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	<title>isabella borghese &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Questa di Marinella è la storia vera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2020 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[i padri]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Isabella Borghese Ho ripreso a dormire bene, dopo l’isolamento. In estate, a Roma, poco prima dell’arrivo delle cicale. E questo dormire di notte, accompagnato da quel frinire di giorno, è fonte di serenità, la mia più grande gioia, adesso. Otto ore di sonno. Al mare è diverso. Al mare dormo di meno. Lì riconosco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-85893" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/1097991_10151767583207071_302493086_n.jpg" alt="" width="182" height="276" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/1097991_10151767583207071_302493086_n.jpg 182w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/1097991_10151767583207071_302493086_n-160x243.jpg 160w" sizes="(max-width: 182px) 100vw, 182px" />di</p>
<p><strong>Isabella Borghese</strong></p>
<p>Ho ripreso a dormire bene, dopo l’isolamento. In estate, a Roma, poco prima dell’arrivo delle cicale. E questo dormire di notte, accompagnato da quel frinire di giorno, è fonte di serenità, la mia più grande gioia, adesso. Otto ore di sonno.</p>
<p>Al mare è diverso. Al mare dormo di meno.</p>
<p>Lì riconosco di avere quell’eccitazione propria dei bambini. Così, alla sera, quando mi corico, penso alla spiaggia, al mare e provo lo stesso divertimento di quando ero bambina e mio padre, dopo cena, senza riuscire, cercava di convincermi, “<em>Se non vai a dormire vengono i carabinieri e domani non potremo andare al mare”</em>; e pure, sento lo stesso fremito che mi invade quando immagino di spogliarmi davanti a un uomo con cui desidero fare l’amore.</p>
<p>La fretta di andare al mare, per me, non è poi molto differente dalla fretta che ho quando voglio fare l’amore. L’impazienza dei bambini.</p>
<p>È così che alle 7,00 sono già sveglia.</p>
<p>Quando tutti dormono, ma io no. Io alle 7,15 indosso il costume e mi avvio, prima di avvicinarmi al mare, verso l’edicola. Passeggio e osservo i balconi, il cielo, in alcuni tratti intravedo le onde, o la calma piatta che mi allieta così tanto. Mi fermo a prendere il caffè a La Gatta, qualche volta. Il lido dove mio padre e mia madre si sono conosciuti quarantaquattro anni fa, mentre una ragazza cercava di conoscere il mio futuro padre, e lui invece, con un mazzo di fiori, chiedeva di uscire a quella giovane di vent’anni che pochi anni dopo sarebbe diventata mia madre. Mi sembra di vederli: lei con il suo sguardo lusingato, lui con il suo più malizioso.</p>
<p>Da quando mio padre è in clinica, da quando so che nel nostro mare, <em>a Santa Marinella mia</em> (così la chiamavo quando ero piccola e la indicavo sulla cartina geografia) non andremo più insieme, da allora e dopo la morte di un caro amico, ho maturato questa convinzione: esiste una geografia sentimentale dei luoghi che a essi ci lega in modo incondizionato ed è mappata dalle persone che amiamo. Quando qualcuno non è più con noi, nei mille modi con cui possiamo individuare e definire un’assenza, quando questa assenza viene a pesarci nei posti che insieme abbiamo vissuto, occorre forgiarsi di pazienza e forza e così, lentamente, reinventare la nostra mappa geografica; occorre mantenere i nostri itinerari, ma affidarci a un nuovo sguardo su di essi, senza sciupare i sentimenti più gloriosi e magnifici che in passato ci hanno accompagnati. Non è forse così che nascono i bei ricordi? Perciò l’estate non è mai potuta diventare la mia stagione del cuore. Perché non di una stagione ai miei occhi si tratta, ma di un sentimento: la nostalgia, il mio preferito.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-85897" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Capture-d’écran-2020-08-06-à-09.05.37-300x295.png" alt="" width="300" height="295" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Capture-d’écran-2020-08-06-à-09.05.37-300x295.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Capture-d’écran-2020-08-06-à-09.05.37-250x246.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Capture-d’écran-2020-08-06-à-09.05.37-200x196.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Capture-d’écran-2020-08-06-à-09.05.37-160x157.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Capture-d’écran-2020-08-06-à-09.05.37.png 564w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Amavo l’imbrunire da ragazzina. A Santa Marinella era il momento in cui mi accovacciavo e mi incantavo a vedere le belle di notte aprirsi. Potevo restare ore intere in quella scena. Le trovavo così belle nei loro petali rosa, come le bouganville, ma di esse più profumati, o gialli, i miei prediletti. Le toccavo segretamente, ché mia madre ripeteva a cantilena, Non toccarle sono velenose, e non staccare i semini, non è tempo. E io le toccavo ogni volta e sempre staccavo i semini e poi li nascondevo dentro le tasche dei miei pantaloni, o sotto un sasso vicino la porta – il mio nascondiglio.</p>
<p>Ma l’imbrunire era anche il momento in cui mio padre ci raggiungeva da Roma, nel fine settimana, e di lì a poco il mio diventava un tormentone, “<em>Papà, portami dalla signora che fa mangiare i gatti!”</em>. Lo ripetevo fino allo sfinimento. Ero talmente affascinata da questa vecchina che viveva da sola in una grande villa, che pareva mezza abbandonata tanto cadeva a pezzi, e a qualsiasi ora ti recavi nei pressi, lei era lì affacciata alla finestra parlava da sola, o coi gatti e gli lanciava da mangiare. Dicevano che era una matta, e io le volevo bene, e la salutavo da lontano. Ed ero punto felice.</p>
<p>Sono passati oltre trent’anni da quella felicità, da quando mio padre mi ha insegnato a fare le capriole sott’acqua e lì dentro nel mare un po’ affogavo, un po’ restavo a galla, nel modo in cui oggi, a volte, mi pare di vivere.</p>
<p>Pochi giorni fa, lontano da Santa Marinella, ero in vacanza a Gaeta, dove si può stare in spiaggia anche a ora di pranzo tanto è piacevole il vento; un po’ pare esserci per farti riposare, un po’ per consegnarti i tuoi ricordi. Questi. <em>“Poi torno a Santa Marinella nostra”</em>, ho raccontato a mio padre in una videocall, “<em>Ma prima passo a trovarti”</em>.</p>
<p>Non ho mai raccontato a papà che due anni fa a Santa Marinella si è suicidato il figlio del gestore di un lido, un posto che per noi era come una casa, un padre che io, quando sono lì, passo sempre a salutare, anche se poi vado dove mi porta il momento. Ovunque, a nuotare.</p>
<p>Sembra una colpa, un’offesa a volte a noi figli questo continuare a vivere, a cercare la vita, mentre vediamo i nostri padri immobili, fermi, deboli e indifesi. E pure, mentre sembriamo diventare noi i loro genitori e siamo qui e cerchiamo di proteggerli persino scegliendo cosa sia giusto raccontargli e quello da cui crediamo sia meglio salvaguardarli. Ma ecco, mi sovviene un pensiero, <em>Tutto è vita, tutto serve alla vita</em>, ha scritto Manuel Vilas e queste parole risuonano nella mia mente, quasi come un insegnamento. O forse un promemoria.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Buena Vista Social: Basaglia legge il destino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2020 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Basaglia]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
