg" alt="" width="450" height="356" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/small_schulze_murene.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/small_schulze_murene-300x237.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p><small>[Sta per essere spedita la seconda Murena. Ancora uno splendido testo, in una grande traduzione di Stefano Zangrando e Valentina Di Rosa, e con copertina sempre più trendy disegnata da Mattia, stavolta astutamente comprensiva (abbiamo capito come gira il mondo) di pubblicità occulta alla Fanta. È sempre possibile abbonarsi <a href="https://www.nazioneindiana.com/products-page/">qui</a>. E ancora una volta, grazie a tutti. a. r.]</small></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/products-page/" target="_blank"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/2abb-350.gif" alt="" width="319" height="29" /></a></p>
<p>di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p>Ingo Schulze non sarà forse un «autore importante di cui nessuno in Italia si stia curando», com’era negli obiettivi di Nazione indiana nella <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/10/01/perche-abbiamo-scelto-di-fare-i-libri-delle-murene/">fase ancora embrionale</a> del progetto poi concretatosi con le Murene, ma è da molti anni un amico e un compagno di strada. Fin da quando, nel 2005, lo invitammo a proporre al blog un <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/09/19/lo-scrittore-e-la-trascendenza/">racconto inedito</a>, poi confluito nella raccolta <em>Bolero berlinese</em> (Feltrinelli 2008), Schulze ha sempre partecipato con piacere e gratitudine a pubblicazioni più o meno vicine a NI e ai suoi membri – nel 2007 uscì un suo bell’intervento sul numero 9 di «Sud»; più tardi intervenne al Seminario Internazionale sul Romanzo di Trento, per il cui volume collettaneo ci donò un ricco saggio sulla sua poetica (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/double-face-note-a-cura-dellautore/">apparso anche qui</a>).<span id="more-37309"></span><br />
Nato a Dresda nel 1962, Schulze è cresciuto nella Germania orientale. Ha studiato lettere classiche a Jena e ha lavorato come drammaturgo al teatro di Altenburg. Qui, dopo il crollo del Muro, ha lavorato come giornalista per una testata locale, finché un viaggio a San Pietroburgo nel 1993, intrapreso allo scopo di fondare un giornale di annunci per conto altrui, gli fornì stimoli e materiali per il primo libro, scritto nei mesi successivi, dopo il trasferimento a Berlino, dove Schulze vive ancora oggi.<br />
<em>33 Augenblicke des Glücks</em> [33 attimi di felicità, trad. di Margherita Carbonaro, Mondadori 2001], un volume di racconti basati sul confronto con la nuova Russia e la sua letteratura, uscì nel 1995 presso il Berlin Verlag e valse a Schulze un grande consenso di critica. Tre anni dopo, <em>Simple Storys</em> [Semplici storie, trad. di Claudio Groff, Mondadori 1999], un romanzo-mosaico composto da brevi racconti in stile minimalista e ambientato per lo più nella Germania orientale nei mesi successivi alla caduta del Muro, procurò a Schulze il successo internazionale – che lui, tuttavia, scelse di non cavalcare nei tempi e nei modi richiesti dall’industria letteraria. Invece si allontanò dai riflettori per diversi anni, dedicandosi alla stesura del suo romanzo finora più ambizioso, <em>Neue Leben</em> [Vite nuove, trad. di Fabrizio Cambi, Feltrinelli 2007], apparso nel 2005. Storia di un aspirante scrittore della Germania orientale convertitosi alla libera impresa durante gli anni chiave ’89 e ’90, l’opera si richiama in molti aspetti ai grandi classici tedeschi ed è composta da una parte epistolare – le lettere scritte dal protagonista a tre diversi destinatari nel corso del suo tentativo imprenditoriale – e una cospicua appendice con le prove narrative dello scrittore mancato.<br />
Il passaggio da un’epoca all’altra costituisce lo sfondo storico anche del suo romanzo successivo, scritto in gran parte durante un soggiorno romano nel 2007, quando Schulze fu borsista presso Villa Massimo. <em>Adam und Evelyn</em>, uscito nel 2008 (trad. it. Feltrinelli 2009), si appoggia al mito biblico per narrare, in una forma narrativa dal ritmo spedito e dominata dal dialogo, il viaggio in Ungheria di una coppia (in crisi) di giovani tedeschi dell’est e la loro fuga tardiva nell’Ovest nell’estate precedente il 9 novembre.<br />
Nel corso dell’anno romano, Schulze raccolse anche gli spunti per quello che sarebbe diventato il suo libro successivo, uscito in Germania pochi mesi fa. <em>Orangen und Engel</em> è una raccolta, arricchita dalle fotografie di <a href="http://www.renabranstengallery.com/hoch.html">Matthias Hoch</a>, di racconti ambientati in Italia e accomunati dalla presenza, accanto a un narratore molto somigliante all’autore, di personaggi “marginali”: immigrati, prostitute, lavavetri, anziani eccentrici e affini, che appaiono non solo come figure distintive del mutamento sociale in atto, ma anche e soprattutto in virtù di uno sguardo esterno, libero e ospitale che, anziché rivolgersi a quanto di più noto e stereotipato l’Italia offre di sé oltreconfine, ne restituisce attori e scorci più defilati, ma tanto più vivi e reali.<br />
Il racconto in uscita come secondo volume della collana Murene, che anticipa l’uscita dell’intero libro per Feltrinelli nel 2011, è quello che dà il titolo al volume, ma rinominato da Schulze per l’occasione. <em>L’angelo, le arance e il polipo</em> è la storia un po’ fittizia e un po’ veritiera di una gita a Napoli, il resoconto partecipe e meravigliato di un soggiorno partenopeo turbato da eventi e personaggi più o meno bizzarri, dal tedesco Ralf divoratore di arance al vivido mollusco che primeggia nelle ultime, indimenticabili pagine del racconto.</p>
