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	<title>iran &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? Il noir politico di Naïri Nahapétian</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Teheran, giugno 2005. Alla vigilia di un’elezione destinata a irrigidire il potere religioso con la vittoria di Mahmoud Ahmadinejad, l’ayatollah Kanuni — giudice potentissimo e volto della repressione — viene trovato assassinato nel suo ufficio al Palazzo di Giustizia. La sua morte apre una crepa nel regime: la lista dei possibili colpevoli è lunga quanto la memoria del Paese: dai mujaheddin del popolo agli ex fedayn, fino ai vari nemici interni del sistema stesso, tuttavia basta trovarsi non lontano dal luogo del delitto per essere sospettati. È quello che succede a Narek Djamshid, un giovane reporter venuto dalla Francia per scrivere un articolo sul Paese in cui era nato, e a Leila Tabihi femminista islamica, apparentemente intoccabile, perché il padre era un’eminente personalità della Rivoluzione. I due vengono così arrestati, e partendo dalla loro detenzione emerge un Iran attraversato da tensioni sociali, ambizioni soffocate, giochi di potere che si consumano dietro porte chiuse. L’indagine non sembra fatta per far luce sull’omicidio, rivela invece un meccanismo che si alimenta di opacità, dove la verità è un territorio instabile e spesso inaccessibile.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Dall’Incipit: <em>L’estate a Teheran si annunciava siccitosa, vibrante per gli ingorghi che <span aria-invalid="grammar">bloccavano</span> gli autobus stracarichi di gente in mezzo alla mischia delle automobili. La calura era calata su Leila nel silenzio del suo appartamento, un silenzio interrotto dalle telefonate impreviste giunte dopo l’ora della preghiera serale. Di notte, rimuginava ancora sulle chiamate: Kanuni in persona, che le dava appuntamento; poi Massoud, dopo tutti quegli anni… La sua mente correva senza freni, scacciando il sonno. Avrebbe fatto meglio a pensare a qualcos’altro, al test <span aria-invalid="grammar">di ingresso</span> all’università di suo nipote, per esempio. Amir-Ali era un ragazzo serio e lavoratore, diceva di non crederci, ma faceva di tutto per riuscirci, da mesi. Dio sarebbe stato al suo fianco.</em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Naïri Nahapétian </strong>(Téhéran 1970) ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni. I suoi genitori sono armeni iraniani. Scrittrice e giornalista, vive in Francia e collabora con <em>Alternative économiques</em>, occupandosi di cambiamenti sociali, economici e politici.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un romanzo noir che usa le convenzioni del poliziesco come pretesto per guardare dentro un sistema che teme la luce, e restituisce il ritratto di un Paese in bilico tra modernità e repressione.</strong></p>
<p><em>Naïri Nahapétian ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni… È tornata regolarmente nel suo Paese d’origine come giornalista per realizzare numerosi reportage</em>.</p>
<p><strong>Naïri <span aria-invalid="spelling">Nahapétian</span></strong></p>
<p><strong><em>Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni?</em></strong></p>
<p>Collana Oltreconfine</p>
<p>Traduzione di Manuela Vidale</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Racconti di guerra degli iraniani sotto i bombardamenti. “C’è chi intravede un futuro migliore e chi solo distruzione”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/08/racconti-di-guerra-degli-iraniani-sotto-i-bombardamenti-ce-chi-intravede-un-futuro-migliore-e-chi-solo-distruzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 12:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Acconcia]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Acconcia</strong> <br />
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-119852" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/659862755_10104042487914053_4584967467253700296_n-300x216.jpg" alt="" width="300" height="216" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/659862755_10104042487914053_4584967467253700296_n-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/659862755_10104042487914053_4584967467253700296_n-768x554.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/659862755_10104042487914053_4584967467253700296_n-583x420.jpg 583w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/659862755_10104042487914053_4584967467253700296_n-150x108.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/659862755_10104042487914053_4584967467253700296_n-696x502.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/659862755_10104042487914053_4584967467253700296_n.jpg 942w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>Sono passate cinque settimane dai primi raid di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Gli iraniani all’estero come in patria continuano ad essere divisi tra chi considera questi attacchi una fonte di distruzione irreparabile per un paese dalla storia millenaria e chi li valuta come una possibile opportunità per un cambiamento futuro. Negli ultimi giorni sono stati colpiti uno dei più importanti centri medici del Medio Oriente, l’Istituto Pasteur di Teheran, i politecnici Imam Hussein e Malek Ashtar di Teheran, e più volte l’Università di Isfahan, insieme al ponte in costruzione B1 nella provincia di Alborz. E così anche i più strenui oppositori del regime iraniano come Masih Alinejad, tra le ideatrici del movimento “Donna, vita, libertà” ha chiesto agli Stati Uniti di risparmiare le infrastrutture energetiche del paese e di concentrarsi sui centri di potere del regime. Mentre le autorità iraniane continuano a eseguire le condanne a morte tra chi è stato arrestato nelle proteste di inizio anno, tra cui il giovane Amirhossein Hatami, insieme ad Abolhassan Montazer e Vahid Baniamerian, presunti membri del gruppo terroristico in Iran Mojahedin e-Khalq (Mek), e ad arrestare le voci critiche come l’avvocato per la difesa dei diritti umani, Nasrin Sotudeh. Sono almeno 2000 le vittime e 3,2 milioni gli sfollati, secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto. Abbiamo raccolto voci e testimonianze di chi sta vivendo in prima persona la catastrofe di una guerra illegale, evitabile e non necessaria, combattuta nell’oscuramento di internet, accessibile solo per brevi intervalli, e di cui non si vede la fine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Da Teheran al Mazandaran </strong></p>
<p>“Tutti noi abbiamo un familiare o un amico ucciso in questi bombardamenti”, ha raccontato Mohammad. Solo nei raid in piazza Resalat a Teheran, dove si trova uno dei quartier generali più grandi del gruppo paramilitare dei basiji, 40 persone sono state uccise nei bombardamenti delle prime due settimane. “Si stavano preparando a lasciare il quartiere, aspettavano che la figlia tornasse a casa dal lavoro per andare via tutti insieme. Ma l’esplosione è avvenuta prima che Nilufar tornasse a casa. Sono tutti morti”, ha raccontato Mahnaz. “Conosco una famiglia che ha perso 14 componenti. Una mattina sono passato di qui e ho visto vari resti di cadaveri, uccisi nelle esplosioni”, ha proseguito.</p>
<p>“Nel mio villaggio nel Mazandaran continuano a svolgersi i funerali delle vittime”, ha raccontato Payam. “Ogni volta, come da tradizione, viene collocata una gigantografia del defunto. Lo stesso è successo con Amir Mohammad, aveva appena 21 anni e un fisico da lottatore”, ha spiegato. “Era andato a Teheran per il servizio militare. Aveva promesso a sua madre di tornare a casa per aiutarla a vendere le verdure al mercato. Ma non ha fatto in tempo”, ha spiegato il giovane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Da Isfahan a Bandar Abbas</strong></p>
<p>“Ho visto missili colpire la città. In alcuni casi i raid sono andati intensificandosi. Ho visto tanti essere trasportati in ambulanza in condizioni critiche”, ha spiegato Ahmad, studente che vive a due passi da piazza Naqsh-e Jahan, patrimonio Unesco. “Da quando i bombardamenti sono iniziati, tutti i lavoratori sono terrificati e produciamo la metà rispetto al solito. Abbiamo perso migliaia di euro per tutti i prodotti che avevamo preparato per il capodanno iraniano (Newroz) e che sono rimasti invenduti”, ha spiegato Jolan, proprietario di una panetteria. “Dopo il bombardamento a una caserma anche la nostra casa è andata distrutta. Non possiamo tornare a casa”, ha aggiunto Moataz.</p>
<p>“Eravamo tutti molto preoccupati e pensavamo che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro. Abbiamo salutato i nostri professori e compagni di classe pensando che non li avremmo mai più rivisti”, ha spiegato la giovane liceale di Bandar Abbas, Fatemeh. “Dovevo prepararmi per i test di accesso all’università ma ora ho paura di tutto”, ha aggiunto la ragazza.</p>
<p>“Una bambina è corsa verso di me per essere abbracciata mentre erano in corso i bombardamenti”, ha raccontato Sina, 20 anni che vive nella zona industriale di Bandar Abbas. Suo padre gli ha detto di andare via il prima possibile dalle vicinanze del porto. “Dopo un lungo viaggio sono arrivato a Shiraz, la stazione dei bus è stata bombardata e ho continuato il viaggio verso Teheran in taxi”, ha raccontato il giovane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sui tetti di Teheran</strong></p>
<p>“È la seconda volta in un anno che ci siamo trovati a Teheran nel mezzo della guerra. Ci sono checkpoint per strada e milizie che minacciano i cittadini comuni”, ha spiegato Datis, attivista della capitale iraniana. “Passiamo ore sui tetti, abbiamo imparato a distinguere tra MIM-104 Patriot, B-2 e F-35. È meno terribile restare all’aperto che aspettare i bombardamenti chiusi in casa”, ha proseguito Datis. “Mi hanno mandato la foto di una stazione di polizia demolita dai bombardamenti israeliani. L’ho riconosciuta subito perché è il luogo dove sono stato detenuto l’ultima volta che mi hanno arrestato. Passeggiavo mano nella mano con la mia ragazza e la polizia morale ci ha fermato, insultato e umiliato”, ha proseguito Sorush. “Da quella stessa stazione di polizia hanno attaccato chi protestava con spari e kalashikov, senza preavviso”, ha continuato. “Non è possibile fotografare i danni causati dai raid, alcuni sono stati arrestati mentre portavano i familiari in ospedale”, ha aggiunto.</p>
<p>“Ci ritroviamo con i vicini sui tetti perché sono luoghi semiprivati, dove c’è libertà. Lo facevamo anche nella guerra dei 12 giorni dello scorso giugno e nelle proteste di gennaio. Con il passare dei giorni molti sono andati via, dopo i raid alle raffinerie l’aria era irrespirabile ma abbiamo continuato a incontrarci mentre i missili precipitavano”, ha continuato Anita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La vita degli iraniani è segnata da una delle guerre più dure che abbia attraversato il Medio Oriente negli ultimi venti anni, mentre il negoziato per una tregua mediata da Pakistan, Egitto e Turchia fatica a materializzarsi. Non solo, è in corso una guerra di propaganda per cui la nuova generazione di militari iraniani, dopo l’uccisione dei vertici dei pasdaran nei raid israeliani, appare più aggressiva nella comunicazione, così come fa il presidente Usa, Donald Trump che ha promesso di riportare l’Iran “all’età della pietra”, nonostante lanci messaggi confusi sulla durata del conflitto. Fin qui l’aumento del prezzo del petrolio, ben oltre i 110$ al barile, e il pieno controllo dello Stretto di Hormuz sembrano accrescere la capacità negoziale di Teheran, mentre il paese viene distrutto e gli Usa minacciano l’intervento di terra.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Perché la guerra di Trump e Netanyahu in Iran è illegale e viola il diritto internazionale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/06/perche-la-guerra-di-trump-e-netanyahu-in-iran-e-illegale-e-viola-il-diritto-internazionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 13:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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Nessuna guerra è necessaria ma questa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo è ancora di meno. Mentre cresce il fronte di chi non vuole sostenere l’intervento statunitense e israeliano come la Spagna e chi avanza seri dubbi sulla sua legittimità, come Francia, Canada e Gran Bretagna...]]></description>
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<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>Nessuna guerra è necessaria ma questa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo è ancora di meno. Mentre cresce il fronte di chi non vuole sostenere l’intervento statunitense e israeliano come la Spagna e chi avanza seri dubbi sulla sua legittimità, come Francia, Canada e Gran Bretagna, è importante chiarire che non esistevano delle prove di un attacco imminente da parte iraniana contro altri paesi. La possibilità che Teheran fosse nell’imminenza di lanciare missili contro l’Europa o addirittura più lontano non è sostenuta da alcuna prova reale. Lo stesso si può dire della possibilità che l’Iran stesse per realizzare un’arma nucleare, smentita dallo stesso direttore dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea), Rafael Grossi.</p>
<p><strong>Perché i raid statunitensi e israeliani sono illegali</strong></p>
<p>I raid di Usa e Israele, inclusi quelli della guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, sono illegali e violano il diritto internazionale. Per Marko Milanovic, docente di diritto internazionale all’Università di Reading, “i raid sono chiaramente una violazione delle norme delle Nazioni Unite che proibiscono l’uso unilaterale della forza tra gli stati”. “L’autodifesa è la sola possibile eccezione a questo divieto ma non è applicabile al caso dei raid statunitensi e israeliani”, ha aggiunto il docente.</p>
<p>L’articolo 2 delle Nazioni Unite proibisce l’uso della forza con l’eccezione di due casi: se c’è l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per autodifesa, e se un attacco avviene contro uno stato membro delle Nazioni Unite.</p>
<p><strong>L’autodifesa</strong></p>
<p>Il Consiglio di Sicurezza Onu non ha autorizzato i raid del 28 febbraio scorso, lasciando aperta la sola possibilità che si trattasse di autodifesa. Il diritto internazionale criminalizza anche l’uso della forza se non nei casi detti prima.</p>
<p>E così chi ha autorizzato questo tipo di raid può essere processato dai tribunali internazionali per crimini di guerra. L’aggressione è uno dei quattro crimini secondo la Corte penale internazionale, con il genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Tuttavia, nessuno dei tre paesi in conflitto ha sottoscritto il trattato fondativo della Corte penale internazionale.</p>