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					<description><![CDATA[Questa nuova rubrica è dedicata alle “cose belle” trovate sui Social, a dimostrazione del fatto che fare rete è oggi, più che mai, una risorsa. effeffe Il Franco destino di Isabella Borghese La mia adolescenza racconta gli anni in cui ho iniziato a confrontarmi con la malattia mentale. Gli anni in cui ho iniziato a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa nuova rubrica è dedicata alle “cose belle” trovate sui Social, a dimostrazione del fatto che fare rete è oggi, più che mai, una risorsa.</em> effeffe</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-84697" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Capture-d’écran-2020-05-18-à-13.06.54-300x217.png" alt="" width="300" height="217" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Capture-d’écran-2020-05-18-à-13.06.54-300x217.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Capture-d’écran-2020-05-18-à-13.06.54-768x556.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Capture-d’écran-2020-05-18-à-13.06.54-250x181.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Capture-d’écran-2020-05-18-à-13.06.54-200x145.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Capture-d’écran-2020-05-18-à-13.06.54-160x116.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Capture-d’écran-2020-05-18-à-13.06.54.png 816w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Il Franco destino</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Isabella Borghese</strong></p>
<p>La mia adolescenza racconta gli anni in cui ho iniziato a confrontarmi con la malattia mentale. Gli anni in cui ho iniziato a conoscere mio padre prima di tutto come un individuo a sé, un essere umano. Mi sono scontrata con la mia incapacità di accettare il suo bipolarismo, con quella forza, anche, che mi ha portata per anni a odiarlo, a combattere contro i suoi mostri, contro tutto quello che di male accadeva alla sua vita e inevitabilmente al modo in cui noi in famiglia s<span class="text_exposed_show">ubivamo ogni suo comportamento, figlio di eccessi &#8211; fasi up e fasi down &#8211; difficili da affrontare. Scappare da e tornare a casa era la mia abitudine. Nell&#8217;anno più complicato della mia vita personale, rispetto al mio rapporto con lui, un evento specifico mi mise davanti a una scelta: o mi faccio del male o cerco aiuto. O cerco di salvaguardarmi o mi distruggo. Il contesto sociale in cui vivevo mi aiutò molto; le mie amiche del cuore di allora e i miei amici, sono i miei congiunti di oggi. </span></p>
<p><span class="text_exposed_show">Così, grazie anche a loro, cercai e parlai con uno degli psichiatri che seguiva mio papà e fui affidata a una psicologa &#8211; affidare è il verbo per me più adatto &#8211; e intrapresi così il mio percorso terapeutico più importante, di certo il più incisivo nella mia vita. Quello che oggi, direi, mi indicò la direzione migliore, quella della cura. Prima della mia, poi di quella che io potevo avere per lui in una condizione di consapevolezza e accettazione della sua malattia. Ho avuto la fortuna di interfacciarmi ed essere accolta dai medici che negli anni lo hanno curato ogni volta che un dubbio o una paura mi assalivano con forza. A volte, mi rendo conto, di avere avuto quasi la pretesa di essere aiutata, e solo perché volevo e dovevo stare bene. Ma stare bene non è sempre facile. È spesso frutto di una profonda volontà, di un percorso che si sceglie di intraprendere con metodo, rigore, e guidati dalla ragione, perché se essa la si abbandona è più facile che l&#8217;istinto ci porti a crollare, a perdere la lucidità.</span></p>
<p><span class="text_exposed_show"> Se non ci fosse stato Franco Basaglia mio padre sarebbe finito in un manicomio e non avremmo potuto lottare, ciascuno da solo, e anche insieme per la sua vita e quella di noi tutti familiari. Non avrei potuto confrontarmi con gli psichiatri che lo seguivano e con cui avevo spesso colloqui, non avrei familiarizzato con la sensibilità e la fragilità diversa con cui ciascuno è chiamato a vivere. Quando è morto Guido Martinotti, uno degli psichiatri che lo ha avuto in cura e in clinica per molti anni, a periodi alternati, ho sentito di aver perso un altro padre, perché chiunque si prende cura dei nostri cari e di noi con la dedizione che sapeva metterci Martinotti, è una guida. Un riferimento. Ma tutto questo senza <a class="profileLink" href="https://www.facebook.com/Franco-Basaglia-45966562459/?__tn__=K-R&amp;eid=ARCHet-VD64pHIrIXjs4Re9GNiBwS4_SVSJa2zP2XdsalKNmW8jgS7SEe-Yz-70tbWhmBCW_KqVM-crC&amp;fref=mentions&amp;__xts__%5B0%5D=68.ARAt0YX65DsbvPPJuzCXJ6pD0w2Hhy0tl_pM1zUjM2CSShtjDyR-7ymt08-R8bztnPbs6R_5EoLvmCvZYprrsSMD8qLMJhY8DPoxcDgVCWu35KzUikXXx2VW8gVUOUushoKfcqUtoa-TA38Zntd33-FbuvgZFszIVaNGyJntWej0hrdf3psaCMBNoFBUEaWl295z1DA_lhw9grIjmg" data-hovercard="/ajax/hovercard/page.php?id=45966562459&amp;extragetparams=%7B%22__tn__%22%3A%22%2CdK-R-R%22%2C%22eid%22%3A%22ARCHet-VD64pHIrIXjs4Re9GNiBwS4_SVSJa2zP2XdsalKNmW8jgS7SEe-Yz-70tbWhmBCW_KqVM-crC%22%2C%22fref%22%3A%22mentions%22%7D" data-hovercard-prefer-more-content-show="1">Franco Basaglia</a>, non ci sarebbe potuto essere. Dobbiamo a lui il grande merito di riconoscere il valore di ogni essere umano. Anche per questo, grazie a Franco Basaglia, a 42 anni dalla Legge che porta il suo nome, i suoi ideali, la sua umanità. </span></p>
<p><span class="text_exposed_show"><em>Roma 12 maggio 2020.</em><br />
</span></p>
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		<title>les nouveaux réalistes: Isabella Borghese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2015 06:14:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
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					<description><![CDATA[Corpo libero di Isabella Borghese La sala era rettangolare, profonda. Alla mia prima lezione non è stata l’attività fisica la vera protagonista, né il mio corpo; questa l’impressione che ho avuto.  Nell’ordine, a primeggiare l’olfatto, la vista, l’udito. Del gusto lì dentro ne facevano un rigurgito, un senso da riscoprire, una battaglia contro il peso. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/BR-v2n2-30-1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-51894" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/BR-v2n2-30-1.jpg" alt="Adobe Photoshop PDF" width="341" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/BR-v2n2-30-1.jpg 670w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/BR-v2n2-30-1-230x300.jpg 230w" sizes="(max-width: 341px) 100vw, 341px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Corpo libero</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Isabella Borghese</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La sala era rettangolare, profonda. Alla mia prima lezione non è stata l’attività fisica la vera protagonista, né il mio corpo; questa l’impressione che ho avuto.  Nell’ordine, a primeggiare l’olfatto, la vista, l’udito. Del gusto lì dentro ne facevano un rigurgito, un senso da riscoprire, una battaglia contro il peso. Il simbolo della vittoria. Il tatto solo alla fine.</p>
<p style="text-align: justify;">A vent’anni ho scelto di regalare al mio corpo una possibilità nuova per riscoprire il privilegio e il piacere del contatto fisico. Riconsegnargli l’occasione legittima di essere toccata, di toccare in un terreno neutro, in una dimensione estranea al fastidio, alla prepotenza di una forzatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era il tempo di arrendersi. Davanti a me il momento di sfidare l’istinto, quel desiderio di chiudermi all’altro, che pareva volermi sconfiggere, privarmi di un’altra occasione; ho scelto di lottare servendomi della ragione, un’arma potente, potentissima, selezionata per riscoprirmi corpo, che può piacere, piacersi, darsi all’altro; per imparare di nuovo a muovermi con agilità e disinvoltura e a spogliarmi ancora, come un tempo ne sapevo cogliere ogni gradevolezza, nel terreno libero del piacere, nella sensualità di uno sguardo spudorato, fisso occhi negli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta libera è stata la mia preferenza: la dimensione della lotta, quando nel carattere è combattere contro le proprie paure e per i propri ideali, nello sport confrontare il proprio corpo con la forza dell’altro, nella vita difendersi e aggredire la parola imposta da un prepotente.</p>