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		<title>Murene, la collana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 May 2010 22:02:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Raos “Murene” è la collana cartacea di Nazione Indiana. La quarta di copertina dei primi tre numeri recita: “Murene è una collana nata da nazioneindiana.com e distribuita per sottoscrizione a lettori consapevoli e inquieti. Indifferente alle mode, propone testi di autori italiani e stranieri per sondare quelle esperienze letterarie che spesso l’industria culturale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/M-logo-head-black-only-2001.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-34904" title="M-logo-head-black-only-200" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/M-logo-head-black-only-2001.jpg" alt="" width="200" height="191" /></a> di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p>“<a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/14/29866/">Murene</a>” è la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/15/murene/">collana cartacea</a> di Nazione Indiana.</p>
<p>La quarta di copertina dei primi tre numeri recita:</p>
<p><strong>“Murene è una collana nata da nazioneindiana.com e distribuita per sottoscrizione a lettori consapevoli e inquieti. Indifferente alle mode, propone testi di autori italiani e stranieri per sondare quelle esperienze letterarie che spesso l’industria culturale non ha il coraggio di sostenere. Scatto artistico e al tempo stesso etico, strumento leggero di esplorazione a tutto campo – narrativa, saggistica, poesia –, Murene respira nelle profondità, attraversandole.”</strong></p>
<p>Progetto collettivo di tutta Nazione Indiana, ha un comitato di redazione costituito da Andrea Inglese, Domenico Pinto, Andrea Raos e Massimo Rizzante. Il progetto grafico è di Mattia Paganelli.</p>
<p>Interamente autofinanziata, viene venduta su abbonamento (3 numeri all’anno) e distribuita per posta.</p>
<p>I titoli del 2010 sono:<br />
<span id="more-34899"></span><br />
<strong>1. <a href="http://rodefer.ms11.net/">Stephen Rodefer</a>, <em>Dormendo con la luce accesa</em>, a cura di Andrea Raos, prima pubblicazione italiana<br />
<small>Dalla <em>Nota</em> del Curatore: &#8220;Un poeta coi controcazzi.&#8221;</small><br />
2. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Miguel_Torga">Miguel Torga</a>, <em>L’universale è il locale meno i muri</em>, a cura di Massimo Rizzante<br />
<small>Dalla <em>Nota</em> del Curatore: &#8220;Torga, nel testo che qui si presenta, mentre esprime tutto il suo amore per il Portogallo e la regione da cui proviene (il suo sentire tellurico), non rinuncia né al suo Iberismo né alla sua concezione polifonica e universale della cultura. Nessun folklorismo, perciò, ma senso delle tradizioni materiali di ogni singolo popolo e di ogni singola terra, anche la più povera.&#8221;</small><br />
3. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/">Ingo Schulze</a>, <em>L’angelo, le arance e il polipo</em>, a cura di Stefano Zangrando, in contemporanea con l&#8217;uscita in Germania dell&#8217;originale<br />
<small>Dalla <em>Nota</em> del Curatore: &#8220;Il narratore è sempre l’alter ego dell’autore, soggiorna a Villa Massimo con moglie e figlie, e l’argomento del racconto è una gita a Napoli all’inizio di dicembre in compagnia di Ralf, un tipico personaggio schulziano, parente estetico di tutte quelle figure sottilmente perturbanti che danno la stura a molte altre sue storie. Ma è l’ambientazione partenopea, qui, a dettare il passo. Lo stupore del narratore di fronte alla «densità» e alla «vastità», il suo calarsi nell’amalgama inscindibile di vitalità e decadenza che è il cronotopo napoletano, il contrappunto calibrato di sublime artistico e hegeliana prosa del mondo – tutto ciò trova espressione in uno stile più elevato che in precedenza. È come se la lingua, sospinta dalla meraviglia, abbia trovato in una sintassi più elaborata e in un lessico più ricercato la misura della propria funzione, il proprio agio nel trattare la materia. E tutto questo culmina nell’indimenticabile scena finale con il polipo, una delle pagine più belle che Schulze abbia mai scritto.&#8221;</small></strong></p>
<p>Una prima occasione per abbonarsi sarà la festa di NI a Fosdinovo. Dopo ci si potrà abbonare e pagare on-line, tramite PayPal.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><strong>L’idea di fondo di “Murene” è di saltare tutti i passaggi intermedi tra autore e lettore</strong> (in particolare la distribuzione, notoriamente costosissima) così da offrire a un pubblico attento testi di qualità, sempre in prima traduzione, spesso di autori del tutto sconosciuti in Italia, a un prezzo molto ridotto (e, se questo può interessare i collezionisti, in tiratura limitata).</p>
<p>Il costo dell’abbonamento è di 20 euro annui. Abbiamo calcolato che 200 abbonamenti dovrebbero permetterci di andare in pari con le spese vive della produzione (le uniche che abbiamo deciso di tenere in conto): impaginazione, stampa, spedizione e spese di gestione del sistema PayPal. E con questi soldi finanziare i tre volumi del 2011.</p>
<p><strong>È uno dei tentativi possibili per uscire dalla palude dell&#8217;eterno lamento e sostenere in modo attivo la diffusione militante di testi che oggi, in Italia, sarebbe difficile leggere altrove.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In questo senso, “Murene” è una sfida aperta all&#8217;intera comunità intellettuale italiana; anche a ricordarle che esiste, o potrebbe.</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/products-page/">Abbonati</a> a Murene direttamente su Nazione Indiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Arte dell’oblio, Tempo che passa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Dec 2008 11:07:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Si pubblica qui l&#8217;editoriale che Enrico De Vivo ha scritto in occasione dell&#8217;uscita dell&#8217;ultimo numero di Zibaldoni.] di Enrico De Vivo L&#8217;Italia, la Romania, Napoli e la Sicilia resteranno esattamente dov&#8217;erano l&#8217;anno passato. Godranno di sogni ben profondi verso fine quaresima, talvolta avranno le traveggole col sole a picco &#8211; François Rabelais, &#8220;Predizione pantagruelina per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>[Si pubblica qui l&#8217;editoriale che Enrico De Vivo ha scritto in occasione dell&#8217;uscita dell&#8217;ultimo numero di <a href="http://www.zibaldoni.it/wsc/" target="_blank">Zibaldoni</a>.]</p></blockquote>
