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	<title>insetti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Insetti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Nov 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Barbera]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>  Bruno Barbera </strong> <br /> Mi stavo massaggiando la testa con lo shampoo quando ho sentito, in corrispondenza della tempia destra, un punto cedevole. Istintivamente ho fatto pressione con due dita e nel mio cranio si è formata un’apertura.]]></description>
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<p>di <strong>Bruno Barbera</strong></p>



<p>La prima volta che ho incontrato gli insetti è stato mentre facevo la doccia. Mi stavo massaggiando la testa con lo shampoo quando ho sentito, in corrispondenza della tempia destra, un punto cedevole. Istintivamente ho fatto pressione con due dita e nel mio cranio si è formata un’apertura. Ben presto ne è fuoriuscito qualcosa che, non appena entrato nel mio campo visivo, si è rivelato essere un lungo centopiedi. Sono stato talmente colto di sorpresa che non sono riuscito nemmeno a chiedergli che cosa ci facesse là dentro. Ma forse lui avrebbe avuto la stessa domanda per me, che cosa ci fai là fuori. O magari mi avrebbe consigliato una marca di shampoo migliore. Invece siamo rimasti lì a fissarci per un po’. Era un reciproco annusamento, forse i prodromi, chissà, di un’amicizia.</p>



<p>Oggi gioco a biliardo con Domenico. Il biliardo è un gioco di precisione e di pazienza. Io non ho nessuna delle due. Più di tutto non ho il senso di aderenza alla realtà. Un dilettante dovrebbe colpire piano, limitarsi ad avvicinare le palle alle buche, sequenzialmente, per poi chiudere colpi facili. Io invece non ci sto. La drammatica realtà del panno verde non mi va giù. Sogno di essere un grande giocatore e così sparo a tutta forza dei tiri che inevitabilmente finiscono con le palle che saltano nella stratosfera, poi ricadono distruggendo oggetti e ferendo persone. Il proprietario del biliardo è contrariato. Io e Domenico beviamo birra per rinfrancarci, o meglio per rinfrancarmi, e conversiamo del più e del meno. Il più e il meno, questa è la ricca eredità di questi tempi, o forse di ogni tempo. O magari sono insofferente alle nostre leggi anche al di fuori del panno verde. Così mi si può vedere sorseggiare impassibile a labbra serrate, mentre al mio interno proiettano un documentario pieno di cascate e voragini. Vorrei dire o che mi venisse detto qualcosa che abbia un senso, ma le parole mi sembrano logore e svuotate come sacchi di juta flosci.</p>



<p>Ho incontrato la mantide religiosa tornando a casa dal lavoro. Una giornata come le altre, quando rifletti da vicino sulla lontananza di una vocazione. L’ho trovata seduta sul divano del salotto, con le zampe poggiate sul pouf. Guardava <em>La pupa e il secchione</em> e divorava i miei plum cake. Glieli avrei dati volentieri, solo avrei preferito che me lo avesse chiesto prima. Comunque non ho obiettato niente e mi sono messo sul divano anch’io a guardare la tv. Ben presto ci siamo ritrovati a sghignazzare come due ebeti, accalorati dal Verbo di quella divinità semovente che è Enrico Papi. Dallo schermo sembrava provenire un soffio di eternità, una confortante garanzia di come andranno le cose da qui sino alla fine dei tempi.</p>



<p>Oggi vedo la mia fidanzata Anna, a Porta di Roma. Il centro commerciale ha sempre il solito effetto: ripugnante e al tempo stesso irresistibile, come un incidente autostradale. Provo a concentrarmi su Anna e penso che ha dei bellissimi capelli biondi lunghi e lisci da ragazza. Sono talmente belli che qualche volta, scioccamente, sento che li vorrei avere anche io. Chissà come dev’essere il mondo visto da dietro una sottile coltre di capelli biondi femminili. Probabilmente sanguinoso, ma un po’ più romantico. Anna fa un sacco di cose con l’entusiasmo di un bambino davanti alla sua collezione di palline rimbalzine. Gli eventi della vita di Anna sono tondi, sodi, hanno colori sgargianti, e schizzano da una parte all’altra con traiettorie spettacolari e sorprendenti. Non c’è da meravigliarsi se faccio fatica a stare dietro al suo ritmo. Credo che ogni tanto lei rallenti leggermente, di proposito, per farmi mandare giù il boccone più facilmente. Mi racconta le sue giornate con un tono didascalico, cantilenante. Io mi sforzo di afferrare il nocciolo delle sue funamboliche parabole, di trovare un minimo comun denominatore, magari una morale, ma devo dire che il boccone resta amaro, e credo che lei a sua volta se ne accorga, e i suoi lineamenti allora mi sembrano un mosaico di dubbi.</p>



<p>In cucina ho conosciuto la cavalletta: era molto carina con quelle ali adorabili, e mi ha chiesto se volessi cenare con lei. Aveva preparato un risotto di quelli in busta. Non se la cavava mica tanto meglio di me ai fornelli, e questo mi aveva fatto sorridere. Aveva aggiunto al risotto allo zafferano del guanciale. Il suo tocco di creatività, diceva. Devo dire che il risultato non era malvagio. Sono tempi duri, riflettevo masticando metodicamente, tempi in cui si può finire per cercare rifugio persino in un risotto in busta preparato da una cavalletta.</p>



<p>Il dottor Rutelini dice che presto le visioni svaniranno. Il perturbante sarà solo un ricordo. Devo semplicemente seguire le sue rigorose indicazioni, figlie di un’esperienza decennale in questo campo. Abbiamo i migliori strumenti, afferma perentorio il dottore: sarà sufficiente allinearli con i suoi migliori propositi. Così sia, penso, mentre mi crogiolo nelle sfumature sonore del suo eloquio. Trovo rassicurante il rumore sfrigolante della sua voce. Rassicurante e professionale. Ho piena fiducia nel dottor Rutelini, piena fiducia che le cose andranno meglio.</p>



<p>Quando la sera prendo i farmaci, mi viene sempre il dubbio di averli già presi poco prima. Allora controllo i foglietti illustrativi a proposito di un eventuale sovradosaggio: la risposta è abbastanza chiara, morte.</p>



<p>Morte per il primo farmaco, morte per il secondo e per il terzo. Morte moltiplicata per tre, dovrebbe fare sempre morte, un po’ come per l’infinito. O forse sarebbe una morte ancora più spettacolare.</p>



<p>Domenico è il mio amico fraterno. È una spugna imbevuta di latte e buone intenzioni. Assapora la vita filtrandola dalle gengive, che sono di un rosa imperturbabile. Niente può incrinare il suo silenzio accondiscendente. Non i bambini affetti da leucemia, non i ragazzi con la malattia del motoneurone. O i medici che non fanno la ricevuta. Io mi inviperisco sempre quando i medici non fanno la ricevuta. Forse è per questo che con Domenico, ultimamente, abbiamo sempre più difficoltà nel rapporto, prima ancora che per i bambini affetti da leucemia. Forse i medici fanno sempre meno ricevute, forse io sono diventato più suscettibile a queste cose, forse la fede di Domenico nelle umane sorti diventa sempre più incrollabile con il passare degli anni. È curioso osservare i risvolti della sua attitudine laica: per un credente il gioco è facile, fa tutto parte di un piano e la vita eterna compenserà ogni cosa, ma un senzadio come lui come fa a guardare in faccia i terremoti e uomini fontane di sangue che zampilla e colora il cielo, senza mai avere niente da ridire? La sua opposizione all’alternativa che la non-esistenza rappresenta è solo biologica ritrosia, meccanica idiosincrasia: non ci sono fondamenta logiche nel suo pensiero virtuoso, e ho il sospetto che non potranno esserci mai.</p>



