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	<title>internet &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lola&#038;Vlad &#8211; Piero Melati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2024 06:02:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <b>Piero Melati</b> <br />
Chissà perché ho ripensato ai pidocchi. Anzi no, me lo ricordo bene. Pulci e pidocchi portano la peste. Una volta hanno scoperchiato la tomba di Apollo ed è saltato giù il flagello. Loro, pulci e pidocchi, sono i vettori, in groppa ai topi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-110467 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-199x300.jpeg" alt="" width="230" height="347" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-199x300.jpeg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-680x1024.jpeg 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-150x226.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-300x452.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-696x1048.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati-279x420.jpeg 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Cover-Melati.jpeg 740w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
<p><strong>Prologo del nuovo romanzo di Piero Melati, Polidoro Edizioni.</strong><strong> Collana <em>Interzona</em> diretta da Orazio Labbate.</strong></p>
<p style="text-align: left;">Chissà perché ho ripensato ai pidocchi. Anzi no, me lo ricordo bene. Pulci e pidocchi portano la peste. Una volta hanno scoperchiato la tomba di Apollo ed è saltato giù il flagello. Loro, pulci e pidocchi, sono i vettori, in groppa ai topi. <em>Nosferatu</em>, il film di Herzog del 1979: i moli del porto di Brema invasi dai ratti arrivati sulle navi, con parassiti al seguito. Una volenterosa coorte di sporcizia animata. E dopo lo sbarco, il contagio che bussa alle porte della città: toc, toc, reverendissimi umani, siete in casa?</p>
<p style="text-align: left;">Siamo venuti astecchirvi a peso morto. Quanto a me, il batterio Yersinia Pestis non mi tocca. Oppure guarisco. Ma quei bifolchi di scrocconi sanguisuga, che la peste ha sempre al seguito, mi infastidivano. I topi li sterminavo, ma quanto agli altri mantenuti&#8230; pulci e pidocchi&#8230; dovevo grattarmi o estirparli. Mi facevano indignare.</p>
<p style="text-align: left;">Mi sono grattato la cute nel sonno, per il ricordo. Ma al risveglio tutto è stato chiaro. Avevo sognato il demone Pazuzu, generatore d’incubi. Lui mi aveva rievocato i pidocchi. Al termine di una notte immobile, esattamente trenta minuti prima dell’alba, Pazuzu mi era apparso in tutto il suo fetore. Dovete sapere che c’era una volta, nella valle tra i due fiumi della Mesopotamia, che vide alle sue rive Isacco di Ninive (vi ricorda niente?) un terribile signore dei venti. Si chiamava Pazuzu. Oggi ne resta una statuetta al Louvre, un esile mostro con le ali, la cui iscrizione recita: «Io sono Pazuzu, il re degli spiriti malvagi del vento che sorge all’improvviso dalle montagne». Ma nessuno gli crede più. I turisti ci si fanno i selfie. È un idolo trapassato, come altre vecchie divinità che avevano una data di scadenza: Afrodite, Diana, Dioniso, Pan, eccetera eccetera. «Il grande dio Pan è morto» gridarono al marinaio egizio dall’isola di Paxos. Figuratevi: erano ancora i tempi di Plutarco e Pan, già allora, era acqua passata.</p>
<p style="text-align: left;">Pazuzu, in epoche più robuste, governava il soffio maligno che, da sud-ovest, porta tempeste, carestie, siccità, locuste. Si alzava dalle rocce e spandeva distruzione. Ma in Assiria, otto secoli prima di Cristo, il nostro Pazuzu era ancora invocato perché combatteva la demonessa vampirica Lamastu, che attaccava donne incinte e neonati. Una demone vampira. Personalmente, le sarei stato devoto. Il demone Pazuzu, nelle raffigurazioni, ha un pene eretto che culmina in una testa di serpente. Il <em>linga </em>della tradizione indiana, il fallo con cui Pan scopa le capre. E questo avrà avuto un suo significato, anticamente.</p>
<p style="text-align: left;">Ma questo oscuro diavolo antropomorfo era stato completamente dimenticato, quando mezzo secolo fa la sua figura inaspettatamente risorse. Nelle sale cinematografiche di tutto l’Occidente. Il cinema è un vascello dell’eterno ritorno. Proprio Pazuzu fu il simbolo satanico evocato nella saga de <em>L’esorcista</em>, la morbosa pellicola del 1973 che ha fatto epoca. Il film raccontava che nel sito archeologico di Hatra, nell’attuale Iraq, era stata rinvenuta per caso una statua raffigurante questo malvagio malandrino ctonio. Così, grazie a tale incauta “liberazione” dagli abissi della Terra, dove da tempo immemorabile esso giaceva, sarà proprio Pazuzu a impossessarsi del corpo della giovane protagonista del film, Regan MacNeil.</p>
<p style="text-align: left;">Che blasfema sceneggiatura. Tuttavia partorì una locandina pubblicitaria tanto apparentemente innocua quanto profondamente inquietante. Forse la più disturbante di tutti i tempi. In essa si vede un uomo immobile nella notte, ben vestito, con tanto di cappello e valigetta, fermo all’ingresso del giardino di una palazzina, circondato dalla nebbia, affiancato da un’alta lampada stradale fiocamente illuminata. Ma soprattutto, l’uomo è investito da un possente e innaturale faro di luce che divampa da una finestra al primo piano. Ivi è rinchiusa, nella sua linda cameretta da adolescente, la giovane posseduta.</p>
<p style="text-align: left;">Ora attenzione. Non vediamo mai l’indemoniata, nella locandina. Ma intuiamo che quell’innaturale diluvio di chiarore proviene indubbiamente da una sua metamorfosi. Siamo anche noi irrorati da quell’insano faro insieme all’uomo. Egli è un prete, l’esorcista padre Merrin, interpretato dall’attore Max von Sydow. Resta immobile nella sua postura, perché già congelato nella sua successiva, inevitabile sconfitta.</p>
<p style="text-align: left;">Quell’innaturale chiarità notturna lo paralizza. Colta nell’attimo precedente l’entrata in scena del personaggio, la presenza di quella luce che lo avvolge, di misteriosa e ultramondana provenienza, sentenzia l’imminente capitolazione di tutto ciò che è terreno e transeunte, di fronte a un incommensurabile fenomeno, che semplicemente non avrebbe mai dovuto esserci. Eppure c’è.</p>
<p style="text-align: left;">Ci sono fenomeni che non dovrebbero essere, eppure sono. Essi, come il suono di un gong, stabiliscono che ogni cosa terrena e transeunte è destinata a essere divorata da qualcosa di ultramondana provenienza. Se ci riflettete, è una cosa molto semplice. Dunque, fu una pessima idea da parte vostra far risorgere Pazuzu, grazie a quel film, e con lui risvegliare ciò che da millenni dormiva nelle fosse della Terra. «Ma era solo cinema» direte. Piantatela, vi prego. Rendetevi conto, piuttosto, di quanto siano incaute le mani umane, quando maneggiano antichissime potenze come fossero tagliandi di un Gratta&amp;Vinci. Proprio tale vostra sprovvedutezza avrebbe presto contagiato altre menti perverse. Avrebbe piantato in loro la speranza di nuove resurrezioni, dopo quella di Pazuzu, rastrellando ancora una volta il ventre profondo del terzo pianeta.</p>
<p style="text-align: left;">Che follia, la vostra. Ci sono cose che sono state sotterrate, ma mai davvero sepolte. Esse permangono. Essi vivono ancora. In loro persino la morte è morta. È esattamente questo, come vi racconterò, il casino che avete combinato. A un certo punto del risveglio, mi sono toccato i canini con il pollice e il medio della mano destra. Ecco una cosa concreta, mi son detto. Altro che chiacchiere. Soltanto noi siamo la ribellione a questo deprimente ordine tanatologico del cosmo, la risposta alla sua, e alla vostra, vocazione mortuaria.</p>
<p style="text-align: left;">Ok, la pianto qui. Cercavo solo un modo semplice per introdurre la storia. Alla fine l’ho trovato. Si chiama Lola e Vladimiro. Che prendano loro la parola. I personaggi. Umani come voi. Più o meno. Questa storia è cominciata proprio all’alba di internet, quando ancora non c’erano i social network. A quei tempi, esistevano soltanto le chat, i forum, i primi siti, i primitivi motori di ricerca. Ma le chat, in particolare, segnarono l’inizio di una rivoluzione umana. Hanno inaugurato tutto quello che c’è adesso: i social network, gli influencer, gli youtuber, Facebook, WhatsApp, Instagram, Tik Tok, i like, i cuoricini,i followers. Fu allora che iniziò un percorso virtuale che non si è più fermato. Anzi, è dilagato con la geometrica potenza di una epidemia di peste. Quando l’artificiale ha cominciato a prendere il sopravvento sul reale e la realtà si è mischiata alla finzione. Peggio delle arti visive, della fotografia, del cinema, della televisione. Non c’è paragone con tutto quello che c’era stato prima.</p>
<hr />
<p style="text-align: left;"><strong>Piero Melati</strong> è stato vicecaporedattore alla cultura del Venerdì di Repubblica. Attualmente collabora all’inserto <em>Robinson </em>di Repubblica, alle pagine culturali del Venerdì. Ha scritto <em>Vivi da morire</em> con Francesco Vitale (Bompiani, 2015), <em>Giorni di mafia </em>(Laterza, 2017), <em>La notte della civetta</em> (Zolfo,2020), <em>Paolo Borsellino. Per amore della verità </em>(Sperling&amp;Kupfer, 2022),<em> Il viaggio del ca</em><em>maleonte: Truman Capote in Sicilia</em> (Le storie, 2023).</p>
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		<title>Cuccagna non è un paese per vecchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Paola Ivaldi</strong><br />
Ecco quello che non si può più fare, di cui la rete ci ha defraudato: anelare alla cosiddetta santa pace. Bisogna sempre: aggiornare, formattare, ricordare, convertire, cambiare]]></description>
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<p>di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>



<p class="has-text-align-right"><em>Le nuove ere non cominciano di botto.<br />Mio nonno viveva già nella nuova era<br />mio nipote vivrà ancora in quella vecchia.<br />La carne nuova si mangia con la forchetta vecchia.<br />Non sono stati i veicoli semoventi<br />né&nbsp;i carri armati<br />non sono stati gli aerei sopra i nostri tetti<br />né&nbsp;i bombardieri.<br />Dalle nuove antenne sono uscite le vecchie scempiaggini.<br />La saggezza è stata tramandata di bocca in bocca</em>.<br /><strong>Bertolt Brecht</strong></p>



<p style="font-size:18px">Ci sono libri che appena inizi a leggere ti accorgi che parlano a te, trattando argomenti che abitano i tuoi pensieri da molto tempo; così, mentre ti sorprendi a divorarli, una pagina dopo l’altra, la tua solitudine svanisce e improvvisamente avverti una comunione di spirito sia con chi quelle pagine le ha scritte sia con altri lettori che ipotizzi famelici e solitari, proprio come te. Il flusso di lettura ti porta a terminare il libro a poche ore dall’acquisto e tu, dopo, rimani per un tempo indefinito in un immobile e muto stupore per quanto hai introiettato, per l’acutezza di una analisi, per la rilevanza del tema. Capisci, in quei preziosi istanti, che il libro comprato poche ore prima e la cui lettura è già terminata, quel volumetto che hai appena chiuso e ancora ti palpita in grembo, è un libro necessario.<br /><br />Questo è accaduto a me leggendo&nbsp;<em>Invecchiare al tempo della rete&nbsp;</em>di Massimo Mantellini,&nbsp;pubblicato nella collana delle Vele Einaudi. Non ho mai scritto una recensione e non credo, nello specifico, di essere la persona giusta per farlo poiché non sono un’esperta di nuove tecnologie. In compenso, potrei tentare di raccontare perché leggere Mantellini mi abbia emozionata e per quali motivi ritengo il suo libro meritevole di grande attenzione, auspicando dal profondo del cuore che in molti decidano di leggerlo, innescando un dibattito non episodico ed effimero, ma costruttivo e foriero di concreti cambiamenti, individuali e collettivi.<br /><br />Mantellini parla di vecchiaia, e fin qui nulla di nuovo, essendo un processo, quello della senescenza, che finché non incappiamo nell’inconveniente di morire ci tocca affrontare e la cui percezione, al di là degli sciocchi slogan pubblicitari (tra i mantra più ricorrenti: i 50 sono i nuovi 30), è intimamente soggettiva, dipendendo da svariati fattori che hanno a che vedere con la traiettoria esistenziale, unica e irripetibile, di ognuno di noi.<br /><br />Ma la mirabile operazione che compie l’autore è l’innesto del discorso sulla vecchiaia nell’era digitale, in questo tempo di connessione perenne, in questi nostri giorni che iniziano a non piacerci più così tanto, come quando, fino solo a un decennio fa, l’acquisto del nuovo modello di un qualsivoglia device ci regalava l’illusione di un atto migliorativo, ci divertiva perfino, ce ne sentivamo, in un puerile autocompiacimento, quasi inebriati. Ora non più, ora siamo molto stanchi e la rincorsa della performance ci appare un obiettivo che avvertiamo sempre più estraneo al nostro orizzonte emotivo.<br /><br />L’argomento non è banale ed è ancora poco dibattuto, trovandosi in una fase preliminare all’emersione in qualità di fenomeno antropologico, ma è questione di poco tempo e, volenti o nolenti, finirà per esplodere sotto forma di problema sociale. Mantellini parla la lingua dei nativi analogici, che è anche la mia essendo venuta al mondo, come lui, negli anni Sessanta. Al di là di alcuni passaggi particolarmente struggenti, in cui l’autore esprime alcune riflessioni personali sulla vecchiaia che solo chi ne provi di analoghe può cogliere in tutta la loro crepuscolare poesia e che, se vogliamo, risultano ancora e sempre in sintonia con quelle già compiute a suo tempo da una folta schiera di scrittori e intellettuali, efficacemente richiamati qua e là da Mantellini, il merito del libro è proprio quello di rivolgersi a una precisa fetta di umanità, una fascia anagrafica che è appunto nata nella seconda metà del secolo scorso e che ha familiarizzato con la tecnologia muovendo i primi passi, di fatto, insieme ad essa, per necessità di studio, prima, e di lavoro poi e, soltanto successivamente, per desiderio di puro intrattenimento e svago e (illusoria) socialità.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="2nONDpRuhp"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2022/11/22/mai-in-pensione-ageismo/">Miraggio di quiescenza</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Miraggio di quiescenza&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2022/11/22/mai-in-pensione-ageismo/embed/#?secret=2nONDpRuhp" data-secret="2nONDpRuhp" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<p style="font-size:18px">Torniamo alla stanchezza. Perché a me pare che soprattutto dal 2020 in avanti sia una delle lamentazioni più diffuse tra noi nativi analogici. Dicono che la pandemia, con la sua deleteria dilatazione del nostro screentime, abbia prodotto quella che è stata prontamente battezzata come&nbsp;<em>Zoom fatigue;</em>&nbsp;altri dicono che sia, la stanchezza, più o meno digitale, uno dei possibili strascichi del long covid e/o dello stress conseguente al prolungato stato emergenziale. Sta di fatto che lo avvertiamo sempre più come un fardello sulle spalle già alla mattina, appena svegli, questo senso di enorme fatica che colpisce, cronicizzandosi, gli over cinquanta. È una stanchezza che non svanisce né con l’assunzione massiccia di magnesio e/o di papaya fermentata né andandosene in vacanza. È una stanchezza triste, come è quella dei soccombenti.<br /><br />Mi sono fatta l’idea, e leggendo Mantellini ho trovato conforto alle mie sconclusionate onanistiche elucubrazioni, che mentre noi si invecchia la rete rimane sempre giovane,&nbsp;<em>foreveryoung</em>,<em>&nbsp;</em>come cantavano gli Alphaville a metà degli anni Ottanta, e come ci piacerebbe tanto che capitasse a noi altri, che invece arranchiamo, e mentre, solerti manutentori, graziamo le nostre tecno-protesi tramite periodici upgrade, siamo al contempo desolatamente costretti a prendere atto dei nostri incessanti quanto inevitabili downgrade.<br /><br />Insomma come stare su di un aeroplano in una fase di eterno decollo, surreale velivolo che decolla sempre e sempre più in fretta, verso stelle e pianeti che noi, tuttavia, non raggiungeremo mai, e lo sappiamo e, per questo, iniziamo ad avvertire la voglia di scendere, quasi un bisogno fisiologico, un’urgenza di atterrare, anche in un vecchio aeroporto abbandonato, e di invecchiare in santa pace, proprio come si diceva un tempo: in-santa-pace.<br /><br />Ecco quello che non si può più fare, di cui la rete ci ha defraudato: anelare alla cosiddetta santa pace. Bisogna sempre: aggiornare, formattare, ricordare, convertire, cambiare, in buona sostanza: saper smanettare… e fai più in fretta, e cosa aspetti? Domanda: siamo sicuri che questo significhi una migliore qualità di vita? Mantellini si concentra sulla terza età e la risposta è no, così come si stanno mettendo le cose, tutta questa dematerializzazione spinta e questa velocità che si fa&nbsp;<em>fretta e furia</em>&nbsp;non può che mettere in crescente difficoltà &#8211; salvo rare eccezioni &#8211; le persone anziane che non sono veloci, non sono dotate di mano ferma, non hanno l’occhio di lince, e che insomma non stanno dietro ai rapidi zig-zag della navigazione in rete, che magari cliccano quando non devono e non cliccano quando dovrebbero, che non riescono a leggere il captcha e dunque finiscono per spiaggiarsi online deprivati di identità e incapaci di riscattare sé stessi con rinnovato orgoglio.<br /><br />La rete, insomma, negli ultimi venticinque, trent’anni, ci ha avvolti nelle sue maglie che da larghe che erano si sono fatte sempre più strette, la tecnologia essendosi insinuata e infiltrata, subdolamente ludica e apparentemente così&nbsp;<em>friendly</em>, in ogni più recondito anfratto delle nostre esistenze. Noi nativi analogici dovremmo forse ammettere che non siamo stati in grado di presidiare, come avremmo dovuto, i confini, siamo stati sentinelle distratte e corruttibili; abbiamo ingenuamente abboccato in massa ai richiami sirenici di una minore fatica, del tutto a portata di click, del “so tutto io” e, app dopo app, abbiamo abdicato, perdendo fiducia in noi stessi, esternalizzando le risorse, sempre alla rincorsa di effetti speciali, scimmiottando quelli più giovani di noi, i nostri stessi figli.<br /><br />Ci stiamo aggirando, in questi primi anni Venti del XXI secolo in uno strano luna park tra enormi specchi deformanti che condannano i vecchi ad apparire sempre più goffi e&nbsp;grotteschi; accanto a loro trascinano i propri passi i&nbsp;<em>vecchigiovani&nbsp;</em>che sono dei poveri illusi, per dirla alla Mantellini, e infine ci sono i giovanissimi sapienti annoiati dal proprio stesso sapere che, bontà loro, elargiscono a genitori e nonni perle di conoscenza digitale, suggerendo scorciatoie per il cloud che dopo mezz’ora vengono già dimenticate.<br /><br />Lo smartphone è ormai un crocevia identitario, protesi quasi necessaria per la fruizione di servizi che da voluttuari che erano inizialmente stanno diventando sempre più essenziali; ma come la mettiamo quando&nbsp;le mani si deformano perché&nbsp;artritiche o tremano per via del Parkinson mentre la vista diviene sfocata perché&nbsp;sei in lista&nbsp;d&#8217;attesa per l&#8217;intervento della cataratta o per banale presbiopia e la tua memoria svanisce e i tuoi riflessi rallentano? Tu a quel punto non puoi che sentirti in un vicolo cieco, con le spalle&nbsp;al muro: ecco come può essere invecchiare al tempo della rete.&nbsp;<br /><br />La vecchiaia è grama, da sempre, ma ora di più. Nei Paesi del primo mondo la si è prolungata a dismisura, camuffando la crescita della cosiddetta aspettativa di vita da indiscutibile progresso dell’umanità, a prescindere dalla qualità della stessa vita che si è sì prolungata, nel tempo finale dell’esistenza, ma si è svuotata di rapporti umani, riempiendosi di malattie croniche, di invalidità,&nbsp;&nbsp;facendo dei vecchi degli accaniti consumatori di una quantità quasi imbarazzante di prodotti farmaceutici.<br /><br />Vedere i propri genitori incespicare in rete, confondendo mail e spid, password con QRcode, assistere alla loro rabbia confusa e impotente perché la banca o il medico di base diventano interlocutori quasi irraggiungibili, è uno spettacolo esecrabile, sortisce inoltre l’effetto di indurci facilmente a immaginare quanto potrebbe verosimilmente accadere anche a noi, tra non molto, così pure a quelli dopo di noi. Ai vecchi che verranno, anche ai nativi digitali quando capiterà loro di affrontare la propria senescenza. Nessuno si illuda, non c’è scampo, la tecnologia è spietata, non è qui per il nostro bene, ci prende in braccio, sì, ma non perché ci ami.&nbsp;<br /><br />La vecchiaia, in sostanza, non è e non sarà mai compatibile con il processo sempre più veloce, e per definizione anticiclico, della digitalizzazione. Suonano, infatti, particolarmente disturbanti e ingannevoli gli appelli che, non senza toni stucchevolmente paternalistici, incitano i nonni a diventare smart, quando poi capita di assistere con sempre maggiore frequenza, nelle sale d’attesa, sui mezzi di trasporto pubblico, al cinema o a teatro, alla tragica incapacità degli stessi nonni smart di gestire i propri device. Quanto siamo disposti a farci umiliare dal nostro smartphone? Quanto potere le vogliamo ancora concedere prima di accorgerci che la tecnologia da mezzo che era si sta tramutando&nbsp;<em>nel</em>&nbsp;fine?<br /><br />Che ne è, dunque, e sempre più che ne sarà di queste sbiadite figure imploranti aiuto a figli e nipoti, potenziali vittime di raggiri e truffe online o semplicemente vittime di sé&nbsp;stesse per via del generale inevitabile declino cognitivo che renderà sempre più rischioso l&#8217;avventurarsi a digitare dati online? Avanti così, chi se lo potrà permettere verrà aiutato da parenti più o meno amorevoli e tenterà di tenersi al passo coi tempi, ma inciampando e cadendo a terra, inseguendo sempre più a fatica il progresso provando un crescente senso di inadeguatezza e di impotenza.<br /><br />Chi non potrà, perché&nbsp;impossibilitato ad acquistare i device, ad aggiornarne il software o a essere supportato da parenti fidati, sarà tagliato fuori, pressoché&nbsp;da tutto, escluso, esiliato ai confini del regno. In parte, questo digital gap è già in atto, ma lo si preferisce ignorare o sottovalutare: ecco perché un libro come quello di Mantellini è un libro importante, perché illumina con un potente fascio di luce un problema, quello dell’ageismo, già presente nelle nostre vite, ma invisibile e quasi del tutto assente dal dibattito pubblico.&nbsp;<br /><br />Un concetto mi pare ormai chiaro: il digital gap non si combatte digitalizzando a tappeto tutti e tutto, ma semmai, paradossalmente, mantenendo proprio il digital gap, tracciando invalicabili confini che impediscano deleterie esondazioni e irreversibili eteronimie. Solo così si possono &#8211; e si devono &#8211; proteggere le fasce anagrafiche più vulnerabili: vecchi e bambini. <br /><br />A meno che… senza voler rivelare gli scenari prospettati da Mantellini, posso dire che la parola chiave potrebbe essere quella che meno ci si aspetterebbe da uomini e donne di mezza età, ma che potrebbe risultare l’unica exit strategy possibile per scongiurare una crudele quanto irreversibile discriminazione generazionale. La parola è: ribellione.<br /><br />Chi sono i nuovi ribelli? I nuovi ribelli dobbiamo essere noi, noi nativi analogici non abbiamo altra scelta se intendiamo stabilire la rotta delle nostre vecchiaie, scongiurando la spiacevole sensazione, in un futuro non troppo lontano, di naufragare nel mare magnum di internet, di essere ripescati e diventare un “carico residuale” da destinare a remoti approdi ad oggi perfino inimmaginabili. Dovremo forse affidarci a dei tecno-badanti? Fiorirà un nuovo proficuo business intorno a immancabili Centri di assistenza informatica, che verranno comunemente detti CAI, e apriranno qua e là come nuovi indispensabili erogatori di servizi? Si tratterà di diventare finalmente adulti? E come faremo, noi, a un passo dalla vecchiaia, a ritrovare il senso più vero della virtù e della saggezza? Troppe domande, per lo più senza risposta, affollano la mente di molti di noi, stanchi nativi analogici.<br /><br />I libri come quello di Massimo Mantellini hanno il potere di rassicurarci,&nbsp;come una mano sulla spalla, sul fatto che no, non siamo affatto soli in questo disorientamento generazionale, in questa landa inesplorata tra login e logout, forse una nuova terra promessa sospesa tra upload e download, che siamo in tanti a inquietarci per il futuro e che è giunto il momento di agire, fare massa: davvero ribellarsi? Forse, chissà.&nbsp;<br /><br />Rivendicare, questo sì, da subito e con forza inusitata, la nostra umanità con i suoi sacrosanti cicli biologici, tutelare il diritto alla fisiologica senescenza, proteggere a gran voce il legittimo desiderio di disconnetterci, semplicemente scegliendo di vivere offline, potendo farlo senza per questo diventare cittadini di serie B. Non ci resta molto tempo: è un dovere di civiltà ridimensionare l’apparato tecnologico che, irretendoci nel vero senso della parola, si è pericolosamente fatto sistemico, parendo sempre più una tecnocrazia camuffata, per dirla alla Günther Anders, da paese di Cuccagna, che lusinga e blandisce, ma più non concede l’agognata santa pace.</p>