<p>Un attacco preventivo per autodifesa è possibile solo quando è previsto un attacco imminente. Molti paesi rifiutano completamente la possibilità che siano ammessi attacchi preventivi perché sono basati su false percezioni di minacce. Un esempio in questo senso può essere l’attacco in Iraq contro Saddam Hussein del 2003, sebbene non avesse, come è stato poi dimostrato, le cosiddette armi di distruzione di massa, usate come pretesto per fare la guerra.</p>
<p><strong>La minaccia nucleare è stata costantemente esagerata</strong></p>
<p>Con il tempo sarà ancora più evidente fino a che punto sia stato Israele a spingere gli Stati Uniti, nonostante le smentite di Trump, a entrare in questa guerra così come è successo lo scorso giugno. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha suggerito questa interpretazione quando ha spiegato che intervenire in seguito avrebbe aumentato i rischi di perdere vite umane statunitensi.</p>
<p>È plausibile che la decisione di attaccare sia arrivata durante l’ultimo incontro tra Trump e Netanyahu di mesi fa a Washington. Quello che è certo è che Israele ha impedito che i negoziati sul nucleare venissero presi seriamente da parte degli Stati Uniti, ha sempre ostacolato qualsiasi possibilità di dialogo tra i due paesi per evitare una guerra che va principalmente nell’interesse di Tel Aviv. E così mentre si negoziava, Israele e Stati Uniti erano già pronti ad ammassare truppe per attaccare l’Iran.</p>
<p>Non solo, lo stesso ministro degli Esteri dell’Oman, il principale mediatore nel negoziato, aveva formalmente assicurato che l’Iran “non avrebbe mai usato l’uranio arricchito per creare una bomba”. E poi esiste una fatwa in questo senso dell’ex guida suprema, Ali Khamenei, uccisa nei bombardamenti, che vieta l’arma nucleare.</p>
<p>Non solo, lo stesso Trump aveva assicurato dopo gli attacchi di giugno alla centrale di Fordow e in altre località che le capacità nucleari del paese fossero state completamente cancellate.</p>
<p><strong>Non è un’operazione proporzionata</strong></p>
<p>E poi quando si parla di imminenza di un attacco si fa riferimento a una finestra temporale ben precisa e molto ristretta che non esiste nel caso della guerra all’Iran.</p>
<p>Come ha continuato Milanovic, l’uso della forza deve essere comunque proporzionato. “Attaccare l’Iran durante i negoziati è difficile che possa essere considerato un atto di difesa”. Si tratta di una chiara violazione di qualsiasi principio di fiducia reciproca, come sottolineato da Teheran.</p>
<p>Poi bisognerà valutare l’estensione della risposta militare iraniana per analizzarne la proporzionalità. Teheran ha deciso di coinvolgere il più possibile i paesi arabi vicini attaccando basi statunitensi ed europee nella regione, attivando le milizie sciite in Iraq e Libano, chiudendo lo Stretto di Hormuz. Sono 1400 i morti iraniani al sesto giorno di guerra, e poche decine le vittime di Israele e sei i soldati statunitensi.</p>
<p><strong>Crimini di guerra</strong></p>
<p>Nonostante la percezione dei Repubblicani negli Stati Uniti, animati da una vera e propria iranofobia, dell’aggressività regionale iraniana che ha spinto Trump nel 2018 a stracciare l’accordo sul nucleare, voluto dall’ex presidente Barack Obama, l’Iran non ha mai tentato di esportare il modello rivoluzionario post-khomeinista. Se altri paesi hanno seguito gli schemi decisionali iraniani o hanno permesso alle milizie sciite di essere attive in altri paesi, lo hanno fatto nel vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti nella regione dopo il loro ritiro.</p>
<p>D’altro canto, fin qui gli attacchi al palazzo del Golestan, patrimonio Unesco, l’uccisione delle piccole studentesse nella scuola Minab, oltre 160, l’attacco all’ospedale Ghandi di Teheran possono davvero essere inquadrati come crimini di guerra di Israele e Stati Uniti.</p>
<p><strong>L’intervento a sostegno delle masse</strong></p>
<p>Se poi l’intervento Usa è stato motivato dalle mobilitazioni di piazza che hanno portato migliaia di iraniani a protestare contro la Repubblica islamica, a partire dallo scorso 28 dicembre, come spesso sostenuto da Israele, bisogna finalmente ammettere che si tratta davvero di un protesto che si è volatilizzato in pochi giorni.</p>
<p>La possibilità per gli iraniani di scendere per strada e manifestare contro il regime c’è sicuramente stata dopo l’uccisione di Ali Khamenei. Ma non si è mai concretizzata, gli iraniani non hanno mai “preso il controllo del paese”, come auspicato dallo stesso Trump. In altre parole, la maggioranza degli iraniani è contraria a questa guerra ingiustificabile. E per chiudere il conflitto con la fine del regime sarà necessario l’invio di truppe di terra trasformando l’Iran in una guerra logorante che potrebbe essere peggiore del pantano iracheno. Proprio l’opposto delle richieste che venivano in campagna elettorale dalla base Maga di Trump. E poi, in ogni caso, anche questa guerra, come nel caso dell&#8217;Afghanistan, conferma che è impossibile esportare la democrazia con le bombe.</p>
<p>La guerra di Stati Uniti e Israele è illegale e contraria al diritto internazionale. È vista negativamente dal popolo iraniano e potrebbe determinare accuse di crimini di guerra per le autorità statunitensi e israeliane che l’hanno avviata. Purtroppo, l’escalation del conflitto è arrivata a un punto di non ritorno che difficilmente può riportare in pochi giorni le parti a un negoziato per evitare un’estensione indefinita del conflitto. Eppure il dialogo e la soluzione pacifica delle controversie dovrebbero essere sempre la sola carta possibile per evitare massacri e distruzione, soprattutto in una regione già dilaniata dai conflitti com’è il Medio Oriente.</p>
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		<title>Cherchez l&#8217;Iran</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/30/cherchez-liran/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 13:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
		<category><![CDATA[Sou Abadi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Sou Abadi</b> <br />La conclusione di ciò che è accaduto nelle ultime settimane è semplice: il popolo iraniano non può rovesciare questo regime con dei sassi. Le forze dell’ordine li hanno massacrati con armi da guerra, carri armati, mitragliatrici, lanciarazzi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="youtube-embed" data-video_id="iREtUTdE2Do"><iframe loading="lazy" title="Cherchez la femme - Bande-Annonce" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/iREtUTdE2Do?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<p>conversazione di <strong>Francesco Forlan</strong>i con <strong>Sou Abadi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-118472" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/3395110004381_1.jpg" alt="" width="450" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/3395110004381_1.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/3395110004381_1-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/3395110004381_1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/3395110004381_1-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Conosco Sou dagli anni 90, quando a Parigi fondammo la rivista Paso Doble. All&#8217;epoca lavorava per il cinema, soprattutto nel montaggio, per film e documentari. Il suo film del 2017 <em>Cherchez la femme</em>, tradotto in italiano con  Due sotto il burka, ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica e vari riconoscimenti  tra cui quello del <a id="mwJA" title="Biografilm Festival" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Biografilm_Festival" rel="mw:WikiLink">Biografilm Festival</a>. Una commedia coraggiosa girata l&#8217;indomani della stagione degli attentati in Francia. Iraniana d&#8217;origine e parigina d&#8217;adozione condivide con noi alcune sue riflessioni sulla situazione attuale del suo paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Vorrei cominciare questa conversazione con la scambio di messaggi che abbiamo avuto quest&#8217;estate, il 23 giugno, il giorno dopo l&#8217;operazione militare americana &#8220;Midnight Hammer&#8221;, con il bombardamento di diversi siti nucleari ida parte dell&#8217;aviazione americana. Ricordo che a un certo punto mi hai dettoi: &#8220;Penso che nessun iraniano avrebbe potuto immaginare che un giorno si sarebbe trovato a sostenere gli Stati Uniti d&#8217;America&#8221;. Secondo te, la reazione tiepida della sinistra alle attuali rivolte in Iran è dovuta a questo: all&#8217;imbarazzo di trovarsi partigiani di Trump? Un errore grossolano, non credi?</strong></p>
<p>Il problema è che la sinistra iraniana è distante dalla società iraniana. In mezzo a tutto questo caos, i sostenitori di Reza Pahlavi continuano a prendersela con la sinistra; sono terribilmente privi di classe. Mentirei se ti dicessi che andare alle manifestazioni e sfilare sotto le bandiere americana e israeliana, è stato imbarazzante per me. Ci sono stata domenica scorsa e ti confesserò che mi sono sentita molto a disagio durante questa manifestazione  organizzata dai monarchici, ma posso dirti che un certo disagio l&#8217;ho provato anche all&#8217;altra manifestazione, quella del Pantheon quando a un certo punto si sono sentiti slogan anti-monarchici completamente staccati dalla realtà iraniana.<br />
So che Trump è un bastardo, ma abbiamo veramente scelta? Il popolo iraniano ha bisogno di armi per liberarsi dai Mullah. Non riusciranno a rovesciare questo regime sanguinario con le pietre. Ci vorrebbero o un intervento straniero o la possibilità di armare il popolo iraniano affinché possa liberarsi da solo.</p>
<p><strong>Qual è la tua opinione sulla reazione europea a quanto sta accadendo nel tuo paese? In Francia, e soprattutto in Italia, la copertura mediatica è stata a mio avviso cauta, prudente. Dalle conversazioni avute con i tuoi amici,  artisti o meno, qual è l&#8217;idea che te ne sei fatta?</strong></p>
<p>Tanto per cominciare, vorrei segnalarti questo breve resoconto di quanto è accaduto nella mia città natale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="OOCEK-Ta15M"><iframe loading="lazy" title="Iran: Eyewitness testimony of brutal repression of protesters in Rasht" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/OOCEK-Ta15M?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<p data-start="38" data-end="452">Caro Francesco, a che pro dichiarare che l’assenza di reazione da parte della comunità internazionale di fronte a questo massacro è a dir poco insopportabile?<br data-start="183" data-end="186" />L’unico a parlarne è quel pazzo di Trump e dentro di me spero con tutto il cuore che il suo ego smisurato e i suoi interessi economici lo spingano a reagire. L’Europa non fa nulla, preferisce non prendere posizione per non compromettere i contratti con il regime iraniano.<br data-start="420" data-end="423" />È semplicemente disgustoso. La Francia avrebbe potuto almeno espellere l’ambasciatore iraniano e ritirare la propria rappresentanza diplomatica in Iran. Per dirla tutta,  l’ambasciatore iraniano non l&#8217;ha nemmeno convocato al Quai d’Orsay. Forse non sai l&#8217;ultima. Il regime iraniano ha dichiarato che i beni degli artisti e degli sportivi che hanno rilasciato dichiarazioni contro il regime e sostenuto i manifestanti saranno confiscati. La conclusione di ciò che è accaduto nelle ultime settimane è semplice: il popolo iraniano non può rovesciare questo regime con dei sassi. Le forze dell’ordine li hanno massacrati con armi da guerra, carri armati, mitragliatrici, lanciarazzi. Sono entrati negli ospedali per dare il colpo di grazia ai feriti. La gente aveva paura di portare i manifestanti in cattive condizioni in ospedale perché tutti sapevano che c&#8217;erano veri e propri rastrellamentii. Ci sono ancora feriti nascosti nelle case, altri che sono morti senza ricevere cure e che la gente ha sepolto nei propri giardini, in cortile. Insomma, l’orrore. Inimmaginabile nel 2026.<br data-start="1412" data-end="1415" />Cosa aggiungere d&#8217;altro?</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Centomila tulipani di Elisabetta Giromini</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/06/02/centomila-tulipani-di-elisabetta-giromini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jun 2024 05:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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					<description><![CDATA[Daria è una giovane universitaria incerta sul suo futuro e in perenne conflitto con la madre, anche a causa dell’abbandono del padre quando era solo una bambina. L’archeologia le cambia la vita.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-108359" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791255271642_0_424_0_75-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791255271642_0_424_0_75-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791255271642_0_424_0_75-150x222.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791255271642_0_424_0_75-300x444.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791255271642_0_424_0_75-284x420.jpg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791255271642_0_424_0_75.jpg 424w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" /></p>
<p>Daria è una giovane universitaria incerta sul suo futuro e in perenne conflitto con la madre, anche a causa dell’abbandono del padre quando era solo una bambina. L’archeologia le cambia la vita. Parte per una missione archeologi-ca a Persepoli e lì incontra Payam, con cui il rapporto è da subito intenso. Gli scontri in vista delle elezioni in Iran si inaspriscono e Daria è costretta a tornare in Italia, perdendo ogni traccia di lui. Il rientro è traumatico, Daria non riesce a trovare un equilibrio. Il tempo scorre lento tra relazioni fugaci. Le uniche costanti sono lo smarrimento esistenziale e il vuoto incolmabile dell’assenza di Payam. Quando dopo sei anni Daria torna in Iran lui è lì che la aspetta. Tranquillo, come se niente fosse cambiato. Ma tutto è cambiato. Non c’è più idillio, solo conflitti e divergenze.</p>
<p>È possibile dimenticare il passato? Possono due culture così diverse fondersi in un’unione profonda? Centomila tulipani è un romanzo delicato e violento. La voce di Daria esprime l’atavicità e l’universalità della sofferenza umana. Ma affrontare e superare questo dolore è forse possibile. Ognuno è artefice del proprio destino.</p>
