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	<title>islam &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un libro, anzi almeno quattro, di “Rais” Perotti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 05:27:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cristianità]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[Impero Ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Perotti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong> <br /> Eccolo, il primo livello di originalità. Un romanzo che è, classicamente, un romanzo, come non se ne vedono più (la “classicità” dunque ha qualcosa di originale), che iniziato non si può smettere sino alla fine, semplicemente perché il meccanismo narrativo è accattivante...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Il 1492 è un anno eccezionalmente gravido, e apre di fatto il formidabile XVI secolo, in cui l’Occidente si sarebbe per la prima volta fatto mondo, con una vera e propria globalizzazione ante litteram. Si pensa subito, ovviamente, al 12 ottobre, in cui Colombo tocca le coste delle Bahamas, cioè le propaggini dell’America. In realtà quel 12 ottobre non si può capire se non si considera prima il 2 gennaio di quello stesso anno: Granada cade nelle mani delle forze cristiane e Boabdil II, ultimo sovrano musulmano d’Europa, si ritira nell’Africa del Nord. Si chiude così, in Spagna, uno scontro durato sette secoli: ne erano state protagoniste due delle più grandi religioni monoteiste, o meglio si dovrebbe dire due culture, due modi di pensare la società e il mondo. Se si considera che all’estremità orientale dell’Europa Costantinopoli, una cinquantina d’anni prima, era caduta in mano agli Ottomani, si capirà meglio la “naturalezza”, per così dire, di un riequilibrio dell’espansione a Ovest, la strada a Est essendo ormai impraticabile: fra l’altro, la fine della guerra contro i “Mori” rendeva disponibili le forze di Spagna ad altre imprese. In mezzo a queste due date, c’è il 31 marzo, sempre nel 1492, con l’editto dell’Alhambra, che sancisce l’espulsione degli ebrei dai Regni di Castiglia e di Aragona, i quali ebrei si ricollocheranno soprattutto lungo i bordi del Mediterraneo e nel florido Impero ottomano. D’altro canto, la lotta fra Cristianità e Islam è tutt’altro che finita, ma non matura più nel continente europeo, bensì attraverso il Mediterraneo, e al posto degli arabi Omeyyadi troviamo appunto i turchi Ottomani: fra i suoi picchi c’è la famosa battaglia di Lepanto, nel 1571.</p>
<p>Questo il quadro dentro il quale si muove il romanzo di Simone Perotti <em>(Rais</em>,Frassinelli, 2016; nuova edizione Oscar Mondadori, 2025), che segue l’itinerario della vita di Dragut Rais, il “Capo” Dragut, un pirata, nato povero in uno sperduto villaggio dell’Anatolia e diventato a un certo punto Kapudan Pascià, cioè Ammiraglio supremo della flotta della Mezzaluna, come dire, il più importante comandante di mare dell’Impero ottomano. Parallelamente, il romanzo segue l’intrigo, la lotta per il possesso della misteriosa carta di Piri Rais, una sorta di portolano dell’inizio del XVI secolo che, ben prima della loro scoperta o esplorazione, traccia le linee dell’Africa Occidentale e del Sud America e forse, più a sud, addirittura i contorni del continente antartico: più precisamente, l’itinerario di Dragut Rais e quello della carta sono indissolubilmente intrecciati l’uno con l’altro, anche per via di un dettaglio su cui tornerò fra breve. Da notare che la carta di Piri Rais è veramente esistita, è stata scoperta nel 1929 durante degli scavi al Palazzo Topkapi: se la carta è vera, tuttavia, nella ricostruzione di Perotti l’intrigo è totalmente inventato, ma lo è con una tale sapienza nel contempo nascosta e ben governata, da sembrare vero – anzi, mi verrebbe da dire, da vecchio appassionato e frequentatore del XVI secolo-viaggiatore, da <em>diventare </em>vero. Sapienza nascosta, discreta, di cui si è nutrito il romanzo, ma che qua e là affiora nella navigazione del libro, come la punta di uno scoglio nel mare, frammenti, alcuni estremamente precisi – ad esempio, ma è solo uno fra tanti, una finissima disquisizione intorno al Trattato di Tordesillas, che due anni dopo la scoperta di Colombo traccia un’ideale frontiera di demarcazione che dovrà permettere di assegnare alla Spagna o al Portogallo le future scoperte – i quali tutti rivelano un lavoro di ricerca che dev’essersi protratto per molti anni.</p>