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		<title>L’INVOLUZIONE DIGITALE</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/08/linvoluzione-digitale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Feb 2021 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[La postura del guerriero]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[sossella]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
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<p>Lo constatiamo ogni giorno con Facebook: fra gli intellettuali, gli scrittori, accanto a coloro che difendono entusiasticamente il mezzo e le sue presunte virtù – il dialogo, la spontaneità, la libertà che si esprime contro il potere, il famoso <em>è stato prezioso nelle primavere arabe</em>,  etc. –  un buon numero di coloro che lo utilizzano ne parla globalmente male: un po’ come ai tempi della Democrazia Cristiana, votata, magari di nascosto, dagli stessi che la criticavano, anche aspramente. Si va dai moderati che ricordano come nel suo ambito ci siano possibilità e veleno, o ancora che <em>dipende da come lo usi</em>, sino ai più marginali, coloro che pur non trovandoci nessuna parcella di luce vi restano comunque impigliati, sia pur appunto marginalmente, perché <em>è un lusso poterne stare fuori</em>. E Facebook, nonostante il suo immenso bacino di utenti, è una scheggia quasi <em>ringarde </em>dello smisurato universo virtuale, forse oramai lo sono persino i più moderni Instagram e Twitter, con i suoi cinguettii in cui tutto deve poter esser detto in 140 o 280 caratteri, nella versione più generosa. In generale, Google e le diverse vie della comunicazione digitale avvolgono, permeano il mondo, e l’esistenza di questo sistema, che piaccia o meno, è globalmente vissuto come un’ineludibile fatalità. Quasi nessuno sente l’urgenza di contestarlo.</p>
<p>Intendiamoci, le critiche vere, articolate non mancano e, al di là dei social, investono appunto tutto il sistema Internet: da quelle psicologiche, sulla dipendenza, i suoi possibili effetti negativi, etc., alla Patricia Wallace (che tuttavia analizza questi pericoli per <em>salvare </em>il sistema); a quelle diciamo ontologico-contenustitiche, ma anche in certo senso di superficie, alla Umberto Eco (<em>Internet dà diritto di parola agli imbecilli&#8230;</em>); o più radicali, politiche, alla Evgeny Morozov, che spiega ad esempio come lungi dal favorire le rivoluzioni arabe Facebook abbia permesso al potere di controllarle, mostrando in generale come <em>questo </em>Internet e <em>questo </em>capitalismo siano indissolubilmente legati, e dunque non mette sotto accusa in generale il progresso tecnologico della comunicazione, ma un certo tipo di progresso; passando per quelle socio-economico-filosofiche che in realtà continuano, attualizzano le riflessioni biopolitiche di Foucault e di Deleuze sulla società di sorveglianza, il controllo panottico, la servitù volontaria, cui la rivoluzione digitale ha dato un impulso impensabile anche solo venti, trent’anni fa: in questo senso Eric Sadin, Philippe Vion-Dury, o Shosana Zuboff (cito semplicemente quelli che han fatto parte delle mie disordinate letture) si sono recentemente occupati della Silicon Valley. Per altro, molte delle critiche radicali, che mettono in luce la natura spietatamente ultracapitalista di questa falsa rivoluzione, spesso vengono proprio (che sollievo) da giovani intellettuali-attivisti formatisi <em>dentro la grande mutazione digitale</em> (l’espressione è di Giuliano Santoro) e che si muovono agilmente attraverso il multiforme universo in cui si incontrano le avanguardie antagoniste e le controculture giovanili (punk, musica elettronica, galassia hacker, etc.): in Italia per esempio c’è il collettivo Ippolita, gruppo di ricerca interdisciplinare che svela gli aspetti più oscuri della Rete (e insegna a difendersene), o ancora – sempre le disordinate letture&#8230; – giornalisti, scrittori agguerriti come appunto G. Santoro, o Valerio Mattioli, che in poche pagine smonta il voluminoso <em>Game </em>del festante Baricco&#8230;</p>
<p>Basti pensare in tal senso – è sotto gli occhi di tutti – a cosa nasconda la gratuità di Google, Facebook e molti altri grandi servizi digitali: il lavoro non remunerato, e quindi di fatto schiavizzato, che noi utenti forniamo volontariamente a ogni passo che inoltriamo là dentro, in termini di informazioni poi sfruttate a fini pubblicitari, il che di fatto dà luogo a una forma inedita e spaventosa di alienazione collettiva: è quello che prendendo in prestito il titolo dell’ultimo lavoro di Shoshana Zuboff, 2019, potremmo appunto definire <em>il capitalismo della sorveglianza</em>. Questo nuovo capitalismo, in cui le grandi aziende digitali, quelle già nominate, o ancora Microsoft, Amazon, Apple, con tanto di iPhone, e altre, sono in testa in termini di fatturato, ma certo non di occupazione, governa ormai il nostro pianeta. (Ne <em>L’impero virtuale</em>, 2015, Renato Curcio ricapitola e <em>spiega</em>, in senso letterale, l’intelaiatura e la dinamica di questi dispositivi digitali, in termini appunto di profitto e di controllo sociale – ma di nuovo, il libro è stato sostanzialmente ignorato: forse a causa dell’<em>inavvicinabile</em> passato dell’autore e della sua odierna marginalità? O forse è proprio questa sua marginalità che l’ha spinto a riflettere su questo tema centrale?) Anche, è sotto gli occhi di tutti – tutti hanno almeno sentito parlare di Assange, o di Snowden – come il passaggio dall’ottica del profitto e del subliminale controllo sociale alla sorveglianza vera e propria, in ottica prettamente politica, sia <em>informaticamente </em>breve, e sia continuamente varcato, il che è del resto una sorta di continuo ritorno alla vocazione primitiva: com’è noto, Internet nasce negli USA, per scopi militari, cioè sostanzialmente per spiare e sorvegliare. Eppure anche le più convincenti di queste critiche, anche il più potente docu-film sulla cyber-sorveglianza, sui lati nascosti del Web (ne girano diversi), anche le più eclatanti rivelazioni sulle ultime fughe di dati da Facebook, non modificano l’attitudine globale della società, non la smuovono: è come se abitassimo, ci spostassimo dentro una palude da cui è impossibile venir fuori. A differenza degli anni Sessanta o Settanta questo capitalismo non sta, almeno idealmente, <em>fuori</em>, non possiamo posizionarcelo di fronte, per eventualmente combatterlo, in fabbrica, a scuola: è come una colla, una materia gassosa che infiltra la struttura stessa delle nostre vite, del nostro immaginario. Così, diversamente ad esempio da quel che avviene per l’ecologia, per cui molti settori sani, giovani della società si mobilitano per denunciare il disastro di questo modello di sviluppo, a parte alcune rare voci dissenzienti nessuno riesce a immaginare una contestazione, un’opposizione globale alla digitalizzazione della società.  Che la si giudichi individualmente in modo più o meno positivo o del tutto negativo, questa rivoluzione digitale sembra costituire una tappa irreversibile della storia umana, il suo ineludibile contesto: è <em>progresso</em>, e il progresso non si può fermare, è sempre sostanzialmente unico, buono<em>. </em>O no?</p>
<p>È in questo quadro che si inserice la voce radicalmente critica di Morelli, che non si confronta direttamente con i meccanismi della rivoluzione-palude velocemente schematizzata qui sopra, ma ne porta allo scoperto alcune conseguenze antropologiche fondamentali, in una prospettiva triplicemente originale, tanto più che il suo ragionamento si costruisce attingendo a una sorprendente bibliografia, apparentemente eterogenea, marginale (rispetto a quel che si vuole dimostrare), e che tuttavia acquista via via coerenza, ed efficacia. Per non citare che quelli che mi sono arrivati più vicini, ché ce ne sono anche diversi altri: Camillo Berneri, Simone Weil, Riccardo Piglia, Daniel Dennet, Mac Luhan, Cristina Campo, Pierre Hadot, Enzo Melandri, Jaime Semprun, Walter Benjamin, e più lontano nel tempo e  nello spazio, dentro un universo biforme che per i più si rivela misterioso, Parmenide, Pitagora, Epitteto, Liu An, Wen Zi, Zhuang Zi, Zang Bo Duan, Huang Bo, Dōgen, Lao Zi&#8230;</p>
<p>Morelli, innanzitutto, osserva il mondo, questo mondo, con occhiali da scrittore, attento soprattutto alle parole, al loro uso, al loro valore. In secondo luogo, lo ispira il costante riferimento alla saggezza antica, anche se – terza originalità! – quest’antichità è letta essenzialmente, se non reiventata, alla luce del pensiero cinese, che l’autore studia da molti anni: e ne ha fecondamente il diritto – l’antichità è sempre stata interpretata attraverso una qualche prospettiva esterna. E attenzione: questo richiamo alla parola degli antichi non serve a metter su una nostalgica lamentela, vagheggiando un mitico tempo andato in cui gli umani sarebbero stati più felici, meno alienati. Al contrario: serve ad armare un canto di resistenza, di lotta, persino di speranza, comunque di necessaria dignità, che guarda al futuro. Perché questo è il proprio della letteratura e dell’arte in generale, come anche della filosofia: le grandi questioni che riguardano il come stare su questa Terra sono già mirabilmente enunciate all’inizio della nostra storia, da questo punto di vista non c’è <em>progresso</em>, ma solo inaccessibili picchi – e da lontano i picchi si vedono meglio e aiutano a capire, soprattutto l’epoca dentro la quale si vive. (E vorrei anticiparlo esplicitamente: si potrebbe discutere dei dettagli, magari contestarli, o irritarsi per questa o quella affermazione: che so, l’antipatia per Cartesio, l’uso molto largo del termine sciamanesimo etc. Ma che importa! tante sono le piste che il libro apre, e forte il suo messaggio globale, privo di qualunque mestiere, nel più volgare senso del termine.)</p>
<p>In questa prospettiva, la rivoluzione digitale ci appare piuttosto come una dirompente involuzione che, come l’acqua quando non contenuta, riempe con i suoi rivoli ogni angolo della nostra esistenza anche dove non immaginiamo di trovarla. La sua chiave fondamentale è <em>l’esilio del corpo</em> <em>dall’attività della conoscenza</em>, alla ricerca di una grottesca onnipotenza dentro un mondo dematerializzato; vi comanda un’immortalità artificiale e malata, schiava proprio nel momento in cui crede di affermare la propria libertà, ingabbiata com’è in una società che assomiglia sempre di più a una <em>caserma</em>: l’esilio del corpo si rivela essere un <em>esilio dalla vita</em>. Questo va insieme a una deriva dello scientismo, a una messa al bando dell’immaginazione in nome di un mal compreso primato assoluto della ragione, che si potrebbe definire come <em>epistemologia della certezza</em>: con una martellante opera di manipolazione collettiva, la società si purifica, elimina, vorrebbe eliminare le impurità, tutto quel che è sgradevole, financo nel linguaggio, e combatte i rischi, cioè non più la malattia, bensì la possibilità stessa di ammalarsi, di morire (ma poi, in realtà, si tratta solo di alcuni rischi, quelli che si vedono; le malattie, le morti che si possono nascondere non fanno nessun problema, e anzi si moltiplicano: i profughi che affogano in mare, i milioni di bambini dei paesi lontani travolti dalla fame&#8230;) È ineluttabile, si dice, è il progresso del mondo, ma questo progresso, questo <em>ineluttabile</em>,<em> ha una forte somiglianza di famiglia con il fascismo</em>, che sempre si nutre della <em>miseria senza riscatto</em>. Ma poi, perché ineluttabile? Il progresso è veramente unico e sempre socialmente utile? (La bomba atomica, ad esempio, è un progresso?) È ineluttabile? Non è piuttosto il frutto di scelte e dunque <em>uno dei tanti possibili</em>? Ed ecco – ed è dal mio punto di vista, per la mia storia, una delle cose più importanti e dolorose del libro: <em>notabile&#8230; la passività, l’acquiescenza, l’entusiasmo addirittura con cui l’impianto mentale illuminista e poi marxista ha accolto ed accoglie, del tutto acriticamente, ogni innovazione o novità tecnologica, anzi è fiero di mettersi in paro, al passo dei tempi&#8230; </em>(Breve, doverosa precisazione: questo benessere da schiavi dentro il quale prosperiamo nelle nostre società, ipnotizzati innanzitutto dalle presunte comodità e praticità che ci fornisce – e che sono oggi, più del pugno di ferro, le vere armi di governo, del potere! –, si fonda sullo schiavismo miserabile ed esplicito dentro il quale vive l’umanità al di là della nostra vista, o quasi, fatto di miniere, sfruttamento concreto, anche di minorenni, migrazioni, fuga dalla fame e dalle guerre&#8230; Questa è forse, da un certo punto di vista, l’epoca più schiava della storia umana!)</p>
<p>Tale fenomeno<em> ha tendenza globale</em>: la democrazia non sembra di fatto sempre più fragile? sempre più difficilmente conciliabile con il progetto di dominio totale del capitalismo nella sua ultima versione? E forse ancor più che di fascismo si dovrebbe parlare di totalitarismo, sottolineando tuttavia che si tratta d’un totalitarismo affatto nuovo: per la prima volta nella storia dell&#8217;umanità, i controllati, gli oppressi offrono volontariamente a invisibili controllori e oppressori le chiavi della loro cella, e per di più pensando di affermare la propria libertà. Tanti sono i modi per raccontarlo. In un articolo di pochi mesi fa sulla Germania di ieri e di oggi (Corriere della Sera, 04/08/2020), Claudio Magris – che certo non è uso ai toni apocalittici alla Giorgio Agamben – rileva che <em>al posto del Grande Fratello del famoso romanzo di Orwell, 1984, sembra esserci, anche e soprattutto nelle mentalità, un impersonale termitaio, in cui la singola termite non obbedisce a un Capo supremo, ma fa quello che deve né può né sa fare altro. Obbedire senza sapere di obbedire né a chi obbedire&#8230;  </em>Morelli si riferisce alla <em>competenza senza comprensione </em>della psicologia cognitiva, e aggiunge: <em>come</em> <em> nei formicai &#8230;, in cui tutti agiscono ma senza sapere bene perché</em>! Chi difende le meraviglie del mondo virtuale sottolinea sempre come i dati  raccolti da Google, Facebook e compagnia, lo siano unicamente in modo anonimo e a fini pubblicitari: ma tutti sappiamo che non è vero e che, come si è già detto, ci sono continue sbandate, falle, che fanno pensare con terrore a cosa succederebbe se un potere completamente totalitario si affermasse. E soprattutto, come si anticipava sopra, il vero problema è altrove, è radicale, <em>in sé</em>, sta nel fatto che la stessa pubblicità e il sistema di commercio e consumo che implica <em>sono già</em> una sofisticata forma di controllo, sono lo strumento che ha permesso l&#8217;affermazione del capitalismo totale, la <em>colla</em>, che <em>è già</em>, pienamente, totalitarismo. E anche, si diceva, alienazione: che diventa ancora più radicale, <em>totale</em>, se si considera l’assoluta mancanza di nesso tra l’attività virtuale, quel che inconsapevolmente produciamo, e la nostra, sempre più impalpabile, implicazione reale&#8230; Galleggiamo, scivoliamo: da quando? Un po’ come si scivola dentro le droghe apparentemente lente e in realtà potenti, come l’oppio, che uno si chiede: ma quando arriva? ma quando arriva? perché tutto sembra sostanzialmente uguale, e a un certo punto, per via di un qualunque toc toc della realtà esterna, ci si rende conto di esserci dentro fino al collo già da un pezzo, aspettiamo cambiamenti sconvolgenti, dentro i quali in realtà già viviamo –  più o meno inconsapevoli, sino a quando, inatteso, si produce un evento rivelatore, per esempio una pandemia&#8230;</p>
<p>La parola – e lo stesso vale per le immagini – in linea con questo mutamento diventa frenetica, perché la frenesia, cioè il tempo monetizzato, ridotto a profitto (chi prima arriva&#8230;) governa il mondo: dev’essere immediata e compulsiva. Il problema allora non è Facebook come settore del mondo, ma la facebookizzazione del mondo, l’affermarsi di una vera e propria nuova civiltà, in cui si rimane impigliati anche se, poniamo, scegliamo di restar fuori dai social. Questo nuovo mondo si fonda sulla velocità e sul <em>reagire</em> al posto del <em>pensare </em>(nel tempo <em>informatico </em>azione e reazione sono idealmente sovrapposte), cioè sulla pillola immediata, la parola proiettile, la parola che funziona, colpisce come un’immagine, sempre fondata sul meccanismo narcisista, di un narcisismo primario, del selfie, che sia del proprio volto, di una scena della propria vita (cioè direttamente immagine) o appunto del proprio pensiero-pillola, che semplicemente chiede la conferma-applauso, quando non si tratti all’opposto – ma il meccanismo è identico – dell&#8217;insulto in alternativa al like, o ancora delle improvvise focose e inutili polemiche in cui ognuno ascolta solo se stesso, per una comunicazione fintamente totale che, con l&#8217;illusione di rendere tutti facilmente partecipi del &#8220;sapere&#8221;, si rivela in realtà uno straordinario terreno per rendere indistinguibili il vero e il falso, oramai trattati alla stregua di opinioni: e nel fiume perenne di parole e immagini l’opinione, nel momento stesso in cui si manifesta, diventa di per sé vera. Il che significa, in termini filosofici, che è il falso a trionfare: concretamente, del resto, i social sono strutturalmente propizi al propagarsi delle idee più balorde, pericolose, fascisteggianti – la paura e l’odio, ridotti a slogan, ci viaggiano più agevolmente che la libertà e la complessità, che è sempre esclusa. Ma c’è di più: la dematerializzazione della parola-indelebile-sul-web ha confuso la distinzione fra orale e scritto, ha oralizzato, banalizzato lo scritto e anche, reciprocamente, tolto forza all’orale, dissolvendo nell’uno e nell’altro le opposte ma complementari sacralità, che si confrontano e si completano sin dall’antichità greca ed ebraica. Lo scritto di Internet ha il ritmo continuo e facile della parola alata, ma senza averne la divina incontenibilità, la capacità di perdersi, di poter essere dimenticato per restare per sempre, perché pur volando si fa pietra e tutto, anche l’intima chiacchiera fra amici, la battuta estemporanea, lo sbuffo di un momento, lo sfogo, persino il discorsetto apparentemente articolato magari intelligente ma comunque sempre veloce e <em>bello e fatto</em>, è rivolto potenzialmente al mondo intero, in un flusso ininterrotto, compulsivamente conservato, in cui tutte le vacche diventano, di fatto, nere: in Rete, come in un incubo, siamo condannati alla traccia, a ricordare, a non poter dimenticare – Facebook addirittura ricorda per noi i nostri ricordi, anche pubblicizzando, cioè distruggendo, il nostro privato: le nostre trippe, i brandelli esposti della nostra anima stanno per sempre al balcone, mostruosamente eterni, in una condivisione di facciata che nasconde, subito dietro, la più devastante solitudine&#8230; Viceversa, a questo scritto volatile manca la possibilità di essere appallottolato, selezionato, filtrato, e soprattutto la profondità, la feconda lentezza della traccia su carta, che solo riesce a viaggiare attraverso il tempo, aspirando alla perennità composta dell’arte – che cosa resta, allora, del canone letterario?</p>