<p>di <strong>Enrico De Vivo</strong></p>
<p style="padding-left: 120px;"><em>L&#8217;Italia, la Romania, Napoli e la Sicilia resteranno esattamente dov&#8217;erano l&#8217;anno passato. Godranno di sogni ben profondi verso fine quaresima, talvolta avranno le traveggole col sole a picco</em></p>
<p style="padding-left: 120px;">&#8211; François Rabelais, &#8220;Predizione pantagruelina per l&#8217;anno perpetuo&#8221;</p>
<p>A guardarsi in giro, di questi tempi, è pieno di gente che mostra di sapere come andrà a finire. Potrebbe dirsi, la nostra, un&#8217;epoca di astrologhi e di aruspici. Sviscerano le scienze economiche, e ti promettono che prima o poi andrà meglio, basta avere pazienza e fare quello che ti ordinano; sviscerano le scienze politiche, e ti dicono quanti governi buoni e quanti cattivi si avvicenderanno sui troni del mondo; sviscerano le scienze mediche, e ti dicono in che percentuale saremo ancora umani e in che percentuale no, aggiungendo magari la promessa della vita eterna. Scrutano con acume anche le scienze morali, e naturalmente sanno già chi starà dalla parte del giusto e chi invece sarà irrimediabilmente perduto.<span id="more-12756"></span></p>
<p>Questo eccesso di sapere, quasi uno <em>junk knowledge, </em>veicolato come un virus dalle multinazionali dell&#8217;informazione moderna, ci viene propinato da esperti e comparse che sembrano sapere tutto, ma in realtà non sanno niente, come i cibi spazzatura non sanno di niente. Ciechi come i poeti antichi, a differenza di questi, sono stonatissimi: la prova è che quante più cose ci spiegano in tempo reale, tanto più sprofondiamo in qualcosa di irriconoscibile, tanto più ci sentiamo perduti.</p>
<p>È per sfuggire a tutto questo che ci siamo messi in ascolto di un consiglio che <strong>Rabelais </strong>offre nella &#8220;Predizione pantagruelina per l&#8217;anno perpetuo&#8221;, ottimo antidoto a tutti i deliri di preveggenza scientifica, che presentiamo in questo numero di fine anno in una traduzione inedita di <strong>Eolo Lapo Marmigli</strong>. Dopo aver fatto, a modo suo, le previsioni per i prossimi dodici mesi, paese per paese, il fine dicitore pantagruelino, mentre ammette di non sapere niente di preciso riguardo a cosa accadrà in Austria, Ungheria e Turchia, suggerisce: &#8220;Se dovesse verificarsi il caso che voi ne sappiate qualcosa, farete meglio a star zitti e aspettare il passaggio del Tempo, quel vecchio zoppo&#8221;.</p>
<p>Ah, se i nostri aruspici fossero capaci di tanta saggezza! Se fossero capaci di tacere e aspettare il passaggio del Tempo! Invece tutti ansiosi e verbigeranti, instaurano un rapporto sballato con il &#8220;vecchio zoppo&#8221;, cercando in tutti i modi di ingannarlo per non vederlo (passare). Preferiscono lo sfarfallio della chiacchiera, vestita sempre di nuovo, alla precarietà del silenzio, vestito sempre di vecchio e di oblio.</p>
<p>Con un simile atteggiamento pantagruelino &#8211; sempre un po&#8217; bislacco, comico e folle &#8211; nei confronti delle cose della vita, deve essere imparentato in qualche modo il curioso invito (&#8220;Dimentica tutto quello che hai imparato&#8221;) che il maestro Khalaf rivolge al giovane poeta Abū Nuwās, in una storiella araba classica riportata in uno dei libri più belli di questi anni, &#8220;Ecolalie&#8221;, di <strong>Daniel Heller-Roazen</strong> (<em>Quodlibet, 2007</em>). &#8220;Dimentica tutto quello che hai imparato&#8221; vuol dire esattamente: cancella quello che sai davanti alle scorrevoli immagini del mondo, ristabilisci la potenza della <em>tabula rasa</em>, fai silenzio &#8211; perché alla base delle attività umane non c&#8217;è l&#8217;aspetto possessivo o padronale di una sapienza, ma la sua ombra, la sua dimenticanza, molto più ardua e difficile da praticare di qualsiasi mnemotecnica. Soltanto chi si trova nella condizione di aver perduto la (propria) lingua &#8211; come la mucca che fu ninfa &#8211; può cominciare a scrivere, e forse a intuire qualcosa di quello che è accaduto o sta per accadere. La scrittura, e quella cosa ad essa collegata che, ai tempi di Rabelais e di chi era capace di farsi un baffo di tutto lo scibile e il controscibile, si chiamava ancora &#8220;saggezza&#8221;, si fonda, infatti, su qualcosa che è molto prossimo allo spossessamento, all&#8217;oblio e allo star zitti a guardare il vecchio zoppo che passa.</p>
<p>In questo senso, tutti i testi che presentiamo in questo numero di fine anno di &#8220;Zibaldoni e altre meraviglie&#8221; &#8211; dal racconto di <strong>Aldo Gianolio</strong> delle ultime tre misteriose note di <strong>Anthony Braxton</strong> nel corso di un concerto bolognese, alle lettere apocrife in forma di &#8220;sonata postuma&#8221; di <strong>Marco Ercolani</strong>; dalle poesie immaginifiche di <strong>Walter Kempowski</strong> e <strong>Franco Arminio</strong>, alle ricerche romanzesche di <strong>Stefano Zangrando</strong> e <strong>Ingo Schulze</strong>; dalle narrazioni fisiche e gnomiche di <strong>Enrico Sgnaolin</strong> e del &#8220;Novellino&#8221;, a quelle metafisiche di <strong>Piero Chiaranz</strong>, <strong>Gianfranco Mammi</strong> e <strong>Walter Nardon</strong> &#8211; ci sembrano discreti omaggi a una tale arte, se così possiamo dire, dell&#8217;oblio della lingua.</p>
<p>Ma ecco qui la storiella del giovane poeta Abū Nuwās, con la quale, prima di passare al SOMMARIO, auguriamo Buon Natale e Buon Anno a tutti i lettori di &#8220;Zibaldoni e altre meraviglie&#8221; (<a href="http://www.zibaldoni.it/">www.zibaldoni.it</a>). Il consiglio è di leggerla, o rileggerla, per augurio, qualche minuto prima della fine dell&#8217;anno. Qualche minuto o qualche ora dopo la medesima fine del medesimo anno, invece, è vivamente consigliata la lettura, ad alta voce e in compagnia possibilmente allegra, della &#8220;Predizione pantagruelina&#8221;.</p>