<p>Un romanzo storico a pieno titolo, dunque. E invece no: la Storia, la storia di quegli anni, c’è tutta, ma come se fosse stata assimilata, facendosi quasi invisibile, non è quella che Perotti cerca di raccontare attraverso i suoi personaggi, ed è ciò che mette questo romanzo in una prospettiva originale, su diversi piani – il che è stato il primo motivo che mi ha dato voglia di parlarne.</p>
<p>Innanzitutto è originale come la storia si costruisca attraverso l’intreccio di una serie di voci diverse e con diversa modalità di narrazione. C’è la voce di Dragut Rais, neutra, oggettiva, raccontata alla terza persona, come in un romanzo classico: i suoi dialoghi con l’attendente Kadir snocciolano naturalmente alcune perle di saggezza che sono anche un altro modo di raccontare il romanzo: “Sai qual è il momento più triste del guerriero? La vittoria” potrebbe essere quella che le intitola tutte, a testimonianza dell’autentico soffio omerico che spinge in avanti queste pagine. C’è la voce di Bora, una schiava, sin da ragazza vive reclusa in un’isola sperduta e Dragut di tanto in tanto le rende visita: il libro è anche la storia del loro grande amore, per entrambi in realtà l’unico, anche se iniziato sotto il segno della violenza, l’unico linguaggio che il pirata sembra conoscere (fino all’incontro con lei); e Bora invece parla alla prima persona, il suo tono è quello di una donna, femminile e caparbia come solo una donna sa esserlo, la cui coraggiosa trasparenza è incomparabilmente più onesta, più assoluta di quella di un uomo, e si rivolge a un invisibile personaggio che la interroga oramai vecchissima, e che solo alla fine scopriremo essere l’Inquisitore (altro scoglio di sapienza che emerge): parla di se stessa, certo, ma anche, da una diversa prospettiva, vibrante di amore, aggiunge un altro tassello alla comprensione di Dragut. C’è la voce di Keithab infine, La Spia, colui che accompagna fedelmente Piri Rais e lo tradisce, passando al nemico&#8230; Si può essere nel contempo fedeli e infedeli? Sì, si può, e la potenza della letteratura riesce a raccontarlo&#8230; Keithab ha un registro di narrazione particolarissimo, il suo è una sorta di sfogo-testimonianza a futura memoria, destinato a lasciare la traccia dell’incredibile storia appunto della Carta di Piri Rais. Ma la sua, è anche una riflessione sul destino, sulle strade diverse dei destini, sull’amicizia e sul tradimento, su come possano correre insieme, sulle contraddizioni che attraversano la vita&#8230; Perché Keithab e Dragut sono stati amici da bambini, sono stati catturati insieme, anzi, Dragut è stato catturato perché è tornato indietro a difendere l’amico&#8230; Ma uno è diventato pirata, l’altro alto dignitario, e poi Spia, la spia che ha tenuto in scacco insieme due mondi, per poi ritrovarsi di fronte l’uno all’altro, Dragut oramai morente, anche se vincitore, e lui prossimo a soccombere. E a distanza i due uomini amano anche la stessa donna, che tuttavia ama il pirata, non il dignitario, la spia&#8230;  Così, tutti i personaggi hanno uno spessore, una nobiltà, una luce, al di fuori del giudizio morale, e su tutti emerge, da tutti raccontato, Dragut, che sceglie il mare anche per il suo bisogno di libertà, per la sua incapacità di obbedire a lungo (la “terra”, la politica comportano obbedienza&#8230;), nel contempo condannandosi, quasi contro la sua volontà, alla solitudine, a diventare Rais. Da notare anche che il suo contrappeso, Keithab, la “terra”, la politica appunto – con Bora in mezzo, a tenere la rotta –  è colui che permette alla storia di trasformarsi veramente in storia, facendosi libro. Non è un caso, credo, che Kitap in turco significhi Libro.</p>