<p>Per altro, il cambiamento è talmente largo, profondo, da avere oramai implicazioni persino biologiche, nel senso che ha modificato, soprattutto per le generazioni del terzo millennio, le nostre capacità cognitive. Certo – si obietterà giustamente – tutta la storia delle grandi invenzioni è caratterizzata da profondi mutamenti fisiologici, e dai connessi adattamenti, sempre successivi, dell’umanità: basti pensare, ad esempio, proprio al passaggio dall’oralità alla scrittura, con la conseguente modificazione delle nostre capacità mnemotecniche. D’altro canto, da sempre, importanti settori dell’umanità diffidano di quei cambiamenti, e si voltano indietro, opponendo all’<em>orrido</em> presente un <em>luminoso</em> passato: quest’avvitamento di cambiamento e resistenza nostalgica è in certo senso la caratteristica stessa della cultura. Solo che ora il mutamento è talmente compresso nel tempo da assomigliare più a un terremoto che a un cambiamento: è come se il tempo esteriore fosse diventato più veloce del tempo interiore, della coscienza, invertendo, per la prima volta nella storia, quel che contraddistingue il nostro esser <em>umani</em>; un nuovo mondo fittizio, in cui le distanze, di spazio come di tempo, sono state subdolamente annullate (tutto è sempre a portata di clic) e che – nel nostro quotidiano – si sovrappone, persino soppianta quello reale, manda in tilt la nostra capacità di elaborazione, con conseguenze imprevedibili. Già da diversi anni, del resto, constatiamo che questa nostra società, ossessionata dal controllo di tutto e di tutti, non controlla praticamente più nulla, tranne i desideri manipolati delle persone: cavalca una macchina che corre sempre più rapida, al di fuori di qualunque progetto che non sia quello immediato del profitto o, in questo contesto è lo stesso, della velocità. Orizzonte totalitario, in cui <em>la letteratura</em> – quel che più interessa lo scrittore Morelli – <em>da disfunzione diventa una funzione, come</em> appunto <em>sempre avviene nelle dittature</em>: è prodotto fra prodotti, secondo un’unica legge da supermercato<em>.</em> (Divagazione, o forse no: intrecciare la storia del “progresso” umano con la crescita  demografica esponenziale. Qualche centinaia di migliaia di individui diecimila anni fa, all’inizio della rivoluzione neolitica. Oltre il miliardo e mezzo all’inizio del secolo scorso; oltre i due miliardi e mezzo all’inizio degli anni Cinquanta; vicino ai sette miliardi e mezzo oggi: possiamo adeguarci a una tale esplosione? Come?)</p>
<p>È la vita stessa, si dice tuttavia, sembrandoci sempre di più che non si possa vivere che così. E ci avvitiamo ancora un po’, magari cercando di salvare questo o quell’aspetto positivo del nuovo impero. Ma Morelli insiste: <em>non è solo il rovescio, è la medaglia tutta che è falsa. </em>A suo sostegno, occorre allora ricordare che questo non è <em>il </em>progresso, è <em>un </em>progresso possibile, la conseguenza – e il motore! – di un sistema socio-economico planetario volto allo sfruttamento senza limiti (dell’uomo come della natura), e fondato sull’alienazione, e che come tutti i sistemi è destinato a finire. Insomma, resistere e cambiare è possibile, immaginando, progettando altri usi della tecnologia.</p>
<p>In questa direzione, in questo contesto, prendono forma gli esercizi di <em>addestramento etico</em>  proposti dal libro, tutti espressione di un’originale <em>decrescita</em>, non politica, collettiva, ma personale, mentale, quasi meditante: imparare a fermarsi, a uscire dalla <em>frenesia </em>mortale, a potenziare la nostra capacità di attenzione, a promuovere attività che non abbiano nessun secondo fine, che siano cioè fine a se stesse, integralmente, veramente gratuite (eccolo, appunto, il centro di ogni vera etica), perché finalmente <em>l’intelligenza torni a essere una qualità morale</em>. Questo è del resto il cuore della nostra civiltà, sin dalla prima (non escatologica) prospettiva biblica: perseguire il bene perché è bene, non aspettando una qualche ricompensa futura, perché la ricompensa sta nello stesso <em>farlo</em>, interamente nel nostro presente terrestre (anche gli antichi Greci, sia pur con un diverso itinerario, si sono affermati al di fuori di un orizzonte escatologico).</p>
<p><em>Pieno di merito, tuttavia poeticamente, abita l’uomo su questa Terra</em>, dice un famoso verso di Hölderlin: questo <em>doch dichterisch </em>(il<em> tuttavia poetico</em>, appunto) potremmo anche declinarlo come <em>un’arte del fallimento</em>. È significativamente il titolo della seconda parte del libro che, non a caso, corrisponde alla <em>decrescita </em>evocata dalla prima: ora, concretamente, ci si prepara a combattere, e per questo bisogna cercare, consolidare <em>la postura del guerriero. </em>Ma di nuovo, attenzione: questa guerra non è una rivoluzione collettiva, politica – d’altronde, come ribellarsi collettivamente alla materia gassosa che permea le nostre stesse esistenze? –  è un’avventura individuale volta alla riconquista della nostra vera natura, che è la transitorietà insieme alla sua consapevolezza, e alla liberazione della nostra capacità di fantasticare, come alternativa all’illusione di poter controllare tutto nei limiti di un mondo in cui lo smisurato virtuale, o se vogliamo il fittizio, ha soffocato la fantasia. Il libro si trasforma allora in un curioso, praticissimo manuale di filosofia-meditazione corporale prima ancora che intellettuale – ma è proprio l’intelligenza che deve corporeizzarsi – il cui uso permette di disintossicarci, di scrollarci di dosso il falso confort con cui ci ha ipnotizzato il capitalismo digitale: la materia gassosa, appunto, la colla&#8230; Non parole, fatti, perché non si tratta “di dire di no, ma di fare di no” (F. O’Connor), con un addestramento duro, guidati da uno strano matrimonio fra pensatori, a diverso titolo, nostri – da Kierkegaard a Einstein, da Keynes a Leopardi&#8230; – e pensatori orientali, in particolare cinesi, per lo più di tradizione taoista. Sì, un praticissimo manualetto, difficile da commentare, com’è difficile da commentare, che so, una scheda di istruzioni per montare un mobile (del resto, proprio come in in manuale, ognuno dei dieci capitoletti di questa seconda parte è introdotto da stilizzati disegni orientaleggianti – opera di Carlo Bordone – che sembrano anticipare una posizione dell’intero corpo o degli occhi). Vi si alternano, con funzione di <em>stratagemmi</em>, disquisizioni etimologiche sull’origine di questa o quella parola (esempio: meditare, mederi, riflettere per curare, la stessa radice di medico)  e vere e proprio <em>bastonate</em> (esempio: per combattere bisogna rinunciare all’esercizio della forza, che è proprio degli oppressori), che ricordano quelle assennate da Pai Mei alla Sposa Uma Thurman, in Kill Bill, o più semplicemente quelle di un Maestro zen. Perché ora l’insegnamento si è fatto anche, anzi, innanzitutto corporeo: la <em>postura </em>è – molto concretamente – un posizionarsi delle gambe, delle braccia, soprattutto della respirazione, che decongestioni il cervello e lasci la mente libera di (di)vagare: cioè di diventare assolutamente attenta, riapprendendo come stare al mondo, indipendente. Può sembrare presuntuoso, e invece sono modesti accorgimenti, di cui può cercare di appropriarsi chiunque voglia tentare di disipnotizzarsi dall’incantamento del progressismo virtuale.</p>
<p>Valga come esempio di tale modestia la terza parte – nota bene: ogni parte più che continuare quel che precede lo riformula, lo ribadisce con un altro itinerario – che contiene la madre di tutti gli stratagemmi (non si dimentichi che per l’autore, scrittore, la letteratura è il cuore pulsante del mondo): <em>l’arte della viva voce</em>, e cioè, concretamente, <em>alcuni suggerimenti pratici per la lettura ad alta voce dei testi letterari </em>– con una premessa in cui si ricorda il<em> lato epico della verità </em>che solo si rivela nell’oralità (<em>Narrami o diva del divino Achille&#8230;</em>), insieme alla predisposizione primordiale dell’uomo ad accogliere racconti (ricordo improvviso di una frase di Karen Blixen, che sembra riassumere tutto il libro: <em>si sono raccontate storie da quando esiste il linguaggio e senza storie la nostra specie si sarebbe estinta, come si sarebbe estinta senz’acqua</em>&#8230;). Anche potremmo parlare, in questa forma di narrazione sociale (si legge almeno per un’altra persona), dello sbocciare della fantasia. Ma ecco: <em>sembra &#8230; che il mondo nuovo che si va instaurando abbia due nemici giurati: l’esperienza diretta&#8230; e la fantasia quando ha dignità conoscitiva, vale a dire carne e sangue della letteratura. </em>Bisogna riaffermare questa primordiale necessità umana e riafferrarne, e trasmetterne, le tecniche, che riguardano la voce, la capacità di narrare, ma anche l’orecchio, l’interna capacità di ascoltare: i venti suggerimenti che seguono, molti dei quali ‘meramente’ tecnici, corporali (in particolare sul come impostare, organizzare, vivere il respiro), mirano a liberare entrambe, insieme liberando la nostra capacità di immaginare, comprendere il mondo. Con un ventunesimo suggerimento che non è scritto ma che è implicito in tutti gli altri: la narrazione dovrà prodursi in presenza, non virtualmente. Così, con l’apporto di tutto quel che è stato costruito nelle precedenti pagine del libro, emerge infine una sorta d’itinerante guerriero-aedo che mescola insieme il candore lucente dell’Idiota di Dostoevskij e la disincantata lentezza dell’Oblomov di Gončarov con la determinazione del più impassibile dei samurai, e che in ogni caso, pur impegnandosi con spasmodica serietà nella sua battaglia, non si prende mai sul serio. (Sono a mio avviso, quelle delle terza parte, le otto pagine più forti, belle di tutto il libro, e anche no: perché ce n’è una quarta&#8230; Ed è forse questa la caratteristica principale di questo testo ostico e leggero: è come se il senso si liberasse, anche esteticamente, e si facesse sempre più chiaro avanzando verso la conclusione.)</p>
<p>E tuttavia uscire completamente dalle panie ipnotiche dell’impero digitale sembra impossibile, intrappolati come siamo in un diabolico circolo vizioso: anche per scrivere e rendere pubbliche queste parole, del resto, passerò per google e social. Eppure la strada è quella, anche se aspra e lenta: far conoscere a chi lo ignora come il <em>mondo nuovo</em>, cioè il capitalismo della sorveglianza, si fondi sornionamente sull’ingabbiamento progressivo delle nostre umane libertà, moltiplicando a diversi livelli disperazione e miseria; cercare, individualmente e collettivamente – insieme a coloro che già hanno privilegiato la più scomoda, inquieta via del mondo reale – di sottrarsene, nella misura del possibile, un po’ come ci si sottrae alla dipendenza da una droga o, più concretamente, alle più sciagurate scelte antiecologiche (del resto lo scempio contro la natura e la decorporeizzazione delle nostre vite sono fra loro complementari). Innanzitutto, evitando i luoghi di scambio virtuale più infetti (facebook in testa&#8230;); quindi e soprattutto opponendo agli spazi virtuali, nuovi spazi reali, aperti, fatti di incontri concreti, di carezze, di sguardi, di chiacchiere e discussioni (ricordate le piazze? le bandiere? i cortili o i prati dove giocano a palla i bambini, i ragazzi? le milonghe? I circoli di incontri e lettura? dove la letteratura, appunto, è concretamente vissuta e scambiata, condivisa, trasmessa). Altro che tornare indietro: si tratta di andare avanti e ritrovare il pieno senso del progetto umanità.</p>
<p>Il libro è stato pensato prima della pandemia, ma proprio adesso – i libri veri sanno reiventarsi nel tempo – assume un valore particolare. Il virus infatti, ben oltre l’aspetto sanitario, ha messo a nudo, rinforzandola, la devastazione, la fragilità proprie della nostra società già da molti anni; anche, la sua totale mancanza di progetto – basta guardare i giornali, che oramai non possono andare più in là del computo dei contagi o delle vaccinazioni  giorno per giorno, eccezion fatta per qualche lampo sui colpi che le diverse forme di terrore assestano alle nostre sempre più fragili democrazie: quest’impossibilità di guardare in avanti, socialmente e psicologicamente, non è più subdola, devastante dello stesso rischio di ammalarsi&#8230;? Ed ecco: tutto ciò ha dato un impulso formidabile – era ovvio, è stato persino utile, a tratti –  ai potenti mezzi numerici, dall’home working ai lanci dei libri su zoom sino agli skype con gli amici&#8230; Anzi, le tesi degli entusiasti del digitale e del capitalismo (oggi è lo stesso), quelli che da tempo spingono perché il più possibile delle attività lavorative e d’insegnamento si svolgano da casa (immaginate il risparmio, cioè il profitto che questo comporta&#8230;), sembrano aver fatto un importante balzo in avanti. (Mi limito a evocare il discorso complesso, per cui ci vorrebbe una riflessione a parte, del balzo in avanti fatto, sia pur <em>a fin di bene</em>, dal tracciamento e dalla schedatura virtuali della popolazione&#8230;) Eppure, con i mesi che passano, sempre di più, anche fra i giovani, ci si accorge finalmente della desolante <em>solitudine accompagnata</em> del virtuale, della malsana vanità della spirale del <em>più veloce, più veloce</em>, di un lavoro che il “distanziamento sociale” – formula mostruosa che annuncia una mostruosa visione di mondo – ha ridotto a sfruttamento puro, spogliato di qualunque umanità, e si riscopre la necessità di un mondo fatto di abbracci e di scambi reali, di una conoscenza lenta, non frenetica, che insieme alla mente mobiliti il corpo, e che solo può aspirare a diventare più libero e giusto&#8230; Una falla, paradossalmente, si sta aprendo nel perfetto mondo numerizzato, e nuovi orizzonti sono possibili. Bisogna cominciare a percorrerli.</p>
<p>Con urgenza, con determinazione, ma anche con pazienza, con calma, senza mai prendersi sul serio. È quello che predicano il <em>Dao De Jing </em>e lo <em>Zhuang Zi</em>, antichi testi taoisti, che con quattro brevi splendenti stralci in traduzione e con testo a fronte (non per snobismo, ma a ricordarci luminosamente quanto sia vasto il mondo che ci appartiene, a tutti) formano soprendentemente la quarta e ultima parte del libro. Sorprendentemente, e subito necessariamente, beneficamente: nutrono, con la loro arte del distacco, la nostra capacità di ingaggiarci in una battaglia estremamente difficoltosa.</p>
<p>p.s. (per chi è arrivato sino in fondo) Ah, già, come mai di questo libretto prezioso non parla quasi nessuno? Perché quelli che dovrebbero parlarne, i manovratori delle parola critica, pubblica, sono quasi sempre tranquillamente, più o meno felicemente, accomodati, dondolati nell’ipnosi del mondo nuovo, di cui comunque non avvertono il pericolo&#8230; Spesso invece avvertono quello del nuovo capitalismo illimitato, sempre più irreversibilmente autoritario e ecocida: eppure, per combatterlo, bisogna proprio cominciare con lo smontare l’incantamento digitale che lo tiene in vita.</p>
<p><em>(Ringrazio Daniele Garritano, cui devo fra altre le “giovani” letture italiane qui evocate, anche per gli scambi che da diversi anni abbiamo su questi temi)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: del libro di Paolo Morelli &#8220;La postura del guerriero: Addestramento etico e altre modeste proposte&#8221; (Sossella, 2020), attorno al quale si dipanano i lucidissimi ragionamenti di Giuseppe Samonà, Nazione Indiana ha pubblicato in passato un frammento: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/06/16/la-postura/">qui</a></em></p>
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		<title>Dopo internet: intervista a Giovanni Agnoloni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Aug 2017 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Galaad]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Agnoloni]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[ Marino Magliani intervista Giovanni Agnoloni a proposito del suo romanzo &#8220;L&#8217;ultimo angolo di mondo finito&#8221; (Galaad, 2017) MM La prima cosa che salta alla mente, leggendo il tuo “L&#8217;ultimo angolo di mondo finito” è che, pur appartenendo a una trilogia, e pur basandosi su un evento epocale, ma senza ripetere alla nausea cosa è successo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/content.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-69266" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/content.jpg" alt="" width="128" height="192" /></a> Marino Magliani</strong> intervista<strong> Giovanni Agnoloni</strong> a proposito del suo romanzo &#8220;L&#8217;ultimo angolo di mondo finito&#8221; (Galaad, 2017)</p>
<p>MM La prima cosa che salta alla mente, leggendo il tuo “<a href="https://giovanniag.wordpress.com/lultimo-angolo-di-mondo-finito/">L&#8217;ultimo angolo di mondo finito</a>” è che, pur appartenendo a una trilogia, e pur basandosi su un evento epocale, ma senza ripetere alla nausea cosa è successo, l&#8217;autore mette il lettore nelle condizioni di acquisire quasi con naturalezza il dato più importante della narrazione, il crollo di internet, tra il 2025 e il 2029, in gran parte del mondo occidentale. È questa una delle cose buone del libro: l&#8217;eccesso raccontato semplicemente; la catastrofe (la fine della Rete, badate bene, non sciocchezze) narrata senza l&#8217;iperbole. La multinazionale Macros (immaginate se l&#8217;avesse chiamata Macron!) ha devastato la Rete. Il progetto criminale è di sostituirla con qualcosa che possa permettere la conquista del mercato: la creazione degli ologrammi, una sorta di eteronimi (ogni persona ne possiede uno) che finiscono per “suggerire” la vita e gli acquisti all&#8217;umanità. Come ti è venuta in mente questa storia, quando hai deciso di scrivere una trilogia sulla materializzazione di un futuro “impoverito”?</p>
<p><em>GA Diciamo che è stato un concorso di spunti occasionali di tipo diverso, ma tutti legati all’impressione di fondo che la Rete abbia modificato fin troppo la nostra vita, rendendoci, sia pur connessi tecnologicamente, scissi da noi stessi e dagli altri. Dove prima si fissava di bere una cosa insieme a bar per fare due chiacchiere, o si faceva una telefonata, oggi si interagisce sul Messenger di Facebook o su WhatsApp. È un concreto impoverimento, ché spesso tutto questo va proprio a sostituire la capacità di relazionarsi con il prossimo nella vita reale (penso all’episodio-limite, che lessi anni fa sul giornale, di un ragazzino che, dopo aver trascorso una serata fuori con gli amici senza dire una parola, tornato a casa si era messo a chattare con loro!). E va anche a detrimento dell’interesse per la lettura attenta, con cui il mezzo digitale non si concilia bene. Ormai, sui mezzi pubblici, trovare qualcuno che legga un libro è una rarità, mentre tutti gli occhi se ne stanno bassi sui cellulari. Quindi ho pensato: e se internet non ci fosse più? Non come “profezia”, ma come ipotesi astratta, per chiedersi fino a che punto siamo diventati incapaci di essere presenti, nella nostra vita e in quella di chi ci è vicino, attuando un diverso – e ben più importante – tipo di connessione. Aggiungo poi che, nel corso della trilogia (o quadrilogia, se consideriamo anche lo spin-off di “<a href="https://giovanniag.wordpress.com/sentieri-di-notte-romanzo/">Sentieri di notte</a>”</em><em>, ovvero “<a href="https://giovanniag.wordpress.com/partita-di-anime-spin-off-di-sentieri-di-notte/">Partita di anime</a>”</em><em>), diventano difficoltose anche le comunicazioni telefoniche, a distanze progressivamente più ravvicinate. I droni e la nuova Rete da essi propagata in America rappresentano, fin dal terzo libro della serie “<a href="https://giovanniag.wordpress.com/la-casa-degli-anonimi-sequel-di-sentieri-di-notte/">La casa degli anonimi</a>”</em><em>, la fotografia di una capacità intrusiva nelle vite delle persone di fatto già oggi dispiegata dalle multinazionali della comunicazione online e della tecnologia – a dimostrazione di come i miei romanzi, nonostante l’impiego di alcuni stilemi fantascientifici, siano in realtà distopie fortemente realistiche. Con l’introduzione da parte degli eredi della Macros, nel quarto libro “<a href="http://www.galaadedizioni.com/lultimo-angolo-di-mondo-finito/">L’ultimo angolo di mondo finito</a>”</em><em>, degli ologrammi-copia (o spin-doctor, come a me piace immaginarli) in tutta Europa o quasi, l’isolamento diventa praticamente individuale: alle persone non interessa più comunicare con gli altri, poiché il loro ologramma-copia dà loro tutte le indicazioni di cui hanno bisogno, esprimendo il meglio di esse in base alle informazioni raccolte sul loro conto dal Sistema quando la Rete ancora esisteva. È una sorta di monito a stare attenti a quello che diciamo di noi su internet, e a non dimenticare che quelli della Rete sono strumenti sì utili, ma mai capaci di diventare fini a se stessi o di sostituire la consapevolezza di sé e l’autenticità delle relazioni.</em></p>
<p>MM I colori grigi sono come una coltre di polvere che copre il mondo, e i protagonisti di questo romanzo sono dei cercatori che man mano diventano i ricercati, e tornano poi a loro volta a cercare. A quale personaggio sei più affezionato? A Kasper che cerca Kristine, a una editor di nome Emanuela, a Aurelio, ai fratelli Ahmed e Afef?</p>