<p>Quando la cavalletta era più giovane, usciva spesso di casa. Andava nel quartiere Monti, un luogo così deliziosamente levigato, mi dice; e osservava, con sguardo da entomologo al contrario, i giovani trentenni. Trentenni come me, solo incuranti della fine del mondo. Li guardava infatti parlarsi strabuzzando gli occhi perché a quanto pare un datore di lavoro chiede sempre degli straordinari che poi puntualmente non vengono pagati e allora gli occhi diventano due palloni e la bocca si contrae in una smorfia di sdegno e qualcuno tuona MA COME È POSSIBILE?, perché c’è sempre qualcosa di pazzesco nella vita, buono o cattivo che sia, non importa, mi testimonia la cavalletta, l’importante è che sia ASSURDO TI DICO, sono andato a comprare un soprammobile da mettere in salotto ed era PAZZESCO il fatto che la metro fosse inagibile perché NON È POSSIBILE, è un disservizio continuo, questa città è un degrado, però alla fine il soprammobile era PAZZESCO anche lui e quindi va bene, e l’ho pagato un’inezia, un po’ come le piastrelle del bagno, ogni cosa è PAZZESCA e ASSURDA e NON È POSSIBILE, ogni cosa tranne, a quanto pare, il fatto che tutto si distruggerà, la metro, il soprammobile, il datore di lavoro, le piastrelle, e non ne rimarrà nemmeno una fine sabbiolina, e su questo io e la cavalletta siamo pienamente d’accordo. Mangiamo la nostra cena in perfetta sintonia, il tavolo appena illuminato dalla luce fioca e intermittente del lampadario, la cui lampadina malfunzionante forse non mi deciderò mai a cambiare.</p>



<p>La terapia del dottor Rutelini è radicale. Il dottor Rutelini è radicale, e promette risultati radicali. Conto le scatole di farmaci, le scruto, poi le svuoto e maneggio i mucchi di compresse, disegno delle scritte, per esempio S O S, poi impilo le pilloline una a una, faccio delle torri e sto a vedere quanto tempo reggono prima di crollare. È il mio diletto personale, la manifestazione della mia aderenza giocosa e granitica alla ferma dottrina del dottor Rutelini.<br /><br />Anna è qui davanti a me insieme alle sue perplessità, che devono essersi gonfiate con il tempo, come sotto l’effetto di una fermentazione chimica. A ben vedere le parole che mi riserva ora, borbottate a mezza bocca, sono figlie dei suoi pensieri i quali a loro volta scaturiscono proprio da processi chimici che avvengono nella sua scatola cranica, sotto quei meravigliosi capelli. Tutto torna. E la mia scatola cranica?, vorrei dirle. Scatola nera che può solo immagazzinare informazioni, in attesa dell’incidente. Ha il volto pallido e contratto; il sangue tutto al cervello intento a costruire e demolire edifici mentali. Anna… è quello che riesco a dire, come misera replica al suo sguardo pacatamente furente. Non riesco ad assumere alcun tipo di atteggiamento, figuriamoci un atteggiamento coerente con la situazione.<br />Non ricordo più bene cosa ho fatto o cosa non ho fatto per meritarmi i suoi occhi fiammeggianti, ma qualcosa deve pur esserci stato, e comunque immagino che ormai non abbia più importanza.<br />Intanto continua a fissarmi, sobbollendo, a braccia conserte. Quando la mia prima ragazza, dopo ben due mesi e mezzo di una straordinaria relazione, venne carinamente sotto casa mia per dirmi che mi lasciava, io assunsi presto proprio quel tipo di postura (allora sì che ero ancora capace di rappresentare l’incarnazione di uno stato d’animo). Lei, che faceva teatro, e di queste cose ne sapeva a pacchi, si indispettì: Ecco, guarda il tuo linguaggio del corpo! Manifesta chiusura! E che cos’altro dovrei manifestare?, avrei voluto dirle. Altri tempi, però. Ora c’è solo Anna in lievitazione, e ho il presentimento che presto non ci sarà più nemmeno questo.</p>



<p>Il centopiedi mi ha confidato di aver abitato la testa di un’altra persona, prima di me; un diciannovenne studente universitario, di economia per la precisione. Ne aveva assaggiato gli umori dell’encefalo, ne aveva tastato il polso mentale. La mattinata cominciava sempre con un vago senso di costrizione alle vie respiratorie, come se l’organismo, da brava macchina biologica qual è, si rifiutasse di compiere uno sforzo, o un lavoro, per il quale non sente di essere stato progettato, realizzato e nemmeno testato a dovere. Poco dopo, quando s’incamminava con la sua macchina non biologica lungo la via predefinita che lo aspettava con pazienza al mattino, le curve della strada gli davano l’impressione di sorrisi ironici che dicono “tanto lo sapevo che saresti passato di qui”. Quando il percorso porta sempre nello stesso posto, rimuginava il giovane, non c’è più spazio per la conoscenza e la sensazione, è tutto un meccanico ripetersi di movimenti e pensieri standardizzati; la via di fuga nell’abisso, o perlomeno sull’orlo dell’abisso, è invece vettore di un’emozione molto più potente.</p>



<p>La Nomentana comincia all’incirca nel cuore della città, narra il centopiedi, pulsante di traffico e di vita, ammesso che la si possa definire vita, mentre sul traffico proprio non c’è dubbio. Mano a mano che si procede verso il Raccordo, però, le quattro frenetiche corsie vengono inglobate in due, gli incroci rigurgitanti automobili cominciano a diminuire, i palazzi si diradano per lasciare spazio a una vegetazione che selvaggia in senso assoluto non è, ma sicuramente più dei tipici scenari cittadini a base di cemento e smog, brulicanti di persone.</p>



<p>Quanto sia difficile muoversi lungo il confine senza precipitare nel baratro è arduo da stabilire per un semplice studente universitario: probabilmente il verificarsi della caduta dipende dalla propensione del soggetto, dal suo coraggio o dalla sua incoscienza, a seconda dei punti di vista.</p>



<p>Poi lo studente, dal percorrere la Nomentana in senso centrifugo, si ritrovava ad abbandonarsi alle molteplici stradine che la tagliano, vagando senza meta, con traiettorie ripetitive, simil-circolari, all’interno di un qualche quartiere di periferia, che poteva essere San Basilio come un qualunque spazio remoto e orrido all’interno della sua mente.</p>



<p>Ho fatto un sogno. Giacevo su un letto di schegge di vetro, che si combinavano con le mie ossa in un incastro sferragliante. Sentivo le mie cartilagini articolari consumate, non offrire più alcun sollievo. Poi di colpo ero steso dentro al cuore di un ghiacciaio, sotto una coperta bucata. Da quel foro vedevo chiare, davanti a me, le lettere del mio nome, colorate di un rosso acceso, lampeggianti, come una spia che segnala estinzione. Alla fine mi trovavo al di sotto di un’enorme massa di acqua limpida, un oceano appeso sulla testa; e alzando la testa, in quell’oceano potevo stare a guardare il mio riflesso nitido esalare i suoi ultimi respiri.</p>



<p>Ma poi mi sono svegliato, con la consapevolezza che le cose andranno meglio, che mi proviene dal dottor Rutelini.</p>



<p>I miei colleghi di lavoro sono sempre stati simpatici. Ma è quella simpatia del tipo «se non fossi costretto ad avere a che fare con te quotidianamente non ti cagherei di striscio». Lo si può scorgere nello sguardo apparentemente impenetrabile di chi ti chiede di fare delle fotocopie. Lo si può scorgere nell’impercettibile incresparsi delle loro labbra quando dici una cosa di cui non sei sicuro. Lo si può scorgere nel modo autorevole con cui appallottolano un foglio di carta e lo buttano nel cestino accanto alla tua scrivania. Se li aveste conosciuti lo avreste pensato anche voi. O forse no. Forse sono solo scherzi della mia mente. D’altra parte, è con la mia mente che devo fare i conti; e i suoi scherzi possono essere molto più reali di qualsiasi verità sia scritta su un qualsiasi libro di scienza. Così magari è stata solo una mia impressione, ma non hanno fatto una piega quando ho detto che mi licenziavo. In un certo senso, sembrava che se l’aspettassero. Il lavoro non era poi nemmeno terribile, ma so quello che lascio, e tanto mi basta.</p>