<p>Eccolo, il primo livello di originalità. Un romanzo che è, classicamente, un romanzo, come non se ne vedono più (la “classicità” dunque ha qualcosa di originale), che iniziato non si può smettere sino alla fine, semplicemente perché il meccanismo narrativo, nonostante la sua polifonia, è accattivante, è accattivante lo studio dei caratteri: non è questo il primo, indispensabile segno della riuscita di un libro? Semplicemente, che prenda, che non annoi.</p>
<p>Anzi, dovrei dire meglio, un vecchio, classico romanzo di mare, nella sublime scia di Melville o Conrad. In questa prospettiva, si intravedono in chiaroscuro altri personaggi: in particolare Piri Rais e il suo corrispettivo cristiano, Colombo, orientato però in una luce insolita, e attraverso di lui l’Atlantico, ma osservato, analizzato dalle coste della Turchia, attraverso il Mediterraneo, che è, in certo senso, il vero protagonista del romanzo. In questa prospettiva, il secolo delle grandi scoperte, sognato, seguito, spiato con gli occhi dell’Islam ottomano rivela alcuni aspetti insospettati.</p>
<p>Ma soprattutto – ed è quel che più mi ha catturato nel libro – è lo stile a essere autenticamente marino. Le tre voci narranti sono infatti diverse l’una dall’altra, e questa è di per sé una prodezza, ma tutte hanno la potenza, l’irruenza del mare, che procede fra onde e correnti, tumultuosamente. Ogni singola pagina zampilla di immagini, di idee, di situazioni, ci si perde in continuazione, in continuazione ci si ritrova, a ogni pagina supplementare abbiamo imparato qualcosa di più, di come si vive nel mare, cioè di come si vive <em>tout court</em>. Vallate, cascate di scrittura, una punteggiatura tumultuosa, frasi che si susseguono senza punto fermo per una, due, tre pagine, con intuizioni, lampi, riflessioni, osservazioni che si inanellano una dopo l’altra, anche se lo stile di Bora è suadente, quello di Rais è ruvido, quello di Keithab piano, come flautato. Un esempio fra molti (con la voce di Dragut): “&#8230; di tutto possiamo fare a meno, tranne del nemico, balsamico avversario, destinatario di ogni maledizione, causa di ogni sventura&#8230;” (e giù per tre pagine, senza un punto fermo, con lo sviluppo di un’idea su quel che è il nemico che, di nuovo, ci riporta all’epica omerica).</p>
<p>Non è un caso, Simone Perotti è un uomo di mare, anzi, del Mediterraneo, vi ha dedicato la sua vita, e non saprei dire se questo abbia influito sul suo stile di scrittura, o se in qualche modo, volontariamente, abbia cercato di imitare quel mare in cui si muove con così grande agio. Quel che so è che le sue scelte di vita e di scrittura si sono in qualche modo confuse. In qualche modo, al di là dei suoi libri – una ventina, fra romanzi, saggi filosofici e non, diari, etc… – è come se avesse voluto scrivere la sua propria vita tra i flutti, cioè libera, o aspirante tale (perché la libertà non è mai definitiva, è sempre da conquistare e difendere), anche facendone uno strumento di agitazione artistica e, soprattutto, sociale. Già, perché una ventina d’anni fa Perotti ha lasciato una comoda posizione di manager editoriale in RCS MediaGroup, a Milano, per adottare una scelta di vita minimalista, monacale, anche se “<em>socials</em>mente” alacre, e andarsene ad abitare su una sperduta isola del Mediterraneo, dando inizio a un modello rivoluzionario alternativo, dal basso, da dentro, oggi noto come <em>downshifting </em>(riduzione del lavoro puramente alimentare e del reddito, aumento del tempo libero e della libertà, ricentraggio della propria vita sulle relazioni, sulla creatività etc., con