<p><em>GA Sono tutti, in modi diversi, parti di me. Riflettono aspetti del mio lavoro di scrittore-traduttore (che implica anche un occhio da editor) – e quindi ecco Kasper e Kristine, che sono autori di romanzi e saggi, ma anche Emanuela, certo –, della mia passione musicale (Aurelio è un chitarrista, e io studio chitarra classica), della perdita che ho vissuto nella mia vita affettiva e ha influenzato decisivamente anche la mia capacità creativa – e quindi penso ad Ahmed e Afef, che, da fratelli, si erano persi e si sono ritrovati, ma in generale a tutti i protagonisti. Tutti vivono viaggi saturi di assenza: da Kasper che cerca la sua musa letteraria, a Emanuela che spera di ritrovare il suo grande amore perduto, e allo stesso Aurelio che deve affrontare il demone della scomparsa (volontaria) di suo padre dalla sua vita, quando era ragazzo. Quello che sento più vicino probabilmente è Kasper, che è uno scrittore “nomade” un po’ come me, e che insegue una donna ideale calata nel mondo, visione in carne e ossa che a tratti balugina e a tratti scompare.</em></p>
<p>MM E a quale paesaggio? Abbiamo Dubrovnik, New York, la Polonia e Firenze, il Sud Italia e il Portogallo: sembra la mappatura delle lingue da cui traduci, il Nuovo e il Vecchio mondo.</p>
<p><em>GA Sì, in effetti in queste storie confluiscono le mie esperienze di viaggiatore e la mia passione linguistica, che poi è diventata una professione, unendo virtualmente l’Europa e l’America, con le lingue neolatine (francese, spagnolo e portoghese) e l’inglese, parlate sia al di qua che al di là dell’Oceano. Il tutto, però, non voleva essere uno sfoggio di “internazionalità”. Era soprattutto utile a sviluppare una trama articolata, che evidenziasse come la crisi della Rete (e la crisi a causa della Rete) avesse toccato diverse zone del mondo: se la connessione oggi è globale, non potrebbe non esserlo anche la disconnessione. Ogni luogo, poi, è carico di atmosfere particolari, che sollecitano diversamente i sensi, e questo era molto importante per far sentire il lettore sempre radicato nel qui, in contrapposizione alla percezione di (sterile) ubiquità che internet tende a dare. </em></p>
<p>MM E infine, la musica: ce n&#8217;è moltissima, anche se la genesi credo si possa dire sono i Beatles? Mi verrebbe da chiederti se ascolti molta musica quando scrivi, ma ho appena saputo che hai ripreso a suonare, e allora la domanda: ti capita di essere lì a suonare e di interrompere per descrivere un cielo di Manhattan punteggiato dai droni?</p>
<p><em>GA Sì, la musica è centrale, perché Kasper cerca Kristine basandosi su indizi apparentemente casuali trovati in giro per l’Europa, legati alla storia dei Beatles (una mia grande passione), e poi parte per l’America seguendo le orme di John Lennon. Spesso ascoltavo i quattro di Liverpool, nel periodo in cui scrivevo il romanzo, anche durante il lavoro. Poi, da circa un anno e mezzo, ho ripreso a studiare chitarra classica, col Maestro Ganesh Del Vescovo, e così ho maturato una consapevolezza ancor più piena del nesso sottile (ma robustissimo) esistente tra suono, lingua e letteratura. E questa ricchezza di sonorità ho cercato di trasfondere nel romanzo, non solo nelle parti attinenti a Kasper e al chitarrista Aurelio (spesso ritratto nei suoi momenti creativi, tanto ne “L’ultimo angolo di mondo finito” quanto nel precedente romanzo “La casa degli anonimi”), ma in tutte, e in particolare negli estratti del romanzo “L’addio di Kristine Klemens” citati in questo libro conclusivo della mia serie: qui la prosa si fa quasi poesia, per lasciar emergere un significato veicolato proprio dal suono. Quanto ai momenti in cui studio chitarra, di solito sono a tarda sera o di notte (tanto dove abito non disturbo nessuno), e per quanto non mi sia quasi mai capitato di alternare l’esecuzione di un pezzo con la scrittura, certe sonorità o timbriche su cui mi stavo esercitando mi hanno trasmesso suggestioni che in seguito ho tentato di trasmettere alle mie pagine.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976) è scrittore, traduttore e blogger. È autore dei romanzi <em>Sentieri di notte</em> (Galaad Edizioni, 2012; pubblicato in spagnolo come <em>Senderos de noche</em>, El Barco Ebrio 2014, e in polacco come <em>Ścieżki nocy</em>, Serenissima 2016), <em>Partita di anime</em> (Galaad, 2014) e <em>La casa degli anonimi</em> (Galaad, 2014).<br />
Ha inoltre pubblicato tre saggi imperniati sulle opere di J.R.R. Tolkien, ed è curatore di una raccolta internazionale di articoli sul tema.<br />
Ospite di residenze letterarie, festival e conferenze in Europa e Stati Uniti, ha tradotto libri di Jorge Mario Bergoglio, Amir Valle, Peter Straub e Noble Smith, e saggi su J.R.R. Tolkien e Roberto Bolaño, ed è un esponente del movimento letterario connettivista.<br />
Collabora con i blog La Poesia e lo Spirito, Lankenauta e Postpopuli.</p>
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		<title>Virtuale e Reale, virtuale è reale.  Intervista a Giuliana Altamura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Mar 2017 06:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Da poco edito da Marsilio, “L’orizzonte della scomparsa” è l’ultimo romanzo di Giuliana Altamura, che affronta un tema spinoso e quanto mai attuale: le derive del mondo del web. Ho fatto qualche domanda all’autrice. F: Giuliana, i protagonisti del libro gravitano tutti attorno a delle tremende ossessioni: c’è Lana, che non riesce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-67399" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/copertina-OdS-200x300.jpg" alt="copertina OdS" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/copertina-OdS-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/copertina-OdS.jpg 457w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p>Da poco edito da Marsilio, “L’orizzonte della scomparsa” è l’ultimo romanzo di Giuliana Altamura, che affronta un tema spinoso e quanto mai attuale: le derive del mondo del web.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto qualche domanda all’autrice.<span id="more-67395"></span></p>
<p style="text-align: justify;">F: Giuliana, i protagonisti del libro gravitano tutti attorno a delle tremende ossessioni: c’è Lana, che non riesce a liberarsi del peso del suo corpo, brutalmente violato in vari modi, c’è Christian, un pianista di grande talento ma che sembra non riuscire più a suonare, e poi c’è Blaxon, una sorta di entità virtuale, che di queste ossessioni diventa inevitabilmente il perno.<br />
Ecco, prima di tutto ti chiedo: qual è, se c’è, l’ossessione che ti ha spinto a scrivere un romanzo del genere?</p>
<p style="text-align: justify;">G: La mia ossessione personale, diventata in modo inevitabile il tema centrale del romanzo, è quella del desiderio di controllo – un’ossessione che credo caratterizzi in maniera determinante il mondo che viviamo. Christian e Lana rappresentano i due cardini complementari della dinamica ordine/disordine, forma/caos, che solo il personaggio di Blaxon – agendo nel virtuale, al di fuori di ogni determinazione spazio-temporale – può ricomporre in unità. Blaxon risponde alla necessità profonda in ciascuno di noi di dare voce al rimosso, a tutte quelle pulsioni che siamo costretti a sacrificare per il funzionamento sociale, ma che – perché possano realmente essere tenute sotto controllo – andrebbero ascoltate e accettate, non semplicemente soffocate. Siamo fatti in buona parte di disordine, d’incomprensibile, e più cerchiamo di negarlo a noi stessi, più quell’energia caotica andrà ad accumularsi da un’altra parte. In questo caso, nel web.</p>
<p style="text-align: justify;">F: C’è un momento topico, nel testo, in cui Christian ha un attacco di panico, e riesce a sedarlo aprendo sul suo cellulare le varie piattaforme dei social network. Ultimamente si tratta spesso questo tema, la vita “sempre connessa”, l’eterna “condivisione”, al cinema come nella musica, e pian piano anche in letteratura. Il tuo mi è sembrato però uno sguardo diverso: innanzi tutto non è giudicante, ma soprattutto mi pare che tu punti l’attenzione più su una sorta di potere lenitivo del mezzo, come contraltare della tanto tipizzata accelerazione e sovrabbondanza di cui la rete si nutre (e ci nutre). Ecco, emerge molto più il vuoto che pieno, c’è molta più stasi e volontà di approfondimento, di appropriazione di sé attraverso l’altro da sé. Ci parli di questa doppia prospettiva?</p>
<p style="text-align: justify;">G: Il mezzo in sé non ha una valenza positiva o negativa. In esergo al romanzo ho posto una citazione di Baudrillard: “Il mondo cerca il mezzo più spirituale possibile per sfuggire alla realtà. Cerca, attraverso il pensiero, ciò che può condurlo alla propria perdita”. Baudrillard si esprimeva in questi termini negli anni Novanta, ben prima dell’epoca dei social e facendo riferimento alla televisione. La tecnologia inventa mezzi sempre più potenti per rispondere a un’esigenza tutta umana che resta sempre la stessa, proprio perché il problema che ci attanaglia rimane invariato: convivere con l’impossibilità di rispondere a una domanda fondamentale di senso. Da questa prospettiva, vuoto e pieno vengono a coincidere: riempire la propria vita virtuale di relazioni, parole e immagini, non è che il contraltare di una forma estrema di solitudine e di alienazione che cerca quel senso che la realtà ci nega in una dimensione altra, regalando l’illusione di avere il più completo controllo su noi stessi e sul nostro mondo. Se per Christian il web ha un potere lenitivo, se per lui il sesso – e non solo quello – può essere unicamente virtuale, è perché crede di poterlo gestire attraverso una codifica, un lavoro di spostamento e di sostituzione. In questo modo gli fa meno paura, ma capirà a sue spese che non si tratta di una soluzione definitiva, è semplicemente la cura di un sintomo di una ricerca identitaria che trascende il web. Quello stesso mezzo, nel romanzo, finisce per rivoltarglisi contro e portare alla luce i fantasmi che credeva di scacciare. Familiarizzare con l’idea che il web si comporta come una sorta di enorme specchio ingranditore che ci siamo puntati addosso, potrebbe aiutare a utilizzarlo con più consapevolezza, trasformandolo in uno strumento importante per la comprensione del se’ e, come dici tu, dell’altro da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">F: Il personaggio di Lana incarna perfettamente una delle più grandi paure del nostro tempo, io credo: essere “solo” un simulacro. Secondo te, oggi, che rapporto c’è fra linguaggio e immagine? E fra immagine e, sostanzialmente, essenza?</p>
<p style="text-align: justify;">G: Lana non è semplicemente bella, la sua bellezza ha qualcosa di mobile, d’indeterminato che accresce se stessa in modo esponenziale nel momento in cui la si esibisce su di un o schermo, da quello televisivo a quello di uno smartphone. Il suo farsi immagine aumenta il desiderio. L’occhio di chi la osserva si nutre della distanza che lo separa da essa. Lana non esaurisce mai la sua capacità di significare e risignificare se stessa, esattamente come l’immagine, rispetto al linguaggio, non smette mai di accogliere nella sua configurazione spaziale tutto ciò che il discorso non può incorporare. L’immagine possiede un’opacità che eccede il linguaggio e in quell’opacità si nasconde tutto ciò che, per dirla con Lyotard, non è «significazione». L’inafferrabilità di Lana sta esattamente in questo, nell’impossibilità di comprendere con il discorso ciò che vediamo, di dirlo senza che una profondità irriducibile non venga istantaneamente persa, che è poi il gioco stesso dell’arte. Per quanto riguarda l’essenza, è necessario cambiare il punto di vista: l’immagine presuppone sempre lo sguardo di qualcun altro, ed è lì l’essere, la coscienza che smonta e rimette insieme. Lo scollamento fra ciò che siamo (o pensiamo di essere) e l’immagine che costruiamo di noi stessi diventa un problema nel momento in cui lasciamo che sia l’occhio di qualcun altro a determinarci, come avviene per Lana.</p>
<p style="text-align: justify;">F: Un altro tema tristemente caldo degli ultimi mesi, o forse anni, è quello del bullismo, specialmente nella deriva ovvia del cosiddetto cyber-bullismo: proliferano le persecuzioni virtuali, lo stalking, la diffusione di immagini o filmati privati, più spesso hard o comunque in qualche modo lesivi proprio dell’immagine che tutti c’impegniamo, quotidianamente, a restituire al mondo, e quindi anche a noi stessi. Come credi che tutto ciò stia contribuendo a cambiare la nostra rete di rapporti sociali?</p>
<p style="text-align: justify;">G: Il cyber-bullismo non è che uno dei tanti fenomeni della nostra contemporaneità che contribuisce a incrementare quel costante senso d’insicurezza che purtroppo tutti noi conosciamo e che caratterizza questi tempi. Il principio non è diverso da quello del bullismo tradizionale, ma ciò che lo amplifica e lo rende più pericoloso è il (non) luogo in cui si svolge, lo spazio de-localizzato del web dove non ci sono distanze e tutto sembra coesistere senza distinzione. È uno spazio al di là dello spazio dove possiamo essere colpiti senza preavviso, dappertutto e in qualsiasi momento. Questo ci rende più vulnerabili e, d’altra parte, non fa che riflettere uno stato esistenziale che – anche in questo caso – il web porta semplicemente all’esasperazione: è il concetto stesso di “male” oggi a essere legato all’assenza di una ragione che ce lo spieghi. L’ansia di spiritualità che si avverte in certi meandri del web che ho voluto raccontare nel romanzo non fa che riflettere questa sorta di nostalgia di un Dio punitore che premi o condanni. È l’invocazione di un sistema di riferimento che giustifichi il nostro essere vittime, quando dovremmo cominciare a renderci conto che spesso siamo anche i primi se non a compiere in prima persona, a godere della carneficina.</p>
<p style="text-align: justify;">F: Infine, una domanda ovvia: la letteratura e la rete. Cos’ha significato, per te, concepire un libro che ha come macro protagonista, fondamentalmente, il web? E come si pone la tua ricerca letteraria, nei confronti della rete? Per intenderci, cosa pensi del sempre crescente mondo della cosiddetta “Lit-Web”?</p>
<p style="text-align: justify;">G: Ne L’orizzonte della scomparsa il web assume le fattezze di una sorta di “buco nero”, inteso sia nel senso astrofisico di dark star dal cui interno nulla può sfuggire, sia come la fossa del coniglio di Alice, una caduta a precipizio all’interno delle proprie ossessioni. Il romanzo si svolge proprio su quella linea di confine – l’orizzonte, appunto – che distingue il reale dal virtuale, la rappresentazione del se’ dal proprio lato oscuro. Credo che un racconto del contemporaneo oggi non possa prescindere dal confronto col mondo del web che è entrato prepotentemente a far parte della nostra quotidianità e del nostro immaginario. Quello che ho tentato di fare è stato liberare questo tipo di narrazione dal contingente e cercare di comprenderne e approfondirne il senso all’interno di una riflessione su tematiche universali, perché credo la letteratura debba procedere a un’analisi e a una risignificazione della realtà che viviamo per avvicinarci il più possibile a una comprensione di noi stessi. Della Lit-Web, intesa come letteratura che nasce sul web, ho avuto poca esperienza diretta, ma sono convinta che l’internet migliore sia proprio quello che si occupa di portare avanti riflessioni e approfondimenti di qualità su tematiche attuali e culturali, permettendo un confronto inedito e diretto.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie mille.</p>
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		<title>Critica progressista e comunità d’ascolto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2017 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
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		<category><![CDATA[franco fortini]]></category>
		<category><![CDATA[Gherardo Bortolotti]]></category>
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					<description><![CDATA[ (Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Il ponte&#8221; (n° 11-12, 2016), all&#8217;interno di un dossier curato da Luca Lenzini e intitolato Critica letteraria al tempo di internet; esso raccoglie interventi dello stesso Lenzini, di Riccardo Donati, Italo Testa, Marco Gatto, Antonio Tricomi, Lorenzo Marchese, Roberto Gerace, Gabriele Tanda, Enrico Fantini e Rino Genovese.) di Andrea Inglese L’inflazione delle rivoluzioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong> </strong>(Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Il ponte&#8221; (n° 11-12, 2016), all&#8217;interno di un dossier curato da Luca Lenzini e intitolato</em> Critica letteraria al tempo di internet; <em>esso raccoglie interventi dello stesso Lenzini, di Riccardo Donati, Italo Testa, Marco Gatto, Antonio Tricomi, Lorenzo Marchese, Roberto Gerace, Gabriele Tanda, Enrico Fantini e Rino Genovese.)</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>L’inflazione delle rivoluzioni antropologiche</em></p>
<p>Il problema delle rivoluzioni antropologiche è che, all’epoca di Pasolini, sembravano potersi<span id="more-66540"></span> circoscrivere facilmente e essere tutto sommato rare. Dalla fine degli anni Settanta, però, i mutamenti all’interno delle società capitalistiche, ben presto vincenti sull’orbe terracqueo, sono diventati così rapidi e di ampia portata, da creare, almeno nelle cerchie intellettuali, un fenomeno d’inflazione di mutamenti di paradigma e svolte antropologiche. Sembrerebbe necessario, ad esempio, piuttosto che arrovellarsi ancora una volta intorno alle funzioni della critica, chiedersi se, in tale nuovo contesto di produzione e fruizione di prodotti culturali, qualcosa come il critico letterario o addirittura l’opera letteraria esistano ancora, o assomiglino sufficientemente a ciò che sotto il loro nome abbiamo conosciuto nel Novecento. Non è in realtà mia intenzione provare a rispondere a questa domanda, ma vorrei capire quanto possa essere pertinente porsela per riflettere sul futuro della critica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Sopravvivenza del critico progressista e della sua comunità d’ascolto</em></p>
<p>Per prima cosa, mi rifarò a una ben determinata concezione del critico, mostrando poi perché (e a chi) una sua eventuale scomparsa procurerebbe angoscia. Non penso, ovviamente, al critico che, come scrive Fortini, concepisce la sua attività come “l’avventura di un’anima tra i capolavori”, ossia esalti il dialogo tra lettore ed opera, come se quest’ultima fosse un isolato e astorico serbatoio di valori, a cui solo una cerchia di eletti possono in ogni epoca attingere. Nemmeno mi rifaccio all’idea che, paradossalmente, oggi è più obsoleta della precedente, secondo la quale la critica è un’attività scientifica (da scienziati della letteratura). Neppure il critico si riduce a un semplice studioso di letteratura. Il suo scopo consiste, semmai, secondo le parole di Fortini, “nella implicazione di vari ordini conoscenze <em>in occasione e a proposito</em> della conoscenza di un oggetto letterario” . Per semplificare, potremmo dire che questi vari ordini di conoscenze sono riconducibili a due categorie, le conoscenze relative al <em>linguaggio</em> e quelle relative al <em>mondo storico</em>. Il critico è qualcuno che discute di un un’opera (testo, prodotto linguistico), avendo come sfondo il mondo in una sorta di andirivieni, tale per cui questo esercizio permette una reciproca (dialettica?) illuminazione. Il critico, insomma, non è un semplice lettore particolarmente attrezzato (di gusto, di memoria letteraria), ma qualcuno che pretende, anche, di avere una qualche idea del contesto (il mondo storico) e del modo in cui il mondo storico generalmente condiziona l’universale attitudine comunicativa degli esseri umani, ossia i modi e le forme del loro linguaggio. Ma Fortini, oltre alla natura saggistica, ibrida, non sistematica, del discorso critico, ne chiarisce anche l’aspetto più politico: “la possibilità di una critica letteraria (come discorso sui rapporti reali fra gli uomini, la società e la storia loro, <em>a proposito</em> della metafora di quei rapporti che le opere letterarie sono) è in relazione al grado di omogeneità e circolazione degli interessi (intellettuali, morali, politici) della società o della parte di essa cui quella critica vuole rivolgersi” .</p>
<p>Ciò che conta in questo passaggio non sono tanto le prerogative del critico (il suo discorso e i suoi talenti), né quelle dell’oggetto a cui si rivolge (l’opera letteraria), ma il pubblico che lo ascolta, che ha <em>necessità</em> di ascoltarlo. Noi critici <em>progressisti</em> dovremmo almeno riconoscerci in quest’idea, secondo cui la critica è un discorso <em>parziale</em>, in quanto essa non pretende di rivolgersi a tutti (all’umanità alfabetizzata), ma a una sua <em>parte</em>, con la quale <em>condivide</em> degli interessi importanti. Quella critica che parla del mondo a proposito dell’opera, ha come sua condizione necessaria un uditorio non qualunque, con il quale sia stato, implicitamente o meno, stabilito un patto. Il succo di questo patto mi sembra stare in una triplice convinzione: 1) la società tende a mentire a se stessa, 2) questa menzogna è <em>interessata</em> (procura vantaggi agli uni e svantaggi agli altri), 3) le opere letterarie contribuiscono a lottare contro questa menzogna. (Si tratta, sia chiaro, di menzogne storicamente determinate.) In altre parole, qualcosa come l’ideologia esiste, essa condiziona il nostro modo di vedere il mondo, e quindi di parlare e scriverne; tale ideologia favorisce chi è in posizione di dominazione sociale, e perpetua forme di ineguaglianza; il critico progressista assolda la letteratura in quella forma di combattimento per l’emancipazione che va sotto il titolo di “critica dell’ideologia”. Quello, quindi, di cui vorrei qui discutere è la possibilità che <em>questa</em> critica scompaia, e che quindi venga meno questo sguardo politico sulle opere o, per meglio dire, questo sguardo sul carattere politico delle opere stesse, nel momento in cui concorrono a interrogare polemicamente i regimi connessi di visibilità e dicibilità del mondo “reale”, incrinando l’armonico (ideologico) rapporto tra parole e cose . È quindi importante capire se questa bizzarria della critica progressista possa ancora avere seguito, se cioè oltre al godimento innegabile che l’opera fornisce ai suoi lettori, si riconosca nella sua fruizione anche una dimensione ulteriore, conoscitiva e d’emancipazione, che trova le sue radici in tutto un contesto d’interessi condivisi almeno da una <em>minoranza</em>. Ci sono sufficienti risorse politiche, etiche e intellettuali per fare sì che questa minoranza non si dissolva, e riesca a tramandare, di generazione in generazione, alcuni dei suoi valori e idee fondamentali?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Estinzione della letteratura?</em></p>