<p>Abū Nuwās chiese a Khalaf il permesso di comporre poesia, e Khalaf disse: &#8220;Rifiuto di lasciarti comporre un poema finché non avrai mandato a memoria mille brani di poesia antica, inclusi canti, odi e versi d&#8217;occasione&#8221;. Allora Abū Nuwās scomparve; e dopo molto tempo fece ritorno e disse: &#8220;L&#8217;ho fatto&#8221;.</p>
<p>&#8220;Recitali&#8221;, disse Khalaf.</p>
<p>Allora Abū Nuwās cominciò, e arrivò alla fine di questa mole di versi in un periodo di molti giorni. Allora chiese ancora il permesso di comporre poesia. Disse Khalaf: &#8220;Rifiuto, a meno che non dimentichi completamente i mille versi, come se tu non li avessi mai appresi&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ma questo è troppo difficile&#8221;, disse Abū Nuwās. &#8220;Li ho mandati accuratamente a memoria!&#8221;.</p>
<p>&#8220;Rifiuto di lasciarti comporre fino a che non li avrai dimenticati&#8221;, disse Khalaf.<br />
Allora Abū Nuwās si ritirò in un monastero e ivi rimase in solitudine per il tempo che occorse a dimenticare i versi. Tornò allora da Khalaf e disse: &#8220;Li ho dimenticati così bene che è come se mai li avessi mandati a memoria&#8221;.</p>
<p>Allora disse Khalaf: &#8220;Ora vai e componi!&#8221;.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Predizione pantagruelina per l&#8217;anno perpetuo</strong><br />
<em></em><em>François Rabelais</em> tradotto da <em></em><em>Eolo Lapo Marmigli</em><em></em></p>
<p><em></em><strong>Il resto</strong><br />
di <em></em><em>Walter Nardon</em></p>
<p><strong>Double face. Note a cura dell&#8217;autore</strong><br />
di <em></em><em>Ingo Schulze</em></p>
<p><strong>Sonata opera postuma</strong><br />
di <em></em><em>Marco Ercolani</em></p>
<p><strong>Atleti </strong><br />
di <em></em><em>Franco Arminio</em><em></em></p>
<p><em></em><strong>Immàginati un canto</strong><br />
<em></em><em>Walter Kempowski</em> tradotto da <em></em><em>Stefano Zangrando</em><em></em></p>
<p><em></em><strong>L&#8217;uomo nel francobollo</strong><br />
di <em></em><em>Gianfranco Mammi</em></p>
<p><strong>Hermann Broch e il romanzo polistorico</strong><br />
di<em> </em><em></em><em>Stefano Zangrando</em><em></em></p>
<p><em></em><strong>Ivano e Mariotta</strong><br />
di <em></em><em>Enrico Sgnaolin</em></p>
<p><strong>Jazz oltre la quiete</strong><br />
di <em></em><em>Aldo Gianolio</em></p>
<p><strong>Un altro Novellino/ 4</strong><br />
di <em></em><em>Enrico De Vivo</em></p>
<p><strong>Polvere ellenica</strong><br />
di <em></em><em>Piero Chiaranz</em></p>
<p><em></em><em> </em></p>
<p><em><a href="http://www.zibaldoni.it/"><strong>www.zibaldoni.it</strong></a></em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Double face. Note a cura dell&#8217;autore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2008 12:30:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ingo Schulze Nell’aprile 1997, poco meno di un anno prima dell’apparizione di Semplici storie, dovetti tenere in qualità di ex-borsista un discorso per il conferimento del premio Alfred Döblin. Alla vigilia della conferenza trovai nell’opera omnia di Döblin la frase alla quale il mio discorso finì per approdare. Nell’Epilogo del 1948 egli scrive: «Inoltre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/sir3.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-6249" title="sir3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/sir3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><strong>di Ingo Schulze</strong></p>
<p>Nell’aprile 1997, poco meno di un anno prima dell’apparizione di <em>Semplici storie</em>, dovetti tenere in qualità di ex-borsista un discorso per il conferimento del premio Alfred Döblin. Alla vigilia della conferenza trovai nell’opera omnia di Döblin la frase alla quale il mio discorso finì per approdare. Nell’Epilogo del 1948 egli scrive: «Inoltre ogni libro aveva il suo stile, che non veniva gettato dall’esterno sul tema in questione. Non avevo un mio ‘proprio’ stile, da portarmi in giro una volta per tutte come il ‘mio’ (“Lo stile è l’uomo”), bensì lasciavo che lo stile sortisse dalla materia». Nel manoscritto si legge anche: «[…]  ero attento a far sì che lo stile sortisse dalla materia».<br />
Avevo trovato in Alfred Döblin un patrono letterario. Grazie a lui compresi meglio la mia stessa scrittura. Anche per me si tratta di trovare di volta in volta lo stile adeguato.<br />
<span id="more-6245"></span><br />
L’idea di scrivere una novella sui miei anni scolastici nella RDT la ebbi quando <em>Semplici storie</em> era ancora in fase di editing. Per quanto amassi la short story, anelavo a un cambiamento, a frasi più lunghe, similitudini, descrizioni.<br />
I modelli non dovetti cercarli a lungo. Li trovai in libri molto diversi fra loro come <em>Tonio Kröger</em> di Thomas Mann, <em>I turbamenti dell’allievo Törless</em> di Robert Musil o nelle novelle di Stefan Zweig. Essi mi apparvero adeguati da un lato perché la Dresda che avevo conosciuto io, nelle sue maniere e in tutta la sua cultura, era molto tradizionale e borghese, di una ‘borghesità’ che nella RDT avevo sentito come qualcosa di opposto alla mia condizione. Dall’altro speravo di raggiungere un effetto di straniamento se questo tono ‘tardoborghese’ fosse entrato in collisione con la quotidianità scolastica del socialismo reale.<br />
Scrissi il primo capitolo di questa novella mentre ero in viaggio per le letture pubbliche di <em>Semplici storie</em> e credevo – la trama e il finale li avevo ben chiari – che avrei ultimato il manoscritto entro l’autunno, così l’anno successivo avrei già potuto presentare un nuovo libro.<br />