evidenti implicazioni ecologiche, sociali, dal momento in cui molte persone cominciano a praticare questa via, etc.): e appunto, ha tradotto in scrittura le diverse tappe di questo percorso, con tre libri che sono anche manuali di attivismo e rivolta (<em>Adesso basta</em>, 2009; <em>Avanti tutta, </em>2011; <em>L’Altra Via</em>, 2021). Parallelamente, sin dal 2013 ha armato, culturalmente e scientificamente, una barca a vela, e, con spirito profondamente odisseico, ha compiuto diverse spedizioni attraverso il Mediterraneo – e si noti bene, il che vibra in ogni pagina di <em>Rais</em>, che il Mediterraneo tiene insieme ben tre continenti: Africa, Europa, Asia&#8230; – toccando decine di paesi, incontrando scrittori, antropologi, scienziati, con l’intento di promuovere un vero e proprio meticciato transculturale e, all’orizzonte (l’utopia di Eduardo Galeano?), lo splendido progetto degli Stati Uniti del Mediterraneo: e di nuovo, anche questa esperienza eccola trasformata in scrittura, con <em>Rapsodia mediterranea </em>(2019), molto diario di viaggio in prima persona, singolare e plurale (Perotti è un comandante, un “rais”, ha formato un gruppo di marinai-esploratori, che in fin dei conti sono un po’ rais anche loro) e anche quaderno di appunti filosofici, una sua ossessione, testimonianza di vita e di avventure, ma molto meno degli altri tre appena menzionati manuale-modello di rivolta: al suo posto, semplicemente, travolgentemente, il mare, la vita appunto, il mare che è la vita. Soprattutto questa infatti è, in generale, la sua caratteristica più forte: Perotti non separa vita e scrittura, non le sente, come molti scrittori, in competizione. Innanzitutto vive, Simone, con entusiasmo, alimentarmente, enologicamente, fisicamente, intellettualmente: incontri, chiacchiere notturne senza limiti, allegre bicchierate di vino, scorpacciate bambinesche di ostriche, flâneries fra porti e bar, senza meta, sempre sorretti, attraversati da una costante riflessione sul mondo e su di sé, come un basso continuo, ma subito, sempre, c’è il bisogno – anche assistito da un naturale talento di inanellare parole a getto quasi continuo, incontenibile, a volte graforroico, ma quasi sempre interessante – di trasformarsi, se stesso, la propria vita, i propri desideri, le ostriche, le chiacchierate, le riflessioni, in scrittura. Insomma, Perotti appartiene alla categoria degli scrittori “prolifici”, ma senza allontanarsi dalla vita, anzi: è come se la vita gli esplodesse dentro, accanto, di fronte, e lui, trasformandola in scrittura, tentasse di navigarla, di governarla, volendone catturare ogni schizzo, ogni onda, ogni dettaglio, che a volte il lettore pensa, ecco, ora scoppia, e invece si salta, con incredibile freschezza, in un’altra pagina, in un’altra situazione.</p>
<p>Li ho letti tutti e venti, i suoi libri? No. Quelli che ho letto, mi piacciono tutti con la stessa intensità, nello stesso modo? Neanche – e per altro meriterebbero un’analisi a parte i libri più direttamente legati al suo attivismo, con le luci e le ombre proprie di ogni <em>attività</em>, in particolare con i rischi che sempre implica, dal punto di vista della letteratura, la preminenza del  “messaggio”. Ma ecco: ho appunto letto e molto amato <em>Rais</em>, come anche nella stessa prospettiva <em>L’estate del disincanto, </em>2008, il suo primo romanzo marino che, anche se la storia è diversissima, lo prepara; e poi <em>Rapsodia</em> <em>mediterranea</em> appunto (anche se non lo è, l’ho letto come un romanzo) e <em>Atlante delle isole del Mediterraneo</em>, 2017, che trasforma la geografia in una sorta di itinerario dell’anima e della sua inquietudine (e di nuovo, è letteratura, ogni singolo tassello, luogo descritto avendo il soffio di un vero e proprio racconto). È come se con questi quattro libri il messaggio, nel senso potenzialmente negativo di cui dicevo prima, rientrasse in se