<p style="text-align: justify;">In quella sala sentivo l’odore di chiuso, di aria viziata, di sudore quando nasce dallo sforzo fisico. Osservavo donne allenarsi in circuiti, flessioni, sforzarsi sulle spalliere. La severità di Augusto che insegnava o il gridare a tratti monosillabico di chi combattendo emetteva lamenti o grida di sforzo o incoraggiamento.</p>
<p style="text-align: justify;">E quelle poche donne in sala, con me eravamo in tre, fiere di lottare sulla materassina, e ritrovarle poi, lezione dopo lezione, più magre. Sciupate. Guardarci a lungo nello spogliatoio, come esplorarci. Vicine, nude, libere e prese da un modo di lottare molto differente tra noi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Goliarda, stai dimagrendo troppo…”, mi sono confidata un giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">“E’ così sotto gara, Gabriella. Toccherà anche a te. Comincerai a lottare e dovrai dimagrire per gareggiare in una classe più bassa e poi vincere, perché non ti mancherà tutta la forza della categoria superiore. Nelle competizioni l’avversario si deve battere, corpo a corpo. Dev’essere tua la vittoria!”</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema delle competizioni, per me, questa fissazione di chi partecipa di guardare a tutti i costi e con determinazione alla “coppa”. Questo obiettivo che svaluta la partecipazione o che dà un senso compiuto alla gara.</p>
<p style="text-align: justify;"> Forse avrei dovuto raccontare a Goliarda il reale motivo della mia lotta lì dentro, e farlo mentre ci allenavamo donna contro donna, o donna contro uomo, per esercitarsi a schienare l’avversario.</p>
<p style="text-align: justify;">Io mi ingegnavo di più a sbilanciarlo. Far perdere l’equilibrio all’antagonista non annuncia mai una vittoria, ma consente, prima che questa avvenga, di intuire quale sarà la sua mossa e così di precederlo. Nel corpo a corpo in terra, prima dello schienare o dell’essere schienata, ero sempre lì intenta a sentire il corpo dell’altro, a percepire il mischiarsi della forza dell’uno contro quella dell’avversario che durante la lotta si fa sudore. Tentavo di raccogliere, mossa dopo mossa, il significato pudico di una stretta forzata, della necessità di proiettarsi sull’altro per combattere senza entrare nel campo della costrizione. Cercavo, ostinata com’ero, di fissare il suo sguardo senza abbassare il mio. Mantenerlo sull’antagonista, come necessità di vincere la timidezza prima, per capire con quale corpo il mio dovesse prendere confidenza, durante il combattimento.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi incontri preferivo l’allenamento contro un uomo. Era “il suo sul mio” la mia vera sfida, non il combattimento. Che mi schienasse, allora, non si trasformava mai in una sconfitta di cui crucciarmi. Mi affascinava il modo di Goliarda di stare nella lotta, la sua forza, quel mischiarsi con la tecnica e con il rigore. Goliarda, che tre settimane prima delle gare, fino al giorno della competizione, si nutriva di solo acqua e yogurt, o frutta e prima di pesarsi restava ore persino senza bere. Ecco il rigurgito del gusto, il simbolo della vittoria.</p>
<p style="text-align: justify;"> Negli spogliatoi dopo la doccia ci mettevamo nude davanti allo specchio. Vedevo due corpi diversi da quelli che osservava lei. La sua bellezza sciuparsi, farsi stanchezza, le guance sparire, il seno rimpicciolire così tanto che persino una carezza lo avrebbe nascosto. Eppure l’eccitamento pareva inorgoglirla, come se avesse già vinto la sua gara.</p>
<p style="text-align: justify;">“Devo perdere due etti ancora, poi entrerò nella categoria inferiore. Sarò pronta per gareggiare”, si esprimeva con fierezza. Lei nel suo, con lo sguardo, incontrava un corpo pronto a combattere. Poi mi intrattenevo sul mio allenato, armonioso. In attesa. Nulla mi suscitava del vanto. “Quando lotterai in gara dovrai sciuparti di più”, mi spiegava. Goliarda nel mio corpo individuava chili da sciupare. L’attesa, questa no.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo più di un anno dal mio inizio in quella sala si è affacciato il momento più difficile.</p>
<p style="text-align: justify;">“Goliarda, Augusto vuole farmi gareggiare. Aspetta il mio consenso tra pochi giorni”, mi sono confidata perplessa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bene! Lo sapevamo tutti che avresti iniziato presto. Preparati alla tua dieta: acqua e frutta!”, si è messa poi a ridere. Io sono rimasta basita. Neanche una risata per me. Solo un’urgenza: lottare nella vita poteva significare mettere in campo la mia forza fisica, combattere con il corpo?</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi giorni dopo, quello precedente alla mia scelta, ci siamo sfidati per quarantacinque minuti. Prima io contro Goliarda. I nostri corpi, benché lei fosse più alta di me, si confrontavano con energia. La mia altezza si presentava perfetta per sbilanciarla e più facilmente di quanto non riuscisse lei con me. Ma era Goliarda a vincere più spesso. Tre volte su cinque. Quel giorno poi sono stata più di mezz’ora a lottare contro Errico. Il mio corpo, in attesa. La percezione precisa che avesse maturato una nuova confidenza verso l’altro, un saper stare contro, addosso e sotto, che nulla hanno a che vedere con la sottomissione, né tanto meno con la costrizione. Neanche con l’essere schiacciati da un peso morto addosso.</p>
<p style="text-align: justify;">La terza volta che Errico mi ha schienata sono scoppiata a ridere, senza avvertire la fretta di dovermi liberare del suo peso. “Ti porteremo alle regionali quest’anno! Ha ragione Augusto!”, ha esclamato fiero. Era ancora sopra di me. Non ho badato a lungo alle sue parole. Avevo altro per la testa: non provavo alcun fastidio. Mi sentivo compiaciuta, rispettata. L’attesa di colpo finita. Schienata riscoprivo il piacere del tatto e riconoscevo nella competizione un modo così lontano dal mio di stare al mondo, che neanche uno sport ha saputo mai insegnarmi.</p>
<p>Dopo qualche giorno sono rientrata in quella sala rettangolare, profonda. Ma era l’attività fisica, adesso, la vera protagonista, con il mio corpo. Nell’ordine, a primeggiare il tatto, il gusto. L’olfatto, la vista, l’udito, solo alla fine. Il tatto, grazie al combattimento, ora primeggiava con la bellezza e la grandezza di un senso riscoperto, e la capacità di invertire, nella mia vita, l’ordine dei sensi. E’ stato il mio ultimo venerdì di lotta libera quello del combattimento contro Errico. Il mio corpo in attesa, oggi, solo un ricordo. La strada, come la vita, invece, è dove continuare a lottare.</p>
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		<title>Chat noir Chat</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/07/06/chat-noir-chat/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 17:51:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaella Nappo]]></category>
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					<description><![CDATA[disegni di Raffaella Nappo Schwarze Katz (il gatto nero) di Francesco Forlani a Raul di Isabella Un nome così a Berlino, a Parigi, non suscita mica ilarità, mica si presta ai doppi sensi, con quella sua pronuncia che sulla seconda parola accentua le zeta con indomita soddisfazione, come succede da noi, mica da voi. Da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-9.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-9-300x258.jpg" alt="" title="gatti-9" width="300" height="258" class="aligncenter size-medium wp-image-36049" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-9-300x258.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-9.jpg 945w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
disegni di <em>Raffaella Nappo</em><br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>Schwarze Katz (il gatto nero)</strong></p>
<p><strong>di Francesco Forlani<br />
</strong><br />
<em>a Raul di Isabella<br />
</em><br />