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		<title>Il mondo salvato dalle ragazzine</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/11/23/il-mondo-salvato-dalle-ragazzine/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 23:31:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
		<category><![CDATA[Mahsa Amini]]></category>
		<category><![CDATA[popolo]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione iraniana]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzioni arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Noi che viviamo in regimi di tipo democratico (parlamento, pluralismo politico, libere elezioni), non sempre abbiamo chiaro quale sia lo "spirito" della democrazia. A volte pensiamo addirittura che sia una specie di prerogativa antropologica nostra.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align: right;"><em>Strettamente intesa la democrazia non è una forma di Stato. E&#8217; sempre al di qua e al di là di queste forme. Al di qua, come il fondamento egualitario necessario e necessariamente dimenticato dello Stato oligarchico. Al di là, come attività pubblica che si contrappone alla tendenza di ogni Stato ad accaparrarsi la sfera comune e a spoliticizzarla.</em></p>
<p style="text-align: right;">Jacques Rancière,<em> L&#8217;odio della democrazia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Noi che viviamo in regimi di tipo democratico (parlamento, pluralismo politico, libere elezioni), non sempre abbiamo chiaro quale sia lo &#8220;spirito&#8221; della democrazia. A volte pensiamo addirittura che sia una specie di prerogativa antropologica nostra. E poiché l&#8217;abbiamo alle volte esportata con le armi (i nostri alleati USA), allora se essa compare al di fuori dalle nostre frontiere è faccenda sospetta. Qualcuno mi ha detto letteralmente che quello che accade in Iran è una faccenda di ONG occidentali e di gente finanziata da Soros. Gli ho risposto che la sua visione incarnava una sorta di razzismo antropologico, errore più grave del cosiddetto “complottismo” tanto in voga. L’ho già conosciuto nel 2011, quando gli esperti di occulte trame della CIA dai loro osservatori casalinghi negavano ai rivoluzionari arabi anche quello che la polizia di regime era costretta a riconoscergli, ossia l’autonoma &#8211; seppur limitata &#8211; forza di ribellarsi.</p>
<p>Invece, più semplicemente, c&#8217;è un popolo che dà una lezione, a se stesso innanzitutto, ma anche a tutti noi.</p>
<p>1) Su cosa vuol dire &#8220;popolo&#8221;. Un popolo che sta chiuso in casa non è un popolo, se non in potenza. E anche se una maggioranza se ne sta chiusa in casa, è quello che diventa &#8220;soggetto&#8221;, uscendo per le strade, opponendosi alle sue istituzioni e al suo governo, che nel bene e nel male si rivela come &#8220;popolo&#8221;. (E sia detto di sfuggita, ma non è una battuta: se ancora esiste un popolo palestinese, è perché di tanto in tanto esce di casa, rischiando di farsi arrestare o ammazzare dall&#8217;esercito israeliano. Con una colonizzazione del tutto riuscita, sentiremmo solo parlare dei successi della Silicon Wadi e dell&#8217;high-tech israeliano o degli scandali per corruzione dei partiti conservatori al governo. E questo vale, purtroppo, per tanti altri popoli che esistono solo per decisione consapevole e rischio di morte.)</p>
<p>2) Combattere per l&#8217;autonomia e per soddisfare i propri bisogni materiali non è la stessa cosa. Chi guida la protesta in Iran sono le donne, e sono gli studenti, e più in generale una classe media, senza che ciò escluda il sostegno e la partecipazione anche delle classi popolari. Ma questo significa che le studentesse e gli studenti sono pronti a farsi ammazzare, perché vogliono essere padroni del loro destino. Noi piangiamo ancora sulla scomparsa dell’animale politico, ma in Iran assistiamo a una lotta perché le nuove generazioni abbiano il potere di criticare radicalmente e pubblicamente le proprie istituzioni. Per anni, le donne hanno vissuto senza velo, <em>in privato</em>, ritrovando la libertà nel chiuso delle loro stanze. Dopo la morte di Mahsa Amini questo compromesso tra la morale pubblica islamica e una certa libertà tra le mura di casa, è saltato. E&#8217; divenuto semplicemente insopportabile.</p>
<p>3) È una lotta nata dalle donne, in difesa delle donne, e dell&#8217;inviolabilità e dell&#8217;integrità del loro corpo, ed è, nello stesso tempo, una lotta largamente condivisa dagli uomini, in una misura tale che &#8211; ma magari mi sbaglio &#8211; è rara anche in Occidente.</p>
<p>Alcune cose che mi ha detto un&#8217;amica iraniana, che da due settimane è tornata dopo un soggiorno di un mese a Mashhad. Cose che per altro sono circolate anche sui nostri media.</p>
<p>I più poveri dipendono interamente dallo Stato, secondo una logica di controllo clientelare che anche noi italiani abbiamo ben conosciuto.</p>
<p>L&#8217;odio nei confronti del regime è diffuso, anche da parte di quelle persone che, per ragioni di età, considerano questa lotta disperata.</p>
<p>Il regime ha svuotato le prigioni, liberando la criminalità comune, a patto che essa s&#8217;impegni a colpire &#8220;gli intellettuali&#8221; e &#8220;gli studenti&#8221; in piazza.</p>
<p>Gli “stranieri” di cui si parla non sono altro, quasi sempre, che membri della diaspora iraniana, ossia persone dalla doppia nazionalità: iraniana e canadese, iraniana e tedesca, ecc.</p>
<p>Vige il sistema cileno e argentino della più sanguinaria dittatura: ossia sequestri occulti, e ricomparsa di cadaveri sfigurati e violentati.</p>
<p>La cosa più agghiacciante. Persone da poco rimesse in libertà, dopo essere state sequestrate e torturate, che si tolgono la vita.</p>
<p>La cosa più commovente: le madri escono con le auto, quando le loro figlie o i loro figli sono in manifestazione. Fanno ronde ufficiose per essere pronte al soccorso, in qualsiasi evenienza e nei confronti di qualsiasi giovane.</p>
<p>Ecco, ho scritto questo, per prendere il tempo d'&#8221;immaginare&#8221; il coraggio che ha quel giovane popolo di ragazze e ragazzi, alcuni neppure maggiorenni, che si sono buttati nella lotta contro adulti armati e criminali, adulti vigliacchi quanto il loro potere basato su principi indiscutibili.</p>
<p>È difficile “immaginarlo” da lontano quel coraggio, magari lo sarebbe pure da molto vicino. Eppure anche noi ne abbiamo bisogno di coraggio, belli seduti che siamo sulle nostre risorse fossili, sempre di fresca e crescente estrazione. Noi che abbiamo decretato che l’animale politico si era ritirato dall’attività, rimanendo per sempre fisso come una statua di cera nel Museo del Novecento.</p>
<p>L&#8217;immagine è tratta dal sito d’informazione francese Mediapart. Sono foto che le ragazzine hanno scattato, per farle circolare nei social. Sono foto di azioni simboliche. Gente con il dito medio alzato e rivolto verso l’autorità suprema. Sembrerebbero scattate in una <em>middle school</em> inglese nel 1977, con al posto dell’ayatollah la regina (pace all’anima sua). Solo che i giovanissimi punk inglesi &#8211; per fortuna loro &#8211; non rischiavano la vita, con i loro gesti “simbolici”.</p>
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		<title>Breaking women</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/10/03/99608/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Oct 2022 13:23:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
		<category><![CDATA[Mahsa Amini]]></category>
		<category><![CDATA[Sorour Kasmaï]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Sorour Kasmaï</strong> <br />Stigmatizzate dal 1979, le donne iraniane dimostrano attraverso le proteste per la morte di Mahsa Amini di essere la forza vitale del Paese, secondo l’analisi della scrittrice e curatrice editoriale franco-iraniana Sorour Kasmaï.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_99609" aria-describedby="caption-attachment-99609" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-99609" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpjohtsx.jpg" alt="" width="720" height="875" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpjohtsx.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpjohtsx-247x300.jpg 247w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpjohtsx-150x182.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpjohtsx-300x365.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpjohtsx-696x846.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpjohtsx-346x420.jpg 346w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption id="caption-attachment-99609" class="wp-caption-text">opere di Marjane Satrapi</figcaption></figure>
<p><strong>Donna, vita, libertà</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Sorour Kasmaï</strong></p>
<p><em>traduzione dal francese di Luigi Toni</em></p>
<p><em>Stigmatizzate dal 1979, le donne iraniane dimostrano attraverso le proteste per la morte di Mahsa Amini di essere la forza vitale del Paese, secondo l’analisi della scrittrice e curatrice editoriale franco-iraniana Sorour Kasmaï.</em></p>
<p>In Iran, la violenza nei confronti delle donne ha nomi e volti diversi: il velo, l’onore, la sicurezza dello Stato, l’inosservanza della religione, e così via. Riconosciuta ufficialmente dal regime islamico, oggi la violenza è sistematica e mette in pericolo la vita di tutte le donne.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-99611" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/persepolis-4.jpg" alt="" width="679" height="490" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/persepolis-4.jpg 679w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/persepolis-4-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/persepolis-4-150x108.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/persepolis-4-582x420.jpg 582w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/persepolis-4-324x235.jpg 324w" sizes="(max-width: 679px) 100vw, 679px" /></p>
<p>Già nel febbraio del 1979, ancor prima della nascita della Repubblica Islamica dell’Iran, l’ayatollah Khomeini considerava la libertà delle donne come il principale ostacolo al suo progetto politico. I primi provvedimenti emessi rendevano obbligatorio il velo islamico nei luoghi di lavoro e il <em>hijab</em> nei luoghi pubblici. Da un giorno all’altro, la donna si vedeva negare ogni diritto concesso dalla legge sulla tutela della famiglia, in particolare la custodia dei figli in caso di divorzio, e persino il diritto di viaggiare senza il consenso del marito, a cui, invece, verrà permesso di sposare fino a quattro mogli alla volta. Un bel giorno, le mura della città vennero ridipinte per esporre nuovi slogan che invocavano “il velo, come baluardo della Repubblica islamica”.</p>
<p>L’8 marzo 1979 si tenne la prima manifestazione contro le nuove leggi che vedeva radunate a Teheran, stando ai giornali dell’epoca, “alcune centinaia di puttane” che cantavano “né hijab, né pugni”. Insegnanti, ricercatrici, registe, studentesse, attrici, avvocate, maestre o casalinghe, tutte insieme per protestare contro il velo, che ai loro occhi rappresentava il simbolo di un’astrusa e subdola segregazione. Nascondere i capelli significava non solo la schiavitù del loro corpo, ma anche di tutto il loro essere.</p>
<p>La nuova legge stava cercando di reprimere la loro identità uniformandole con un velo – e dopo con il <em>manteau</em><a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> – conforme alla regola, di colore scuro. Il velo mirava a trasformare le donne nell’ombra di sé stesse, con lo scopo di privarle del loro status sociale, relegandole ai margini della vita pubblica. Rendeva ufficiale la sottomissione delle loro menti, privandole delle libertà più elementari come cittadine ed esseri umani. Era proprio questo il pericolo contro il quale avevano messo in guardia quelle “puttane” nel 1979.</p>
<p>Nel corso di tutti questi anni, sono stati compiuti crimini orrendi contro le donne. Dalle aggressioni con l’acido per il rifiuto di una proposta di matrimonio alla decapitazione per un presunto tradimento, dalla lapidazione per adulterio di donne sposate alla deflorazione delle prigioniere condannate a morte nelle carceri, le donne sono state sacrificate sull’altare dell’onore degli uomini, della famiglia, della società, dello Stato.</p>
<p>Eppure, nonostante la repressione, le donne non si sono mai arrese. Un centimetro alla volta, le donne hanno respinto il velo e accorciato il <em>manteau</em>, rifiutandosi di nascondere le forme del loro corpo. Dovrebbero provarne vergogna per seppellirlo sotto vari strati di stoffa? Oltretutto, le donne hanno continuato a sviluppare il loro pensiero. Coscienti di avere un ruolo importante all’interno della società, non hanno mai smesso di istruirsi.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-99610" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpxDo96b.jpg" alt="" width="720" height="722" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpxDo96b.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpxDo96b-300x301.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpxDo96b-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpxDo96b-696x698.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/phpxDo96b-419x420.jpg 419w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" />Uno slogan per il futuro </strong></p>
<p>Secondo le statistiche ufficiali, le ragazze rappresentano più del 65% degli studenti ammessi nelle università iraniane. Le donne hanno scritto e tradotto libri, girato e prodotto film, hanno interpretato ruoli da protagoniste sugli schermi di tutto il mondo. Si sono distinte con la loro presenza in ogni campo: scientifico, giuridico, artistico, politico. Si sono aggiudicate i più alti riconoscimenti internazionali: dal Premio Nobel per la Pace (Shirin Ebadi) alla <em>Medaglia Fields</em> per la matematica (Maryam Mirzakhani), passando per i maggiori riconoscimenti nei festival letterari e cinematografici. Oggi, nel corso delle proteste che infiammano ancora una volta l’Iran, le donne polarizzano la lotta. Stigmatizzate per quarant’anni dal potere in carica, le donne sono oggi la forza vitale della lotta collettiva per la libertà. Il velo ne preannunciava la scomparsa, l’annullamento, la morte. Togliendolo e bruciandolo nel fuoco, le donne affrontano con determinazione la loro vita. La morte della giovane Mahsa Amini, avvenuta dopo un violento colpo alla testa (<em>secondo fonti degli oppositori al regime in carica</em>) per un <em>hijab</em> “indossato male”, rivela più che mai l’aspetto abbastanza profetico di quel leggendario slogan del 1979 “né hijab, né pugni”. E anche se riappare ancora qua e là durante le proteste, oggi risulta uno slogan datato.</p>