stesso, scomparisse, o quantomeno vivesse discreto nella testa del lettore, che si pone domande, nel testo ormai c’è solo pura letteratura. Così, dopo aver passato non poco tempo fra le pagine di questi suoi quattro libri, sono arrivato alla paradossale conclusione (provvisoria, come tutte le conclusioni&#8230;) che quello che a volte inizialmente mi sembrava un difetto, è in realtà, come spesso capita appunto nella vita, una qualità. Voglio dire: ecco che ci imbattiamo in un paio di pagine che ci sprofondano nell’essenza dell’andare per mare, come se stessimo navigando noi, e poi, dietro l’angolo c’è un’esemplificazione di quel che sono o non sono gli italiani, i francesi o gli spagnoli che, pur se Perotti mette le mani avanti (“attenzione alle generalizzazioni”) finiscono per scivolare nello stereotipo, sia pur elegantemente espresso – perché Perotti scrive bene, sempre, naturalmente. O anche: in poche battute Perotti attraverso il suo non-incontro con Naguib Mahfouz riesce a raccontare qualcosa di quell’eccelso scrittore, come se lo avesse incontrato, o viceversa descrive il suo reale incontro con Abraham Yehoshua, del quale in qualche riga restituisce un ritratto di grande profondità; e poi, del tutto inaspettato, qualche pagina dopo ci imbattiamo in un elogio di Michel Onfray, che il lettore avvertito non può non stropicciarsi gli occhi. E poi, eccolo nei suoi riferimenti di letture sul Mediterraneo orientale con una lista di persone fra le quali, e sembra fatto apposta, mancano da un bordo all’altro i nomi dei pensatori e storici più importanti, che so Edward Saïd o Zeev Sternhell, tanto per citarne due, il che farebbe storcere il naso a più d’uno, al primo approccio. Anch’io l’ho storto del resto, il mio naso, ma poi l’ho ristorto nella direzione opposta, perché appunto questo difetto, apparente o reale che sia, nasconde una ben più grande qualità: Perotti, al di fuori da un cursus intellettuale diciamo accademico, nutrito da letture intense anche se a volte disordinate, non sempre canoniche, ma sempre pronto a leggere ancora, in tutte le direzioni (perché è cocciuto ma anche molto aperto e curioso), fa parte di quei rari esseri umani che hanno un fiuto spesso giusto di quel che è bene o è male, che rifugge le semplificazioni, perché soprattutto, prima e al di là delle letture, possiede la capacità di incontrare la vita e la gente, di ascoltarla, tutti con la stessa intensità, con la stessa naturalezza, con lo stesso rispetto e spontaneità, che si tratti di un anonimo pescatore del porto di Marsala, o di uno dei più grandi scrittori viventi. Qua e là ci sono scorie? ostacoli? sobbalzi? Che importa finalmente, mi verrebbe da dire. Attraverso molte delle sue pagine, soprattutto appunto quelle marine, ho letteralmente avuto l’impressione di navigare, ogni tanto una secca, uno scoglio sfiorato, un pezzo di legno che ci viene addosso, o un’onda imprevista e beviamo un po’&#8230; Ma il senso di arricchimento, di viaggio appunto, di essere più che lettori viaggiatori insomma, non ha pari, e si nutre anche di questi contrattempi – insomma, almeno coloro che amano il Mediterraneo dovrebbero leggerlo.</p>
<p>Ed io mi chiedo – è l’interrogativo, l’altra motivazione che mi ha spinto a scrivere questo lungo articolo – come mai di uno scrittore con dietro per altro case editrici importanti (Perotti pubblica soprattutto con Bompiani e Mondadori), alcuni dei cui libri sono diventati best sellers, long sellers, con molte pagine di ottima, originale letteratura, e assolutamente originale nel suo itinerario di vita, sia rimasto, di fatto, ignorato dalla nostra critica ufficiale&#8230; Forse pesano la natura e le forme, i mezzi del suo “attivismo”, che come dicevo meriterebbe di essere analizzato. O forse pesano la sua eterogenea geografia di frequentazioni e amicizie, in cui non spiccano uomini e donne “di lettere”, anche se quando li incontra, come si è visto, sa