Tuttavia, per quanto chiaro mi apparisse il contenuto, la novella non riuscivo a scriverla. Già con il secondo capitolo smarrii il tono. Invece di descrivere la pubertà, suonavo io stesso puerile. E mi accorsi che anche il primo capitolo non era immune da questo difetto. Era una situazione analoga a quella dopo il mio primo libro – come se da un giorno all’altro avessi disimparato a scrivere.<br />
Per quei tentativi non mi viene in mente nessun attributo migliore di ‘postdissidenti’. Ancora una volta davo un calcio alla defunta RDT, senza rischiare niente. Da cosa avrei potuto riconoscere, come lettore, che questa novella era stata scritta solo nel 1998/99 e non prima della caduta del Muro? Che cosa aveva a che fare tutto ciò con il nostro qui e ora?<br />
Per dire qualcosa a proposito dell’est, dovevo scrivere anche dell’ovest. L’uno era comprensibile solo attraverso l’altro. Soltanto quando avessi confrontato la mia quotidianità scolastica con il mondo in cui vivevamo dal 1990, solo allora forse la novella sarebbe stata possibile.<br />
Per capire che non potevo scrivere semplicemente sulla RDT mi ci volle un anno. La ricerca della struttura definitiva del libro mi occupò fino agli ultimi mesi di un lavoro che si protrasse per oltre sette anni.<br />
È difficile dire come nascono le idee. È più semplice dare un nome agli stimoli. Senza le <em>Considerazioni filosofiche del gatto Murr con biografia frammentaria del direttore d’orchestra Johannes Kreisler su fogli di minuta casualmente inseriti. A cura di E.T.A. Hoffmann</em>, probabilmente <em>Vite nuove</em>. <em>La giovinezza di Enrico Türmer in lettere e in prosa, curate, commentate e corredate da una prefazione di Ingo Schulze</em> non sarebbe così com’è. In Hoffmann ci sono due vicende biografiche, quella del gatto, meschino e conformista, e quella dell’artista Kreisler, che si incontrano in modo apparentemente improvviso. Come stimolo durante la lettura emerse poi il fatto di impiegare ogni giorno il retro bianco delle versioni stampate dei miei manoscritti per qualsiasi cosa, anche per schizzare delle lettere.<br />
Quando mi fu chiaro che quello che volevo era raccontare sul retro della mia novella la storia dell’89/90 in forma epistolare, credetti di poter cominciare a scrivere.<br />
Fino ad allora avevo sempre preso le mosse da una costellazione, da una frase, da una situazione, e i personaggi si erano resi riconoscibili durante la scrittura. Al terzo libro era esattamente il contrario: se volevo scrivere anche una sola frase, dovevo prima farmi chiarezza sui personaggi, soprattutto sul protagonista. Come vedeva il mondo Enrico e come lo vede Heinrich Türmer – che germanizza il proprio nome all’inizio degli anni novanta –, e quali sono le sue ragioni? Perché scrive, a chi e a quanti scrive, che cosa scrive a chi? Solo sei mesi prima della pubblicazione del libro trovai ciò che sembra evidente, e cioè la sua struttura circolare, o meglio: la struttura pseudocircolare. Türmer narra la sua vita fino ai primi giorni di gennaio dell’anno 1990, gli stessi in cui comincia a scrivere le lettere. Questo significa che l’episodio descritto nella prima lettera (a Vera) è narrato un’altra volta – in un’altra chiave di lettura – nell’ultima lettera (a Nicoletta). Solo con l’ultima lettera veniamo a sapere in quale situazione si trovava Türmer quando scrisse la prima.<br />
Le difficoltà che ho quando devo dare informazioni su Vite nuove corrispondono alle difficoltà che ho avuto con la scrittura. Il fatto è che per le azioni e le opinioni di Türmer, per il suo punto di vista sul mondo, non c’è mai una sola motivazione. Esistono sempre più chiavi di lettura, che a volte si contraddicono o addirittura si escludono.<br />
Ursula März ha scritto in una recensione che <em>Vite nuove</em> è basato sul «principio della giacca double-face». La giacca double-face «non ha un lato interno e uno esterno, ma semplicemente due lati con pari diritti, indossabili all’esterno, che si possono portare alternatamente secondo l’occasione e le condizioni atmosferiche». E ancora: «Un libro in cui tutto, davvero tutto ha due lati e consente due letture; […] Lo si può intendere come una cronaca attendibile di avvenimenti storici e biografici. E come costruzione di un’enorme macchina cianciante, di cui non credere a una sola frase, perché ognuna è strumento di un’astuta manipolazione».<br />
A volte è una liberazione quando leggo frasi che mostrano il mio lavoro nella luce in cui gradirei vederlo, senza che io sappia formularlo allo stesso modo. E se sapessi farlo, allora esprimerei unicamente una speranza, un desiderio. Fare una citazione da <em>Vite nuove</em> è impossibile. Bisognerebbe subito aggiungere che questa è solamente l’opinione del protagonista, che però persegue questo e quell’intento, ad altri ha detto cose diverse e magari è pure contraddetto dal curatore del volume.<br />
Già nei primi due libri era stato importante per me lanciare il segnale: questa storia posso scriverla anche in un altro modo. Come nei <em>33 attimi di felicità</em> gli stili si relativizzano l’uno rispetto all’altro, così le rubriche sotto i titoli dei capitoli in Semplici storie erano pensate come ostacoli all’immedesimazione. Dovevano anche significare: qui c’è uno che fa short story. La struttura di <em>Vite nuove</em> è dovuta a sua volta a uno sforzo di epicizzazione.<br />
Naturalmente la carriera di Türmer, così come lui stesso la presenta, si potrebbe descrivere come un’evoluzione dallo scrittore infelice all’uomo d’affari felice. Türmer afferma di essere felice, perché si è finalmente lasciato alle spalle la ricerca di gloria e di eternità, e ora si sente libero per la vita attiva e il godimento dell’attimo. Ma chi produce così tante lettere nell’arco di mezz’anno non può essere uno che ha appeso al chiodo la scrittura. È forse qui che gli riesce l’opera che aveva sempre cercato invano di scrivere? I tre destinatari – Nicoletta a Bamberga, Johann a Dresda e la sorella di Türmer Vera, che si trasferisce da Berlino ovest a Beirut e poi ad Altenburg – sono per lui tre amori possibili, tre diversi progetti di vita che però non possono essere realizzati nello stesso tempo, anzi si escludono l’un l’altro.<br />