<p>Il bello delle cifre, è che esse vengono mobilitate soprattutto quando hanno un potere terrorizzante. Prendiamo, per cominciare cautamente, cifre dell’indagine Istat sui lettori di libri in Italia. Nel 2015, il nucleo dei cosiddetti “lettori forti” (coloro che leggono in media almeno un libro al mese) costituiva solo il 13,7% dei lettori, mentre i “lettori deboli” (non più di tre libri all’anno) ben il 45,5%. Se andiamo poi a guardare l’evoluzione di questi dati, ci rendiamo conto che, tra il 2010 e il 2014, diminuiscono i lettori “deboli” e permangono stabili i lettori “forti” . Ciò sta a ricordarci che, una volta acquisiti compiutamente, i privilegi non si gettano con facilità alle ortiche. Se vogliamo, infatti, dare una coloritura di classe alle cerchie di lettori “forti” e “deboli”, possiamo constatare il fatto abbastanza prevedibile che: “Livelli di lettura superiori alla media si riscontrano tra i laureati, i direttivi quadri e impiegati, i dirigenti, imprenditori e liberi professionisti e gli studenti; quelli più bassi tra chi possiede la licenza elementare o nessun titolo di studio, gli operai, i ritirati dal lavoro e le casalinghe” (dati Istat 2010). Questo vuole dire, tra l’altro, che l’uditorio del critico progressista – indipendentemente dalla sua classe di provenienza – si situa più nelle fasce sociali dei dominanti che in quelle dei dominati. Fin dall’origine, il fenomeno “letteratura”, intesa non solo come corpo delle opere, ma anche come orizzonte di ricezione, implica competenze e criteri di lettura che appartengono a una <em>minoranza</em> della popolazione.</p>
<p>Veniamo ora alle cifre che veramente spaventano. Intanto, siamo nel mondo globalizzato e, più precisamente, nel sistema-mondo capitalistico, quindi diamo un’occhiata a quei paesi che, tutt’oggi, sono in posizione di dominio: gli Stati Uniti, ad esempio. Il colosso statunitense del commercio elettronico, Amazon, nel 2015 stava oltrepassando la soglia dei 300 milioni di utilizzatori attivi nel mondo, e da solo era responsabile della vendita, almeno negli Stati Uniti, del 40% dei libri nuovi. Ora, questa piattaforma non è solo un’infrastruttura tecnica che innova il commercio e la comunicazione, restando, secondo il proverbio popolare, <em>neutra</em>, ossia esposta a degli usi saggi o indiscriminati. Amazon, come altre piattaforme importanti del commercio e della comunicazione in rete – perché le due cose, tra l’altro, tendono sempre più spesso a diventare indiscernibili –, contribuisce a modificare in modo radicale l’universo dello scambio culturale. Lo ha ricordato Gherardo Bortolotti, in uno dei saggi più importanti, almeno in Itala, sull’argomento. In <em>Oltre il pubblico. La letteratura e il passaggio alla rete<b> </b></em><b></b>, Bortolotti dedica un paragrafo specifico, intitolato <em>La logica culturale dell’user-generated content</em>, al peso massiccio che, nel circuito della comunicazione in rete, acquista non solo la risposta attiva del fruitore dei prodotti culturali, ma la sua autonoma e permanente intraprendenza, sempre a metà tra comunicazione funzionale e espressione individuale. Scrive l’autore: “Gli utenti accedono, in quanto operatori, ad una modalità attiva di partecipazione ai circuiti mediatici e culturali e sono riconosciuti nel loro ruolo di produttori di discorso senza bisogno di alcun meccanismo di selezione. La loro legittimazione è in funzione della semplice connessione alla rete e alle sue piattaforme di produzione e di scambio”. In concreto: una parte di quei 300 milioni di utilizzatori attivi di Amazon, che non comprano solo scarpe o melanzane, ma anche libri, dischi e film, si dedicano, sollecitati dalla stessa piattaforma, all’attività più o meno estemporanea di recensori, ossia producono un flusso ingentissimo di critica letteraria a bassa intensità, che ha però ricadute commerciali, e in definitiva culturali, indubitabili. (Studi sul commercio elettronico hanno ribadito correlazioni esistenti tra opinioni espresse dai fruitori e tendenze di acquisto.)</p>
<p>Naturalmente Bortolotti non si limita a ragionare sul ruolo della critica, ma della letteratura (autori e opere) <em>tout court</em>. Non dimentichiamo, infatti, che oltre al dispositivo delle recensioni esiste quello delle (auto)pubblicazioni. Sempre Amazon offre agli aspiranti scrittori anche un servizio gratuito di pubblicazione digitale, diventando così distributore oltre che editore dei nuovi autori, con la promessa di garantire loro un vasto pubblico. Ma l’esortazione “espressivista”, per utilizzare il concetto formulato dal filosofo Charles Taylor, è insita anche in piattaforme (apparentemente) non commerciali come Facebook, per non parlare, oggi, degli smartphone connessi costantemente alla rete. Le conclusioni, a cui giunge Bortolotti nella sua analisi, pur essendo formulate in un tono neutro e distaccato, sono drastiche. Egli annuncia la semplice sparizione del fenomeno (moderno) della letteratura:</p>
<p style="padding-left: 30px;">&#8220;Il requisito della novità, a cui ancora faceva riferimento il Jameson da cui siamo partiti, per quanto effimero possa diventare come parametro formale richiede comunque la padronanza di un canone e del bagaglio di strumenti teorici e tecnici a cui lo stesso canone fa da supporto. Questa padronanza, quantomeno pratica, a sua volta implica un ruolo, quello dell’artista per intenderci, che la possiede o la dovrebbe possedere tra le proprie competenze. A sua volta, il ruolo dell’artista è il risultato di una differenziazione interna che connota un’implementazione peculiare di ciò che siamo soliti chiamare “cultura” e che, tra le altre cose, prevede il ruolo del pubblico come separato e specializzato nella fruizione degli “oggetti culturali” che gli artisti producono. Se viene a mancare il primo requisito, se ogni parametro formale perde di importanza e conta solo l’accumulo dei contenuti, tutto ciò che vi è collegato, nella logica del sistema a cui appartiene, perde di senso e consistenza.&#8221;</p>
<p>Considero l’analisi di Bortolotti dei mutamenti indotti dalle infrastrutture della rete (motori di ricerca, piattaforme commerciali, social-network) estremamente acuta e utile, mentre mi pare che le sue conclusioni pecchino d’ingenuità, per così dire, “antropologica”. Non sono convinto che la crescita di una certa dinamica culturale, in cui i “parametri formali” perdono rilevanza, implichi di per sé la scomparsa di un altro tipo di dinamica culturale, seppure minoritaria, in cui quei parametri invece continuano a funzionare e a essere considerati importanti. Inoltre, e questo lo possiamo verificare noi stessi, a partire dalla nostra esperienza quotidiana, è possibile partecipare simultaneamente, all’interno di una stessa vita, a pratiche culturali diverse se non apertamente contraddittorie. Molti di noi, sia in quanto autori sia in quanto critici, sperimentano un lavoro sulla forma di tipo lento e artigianale, senza per questo rinunciare alla quotidiana disseminazione e liquefazione del senso, attraverso la comunicazione/espressione estemporanea e semi-automatica su piattaforme in rete. Giochiamo simultaneamente due partite, senza per questo che una delle due debba avere definitivamente l’ultima parola. Certo, c’è il rischio che le più giovani generazioni finiscano con il giocare un’unica partita, quella che tende alla produzione indifferenziata. Ma questo avrebbe senso se la minoranza ora custode di certi parametri formali (di certe pratiche artigianali) fosse del tutto incapace di trasmetterli. Ed è su questo punto che, a mio parere, varrebbe la pena di concentrare l’attenzione, una volta acquisita la preziosa analisi di Bortolotti. Per quanto riguarda, poi, il nostro argomento specifico – le comunità d’ascolto che permettono la circolazione e la valorizzazione di un certo tipo di discorso critico –, bisognerà chiedersi in quale modo e in quali luoghi, dentro e fuori la rete, esse mantengono una loro coesione e la capacità di perpetuarsi. Dovremo quindi spostarci immediatamente in un contesto più ampio e complesso, dove diverse pratiche culturali, istituzioni, dinamiche sociali entrano in gioco, senza rimanere limitati alla pur pervasiva realtà della comunicazione in rete. Non è insomma così semplice prevedere l’evolversi di un patrimonio di competenze, connesse in buona parte a privilegi di classe, ma anche a delle istituzioni tendenzialmente egualitarie come la scuola e l’università pubbliche. Se poi spostiamo l’attenzione a livello mondiale, siamo confrontati a dati abbastanza sorprendenti. Una approfondita ricerca sulle abitudini mediali di giovani e adulti realizzata in 30 paesi nel 2005 situa la Tailandia al secondo posto nel mondo sia per il numero di ore di lettura a settimana che per il numero di ore passate al computer, al di fuori dell’attività lavorativa . Non solo, ma la Tailandia è anche al primo posto mondiale nel consumo settimanale di televisione. Dal nostro osservatorio europeo, sembra intuitivo concludere che la cultura della rete non possa che crescere a discapito della cultura del libro, e che entrambe, poi, siano in opposizione rispetto alla cultura televisiva.</p>
<p><em>Conclusione</em></p>
<p>Sarà sufficiente la nuova, invasiva, logica culturale dell’<em>user-generated content</em>, sollecitata dalla diffusione delle piattaforme informatiche, per dissolvere logiche culturali caratterizzate da “parametri formali” forti, che implicano una perdurante distinzione tra produzione e fruizione, e la sopravvivenza della cultura del libro, con le sue modalità di distanziamento critico nei confronti della realtà? Dare risposte troppo semplici, significa ancora una volta sottostimare la plasticità del soggetto umano, e la sua capacità sia di resistenza sia di riappropriazione inedita rispetto alle abitudini indotte dalle innovazioni tecniche e dagli ambienti tecnologici. Se poi questi processi culturali in atto contribuiranno a dissolvere alcuni miti della letteratura moderna, come la sacralità e la compiutezza dell’opera, il sacerdozio dell’autore, la “naturale” superiorità morale del pubblico competente, tutto ciò non farà che rafforzare una tendenza critica già insita in quella letteratura, e più volte espressa dalle avanguardie nel corso del secolo scorso. Discorso simile, va fatto per la crisi del canone. Le grandi opere del passato sono già “in memoria”, difficile ignorarle tutto a un tratto. Per quelle che verranno, dovremo soprattutto operare affinché ancora esistano delle comunità d’ascolto in grado di accoglierle, valorizzarle, tramandarle, anche al di fuori di ogni crisma di ufficialità e universalità. Tutto ciò corrisponderà ad esigenze e interessi di<em> minoranze</em>, che non troveranno che in se stesse la propria legittimazione. Questo, infatti, costituisce uno dei punti più delicati. Né l’università, come laboratorio a vocazione universalistica delle pratiche culturali, né la contestazione sociale, come laboratorio di classe delle pratiche politiche, stanno entrambe sufficientemente bene, per garantire <em>dall’esterno</em> legittimità a quel tipo di critica. Essa dovrà trovare in sé la propria legittimazione, e fare leva sul proprio corpo provvisorio e fragile, fatto di slanci ed errori, di collocazioni ibride e instabili, cercando di trarsi dalla palude dell’indifferenziato come il Barone di Münchhausen, prendendosi per i capelli.</p>
<p>*</p>
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		<title>Supereroi da paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Sep 2012 17:50:49 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><em>Questo testo l&#8217;ho scritto in primavera e l&#8217;ho consegnato a <a href="http://www.alfabeta2.it/">Alfabeta</a> con questo titolo. Poi, in attesa della sua pubblicazione, è arrivato il tizio con la maschera di Bane e ha massacrato il pubblico alla prima di</em> Il Cavaliere Oscuro- Il Ritorno<em>.hj</em></p>
<p>La paranoia organizzata sotto l’ideologia dello “scontro di civiltà” è un sistema i cui poli opposti si sostengono a vicenda. La strage di Tolosa l’ha reso visibilissimo. Si era capito subito che l’assassino della scuola ebraica aveva già ucciso, ma restava incerto se fosse un neonazista intento a fermare la contaminazione dell’Occidente o un fondamentalista in guerra contro la corruttela occidentale.<span id="more-43473"></span> Non appena è emerso il profilo di Mohamed Merah, la controparte ha cercato di trarne vantaggio: Marine le Pen per la campagna elettorale, il resto del populismo xenofobo europeo per rilanciare le consuete ostilità e paure. La destra al governo in Israele ha potuto cavalcare il sentimento persecutorio che il massacro d’innocenti ha rafforzato nei propri cittadini ebrei come negli ebrei della diaspora. Se tutti gli ebrei sono il Nemico, possono diventarlo specularmente, a partire dai palestinesi, tutti musulmani. Questo accrescersi della paranoia anti-islamica è, a sua volta, funzionale al rafforzarsi del fondamentalismo – in Occidente, ma anche in qualsiasi paese arabo dov’è in corso uno scontro tra chi vorrebbe più libertà e chi vorrebbe far rifluire i moti rivoluzionari in un ordine teocratico.<br />
.<br />
Lo “scontro di civilità” è un gioco di ruolo, una messa in scena sanguinaria prodotta da registi, attori e promotori che offrono la sicurezza di un’identità blindata. Per questo cela un conflitto i cui confini non corrono tra Occidente e Oriente, o Israele e Palestina.<br />
I veri nemici di ogni reazione identitaria sono tutti coloro che credono nei diritti dei singoli e dei popoli, concedono uno statuto universale ai principi della Rivoluzione e faticano a riconoscere l’Europa come fondata su pacifiche “radici giudeo-cristiane”. Persone che si fidanzano, si sposano e fanno figli con qualcuno di origine ebrea, cristiana o musulmana, refrattarie a pregiudizi e discriminazioni &#8211; anche contro le donne o gli omosessuali. I nemici irriducibili di ogni Guerra Santa sono tutti coloro che, con qualsiasi forma di militanza pacifica o semplice prassi quotidiana, si mettono di traverso alla collaborazione degli opposti. Lo dimostrano i ragazzi socialdemocratici trucidati da Anders Breivik, i parà avvicinati da Merah come fratelli e trucidati come uccisori di fratelli, o il tentativo di motivare l’esecuzione di Vittorio Arrigoni come la punizione di un “corruttore dei costumi”. </p>
<p>La guerra paranoica è guerra di propaganda che si fa spettacolo. Ne fa parte l’assedio di Mohamed Merah diventato scontro mediatico con il presidente della Repubblica in persona. Il primo ha filmato le uccisioni per farle circolare in rete, il secondo disponeva della tv mondiale per ricavarne un ritorno d’immagine.<br />
Sarkozy ha cercato di negare a Merah la fine del martire, ma la lunga resistenza trasmessa in mondovisione sarebbe bastata a qualificare l’attentatore come idolo di qualcuno. Generare orrore o ammirazione, figurare come mostri o come eroi: è questo che gli sterminatori solitari &#8211; Mohamed Merah, Anders Breivik, Gianluca Casseri a Firenze – sanno di ottenere con le loro stragi da prima pagina. La violenza-spettacolo non può sottrarsi a questa ambivalenza che rappresenta un rischio ineliminabile per chi, dall’alto del potere politico, cerca di trarre forza dal ricompattamento dell’opinione pubblica. Presumibilmente è per questo che le immagini del corpo morto di Bin Laden, il Nemico dell’Occidente per eccellenza, rappresentano l’unico caso di censura esplicita, senza poter evitare che quell’assenza parli, eccome.<br />
Il Sistema Paranoia si nutre di dialettica tra visibilità e invisibilità: dell’attenzione spostata soprattutto su una parte (la minaccia neonazista sottovalutata nei paesi occidentali); di zone oscure o oscurate che alimentano spiegazioni complottistiche; dell’odio verso chi commette violenza senza che questa appaia universalmente vista e condannata; dell’irrilevanza di tutte le vittime che non rientrano nei <em>frame</em> dominanti e non attivano ampi meccanismi di identificazione: il morti per gli attentati nei paesi islamici il cui numero supera di gran lunga tutte le vittime “occidentali” o gli stranieri uccisi in Occidente senza che diventi palese la matrice razzista del crimine, come è avvenuto in Germania con la cellula neonazista le cui vittime erano state ascritte per anni a regolamenti di conti tra gruppi criminali immigrati.<br />
Nell’ombra resta inoltre, per definizione, la zona grigia – aiuti, coperture, simpatizzanti rispettabili.</p>
<p>Crociati e jihadisti si somigliano. Si muovono per la rete, posseggono spesso gli stessi cimeli con le svastiche o <em>I Protocolli dei Savi di Sion</em>. Ma non è solo la convergenza sul nemico ebreo che, pur nell’odio reciproco, li accomuna. Si somigliano ancor più profondamente nel desiderio di avere un nemico attraverso il quale definirsi, scrollandosi di dosso un senso di marginalità o di insignificanza.<br />
Somigliano pure ai troppi uomini che uccidono le donne, benché la violenza femminicida non si ponga al riparo di un’ideologia. La “guerra di civiltà” copre un conflitto di genere che, a sua volta, nasconde spesso uno scontro di classe.<br />
La vetta della piramide sociale è ancora dominata dagli uomini e la crisi non fa che peggiorare la condizione femminile. Ma alla base le cose si complicano, perché diminuiscono maggiormente i lavori non qualificati e, fra di essi, principalmente quelli maschili. Intere nazioni si reggono sulle rimesse delle immigrate nei paesi sviluppati, dove soprattutto la richiesta di lavoro di cura favorisce le donne. Per quanto malpagate e pesanti, le mansioni femminili godono di un maggior riconoscimento della loro utilità sociale. Se si guarda alla seconda generazione, i figli di immigrati hanno prospettive assai peggiori dei loro padri, mentre le figlie possono inserirsi nel mondo del lavoro quasi sempre precluso alle madri. La carriera più agevole dei giovani proletari d’Occidente, di qualunque origine e religione, è quella criminale. I sogni di gloria forniti dalle ideologie identitarie possono divenirne copertura integrativa o rappresentare un’alternativa “onesta” di cui andare fieri.<br />
Nella variante “bianca”, l’idea del ripristino di una società ordinata si appella al rancore del uomo-padrone spodestato dalle donne e dagli stranieri, mentre l’islamismo radicale si presenta ugualmente come difesa di un antico ordine patriarcal-religioso. Le donne musulmane finiscono al centro del fuoco incrociato: se una parte ostenta l’alterità attraverso il loro corpo velato, l’altra identifica il nemico in chi indossa il “burqa”. Shaima Alawadi, trucidata a San Diego come “terrorista” perché portava il velo, è l’esempio estremo che, senza più l’alibi di voler liberare il genere sottomesso dall’oppressione islamica, appalesa l’unione dell’odio verso le donne e gli stranieri. Ma maschilismo e misoginia sono costanti più diffuse: tutte le sottoculture emerse dai ghetti o dalle periferie esibiscono l’immagine speculare della donna-oggetto sculettante e seminuda. L’esaltazione di gang, tifoserie e ogni surrogato “guerriero” neotribale, andrebbero messe a confronto con le fratellanze ideologiche, cercando di capire sino a che punto il problema cruciale non siano l’islamismo e tanto meno l’islam, bensì la perdita di ruolo e dignità sociale che si abbatte sugli uomini, in primo luogo di ceto popolare.  </p>
<p>Gli estremismi etnico-religiosi rappresentano la copertura più radicale di conflitti la cui matrice socio-economica rimane occulta. E’ ciò che li rende funzionali e, come si è visto nelle elezioni francesi e greche, passibili di raccogliere adesioni sempre più vaste. Le risposte mistificatorie approfittano del fatto che l’integrazione è sempre un percorso difficile. Convivere con un duplice legame di appartenenza e l’irrimediabile senso di estraneità che si spalanca sia verso il luogo d’origine che verso quello di destinazione, costituisce un’esperienza in sé dolorosa. Se a questo si aggiunge la realtà fatta di sopruso e pregiudizi, si è tentati ad abbracciare un’identità oppositiva, vivendo ogni sforzo di essere “per bene” e “integrati” come umiliante servilismo. Nell’Europa tra le guerre, l’adesione della gioventù ebraica al sionismo – come al socialismo e comunismo &#8211; nasceva spesso dalla ribellione contro i padri che, pur oggetto d’odio, continuavano a comportarsi da “bravi cittadini”. Quei ragazzi, tuttavia, si opponevano perlopiù anche all’ambiente ostile in cui si trovavano. Persino l’azione di uno shahid palestinese ha attinenza con un conflitto vissuto, mentre ciò che rende così diversa la vicenda di un Mohamed Merah è la sostituzione totale della lotta contro la discriminazione sperimentata con la guerra simbolica. La splendente armatura del Guerriero Santo consente di dare un senso alla doppiezza richiesta dalla socializzazione senza doversi esporre in gesti rischiosi e sgradevoli. Chiunque appartenga a una categoria discriminata sa quanto costi domare la rabbia per controbattere a una frase offensiva pronunciata “solo per scherzo”: più facile stare alle regole del gioco – ossia zitti &#8211; e deviare l’aggressività su un nemico ideologico sottratto all’esperienza.<br />
Anche la parte opposta è portata a un simile sdoppiamento. Razzismo, misoginia e omofobia sono socialmente accettati, ma solo se le loro manifestazioni si mantengono entro certi limiti. L’odio profondo, invece, va mascherato, coltivato in segreto, tra “fratelli” e iniziati. Internet ne diventa il veicolo, ma non è la causa. </p>
<p>Il fanatismo paranoico comporta una trasformazione che tocca la struttura psicologica, benché non sia mera espressione di follia individuale come dimostra la “psicosi collettiva” del nazismo storico. Per cogliere uno scollamento della percezione che rimanda a uno della personalità, basta guardare la foto di Mohamed Jarmoune, il ventenne accusato di aver progettato un attentato contro la sinagoga o la scuola ebraica di Milano. Quel ragazzo con i dreadlocks e gli occhi miti che non frequentava né la moschea né la comunità marocchina della sua zona, bensì dei convertiti italiani conosciuti in rete, avrebbe potuto massacrare dei bambini mai visti prima, come ha fatto il suo omonimo francese?</p>