entrarci facilmente in sintonia; il suo non appartenere a nessuna parrocchia, e magari a volte il suo meticciarle, infrangendone le regole corporative, anche dal punto di vista del suo modo di scrivere, del suo linguaggio, il non essere completamente da nessuna parte, il che per altro mi fa una gran simpatia, il suo essere profondamente solo, nonostante il suo continuo crepitio comunicativo, legato appunto soprattutto all’attivismo, il suo essere più che per terra per mare, dove non ci sono né salotti né premi, né (come suggerisce Dragut) gli intrighi della politica – in una parola, il suo aver messo la ricerca della libertà al di sopra di ogni calcolo, di ogni convenienza. Ma non basta a spiegare: il persistente silenzio critico che avvolge queste migliaia di pagine molte delle quali pregevoli resta per me un mistero. Una sorta di caso letterario in negativo.</p>
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		<title>Diario parigino 6. Su islamofobia e bigottismo (a margine del costumone).</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2016 12:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[burkini]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Andrea Inglese &#160; Questo intervento ha un obiettivo specifico. Voglio cercare di mostrare che combattere l’islamofobia, o forme di razzismo esplicito antiarabo, che prosperano nell’opinione pubblica occidentale, non implica disconoscere o mettere in sordina la battaglia per la laicità, che considero sia, ovunque nel mondo, attraverso espressioni che possono avere storie e forme diverse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo intervento ha un obiettivo specifico. Voglio cercare di mostrare che combattere l’islamofobia, o forme di razzismo esplicito antiarabo, che prosperano nell’opinione pubblica occidentale, non implica disconoscere o mettere in sordina la battaglia per la laicità, che considero sia, ovunque nel mondo, attraverso espressioni che possono avere storie e forme diverse da cultura a cultura, una precondizione indispensabile per una visione radicalmente democratica della società.<span id="more-64161"></span></p>
<p>Potrebbe sembrare che sfondi una porta aperta, almeno presso dei lettori che si definiscono di sinistra. E me lo auguro. Seguendo però pezzi di dibattito, sviluppatosi in ordine sparso su stampa, blog e facebook, intorno alla questione del burkini sulle spiagge estive e sulla necessità o meno di proibirlo, mi sono sentito un po’ a disagio, leggendo alcuni interventi antiproibizionisti. Dico subito che i sindaci di destra che hanno deciso di legiferare a livello municipale, per vietare a un numero irrilevante di bigotte di entrare nell’acqua con il costumone copri-tutto, sedicente islamico, lo hanno fatto per ragioni di pura propaganda islamofobica. Quindi trovo condannabile tale decisione e trovo fuorviante che, in nome del femminismo o della laicità, si voglia accreditare la ragionevolezza di una tale norma municipale. Il nerbo dell’argomentazione, in questo caso, mi sembra essere questo: come è possibile giustificare in modo umanamente intelligibile che un costumone bigotto, sia esso indossato in spiaggia per motivi religiosi, idiosincratici, o semplicemente modaioli, possa costituire una minaccia all’ordine pubblico, all’igiene, o alla decenza dei comportamenti? Un’analisi non particolarmente accademica o specialistica dovrebbe mostrare a sufficienza come a monte di tale polemica e decisione politica vi sia una giustificazione di tipo islamofobico e stigmatizzante. Trovo quindi bizzarro che la giusta reazione antirazzista finisca in alcuni casi per concentrarsi sul diritto a infilarsi il costumone bigotto, attitudine che è interpretata come una forma di libera espressione contro ogni discriminazione e maschilismo, finendo in alcuni casi per divenire persino l’avanguardia di uno spirito anticapitalistico e anticonsumistico. Nessuno ha