<p>Le giovani del 2022 hanno inventato un loro slogan: “Donna, vita, libertà!” scandito a Teheran, Rasht, Isfahan, Mashhad, Shiraz, Saqqez, Baneh, Divandarreh e in una decina di altre città. È questo il grido di battaglia di migliaia di studenti, commercianti, persone comuni, ma soprattutto donne, donne, donne. Segno di maturità da parte della società, quel grido rappresenta un punto di svolta nella storia contemporanea iraniana. La nuova generazione ha tratto insegnamento dalla dura lotta di chi le ha precedute. Una generazione ormai consapevole del ruolo della donna, che viene messa al centro delle loro rivendicazioni. “Donna, vita, libertà!”. La donna ha il diritto di vivere ed essere libera.</p>
<p>A ogni angolo di strada vengono accesi dei falò. Capelli al vento e facce raggianti, le donne cantano, ballano e gettano nel fuoco i loro <em>hijab</em>, come per esorcizzare il male che ha fatto a tutte loro. Tra gli applausi degli uomini, si riappropriano pubblicamente del pieno diritto sui loro corpi e sulla loro anima. La folla garantisce la loro incolumità, attaccando le pattuglie della polizia morale e mettendo in fuga le moto delle forze di repressione.</p>
<p>Emblema di quarant’anni di lotte, fallimenti, vittorie, regressi e progressi compiuti, “Donna, vita, libertà” rappresenta la presa di coscienza di un’intera nazione. Non esprime più come in passato un rifiuto, ma uno slogan per il futuro che, in caso di vittoria, adornerà i nostri edifici pubblici e i nostri monumenti funebri, per ricordare il ruolo e l’importanza della donna nella storia moderna dell’Iran. Un grido di gioia e un monito per il futuro perché non ci può essere libertà senza la libertà delle donne.</p>
<p><strong> </strong>© Le Monde, 28 settembre 2022</p>
<p><strong>Sorour Kasmaï</strong>: Scrittrice franco-iraniana, autrice dei romanzi <em>Un giorno prima della fine del mondo</em>, (<em>Robert Laffont</em>, 2015) e <em>Nemico di Dio</em> (<em>Robert Laffont</em>, 2020). È inoltre traduttrice e curatrice editoriale. Dirige la collana “Orizzonti persiani” dedicata alla letteratura afgana e iraniana per le edizioni <em>Actes Sud.</em></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Tra le altre regole che il regime della Repubblica islamica richiede di rispettare c’è quella di indossare un <em>manteau</em>, una specie di giacca/impermeabile lunga fino a metà coscia abbinata a pantaloni [N.d.T.].</p>
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		<title>Perdersi a Teheran</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2018 05:00:01 +0000</pubDate>
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<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-73710" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1.jpg" alt="" width="2128" height="608" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1.jpg 2128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-300x86.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-768x219.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-1024x293.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-560x160.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-260x74.jpg 260w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-160x46.jpg 160w" sizes="(max-width: 2128px) 100vw, 2128px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Quando dico che voglio farmela a piedi vedo Kamran impallidire. Siamo alla fiera internazionale del libro di Teheran, seduti uno affianco all&#8217;altro. Il paese ospite del 2017 è l&#8217;Italia. Sono qui insomma nella mia forma anfibia di scrittore e architetto a parlare della mia città, Milano. Kamran è un architetto dai modi gentili e dall&#8217;italiano impeccabile. Mi ci sto abituando. La gentilezza sembra una caratteristica innata negli iraniani. Ovunque sia stato in queste terre ho ricevuto un&#8217;accoglienza festosa ai limiti dell&#8217;imbarazzo. Il concetto della sacralità dell&#8217;ospite qui è incarnato nella sua forma più pura. Ho girato a Shiraz, Yadz, Esfahan, assieme a Guido Scarabottolo e Marco Belpoliti. Non c&#8217;era volta che qualcuno ci fermasse, volesse chiacchierare con noi, oppure volesse offrirci qualcosa da bere o da mangiare. I pregiudizi occidentali si frantumano appena si mette piede in Iran. Sembra impossibile farci una guerra con questo popolo. Ripenso a quando raccontai all&#8217;amico col passaporto statunitense che sarei andato in Iran. Sgranò gli occhi, terrorizzato. Stavo andando nel cuore dell&#8217;impero del male, a suo dire.<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73703" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/MM-Teheran-1024x576.jpg" alt="" width="457" height="265" /></p>
<p align="JUSTIFY">Sono due i modi che ho di capire una città, spiego ai presenti. Una è girarci in metropolitana. La rete della mobilità pubblica racconta molte cose dell&#8217;economia, la vivibilità, l&#8217;urbanistica di una metropoli. A Teheran la metropolitana è arrivata tardi, meno di venti anni fa. Una città di queste dimensioni avrebbe bisogno del doppio delle linee realizzate. I vagoni sono sempre pieni di gente, le distanze da coprire impressionanti. Nei primi giorni mi sono mosso così, uscendo dalla pancia della città puntualmente là dove occorreva. Sopratutto in centro, anche se parlare di centro è una piccola forzatura. Teheran è capitale da soli due secoli. I suoi monumenti insigni sono rari e relativamente moderni, rispetto la millenaria storia di queste terre. Da buon turista ho visitato il Palazzo Golenstan, il museo nazionale, persino le residenze dello Scià, costruite con quel gusto nobiliare e “occidentalista” al limite fra il sublime e il kitsch. Molto più interessante il Bazar. Smisurato, eppure ordinato, efficiente, come sono gli iraniani. Nulla a che vedere con i suk del Cairo o del resto del mondo arabo, affascinanti e caotici.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-73705" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/palazzo-imperiale-1-e1525451069433-169x300.jpg" alt="" width="229" height="392" />D&#8217;altronde gli abitanti di Teheran non sono arabi. Sembra una banalità ribadirlo, ma per chi ha una visione monodimensionale del mondo, l&#8217;Iran è una continua messa alla prova dei propri pregiudizi. Quando scendi dall&#8217;aeroplano le scritte in arabo ti ingannano. Poi appena li senti parlare capisci che la loro lingua non ha nulla a che vedere con le lingue semite. Sai che sono musulmani, ma da buon occidentale ignorante, non distingui la differenza che c&#8217;è fra sunniti &#8211; il resto del mondo &#8211; e sciiti. Loro. Che, alla fin fine, sono persiani. È quello che mi dicono di continuo. Veniamo da lontano, abbiamo migliaia di anni di storia sulle spalle. Siamo un popolo di costruttori, di architetti. E di ingegneri, aggiungo. La più alta presenza di laureati in ingegneria procapite al mondo, dopo la Cina.</p>
<p align="JUSTIFY">Un popolo colto. E vanesio. L&#8217;obbligo del velo, per dire, ha infinite declinazioni in città. Ognuna di queste esprime una posizione politica, culturale, generazionale. Dal classico chador nero, conservatore e passatista, agli infiniti e coloratissimi foulard che, di ragazza in ragazza, scoprono sempre più il capo e la nuca, mostrando acconciature e make up impeccabili. E nasi rifatti. L&#8217;Iran è il paradiso della rinoplastica. L&#8217;esibizione dei cerotti al naso postoperatori è costante. Sia da parte delle donne che degli uomini.</p>
<p align="JUSTIFY">Insomma, la Teheran postrivoluzione, cupa e in bianco e nero raccontata magistralmente da Marjane Satrapi è molto differente da questa <i>swinging Teheran</i>, fatta di locali notturni, ristoranti, gallerie d&#8217;arte, feste private, cantanti di strada. I ritratti dei martiri che tempestano i muri della città sembrano non fare colpo sui suoi giovani abitanti. L&#8217;età media degli iraniani è 27 anni. La maggior parte della popolazione non ha vissuto gli anni bui e strazianti della guerra contro l&#8217;Iraq. Sembrano tutti affamati di vita, di novità, di leggerezza.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73706" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/torre-e1525451208126-576x1024.jpg" alt="" width="278" height="480" />A piedi, ribadisco. Kamran scuote il capo. “Credo sia impossibile attraversare Teheran a piedi” mi dice, infine, quasi scusandosi per avermi contraddetto. In realtà ha ragione lui. Non ho molto tempo per visitare tutte le architetture contemporanee che sono state costruite in questi anni. Il dopoguerra ha fatto esplodere il settore edilizio, dando l&#8217;opportunità ai giovani talenti di sperimentare forme, spazi, materiali. Un&#8217;intera generazione di architetti che ha studiato in Europa, in America, in Giappone, che naviga su internet, che studia e che ora costruisce senza complessi d&#8217;inferiorità o timori provincialistici. Sono i progettisti di una nuova borghesia, ricca e colta, antipauperista. Gaudente. Teheran ha dimensioni spaventose. Otto milioni di abitanti che raddoppiano contando l&#8217;area metropolitana. Quasi ottocento chilometri quadrati di edifici che premono dall&#8217;altopiano sulle pendici dei monti Elburz. Le distanze e le differenze altimentriche da sud a nord della metropoli sono tali che potrebbe nevicare in una parte della città mentre nell&#8217;altra splendere il sole. Ci vorrebbe una macchina per poter visitare le ville borghesi, i grattacieli residenziali, i complessi sportivi, gli alberghi, gli spazi espositivi che stanno facendo Teheran una capitale dell&#8217;architettura contemporanea in Asia (e non solo).</p>
<p align="JUSTIFY">Ma io la macchina non ce l&#8217;ho. E neppure la patente. E poi l&#8217;altro metodo, spiego ai pochi rimasti ad ascoltarci, è proprio quello di camminare. Solo così capisco com&#8217;è fatta una metropoli. Comprendo il suo livello di sostenibilità e di sviluppo potenziale. Una città non è fatta solo di monumenti. Una città non è un poema, e semmai un romanzo, pieno di pagine di prosa farraginosa, pesante, compilativa. Il mood di una città non lo fa la singola emergenza ma l&#8217;anonimo tessuto connettivo.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-73708 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/museo-1024x576.jpg" alt="" width="660" height="380" /></p>
<p align="JUSTIFY">La mattina appresso mi muovo di buon&#8217;ora. Mi lascio alle spalle il khaniano Museo d&#8217;arte contemporanea di Kamran Diba (bello e con una collezione che toglie il fiato) e mi inoltro nel parco Laleh, una delle poche emergenze verdi in una metropoli soffocata dal traffico e dal cemento. E pensare che “paradiso” è una parola persiana che significa “giardino”. Per quello che fu un popolo di abitanti del deserto un giardino è il paradiso in terra. Il mio errore è che mi immetto subito dopo nell&#8217;arteria di Doctor Fatemi street. Qui il traffico è senza posa. Tutta Teheran è una griglia di strade a più corsie, una rete che intrappola le macchine, piuttosto che farle scorrere. Anche solo pensare di attraversare la strada è un atto di fede. Nessuno si ferma, occorre gettarsi nel fiume di lamiere augurandoci di sopravvivere ogni volta. L&#8217;aria è sporca di polveri sottili e smog. Neppure a Città del Messico ho avuto questa sensazione di soffocamento. Tutti si muovono in automobile. Tutti. I ragazzi che mi hanno accompagnato in questi giorni mi hanno confessato, candidi, di non aver mai preso la metropolitana in vita loro. L&#8217;automobile è il mezzo di espressione più evidente della loro emancipazione di classe. Fra una generazione la rinoplastica verrà sostituita dalla pneumatologia nei loro studi universitari. In fondo alla strada vedo emergere l&#8217;affasciante mole del ministero degli interni, variazione iraniana di un brutalismo d&#8217;altri tempi. Io però preferisco infilarmi in una strada secondaria. Evito il traffico, muovendomi in isolati più compatti, lasciandomi andare alla deriva, con l&#8217;unica regola di evitare le grandi arterie.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-73711 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/strada-1.jpg" alt="" width="496" height="284" />Da qui in poi, muovendomi generalmente verso nord est, mi perdo in una architettura minore, a metà fra residui di eredità razionalista, speculazione di bassa qualità e nuovo edificato che tenta di imitare improbabili stili internazionali, vernacolari, pseudo-classici, para-decò. Un desiderio di rinnovamento caotico, spurio, spesso solo di facciata. Trash. Tipico, a pensarci, di ogni metropoli contemporanea. Non esiste un progetto di arredo urbano coerente, ogni edificio privato rifà il suo pezzo di marciapiede, chi in pietra, chi in mattoni, chi in cemento. Cammino così in un incongruente spazio pubblico, residuale per i suoi abitanti, che lo vivono con indifferenza. Attraverso le strade a otto corsie grazie a cavalcavia pedonali che mi permettono una visione dall&#8217;alto del traffico, poi mi ributto nel chiuso dei quartieri residenziali. Così, per chilometri.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-73712" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/strada-2.jpg" alt="" width="494" height="286" />La densità dell&#8217;incasato è impressionante. Teheran ha cambiato faccia più e più volte, in un&#8217;orgia edificatoria senza regole. La devastazione del terremoto del 1990 a qualche centinaio di chilometri dalla capitale – oltre 40 mila morti – sembra non abbia lasciato memoria. A detta di molti sismologi iraniani la verità è che si dovrebbe spostare la capitale da qualche altra parte. Il prossimo movimento tellurico potrebbe radere al suolo buona parte della città, causando un numero di vittime di gran lunga più esorbitante. Giunto al Saiei Park faccio una pausa. Osservo i grattacieli in vetro e acciaio di Valiasr Street, così prevedibili nel loro linguaggio internazionalista. Come puoi far transumare quindici milioni di persone?, penso. È chiaro che il primo dei problemi è adeguare l&#8217;intero edificato – non solo quello di nuova fattura &#8211; a norme più severe. Sarebbe uno sforzo economico enorme, chiaro. Ma alla distanza il più redditizio.