<p>La mantide mi ha raccontato di un uomo che aveva conosciuto a Villa Doria Pamphili. Nei suoi racconti la villa è certamente più selvaggia di quanto pensassi. Era un mercoledì mattina come tanti, un giorno lavorativo per tanti, che aveva svuotato questo ampio angolo di verde quanto basta per immaginarlo come il porto definitivo, rampa di lancio per arrivare oltre e ultimo punto di contatto con tutto quello che va lasciato alle spalle. L’uomo quel giorno a lavorare non ci era andato, aveva fatto sega come ai tempi della scuola. Era un cinquantenne con una vita minuziosamente e faticosamente costruita ma mai desiderata davvero, una nostalgia cronica e soffocante, un viso cupo reso ancora più ombroso dalla coppola calata sulla testa.</p>



<p>Sono quasi sicuro, le aveva detto lui a un certo punto, che se mi incammino verso laggiù, dove la vegetazione s&#8217;infittisce e dove non arriva più nemmeno l&#8217;eco di quello che è stato, è, e sarebbe potuto essere, sono sicuro, sì, che passo dopo passo perderò automaticamente e progressivamente di sostanza, di consistenza, fino a scomparire del tutto senza emettere alcun suono, neanche un sussulto, e senza provocare nessun mutamento sostanziale nel luogo che accoglie i miei passi, solo un momentaneo piegarsi degli steli d’erba che torneranno prontamente ad ergersi, cancellando ogni segno del passaggio, chiudendo ogni spiraglio di indagine, sancendo così definitivamente la compiuta transizione verso la fine dell&#8217;universo.</p>



<p>Così sono passati i mesi. Io e Anna abbiamo chiuso. Cioè, lei ha chiuso, io non sarei stato in grado di mettere in atto alcuna forma di risolutezza. Ad ogni modo, così è la vita. Domenico spugna è sparito: in effetti eravamo due rotaie che portano in spalla il mondo intero, come se fosse il loro treno: questa è comunicazione? Dai miei ex colleghi neanche un messaggio di saluto, proprio come previsto. I miei genitori erano già morti, e ho controllato al cimitero, non sono resuscitati. Ieri sera ci ho bevuto su, sopra tutto questo, insieme al centopiedi, alla mantide, alla cavalletta e al resto della compagnia. Avevamo della vodka alla pesca e dell’erba, ridevamo, per un attimo sembravamo tornati tutti quindicenni.</p>