<p>La figura dell’eroe ha presentato, nei secoli e in ogni cultura, delle costanti irrinunciabili. Conosciamo eroi spocchiosi e eroi riluttanti, costretti a compiere il loro destino quasi loro malgrado. Ma, per quanto fossero dotati di sfumature psicologiche o di “irrealistici” poteri sovrannaturali, l’unità di ruolo e di carattere non erano mai venute a meno.<br />
La mutazione avviene all’alba della 2°mGuerra Mondiale negli Stati Uniti, ormai potenza egemone in ogni ambito, e porta il nome di Superman. La segretezza della missione somigliava ancora a quella funzionale degli agenti d’intelligence, ma la doppia identità diventa tratto unificante e costitutivo dei variegati personaggi che gli susseguono. Il supereroe è sempre irriconoscibile nel suo alter ego quotidiano. Cambia poco che Superman sappia di fingersi Clark Kent mentre L’Uomo Ragno coincide con Peter Parker, e poco importa che per il senso comune attentatori come Merah o Breivik somiglino piuttosto ai loro malvagi antagonisti. Il nodo sta nella metamorfosi dell’immaginario: l’epica della lotta tra il Bene e il Male ormai può compiersi solo in una dimensione scissa dalla quotidianità, attraverso un’azione occulta e straordinaria. Non c’è più spazio per “uomini d’un pezzo” nella raffigurazione simbolica dei conflitti umani.<br />
Quel che nutre ogni compensazione identitaria, spingendola talvolta verso la violenza paranoica, è l’erosione della possibilità di porsi e percepirsi come soggetti unitari. Sembra ingenuo sperare che la disgregazione a favore di un campionario di ruoli e maschere possa essere contrastata con la battaglia per quei diritti, sia civili che sociali, che spetterebbero a ciascuno, ma forse non c’è leva più concreta contro un’esautorazione che ci accomuna.</p>
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		<title>96 words on the future of the internet</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/06/06/96-words-on-the-future-of-the-internet/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jun 2012 19:13:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Instead of further going down the corporate lane of Microsoft, Apple, Amazon, Google and Facebook, I propose to go back to the original architecture of Internet as public infrastructure with decentralized nodes. It may be romantic to insist on the distributed nature of networks but it is a necessary political demand. Net criticism is a toothless project without a utopian dimension. Even if internet itself had a military origin in the Cold War, and is now dominated by equally destructive force of greedy venture capitalists, backed up by libertarian gurus. Let’s rethink the public sphere: another internet is possible! - Geert Lovink]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Instead of further going down the corporate lane of Microsoft, Apple, Amazon, Google and Facebook, I propose to go back to the original architecture of Internet as public infrastructure with decentralized nodes. It may be romantic to insist on the distributed nature of networks but it is a necessary political demand. Net criticism is a toothless project without a utopian dimension. Even if internet itself had a military origin in the Cold War, and is now dominated by equally destructive force of greedy venture capitalists, backed up by libertarian gurus. Let’s rethink the public sphere: another internet is possible! &#8211; <a href="http://networkcultures.org/wpmu/geert/2012/06/06/96-words-on-the-future-of-the-internet/" target="_blank">Geert Lovink</a></p></blockquote>
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		<title>Censure: il passato davanti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/censure-il-passato-davanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 May 2011 06:32:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[biblioteche]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[Marshall McLuhan]]></category>
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					<description><![CDATA[Censure: il passato davanti / Giambattista Tirelli [In via sperimentale, Nazione Indiana mette a disposizione questo articolo anche come ebook, nei formati .epub e .mobi (file zip scaricabile qui)] Al mio coraggioso Marco che onora le virtù civiche. Svolgeremo alcune considerazioni motivate innanzitutto dalla volontà di comprendere se per le biblioteche pubbliche si pone, e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: justify;">Censure: il passato davanti / Giambattista Tirelli</h2>
<p style="text-align: justify; font-size: 80%;">[In via sperimentale, Nazione Indiana mette a disposizione questo articolo anche come <em>ebook</em>, nei formati .epub e .mobi (<a title="articolo in formato .mobi" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/censure_il_passato_davanti_giambattista_tirelli.zip" target="_blank">file zip scaricabile qui</a>)]</p>
<p style="text-align: right;"><em>Al mio coraggioso Marco che onora le virtù civiche.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Svolgeremo alcune considerazioni motivate innanzitutto dalla volontà di comprendere se per le biblioteche pubbliche si pone, e in quali termini, una questione <em>censura</em>, la cui pericolosità potrebbe derivare dal suo svilupparsi <em>nelle cose</em>: da un’insufficiente comprensione della natura degli interessi che la ripropongono, nonché dalla mancata percezione dei possibili approdi cui potrebbero condurre le tecnologie della comunicazione istantanea globalizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Proveremo ad attualizzare qualche categoria analitica ampiamente utilizzata dagli storici che si sono occupati di censura libraria. Speriamo che lo sforzo di mantenere agganciati, entro un continuo argomentativo, passato e presente e futuro, non offra il fianco a fondate critiche di anacronismo.<span id="more-38915"></span></p>
<h3 style="text-align: justify;">1. “Con le stesse sinistre operazioni”</h3>
<p style="text-align: justify;">Un apprezzabile e essenziale lavoro di Mario Infelise, dedicato a evidenziare ragioni e forme della plurisecolare censura libraria, si conclude avanzando considerazioni che possono ben fungere da sostanziale asse metodologico di altri ragionamenti tesi a mettere in luce tanto le variabili quanto le costanti politiche e culturali che hanno motivato e motivano l’intervento delle forze dominanti &#8211; del <em>potere</em> – nei processi di comunicazione sociale al fine di influire su dinamiche e esiti della formazione intellettuale e morale dei governati, o per dirlo altrimenti, dell’opinione pubblica e quindi sugli orientamenti collettivi cruciali per il consenso ai governanti (considerati non solo sotto il profilo istituzionale).</p>
<p style="text-align: justify;">Va accolto l’invito a evitare valutazioni semplicistiche, e in ultima analisi cieche, ricorrenti a schemi interpretativi manichei, dove si confrontano in secca contrapposizione il bene e il male, l’oppressione e la libertà; dove si sottovalutano le questioni che fondano le legislazioni, o si dimenticano le sinergie del punire giuridicizzato col sorvegliare del conformismo sociale, delle intolleranze ideologiche (secolari e religiose) a danno delle minoranze ritenute devianti.<a name="testo1" href="#nota1"><sup>1</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ben sappiamo che non è storicamente data governabilità equiparabile alla pura coercizione. Sempre si esprime, invece, tramite una miscela di costrizioni e persuasioni assai variamente dosate, condizionata dalla natura dei poteri vigenti e dalla loro articolazione più o meno complessa, nonché dall’efficacia delle autonome forze imperative. Non è riscontrabile censura che non sia affiancata da interventi positivi – compresi compromessi e studiate passività – a sostegno dell’ortodossia, o comunque utili a depotenziare gli antagonismi. Proprio così allora: “non è possibile definire una volta per tutte il quadro entro il quale la libertà di espressione può essere esercitata poiché esso tende a configurarsi in maniera sempre nuova, a seconda dell’evolversi delle tecnologie dell’informazione, in funzione dei sistemi istituzionali e di esigenze di carattere sociale”,<a name="testo2" href="#nota2"><sup>2</sup></a> dove le componenti economiche sono sempre presenti e rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sospettiamo tuttavia che cogliere come “spesso la repressione si sia manifestata in epoche [diverse e anche] lontane con le stesse sinistre operazioni”<a name="testo3" href="#nota3"><sup>3</sup></a> dia giustificato segno a non pochi sforzi storicizzanti, nel senso di necessitarne le conclusioni: a fronte di radicali cambiamenti, nel tempo, degli strumenti (i <em>media</em>) di diffusione delle idee registrate e quindi delle armi della battaglia culturale, gli aspiranti all’<em>egemonia repressiva</em> hanno messo in campo strategie (e tattiche conseguenti) sempre tese a realizzare un più o meno penetrante controllo, a seconda delle necessità richieste dalle circostanze, della disponibilità materiale e concettuale delle risorse informative rivolte a utilizzatori reali e potenziali. Insomma: che la critica ai novelli fautori della “licenza de’ superiori” possa con pertinenza ricorrere ad antiche obiezioni, forse è indizio di involuzioni conservatrici nella dimensione politico-sociale, più che di una pigrizia metodologica da ascrivere a chi le indaga.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrà pur dire qualcosa &#8211; l’esempio s’impone &#8211; che sia del presente ravvicinato (A. D. 2011, era della <em>rete</em>) la minacciata iniziativa di privare le biblioteche pubbliche del glorioso territorio veneto delle pubblicazioni dovute ad autori sgraditi a personaggi dell’amministrazione locale.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda risulta tanto più preoccupante quanto più i suoi promotori sembra non ne colgano l’enormità, le implicazioni eversive rispetto alle logiche democratiche generali. Dalla stampa locale veneziana si apprende infatti che l’assessore regionale all’istruzione ribatte all’accusa di illiberalità rivendicando la liceità del proprio autonominarsi gestore della “censura morale”, e pure del dare “un indirizzo politico” a insegnanti e bibliotecari affinché non diffondano i libri di autori nemmeno giudicati per le loro opere, ma in ragione delle opinioni manifestate relativamente a un fatto politico-giudiziario specifico.<a name="testo4" href="#nota4"><sup>4</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’imperdonabile colpa dei reprobi è la stessa contestata dai coscritti romani &#8211; era il 25 d.C. &#8211; a Cremuzio Cordo, ossia di non aver chiamato anch’essi <em>bandito</em> chi ritenuto per diffusa opinione tale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico accadimento è proprio Mario Infelise a ricordarcelo,<a name="testo5" href="#nota5"><sup>5</sup></a> a proposito di origini della censura, citando il Tacito degli Annali, dove racconta che il nostalgico delle virtù repubblicane Cremuzio, certo della condanna, “uscì dal senato e si lasciò morire di fame. I senatori decretarono il rogo, per mano degli edili, dei suoi libri; ma sopravvissero, prima nascosti e poi divulgati.”<a name="testo6" href="#nota6"><sup>6</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna qui sottolineare che l’auspicio dei nostri contemporanei insipienti veneti (tridentini espurgatori <em>ad honorem</em>) sarebbe di rendere indisponibili ai cittadini documenti già accessibili, cioè eliminarli funzionalmente: ancora roghi di fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Distruzione e occultamento dei libri sono azioni analoghe per scopo e risultato; almeno finché la segregazione è efficace e dà, a chi la mette in atto, l’accesso esclusivo ai supporti documentari in termini di consultazione e studio. Si pensi all’organizzazione delle biblioteche impiegate nella battaglia controriformista. Spesso previdero la realizzazione di ricetti <em>segreti</em> destinati a ospitare i libri proibiti ai fedeli, ma non ai custodi dell’ortodossia dottrinaria e perciò documentaria. L’obbiettivo, naturalmente, era il non impedirsi la conoscenza degli avversari necessaria a meglio contrastarli. Inscindibile conoscenza bibliografica e di contenuti.<a name="testo7" href="#nota7"><sup>7</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">È evidente il prioritario scopo della censura applicata alla biblioteca: definire il profilo culturale &#8211; filosofico, scientifico, letterario – della raccolta e determinare così le condizioni della sua reale disponibilità (pubblicità).<a name="testo8" href="#nota8"><sup>8</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’episodio che vede affannarsi mediocri protagonisti risulta paradigmatico della variegata fenomenologia censoria prima tratteggiata, nella quale sembra ineluttabile che gli intolleranti riescano “solo a provocare disonore a sé e notorietà alle loro vittime.”<a name="testo9" href="#nota9"><sup>9</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">A noi immersi nei flussi gratuiti della comunicazione di massa è familiare l’effetto pubblicitario indotto dalle pressioni proibizioniste in generale, e in particolare da quelle esercitate in campo culturale. Per l’ostracismo librario la cosa è ampiamente provata e documentata (anche nelle carte dell’Inquisizione) per ogni tempo e luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a fronte delle dure repliche della realtà, le Chiese e gli Stati dovettero compiere una progressiva conversione strategica delle pratiche censorie e puntare più sulla risposta culturale che sulla non risolutiva azione repressiva preventiva. La Chiesa cattolica, in particolare, non lesinò i mezzi tipografici e le risorse intellettuali necessari a dispiegare in tale chiave una controffensiva che divenne permanente: inaugurata per contrastare la Riforma, si prolungò prima contro i Lumi e poi &#8211; ancora si manifesta &#8211; in antagonismo alle varie declinazioni della laicità (spesso tacciate di laicismo).</p>
<p style="text-align: justify;">Le pretese di controllo culturale dichiarate dagli aspiranti censori padani presentano rozze caratteristiche da rimarcare: l’apparente inconsapevolezza intorno alla irrealizzabilità pratica dei limitati obiettivi prospettati &#8211; interdizione in una <em>Provincia sola</em> &#8211; dovuta innanzitutto alla molteplicità dei canali di comunicazione alternativi; la mancata promozione di <em>buoni maestri</em>. Si tratta, ci sembra, di eclatanti prove del fatto che si sentono impegnati non in una contesa per far prevalere autonome letture della realtà, ma solo a impedire l’espressione di quelle giudicate avverse; non nella controversia delle idee, ma nell’eliminazione dei termini di confronto.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la miltoniana Areopagitica possiamo ripetere che la loro proposta censoria non può “sottrarsi al novero dei tentativi inutili e vani. E chi avesse voglia di scherzare non potrebbe fare a meno di paragonarla alla trovata di quel bell’ingegno che pensò d’imprigionare le cornacchie chiudendo il cancello del parco”;<a name="testo10" href="#nota10"><sup>10</sup></a> eppoi ribadire che “la migliore e più ferma soppressione del falso ne è la confutazione.”<a name="testo11" href="#nota11"><sup>11</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Altri costruttori del consenso sociale, assai più avvertiti, sanno invece quali siano le leve su cui agire per stare nella partita per l’egemonia. Sì, non si può evitare di <em>buttarla in politica</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia però prima concesso rammentare che la nemesi della censura brandita da chi fu censurato è di antica data e sempre palesa le incoerenze degli immemori delle ingiustizie patite. Ancora John Milton non sbagliava, a metà Seicento, a cogliere la gigantesca contraddizione insita nelle misure di controllo preventivo della stampa disposte dai <em>riformati</em>, nonostante rivendicasse orgogliosamente d’esserne parte. Il poeta denunciava, con precoce sensibilità, un sopruso non nuovo e destinato a perpetuarsi nei secoli, fino a manifestarsi negli autentici tradimenti consumati da sedicenti epigoni del pensiero liberaldemocratico, dunque anche <em>sub specie</em> Popolo della libertà.</p>
<h3 style="text-align: justify;">2. Privatizzatori di risorse strategiche</h3>
<p style="text-align: justify;">Le grandi linee dell’effettuale e formale mutamento costituzionale cui ambisce la destra italiana, e persegue con aperta determinazione e qualche risultato, rivelano il disegno di spostare decisamente gli equilibri dei poteri a favore dell’esecutivo,<a name="testo12" href="#nota12"><sup>12</sup></a> appropriarsi dei principali spazi di iniziativa legislativa e piegare a domestiche priorità l’azione della magistratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Fulcro dell’autentico rivoluzionamento istituzionale è la frantumazione degli interessi per agevolare la preminenza delle alleanze che derivano potere dalla forza economica e dalla collocazione strategica nelle sedi dove si prendono le fondamentali decisioni sistemiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia a livello sociale che culturale lo scenario prevede il trionfo dei cosiddetti gruppi forti, rinvigoriti dal vantaggio di competere con concorrenti polverizzati (presupposto per evoluzioni oligopolistiche sovranazionali) e dall’estenuazione dall’immateriale condizionamento che promana dal comune sentire.</p>
<p style="text-align: justify;">La governabilità del processo necessita di una riunificazione in larga parte ideologica della rappresentanza sociale, anche cementata da un individualismo alimentato dal rapporto diretto con l’individualità mitica di un capo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accreditamento della specialità individuale del <em>leader</em> è fattore della lotta per il consenso, necessariamente combattuta con le armi di persuasione collettiva e in primo luogo con i media di massa, nei quali la televisione ha ruolo cruciale.</p>
<p style="text-align: justify;">La linea scelta dalla destra governante, un ipotetico leniniano-mcluhaniano potrebbe riassumerla con la formula “Esecutivizzazione + mediasettizzazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è populismo senza quota di popolo abbagliato. E ben si badi: l’estensione sufficiente di questo segmento sociale sedato è, almeno nelle cosiddette democrazie rappresentative, quella che consente la vittoria elettorale; dunque una frazione non necessariamente grande di cittadini, il cui peso può essere reso più determinante attraverso i meccanismi elettorali che premiano la maggioranza relativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dividere per imperare è tattica sempre produttiva e mentre cerca di strutturare assetti neocorporativi, parallelamente destruttura gli istituti del pubblico interesse per creare i presupposti oggettivi della loro delegittimazione.<br />
La marginalizzazione del ruolo pubblico, in economia e nei processi educativi, attraverso la parcellizzazione degli interessi e della loro rappresentazione istituzionale, è la sostanza essenziale delle politiche di appropriazione privata della produzione sociale. Il loro inesorabile esito, ripetiamolo, è il trionfo dei soggetti forti, cioè un riassetto strutturale oligopolistico. Esempio clamoroso, leggibile quale esperimento di laboratorio, lo si è avuto con la riconversione postcomunista dell’ex Unione Sovietica. Lì l’inversione dell’economia si è appoggiata all’irresistibile azione dello Stato forgiato dal socialismo reale: interessi privati prima <em>creati</em> a tavolino e poi garantiti dalla cogenza della nuova legalità. In altri termini: utilizzare la forza autoritativa statale in direzione autolimitativa per aprire spazi ai processi di privativizzazione e in siffatto modo costituzionalizzarli a posteriori; fare acquisire a nuovi ceti, in una partita truccata, forza regolatrice (censoria) poco avversabile perché incorporata nei meccanismi di costruzione e espressione della rappresentanza politica. L’ordinario si fa costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i nostri privatizzatori di risorse strategiche sembra agiscano secondo logiche orientali,<a name="testo13" href="#nota13"><sup>13</sup></a> certo adeguandole a uno scenario dove complessa è l’articolazione dei poteri e degli interessi consolidati, e dove la statualità forte affidata al primato dell’esecutivo (declinazione della statualità di parte, privatizzata) è in costruzione ma fortemente contrastata: proprio strani questi predicatori liberali che razzolano come neogiacobini (autoinvestiti della rappresentanza integrale del popolo sovrano).<a name="testo14" href="#nota14"><sup>14</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La privatizzazione forzata &#8211; garantita dallo Stato &#8211; non può sopportare riaggregazioni intorno a un ampio “per sé” proteso a raggiungere lo sbocco politico generale. Di qui la perseveranza con cui la destra lavora a minare le basi socioculturali favorevoli alla formazione di siffatta sintesi, a inaridire dunque il terreno da cui potrebbe trarre alimento. Ecco la contrazione degli spazi d’iniziativa economica pubblica di qualche rilevanza; la balcanizzazione della scuola e dei riferimenti pedagogici, con il lento e inesorabile ridimensionamento di quella statale (infatti la si vuole piegare alle convenienze delle imprese &#8211; necessariamente di breve periodo, vista la rapidità del mutamento del globale quadro economico in cui competono &#8211; utilizzando motivazioni derisorie degli studi interdisciplinari d’impianto umanistico). Di qui l’attacco all’unità sindacale dei lavoratori imperniato sulla promozione della contrattazione individuale; la diminuzione fino all’insignificanza del contributo pubblico a sostegno ai progetti culturali senza finalità di lucro, e così marginalizzare le produzioni indipendenti; l’indebolimento fino allo stremo dei canali pubblici di informazione/autoformazione, fra i quali si situano le biblioteche. Non si ipotizzano un altro teatro, un diverso cinema, biblioteche riposizionate, bensì drastici rovesciamenti o liquidazioni di tutto quanto non sia collocabile in sorvegliate dinamiche economiciste.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opzione non prevede <em>entrismi</em> ma il più rapido smantellamento possibile degli istituti del pluralismo e di quelli concepiti per realizzare equilibri frutto del libero confronto che concretizza il <em>contratto sociale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Risultato prevedibile? La moltiplicazione dei conflitti d’interesse conseguente all’esasperata granulare polarizzazione socioculturale.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale contesto stanno le biblioteche pubbliche: scandalosamente gratuite, solo indirettamente produttive di ricchezza materiale, e <em>di tutti</em> per vocazione; intrinsecamente avversarie dei particolarismi, sia nella versione dei localismi identitari che degli specialismi strumentali; mezzi della cittadinanza consapevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso <em>queste</em> biblioteche la censura da attendersi dalle autorità neocorporative è la più radicale: il progressivo indebolimento fino alla consunzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Previsioni diverse potrebbero essere giustificate per il futuro di <em>altre</em> biblioteche: pubbliche solo per afferenza istituzionale e campo per ruoli innocui variamente interpretabili (compreso il ritorno a prioritarie funzioni celebrative del campanile).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, qui giunti, è inevitabile interrogarci sul presente che viviamo, il quale suscita l’allarme di Giovanni Solimine fino a denunciare che “di questo passo si va inesorabilmente verso la chiusura.”<a name="testo15" href="#nota15"><sup>15</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">I giochi non sono fatti, almeno finché la lotta politica generale resta aperta a sbocchi alternativi. Anche per questo non sono accettabili ignavie di chi si dice pensieroso per le sorti delle biblioteche pubbliche, né incoerenze teoriche e operative.</p>