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-73713 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/ponte.jpg" alt="" width="533" height="307" />La camminata si fa faticosa, andare verso nord significa cambiare di quota. Svincoli e hight way urbane consumano ogni possibile spazio pubblico. La profezia di Kamran sembra realizzarsi. Poi finalmente arrivo al Ports park. Gente, ovunque. Che passeggia, staziona, si sdraia sui prati, mangia qualcosa. Fra la voragine creata dalla Modares hightway, che la divide dal Taleghani park, svetta il nuovo simbolo di Teheran, il Tabiaat bridge. Tutte le persone che lo frequentano, e sono migliaia, sembrano smentire ogni funesta profezia. Il ponte è per tutti un punto di sosta, di scambio simbolico, di incontro fra una sponda e l&#8217;altra, sotto un fiume caotico di macchine. Un luogo da vivere, proprio come m&#8217;era capitato di osservare a Esfahan, dove i ponti storici sul fiume Zaiandè vengono utilizzati come piazze urbane dove discutere, cantare, camminare mano nella mano. Non è vero che a Teheran ci si possa muovere solo in macchina. I suoi abitanti, anzi, vorrebbero tornare a vivere e occupare lo spazio pubblico. E in un mondo dove si costruiscono sempre più muri, l&#8217;idea di un ponte come simbolo di una città non può che essere una buona notizia.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato in forma più breve su</em> Abitare<em>, numero 569, novembre 2017. Le pessime foto fatte col cellulare scrauso sono mie</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’Africa di Ryszard Kapuscinski: intervista alla regista Olga Prud’homme Farges</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2015 12:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; Intervista e traduzione di Giuseppe Schillaci  &#160; Nel documentario « L’Afrique vue par Ryszard Kapuscinski », andato in onda il 4 marzo 2015 sul canale franco-tedesco Arte,  la regista Olga Prud’homme Farges raccoglie l’ultima testimonianza dello scrittore polacco prima della sua scomparsa (avvenuta il 23 gennaio 2007). Il film attraversa il continente africano della decolonizzazione, restituendoci un appassionante ritratto di Kapuscinski. Ho [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/©-Ryszard-Kapuscinski-.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-52886" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/©-Ryszard-Kapuscinski--300x169.jpg" alt="© Ryszard Kapuscinski" width="514" height="289" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/©-Ryszard-Kapuscinski--300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/©-Ryszard-Kapuscinski--1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/©-Ryszard-Kapuscinski--900x506.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/©-Ryszard-Kapuscinski-.jpg 1280w" sizes="(max-width: 514px) 100vw, 514px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Intervista e traduzione di <strong>Giuseppe Schillaci </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel documentario « <strong><a href="http://www.kolam.fr/cat_view.php?recordID=46">L’Afrique vue par Ryszard Kapuscinski</a></strong><b> »,</b> andato in onda il 4 marzo 2015 sul canale franco-tedesco Arte, <b> </b>la regista Olga Prud’homme Farges raccoglie l’ultima testimonianza dello scrittore polacco prima della sua scomparsa (avvenuta il 23 gennaio 2007). Il film attraversa il continente africano della decolonizzazione, restituendoci un appassionante ritratto di Kapuscinski. Ho incontrato Olga Prud’homme Farges a Parigi, dove vive e lavora come regista e produttrice indipendente di film documentari (<a href="http://www.kolam.fr">http://www.kolam.fr</a>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come hai avuto l’idea di girare un documentario su Kapuscinski?</strong></p>
<p>Sono d’origine polacca e ho sempre avuto voglia di fare un film su un soggetto polacco. Così, anche se non si tratta di un film sulla Polonia, quello su Kapuscinski è un documentario legato a questa mia necessità. Penso inoltre che lo sguardo sull’Africa di un polacco come Kapuscinski sia ancora più interessante per un pubblico “occidentale”, ovvero legato alle vecchie nazioni colonizzatrici. La Polonia, in effetti, non è mai stata una potenza coloniale; al contrario, è stata essa stessa colonizzata dai Russi e dai Tedeschi, per diversi secoli. Mi è sembrato interessante, dunque, fare un documentario sull’Africa della decolonizzazione dal punto di vista di un europeo, il cui Paese sia stato a sua volta colonizzato. E poi l’incontro coi libri di Kapuscinski è stato determinante; sono stata subito affascinata dalla sua scrittura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qual è il libro di Kapuscinski che preferisci? </strong></p>
<p>Non posso citare soltanto un libro, perché ciascuno è diverso dall’altro. È questa varietà la forza dello scrittore Kapuscinski. C’è comunque un libro che mi ha molto colpito: “Lo scià”, opera che racconta sotto forma di flash fotografici la caduta dello scià d’Iran, libro molto originale e insolito, che il mio film non menziona perché tiene conto soltanto dei viaggi di Kapuscinski in Africa.</p>
<p>È dunque “Ebano” il libro a cui mi sono più avvicinata per realizzare il film, perché è l’opera che tratta delle “avventure africane” di Kapuscinski. Ma nel mio film chiamo in causa anche altri libri sull’Africa, come “Il Negus” su Hailié Salassié, o ancora “Da una guerra all’altra”, che racconta la sua esperienza nella Guerra d’Angola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Hai scelto di raccontare il Kapuscinski scrittore o il Kapuscinski giornalista?</strong></p>
<p>Non ho davvero potuto distinguere l’uno dall’altro. Se Kapuscinski non fosse stato giornalista, forse sarebbe stato uno scrittore meno interessante. Non ho potuto, né voluto scegliere tra l’uno e l’altro, e questo non è stato facile da accettare per il produttore e per la televisione, che invece amano mettere delle etichette sui loro prodotti. Fortunatamente, le persone che hanno seguito il mio progetto sono persone preparate, che hanno avuto esperienze nel settore dell’editoria e che sono dunque sensibili ai documentari in cui si ha a che fare con scrittori. Ho potuto dunque, con la complicità di Mary Stephen, la montatrice del film che è una grande amante di letteratura, fare un film fedele a Kapuscinski, ovvero a un personaggio  la cui figura di scrittore è imprescindibile da quella di giornalista, e viceversa.</p>
<p>D’altronde, lo scrittore letterario Kapuscinski nasce dalla frustrazione per la scrittura giornalistica, e lo afferma lui stesso nel film, quando dice: “redigevo i dispacci scrupolosamente, perché quello era il mio lavoro. Allo stesso tempo, raccoglievo materiali per i miei futuri libri. Mi rendevo conto che mi trovavo in un posto unico e che, limitandomi soltanto a redigere i miei dispacci, avrei perso una massa formidabile d’informazioni, e anche di strati interi di cultura. La lingua della stampa era troppo povera. Così, annotavo le miei impressioni, le mie osservazioni. Dopo, il tempo m’avrebbe permesso di purificare il testo”.</p>
<p>Dunque questo film racconta anche come sia nato lo scrittore dal giornalista e come la scrittura, la letteratura stessa, sia divenuta, a un certo momento della sua vita, alla fine degli anni Settanta, l’ultimo rifugio contro le disillusioni del reporter di guerra che Kapuscinski era stato.</p>
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<p><strong>Perché l’Africa? Cosa rappresentava questo continente per lui? </strong></p>
<p>Ho scelto di limitare il mio film all’Africa perché ho considerato che tutto quello che c’era da raccontare su questo vasto continente era sufficiente per un film di un’ora. Ma poi: sono stata davvero io a fare questa scelta? Nel senso che il mio film è nato da una lunga intervista di otto ore con Kapuscinski, l’ultima prima della sua scomparsa. In queste otto ore, lui ha essenzialmente parlato dell’Africa. Io avevo preparato molte domande sulla caduta dello scià in Iran, per esempio, sulla dissoluzione dell’impero sovietico o ancora sui suoi viaggi in America Latina; ma lui rispondeva in modo lapidario a queste domande e tornava sempre ai suoi ricordi dell’Africa. Perché? Penso che sia stato il posto che l’ha impressionato di più, e oggettivamente è il luogo dove ha passato la maggior parte del tempo e su cui ha scritto di più. Penso dunque che sia il continente col quale Kapuscinski abbia avuto più empatia e risonanza con sé stesso. Come se fosse stato affascinato, soggiogato da quei paesaggi e da quei popoli. Forse s’è fatto ammaliare da qualche “marabù” di una tribù africana, chissà&#8230; . Ma c’è anche un’altra ragione per cui ho voluto concentrare il mio film in Africa: perché le persone che non conoscono Kapuscinski possano avvicinarsi, almeno, alla storia africana. La storia dell’Africa, infatti, la si conosce poco o male. Parlo ad esempio della Francia, dove c’è stata e c’è ancora una sorta di amnesia sull’Africa, a causa del nostro passato colonialista.</p>
<p>Da liceale ero appassionata di storia, ma nei miei libri di liceo non c’era nulla sull’Africa; è stato soltanto leggendo i libri di Kapuscinski che ho cominciato a capirne qualcosa. É anche questa scoperta di un continente, attraverso gli occhi di Kapuscinski, che ho voluto coindividere col pubblico del mio film.</p>
<p>Infine, poche persone al mondo hanno vissuto da vicino, e per così tanto tempo, la storia tumultuosa ed eccezionale dell’Africa della de-colonizzazione. Chi altro può dire: &#8220;il Ghana di Nkhruma, c’ero; il Congo di Lumuba, c’ero; la Tanzania di Nyerere, c’ero; l’Etiopia di Négus, c’ero; Zanzibar durante il colpo di stato d’Okello, c’ero; il Nigeria, la Repubblica Centraficana, l’Angola, nel 1975… &#8220;. Kapuscinski è stato dappertutto, ovunque accadesse qualcosa; è stato  dappertutto perché era un rompiscatole, e anche per una semplice ragione: la Polonia era un Paese povero, e quindi non aveva i mezzi di mandare diversi inviati in ognuno di quei Paesi, e inviava sempre lo stesso, Kapuscinski appunto, che doveva coprire tutti i diversi conflitti. E così soltanto Kapuscinski ha potuto avere una visione d’insieme di un intero continente in tumulto; è stato lui il filo conduttore del mio film sulla decolonizzazione africana, un po’ come un attore che ci porta dentro una storia.</p>
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<div class="nH a4O">
<p><strong>Un ricordo delle riprese con Kapuscinski.</strong></p>
<p>Abbiamo girato a sessioni di due ore ciascuna, al mattino, per una settimana, nel suo studio all’ultimo piano di un piccolo palazzo di Varsavia. Il suo studio mi faceva pensare alla grotta di un orso, un “orso intellettuale” con libri dappertutto, ai muri, sulle menzole, sui tavoli… dappertutto.</p>
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<p><strong>Che cosa hai capito della figura di Kapuscinski facendo questo film?</strong></p>
<p>Il mio incontro con Kapuscinski e le otto ore d’intervista che ci ha concesso mi hanno confermato l’idea che mi ero fatta di lui leggendo i suoi libri: un uomo dolce, raffinato, posato, che crede solo a ciò che vede, che rispetta gli antichi, come Erodoto, suo « maitre à penser », che ama condividere, trasmettere il sapere, e che ha anche senso dell’umorismo, perché ci vuole un certo spirito per attraversare quei luoghi di conflitto e non restarne distrutti emotivamente.</p>
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<p><strong>Hai inserito al montaggio delle immagini di animali e di insetti come metafora di alcuni comportamenti umani legati al potere, in riferimento alla storia dell’Africa post-coloniale: una scelta originale e potente.  É un’idea che viene dalla lettura di Kapuscinski?</strong></p>
<p>L’idea m’è venuta dalla lettura d’un passaggio di “Ebano”, nel quale Kapuscinski descrive minuziosamente, nel corso di tre pagine, l’attacco d’un geco a una zanzara. Kapuscinski racconta che si trova in un paese sperduto dell’Africa nera, in un hotel desolato, allungato sul suo letto, e assiste a uno spettacolo spietato. L’autore descrive la strategia del geco che gira intorno alla zanzara, facendo dei giri sempre più stretti, fino a catturarla e divorarla. Quando ho letto questo passaggio, ho avuto l’impressione che si trattasse della strategia criminale di un qualsiasi dirigente africano che voglia eliminare il suo oppositore. Leggendo questo passaggio, che è molto visivo, quasi cinematografico, mi sono detta che serviva una scena come questa al mio film. Pensavo di trovare facilmente immagini di questo tipo, nei vari archivi o persino su youtube, ho cercato a lungo ma non ho trovato nulla di buono, allora ho deciso di girarla ex-novo. Ho cercato uno zoo tropicale a Parigi, sono andata in questa grande serra tropicale in piena città e ho girato diversi insetti e animali; alla fine, nel film, è presente una lucertola che mangia una larva, ma anche un camaleonte, che evoca Kenyatta, e un coccodrillo per Amin Dada.</p>
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<p><strong>Qual è il personaggio africano presente nel film che ti ha colpito di più?</strong></p>
<p>Ho cercato di trattare tutti gli uomini politici più o meno allo stesso modo. Alla fine, è forse l’uomo della strada, il passante, lo sconosciuto Masai o Peul che mi ha colpito di più.</p>
<p>La gente di campagna cammina con la schiena dritta, ti guarda negli occhi; è nobile, restando comunque semplice, qualità molto rara. Ho voluto mostrare diverse fotografie, sempre in bianco e nero, che Kapuscinski ha fatto durante i suoi viaggi, perché nelle sue immagini si vede bene questo insieme di nobiltà e semplicità della gente comune.</p>
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<p><strong>Gli archivi sono molto belli. Come ci hai lavorato?</strong></p>
<p>La ricerca d’archivi è stata lunga e appassionante. Innanzitutto, c’erano le fotografie di Kapuscinski che lui stesso mi aveva affidato, una settimana prima delle riprese: centinaia di contatti e negativi. Ho fatto una selezione e ho utilizzato queste immagini per evocare i ricordi personali di Kapuscinski.</p>
<p>Per esempio, c’è un’immagine di Carlotta, questa bella donna angolese, una soldatessa, morta un’ora dopo che la fotografia fosse stata scattata. Siccome Kapuscinski aveva parlato di questa sua fotografia in uno dei suoi libri; sapevo che mostrandogli questa immagine si sarebbe emozionato e mi avrebbe raccontato la storia di Carlotta. E poi ci sono tutti gli archivi storici, a seconda del soggetto trattato (Nkrumah, Lumuba, l’elezione di Nyerere…). Ho visionato diversi archivi; spesso sapevo già quale estratto dei libri di Kapuscinski volessi illustrare.</p>