<p>Oggi ho incontrato il dottor Rutelini, era molto soddisfatto. Ero sicuro, mi ha detto, sicuro che le cose avrebbero preso la piega giusta. Quando ho stretto con la mia mano la sua zampa di enorme scarabeo, ho provato un profondo senso di gratitudine.</p>
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		<title>COPRIS UMBILICATUS</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/04/14/copris-umbilicatus/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Apr 2021 05:20:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[entomologia]]></category>
		<category><![CDATA[insetti]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[scarabei]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Lisa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Tommaso Lisa</b><br />“Merdre!” Alfred Jarry, Ubu Re   Cosa ci faccio da fin troppo tempo chinato su un grande secchio di plastica rossa al centro di uno spiazzo assolato prossimo ad una...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-90292 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/copris-umbilicatus-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/copris-umbilicatus-300x245.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/copris-umbilicatus-1024x837.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/copris-umbilicatus-768x628.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/copris-umbilicatus-150x123.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/copris-umbilicatus-696x569.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/copris-umbilicatus-1068x873.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/copris-umbilicatus-514x420.jpg 514w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/copris-umbilicatus.jpg 1118w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Tommaso Lisa</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Merdre!”</em></p>
<p style="text-align: right;">Alfred Jarry, <em>Ubu Re</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cosa ci faccio da fin troppo tempo chinato su un grande secchio di plastica rossa al centro di uno spiazzo assolato prossimo ad una fonte?</p>
<p>Avrò avuto poco meno di tredici anni; è tarda primavera e mi trovo in campagna, alle pendici del monte della Calvana, sopra la città di Prato, ma potrebbe benissimo essere il frammento di un sogno, un falso ricordo o un’allucinazione. Eppure sono proprio io che mi specchio ormai da molti minuti consecutivi in questa grottesca opera di basso materialismo: un secchio che si va riempiendo d’acqua e di sterco ovino. Resto quasi accecato da un’iniziale forma di miopia, effettivamente diagnosticatami dall’oculista, che induce però una distorsione semantica dell’oggetto in funzione di una visione puramente scatologica. Posto di fronte a tale scena primaria, a quest’autentica trasgressione, il linguaggio quasi non ha più potere. Ma non c’è dubbio che i molteplici riflessi cangianti e oleosi, variegati dal verde, al marrone fino al blu di tale melma, dovuti ai composti chimici dei liquami, valgono per me quanto quelli di un diamante.</p>
<p>Qualcuno, che calza dei grandi stivali impermeabili marroni, continua a riempire fino al colmo il contenitore di bitorzoluti escrementi raccolti nei pascoli limitrofi, diluendoli in quell’acqua via via sempre più scura. Io, chinato, non distinguo altro che le lunghe gambe e i pantaloni di velluto di questa che resta nel ricordo una statua acefala. Devo evidentemente subire una profonda fascinazione incantatoria da questi cretti affioranti in superficie, eruzioni vulcaniche a corda, deiezioni di pecora che galleggiano sulla superficie divenuta nel frattempo perturbante come una combustione di Burri. Lo sterco ricopre tutto lo spazio navigabile tranne alcuni buchi, isolette di vuoto che rimandano ad un oltre, a un sotto ancor più scuro. Eppure da questo magma indifferenziato emergono dei segni brulicanti di vita, creature lucide, dotate di dure e zigrinate zampe fossorie. Immagini di fenditure geologiche ctonie profonde che preannunciano il senso della catastrofe, testimonianza di un’inesorabile assenza.</p>
<p>Mi sono formato così. Ho forgiato il mio carattere individuale e la mia estetica nella materia, su queste emozioni primigenie. Altro che calchi di Bruce Nauman, altro che le spirali di Robert Smithson o alle architetture dissezionate di Gordon Matta-Clark! In tale celebrazione dell’inarticolato, naturale e impossibile da regimentare nella vetrina di una galleria d’arte, ricordo per certo di aver avuto una lucida epifania del mondo, sostituendo al linguaggio una silenziosa contemplazione. Sono stato lì, muto, per diversi minuti, la bocca spalancata e gli occhi sgranati, a contemplare – in estasi, quasi in preghiera &#8211; la melma limacciosa di quel secchio divenuto sacro, in cerca di scarabei. Le opache venature cangianti del limo e i riflessi del cielo azzurro elettrico del maggio inoltrato facevano da specchio agli affioramenti di <em>Aphodius</em> ed <em>Ontophagus</em> di taglie infime, minuscole, sempre inferiori al mezzo centimetro. E più il tempo trascorreva e più nel secchio era un ribollire di vita, di escrescenze, poiché l’acqua scioglieva quelle feci di capre e pecore, schiudendo alla vista la miriade di Scarabeidi appartenenti ai più svariati generi, oltra a numerosi e variopinti Isteridi, a lunghi e serpentiformi Stafilini.</p>
<p>Con delle pinze d’acciaio cromato smisuratamente lunghe, clownesche, ho iniziato ad estrarre, dalla superficie stagnante di quel secchio sporco i minuscoli corpi zampettanti. Ero entomologo e questo spettacolo toccava in sorte alla mia vocazione. Quale fascino esercitasse su di me la ripugnante materialità dell’essenza vitale è difficile dire adesso senza mentire. Era dal mio stesso corpo, dal profondo delle viscere di terra che stavo accortamente estraendo singoli esemplari in parte rappresi in frammenti filamentosi simili ad alghe, il senso. E scopro per la prima volta quanto sia faticoso la meticolosa e prolungata azione di cavare dalla materia il significato, dire il non detto. <em>Onthophagus vacca</em>, <em>fracticornis</em>, <em>verticicornis</em>. Ecco un <em>Aphodius fossor</em>, nero e grosso, e poi <em>scrutator</em>, <em>erraticus</em>&#8230; Tutto ciò perché sapevo già alcuni dei loro nomi: il linguaggio era tornato ad esercitare il proprio potere sulla realtà, informandola, setacciando, scindendo e posizionando ogni cosa su una corrispettiva scala di valori. Ogni tanto affiorava anche qualche grande <em>Copris</em> dal grande corno. Bisognava prenderli tutti e stare attenti nel distinguere poi, in studio, se si trattasse di <em>lunaris</em> o del ben più raro endemismo chiamato <em>umbilicatus</em>. Eppure tutta quella massa informe aveva anche un alto valore d’uso, essendo un ottimo concime. Non avrebbe torto il contadino a lamentarne la sottrazione dal prato dove aveva portato gli armenti a pascolare. Un alto valore d’uso agricolo ed un grande valore simbolico, nel momento in cui vidi affiorare, come fosse una pagliuzza d’oro, il raro esemplare tipico del luogo, il <em>genius loci </em>del <em>Copris umbilicatus</em> descritto per la prima volta da Abeille de Perrin nel 1901. La specie si distingue dalle altre, più comuni, per un piccolo ombelico al centro della spina sternale.</p>
<p>Come la volta che scalai la Calvana fuori da ogni sentiero, molti anni più tardi, perdendomi in un inestricabile macchione di rovi. Il sole stava tramontando in quella fine inverno che da purgatoriale stava diventando senz’ombra di dubbio un vero inferno tanto che dovetti strisciare sotto un cespuglio inestricabile di rami, nelle gallerie dei cinghiali, una muraglia insormontabile di cespugli spinosi da tutti i lati in tutte le direzioni. Sopraffatto, stavo per chiamare i Carabinieri per farmi venire a soccorrere quando per terra ho visto uno scarabeo trottare tra le erbe e lo sterco di cinghiale. Non ci crederete ma quello scarabeo mi guidò fuori dal macchione e mi fece ritrovare il sentiero. Rimesto nel ricordo, in questa melma psichica intorno a questo paesaggio carsico di meati e di doline, e più mescolo, più vado a fondo. Sprofondo alla scoperta dell’inconscio. In quel secchio melmoso della mia adolescenza, sulle pendici della Calvana, navigava una città altrimenti giacente sepolta sotto lo sterco, invisibile agli occhi.  Quei pallidi coleotteri cheratinosi, splendide forme sclerotizzate in corni vertiginosi, spine, elitre solcate e sterni carenati. Reliquie. Tra tutte loro emergeva, indimenticabile e grosso come un bottone di un vecchio capotto, il <em>Copris umbilicatus</em>. Ombelico del mondo, <em>omphalos</em>, tra betili di sterco che si ergevano attorno a me.</p>