<p style="text-align: justify;">I bibliotecari presi dall’<em>economia della biblioteca</em> (come se fosse ambito di una indifferenziata <em>economia della cultura</em>), dalle mirabolanti virtù del mercato, quando non abbiano personali spinte all’innamoramento (comprese le ambizioni accademiche) temiamo non siano immuni dalla subalternità a un pensiero che ha fatto passi da gigante nel lavoro di disseminazione della sfiducia, del disprezzo anzi, verso ogni richiamo all’utilità non immediatamente monetizzabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure la biblioteca pubblica non può lavorare che rivolgendosi a tutti i cittadini, rifacendosi cioè a un canone culturale nemmeno indirettamente specialistico (proprio non orientato all’economicismo) e dunque confermando anch’essa, alla luce dei cambiamenti e dei bisogni generali della società servita, l’apertura privilegiata a ricontestualizzate istanze umanistiche, ch’è come dire democratiche: “non per profitto”.<a name="testo16" href="#nota16"><sup>16</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non riteniamo perciò una forzatura polemica interpretare come frutto censorio l’opacità delle biblioteche pubbliche derivata da gestioni non all’altezza della loro missione: pseudoservizi che si autoperpetuano prescindendo dal valore d’uso. Sicché ai bibliotecari incapaci è giustificato imputare la connivenza coi censori in stretta accezione, sotto forma di oggettiva compartecipazione al sistema che questi costruiscono.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi combatte le interdizioni può legittimamente appellarsi alla deontologia professionale dei bibliotecari, ma ancor più deve pretendere da essi che la interpretino come dovere di onorare il <em>mestiere</em>.<a name="testo17" href="#nota17"><sup>17</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quando poi volgiamo l’attenzione ai titolari istituzionali delle biblioteche &#8211; non di unica casacca &#8211; non di rado li vediamo disinteressati al loro produttivo funzionamento, o addirittura scientemente impegnati a minarne la vitalità.<br />
Si sa della cura rivolta dalle organizzazioni censorie al controllo della vita quotidiana, del loro insinuarsi nell’intimità dei fedeli/sudditi affinché interiorizzassero il timore di inesorabili punizioni per ogni cedimento a tentazioni trasgressive, fra le quali avevano posto significativo le private letture. E particolarmente perniciosa era ritenuta la lettura di autori contemporanei non allineati, giacché il loro intervenire sul presente li faceva percepire come incombenti pericoli per l’ordine costituito e la sua credibilità. Fu così per i <em>philosophes</em> e, guarda caso, lo è per Roberto Saviano in alcune verdi contrade.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non stupisce che i dominanti siano assai sensibili a tutto ciò che contribuisce a plasmare i connotati della contemporaneità di cui partecipano, allora ben si spiegano le coazioni a ripetere verificabili nelle interferenze di non isolati amministratori locali nella scelta dei periodici da mettere a disposizione del pubblico nelle biblioteche comunali, e innanzitutto dei quotidiani e dei settimanali. Operazioni immancabilmente aperte dall’invocazione di maggiore pluralismo politico-culturale e altrettanto immancabilmente sfocianti nel suo impoverimento, nella riduzione dell’ampiezza e della varietà dell’offerta informativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Deprimenti criteri selettivi del personale impiegato nelle biblioteche pubbliche e tagli dei finanziamenti destinati al loro funzionamento ordinario, non sono tipici dei soli momenti di crisi economica generale; si registrano anche in fasi di relativa prosperità e perlopiù inaugurati decurtando le somme destinate al rinnovamento delle raccolte (scelta coerente di una volontà tesa a prosciugare le fonti della ricchezza ideale).</p>
<h3 style="text-align: justify;">3. “Se mi portano via i neuroni devo stare zitto?”</h3>
<p style="text-align: justify;">La recrudescenza delle iniziative censorie è sempre contestuale all’importanza e all’intensità dei movimenti di antagonismo politico e culturale, ma acuisce parallelamente alla crescita quantitativa e all’efficacia della diffusione degli strumenti di comunicazione che li fanno conoscere. Lo si è visto nella fase di spettacolare dilatazione della produzione libraria dovuta alla stampa tipografica, quando i ceti egemoni si sono trovati a fare i conti con la necessità di controllare gli ampi effetti liberatori dovuti alla nuova tecnologia (<em>miracolosa</em>) presentatasi come radicale rottura delle pratiche artigianali di copiatura manoscritta. Bisogna tuttavia rilevare un dato importante: mentre la sorveglianza della pur ristretta e disseminata produzione calligrafica era sostanzialmente impensabile, la nuova stampa seriale offriva possibilità di controllo dovute al fatto che richiedeva una struttura tecnica e una organizzazione difficilmente occultabili. Solo la moltiplicazione e la diffusione territoriale delle officine di stampa ricostituirono condizioni di obiettiva incontrollabilità della produzione libraria e della sua circolazione: controprova di quanto più la produzione è concentrata, tanto più il suo controllo è facilitato. E si è già potuto constatare che ciò vale anche per la <em>rete</em>, per “Internet bifronte” che “aiuta i dimostranti e difende i regimi”.<a name="testo18" href="#nota18"><sup>18</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">C’è una dialettica <em>centralizzazione produttiva/controllabilità</em> cui è indispensabile porre attenzione. Ne è lontano esempio il rovesciamento funzionale conosciuto da famosissime opere d’informazione bibliografica.<a name="testo19" href="#nota19"><sup>19</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La circolazione dei documenti stampati è stata favorita anche dall’efficacia dei mezzi di segnalazione al pubblico, cioè dall’incisività informazionale dei repertori bibliografici: di quegli strumenti a lungo definiti “biblioteche”, a loro volta, proprio perché potenti disseminatori di notizie librarie, controllati dalle autorità custodi dell’ortodossia intellettuale e dei costumi.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>biblioteca repertorio</em> quale ideale progetto della raccolta reale insinua riflessioni angoscianti se volgiamo lo sguardo al futuro del controllo delle memorie registrate, del processo documentario di produzione/circolazione/fruizione, alla luce delle vicende del passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo al ribaltamento di finalità conosciuto dalla <em>Bibliotheca universalis</em> di Konrad Gesner: concepita dall’autore anche per aiutare “la costituzione di biblioteche pubbliche, ‘le sole &#8211; affermava &#8211; in grado di conservare i libri a lunghissima scadenza e, nello stesso tempo, a tenerli a portata di mano per l’uso immediato del lettore’”,<a name="testo20" href="#nota20"><sup>20</sup></a> venne cinicamente e proficuamente utilizzata dai censori cattolici. Nell’appassionato lavoro bibliografico gesneriano, pur ritenendolo eretico, essi trovarono, bell’e pronte, “già accuratamente raggruppate, grazie alla classificazione, le opere filosofiche e teologiche che si volevano inserire nell’Indice dei libri proibiti.”<a name="testo21" href="#nota21"><sup>21</sup></a> E non ci può confortare che a sua volta l’<em>Index</em> cattolico sia spesso servito a facilitare le ricerche (certo assai rischiose) operate dai <em>riformati</em>, oltre che dagli avidi di pagine rese ancor più desiderabili dai divieti di lettura totale o parziale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inquietudine ci prende immaginando che a un attacco censorio incisivo possa essere esposto l’equivalente fisico della universale biblioteca repertorio, ed è accresciuta dall’ambivalente presa d’atto che le tecnologie digitali possono compattare il ciclo della <em>documentalità</em> al punto di far coincidere il momento della produzione dei contenuti con quello della pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tommaso Giordano, in un lucido recente intervento, ha proposto agli interlocutori di riflettere sull’urgenza di dare soluzione ai problemi che la conservazione di lungo periodo delle memorie registrate deve affrontare passando dal trattamento dei documenti analogici a quello delle risorse digitali. Ha formulato un chiaro quesito: <em>se</em> e <em>come</em> non banali virtù, storicamente accertate, della tradizionale organizzazione conservativa sperimentata in contesto analogico dovranno/potranno venire salvaguardate in ambiente digitale (da considerare in tutta la sua enorme novità e non solo sotto il profilo tecnologico). Egli risponde positivamente e sostiene la necessità di continuare a impegnare, in puntuali pratiche cooperative, molteplici soggetti istituzionali e biblioteche di ogni tipologia, con la consapevole ambizione di “tutelare la diversità culturale e la libertà intellettuale”.<a name="testo22" href="#nota22"><sup>22</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il vice direttore della Biblioteca dell’Istituto universitario europeo di Fiesole sembra convinto sia preferibile optare per assetti organizzativi distribuiti, e sia possibile farlo senza perdere i vantaggi che in termini di efficacia ed economie di scala possono venire dall’impiego delle tecnologie elettroniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quadro così abbozzato è tuttavia osservabile con ulteriori preoccupazioni se pensiamo alle implicazioni antropologico-culturali dei processi di conservazione delle memoria; se li riferiamo alla individuale capacità umana di memorizzare e mantenere l’accesso incondizionato al memorizzato, in altre parole di salvaguardare la sovranità su esso. Si tratta nientemeno dell’orizzonte ove ora si collocano le grandi questioni &#8211; queste sì permanenti &#8211; implicate dalla censura.</p>
<p style="text-align: justify;">Mantengono formidabile forza euristica molti costrutti metaforici mcluhaniani, e rimane intatta l’attualità dell’invito a considerare che “possiamo, se vogliamo, riflettere sulle cose prima di produrle”<a name="testo23" href="#nota23"><sup>23</sup></a>: a farlo in anticipo sui punti di svolta oltre i quali non è più possibile il recupero di margini sufficienti a compiere scelte correttive sostanziali, dove il “<em>medium</em> […] ha il potere di imporre agli incauti i propri presupposti.”<a name="testo24" href="#nota24"><sup>24</sup></a> Infatti la strada su cui già siamo incamminati punta a una meta interpretabile come altro arrivo di tappa sul lungo percorso di esternalizzazione tecnologica della sensorialità umana: amputazione, per sostituirli, di organi non più in grado di svolgere in modo adeguato, per dimensione e velocità, le funzioni richieste dalla dinamica sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta si tratta di surrogare facoltà intellettuali della specie. Di nuovo l’operazione prevede amputazioni degli organi di senso per convertirli in aggeggi (ora elettronici) con ingigantite capacità di stoccaggio e elaborazione. Ma la dolorosità dell’intervento reclama l’anestesia preventiva: narcosi che intorpidisca il corpo e con esso la coscienza di una perdita.</p>
<p style="text-align: justify;">L’astuzia insita nel processo sta nell’avallare l’assunto che non si tratterebbe di vere sottrazioni, giacché quei prolungamenti sarebbero sempre a libera disposizione. Però è lecito sospettare non sia così: avremo a che fare con un miraggio procurato, paragonabile alla sindrome nota in neurologia come dell’<em>arto fantasma</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Resteranno attive nelle teste le aree una volta dedite al controllo delle parti corporee protesizzate. Lì, allucinate, continueranno a percepire segnali in realtà dovuti a un’assenza. Proprio la condizione “di chi è ipnotizzato dal suo proprio essere, amputato ed estensivamente assunto in una nuova forma tecnica.”<a name="testo25" href="#nota25"><sup>25</sup></a> L’effetto è dovuto al marchingegno che ricorre a “una massiva riorganizzazione delle aree topografiche cerebrali [dove] le zone che controllano le parti del corpo rimaste intatte”<a name="testo26" href="#nota26"><sup>26</sup></a> integrano , entro un nuovo equilibrio, quelle ormai senza compiti informativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla sembra cambiato, ma tutto lo è: si è ridisegnato “contemporaneamente l’intero campo dei sensi”<a name="testo27" href="#nota27"><sup>27</sup></a>. Come nella testa di Ahab risarcito con un arto d’avorio, ma il cui “corpo dilaniato e l’anima squarciata sanguinarono l’uno nell’altra e, confondendosi, lo fecero impazzire.”<a name="testo28" href="#nota28"><sup>28</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">È ormai qui il tempo del sistema nervoso centrale fuori di noi, dell’intera memoria elaborata posta (migrata/amputata) sul web e da riattivare/rielaborare in <em>streaming</em>. E l’avvento dell’ebook ci sta dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dibattito mantenuto nell’orizzonte della <em>rivoluzione materiale del libro</em> è puro diversivo, proprio in senso militare: scaramuccia per distogliere l’attenzione dal fronte dove si combattono le battaglie decisive con in palio la presa sull’encefalo del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le armi spianate, per lo più fatte di rassicurante plastica, non sono però caricate a salve. Nei conflitti avviati, o che incombono, non è certo l’acciaio che serve. Si manovrano attrezzi variamente siglati, tipo quanto “concepito per vivere esclusivamente su internet e per dominare [?] la grande nuvola di codici binari che sovrasta le nostre vite moderne”<a name="testo29" href="#nota29"><sup>29</sup></a>: cirri digitali di tessuto cerebrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che s’intravede ha poco da spartire coi timori di Ray Bradbury: non le memorie registrate messe al rogo, ma tolte quelle psichiche. E non si tratta di cronaca marziana.</p>
<p style="text-align: justify;">Induce qualche turbamento che proprio nella fase in cui sono venuti meno gli ostacoli materiali per la conservazione ravvicinata di immense risorse documentarie coordinate – impregiudicata la più ampia ed efficiente condivisione &#8211; si ipotizzi di spostare e concentrare le archiviazioni, e i software di elaborazione, in remoto, alla possibile mercé di pochi depositari sovrani (magari uno, onnipotente).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse non è peregrina la messa in guardia affinché non ci si debba trovare, stupiti e inermi, a onorare una resa nemmeno trattata; a constatare di avere consegnato sensi e senso “agli interessi commerciali [dominanti], alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo […] i nostri occhi, le orecchie e i nervi [e scoprire che] in realtà non abbiamo più diritti.”<a name="testo30" href="#nota30"><sup>30</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La chiara visione storica di quali sono stati i fattori organizzativi e istituzionali che hanno messo a rischio mortale la disponibilità delle fonti indispensabili all’esercizio e allo sviluppo della libertà di studio e ricerca e del diritto all’informazione attivo e passivo &#8211; e al contrario di quali ne hanno favorito la difesa e la crescita &#8211; dovrebbe fungere da bussola anche per le scelte strategiche di ristrutturazione del sistema di produzione, conservazione e trasmissione del sapere raccolto con tecnologie digitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo allora sia indispensabile puntare all’assetto multipolare, nel quale sedi operative e fonti trattate abbiano autorità e gradi di ridondanza sufficienti a minimizzare le possibilità di interdizione (proibire) o manipolazione (espurgare) a opera di chiunque. Il suo obiettivo centrale non può che essere l’effettivo libero uso individuale e sociale delle risorse documentarie, a cominciare da quelle cumulate nella lunga era della registrazione analogica.<br />
I problemi pratici da affrontare sono certo complessi, ma la loro soluzione non può ricorrere a scorciatoie tecnicistiche, e ancor meno prescindere da un rigoroso principio direttivo democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Segnaliamo la necessità di uscire dall’equivoco mascherato dal disinvolto uso della formula “possesso/accesso” per sottolineare l’essenzialità del secondo elemento della coppia rispetto alla presunta scarsa rilevanza funzionale del primo; come se la piena disponibilità di una risorsa fosse del tutto indipendente dalla sua effettiva titolarità. No, non è mai stato così. La sottovalutazione è forse stata coperta anche dall’equivoco linguistico, giacché l’accesso non è altro che possesso. La distinzione gravida di conseguenze è tra proprietà e possesso. Alla proprietà si connette il diritto di completa disponibilità delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">L’organizzazione policentrica delle condizioni di conservazione e recupero delle memorie (ovviamente pensiamo alle raccolte pubbliche) dovrebbe basarsi sul mantenimento integrale della sovranità d’uso derivante dalla proprietà. Per le biblioteche le implicazioni di ciò sono manifeste, innanzitutto rispetto agli accordi con partner commerciali per la digitalizzazione e la messa a disposizione delle preesistenze analogiche, e nondimeno per la stesura degli articolati contrattuali d’acquisizione della disponibilità non effimera della produzione documentaria corrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella contesa lanciata dai tagliatori di teste necessita tenere “conto della sterminata capacità che l’uomo ha di ipnotizzare se stesso fino a perdere la consapevolezza dell’esistente sfida [e] che, per sopravvivere, la forza di volontà è necessaria quanto l’intelligenza”<a name="testo31" href="#nota31"><sup>31</sup></a>, [p.76] giacché questa non si dispiegherà senza che quella l’incalzi.</p>
<p style="text-align: justify;">È il caso &#8211; ecco l’eco gramsciana &#8211; di appellarci a quell’intelligenza avvertita che “oggi […] abbiamo anche bisogno della volontà di essere straordinariamente informati e consapevoli”<a name="testo32" href="#nota32"><sup>32</sup></a> su come e dove si vuole montare la ghigliottina a cui intendono trascinarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma pure possiamo farci dare voce da un infuriato e lungimirante artista e ripetere con lui: “Ce l’ho con l’energia nera che ci sta sommergendo, con la perdita del pensiero, dell’anima, della consapevolezza. Con i direttori di riviste patinate che si credono giornalisti, con l’omicidio plurimo della cultura, con la delinquenza intellettuale. Perché se mi portano via i risparmi da una banca posso incazzarmi, ma se mi portano via i neuroni devo stare zitto?”<a name="testo33" href="#nota33"><sup>33</sup></a></p>