Dare luogo in modo non pretenzioso a questa imponderabilità, questa indeterminatezza, questa incertezza, era la condizione e lo scopo della mia narrazione.<br />
Grazie alla figura del curatore da un lato ho potuto potenziare la finzione – gli epistolari di norma hanno un curatore –, dall’altro ho guadagnato un ulteriore piano narrativo.<br />
Il curatore, che porta il mio nome, ha come ogni curatore i suoi propri interessi e intenti, che però nel suo caso diventano presto manifesti. Egli vede in Türmer un concorrente letterario. In più è geloso della stretta relazione tra Enrico e sua sorella Vera. Questo ha come conseguenza che il lettore non si fida nemmeno di lui. In questo libro non c’è nessun punto fisso, nessun luogo in cui sia celata una verità rispetto alla quale tutto il resto che si dice nel libro è falso.<br />
Stando alla resa dei conti di Türmer con la vita che ha condotto fino a quel momento, egli è qualcuno che voleva vivere, soffrire e scrivere nella RDT, per poi un giorno raggiungere l’ovest nelle vesti di scrittore di successo e dissidente à la Biermann. Egli è contro la RDT, ma per poter vivere il suo sogno, quello dello scrittore dissidente, ha bisogno del mondo diviso in due. Türmer intuisce – e questo è ciò che lo contraddistingue – che l’inaudita, inimmaginabile caduta del Muro dissolve l’oggetto del suo sogno. Invece di passare ad ovest acclamato come dissidente, egli attraversa il confine ciabattando assieme a milioni di altri.<br />
Türmer fa i conti con se stesso anche in quanto afferma che il desiderio di diventare scrittore gli ha rovinato la vita fino a quel momento, e questo perché tutto diventava ai suoi occhi materiale per una storia o un romanzo.<br />
Forse però egli deve esprimersi così affinché il suo presente appaia tanto più radioso. Ciò che conta, infatti, è da quale posizione si parla. Nel caso di Türmer è quella dell’uomo d’affari dal successo crescente.<br />
Tanto Türmer riflette sul passato, tanto irriflesso rimane il presente, come se il mondo capitalistico fosse uno stato di natura nel quale si sia ritornati dopo quarant’anni di sbandamento costituito dal socialismo reale.<br />
Naturalmente appare scabroso fare di uno scrittore il personaggio principale. Tuttavia durante quel quarantennio, molto più del funzionario, la cui notorietà aveva un mero carattere ufficiale, era lo scrittore come sacerdote della parola a decidere ciò che era verità e ciò che era menzogna. La sua mutazione in uomo d’affari è stata per me il cambio di paradigma per eccellenza. Perché l’uomo d’affari, il manager, è la mente del mondo attuale. In ciò scrittore e manager corrispondono.<br />
È stato difficile scrivere del presente, della vita quotidiana dell’uomo d’affari. Se nel caso delle parti rammemorative potevo prenderla molto alla larga, mi riusciva invece difficile carpire un briciolo di poesia alle annotazioni prive di distanza sulla nuova vita quotidiana. Per me questa parte divenne raccontabile allorché riconobbi in Clemens von Barrista un personaggio mefistofelico. Lo spunto mi venne da Herzgewächse oder Der Fall Adams di Hans Wollschläger, un libro impressionante che è un confronto serrato e complesso con la materia faustiana, e soprattutto con il <em>Doctor Faustus</em> di Thomas Mann.<br />
Quel Clemens von Barrista che presto tutti chiamano soltanto il barone, benché non lo sia affatto – è vero però che guida una Chrysler Le Baron –, diventa il consulente personale di Enrico Türmer. Per avere successo Türmer deve solo eseguire ciò che Barrista gli suggerisce. Appena Barrista entra in scena ogni pericolo sembra bandito, la vita di ogni giorno diventa piacevole, il mondo comprensibile.<br />
Molto spesso dopo le letture pubbliche mi è stato chiesto perché avessi tratteggiato Barrista in modo così positivo, perché non lo criticassi.<br />
Barrista incarna ciò che anche oggi è considerato auspicabile a livello governativo: iniziativa imprenditoriale, efficienza, disposizione al rischio, crescita economica, successo. Barrista si arricchisce credendo che questa sia la via più sicura per il benessere di tutti. La cosa inquietante è appunto che a uno come Barrista non passa minimamente per la testa di mettersi in discussione. Questa acquiescenza indiscussa era nuova nel 1990. Prima di allora l’Est e l’Ovest non si erano messi in discussione soltanto reciprocamente; la legittimità dei sistemi fu contestata anche dalle rispettive opposizioni (a volte legali, a volte illegali). I sostenitori dell’Est e i sostenitori dell’Ovest dovevano giustificarsi o almeno badare alla propria immagine. Tutto questo cambiò con la caduta del Muro.<br />
Il giornale in cui Türmer si cimenta era stato fondato per promuovere la democrazia. Alla fine non resta che un foglio di annunci in cui appare la cronaca della cerimonia d’accoglienza del principe ereditario nel castello di Altenburg prima ancora che questa abbia avuto luogo. Türmer si vede costretto a influenzare lo svolgimento della visita affinché gli avvenimenti reali corrispondano al suo articolo. Di un simile zelo Barrista non può che ridere – a contare è solamente ciò che è riferito dalla cronaca.<br />
A Barrista spetta tutto, sia la metà del vecchio giornale che la metà di quello nuovo, e alla fine persino la compagna di Türmer Michaela. Per non parlare degli immobili. Non solo l’edificio della redazione del giornale, ma anche la nuova abitazione di Türmer è di proprietà di Clemens von Barrista. Egli è il mediatore tra gli altenburghesi e il principe ereditario. Senza di lui, nel giro di poco tempo non funziona più niente.<br />
Dopo aver ultimato la parte epistolare, ritornai al mio punto di partenza, la novella sull’epoca scolastica. Ora finalmente mi riuscì di scriverla come un testo di Türmer, e così anche tutti gli altri testi dell’appendice.<br />