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		<title>Operette entomologiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2020 06:09:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[entomologia]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Lisa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tommaso Lisa AUTORITRATTO DA ENTOMOLOGO È un giorno di fine estate, uno di quelli in cui inizia già a far fresco verso sera e le foglie sugli alberi, stremate dall’arsura dell’agosto, preannunciano l’abscissione autunnale. Sono tornato da poco dalla fiera entomologica che si tiene ogni anno. Non ho potuto fare a meno di andarci [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Tommaso Lisa</strong></p>
<p><figure id="attachment_83336" aria-describedby="caption-attachment-83336" style="width: 500px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-83336" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/dorcus-parall-e1583398166382.jpg" alt="" width="500" height="344" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/dorcus-parall-e1583398166382.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/dorcus-parall-e1583398166382-300x207.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/dorcus-parall-e1583398166382-250x172.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/dorcus-parall-e1583398166382-200x138.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/dorcus-parall-e1583398166382-160x110.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/dorcus-parall-e1583398166382-768x529.jpg 768w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-83336" class="wp-caption-text">Dorcus Parallelepipedus</figcaption></figure></p>
<p>AUTORITRATTO DA ENTOMOLOGO</p>
<p>È un giorno di fine estate, uno di quelli in cui inizia già a far fresco verso sera e le foglie sugli alberi, stremate dall’arsura dell’agosto, preannunciano l’abscissione autunnale. Sono tornato da poco dalla fiera entomologica che si tiene ogni anno. Non ho potuto fare a meno di andarci poiché è un luogo dove si possono incontrare altri studiosi, scienziati o appassionati, acquistare libri specialistici e osservare insetti meravigliosi, anche vivi. Tuttavia detesto i mercati, ogni luogo dove molte persone si radunano per mettere un cartellino col prezzo sopra ogni cosa e per intavolare trattative vantando i pregi delle merci esposte. Nella luce del tardo pomeriggio mi ritrarrei forse proprio nella maniera in cui Hermann Hesse descrisse il pittore Hermann Lautenschlager in un racconto del 1917 intitolato <em>In una cittadina</em>.</p>
<p>Ho il volto abbronzato, camicia bianca dal colletto aperto e una giacca a righe blu un poco impolverata quando, entrando nello studio dove ho affastellato disordinatamente libri e reperti, analizzo quanto ho acquistato o scambiato. Rigiro davanti agli occhi, preparati sui cartellini o confezionati in buste chiuse col cellophane, quei pochi coleotteri secchi che ho reputato interessanti per le mie ricerche, esaminandoli e comparandoli con quelli già custoditi nelle teche. Intorno, ugualmente mescolati tra pinze e spilli, giacciono alcuni tubetti di colori a olio, molte matite e della strumentazione entomologica. Stenditoi per farfalle, un microscopio, una lente d’ingrandimento, un retino. Pile di libri s’accalcano sulla scrivania uno sopra all’altro tanto che ogni volta, per ritrovare un saggio o un estratto, eseguo una specie di scavo archeologico, stratigrafia delle ricerche compiute nei mesi trascorsi. Dal fauna box che contiene scorze di pino e di abete (nel quale alcuni cerambici alternano accoppiamenti a lieti banchetti a base di frutta) si leva un profumo pungente di resina che si sposa con quello dell’acquaragia riposta nell’angolo della stanza, accanto alle tele dipinte. Il mio sguardo s’illumina di una gioia infantile. Il volto distende le rughe impresse dal groviglio dei problemi di lavoro.</p>
<p>Malato d’insetti, folle e fuori dal mondo, detergo il sudore dalla fronte con un fazzoletto rosa e con cautela torno a osservare. Lo sguardo si fa acuto, a metà sospeso tra quello del pittore, dello scrittore e dell’entomologo, con la gioia di poter tornare con me e in me, ogni volta che accedo nello spazio circoscritto dello studio. Ecco la terra incognita e misteriosa dove tutto è magico e splendente, vitale ed entusiasmante! Proprio quando mi escludo dalla vita in questa cellula di meditazione che è il mio mondo, osservando le forme dei gusci lucidi e dorati dei coleotteri e i colori delle ali – ora splendenti, ora vellutate &#8211; delle farfalle, mi dimentico di me, entro in una trascendente contemplazione. Questo universo di piccole cose a margine è una nicchia vitale. Il luogo in cui alchemicamente m’incrisalido. Apro i tappi delle flipcap in cui custodisco una minuscola collezione di tarli: ne estraggo alcuni esemplari minuscoli da osservare al microscopio, da fotografare e disegnare in punta di matita. Il tavolo da lavoro è popolato di cartoni con spilli, cuscinetti di cotone, strisce di carta, pinzette, forbicine, bicchieri. Percorro poi in lungo, in largo e in diagonale la stanza, che misura trentasei passi, zigzagando tra gli oggetti. Potrei indugiare sulla descrizione di ciascun insetto e sui ricordi, avviando un vero e proprio viaggio notturno intorno alla camera.</p>
<p>Inebriato dall’aroma dei terpeni comincio quindi a disporre in fila alcuni coleotteri preparati su cartellini, stesi e repertoriati con cura. Ecco una fila di anobidi. Ciascun esemplare ha un nome e racconta una storia, un luogo, delle vicende individuali. Non ho invero alcun intento collezionistico. Mi è estranea l’idea ragionieristica di una sistematica preordinata nella quale, come in una raccolta di francobolli o di monete, gl’insetti devono prendere il loro posto. Non amo l’idea di una collezione di animali uccisi per il gusto del possesso. I pochi esemplari che mi concedo di allineare nelle scatole entomologiche sono testimoni di una ricerca sul campo, di una trama di relazioni con l’ambiente naturale e con me, una indagine di relazioni che proseguo leggendo sui libri e ricercando in rete. Scelgo alcune specie di determinate famiglie, spesso tra le più bizzarre o alle quali sono legato da un’occasione emblematica. Da qui avvio un’indagine, l’analisi antropologica di come queste forme si riflettano nelle mie percezioni.</p>
<p>Lascio immaginare quanto vibri di emozione davanti allo <em>Xylostenus navale</em>, al <em>Bostricus capucinus</em>, a un <em>Diaperis</em>, un <em>Paussus</em>, una pattuglia di <em>Cucujidi</em> tropicali ecc. E poi una scatola con le farfalle, dei Libiteidi, qualche licenide, una <em>Graellsia isabellae</em> e una <em>Bramea</em>. Sono amuleti salvifici nella selva dell’inconscio. “<em>Vago già di cercar dentro e dintorno / la divina foresta spessa e viva</em>”. Dalla mancanza di luce emergono questi esemplari che mi guardano con occhi composti e scintillanti. Senza dubbio sono loro ad osservarmi, benché morti ormai e secchi da tempo. Sono forme strabilianti come fiori, muschi, alberi, foglie, fossili, dei quali portano e sommano il ricordo. Sono l’argine alla dissoluzione del senso, a una sorta di cataclisma esistenziale che è la consapevolezza stessa di stare al mondo. Non so più se la serie di riti e di pulsioni ottiche che metto in atto infatti sia più argine o piuttosto sintomo di un’apocalissi psicopatologica, una crisi della presenza.</p>
<p>Mi pervade però al contempo anche un piacere palpitante simile a quello descritto dallo stesso Herman Hesse, soddisfatto e infantile, per le cose della natura, “il sentimento di essere parte di un tutto e vicino alla creazione, che si può trovare solo nell’amore e nella comprensione della natura”. Dedicherò loro, durante questo tardo Antropocene, uno Zibaldone di riflessioni, una serie di Operette entomologiche. Singole storie compendiate in brevi “ritratti di insetti”.</p>
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<p>CARABUS GRANULATUS</p>