paura che un costumone turbi l’ordine pubblico, e nessuno può crede veramente che quattro tipe supercostumate abbiano questi magici poteri. Da qui a concludere che le critiche rivolte alla donna che si scopre sono equivalenti a quelle rivolte alla donna che si copre, ossia sempre illegittime, maschiliste, se fatte da uomini, e razziste, se fatte da donne, mi sembra un passo non necessario. Come non mi convince chi considera illegittima una valutazione del costumone, a meno che non passi, in qualche modo, per il vaglio dei soggetti che lo portano e che quindi sembrerebbero in ultima analisi gli unici depositari del suo significato sociale e pubblico.</p>
<p>Per contrastare questi sindaci sceriffi, come tanti ne abbiamo avuti noi in Italia, leghisti o meno, che legiferavano sul mangiare nei parchi o sullo sdraiarsi nell’erba, parrebbe sia necessario mostrare la rispettabilità, anzi l’auspicabilità dei costumoni coprenti, cercando di trovare nelle intenzioni di chi li indossa delle possibili virtù emancipatrici e magari pure anticapitalistiche. Magari è meglio di no. E soprattutto non ce n’è bisogno. Non c’è bisogno d’incoraggiare i rigoristi religiosi per denunciare degli atteggiamenti islamofobici e razzisti.</p>
<p>Per altro, prendere troppo sul serio le supercostumate con atteggiamento multiculturale aggiornato, finisce per fare sia il gioco della destra, da un lato, sia dei rigoristi più ottusi, dall’altro. Cosa fa la destra, in Francia, ma anche in altre parti dell’Europa, venendo spesso accompagnata, se non anticipata da partiti e governi di sinistra? Prende quattro gatte che girano in spiaggia con il burkini, e dice: “Guardate a che orrore di sopraffazione e barbarie nei confronti della donna conduce la religione musulmana”. Prende, insomma, un’attitudine di una piccola minoranza di persone nel grande calderone dei popoli di religione musulmana, e la erge a espressione di una tendenza profonda, se non addirittura dell’essenza di un cosiddetto islam, che si ripeterebbe identico dalle regioni africane subsahariane fino all’Indonesia. (Quando la destra propone un discorso più accorto, circoscrive questa essenza all’islam praticato nel mondo arabo.) Coloro che, per combattere questo razzismo, difendono il diritto delle donne musulmane a mettersi il burkini, prendono insomma per buona l’indebita e perniciosa generalizzazione iniziale. In questo modo, finiscono per confermare l’equivalenza burkini e islam autentico, dimenticando che c’è una marea di donne arabe o donne semplicemente musulmane che non hanno niente a che vedere con il burkini, siano esse praticanti o meno. E questa equivalenza va benissimo a coloro che, in occidente e nel mondo arabo (o in paesi di religione musulmana), credono nello scontro di civiltà, e nell’idea di una incompatibilità tra “noi” e “loro”.</p>
<p>Chi non ci crede a questa equivalenza, invece, considera che ogni cultura, e ogni religione, deve fare i conti con le proprie forme di bigottismo, che certo non si possono eradicare, perché in qualche modo connaturate con la cultura e la religione stessa, ma dalle quali bisogna sapersi difendere, spesso con l’arma “dolce” dell’umorismo e della derisione. Ancora una volta, c’è una bella differenza tra demonizzare e assecondare. Si può essere contrari a indebite demonizzazioni, senza per questo abbassare la guardia. Anche perché il rigorismo religioso su una spiaggia davvero può fare ben pochi danni, ma quando si sposta sul terreno della politica può essere pericolosissimo, come il caso del crescente peso del messianismo ebraico nella politica di Israele dimostra o quello del fondamentalismo cristiano durante i mandati di George Bush, per citare paesi occidentali considerati campioni di “democrazia”.</p>