Un nome così a Berlino, a Parigi, non suscita mica ilarità, mica si presta ai doppi sensi, con quella sua pronuncia che sulla seconda parola accentua le zeta con indomita soddisfazione, come succede da noi, mica da voi. Da noi se chiami un Pub Schwarze Katz, minimo minimo ti arrestano per oltraggio al comune senso del pudore, oppure, non se ne fa nulla perché da noi tutto è oltraggio. La città moderna è oltraggio alla Reggia che si gira sull’altro fianco della pianura, e a quella antica che si limita a darle un’occhiata dalla Torre impizzata nella collina. E la guarda fare, la sua vita che è oltraggio alla vita. Alessandra Schwarze Katz era la vita. Avevamo pochi anni, ma nell’epica di quei pochi anni diciamo che lei era l’eroina mentre io non contavo un cazzo per nessuno. Per nessuno tranne che per lei, che mi dedicava sempre grandi sorrisi ogni volta che ci vedevamo in comitiva, giganteschi mostri di motorini e braccia che si muovevano lungo un perimetro assai ristretto e che si sviluppava intorno al centro della città lungo un asse che andava dalla sala giochi del Jolly Joker, con il muretto poco distante di una piccola piazza, fino alla fine della centralissima Via Mazzini. In una delle stradine sulla destra c’era appunto lo Schwarze Katz, il gatto nero. Il mio gatto invece era grigio, pelo lungo, persiano, una gatta in verità dal nome imprestato dagli Aristogatti, Minou come qualche anno prima avevamo depredato per il nostro dalmata, il nome Pongo alla carica dei centouno. Avevamo in famiglia di vero borghese soltanto gli animali domestici e dio.<br />
<span id="more-36047"></span><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-5.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-5-218x300.jpg" alt="" title="gatti-5" width="218" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-36048" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-5-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-5.jpg 688w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" /></a></p>
<p>Così mentre Minou mi faceva le feste sempre quando tornavo succhiandomi l&#8217;anima ogni volta che, da sotto al braccio scostava il muso a sporgersi sulla mia faccia per trasformare il mio respiro in un ingranaggio di voce, un motore di fusa regolari in un travaso di vita interrotto soltanto dal risveglio, ritrovavo ogni giorno, subito dopo i compiti l&#8217;amico del cuore e di sigarette Cicciotto dell&#8217;Aquila. Io di borghese avevo il latino del mio liceo, lui tutti i libri del Capitale, e di Lenin, lasciati in giacenza da suo fratello in fuga per l&#8217;italia. E così un giorno tra le braccia del mostro giovinezza si erano sfiorate appena le falangi di una confraternita all&#8217;interno della grande comitiva, confraternita in cui due sorelle avevano varcato la soglia della solitudine autistica di due adolescenti, ed una delle due sorelle era Ale, Alessandra Schwarze Katz. C&#8217;era di mezzo sicuramente il cuore, non mio &#8211; <em>chi non conta un cazzo il cuore se lo sogna appena per dimenticare il resto</em> &#8211; e non so quante settimane si sarebbero susseguite né se quel tempo fosse umano o gattesco, con quella storia di un anno vale sette, un giorno un mese. Un gatto si sa che non fa in tempo a vivere che già muore, e per questo si commuta il computo in un nove vite, nove code, con cui graffiare ogni corpo che respiri, prendere a morsi l&#8217;inarrestabile durare delle cose, fino a sbrecciare il tempo e ridurlo a memoria. Quando non poteva venire andavamo noi da lei, nel piccolo pub di una strada a pochi passi dalla sede di Lotta Continua. Interdetta a Cicciotto più per gesto di autocensura &#8211; le visite domiciliari notturne della Digos si perpetuavano nella volante appostata sotto casa quando il fratello di Ciccio era ancora latitante e si sperava di acciuffarlo al rientro.</p>
<p> Ale ci offriva allora da bere e quando non c&#8217;era più gente, in chiusura abbandonava il banco al suo corso per sedersi con noi e tirare su i piedi sul tavolo di noce, dove le punte quadrate dei Camperos si allineavano ai boccali da birra da un litro pesanti e luminosi come lampadari. A Minou venivano spesso dei nodi di pelo che le impedivano di respirare, e nonostante le spazzole e il talco che le davamo a turno, fratello dopo fratello, sorella dopo sorella talvolta bisognava tagliargli dei ciuffi di pelo facendo attenzione a non tagliarle la pelle. E così nonostante quei buchi attraversava la casa fiera e rigonfia come una nuvola, pronta a farsi grattare ogni volta, a carezze che staccando gli occhi dai libri di storia le facevo, con la gratitudine di averla come compagna. Alessandra Schwarze Katz, dai capelli corti che sembrava cantarti e invece parlava sempre sommessamente le note portanti di “ragazza dell’Europa”, con maglioni colorati, le guance rosse da nord e da timida rivolta, era stata compagna di altri, non mia.</p>
<p>Quando finirono quei giorni, un mese, un anno, sarei partito poco dopo per andare in collegio. E allora capitava che durante le libere uscite talvolta incontravo gli amici fraterni di un tempo, ed anche lei, una volta, sul corso principale della città, e dove nonostante i capelli rasi al suolo dalla caserma, e l’uniforme da cadetto, mi dedicò lo stesso sorriso d’un tempo. Nell’epica dei quindici anni non c’è perdono che assolva l’abbandono e l’assenza delle persone che abbiamo amato, ma accade che il tratto di strada che s’era condiviso lasci tracce tanto profonde che per quanto si prendano strade diverse, dell’uno e dell’altro risuonano i passi e le orme, sono cose vive.</p>
<p>Quando un gatto comincia a perdere la vista, te ne accorgi da come si serva delle pareti come un bastone, e così, accasciata lungo lo stipite in basso della porta, mi aspettava ogni fine settimana, durante i permessi della scuola militare. Nulla è più terribile nella vita di un gatto della velocità con cui la parola vita percorre il suo giro. Nella velocità vertiginosa di un giro di giostra, di una giovinezza che bastava a se stessa con la stessa ineluttabilità dei grandi destini compiuti del mondo del Rock. Janis Joplin, Jimi Hendrix, e poi quasi per ultimi John Lennon e Bob Marley. A comunicarmelo era stato un mio compagno di corso Ciccio Panico, amico della migliore amica di Ale. Cioè a dirmi che Alessandra Schwarze Katz, se n’era andata, partita, scomparsa, trasferita, ci aveva lasciati, di merda, quello sì, con un gesto che somiglia a un volo, se non ci fosse il catrame ad accoglierti. Minou, aveva smesso di respirare alla fine di un sogno. Ricordo mio padre, che di tutti l’amava forse meno, raccoglierla da terra con le lacrime agli occhi e una forza che sembrava dire nella mutezza di quei momenti, che a noi sarebbe rimasto solo il dolore astratto della pena di non vedere più, quella nuvola di grazia che saltava, graffiava, scivolava sul tavolo della sala da pranzo riuscendo ogni volta a evitare di rovinare contro il vaso di cristallo innalzato al centro. A noi avrebbe risparmiato il lavoro sporco della sepoltura. Eppure, ogni volta che un gatto nero mi attraversa la strada, penso che sia lei, in una terza o quarta vita rapita alla vita felina. Altrimenti come spiegarsi il fatto che non ci siano cimiteri per gatti? Alessandra Schwarze Katz, una ragazza così a Berlino, a Parigi, non muore mica ogni volta, mica si presta ai dubbi, ai rimorsi, con quella sua andatura di chi sa cosa significhi la vita, di chi sa a chi si debba sorridere e a chi no, e che ti lascia un segno nell’anima ogni volta che pronunci il suo nome e sulla seconda parola accentui le zeta con indomita soddisfazione, come succede da noi, mica da voi.</p>
<p><strong>Racconto che uscirà in un&#8217;antologia curata da Isabella Borghese a fine anno.</strong></p>
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		<title>quattuor (passi) fare!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/quattuor-passi-fare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 23:12:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[beppe Sebaste]]></category>