<p>Ma poi perché tanta morbosa attenzione per un Carabo di piccola taglia, senza riflessi metallici e senza particolare colore? Si dice sia molto comune nelle zone umide, quale igrofilo, e che sotto le cortecce dei tronchi in decomposizione, ai bordi di laghi e di paludi, durante l’inverno si raduni in colonie assai numerose. Perché lo cerco quindi con tanto scrupolo, tanta dedizione, in questo freddo gennaio nei dintorni di Firenze? Sono scarafaggi in fondo, privi di qualsiasi valore commerciale. E – se disturbati nel sonno, cavati dalle tenebre del loro sicuro riparo subcorticolo &#8211; si muovono alla luce del sole, sovrabbondanti, con un mulinare di zampette esili e coriacee al contempo che l’occhio profano probabilmente non distinguerebbe neppure da quello delle volgari blatte. E allora perché salto il pranzo pur di andare, oggi, al parco fluviale di Lastra a Signa? Perché, vestito di tutto punto con le scarpe non più lucide che si lordano vieppiù di fango e la cravatta che s’impiglia a tratti tra i rovi, mi sporgo verso le acque torbide della palude? Perché sfido il rischio di scivolare nella melma e mi metto a scortecciare a mani nude un ceppo lordo e viscido, dall’interno del quale escono a getto continuo solo onischi grigi e scolopendre rossastre, sempre più grandi via via che scavo in profondità, senza neanche trovarlo? Di quale altro significato, mi domando, diventa allegoria quest’avventura che metto in atto, sottraendo tempo ai civili costumi, alla ragionevolezza del quotidiano bilancio borghese. Cosa finisco per far significare questa bestia che vive in luoghi tanto lontani dal mio nel tempo e nello spazio. Inseguo forse solo un nome. O, come al solito, un ricordo. Finisce che mi imbatto in qualcosa che a prima vista sembra un’enorme lumaca ributtante ma che mentre sorte rotolando da sotto la corteccia estroflette le zampe e mostra il ventre arancione e luminoso, costellato di piccole chiazze. Apro gli occhi sui suoi già ben spalancati.</p>
<p>È uno splendido tritone.</p>
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<p><figure id="attachment_83338" aria-describedby="caption-attachment-83338" style="width: 499px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-83338 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/dorcus-1-e1583398372344.jpg" alt="" width="499" height="374" /><figcaption id="caption-attachment-83338" class="wp-caption-text">Dorcus</figcaption></figure></p>
<p>DEPOSITO DI LEGNAME</p>
<p>C’era una volta, vicino al quartiere dove sono nato, una segheria. O forse meglio un deposito di legname. Adesso quell’accumulo eterogeneo di tronchi sfusi, che occupò per diversi anni quelli che avrebbero dovuto essere i parcheggi dei condomini, non esiste più, rimpiazzato da un luccicante showroom in vetro e cemento di articoli da bagno. Ecco che mi rivedo lì a otto anni circa intabarrato nel giubbotto blu scuro, con una sciarpa di lana che provocava qualche prurito sul collo e sulle guance. Sto accompagnando diligentemente, mano nella mano, mio padre, ilare assicuratore e pittore a tempo perso, lungo la discesa asfaltata che porta al piazzale, che allora pareva immenso, ingombro di assi di legni tropicali, impiallacciature, trucioli, frammenti di corteccia.</p>
<p>Lui cercava tavole di massello sulle quali dipingere ad olio i suoi paesaggi toscani, seguendo le naturali venature del legno, lasciate vive a fare da orizzonte o stratificazione di cirrocumuli. Il mondo non era ancora così globalizzato, all’alba degli anni Ottanta e il legno d’ebano evocava luoghi lontani, foreste pluviali e un caldo inimmaginabile, giacché qui l’inverno era ancora rigido. Come ovvio, non esisteva neppure l’idea di “riscaldamento globale”. Mentre lui sceglieva, soppesandole, le possibili superfici pittoriche io speravo di rintracciare, tra la rumenta di trucioli, qualche carcassa di cerambice importato dalle lontane regioni. Sarebbe stata sufficiente un’elitra, un pronoto, qualcosa che testimoniasse l’insetto venuto d’oltremare. Sognavo, durante quelle rare visite che facemmo al deposito, di trovarne anche di vivi e di poterli allevare in terrari &#8211; in casa, magari vicino al termosifone.</p>
<p>Ah! Il fascino colonialista dell’esotismo… non supponevo potesse trattarsi di un costrutto culturale, di un pregiudizio eurocentrico. Il centro del mondo era casa mia, la mia famiglia. In una serie di cerchi concentrici, più lontane erano le cose, più erano strane, inusuali, affascinanti. Non sapevo cosa sarebbe accaduto poi, crescendo. E non erano ancor giunti gli insetti alloctoni, importati dal commercio globale nei pallet, nei gerani, nelle palme orientali. Beata ignoranza di tartarughe americane liberate negli stagni, di gamberi infestanti che avrebbero occupato nicchie di artropodi autoctoni, spodestandoli e stravolgendo ecosistemi. Non punteruoli della palma, non curculionidi del fico, non cerambici cinesi. Non ancora. Sognavo, in quel piazzale grigio e squallido, nel freddo pungente dell’inverno fiorentino, le scaglie colorate di Buprestidi scaricati per sbaglio dalle navi cargo al porto, provenienti da terre lontane a seguito di avventurosi viaggi. Sognavo ad occhi aperti come se esistesse davvero un altrove esotico da fantasticare, come se io fossi davvero me stesso e la realtà davvero reale.</p>
<p>Ma quando un sogno infine s’avvera, muta talvolta nel suo contrario. Oppure dissolve alla luce dell’arido vero.</p>
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<p>IL DIAPERIS DI JÜNGER</p>
<p>Il giorno di Natale del 1942, dopo la messa, senza preoccuparsi delle pattuglie sovietiche che perlustravano comunque la regione, lo scrittore ed entomologo tedesco Ernst Jünger andò a caccia d’insetti sul fiume Pšiš, in Caucaso, tra Kutais e Majkop. Si trovava lì, sul fronte orientale, in missione d’ispezione con la Wehrmacht, tra il gelo, il fango e gli scontri armati. Lo immagino incedere vestito di nero, con lunghi stivali e una inquietante uniforme uncinata, passo dopo passo fino a un ceppo marcescente e lì, in solitudine o sotto lo sguardo incredulo dell’attendente, iniziare a scortecciare. L’entomologia, la ricerca e l’osservazione degli insetti, rappresentava uno dei quattro esercizi che quest’intellettuale controverso si era posto per arginare il dolore della guerra alla quale stava suo malgrado partecipando, assieme alla meditazione sulle sacre scritture, alla lettura dei classici e alla frequentazione dei pochi altri spiriti affini all’interno di quel contesto atroce. Ma ecco che per un attimo, nel silenzio del bosco, la storia si sospende. Sotto la corteccia egli trovò un nido popolato da numerosi esemplari di <em>Diaperis boleti</em>, appartenenti alla sottospecie del Caucaso, caratteristica per i femori rossi. Lo constatò quindi, annotandolo con gioia manifesta, sul suo diario.</p>
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<p>ALLEVAMENTI</p>
<p>Da ragazzo – avrò avuto circa dieci anni &#8211; come educazione alle forme della natura allevai farfalle, falene, ma anche insetti stecco e cerambici.</p>
<p>Ogni volta, immancabilmente, qualsiasi insetto si stesse sviluppando nei terrari custoditi nel ripostiglio, col calar delle tenebre, nel silenzio della notte, produceva lo stesso concerto. Era un rodere oscuro, un brusio onomatopeico, un <em>crunch crunch</em> di mandibole, un ruminare ininterrotto di fibre e foglie e poi un tessere di bave, di muchi, di mute e bozzoli, operosissimo, incessante. Nel giro breve di un giorno i bruchi smontavano interi cespi di pianta portati con pazienza a casa da mio padre il giorno prima. Sfrascava, il pover’uomo, in giacca e cravatta di ritorno dall’ufficio, fermandosi sull’argine del Mugnone o alle Cascine, per il bene della passione del giovane figlio entusiasta che ero allora. Tronchi ridotti in trucioli e poi in polvere. Rami di ligustro spogliati, frasche di rovo rinsecchite.</p>
<p>A volte gli insetti, compiuto il ciclo di sviluppo, giunti all’immagine finale, fottevano, si accoppiavano e riproducevano esponenzialmente ripopolando i terrari. In mancanza di copula alcuni, come gli insetti stecco, si riproducevano per partenogenesi. Le femmine deponevano uova non fecondate ma ugualmente atte a schiudersi. E quel suono orripilante, un ticchettio ininterrotto di mandibole diffuso in casa, nel salotto, pareva di sentirlo in cucina, nel telefono, tra le lenzuola. Mia madre diceva che era impressionante. Incredibile tanta acribia nel divorare, nel consumare. Bontà sua che mi concedeva di tenere quei terrari nauseanti in casa o sul terrazzo! Il fondo delle teche e delle scatole si riempiva infatti ben presto di escrementi non propriamente puzzolenti: emanavano piuttosto una dolce fragranza di foglie marce. Io pensavo che, in quanto insetti, non potevano far altro. Proprio come noi.</p>
<p>Osservo adesso fuori dalla finestra il viale in questa notte d’autunno, intasato dal traffico di macchine e persone, dalla tramvia che transita rullando sul ponte sempre illuminato, dal centro commerciale e dai cinema, dai cantieri per costruire nuove infrastrutture, a ciclo continuo. Perché è naturale accelerare questo ciclo di vita e distruzione, questo perpetuo e incessante rodere la polpa del legno. Vanità sarebbe pensare di opporsi con futili pretesti all’opera di distruzione dell’ecosistema. Cosa avrei imparato quindi dall’entomologia? Dapprima la genuina meraviglia verso le forme e i colori, i mutamenti e le mutazioni, gli stratagemmi mimetici e gli stili di vita. Poi un distacco, una nausea consapevole derivante da una quasi totale identificazione.</p>