La novella tuttavia non appare in appendice per il fatto di essere stata il mio punto di partenza. A me interessava anche fornire delle prove a sostegno dell’affermazione di Türmer secondo la quale egli aveva sempre scritto. In più le opere di Türmer mi permettevano di aggiungere una variante ulteriore a quanto già descritto nelle lettere. Più importante, però, era per me mostrare come a Türmer la scrittura sfugga tanto più, quanto più instabile diventa la RDT, fino a risolversi con la caduta del Muro. Questo mi dava la possibilità di presentare la letteratura nel suo rapporto con il contesto storico. Cercando di mostrarne il condizionamento, usando però al tempo stesso le sue differenti possibilità stilistiche – da Herman Hesse a Vladimir Sorokin – per la descrizione,  speravo di calarmi ancora una volta nell’epoca della RDT, quindi di non vederla dalla prospettiva della sua fine. Ciò che scrissi allora non avrei potuto scriverlo a nome mio, ma nelle vesti di Enrico Türmer era possibile – e, come credo, anche necessario.</p>
<p>***</p>
<p>Di <em>Cellulare. Tredici storie alla vecchia maniera</em> non posso parlare allo stesso modo degli altri libri, perché i tredici racconti sono nati in momenti differenti e sono stati raccolti solo successivamente. Con l’eccezione di Mr. Neitherkorn o il destino, scritto nel 1996 a New York, le storie di <em>Cellulare</em> coprono lo stesso arco temporale di <em>Vite nuove</em>. I primi quattro racconti nacquero mentre ero ancora alle prese con la novella di Titus e la struttura del romanzo. Ero decisamente refrattario all’idea di scrivere il racconto che dà il titolo al libro, Cellulare, nella stessa maniera di <em>Semplici storie</em>. Non volevo continuare a scrivere in quel modo. Ma presto mi accorsi che quella storia non potevo raccontarla altrimenti. Poi però, mentre ci lavoravo, non solo gustai il fatto di non dover avere nessun riguardo per altre storie brevi, bensì avvertii quasi con malinconia una sicurezza che nella nuova strada che andavo tentando non possedevo nemmeno a livello rudimentale. Non che avessi scritto i racconti con una mano sola – è pur sempre un cercare che al primo tentativo non va mai a buon fine, e di rado riesce già al secondo. Tuttavia nel caso delle storie brevi avevo per lo meno un’idea di come andassero le cose, sapevo dove volevo arrivare, cos’era a punto e cosa ancora da completare. Allo stesso tempo cominciai a sospettare di quella stessa sicurezza, perché temevo che quella maniera così familiare potesse degenerare in artificio. Sentii anche che essa m’impediva di entrare in contatto con qualcosa di nuovo. Perché nella scrittura ci si appresta a un lavoro, ci si sintonizza su materia e stile, si diventa particolarmente sensibili a certe onde e oscillazioni, e sordi ad altre. Si percepisce in modo differente, si vede e si pensa diversamente.<br />
Non è che mi fossi vietato di scrivere racconti, ma cercai di dimenticarmene, non volevo più pensare in quella forma. Prendevo nota delle idee che mi si presentavano, finché a un certo punto smisi di averne e interpretai questo fatto come un buon segno.<br />
I primi sei racconti di <em>Cellulare</em> risalgono al periodo prima del 2000. Scrissi <em>Scrittore e trascendenza</em>, come già <em>Mr. Neitherkorn e il destino</em>, al posto di un saggio che mi era stato commissionato. Entrambi i testi, per quanto diversi fra loro, non hanno niente a che vedere con la short story. Essi rinviano fin dal principio a un’intenzione, a uno sforzo di immediatezza. La lettura tardiva di Witold Gombrowicz ha procurato a Scrittore e trascendenza una svolta finale che apparenta questo racconto a quelli di <em>33 attimi di felicità</em>.<br />
Quando nella primavera 2006 ripresi in mano le idee annotate nei sei, sette anni precedenti, temetti che potessero essere invecchiati e che lo stimolo a scrivere quelle storie fosse andato perduto. Erano ancora veramente necessarie? Quello che non volevo in nessun modo era limitarmi a confezionarle con un mero lavoro artigianale.<br />
Ma gli embrioni del 1999 e del 2000, quelli che sarebbero poi diventati <em>I turbamenti della notte di san Silvestro</em> e <em>Una notte da Boris</em>, si trovavano all’improvviso in un ambiente diverso. Per quanto banale può sembrare, il mondo era cambiato; la società dell’anno 2006 era infinitamente più polarizzata dal punto di vista sociale ed economico di quella del 1999. Benché le idee non fossero nuove, non ero costretto a scrivere dei racconti vecchi.<br />
E ora mi venivano in mente anche nuove storie. Contrattempo al Cairo è la descrizione quasi documentaria di un viaggio, narrata sulla base di una storia d’amore inventata. Niente letteratura o epifania di sabato sera e <em>Fede, amore, speranza n. 23</em> sono esperimenti. Quanto direttamente si può parlare di qualcosa di inafferrabile? Oggi si può ancora scrivere una storia d’amore in terza persona singolare, e che per di più abbia un lieto fine? Non sono sicuro che gli esperimenti siano riusciti. Entrambe le storie tuttavia sono importanti per l’equilibrio del libro nel suo insieme. La lettura dovrebbe rimanere imprevedibile.<br />
A parte <em>Fede, amore, speranza n. 23</em> i nuovi racconti sono narrati in prima persona, e così quelli più vecchi, con l’eccezione di uno. Mi interessava raggiungere l’impressione della maggior immediatezza possibile. Per questo i racconti imitano la lingua parlata. La classica short story sarebbe già troppo stilizzata per questo scopo. Si tratta del tentativo di «far scomparire l’aspetto tecnico-costruttivo della narrazione» (Ijoma Mangold), un’aspirazione che si può intravedere già nella forma epistolare di <em>Vite nuove</em>.<br />
Solo in un secondo tempo trovai il modello letterario per questo libro nei racconti di Gustav Herling, raccolti in italiano nel volume <em>Ritratto veneziano</em>. I racconti di Herling appaiono così privi di affettazione che si vorrebbe credere: sì, dev’essere andata proprio così! Solo a una lettura ripetuta si scopre quanto discretamente i motivi sono trattati e in virtù di quale filigrana sono intrecciati l’uno con l’altro.<br />