		<category><![CDATA[enrico de lea]]></category>
		<category><![CDATA[francesco forlani detto il furlen]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
		<category><![CDATA[monica mazzitelli]]></category>
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					<description><![CDATA[Quest&#8217;estate, per chi l&#8217;ha visto e per chi non c&#8217;era, ho proposto una rubrica, questa. Alcuni contributi sono giunti fuori tempo massimo ( ah le poste d&#8217;un tempo!) così, sperando di fare cosa gradita ai più, ve le propongo con il segreto sogno di portare un giorno in giro per l&#8217;Italia tutta la compagnia di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Quest&#8217;estate, per chi l&#8217;ha visto e per chi non c&#8217;era, ho proposto una rubrica, <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=due+passi+fare">questa</a>. Alcuni contributi sono giunti fuori tempo massimo ( ah le poste d&#8217;un tempo!) così, sperando di fare cosa gradita ai più, ve le propongo con il segreto sogno di portare un giorno in giro per l&#8217;Italia tutta la compagnia di ballo.</em> <strong>effeffe</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/piedplatregrandcg9.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/piedplatregrandcg9-272x300.jpg" alt="piedplatregrandcg9" title="piedplatregrandcg9" width="272" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-21839" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/piedplatregrandcg9-272x300.jpg 272w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/piedplatregrandcg9.jpg 700w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /></a></p>
<p><span id="more-21830"></span></p>
<p><strong>Isabella</strong><br />
Neanche quest’anno è stato l’addio al suo mare<br />
Trascurare radici e lidi di quel giovane amore<br />
Puntare verso sud e scoprire altre maree<br />
Per ricordare non occorre restare ancòra</p>
<p>L(e)i non sapeva accompagnare il suo Amico<br />
Verso Antichi acciottolati, forse d’età romana,<br />
come stordita da una salita e da un belvedere<br />
che sono anni di bouganville senza profumo</p>
<p>Sarà così, è stato così, nel pomeriggio<br />
Si è incantata digitale sulla panoramica<br />
Da lì la vista della villa di famiglia<br />
E della madre –  gli occhi acqua marina</p>
<p>Tra sorrisi umidi e néi di vita in terra<br />
O silenzi, o un amore sopravvissuto<br />
Salvato, nella città che richiama l’eterno &#8211;<br />
L’alba dà luce a un nuovo incontro</p>
<p>Il loro sussurrato anche delicato adagio<br />
Il piede di lei involontario su di lui<br />
Presa da un rossore abbassa lo sguardo-<br />
Salva gli amori quando sembrano estinti.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/21.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/21.jpg" alt="2" title="2" width="170" height="159" class="aligncenter size-full wp-image-21840" /></a></p>
<p><strong>Enrico</strong><br />
<em>Incerti passi nel paesaggio</em></p>
<p>Neanche quest’anno è stata la ventura<br />
D’oltrepassare il mondo della vecchia<br />
Strada provinciale e andare all’alto<br />
Sconfessando il cimitero panoramico</p>
<p>Io e l’amico dovevamo andare verso<br />
Antichi acciottolati, forse d’età romana,<br />
Sul crinale dei piccoli dorsi montani<br />
Da decenni divenuti terre ignote</p>
<p>Sarà forse, non è stato, all’alba<br />
Mi sono limitato a incerti passi<br />
Della vista nel paesaggio dei padri<br />
E delle madri – i volti incastonati</p>
<p>Tra gole e macchie di bagolari<br />
O querce, o, a proprio sopravvissuto<br />
Sfarzo, nelle isole argentee degli ulivi –<br />
L’alba posseduta in via esclusiva</p>
<p>Con un mito di luce è stata danza<br />
Della visione e vi ho tracciato volti<br />
Presi da un ergastolo ignoto, da un esilio –<br />
Con le piene essiccate il tempo estinto.</p>
<p>#</p>
<p><strong>Monica</strong><br />
Notte fango a Addis Abeba </p>
<p>Scendono strade dalla collina,  portano all’occidentale albergo come bolo spinto nel digerente.<br />
Buio e freddo, la macchina inciampa lenta su dossi e fratture. Piogge inondano svergognate. </p>
<p>Luci poche da qualche baracca, fari fendono, fischiano il buio.<br />
Sbattono in faccia bambine e bambini soli per strada come branchi di cani; intenti nel buio su qualcosa: mangiare?<br />
Laceri e stinti come cani nel buio bagnato; soli di notte, lune di notte, il faro dell’ingiusto li abbaglia. Solo bolo da spingere, nel digerente.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/1_rd_c1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/1_rd_c1.jpg" alt="1_rd_c" title="1_rd_c" width="170" height="137" class="aligncenter size-full wp-image-21841" /></a></p>
<p><strong>Beppe</strong><br />
Notte Roma impromptu</p>
<p>“Niente è più intatto di una rovina”, dici attraversando, coi pini marittimi disposti come funghi,<br />
il parco archeologico del tardo capitalismo industriale impiegatizio,<br />
hai fame e caldo, puoi mangiare all’ombra e a Ferragosto pulirti con lo stuzzicadenti e<br />
sdraiato guardare la festa dell’Assunta che dal Tevere prende il mare,<br />
uomini &#038; donne tatuati, guardie di finanza, carabinieri, parroci &#038; Santi, insieme barcollano nelle<br />
barche ubriache e i fuochi non solo d’artificio esplodono fuori tempo<br />
come rutti.<br />
La sera i neon e i karaoke, i fili delle baracche attaccati ai pali della luce. Ci divertiamo molto.<br />
Poi torni a casa e guardi le puttane in viale Marconi. La notte ci si dà da fare<br />
la notte.<br />
Eiaculare stanca.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Lettore, sveglia!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/05/07/lettore-sveglia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2009 06:31:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti di qui]]></category>
		<category><![CDATA[tullio pironti editore]]></category>
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					<description><![CDATA[Davide Vargas è un autore che i lettori di NI conoscono. Gianni Biondillo ed io abbiamo pubblicato proprio qui alcuni dei suoi racconti. Collabora a Sud da un paio d&#8217;anni e ha scritto un libro, Racconti di qui (Tullio Pironti Editore) che vale la pena leggere. In occasione della sua uscita sarà presentato a Roma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/davide-vargas/">Davide Vargas</a> è un autore che i lettori di NI conoscono. Gianni Biondillo ed io abbiamo pubblicato proprio qui alcuni dei suoi racconti. Collabora a Sud da un paio d&#8217;anni e ha scritto <a href="http://www.ibs.it/code/9788879374545/vargas-davide/racconti-qui.html">un libro</a>,<em> Racconti di qui </em>(Tullio Pironti Editore) che vale la pena leggere. In occasione della sua uscita sarà presentato a Roma venerdì 8 maggio 2009 al tuma&#8217;s book bar in via dei Sabelli, 17 alle ore 20,00. Isabella  Borghese lo ha intervistato. <strong>effeffe</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/001.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/001.jpg" alt="001" title="001" width="400" height="404" class="alignnone size-full wp-image-17384" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/001.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/001-297x300.jpg 297w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p><strong>Dialogo con l&#8217;autore</strong><br />
di<br />
<strong>Isabella Borghese</strong></p>
<p>Davide Vargas: un architetto di professione che fa uso della parola per passione. Quanto influisce il tuo lavoro nella scrittura? </p>
<p><em>L’architettura è presente nella struttura del libro. Io ho sempre immaginato i  13 racconti come una sequenza di tracce verticali nello spazio, tenute insieme dalla linea orizzontale dei frammenti che di volta in volta ricompaiono e si ricompongono alla fine nel racconto “finalmente scappo”. Anche la scelta del corsivo, il carattere tipico della voce narrante, ne fa una specie di ossatura che rende unitaria la narrazione. Quindi capirai che non ho inteso isolare il “mio pensare da architetto”, piuttosto ho preso da esso l’attitudine ad osservare minuziosamente e a comporre. Il resto poi lo fa la scrittura, ed è un resto ben più denso, la parte principale.<br />