<p>Spiegatemi vi prego, prima della fine, perché tanta ostinazione nel tramandare un codice genetico che cambia nel tempo e il caso assembla per spezzoni&#8230; Sto per spengere la luce quando mi scopro piegato su me stesso in posizione fetale, mentre prego con tutte le forze di non reincarnarmi più in niente, di essere libero, di non partecipare più a quest’insensata girandola animata dalla volontà del desiderio.</p>
<p><figure id="attachment_83337" aria-describedby="caption-attachment-83337" style="width: 399px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-83337" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/terzo-e1583398262582.jpg" alt="" width="399" height="546" /><figcaption id="caption-attachment-83337" class="wp-caption-text">Rhagium</figcaption></figure></p>
<p>RHAGIUM INQUISITOR</p>
<p><em>Tra libro e cambio in fogli di volume</em><br />
<em>Rodono abeti con mascelle forti</em><br />
<em>Leggeri coribanti, astruse piume.</em><br />
<em>Le antenne in testa son due fili corti</em><br />
<em>Attratti a notte dal mio fioco lume</em><br />
<em>Se per caso li sfioro fanno i morti.</em><br />
<em>S’accoppiano volanti in mille schiocchi</em><br />
<em>Raspano al buio e facendo rumore</em><br />
<em>Si palesa nei loro vispi occhi</em><br />
<em>Il raggio di uno sguardo inquisitore.</em></p>
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<p>LA DRYPTA BLU</p>
<p>Fuggo dal budello di asfalto e cemento di questo quartiere. Dopo cinque chilometri mi lascio alle spalle il groviglio grigio, roboante, segnato da semafori e incroci. Tiro oltre certi tristi giardini condominiali, sterili parchi di quartiere. Il nebbione mattutino del pieno inverno preannuncia comunque una giornata di sole, oltre i tralicci dell’alta tensione. C’è ancora un limite piuttosto evidente, nonostante l’antropizzazione abbia ormai connesso città e borghi in un reticolo ottuso, là dove l’ultimo condominio s’affaccia sui campi e poi, oltre, sull’incolto. Da qui cambia l’aria, varia la temperatura e muta l’umidità.</p>
<p>Non ho ancora ben chiaro verso cosa andrò incontro. Non so se sia una frontiera o piuttosto una sacca residuale, tuttavia mi fermo in una zona paludosa recintata che il Comune rubrica come Parco faunistico (ciò che scampa allo sterminio viene collocato in una riserva). Parcheggio e, spento il motore, cala il silenzio. Con circospezione perlustro l’ecosistema in cerca di qualche Carabo, che tale è lo scopo di questa divagazione mattutina dagli affari di lavoro. Salgo in precario equilibrio su passerelle di tronchi marci caduti nella palude, attento a non scivolare in acqua. Sono vestito in vista del successivo business meeting aziendale in un asettico hotel di dodici piani. So che calpesterò le soffici moquettes con le scarpe lorde di fango. Stringerò mani vergognandomi un poco per le mie unghie nere. Per ora scorteccio facendo leva con la chiave di casa, gratto con i polpastrelli la superficie della legna marcia, tarlata, senza trovare niente. L’azione di scavo provoca cricchi e schiocchi. Pongo la massima attenzione in ogni gesto, ma l’ansia dell’inseguimento è già salita e sta diventando un sottile panico. Prendo di mira quest’insetto, mentre sono inseguito da tempo che scorre, dagli impegni incalzanti. Il tempo scorre nella clessidra e col tempo il denaro.</p>
<p>Qui sorgeva un bosco di piante finché non hanno scavato con ruspe e benne per estrarre la sabbia che è servita per costruire la città. Poi, più o meno quando ero un bambino, decisero di colmare la voragine d’immondizia, inaugurando una discarica. Vent’anni fa infine il luogo è stato ripulito e piantumato un finto bosco planiziale che però, col tempo, sta diventando autentico. Mi aggiro in questo biotopo tra l’artefatto e lo spontaneo, con lo stagno popolato di nutrie e tartarughe, specie alloctone e infestanti. Oche e anatre starnazzano vedendomi tra le ripe. M’aggiro furtivo. Ecco accendersi, sui riflessi torbidi della palude, il demone della caccia, l’alternanza di “catturare” e “nascondere”. Il vertiginoso gioco tra desiderante e desiderato, tra Eros e Nomos, si manifesta in quest’istante, mentre rovisto tra i frammenti di legno.</p>
<p>Salta fuori qualche scolopendra, una miriade di onischi, ma nessun coleottero. Proprio quando, osservando l’orologio, stabilisco che la mia ora è venuta e che devo rientrare nel sistema degli impegni produttivi, ecco che qualcosa splende nell’uniforme grigiore del marcio. La posta in gioco si alza in un piacere assoluto.</p>
<p>Rilancio, come un giocatore incallito e continuo a zappettare ancora un poco, rovistando – stavolta con delle più appropriate pinze &#8211; in mezzo all’humus. Affino lo sguardo e come per magia appare una vibrante visione. Sembra tremolare l’aria fattasi improvvisamente più tiepida: è la Drypta blu, o meglio <em>Drypta dentata</em> (Rossi, 1790) che lo scrittore ed entomologo tedesco Ernst Jünger trovò durante la seconda guerra mondiale gettandosi in un terrapieno per sottrarsi ad un mitragliamento aereo. Me lo immagino, con la sua uniforme della Wehrmacht stazzonata, il volto schiacciato nel fango mentre le pallottole del caccia inglese rigano la campagna e il suo occhio spalancato dal terrore che, nel fango, vede apparire la <em>Drypta</em>&#8230; Così m’immedesimo e sono io adesso a mettermi carponi in quel fosso a bordo della strada che da Sissonne portava a Parigi, nel 1944. Ogni esperienza è sempre un ritorno.</p>
<p>È un listello verde dorato lungo circa un centimetro, con le zampette rufe. Secondo i cataloghi entomologici il genere <em>Drypta</em> sarebbe ancora piuttosto comune in Italia, tuttavia io non ne vedo una da molti anni. L’afferro tra il pollice e l’indice, attento a non stringere troppo ma con la paura di perderla (una vita senza mancanza, priva di nostalgia per una forma, non ha davvero alcun senso). Riponendola in un piccolo contenitore con i frammenti di terra e legno prelevati in situ, la studierò a casa, da viva, nutrendola con bucce di mela e piccoli pezzi di carne. Immagino che nella stessa zona, sotto le stesse cortecce, riposino colonie di <em>Brachynus</em>, legioni di <em>Lebia</em>, <em>Lamprias</em>, <em>Licinus</em>. Rimetto tutto a posto in questo parco fin troppo ordinato, relitto della grande piana fluviale.</p>
<p>La “mobilitazione totale” della tecnica e della tecnologia avanza, unificando e desertificando il mondo. Non mi vergogno nel dire che ho uno struggimento malinconico, avverto nel petto “una malattia di doloroso bramare”. Vorrei riprodurla infinite volte, questa <em>Drypta</em>, conservare di lei sempre in me la memoria della forma rimpolpando le radici del rigoglio naturale. Scatto foto al luogo dove l’ho trovata, farò un disegno, scriverò un racconto &#8211; questo stesso che tu, lettore, stai leggendo &#8211; per immortalarla e dargli gloria. Ricordo che la ha scoperta Pietro Rossi, medico e zoologo fiorentino nato nel 1738, amico di Lazzaro Spallanzani, descrivendola nel suo splendido libro <em>Fauna etrusca</em> corredato di tavole a colori. Il paratipo &#8211; l’esemplare su cui è stata descritta la specie &#8211; si trova ancora oggi al Museo di Scienze Naturali di Milano, in qualche teca custodita in un angusto corridoio occasionalmente illuminato da fredde luci al neon. Cercherò forse un altro esemplare per farli accoppiare, osservare uova e larve (nel web troverò di certo qualcuno che le ha fotografate prima di me: eccole, arrampicarsi sui fili d’erba, simili a stafilini, con due sottili urogonfi come appendici caudali, i margini del ventre colorate d’arancio) ma non ora, non adesso che la legge del dovere mi chiama tra feroci persone dabbene.</p>
<p>Le foglie scricchiano sotto le suole delle scarpe di cuoio. Per un attimo vorrei sparire nel folto, farmi <em>Drypta</em>, albero, fango, pietra, polvere. Forse edificheranno nuovamente anche questa zona, reputata improduttiva, per farci un termovalorizzatore, un aeroporto o un centro commerciale. O forse resterà una riserva recintata, una specie di santuario nel quale nessun umano potrà più entrare. Ma sono sicuro che c’è un altro luogo dove le regole dell’utile e dell’economia non dettano legge, la linea dove mi è dato resistere, ed è la mia interiorità, la parte profonda della mia coscienza. Il posto di questa <em>Drypta</em> è lì, situata nel ricordo, dove la memoria si deposita e si conserva, il posto dove i sentieri, che in superficie sono interrotti, possono ricomporsi. Dove lo spirito resta integro e può rigenerarsi.</p>
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<p>DORCUS PARALLELEPIPEDUS</p>