<p style="text-align: center; margin-top: 10px; margin-bottom: 20px;">* ** *** * *** ** *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a name="nota1">[1]</a> Si veda, a riguardo di approcci problematizzanti: La censura nel secolo dei Lumi : una visione internazionale / a cura di Edoardo Tortarolo ; saggi di Patrizia Delpiano … [et al.]. – Torino : UTET libreria, 2011. <a href="#testo1">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota2">[2]</a> I libri proibiti : da Gutenberg all’Encyclopedie / Mario Infelise. &#8211; Roma : Laterza, 1999, p. 123. <a href="#testo2">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota3">[3]</a> Ibidem. <a href="#testo3">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota4">[4]</a> Non diamo ulteriore conto della questione (peraltro assai nota grazie all’eco avuta anche sulla stampa nazionale) per l’ovvio motivo che non può avere qui, da nessun punto di vista, oggettiva importanza. Chi volesse documentarsi veda, nel sito dell’Associazione italiana biblioteche, all’URL: &lt;<a title="AIB" href="http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101.htm" target="_blank">http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101.htm</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo4">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota5">[5]</a> I libri proibiti / M. Infelise, cit., p. 3. Anche Luciano Canfora ha in più d’una occasione ricordato l’episodio: Studi di storia della storiografia romana. &#8211; Bari : Edipuglia, 1993, p. 221-239 &#8212; Libro e libertà. &#8211; Roma ; Bari : Laterza, 1994, p. 64-65. <a href="#testo5">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota6">[6]</a> Riscontrabile in qualunque ed. di: Annali / Cornelio Tacito,  Libro IV, 34-35. <a href="#testo6">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota7">[7]</a> Sulla “necessità di conoscere gli scritti dei loro avversari per poterne dare confutazioni argomentate” (p. 41), si veda: Vicende censorie in Inghilterra tra ‘500 e ‘600 / Luigi Balsamo, p. 31-52, in: La censura libraria nell’ Europa del secolo XVI : convegno internazionale di studi, Cividale del Friuli, 9-10 novembre 1995 / a cura di Ugo Rozzo. &#8211; Udine : Forum, 1997. <a href="#testo7">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota8">[8]</a> A proposito di <em>condizioni di disponibilità</em> appaiono esemplari gli ostacoli frapposti dalla Chiesa romana controriformista alla stampa e alla circolazione della Bibbia volgarizzata. Sono illuminanti le ricerche dedicate a questo tema da Gigliola Fragnito: La Bibbia al rogo : la censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura : 1471-1605. &#8211; Bologna : Il mulino, 1997 &#8212; Proibito capire : la Chiesa e il volgare nella prima età moderna. &#8211; Bologna : Il mulino, 2005. <a href="#testo8">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota9">[9]</a> Annali / Tacito, cit., ibidem. <a href="#testo9">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota10">[10]</a> Rimandiamo a una delle recenti riproposizioni del celeberrimo testo miltoniano: Areopagitica : discorso per la libertà di stampa / John Milton ; introduzione, traduzione, note e apparati di Mariano Gatti e Hilary Gatti. &#8211; Milano : Bompiani, 2002, p. 35. <a href="#testo10">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota11">[11]</a> Ivi, p. 85. <a href="#testo11">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota12">[12]</a> Bisognerà pur dire che non è mancata la corrività dello schieramento opposto, promotore di una profonda revisione dell’Amministrazione locale nel segno dell’ampliamento non bilanciato dei poteri dei sindaci e dei presidenti delle giunte regionali, e dei loro assessori. L’operazione, nobilitata dal richiamo alla “governabilità”, ha dato i frutti che necessariamente produce ogni deriva dirigista che sente come inutile zavorra le procedure del controllo democratico formale e sostanziale. Gli inconsulti furori censori (o apologetici) di qualunque “governatore”, o sindaco, o assessore, sarebbero impensabili entro un quadro normativo dove i loro poteri personali fossero del tutto compatibili con i princìpi di <em>garanzia</em>. <a href="#testo12">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota13">[13]</a> È stato indagato con approccio eccessivamente psicologistico l’evidente trasporto berlusconiano verso le figure di conclamati oligarchi e per Vladimir Putin in primo luogo. <a href="#testo13">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota14">[14]</a> “Come giustamente è stato notato, l’intenzione del contrappeso del giudizio di costituzionalità non è di natura giacobina, ma moderata, in quanto i giacobini non ammettevano contrappesi all’esercizio del potere legislativo e spostavano tutto il discorso sul principio assoluto e non contrastabile del popolo sovrano.” Così a p. 32 di: Costituzionalizzare la censura / Antonio Trampus, p. 3-41, in : La censura nel secolo dei Lumi / a cura di E. Tortarolo, cit. <a href="#testo14">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota15">[15]</a> L’Italia che legge / Giovanni Solimine. &#8211; Roma ; Bari : Laterza, 2010, p. 51. <a href="#testo15">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota16">[16]</a> L’allusione, forse troppo scontata, evoca: Non per profitto : perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica / Martha C. Nussbaum. – Bologna : Il mulino, 2011. <a href="#testo16">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota17">[17]</a> Cfr.: La censura in biblioteca : ma non c’è l’etica del bibliotecario? / Fausto Rosa. &#8211; <em>AIB Notizie</em>, 2 (2010), p. 4-5. Disponibile anche all’URL: &lt;<a title="AIB" href="http://www.aib.it/aib/editoria/n22/0202.htm3" target="_blank">http://www.aib.it/aib/editoria/n22/0202.htm3</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo17">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota18">[18]</a> La citazione riproduce il titolo dell’articolo di Andreas Whittam-Smith, giornalista del quotidiano inglese The Indipendent, ripreso su L’unità del 7 febbraio 2011. <a href="#testo18">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota19">[19]</a> La nostra mente va alla valenza esemplare dei fondamentali studi dedicati da Luigi Balsamo all’opera di Konrad Gesner e alle opposte fatiche normalizzatrici del gesuita Antonio Possevino. Riviamo ad alcuni suoi magistrali lavori: La bibliografia : storia di una tradizione. &#8211; Firenze : Sansoni, 1984 &#8212; Il canone bibliografico di Konrad Gesner e il concetto di biblioteca pubblica nel Cinquecento, p. 77-95, in: Studi di biblioteconomia e storia del libro in onore di Francesco Barberi / a cura di Giorgio De Gregori e Maria Valenti con la collaborazione di Giovanna Merola. &#8211; Roma : Associazione italiana biblioteche, 1976 &#8212; Antonio Possevino S. I. bibliografo della Controriforma e diffusione della sua opera in area anglicana. &#8211; Firenze : Olschki, 2006. <a href="#testo19">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota20">[20]</a> La bibliografia / L. Balsamo, cit., p. 29. <a href="#testo20">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota21">[21]</a> Ivi, p. 37. L’autore sottolinea l’imprevisto uso fatto delle <em>Pandectae</em> a fini selettivi. <a href="#testo21">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota22">[22]</a> L’occasione è stata il convegno “L’Italia delle biblioteche. Scommettendo sul futuro nel 150º anniversario dell’unità nazionale”, Milano, Palazzo delle Stelline, 3-4 marzo 2011. Citiamo dal fascicoletto lì distribuito, riportante la versione provvisoria dell’intervento: Dalla memoria cartacea alla memoria digitale : verso nuovi modelli di riferimento / Tommaso Giordano, p. 7. <a href="#testo22">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota23">[23]</a> Gli strumenti del comunicare / Marshall McLuhan. &#8211; Milano : Garzanti, 1977, p. 54. <a href="#testo23">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota24">[24]</a> Ivi, p. 20. <a href="#testo24">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota25">[25]</a> Ivi, p. 15. <a href="#testo25">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota26">[26]</a> Lo spavento per l’arto fantasma / Bianca Fossati, p 18-20, in: <em>Occhio clinico : rivista di pratica medica</em>, 2 (feb. 2008), p. 20. Raggiungibile all’URL &lt;<a title="arto fantasma" href="http://www.occhioclinico.it/cms/files/oc080218.pdf" target="_blank">http://www.occhioclinico.it/cms/files/oc080218.pdf</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). Nel contributo si ricorda anche la sofferenza del capitano Ahab. <a href="#testo26">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota27">[27]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 51. <a href="#testo27">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota28">[28]</a> Moby Dick / Herman Melville ; introduzione di Vito Amoruso ; traduzione di Lara Fantoni. &#8211; Roma : La repubblica, 2004, p. 242. <a href="#testo28">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota29">[29]</a> Così all’URL &lt;<a title="Repubblica" href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/27/news/prova_cr-48-10547730/index.html?ref=search" target="_blank">http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/27/news/prova_cr-48-10547730/index.html?ref=search</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011), sotto la firma di Paolo Pontoniere, a proposito del Cr-48 di Google. <a href="#testo29">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota30">[30]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 74. Qui sia permesso respingere quella che abbiamo inteso come intimazione alla concretezza. Alludiamo al passaggio conclusivo dell’ interessante articolo: Ebook, DRM e biblioteche : una mappa sintetica sulle prospettive del “digital lending” per libri e altri media in Italia / Giulio Blasi, in: <em>Bibliotime</em>, 3 (nov. 2010). Il contributo è raggiungibile all’URL &lt;<a title="Bibliotime" href="http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm" target="_blank">http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). Non sappiamo se anche il sociologo canadese soffrisse di “tic ‘crociano italico’”: propensione all’indugio del filosofare invece che fare, a occuparsi “di storia della tecnologia” piuttosto che innovare. Chissà. Azzardiamo tuttavia che la sua tensione a capire postulasse tutt’altro che l’immobilità. Ci piace pensare che esortasse, semplicemente, a valutare la pericolosità di ogni nuovismo acritico (tautologia, ovviamente). <a href="#testo30">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota31">[31]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 76. <a href="#testo31">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota32">[32]</a> Ibidem. <a href="#testo32">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota33">[33]</a> Così Alessandro Bergonzoni nella veramente bella intervista rilasciata a Sara Chiappori e apparsa, il 5 marzo 2011, nelle pagine milanesi del quotidiano <em>La Repubblica</em>. Titolo della conversazione: “Non sono soltanto un comico ma uno che ricerca l’invisibile”. Leggibile all’URL: &lt;<a title="Repubblica" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/05/non-sono-soltanto-un-comico-ma-uno.html" target="_blank">http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/05/non-sono-soltanto-un-comico-ma-uno.html</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo33">&uArr;</a></p>
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		<title>Legge bavaglio, scenari per blog e Nazione Indiana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/17/legge-bavaglio-e-scenari-per-blog-e-nazione-indiana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 09:11:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jan Reister La cosiddetta Legge Bavaglio (vedi la dettagliata analisi degli articoli di Guido Scorza) che sta suscitando le proteste della società democratica ( qui un&#8217;ottima iniziativa di Paolo Gentiloni, Matteo Orfini e Pippo Civati) potrebbe entrare in vigore presto, inalterata. Tra le conseguenze devastanti che avrà per la democrazia, la legalità e la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jan Reister</strong></p>
<p>La cosiddetta Legge Bavaglio (vedi la  dettagliata <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/questo-e-il-bavaglio:-vi-piace/2128998">analisi  degli articoli</a> di Guido Scorza) che sta suscitando le proteste della  società democratica ( <a title="mobilitanti.it" href="http://www.mobilitanti.it/dettaglio/110443">qui</a> un&#8217;ottima  iniziativa di Paolo Gentiloni, Matteo Orfini e Pippo Civati) potrebbe  entrare in vigore presto, inalterata. Tra le conseguenze devastanti che  avrà per la democrazia, la legalità e la libertà di espressione, ve ne  sono alcune che riguardano direttamente i siti informatici. Anche se  spero che la legge non venga mai promulgata, è ragionevole prepararsi ad  affrontare concretamente il futuro che aspetta blog, siti web ed  attività in rete.<span id="more-35824"></span></p>
<h3>L&#8217; obbligo di rettifica</h3>
<blockquote><p>Articolo  1 comma 29: [&#8230;] Per i siti informatici, ivi compresi i giornali  quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le  rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con  le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al  sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.</p></blockquote>
<p>Come scrive <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=1883">Guido Scorza</a>, l&#8217;obbligo  perentorio di gestire una richiesta di rettifica con questi tempi mette  chi gestisce un sito, di fronte a rischi, non solo per le sanzioni fino  a 12.500 euro:</p>
<blockquote><p>che siate un blogger, il gestore di  un “sito informatico” o piuttosto abbiate un canale su You Tube, in un  momento qualsiasi, magari nel mezzo delle Vostre agognate vacanze,  qualcuno potrebbe chiedervi di procedere alla rettifica di  un’informazione pubblicata e Voi ritrovarvi costretti a scegliere se dar  seguito alla richiesta senza chiedervi se sia o meno fondata,  rivolgervi ad un avvocato per capire se la richiesta meriti accoglimento  o, piuttosto, opporvi alla richiesta, difendendo il vostro diritto di  parola ma, ad un tempo, facendovi carico di grosse responsabilità. (<a href="http://www.guidoscorza.it/?p=1883">cit</a>)</p></blockquote>
<h3>Le  fonti di rischio</h3>
<p>Una richiesta di rettifica può arrivare per  qualsiasi informazione pubblicata sul sito: testi, filmati, immagini. È  più facile che sia scatenata da riferimenti a persone, istituzioni,  aziende, marchi e prodotti, e non da concetti astratti generali.</p>
<p>Si può  essere accurati, attenti nella pubblicazione, ma i siti che hanno un  grande archivio storico (Nazione Indiana, <a href="http://www.carmillaonline.com">Carmilla</a> per esempio) hanno  un grosso problema legato alla quantità di materiale, prodotto spesso  in condizioni diverse.</p>
<p>È impensabile mettere fuori linea gli archivi.  Altro problema comune a tutti i blog sono i commenti, magari messi in  passato su articoli ormai d&#8217;archivio.</p>
<h3>Uno scenario reale</h3>
<p>Ecco  cosa potrebbe accadere dopo la promulgazione della legge:</p>
<p>Gestisci un  sito informatico, magari un blog come Nazione indiana, e un giorno una  persona vuole farti pubblicare una  dichiarazione o rettifica a  proposito di un articolo che hai scritto. Questa persona va da un  avvocato, il quale ti invia una raccomandata, magari anticipata  gentilmente via email.</p>
<p>Se tutto fila liscio, devi  fare in poco tempo le  difficili scelte dette sopra. Se, come può succedere, non ricevi  l&#8217;email né la raccomandata (filtri antispam, indirizzo vecchio, sei in  ospedale, fai il turno di notte, sei in viaggio di nozze),  il postino  ti lascia l&#8217;avviso e la lettera torna all&#8217;ufficio postale (spesso  distante chilometri da dove abiti) dove, se non la ritiri durante la  giacenza di 7-15  giorni, torna al mittente.</p>
<p>L&#8217;avvocato allora procede  per conto del suo cliente e ti fa causa. Ora hai bisogno tu di un  avvocato, di tempo e di soldi.</p>
<p>Da qui in poi è difficile dire  cosa succederà: prima o poi ci sarà un caso esemplare, una persona che  messa di fronte a questo meccanismo infernale opporrà le sue ragioni  pubblicamente e metterà a nudo l&#8217;iniquità della legge. Fino a quel  momento siamo tutti dei potenziali casi esemplari.</p>
<h3>Indicazioni  pratiche per chi gestisce un sito</h3>
<p>Cosa succede in pratica quando  arriva una richiesta di rettifica dipende molto dal genere di sito web:  i suoi contenuti, i modi di interagire con le persone (un forum, un  blog, un sito di user generated content), dome è realizzato e dove.  Dipende anche da chi ci sta dietro, che sia un privato cittadino o una  struttura stabile, un&#8217;azienda, un giornale. Qui riporto alcuni casi  tipo per le situazioni più diffuse:</p>
<h4>Sito web senza indicazione  del responsabile</h4>
<p>Nel caso di un blog ospitato da piattaforme  come Splinder, Blogspot o wordpress.com, se non c&#8217;è alcuna informazione  sul proprietario, la richiesta di rettifica viene inviata al gestore  della piattaforma. Questi di solito la comunica all&#8217;utente via email  (l&#8217;indirizzo interno usato per la registrazione del sito) e se non  riceve risposta di solito prende misure unilaterali (chiusura del sito,  cancellazione di articoli) secondo il contratto di servizio.</p>
<p>Il tempo tra la ricezione della  richiesta presso il gestore e l&#8217;inoltro interno all&#8217;utente erode il margine di  48 ore e può di fatto mettere l&#8217;utente in condizione di inadempienza.  In caso di mancata risposta, saranno le eventuali indagini di polizia a risalire all&#8217;identità  dell&#8217;utente attraverso i log del gestore, dai contenuti pubblicati  eccetera.</p>
<p>Un caso particolare è un sito self-hosted senza indicazioni  sul  proprietario. A differenza delle piattaforme gratuite, qui c&#8217;è di  solito  un pagamento di servizi, da cui con indagini di polizia si  risale  facilmente al titolare del sito.</p>
<p>Questo scenario  (servizio gratuito, chiusura del sito, indagini) si presta a una  situazione particolare, quella di blog anonimo per scelta, che  descriverò più sotto.</p>
<h4>Sito web dove è indicato chiaramente il  titolare</h4>
<p>Un sito che vuole essere raggiungibile pubblica il nome  del titolare ed il modo per raggiungerlo.</p>
<p>Nazione Indiana, ad esempio,  ha un indirizzo email, un indirizzo fisico (la sede legale  dell&#8217;associazione, che corrisponde alla residenza del legale  rappresentante), informazioni WHOIS complete. Nonostante ciò, non è  sempre possibile ricevere comunicazioni e gestirle in sole 48 ore: non  siamo una ditta con uffici e orari, abbiamo tutti una vita, altre  attività, facciamo NI nel tempo libero, di tasca nostra. Possono  accadere errori, con l&#8217;email, con le raccomandate.</p>
<p>Bisogna  decidere prima cosa fare in caso di richiesta di rettifica: se ricevuta  in tempo, occorre saperla valutare ed eventualmente assecondarla, od  opporsi. Serve un avvocato subito disponibile. Se la richiesta non viene  ricevuta in tempo, l&#8217;avvocato serve comunque e anche qui si decide se  scendere a patti, o opporsi e creare quel caso esemplare di cui dicevo  sopra. Non tutti hanno la capacità, la voglia e la possibilità materiale  di farlo.</p>
<h3>Le scelte operative</h3>
<p>Cosa farà Nazione  Indiana? Cosa può fare un cittadino, un&#8217;associazione per rispettare la  legge, non venire triturata da cause immotivate e nel frattempo cercare  di cambiare la legge con i mezzi a disposizione?</p>
<h4>Coniglietti e  soldatini</h4>
<p>Rinuncia a darti pena per le cose a cui tieni: scrivi  con grazia e leggerezza solo di banalità, di cuccioli adorabili, di  hobby innocui. Finché un produttore di peluche non ti farà causa.</p>
<h4>Chiusura</h4>
<p>Scelta drastica che non risolve il  problema del passato, degli archivi che sono esistiti in rete (cache  Google, altre cache, archivi personali) e da cui può arrivare sempre una  richiesta di rettifica o altro.</p>
<h4>Fuga all&#8217;estero</h4>
<p>È un modo per  rendere più onerosi e lenti gli attacchi legali, ma non risolve il  problema. Se all&#8217;estero è solo il server, non serve a nulla.</p>
<h4>Corretta  diligenza</h4>
<p>La strada faticosa, quotidiana e poco appariscente.  Indicare chiaramente come essere contattati, verificare che i canali  funzionino sempre, prepararsi un minimo e lottare con gli strumenti democratici a  disposizione (sempre meno, con questa legge) per cambiare le leggi  inique.</p>
<h4>Blog anonimo</h4>
<p>Chi si occupa di argomenti molto  sensibili, oppure è esposto a ritorsioni pericolse, o è molto determinato, non sarà soddisfatto dalle opzioni qui  sopra. A costo di rinunciare alla possibilità di firmarsi, con  l&#8217;obbligo di fare attenzione a ogni informazione che lo potrebbe  tradire, può gestire un blog anonimo con una protezione forte della  propria identità. La tecnica è descritta nella guida di Ethan Zuckerman <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/30/scrivere-un-blog-anonimo-con-wordpress-e-tor/">Scrivere un blog anonimo con WordPress e Tor</a>,  pubblicata da<a href="http://advocacy.globalvoicesonline.org/projects/guide/"> Global Voices</a> e da me tradotta.</p>
<p>Si tratta in pratica di tenere un blog privo di ogni segno personale, su una piattaforma gratuita, collegandosi ogni volta solo in modo anonimo, e predisponendo un sistema di backup per spostare il blog su piattaforme volta per volta diverse quando questo viene disturbato o chiuso. Occorre naturalmente predisporre più canali alternativi di comunicazione (blog, varie email, twitte&#8230;) e prestare attenzione scrupolosa alla sicurezza.</p>
<p>E&#8217; uno strumento usato da attivisti per i diritti umani, whistleblower, operatori umanitari, operatori in aree controllate da criminalità organizzata, in stati repressivi. In Italia ci sono situazioni che ricadono in questo scenario.</p>
<h3>Conclusioni</h3>
<p>La strada di questa legge non è ancora finita e bisogna lavorare molto nel frattempo (ancora una volta, inizia andando <a title="mobilitanti.it" href="http://www.mobilitanti.it/dettaglio/110443">qui</a> per sapere cosa propongono Paolo Gentiloni, Matteo Orfini e Pippo Civati). La limitazione delle libertà individuali e di espressione, i vincoli posti alle comunicazioni sembrano però essere una costante di questi tempi in Italia. Occorre fare la propria parte, e cercare almeno di non essere totalmente vulnerabili.</p>
<p>Se ti è piaciuto questo articolo, parlane ai tuoi amici. Se conosci qualcuno a cui potrebbe interessare, prendilo e daglielo. <strong>Fallo circolare!</strong></p>
<p>La licenza è aperta e libera (<a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.5/it/legalcode">CC A-NC-SA 2.5</a>).</p>
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