Mentre scrivevo, la tradizione alla quale mi sentivo più prossimo era quella del cronista e del narratore orale di storie; era come se dovessi ricominciare dalle origini della narrazione.<br />
Un punto di partenza erano i racconti delle <em>Mille e una notte</em>, dov’è sempre evidente che la narrazione persegue uno scopo – nella fattispecie, distogliere il sovrano dai suoi piani omicidi. Del resto sembra essere indispensabile, se si vuole spiegare qualcosa a qualcuno e convincerlo: invece di argomentare, si racconta una storia.<br />
Non a caso il racconto Una notte da Boris è un’allusione al modello di Sheherazade e anche al <em>Decameron</em> di Boccaccio. Io stesso ero sorpreso dal fatto di scrivere del passato più recente e del presente in questa, come mi parve, vecchia maniera della narrazione orale.<br />
Questa contraddizione ho voluto nominarla già nel titolo: <em>Cellulare. Tredici storie alla vecchia maniera</em>. Se dovessi provare a interpretare questa costellazione, direi: siamo posti a confronto con problemi fondamentali che nell’epoca ‘pre-cellulare’ non erano considerati centrali, come ad esempio la povertà. Ma questa è solo un’ipotesi. Le connessioni tra lo stile letterario e una determinata epoca e un determinato luogo sono, com’è ovvio, assai mediate.<br />
Molti racconti sembrano rivolgersi a un interlocutore – in alcuni c’è addirittura una sorta di apostrofe. L’impulso che mi fa cercare una modalità comunicativa il più diretta possibile ha a che fare anche con il fatto di voler essere ascoltato e di voler raggiungere il maggior numero possibile di lettori. Con i miei racconti non competo soltanto per ottenere attenzione, bensì anche per quella che nelle terze pagine dei quotidiani viene definita «Sua Altezza interpretativa». Quello che voglio comunicare sono le mie esperienze.<br />
Sicuramente questo impulso c’era già da prima. A lungo non me lo sono confessato, perché in esso vi è anche della presunzione. Io stesso oggi preferisco formularlo dal punto di vista del lettore che sono non meno di quanto sia uno scrittore.<br />
La letteratura esiste affinché non si rimanga soli con certe esperienze, con esperienze che non sono comunicabili conversando o in una discussione scientifica, che nella loro universalità e simultaneità trovano espressione soltanto in un racconto, una poesia, un romanzo. La letteratura non è fatta per spiegare qualcosa, ma può e dovrebbe essere usata dalla società per comprendere se stessa. Perché l’immagine che ci creiamo del nostro tempo, del nostro luogo, ha un’influenza su ciò che vogliamo e facciamo. In questo senso considero come la più efficace quella letteratura che descrive il nostro mondo nel modo il più differenziato possibile.<br />
Le differenziazioni diventano tanto più importanti, quanto più fondamentali sono le questioni che vengono sollevate. Io voglio leggere una letteratura che non dia nulla per scontato e ponga le domande fondamentali, una letteratura che si addentri nelle nuove e vecchie convenzioni e ovvietà di questa società, le interroghi e le metta anche in discussione. Una di queste domande sarebbe: viviamo per lavorare o lavoriamo per vivere? In quanto società noi rispondiamo univocamente a questa domanda, e cioè che viviamo per lavorare. Da qui derivano molte altre domande: in quale rapporto si pone l’economizzazione di tutti gli ambiti di vita rispetto alla democrazia? Qual è il rapporto tra il denaro e il tempo dell’esistenza? Perché oggi nessuno parla più di disarmo? Perché il mio dentista deve pensare e comportarsi come un uomo d’affari? La letteratura dovrebbe stupirsi e meravigliarsi molto di più.<br />
L’obiezione che si potrebbe muovere all’efficacia sociale della letteratura suona così: Sheherazade si imbatte in un sovrano che almeno a letto è disposto ad ascoltarla. Ma senza questa disponibilità, si potrebbe obiettare, tutto il racconto delle storie gira a vuoto – poiché quale sovrano presta mai ascolto a delle storie? Questa obiezione tuttavia non tiene conto del fatto che tanto il singolo quanto la società hanno bisogno di storie. A volte queste storie sono persino considerate vere e si consolidano in una religione. A volte gli avvenimenti vengono trasformati in storie per migliorare il loro effetto. Possiamo prendere le storie che fanno per noi dalla Bibbia, da un rotocalco, dal cinema o da un almanacco.<br />
Di fronte alla domanda sull’efficacia della letteratura non possiamo cercare la risposta soltanto in Sheherazade e nel sovrano. Sheherazade non si è consegnata da sola nelle mani del sovrano, ma è accompagnata dalla sorella Dinazard. Dinazard è colei che dà avvio al racconto: «O sorella, ti prego, per Dio, se non dormi raccontaci dunque una delle tue belle storie». Sheherazade risponde: «Con piacere». Quando poi giunge l’alba e Sheherazade ammutolisce, Dinazard sospira: «O sorella, com’è avvincente e deliziosa la tua storia». Questo dà a Sheherazade la possibilità di rispondere: «Questo  non è niente in confronto a ciò che vi racconterò domani notte, se sarò ancora viva».<br />
In questo senso anche scrittori e lettori sono fratelli che si trovano nella stessa situazione, che dipendono l’uno dall’altro poiché si tratta di sopravvivere a mille e una notte, e che sanno che neppure mille e una notte sono sufficienti, anche se noi, per questa volta, ce l’abbiamo fatta.</p>
<p>(traduzione dal tedesco di Stefano Zangrando)</p>
<p>Il saggio di Ingo Schulze fa parte del volume <em>Finzione e documento nel romanzo</em> che raccoglie gli interventi del Seminario Internazionale sul Romanzo che si è tenuto presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Trento nel corso del 2006/2007.</p>
<p><strong>Il volume può essere ordinato presso:</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici<br />
Via S. Croce, 65<br />
38100 TRENTO<br />
tel.: 0461 881777 &#8211; 881722<br />
fax: 0461 881751<br />
e-mail: editoria@lett.unitn.it</strong></p>
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