<p>Lo ho aperto in due. Senza volere, giuro. Trasversalmente. Ho troncato le elitre e il corpo poco sotto il pronoto, all’attaccatura delle elitre, con un colpo netto di zappa. Anzi, di piccozza. Una vecchia piccozza dal manico corto di legno, reso lucido dall’uso nel secolo scorso. Chissà a chi è appartenuta, in passato. Comunque. Prestavo la massima attenzione, picchiettando nel legno marcio, a non ferire, a non rompere, a non uccidere. E invece è bastata poca pressione. Le elitre nere recise di netto. E dentro un liquido bianco e lattiginoso. Denso. Si chiama emolinfa. È finito così, troncato in due, e disperso in mezzo ai trucioli e alla rosura del vecchio tronco marcio quel <em>Dorcus</em> che dormiva d’inverno chiuso nella celletta di svernamento, in un bosco spoglio. Forse, se non avessi avuto la vista da entomologo non lo avrei neppure riconosciuto, legno nel legno, confuso tra materia viva e essenza morta in un inestricabile groviglio. Dove finisce la sua forma irredimibile mi domando, adesso irrimediabilmente spezzata? Appare chiaro come fosse un individuo anche lui, seppure uno dei moltissimi, comuni <em>Dorcus parallelepipedus</em> presenti nel bosco.</p>
<p>Adesso siedo, mi son lasciato cadere su un sasso e osservo una radice contorta di castagno alla stessa maniera in cui la deve aver osservata Roquentin nella Nausea di Sartre. Il morto dovrebbe fornire una giustificazione al vivente. Provo disgusto per aver sparso questa emolinfa biancastra, per aver infranto la forma perfetta di tale splendido Lucanide. Uno dei milioni, forse, uno dei tanti che vengono quotidianamente mangiati dai picchi, dagli uccelli, che periscono al primo passare di una ruspa o di un decespugliatore. Uno di quelli che insomma non vengono neppure visti, che per i più non hanno neppure un nome. Ma per me lo ha avuto, un nome, nell’esatto istante in cui ho visto, ho percepito la sua forma, prima integra, unitaria, poi scissa da quel colpo di zappa, anzi di piccozza. Una piccozza da muratore o giardiniere, appartenuta forse al mio bisnonno. Il tronco acefalo di questo lucanide è l’esistenza stessa che si rivela. Le elitre rotte e quel liquido denso e bianco, lattiginoso, colare sulle muffe e le spore, nel legno marcio del quale la larva si era fino a pochi giorni prima alacremente nutrita.</p>
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<p>TENEBRIO MOLITOR</p>
<p>Era una scatola trasparente di plastica che aveva contenuto cioccolatini e che riempimmo quasi per gioco, io e mio padre, d’un pastone composto da pane raffermo e briciole. Nel giro breve di pochi giorni le farine iniziarono a sgretolarsi, coprendosi di fragranti muffe leggere. Emanava, tale scatola che tenevamo sullo scaffale del suo studio (a quell’epoca ancora prevalentemente di pittura) un odore di molino di campagna, uno stantio quanto arcaico profumo compatto e polveroso di cantina che andava a mescolarsi con quello dei colori e delle vernici, dell’essenza volatile di trementina e dell’olio di lino. L’ambiente era comunque secco, la temperatura costante intorno ai 23 gradi, sebbene di certo fosse inverno. V’introducemmo alcune larve di <em>Tenebrio molitor</em> Linnaeus 1758, lunghe forse poco più di un centimetro &#8211; che non ricordo assolutamente da dove provenissero, se da un negozio di caccia e pesca o piuttosto da uno di cibo per animali &#8211; il “bacherozzo panettiere”, lo scarafaggio del pane, nei secoli scorsi flagello delle madie e delle dispense. Proliferarono in breve tempo fino a saturare ogni spazio, quelle larve rigide e filiformi, di color ambrato via via sempre più scure, muta dopo muta, sempre più paffute, trasformandosi in pupe e poi in adulti ben presto accoppiati in furibondi coiti forieri di subite uova precipitosamente schiuse in nuove esili larve chiare, tra le carcasse nere o brune degli adulti già morti. Che venivano a loro volta divorati. Ne iniziarono a nascere poi alcuni orrendamente fallati, con le elitre rabberciate e contorte, segno forse che anche la genetica si stava ribellando a quell’insensato allevamento massivo. Rimpolpammo le provviste con farine, pasta e biscotti scaduti, rigenerando forsennatamente i cicli riproduttivi. Il pane bianco ingialliva, come pure le larve, ingiallivano. Proliferando muta dopo muta fu così che il divertissement iniziò a pesare… Stasera sono venuto a sapere, documentandomi qua e là in rete, che oltre ad alimento per gli umani – tritate in farine per snack energetici super proteici – queste larve vengono usate come cavie per cavarne fuori un qualche nuovo carburante. Ma allora tali tenebrionidi, sporcaccioni e in malafede, stavano mostrando ai miei occhi di bambino, con ogni evidenza, solo tutta la loro volgare, spregevole e reiterata necessità di esistere al mondo.</p>
<p>Da un giorno all’altro la scatola e il suo contenuto, letteralmente, scomparvero.</p>
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<p>LICENIDI O DELLA GRAZIA</p>
<p>Sono rimasto ammaliato dalla grazia minuta dei Licenidi fin dall’infanzia. Proprio come un amante geloso della propria ninfa ancora oggi posso dire che queste farfalle mi vivono dentro, che sono mie. Solo mie. Sono loro che battono le ali tra il cuore e lo stomaco ogni volta che mi emoziono, che aprono e chiudono le mie palpebre. Mi rifiuto di credere che chiunque sulla faccia della terra possa aver provato la mia stessa emozione e lo stesso amore vivo, palpitante, verso la Licena rossa, la stupefacente <em>Lycaena phlaeas</em> Linneo, 1761. Si tratta di un amore esclusivo. Ammettere che anche altri possano aver visto queste forme con la stessa intensità con cui lo ho fatto io, se non maggiore, mina il fondamento della mia soggettività. Di ogni soggettività. Che infatti è in fin dei conti arbitraria. Eppure, a differenza di altri entomologi che hanno elevato questo attaccamento al rango di professione socialmente riconosciuta, non ho dedicato la mia esistenza a inseguirne le specie e a decifrarne i misteri.  Questo è per me talvolta ancora oggi un cruccio, un amaro rammarico. Ma quale è il fascino delle farfalle, se non la loro imponderabile evanescenza? Se le avessi trattate con ottuso attaccamento, perseguendone nel tempo le identità come se si trattasse di meri oggetti, materia vile, non avrei compiuto un gesto ancora più assurdo del disinteressarmene, apparentemente, per lunghi periodi? Osservo i riflessi scuri come stoviglie etrusche sui bordi alari che s’accendono d’un rosso vibrante più della lacca al centro dell’ala, con dei bottoni scuri, macule di piccoli occhi bordati di giallo Napoli chiaro su superfici seppiate nella parte inferiore, bordata da una peluria sottile e pettinata come di un tappeto persiano.</p>
<p>Nessun valore può essere barattato per quello, apparentemente gratuito, che mostra la <em>Callophyris rubi</em> (Linneo, 1758) sulla superficie ventrale quando ogni anno in primavera la scorgo sugli steli d’erba a margine dei roveti muovendo le ali posteriori, strusciandole circolarmente in un invito trepidante, mentre mostra all’universo mondo il verde acceso con delle lievi corrosioni di un bianco matto condensate in due minuscoli puntini. La sua larva matura verde e paffuta, la pupa ovoidale e pelosetta, di un bel colore terra di Siena bruciata. Altri Licenidi sono azzurrati del colore del cielo, coi bordi bianchi candidi più delle nuvole e leggeri come l’odore del vento. In nome di cosa affannarsi quotidianamente se è sufficiente osservarli posarsi in prossimità degli scopeti nei giorni di sole, stagliarsi sullo sfondo delle mosse colline toscane? Se anche a qualcun altro è capitato tutto ciò, non è come a me, non con la stessa intensità. Non con queste parole. Vige un tacito accordo tra noi, tra me e i Licenidi, per cui io non sono più io ma sono loro, in una immedesimazione totale, una trasmigrazione, una transustanziazione di me in loro per oscura metempsicosi della psiche.</p>
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<p>ANTHAXIA PASSERINII</p>
<p>Con forti colpi d&#8217;ascia apro il tronco di un cipresso morto, vicino a casa. Dentro vi trovo svariati stupendi e sfavillanti esemplari di <em>Anthaxia passerinii</em>, buprestide di medie dimensioni, circa 8 millimetri, descritto dall&#8217;entomologo Pecchioli nel 1837 su individui raccolti a Firenze. Sono incastonati nell’alburno duro e chiaro, incapsulati nelle cellette di muta. L&#8217;operazione estrattiva, in assenza di pinze, richiede una pazienza arcaica, quasi ancestrale. Uso quindi delle schegge, aguzzando la vista. Mi par d&#8217;essere un picchio verde, o meglio un bonobo, circonfuso dall&#8217;aroma pepato dell&#8217;essenza di questo legno. Una volta sgusciati fuori, come semi metallici, rimango letteralmente abbagliato dalla loro smagliante livrea verde, blu e rossa.</p>
<p><strong>Disegni di Tommaso Lisa.</strong></p>
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