<span id="more-17383"></span><br />
 Se no, avrei fatto un progetto. La bellezza poi è al centro del libro, o meglio la ricerca della bellezza. La vita delle cose coincide con il suo nucleo “interno”. Anche per gli uomini è così. E la realtà si mostra sempre nell’ambivalenza: bello/brutto, gioia/dolore. Nella mia terra è ancora più evidente, la bellezza si trascina dietro una bava che la nasconde. Io ho cercato di penetrare negli anfratti della realtà per riscoprirne il senso ancora vivo. Sono più interessato a questo “vivente” per quanto residuale sia, piuttosto che alla denuncia del degrado. Non so se ci sono riuscito, so per certo che cercando la bellezza ho dipanato il filo sensibile delle esperienze personali.</em></p>
<p><strong>Racconti di qui</strong>. Qualche parola per presentare il qui di questa raccolta.</p>
<p><em>Il qui è la mia terra, l’area tra Caserta e Napoli, dall’entroterra fino al mare. Ma voglio ricordare una pagina di V. Havel in cui l’autore dice di “abitare” con il proprio “io” una serie di anelli concentrici che contengono tutto, dalla sua camera al suo condominio, ma anche dalla sua cella fino alla nazione alla lingua alla cultura al cosmo. Io credo che nessuno possa tirarsi fuori dalle condizioni in cui questa terra è precipitata né che si possa parlare più soltanto di un lembo di Italia. Perciò “le crepe, le cicche, i tappi di bottiglia ingoiati come fossili, i dislivelli del cammino, la ragnatela come di vetro fratturato che si apre nell’asfalto”, le cose che cita Giuseppe Montesano nella prefazione al libro e che sono una piccola parte delle cose che ho incontrato nel mio viaggio, non appartengono più soltanto ai miei luoghi ma sono ovunque. Il qui si allarga negli stessi cerchi concentrici di Havel, diventa un “luogo dell’anima”, come lo ha definito  Riccardo Dalisi in una recensione di qualche giorno fa. Almeno questa era la mia intenzione. </em></p>
<p>Come nasce questa raccolta in cui le parole più che narrare fatti e questioni sembrano voler rappresentare una sequela di immagini donate al lettore con delicatezza e una dovizia di dettagli incantevoli?</p>
<p><em>I fatti sono questi. Nasce da una passeggiata con Luigi Spina sul litorale domizio il 26 dicembre 2006. Cercavamo immagini di mare e capivamo che nell’occupazione dello spazio che ci scorreva davanti avremmo potuto trovare al massimo immagini di varchi verso il mare. Mi servivano per illustrare un’intervista che avevo in preparazione per “d’Architettura” una rivista con la quale collaboro da qualche anno e l’intervista era in realtà una conversazione a più voci tra me e Giuseppe Montesano, Gianni Biondillo e Antonio Pascale. Così giravamo per quei luoghi e quando ormai non ci sembrava di aver incontrato nulla di interessante apparve un lungo muro a pelo di sabbia che correva verso il mare e deragliava alla fine. Questa immagine è rimasta dentro di me chiedendomi con forza di essere trasformata nel racconto con cui inizia il libro. E così sono andato avanti per più di un anno, cogliendo un dettaglio un colore uno sguardo e facendo affiorare da essi tutto il magma delle sensazioni delle nostalgie del dolore dei sogni della malinconie che è diventato poi il libro. Naturalmente non si è trattato di una folgorazione ma dell’evoluzione di una lunga preparazione,  io scrivo e soprattutto leggo da molti anni, è la mia passione; come sai ho collaborato con Sud, una rivista a cui sono legato perché si fa nella mia terra e Nazione Indiana ha pubblicato alcuni miei racconti.</em></p>
<p>Nella raccolta l’uomo sembra decisamente legato ai luoghi/non-luoghi che attraversa e osserva. A un certo punto sembra divenire un tutt’uno con le cose stesse. C’è anche qui un legame con la professione? O un modo di vedere e sentire il rapporto tra l’uomo e le cose?</p>
<p><em>Direi di più “un modo di vedere e sentire il rapporto tra l’uomo e le cose”. Io credo che il punto di contatto con la realtà debba essere diretto, ripulito da pregiudizi. Per fare questo è necessario “guardare” e non è così scontato che “guardiamo” sempre, né che siamo abituati e educati a farlo. Ci vuole allenamento e persistenza.  Poi è necessario “nominare” le cose, una ad una con i termini precisi fino a scoprire che esiste sempre una ed una parola soltanto per descrivere una realtà. E forse in quel momento più che descrivere si “crea” realtà. </em></p>
<p>Come nasce l’idea di New smoke lago Patria? Perché invertire i ruoli dei protagonisti di Smoke?</p>
<p><em>Nasce dal fatto che realmente per molti anni, dieci forse, ho disegnato nello stesso periodo dell’anno e più o meno alla stessa ora e con gli stessi strumenti, un paio di penne e niente altro, lo stesso paesaggio, un lago con una grande quercia, le canne i gelsi le robinie i fili d’erba… E’ un altro lago, sicuramente più pulito e meno assediato dall’incuria, ma l’esperienza è la stessa descritta nel racconto. Ho raccolto cento disegni che custodisco come una cosa preziosa. Ho invertito i ruoli perché volevo che a disegnare e a scrivere fosse la stessa persona, un po’ come faccio io.</em> </p>
<p>Come ci si sente a esser pubblicati nella stessa collana di Raymond Carver?</p>
<p><em>Carver è uno dei miei autori preferiti, anche se non voglio leggere questo inedito che è attualmente in libreria, temo di trovare le parole in più che pare il suo editore tagliasse in dosi massicce. In verità ho una grande passione per tutta la narrativa americana, da Melville a Faulkner agli scrittori di oggi. Certo con i miei amici mi do delle arie per questa vicinanza con Carver, solo con i più stretti però. E non posso che scherzarci su.</em></p>
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		<title>Per non lasciare le penne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Aug 2008 06:02:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
		<category><![CDATA[pene d'amore]]></category>
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					<description><![CDATA[Passaggio all’atto di Isabella Borghese La tua telefonata. Sei tu, vero? Era lui l’ Editore, sì, il caro Mio Editore. Doveva dirmi che avevano in mano la copertina. Invece, No. Lui c’era ma a dirmi che saltava la pubblicazione, chiudeva la collana. E così mentre la sua voce stronza gracchiava a esortarmi di uscire dalle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/penne.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/penne.jpg" alt="" title="penne" width="369" height="332" class="alignnone size-full wp-image-6749" /></a></p>
<p><strong>Passaggio all’atto</strong><br />
di<br />
<strong>Isabella Borghese</strong></p>
<p>La tua telefonata. <em>Sei tu, vero?</em> Era lui l’ Editore, sì, il caro Mio Editore. Doveva dirmi che avevano in mano la copertina. Invece, No. Lui c’era ma a dirmi che saltava la pubblicazione, chiudeva la collana. E così mentre  la sua voce stronza gracchiava a esortarmi di uscire dalle mie storie, da Glavaise, da Angel, da Sofia e di scrivere di me senza costruzioni e di tornare da lui dopo un anno poiché mi avrebbe letto, io concludevo, <em>Credimi pure, stronzo!, non tornerò mai da te, </em>clic, e andavo a strappare il mio contratto.<br />
Ho lanciato il cellulare sulla scrivania accanto al letto dove ha dormito Jacques in quella notte romana. Mi son persa per ore in quello schermo bianco a percepirlo quasi ingombrante, a sentirmi ai tempi di scuola quando rimanevo per momenti infiniti nell’incipit di un tema. Quello schermo, ora, non l’avrei mai riempito con la mia vita. Era il mio pensiero fisso alla sua eco, caro Mio Editore, intende?<br />
<span id="more-6746"></span></p>