<p>E poi volevo assolutamente cercare degli archivi in Polonia. Così sono partita per vedere ciò che restava sul periodo africano tra il 1950 e il 1980 alla Cineteca di Varsavia. Non c’era molta scelta, ma tutti gli archivi erano esteticamente belli. Mi sono detta che, in ogni modo, lo sguardo di un operatore polacco sarebbe potuto esser simile a quello di Kapuscinski: uno sguardo polacco, con la grana particolare della pellicola d’epoca. Quindi, per completare le mie ricerche d’archivio, ho cercato anche nei fondi amatoriali, alla Cineteca di Bretagna, perché cercavo immagini di persone che osservavano in modo non ufficiale quello che stava succedendo in Africa; e ho trovato delle sequenze molto interessanti, filmate da francesi che abitavano in Africa e che avevano uno sguardo « quasi neutro », senza una funzione precisa, un po’ come quello di Kapuscinski.</p>
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<p><strong>Quale sarà la vita di questo film? Possiamo vederlo in Italia?</strong></p>
<p>Non so ancora. Il produttore delegato del film detiene i diritti delle vendite all’estero. Spero proponga il documentario alla televisione italiana perché so che, stranamente, Kapuscinski è più conosciuto e letto in Italia che in Francia. Ho anche il progetto di pubblicare il film con alcuni testi, in DVD. Forse questa versione potrebbe interessare Feltrinelli, l’editore italiano di Kapuscinski. Ecco, magari questa intervista raggiunge qualche interlocutore italiano interessato al film e alla promozione dell’opera di un autore unico e prezioso come Ryszard Kapuscinski.</p>
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		<title>Dialoghi con Georges Corm</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/10/dialoghi-con-georges-corm/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2014 13:00:44 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/corms.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49684" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/corms-194x300.jpg" alt="corms" width="194" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/corms-194x300.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/corms.jpg 259w" sizes="(max-width: 194px) 100vw, 194px" /></a><em> [<a href="http://www.georgescorm.com/">Georges Corm</a> è, oggi soprattutto, una lettura necessaria. Tra le poche in grado di abbinare visuale storica, analisi politica e centralità dei fattori sociali e economici nella comprensione di quella regione del mondo, il Medio e Vicino Oriente, che sembra intellegibile, nella rappresentazione dominante, solo attraverso categorie generiche e totalizzanti come la religione islamica, o caratteristiche di tipo etnico che trascenderebbero ogni temporalità storica. La necessità di leggere Corm nasce non solo dall’importanza di comprendere ciò che accade non troppo lontano dall’Europa, e che vede l’Europa, comunque, come uno dei fattori di condizionamento di quell’accadere, ma anche per vigilare contro i tentativi, nel nostro paese, di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/01/non-perdiamo-la-testa-il-doveroso-e-fallito-tentativo-di-difendervi-da-allam-e-le-firme-de-il-giornale/">strumentalizzare una certa immagine del Medio e Vicino Oriente, per alimentare paura e odio</a> nei confronti d’immigrati d’origine araba e di religione musulmana.</em> <span id="more-49506"></span></p>
<p><em>Si tratta, anche in questo contesto specifico, di reintrodurre la complessità degli eventi storici e la distinzione dei piani di realtà, laddove il pensiero dominante semplifica (essenzializza) e opera confusione (amalgama i piani differenti). <a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/approfondimenti/item/11958-dialoghi-con-georges-corm">L’intervista </a>che presentiamo di Corm data della primavera scorsa, ma rimane decisiva per comprendere gli avvenimenti più recenti. L’abbiamo tratta dal sito <a href="http://www.info.aut.org">www.info.aut.org</a>. In coda, ho aggiunto alcune indicazioni bibliografiche. a. i.]</em></p>
<p>Intervista a cura di <strong>Lorenzo Carrieri</strong> (Beirut, aprile 2014)</p>
<p><em>Tempo fa abbiamo visto l&#8217;esplodere delle primavere arabe: di quelle esperienze cosa sopravvive oggi? Ha ancora senso, oggi, parlare di primavere arabe dopo il colpo di stato militare in Egitto (e in questi giorni la vittoria di Al-sisi alle elezioni, segnate da un fortissimo astensionismo), la vittoria degli islamisti di Ennhada in Tunisia e il sempre crescente potere delle milizie islamiste in Libia?</em></p>
<p>Uno, nel breve termine, è tentato di essere pessimista guardando a cosa è successo. Ma non dobbiamo dimenticare che le primavere del 2011 sono un evento storico che può ancora produrre molte ondate di riflusso, una serie di tentativi rivoluzionari da parte delle classi sociali arabe: le rivolte del 2011 rappresentano un&#8217;impronta, un&#8217; inizio, all&#8217;interno del mondo arabo. Se guardiamo ad ogni rivoluzione, la russa, la francese, anche la cinese, ognuna di queste ha avuto le sue tappe, lo stesso sta accadendo nel mondo arabo: la rivoluzione non può darsi in 3 giorni, è un processo di lunga durata!</p>
<p>Credo comunque che gli eventi del 2011 siano importantissimi: essi hanno contribuito a ricostituire ciò che io chiamo “la coscienza collettiva araba”, che è qualcosa di totalmente differente e antagonista rispetto al modo in cui i paesi arabi sono stati governati. Credo anche che questi eventi rimarranno nelle menti della gente, allo stesso modo in cui abbiamo visto ritornare in voga la figura di Gamal Abdel Nasser! Alla fine non possiamo avere un giudizio su cosa succederà in futuro, a questo punto ciò che su cui possiamo avere invece un giudizio più chiaro è ciò che è deragliato del processo rivoluzionario. I risultati di queste rivolte popolari sono state seriamente influenzate da qualcosa che non si riesce a identificare chiaramente, e che non è un elemento nuovo nella storia araba: l&#8217;interferenza straniera, che è stata estremamente intensa e profonda se guardiamo al caso siriano e libico. Questo è quasi incredibile.</p>
<p>Personalmente non mi sono affatto sorpreso che la stessa coalizione controrivoluzionaria di forze contro il cambiamento, nel mondo arabo e nell&#8217;Occidente, formatasi dall&#8217;Oman fino alla Mauritania, si sia coalizzata per far abortire questi movimenti di massa: ancora una volta abbiamo avuto, e abbiamo tuttora, l&#8217;alleanza tra i paesi mussulmani conservatori, i cui grandi sponsor sono l&#8217;Arabia Saudita e il Qatar, e i paesi occidentali. Abbiamo visto questa stessa alleanza al lavoro in Siria: non direttamente sul campo attraverso l&#8217;uso di un esercito occidentale, ma grazie all&#8217;uso di procuratori e combattenti stranieri, arrivati lì in nome della difesa dell&#8217;Islam. Dunque, personalmente non mi stupisce affatto che la stessa coalizione che si formò per contrastare Nasser e anche Muhammad Alì1, entrambi in Egitto, oggi si formi per ostacolare questi movimenti di massa: Il Medio Oriente è una regione strategica, contenente enormi riserve energetiche, ed è estremamente difficile, in assenza di un forte stato/potere arabo, prevenire queste interferenze esterne.</p>
<p><em>Sempre per quanto riguarda le primavere arabe, perché gli islamisti sono stati in grado di “appropriarsi” delle primavere, invece che le forze di sinistra?</em></p>
<p>Non parlerei di forze di sinistra, piuttosto di forze del cambiamento. C&#8217;è da dire subito una cosa: gli islamisti nelle piazze erano minoranza, e, a volte, non condividevano nemmeno la visione rivoluzionaria della maggior parte dei manifestanti, addirittura stavano in disparte. Ma quando si è arrivati al momento elettorale, loro rappresentavano la più grande forza sul campo, avendo una grande organizzazione e un capillare network di ONG e associazioni caritatevoli nelle aree rurali e povere delle grandi città: non bisogna infatti dimenticare che questi partiti/movimenti islamisti si erano stabiliti lì da 40-50 anni, e che potevano gestire grandissime quantità di petro-dollari. Le forze islamiste perciò erano molto meglio radicate, e subito mi resi conto che si apprestavano a vincere le elezioni. Al tempo stesso essi sono stati capaci, nel corso degli anni, di esercitare una qual specie di egemonia nei media mainstream, sia del Golfo (Al Jazeera è qatariota, Al Arabiya è saudita) che occidentali: gli islamisti si presentavano come vittime di longeve dittature sanguinarie e del panarabismo. C&#8217;è una specie di grande narrazione riguardo a ciò, e nessuna, al contrario, riguardante le migliaia di militanti laici e di sinistra che sono stati imprigionati e torturati.</p>
<p>Al tempo stesso nessun media parlava di ciò che accadeva, e continua ad accadere, nei paesi del Golfo, paesi retti da dittature familistiche, politico-religiose e sanguinarie, sotto la forma di monarchie, molto più crudeli che altre: questa narrazione ha dunque aiutato le forze islamiste.<br />
In Egitto le forze del cambiamento presentarono un candidato, Sabahi Hamdine. Ma dato che ai seguaci del precedente regime di Mubarak venne permesso di presentare un loro candidato, Ahmed Chafic, ex primo ministro sotto lo stesso Mubarak, ciò facilitò l&#8217;elezione di Mohammed Morsi, il candidato della Fratellanza Mussulmana, che venne eletto con poche migliaia di voti di vantaggio sopra quelli ottenuti da Sabahi.</p>
<p>In Tunisia abbiamo visto il ritorno di Ennhada, ma al tempo stesso ci sono i sindacati, che sono una forza molto potente. Ma, quando si tratta di arrivare al momento elettorale, e quando ci sono partiti che possono godere del sostegno economico esterno, e di rapporti di forza a loro favore, la situazione è totalmente differente. La Fratellanza Mussulmana fu così in grado di costruire una propria benevola immagine, nonostante gli avvenimenti algerini dei primi anni &#8216;902. La gente tende ancora a credere che gli islamisti siano vittime, che fu vergognoso metterli in prigione, e questa visione ha continuato a essere diffusa dalle grandi narrazioni mainstream: gli Islamisti furono martirizzati, perciò meritavano di essere eletti e governare, poiché, nella visione di questa grande narrazione islamista, tutti gli elementi secolari avevano fallito. Ma questa visione non ha retto quando è stata messa alla prova: abbiamo visto la rabbia popolare in Egitto, quando milioni di persone si sono riunite nelle piazze a chiedere le dimissioni di Morsi.</p>
<p>In Tunisia la situazione sembra essere migliore: è un paese più piccolo dell&#8217;Egitto, come detto i sindacati sono una forza contro-egemonica rispetto agli islamisti, ci sono movimenti femministi che si oppongo a Ennhada, e quando la violenza islamista è esplosa, con l&#8217;assassinio di personalità liberali, i tunisini sono stati in grado di reindirizzare la situazione sui giusti binari e ottenere sviluppi positivi, come la nuova costituzione.</p>
<p>Tornando all&#8217;Egitto, non so se la messa fuorilegge della Fratellanza stabilizzerà la situazione, mi auguro di si. È una situazione complessa e paradossale, perché il colpo di stato militare che ha deposto Morsi è appoggiato dal più grande paese islamista della regione, l&#8217;Arabia Saudita. I sauditi sono stati sempre i più grandi sponsor di tutte le branche delle Fratellanze nel mondo arabo e mussulmano, e le hanno usate per assicurarsi l&#8217;influenza e mantenere le tensioni all&#8217;interno dei loro vicini arabi: ma oggi, nel caso dell&#8217;Egitto, qualcosa è cambiato: Morsi e il suo governo erano entrate in diretta competizione con la leadership saudita, e questa competizione si manifestava non solo nel mondo arabo ma nell&#8217;intero mondo mussulmano. E perciò andavano puniti. Sarà interessante vedere come la situazione si evolverà, anche alla luce dei comportamenti paradossali dei paesi del Golfo verso le varie Fratellanze.</p>
<p><em>Cosa mi dice dell&#8217;islamizzazione delle società, di cui ha molto parlato nei suo lavori?</em></p>
<p>Ho trattato molto non soltanto della strumentalizzazione dell&#8217;Islam, ma delle religioni in generale: anche sull&#8217;uso politico del Giudaismo e del Cristianesimo durante l&#8217;ultimo periodo della Guerra Fredda.<br />
L&#8217;uso strumentale dell&#8217;Islam politico è stata una chiara politica sostenuta dagli Stati Uniti d&#8217;America per bilanciare le forze comuniste nel mondo arabo: non dobbiamo infatti dimenticare che i comunisti erano una forza molto potente nei paesi mussulmani. Pensiamo all&#8217;Iran, dove c&#8217;era il Tudeh, o al partito comunista iracheno, ma anche ai comunisti in Egitto, in Indonesia e in Sudan. Anche qui la grande narrazione egemonica non dice questo perché, per la maggioranza della gente, il comunismo non si “abbinerebbe” con l&#8217;Islam: ma questo è un punto di vista totalmente orientalistico.</p>
<p>Comunque gli Stati Uniti, presi dalla paura per la diffusione dell&#8217;ideale socialista lungo tutto il mondo arabo durante gli anni &#8217;60 e &#8217;70 dell&#8217;ultimo secolo, iniziarono una particolare politica, ispirata dal security advisor Zbingniew Brzezinski: stimolare i sentimenti, e i partiti religiosi, per controbilanciare l&#8217;estensione delle varie forme di ideologia comunista. Lo stesso lavoro che è stato poi portato avanti anche da Papa Giovanni Paolo II in Polonia! Non è sicuramente un fatto nuovo l&#8217;uso del fattore religioso per contrastare le idee socialiste e secolari: anche nel Giudaismo abbiamo visto lo stesso, con molti intellettuali e liberali, spinti da buone intenzioni, trasformatisi poi in conservatori.</p>
<p>Comunque, per quel che riguarda l&#8217;islamizzazione delle società e la repressione dei movimenti comunisti, dobbiamo guardare a quello che accadde in Sudan: qui c&#8217;era il più influente partito comunista del mondo mussulmano, e le forze islamiste di Nimeiry, alleato degli Stati Uniti, diedero un giro di vite contro di esso. Lo stesso accadde in Indonesia, con la repressione del regime di Suharto, che uccise più di 500mila persone. In Iran invece accadde ciò che io chiamo un “fraintendimento geopolitico”: Khomeini è stato aiutato a prendere il potere per evitare che, prima di lui, lo prendesse il Tudeh, il partito comunista iraniano alleato agli islamo-marxisti di Mujhaidin Khalq e ai liberali di Mehdi Bazargan. Ma per l&#8217;Occidente Khomeini avrebbe dovuto essere un altro Fratello Mussulmano, davvero gli Stati Uniti non avrebbero mai pensato che avesse potuto trasformarsi in un capo di stato anti-imperialista e anti-americano: essi coccolarono Khomeini, lo fecero rifugiare a Parigi nello stesso momento in cui lo Shah era ancora in carica in Iran, senza dubbio per usarlo contro le forze secolari e nazionaliste.</p>