<p><em>Tra i glitter e gli abiti del camerino una sera che Mme Vanesia ripassava l’interpretazione di I will survive, mentre in sottofondo dalla grande sala rossa giungeva la Valentino di Comprami, Sofia che si muoveva alle spalle di Mme Vanesia, prestava attenzione a una sua ustione, le porgeva il boa rosso con le piume dorate, e lei si soffermava pochi minuti a raccontare a Sofia di quando viveva ancora a Cuba. Di quel pomeriggio in cui a sedici anni un’uscita in bici, una corsa sfrenata, una sgommata brusca per evitare un cane randagio, e poi, di lì a pochi attimi il suo precipitare a terra, sulla ghiaia e pezzi di vetro.</em></p>
<p>Ho trascorso un intero pomeriggio su Pene d’amore. Il titolo ha un doppio senso che diverte parecchio, tra l’altro, e quei racconti erotici in un’antologia tutta al maschile sono una novità: lo sguardo degli scrittori sul nostro universo. Mi soffermavo su un racconto in particolare, un fare curioso il mio, anche morboso, forse. Perché mi scoprivo appassionata nel leggere le parole di quell’autore e a compiacermi nel credere che questo bastasse a farmelo sentire vicino.<br />
Qual è la domanda, Se l’intimo rapporto fra il narratore e il lettore è profondamente erotico?</p>
<p><em>Poi, con cinque centimetri di zeppa e dieci di tacco diventava statuaria Mme Vanesia e mentre Sofia restava a guardare e a sorridere sfiorava con un gesto rapido quei suoi tre centimetri a rocchetto, che la facevano restare pur sempre una donna in miniatura.<br />
Indossate anche le scarpe Mme Vanesia abbandonava la sedia, sistemava il petto, che si vedesse bene intendo e cercava la conferma di Sofia che il rossetto non risultasse troppo poco evidente; l’eleganza e la sobrietà non costituivano di certo il suo stile, e se Sofia arricciava il naso, Mme Vanesia apriva il cassetto della toletta, ne estraeva un lucidalabbra rosso passion, brillantinato e luminoso e impugnava varietà di polvere bianca, anche dalla sua pochette, per ritoccare occhi e umore.</em></p>
<p>Io restavo piuttosto orgogliosa, caro il Mio Editore, su Glavaise, Angel, Sofia, facendo tesoro di altri consigli che conservavo invece come preziosi.<br />
Poi decidevo di chiudere il pc.<br />
Sceglievo di distrarmi e puntavo Pene d’amore ancora una volta e a soffermarmi, io, sulle mie <em>pene</em> d’amore, e sul pene d’amore del cavaliere, quello sconosciuto.<br />
E restavo per ore a ricordare che per comprendere il mio atto d’amore per anni ho raggiunto Anna come fosse un oracolo. Il mio. </p>
<p>Mi sedevo lì, di fronte al suo sguardo, al suo timbro, a volte indulgente, altre severo, altre ancora interrogativo. E ci restavo un’ora intera anche quando il silenzio era l’unico racconto che sapessi proferire. Anche quando le parole c’erano, ma non trovavano forma e consistenza effettiva. Una volta mi sono arrabbiata con Anna. Le ho sputato addosso rabbia e tremori, o forse solo insicurezza e paura, le mie. Decideva che ero pronta a proseguire da sola, un altro paziente avrebbe preso il mio posto. Doveva essere qualcuno di bisognoso, mi dicevo. Ma non mi importava, l’egoismo era il mio portabandiera. Le ho gridato che per quell’abbandono io non ci stavo. Le ho rimproverato la sua freddezza, la sua scelta impertinente, amara, inappropriata, anche incompetente. Sì, io a prendermi il lusso di qualificarla un’incompetente nel lasciarmi andar via in quel modo. In quattro e quattro otto.  </p>
<p><em>Allora Sofia la guardava nella sua completezza e come capitava sempre in questi loro incontri, in quel preciso istante l’ammirava «Sei bella Madame!» si pronunciava solare, e Mme Vanesia puntuale, piegava le ginocchia a pareggiare l’altezza di Sofia e: «Bella sarai tu Sofia! &#8211; diceva, &#8211; Io sono fa-vo-lo-sa!».</em></p>
<p>Il mio sembra un andirivieni di pensieri morbosi, sciocchi, ma finanche deliziosi, per me.<br />
Perché poi lo ammetto, sì, dopo la lettura di quelle pene c’ero io a perdermi nel mio atto d’amore.<br />
L’atto d’amore è una faccenda bizzarra della mia vita. Sembra cresciuto a seguito di un’educazione sessuale, o anche solo di esperienze che non hanno avuto nulla di coerente. Quando dura un’intera notte, quando vive in pochi minuti che sanno bastare, quando manca, quando sembra insipido e quando risulta straordinariamente armonioso. L’atto d’amore che richiede raffinatezze e variazioni assai distanti dall’eleganza. Quando poi i rapporti chiaramente torbidi e insani imbrogliano ancor di più la questione, quasi a farmi inciampare.<br />
E quando l’atto d’amore desidera e capita anche questo: un cavaliere ancora sconosciuto mi avvicina a una sessualità che so sì bramare, ma l’ho scoperto per caso, proprio così, solo con le sue parole che erano anche bende, corde e sevizie.</p>
<p><em>L’abito di Mme Vanesia, in quella mancanza di stoffa sul fianco destro, lasciava intravedere parte di quell’ustione e Sofia cadeva così nell’impulso di un commento fugace, «Juana, chi ha bruciato Mme Vanesia? Non è frutto di una caduta quella…».(…)<br />
</em></p>
<p>Cristo! Ad Anna avevo da poco messo sul piatto d’argento la mia verità: non mi scopavo più Enrico da un anno e da cinque eravamo fidanzati. Mi faceva schifo il suo corpo addosso, a sentirlo sopra di me scaturivano se non fiotti di rivoli un forte senso di nausea; ma lo capirebbe lei, che mi esorta a raccontare? Ma che ne sa lei, caro Mio Editore, di quel senso di nausea fastidioso? Un cazzo! Allora sì che dovrebbe ascoltarmi, poiché dopo vorrei vedere Io vomitare Lei. </p>
<p><em><br />
Paolo aveva quarantatré anni, Angel ancora ventidue.<br />
L’italiano riusciva a conoscere Angel a Cuba in un modo così personale da restarci in contatto anche al suo rientro in Italia.<br />
E Paolo con la sua attività commerciale ben avviata e assai produttiva e qualche casa di proprietà pure, decideva di potere e voler mantenere uno sguardo più attento e reale sulla storia di Angel, giacchè lui ne era a conoscenza da quella vacanza cubana. Chiedeva così un visto turistico e di lì a un anno Angel arrivava a Roma.</em></p>
<p>Enrico poteva spogliarmi sì, certo, nessun problema, lo faceva da anni, ma da tempo e d’improvviso quando il suo corpo cercava di sdraiarsi sul mio e si avvicinava la penetrazione, cristo! Che schifo! D’un tratto ho cominciato a vedere un altro corpo su di me e nemmeno mantenere gli occhi aperti liberava i miei pensieri, no, perché anche le mani di Enrico che toccavano la mia pelle mi riportavano al tatto dell’altro. Quell’uomo malato  a cui ho dovuto per anni prestare il mio corpo per sdraiarcisi sopra, accogliere le sue lacrime, la sua disperazione, il suo amore malato, cazzo! Caro Mio Editore, perché affacciarsi alla mia vita? Che ne può sapere lei di queste ossessioni? Della morbosità? Sì, io conoscevo e studiavo nero su bianco la malattia di quell’uomo, per farmene una ragione, allora sceglievo di giustificare quel suo fare perché inconsapevole. E la comprensione e la conoscenza diventavano negli anni la mia forza.<br />
E dio solo lo sa quanta fatica e quanto fa male anche guardare l’uomo che si ama dritto negli occhi, non presentargli i tuoi fantasmi,  ma implorarlo di scoparsi qualcun&#8217;altra perché  per il sesso non c’era più posto adesso.<br />
(…)</p>
<p><em><br />
E Angel al suo nome affiancava quasi nell’immediato quello di Mme Vanesia.<br />
Paolo metteva a disposizione di Angel il suo monolocale sulla Tiburtina dopo il raccordo. Lo aiutava nell’integrazione facendolo lavorare tramite conoscenze e così Angel viveva di giorno insegnando balli caraibici privatamente, e Mme Vanesia di notte lavorando come cameriera in un ristorante omosessuale della capitale e aprendo poi  le danze con qualche spettacolo drag nelle serate programmate.</em></p>
<p>Ogni martedì come un automa alle 14.00 qualsiasi cosa stessi facendo e ovunque stessi  raggiungevo Anna, un appuntamento inderogabile il mio. Entravo da lei in quella stanza, io a poggiare la borsa sulla sedia vicino alla finestra e ad accomodarmi su quella di fronte a lei. Anna mi diceva puntuale, Allora, come stai? E io dicevo sempre bene, poiché mi piace proprio dire Sto bene, è un bel suono, un buon inizio pure. Sì, mi piace parecchio. Poi però partivo da un sogno e ogni volta io a perdermi tra mille domande e infinite sfaccettature che vedevo nelle questioni e nei ricordi in cui mi sembrava di inciampare. E Anna si pronunciava sempre pronta a dirmi di rallentare e focalizzare le cose com’era giusto che dovessero essere viste dal mio sguardo e come io non riuscivo a vederle, mai. Poi andavo via, con una forte stretta di mano e un grazie ad accompagnarla, ogni volta, e le sue parole da conservare.<br />
Ecco, mi confidavo con Anna in quegli anni che il mio atto d’amore assumeva sfaccettature assai complesse.<br />
E lei dopo pochi mesi dal mio confidarmi voleva congedarmi. Senza chiedermi, senza lasciarmi il tempo di capire, avvertire il distacco nei tempi che volevo mi spettassero.<br />
Ma poi Anna incassava le mie parole, anche gli insulti, e mi accoglieva ancora. Erano giorni di sole quando percorrevo la mia via, poi il lungo viale alberato e la piazza che ogni volta sceglievo di attraversare da un punto differente e dopo pochi metri in salita la svolta a sinistra. E lì a raggiungere Anna tiravo un respiro di sollievo, maturavo la consapevolezza che le ombre della mia vita dovevano essere solo un accessorio, seppur scomodo, ma che non facevano l’intera mia vita.<br />
Anna diventava la parola che mi portava a un pensiero positivo, era una riflessione che mi faceva vedere le cose da una prospettiva e un’angolatura differente, era la voce che sapevo ascoltare e le orecchie che volevo mi sentissero, a cui sapevo confidarmi.<br />
E per parlare bisogna trovare orecchie che sappiano ascoltare a dovere, caro Mio Editore, perché mai dovrei credere che uno come lei abbia tale propensione? Mi fa ridere, mi creda pure! </p>
<p><em>Mme Vanesia esisteva davvero per pochi e per poche realtà: per le sue amiche drag, per gli uomini della notte che a sfiorasi di giorno sceglievano di non riconoscerla, e per i banchi del mercato rionale, sua mèta quotidiana. E lì, raccontava rassegnata Juana che anche lei conosceva bene certe dinamiche, a incontrare Mme Vanesia erano sempre sguardi curiosi, sì, ma sapevano anche sorriderle. Come le signore anziane dei banchi storici: quelle che la osservavano curiose a non capire chi ci fosse davvero in quel corpo e con la voglia di scoprirlo, ma l’imbarazzo che non fa proferir parola e quelle che invece bofonchiavano incuriosite, sì, ma con il fare di chi vivendo una vita di soli sacrifici e lavoro, ignorava l’esistenza di molte questioni, anche della diversità. Allora su Mme Vanesia poggiavano sopra il loro sguardo, con gli unici strumenti che possedevano a commentare, ma senza alcun piglio malevolo ad accompagnarle.  </em></p>
<p>Quando la terapia da Anna terminava e per davvero era fine luglio, un luglio che mi scopriva serena, armoniosa, solare.<br />
Io e Anna ci siamo riviste a settembre e per la prima volta non eravamo in quella stanza, ma davanti a un caffè, a condividere una mia gioia. Poi l’ho incrociata in autobus, a novembre, poche parole Tutto bene? Sì, Anna, tutto bene; e lei a scendere di corsa, la sua fermata era arrivata, sùbito.<br />
E poi? Adesso Anna non c’è più, non c’è più dal 10 dicembre, un infarto, e io solo a gennaio l’ho saputo e quando gennaio era quasi febbraio e mi scendevano rivoli incontrollabili mentre ripercorrevo i miei anni con lei. Tutti.<br />
Il cuore tremava poiché capivo che non l’avrei più potuta cercare, né incrociare casualmente.<br />
Il peso della sua assenza quest’inverno restava qualcosa di insormontabile. Poi col tempo mi soffermavo sulle miriadi di parole che ci siamo scambiate e si sono incastrate a dovere nel corso degli anni. E maturavo che la loro consistenza nella mia vita doveva avere un peso maggiore di quello dovuto all’assenza fisica di Anna. Così a poco a poco accompagnata da questo pensiero mi riscoprivo serena e oggi quando un ricordo mi riporta ad Anna nessuna malinconia sembra più appartenermi. </p>
<p>Mi delizierebbe solo la possibilità di incontrarla almeno una volta per sentire la sua voce chiedermi Come stai? E poterle dire ancora una volta, e che sia pure l’ultima se così dev’essere, Anna sto bene.<br />
Questo, sì, mi incanterebbe.</p>
<p>Come m’incanta soffermarmi su Glavaise, Angel o Sofia. Del resto, lo scrivevo in Angel, il figlio che era davvero: scrivere è un’attività solitaria in cui il lettore esiste come una speranza e un incanto. </p>
<p><em>La storia di Angel a Sofia la raccontava   Juana mentre sul palco passavano le interpretazioni di Material girl, Pedro e Somewhere Over the Rainbow.<br />
Oggi Mme Vanesia non vive più nel monolocale di Paolo, condivide un bilocale a Tor Pignattara con delle amiche, ma sono in sei a viverci dentro e con un unico bagno cieco.<br />
</em></p>
<p>Notte romana, caro il Mio Editore., sono certa però che le stiamo dedicando due sguardi molto distanti l’uno dall’altro.<br />
Ogni cosa da me adesso sembra riposare: il mio cellulare, l’antologia erotica, anche l’atto d’amore. Quello che giorni fa mi teneva sveglia quasi l’intera notte deliziandomi di sensazioni rare e care con quell’uomo che conosco da tempo.<br />
E l’atto d’amore di questa notte, che prima di vedermi riposare, accompagnato dal pensiero di quella lettura pomeridiana verrà nella mia mano mancina e con la passione per quel cavaliere che invece non ho mai incontrato.<br />
E immagino di sì, allora, è anche profondamente erotico il rapporto tra il narratore e il lettore.</p>
<p><em>Quella notte nel locale Mme Vanesia spariva statuaria, un’andatura che pareva voler rivelare dell’orgoglio ad accompagnarla e mutava ritmo solo appena saliva su quel palco di pochi metri riscaldato e illuminato da fari che riportavano agli anni Ottanta e incorniciato dalla voce di Gloria Gaynor.<br />
Sofia e Juana partecipavano alla sua esibizione sempre insieme, silenziose, aspirando una camel light e sorseggiando una un long island, l’altra un cosmopolitan. E quel degustare  non durava che il tempo di un’interpretazione, quella sera sulle note di I will survive, sei minuti e venti secondi.</em></p>
<p>Allora, carissimo il Mio Editore che non tornerò mai da lei, sono al punto di credere, e da anni ormai, che bisognerebbe essere dentro la testa della gente per capire ogni questione, ma la testa non sempre funziona a ragione, siamo anche tutti così comprensibilmente differenti. E se certe menti sragionano a dismisura diventa assai più difficile cercare delle risposte che sappiano soddisfarci a dovere, donandoci chiarezza.<br />
Del resto la verità, per essere unica, bianca o nera, se unica e sola dev’essere necessita di un lungo percorso, soffermarsi anche sulle sfumature, il grigio. Ecco. Sembra banale ma anche piuttosto umano tutto questo. E la mia verità rispetto a lei, caro Mio Editore, oggi  è unica, sebbene mi sia interrogata più e più volte quasi a desiderare di riconciliarmi con lei. Tentativo vano: se non avessi firmato nemmeno il contratto e avessi avuto anche solo la sua parola per la pubblicazione, mi creda, non avrei compreso lo stesso la sua telefonata. Allora mi delizierei IO a leggere un suo racconto per scoprire cos’è il rispetto e l’onore nella sua vita, se esistono, intendo.<br />
Sono tornata al lei, so che non la disturberà, ma faccia conto che sto rispettando la sua veneranda età. Del resto è necessario per me poiché ormai non so assegnarle un posto più vicino.</p>
<p><em>Il passato di Angel era l’orrore che alberga nelle piaghe della vita familiare, il presente di Mme Vanesia restava invece incastrato in uno sguardo che a voler chiedere un riscatto alla vita non conosceva però le parole per farlo.<br />
E oggi nei suoi occhi noisette non ritrovo ancora una luce differente.<br />
</em></p>
<p>E domani riprenderò le mie storie con le parole che so usare, mentre qualche raggio di sole taglierà la tenda gialla della mia stanza a cambiarne la luce.<br />
E sto bene. Un bel suono, un buon inizio.</p>
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