<p>Possiamo dunque dire che esiste una specie di mercato delle religioni, così come descrive bene la sociologia americana: la religione, in fin dei conti, è un gran business, persino qui in Libano! Ma quello che voglio sottolineare qui è che l&#8217;uso della religione non significa, di per sé, un declino delle idee secolari, come il panarabismo: per esempio, se guardiamo a quello che è successo durante le primavere arabe, notiamo l&#8217;esplodere di una coscienza araba collettiva, di carattere secolare. E persino in questo caso i regimi politici hanno preferito bilanciare questa coscienza collettiva con l&#8217;uso dell&#8217;Islam politico, perché è sicuramente più facile avere a che fare con il panislamismo, che non mette in discussione niente delle strutture e dei rapporti di potere, piuttosto che con il panarabismo/forze del cambiamento!<br />
<em><br />
Tornando alle primavere arabe, come mai le monarchie del Golfo non le hanno avute, o le hanno vissute in maniera minore?</em></p>
<p>Per prima cosa le hanno vissute, eccome se le hanno vissute! Eccetto probabilmente il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti, abbiamo avuto rivolte in Oman, Bahrein e Arabia Saudita nel 2011: il problema è che non c&#8217;è stata copertura mediatica di questi avvenimenti, non c&#8217;era l&#8217;interesse a diffondere l&#8217;immagine di queste rivolte. Non dobbiamo infatti dimenticare che il Bahrein è stato invaso dall&#8217;esercito saudita, che ha aiutato la famiglia regnante degli Al-Khalifa a reprimere duramente la primavera di questo paese: ma, nonostante la repressione, queste dimostrazioni vanno avanti ancora oggi, giornalmente!<br />
Persino in Arabia Saudita ci sono state rivolte e sollevazioni, soprattutto nelle provincie a est del regno, abitate per lo più da una popolazione di confessione sciita: qui la monarchia, per tenere sotto controllo la situazione, da una parte ha applicato una politica di aumento dei redditi, dando incentivi economici e facendo concessioni superficiali alla libertà di persona; dall&#8217;altra ha continuato nella sua dura politica di repressione.</p>
<p>Tuttavia dobbiamo tenere in considerazione che queste rivolte, Bahrein e Arabia Saudita, non sono collegabili al fatto che molti dei dimostranti erano sciiti, sebbene essi rappresentino la parte della popolazione privata ed esclusa dalla vita politica: essi sono stati invece supportati da numerosi manifestanti e liberali di confessione sunnita che desiderano il cambiamento dell&#8217;esistente.<br />
La cosa strana è che gli Stati Uniti non hanno una politica estera per quel che riguarda gli avvenimenti nel mondo arabo durante il 2011: se fate caso ogni giorno c&#8217;era una dichiarazione di qualche rappresentante americano che contraddiceva completamente quella di un altro nel giorno precedente! Comunque credo che gli States siano guidati, nel loro approccio alle primavere arabe, dal pragmatismo: ufficialmente sostengono le rivolte e le richieste di democratizzazione, ma, in maniera ufficiosa, in alcuni casi sono a favore del mantenimento dello status quo, come in Bahrein, dove hanno un&#8217;importantissima base navale3, e in Arabia Saudita, che è il loro alleato chiave nella regione.</p>
<p><em>Parlando della questione sociale, crede ancora che il grande problema dei Paesi arabi sia l&#8217;economia di rendita? il fattore economico quanto serve a spiegare la solidità dei regimi e la debolezza del capitale umano (movimenti, società civili,&#8230;)?</em></p>
<p>Per prima cosa dobbiamo affermare che l&#8217;economia di rendita può solo ed esclusivamente avvenire in un regime autoritario: per consolidare l&#8217;economia rentier c&#8217;è dunque bisogno di un regime autoritario. Tutti questi discorsi sulla promozione della democrazia nel mondo arabo, senza affrontare il problema dell&#8217;economia di rendita non hanno senso, perché non c&#8217;è attaccamento alla realtà, non esiste collegamento ai rapporti socio-economici sul campo! E io sono scioccato da ciò: pochissimi intellettuali tengono in considerazione le cause socio-economiche delle rivolte arabe, e quasi nessuna forza politica ha sviluppato un contro-discorso economico contro quello egemonico, che poi è quello dell&#8217;economia rentier!</p>
<p>Bisogna analizzare infatti la struttura demografica della popolazione scesa in piazza: sicuramente c&#8217;era una parte di borghesia importante, ed essa era polarizzata su questioni di libertà politica e libere elezioni. Ma la stragrande maggioranza, il 70% a mio modo di vedere, era gente povera, proletariato e sottoproletariato, la cui lotta era molto chiara: essi chiedevano pane, dignità, lavoro, così come la fine della corruzione e dell&#8217;ingiustificata concentrazione della ricchezza in poche mani (redistribuzione della ricchezza). E questa lotta non è mai stata analizzata dal punto di vista economico, nessuno ha parlato dei modelli di sviluppo economico che i paesi del mondo arabo stanno seguendo, che sono, fondamentalmente, politiche pubbliche di stampo rentieristico, che consolidano lo sfruttamento delle rendite da parte di pochi a danno di molti. La mia spiegazione è che le giovani generazioni arabe sono state cresciute in una struttura mentale neo-liberal: hanno studiato ad Harvard, alla Sorbonne, alla Soas, hanno dunque assorbito completamente il modello economico neo-liberista! E ciò è totalmente differente dalle esperienze di quelli della mia generazione: noi studiavamo l&#8217;economia politica, il suo funzionamento, il welfare state, la distribuzione della ricchezza come giustizia sociale! Oggi le nuove generazioni non possono concepire qualcosa di differente dal neoliberismo, e questo è un dramma! C&#8217;è un pensiero unico economico! Nessuno parla di come migliorare la giustizia sociale, la competitività, di come acquisire scienza&amp;tecnica, di come fermare la fuga dei cervelli dal mondo arabo: queste sono domande che nessuno sembra porsi!</p>
<p>Comunque, per tornare alla domanda: sì, possiamo certamente spiegare la mancanza di democrazia e di spazi di libertà attraverso il fattore economico. Quando c&#8217;è una struttura economica totalmente incapsulata in tali relazioni di dipendenza dalle fondi di rendita controllate dagli stati neo-patrimonialisti, sicuramente bisognerebbe abbattere le strutture autoritarie per assicurare il miglioramento delle performance economiche in termini di lavoro e giustizia sociale. Guardiamo al caso saudita: regime autoritario, retto da un antica famiglia dirigente, cattivo stato dei diritti umani, per non parlare dei diritti delle donne. Da una parte c&#8217;è la famiglia saudita, insensibile alle richieste di democratizzazione, che, per mettere in sicurezza il proprio regno, supporta tutte le politiche americane nella regione, dall&#8217;altra parte ci sono gli Stati Uniti, che, per assicurarsi il flusso petrolifero a prezzi contenuti, sostengono un autoritario regime repressivo come quello dei Saud. Come ben sappiamo la storia della democrazia è storia di distruzione dei modi di produzione feudali e delle economie di rendita, come con la Rivoluzione Francese e l&#8217;industrializzazione che avvennero in Europa.</p>
<p>È veramente difficile oggi [liberarsi di questi modelli economici] quando hai una dipendenza da un potere esterno e interferenze straniere: se non si considerano tutti gli interessi in gioco (come ad es. la base navale USA in Bahrein, come l&#8217;accesso ai flussi petroliferi,&#8230;) si possono scrivere pagine e pagine su diritti umani, e riempirsi la bocca con parole come democratizzazione e diritti umani, ma non si coglie quella che sta realmente succedendo!</p>
<p>Dobbiamo, senza ombra di dubbio, mettere la questione economica [del mondo arabo] al primo posto, ma, sfortunatamente, tutti i lavori accademici arabi sono polarizzati oggi dal fattore Islam: io appartengo ad una generazione che non considera l&#8217;Islam né il fattore centrale dei paesi arabi, né il suo problema preponderante. Oggi ogni cosa è cambiata, e l&#8217;appiattimento sull&#8217;Islam è strettamente funzionale al pensiero unico di cui abbiamo parlato poc&#8217;anzi.</p>
<p>I paesi arabi [per uscire dall&#8217;impasse dell&#8217;economia rentier] devono fare come Taiwan e i paesi del Sud-Est asiatico: questi erano paesi poveri, rurali, con un PIL più basso dell&#8217;Egitto dei primi anni &#8217;60, guardiamo invece dove sono adesso. Essi hanno acquisito scienza&amp;tecnica, hanno diversificato le loro economie. Qui, nel mondo arabo, manchiamo di questi fattori, siamo ancora totalmente economie rentier: siamo paesi superficialmente industrializzati, dove l&#8217;industria petrolifera è una specie di enclave senza connessioni con altri settori, dove c&#8217;è un altissima dipendenza dalla tecnologia esterna, siamo paesi nei quali la mentalità da rentier ha inibito la nascita di una mentalità imprenditoriale del rischio e della competitività, dove c&#8217;è un altissimo tasso di fuga di cervelli, paesi nei quali esistono pochissime opportunità per lavoratori qualificati, che preferiscono emigrare.</p>
<p>Ci sono stati senza dubbio dei tentativi di industrializzazione nel mondo arabo: guardiamo a Muhammad Alì in Egitto nel XIX sec e Nasser sempre in Egitto nel XX, o Boumedienne in Algeria e Saddam in Iraq, solo per guardare agli ultimi decenni. Sotto questi leader i loro paesi raggiunsero un livello rapido e spettacolare di sviluppo, attraverso l&#8217;integrazione delle donne nella vita pubblica ed economica, una scolarizzazione di massa, una diversificazione dell&#8217;economia, una profonda industrializzazione, con la creazione di metodi di sicurezza sociali per lavoratori e gente povera. Molti risultati sono stati raggiunti, ma ognuno di questi ha fallito per una serie di fattori, esterni ed interni: Mohammad Alì perché provò a deporre il Sultano Ottomano, Nasser per la sua sconfitta nel 1967 contro Israele e Saddam perché entrò in guerra contro l&#8217;Iran per accontentare l&#8217;Occidente e le petro-monarchie.<br />
<em><br />
Parlando del settarismo, stiamo assistendo oggi ad un climax delle divisioni sunniti-sciiti, dovuti ad una serie di fattori: l&#8217;intervento americano in iraq nel 2003, la particolare storia di costruzione del sistema di stati e la lotta per l&#8217;egemonia regionale tra Iran e Arabia Saudita. sono dunque queste divisioni settarie, alimentate dal conflitto in siria, il risultato di una strategia preventiva o in qualche modo sono qualcosa di essenziale nella storia della regione?</em></p>
<p>C&#8217;è una descrizione molto ben fatta sull&#8217;uso politico, da parte americana e saudita, di questo conflitto in un articolo di S. Hersh (sul numero di marzo 2007 del <em>New Yorker</em>, dal titolo “The Redirection”4): gli Stati Uniti, dopo aver visto il disastro dell&#8217;occupazione dell&#8217;Iraq (che ebbe come unico risultato di aumentare l&#8217;influenza iraniana nel paese e, in Medio Oriente, dell&#8217;arco sciita), si sono decisi ad un confronto più serrato con l&#8217;Iran e, con lo scopo di indebolire il regime degli Ayatollah, hanno alimentato un esteso conflitto di carattere settario tra mussulmani Sunniti e Sciiti. Cioè, tutto quello che noi vediamo oggi, è il risultato dell&#8217;uso politico del settarismo religioso: se l&#8217;Iran fosse pro-USA non ci sarebbe il settarismo! Comunque ecco perché oggi Hezbollah è demonizzato: non è questione di religione, per niente, anche se gli sciiti sono stati marginalizzati in molti dei paesi arabi, non è la religione il problema. Il problema principale è la politicizzazione delle sette, e il loro uso per contrapporsi e provocare scontri.</p>
<p><em>Argomento Siria: si sta vivendo la stessa situazione delle primavere arabe che abbiamo visto in Egitto e altri paesi? Qual è il ruolo dei poteri esterni?</em></p>
<p>No, secondo me non è la stessa situazione. Non c&#8217;è stata una sollevazione generale in Siria, affatto. Se si guarda alla mappa delle proteste in Siria, esse sono scoppiate a ridosso dei confini, in villaggi e aree rurali povere, dove c&#8217;era scontentezza poiché le linee di politica economica del regime, per seguire i dettami del Fondo Monetario e degli Stati Uniti, e per aprirsi gradualmente ad un&#8217;economia di mercato, avevano avuto una svolta neo-liberista. Ciò aveva inciso sui sussidi agricoli, che erano stati drasticamente tagliati, ciò nonostante il più grande successo del regime era stato raggiunto in termini di autosufficienza nella produzione di cibo: le aree rurali erano così tra i pilastri del regime. In aggiunta, anni di siccità danneggiarono gravemente il mondo rurale e contadino. Quando scoppiarono le proteste, ai confini con Turchia, Giordania e Libano, divenne chiaro come la politica occidentale e dei suoi alleati arabi fosse di usare le proteste per sbarazzarsi di Assad e deporlo: fu un calcolo sbagliato perché ciò non teneva in considerazione la base sociale del regime di Assad, la sua forza e le sue debolezze, così come la distribuzione del suo potere. Tutto ciò avvenne dopo che gli USA e l&#8217;Occidente avevano cercato di cambiare il comportamento del regime nella geopolitica regionale: Assad avrebbe dovuto isolare l&#8217;Iran, smetterla di finanziare Hezbollah, e tutto sarebbe stato ok per il suo regime. Ma Assad continuò sulla stessa via precedente, ecco perché gli USA e l&#8217;Occidente hanno deciso di sbarazzarsi di lui, prima attraverso il Libano, accusandolo dell&#8217;assassinio di Hariri, e ora attraverso la guerra in Siria.</p>
<p>Lo ribadisco: la situazione della Siria è totalmente differente dalle sollevazioni popolari degli altri paesi arabi. Il popolo siriano è cauto guardando a cosa è successo all&#8217;Iraq dopo il 2003, e anche a ciò che ha vissuto il Libano dal 1975 agli anni &#8217;90: non vuole una rivoluzione violenta, forse se non ci fossero eserciti e mercenari stranieri nel suo territorio avremmo potuto vedere un&#8217;estensione di questa rivolta parziale e contadina, ma quando il popolo siriano ha visto combattenti islamisti stranieri, oltre che le loro ideologie autoritarie e anti-democratiche, beh, ciò ha consolidato le basi sociali del regime, dato che la gente si è impaurita riguardo a ciò che sarebbe potuto accadere nel caso in cui il regime si fosse sbriciolato. Altra cosa: dobbiamo sicuramente sottolineare come Assad abbia fatto alcune riforme e concessioni all&#8217;opposizione interna, non sicuramente a quella “straniera”: alcuni prigionieri politici sono stati liberati dalle carceri e alcuni addirittura cooptati all&#8217;interno del governo.<br />
Come ho già ricordato, i poteri esterni sono profondamente coinvolti: su tutti, sauditi e turchi. Essi non hanno mai nascosto i loro propositi, e continuano a dichiarare “vogliamo Bachar fuori”, in maniera chiara e giornaliera.</p>
<p>Per finire, penso comunque che la situazione siriana faccia parte di un grande disegno per indebolire la posizione dell&#8217;Iran, che è in diretta competizione con l&#8217;Arabia Saudita in Medio Oriente, e inoltre per indebolire lo stesso Hezbollah, che è diventato un importante attore regionale.<br />
<em><br />
Sul coinvolgimento di Hezbollah in Siria: crede che la decisione del partito di dio di partecipare al conflitto siriano sia un “tradimento” del suo ruolo di resistenza araba? Cosa pensa delle difficoltà che stanno incontrando in libano per spiegare il loro ruolo in Siria?</em></p>
<p>Non credo che stiano incontrando difficoltà. Quelli che non vogliono capire il loro comportamento logico sono semplicemente persone che vogliono solo demonizzare Hezbollah. In quanto al conflitto siriano, dobbiamo ricordare che i primi libanesi che sono andati a combattere sono stati quelli anti-regime: molti estremisti sunniti dalla città a nord del Libano di Tripoli, vicino al confine siriano, che è poi diventata una grande base di reclutamento per l&#8217;opposizione siriana, sono intervenuti in Siria. In realtà Hezbollah è intervenuta abbastanza dopo, nell&#8217;estate del 2013. Oltre a ciò, se un governo islamista fosse emerso in Siria, Hezbollah avrebbe avuto le sue linee di rifornimento tagliate, e ciò avrebbe inibito la sua capacità di risposta ad un eventuale tentativo israeliano di attacco, come fu (in quello fallito) nel 2006. Ecco perché è molto chiaro come Hezbollah stia difendendo il suo ruolo di forza di Resistenza, è una conseguenza logica: sono gli unici in grado di tenere a freno Israele, e, per fare ciò, necessitano le linee di rifornimento siriane; al tempo stesso dobbiamo sottolineare che sono intervenuti in difesa dei confini libanesi dall&#8217;infiltrazione dei Jihadisti provenienti dalla stessa Siria.</p>
<p>E come ho già ricordato, la prevenzione della nascita di un governo islamista in Siria è a tutto interesse del Libano (e non solo di Hezbollah ), che ne risulterebbe completamente destabilizzato.<br />
Penso dunque che Hezbollah stia senza dubbio comportandosi come forza di Resistenza, e stia, allo stesso tempo, difendendo il Libano e i suoi confini con la Siria dai combattenti islamisti, che hanno incominciato a diffondere il terrore in Libano (ossia a mandare macchine cariche di esplosivo in aree densamente popolate e contro l&#8217;ambasciata iraniana).<br />
<em><br />
Qual è l&#8217;impatto della crisi siriana in libano, e la situazione odierna nel paese dei cedri?</em></p>
<p>Come ho sempre sottolineato, il Libano è uno stato-cuscinetto per conflitti esterni, ed è sempre stato così, fin da quando è stato concepito. Le cose sono cambiate solamente durante la carica di Èmile Lahoud, quando egli fu Presidente della Repubblica (1998-2007). Per la prima volta l&#8217;esercito fu rinforzato e ricevette chiari ordini di supportare e facilitare le operazioni della Resistenza contro l&#8217;occupazione israeliana del Sud del Libano, e, per la prima volta, l&#8217;esercito libanese ottenne una chiara e precisa dottrina militare. E tutto ciò permise di ottenere il ritiro israeliano dal Sud nel 2000, senza che vi fossero contropartite: fu un grandissimo risultato, perché il Libano riconquistò la sua sovranità su dei territori illegalmente occupati. Oltretutto Lahoud tenne sotto controllo le azioni di Rafiq Hariri, che era uno stretto alleato dell&#8217;Occidente e dell&#8217;Arabia Saudita, e che stava provando a portare il Libano su posizioni ciecamente filo-occidentali nella regione.</p>
<p>Ecco perché Lahoud fu ostacolato dall&#8217;Occidente, specialmente dalla Francia, le cui relazioni tra il presidente Chirac e Hariri erano abbastanza “eccentriche”. Vorrei qui ricordare che Chirac, in una delle sue ultime visite in Libano nel 2002, dichiarò che l&#8217;esercito siriano si sarebbe dovuto ritirare dal Libano solamente in occasione della risoluzione del conflitto israelo-palestinese, poi nel 2004 cambiò idea e, insieme con gli USA, pilotò una risoluzione, la 1559 del Consiglio di Sicurezza del settembre 2004, che chiedeva il ritiro siriano immediato!</p>
<p>Continuando a rispondere alla domanda, credo personalmente che, finché avremo un sistema settario all&#8217;interno del Libano, rimarremo una specie di stato-cuscinetto, e, fintanto che ci sarà una potente oligarchia finanziaria e politica, che domina il paese, non potremo avere un sistema di tassazione funzionante ed egualitario che finanzi un esercito potente: ed ecco perché credo che avere Hezbollah, che non costa nulla allo stato, sia il miglior contrappeso possibile ad Israele. I libanesi che non vogliono vedere quest&#8217;equazione sono ciechi!</p>
<p>Ci sono poi molti cristiani oggi che sostengono Hezbollah. Ora c&#8217;è la tendenza ad analizzare ogni cosa libanese in termini settari, ma non funziona così: l&#8217;Hezbollah è oggi protetto da un&#8217;implicita alleanza di popolazione secolare, cristiana, sunnita, drusa e sciita, di ogni estrazione sociale. Lasciatemelo dire: il problema del Libano non è Hezbollah, il vero problema è tutta la classe dirigente che crede, in tipico stile saudita, che lo stato sia qualcosa del loro patrimonio. Queste persone considerano la ricchezza dello stato come se fosse quella del loro portafoglio! E questo modo di fare politica è stato ben rappresentato in Libano da Hariri: dato che egli ha vissuto in Arabia Saudita per anni, egli si è comportato come un monarca saudita che credeva che le istituzioni statali fossero suo patrimonio personale e dei suoi alleati nel sistema settario e nelle oligarchie finanziarie. E, sfortunatamente, questo modo-di-fare-politica tende a diventare senso comune nelle classi dirigenti odierne.<br />
Per quanto riguarda ancora il sistema comunitario, esso permette alla corruzione di farsi sistema: perché non si può considerare affidabile un leader politico che si presenta come difensore dell&#8217;onore dei cristiani, dei sunniti ecc ecc. Questa è solo l&#8217;apparenza per nascondere il fatto che questi leaders stanno derubando il paese da sempre!<br />
<em><br />
Cosa pensa della costituzione del tribunale speciale per il Libano?</em></p>
<p>È semplicemente una presa in giro, ed esso non serve la nobile causa della giustizia internazionale. Fino ad ora i 4 generali libanesi e i 15 civili messi in carcere, sotto falsa testimonianza per 4 anni, non sono stati ricompensati ne hanno ricevuto delle scuse: questo sembra incredibile! E invece coloro che hanno dato falsa testimonianza sono ancora protetti dall&#8217;Occidente. Fondamentalmente si tratta di un atto contro la sovranità libanese, incostituzionale: la richiesta del Presidente della Repubblica, che dovrebbe, per costituzione, condurre i negoziati del trattato internazionale ed emendare una bozza di trattato che istituisca il tribunale, non è stata presa in considerazione dall&#8217;ONU, mentre lo stesso trattato non è stato approvato dal Parlamento. Si tratta di uno strumento usato de-facto per influenzare gli affari interni libanesi, solo per creare pressioni alla Siria prima, e oggi usato contro Hezbollah, che sta venendo accusato di aver portato a termine l&#8217;assassinio di Hariri.</p>
<p>Ciò che è ancora più scandaloso è che il Libano paghi ogni anno, per il Tribunale, l&#8217;equivalente dell&#8217;intero budget a disposizione del Ministro della Giustizia! Le corti penali internazionali sono create per giudicare i responsabili di crimini di guerra, genocidi, assassinii di massa, pulizia etnica e trasferimento forzato di popolazioni: è dunque inappropriato creare una tale corte per giudicare un assassinio politico (compiuto in un paese sovrano)! Pochi mesi dopo che Hariri è stato ucciso, ci fu l&#8217;assassinio dell&#8217;ex primo ministro Benazir Bhutto in Pakistan, e nessuno richiese l&#8217;istituzione di una speciale corte internazionale per identificare e giudicare i responsabili&#8230;<br />
<em><br />
Sulla questione palestinese, qual è l&#8217;attuale e più probabile scenario? lei ha scritto: “agli arabi è stato chiesto di capire e accettare la dinamica israeliana che ha traumatizzato le loro vite, senza che gli arabi siano mai stati responsabili della Shoah”, cosa intende con ciò?</em></p>
<p>Noi, come arabi, non siamo implicati nella Shoah. Non ci riguarda. Tutti gli ebrei che vivevano nel mondo arabo furono trattati alla stregua degli altri cittadini, salvaguardati: la Shoah è un problema europeo, come ho analizzato nei miei libri. C&#8217;è stato un spostamento dell&#8217;ostilità degli ebrei dai tedeschi e dagli europei, che perpetrarono il genocidio durante la seconda guerra mondiale, verso gli arabi in Palestina: ma noi arabi non abbiamo niente a che vedere con lo sterminio di massa degli Ebrei d&#8217;Europa, non possiamo in alcun modo essere considerati responsabili per questo! E inoltre non possiamo provare quei sentimenti di colpa che gli europei giustamente provano. È molto semplice: dato che i popoli arabi e la loro cultura non hanno fatto parte dell&#8217;antisemitismo europeo, culminato col genocidio di massa, non ci si può chiedere di sviluppare una sorta di sensibilità artificiale verso l&#8217;Olocausto per comprendere le preoccupazioni in materia di sicurezza di Israele. Noi siamo naturalmente portati a entrare in empatia con la sofferenza che stanno vivendo i palestinesi fin dalla creazione dello stato d&#8217;Israele, e con le sofferenze che abbiamo passato in Libano per mano israeliana, con le sue crudeli operazioni militari e l&#8217;occupazione della nostra terra, prima dal 1978 al 2000, e poi di nuovo nel 2006.<br />
Parlando del problema israelo-palestinese, credo che l&#8217;unica soluzione possibile sia la “one-state solution”: ciò potrebbe impiegare 20, 30, 40 anni, non lo so in realtà. Quello che so per certo è che palestinesi e israeliani possono vivere insieme, basta guardare alle varie iniziative comuni, come l&#8217;Orchestra Israelo-Palestinese: il problema è la leadership israeliana e il supporto attivo all&#8217;occupazione e alla politica degli insediamenti che Israele riceve dai paesi Occidentali.</p>
<p>Ad ogni modo (giungere ad una soluzione definitiva) significherebbe mettere in discussione l&#8217;idea sionista, ma oggi abbiamo molti sionisti che non sono ebrei, e che sono degnamente rappresentati nelle lobbies e nei governi, e un sacco di ebrei anti-sionisti, che sono in realtà ridotti al silenzio e messi in secondo piano! Questa è una situazione veramente paradossale!<br />
<em><br />
Un&#8217;ultima domanda: lei ha studiato le categorie di pensiero attraverso le quali il Medio Oriente è analizzato e il modo in cui è colto dallo sguardo occidentale. tutto sembra appiattito sull&#8217;elemento religioso (ed etnico). questo come può aver contribuito alla frammentazione/debolezza del mondo arabo, e come può aver aiutato a riprodurre un vuoto di potere?</em></p>
<p>Bene, il grande cambiamento avvenne quando l&#8217;Unione Sovietica collassò: nel passato c&#8217;erano un sacco di arabi che si recavano a studiare nel paese sovietico e nell&#8217;Europa Centrale, che era sotto la dominazione di Mosca. Tutti questi arabi ritornavano nei propri paesi con un background socialista, animati da buone intenzioni, anti-imperialisti e laici. Oggi, negli ultimi 30 anni, abbiamo persone che vanno a ricevere un&#8217;educazione solamente in Occidente: quando questi fanno ritorno nei paesi d&#8217;origine sono completamente imbevuti di mentalità neo-liberal, e anche le loro categorie di pensiero sono modellate secondo le agende occidentali e/o dell&#8217;ONU! Il vuoto di potere consiste nel fatto che un&#8217;agenda araba comune ancora non esiste o, in molti casi, è totalmente appiattito su quelli occidentali!</p>
<p>Così ci sono un sacco di ottimi lavori che non seguono il trend principale, che non considerano l&#8217;Islam politico come il fattore principale del mondo arabo: e nessuno, nei media e nel mondo accademico, li prende in considerazione! Personalmente sono molto contento nel vedere persone che leggono i miei libri e articoli, che sono totalmente al di fuori dal mainstream, benché gli stessi miei scritti siano ispirati dalla mia fede nei valori umanistici!</p>
<p>Ecco perché evito di parlare con rappresentanti europei o americani, perché essi sentono solamente quello che voglio sentirsi dire: ma, al contrario, se hai un diverso punto di vista, essi tendono a ignorarti. Questa è la tipica forma-mentis della conoscenza occidentale: questo è il sistema culturale, che riproduce un tipo stereotipato di conoscenza sul Medio Oriente, quella che l&#8217;ultimo Edward Said criticò radicalmente nella sua opera famosissima “Orientalismo”.</p>
<p>Oggi possiamo proprio cambiare questa specie di Grande narrazione, attraverso le conquiste delle primavere arabe: queste ultime possono essere anche considerate l&#8217;inizio di una contro-narrazione collettiva! Che non è finita, che è ancora in corso: sono stato in Egitto poco tempo fa e la gente mi diceva che stava aspettando per una terza ondata di rivoluzione!</p>
<p>Per finire, penso che l&#8217;idea della giustizia sociale possa unire le classi più basse e la classe-media, religiosi e laici, gente povera e lavoratori, così come la borghesia illuminata: dobbiamo dare sostanza ai discorsi rivoluzionari, per ricomporre e riunire insieme nuovamente le forze del cambiamento!</p>
<p>*</p>
<p><strong>Nota bibliografica</strong></p>
<p>Georges Corm, storico ed economista libanese, è autore di diversi studi, in francese e in arabo, sul Libano, il Medio Oriente, i rapporti tra Europa e Medio Oriente. Ha pubblicato prevalentemente per le edizioni francesi <a href="http://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-Pour_une_lecture_profane_des_conflits-9782707174734.html">La Découverte</a>  e nel 2012 è uscita, presso i tascabili FOLIO Gallimard, la settima e aggiornata edizione di<em> Le Proche-Orient éclaté, 1956-2012</em>, più di mille pagine sulla storia del Vicino Oriente, dalla nazionalizzazione del canale di Suez del 1956 agli sviluppi delle rivolte arabe.<br />
In Italia, stranamente, Corm pare non suscitare grande interesse presso le tradizionali case editrici di sinistra. La maggior parte delle sue opere sono pubblicate da <a href="http://www.jacabook.it/ricerca/main-aut.htm)%20">Jaca Book</a> o dalla altrettanto cattolica <a href="http://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/georges-corm/il-nuovo-governo-del-mondo-9788834322369-148034.html">Vita e Pensiero</a>.</p>
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