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		<title>L&#8217;esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull&#8217;emergenza terrorismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2016 12:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. Avevamo detto che ci sarebbe sembrato il caso di approfondire la questione del complottismo ma l’allarme continuo sta determinando un prevalere della cronaca su qualunque spazio di ragionamento, quindi si tratta di reagire in modo rapidissimo ad un concatenarsi di eventi che rende impossibile seguire un filo non emergenziale. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/18/cinque-matti-alle-crociate-un-islamista-un-medievista-provano-capirci-qualcosa/">Avevamo detto </a>che ci sarebbe sembrato il caso di approfondire la questione del complottismo ma l’allarme continuo sta determinando un prevalere della cronaca su qualunque spazio di ragionamento, quindi si tratta di reagire in modo rapidissimo ad un concatenarsi di eventi che rende impossibile seguire un filo non emergenziale. Si vorrebbe svolgere un pensiero approfondito, costruendo categorie che possano servire a demistificare l’idea che siano in corso un jihad e una crociata, ma sono all’opera forze che, più o meno consapevolmente e intenzionalmente, lavorano allo scopo di confermare questa idea su base quotidiana.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Il problema che ponevamo, probabilmente in modo troppo implicito, è che il terrorismo polarizza in maniera drammatica. Da una parte si schierano quelli che danno ragione al terrorista, dicendo che è in corso uno scontro di civiltà, anche se in apparenza sembrerebbe che stiano dandogli contro, dicendo che l’Islam è cattivo e medievale e integralista. Dall’altra parte ci sono coloro i quali dicono che il terrorista ha torto a configurare il suo antagonismo contro l’occidente come uno scontro di civiltà, perché in realtà non è in corso nessuna guerra di religione, e per questa ragione vengono etichettati come quelli che sono dalla parte del terrorista.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Se poi nel mezzo di una sparatoria, come a Monaco in queste ore, arrivi a sentire una vittima che urla all’attentatore «Kanake», un insulto razzista vecchio stile per gli immigrati del sud, sentendosi rispondere «Ich bin Deutscher!» con un accento marcatamente tedesco, il cortocircuito è totale. Se poi, l’attentatore ha davvero aggiunto di essere cresciuto nelle case popolari del quartiere dell’attentato, di esser stato vittima di bullismo per anni, concludendo con l’insulto <a href="http://video.repubblica.it/mondo/monaco-di-baviera-attentatore-spara-dal-tetto-e-urla-sono-tedesco/247237/247350">«Scheisstürken!»</a>, cioè « turchi di merda», comincia a diventare abbastanza problematico venire a capo delle varie modalità di svalvolamento che si contendono la scena. L’unica costante parrebbe il fatto che il bersaglio sono sempre e comunque coloro i quali non vogliono essere implicati in questo conflitto, combattuto da improbabili figure che provano ad accreditarsi come jihadisti, sgommando in camion per la Promenade des Anglais il 14 di luglio a Nizza, e altre altrettanto improbabili, che si cuciono addosso ruoli ancor più enigmatici sparando per strada a Monaco.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> È un quadro flippato, in cui non si sa più chi imita chi, chi agisce perché. Il giorno dell&#8217;anniversario del massacro di Utoya un diciottenne tedesco nato a Monaco di origine iraniana emula il terrorismo jihadista, insultando pubblicamente i turchi, a pochi giorni dal fallito colpo di stato in Turchia. In uno scenario del genere, da romanzo di Ballard, che ne so, l’idea di Islam e di crociata alle quali i <em>soi-disant</em> soldatini dello stato islamico fanno riferimento appaiono con evidenza ancora maggiore come invenzioni basate su suggestioni rimasticaticce, prive di ogni fondamento storico e culturale in genere. Dall&#8217;attentato omofobo al <em>Pulse</em> la cosa è andata avanti in direzioni assurde, fuori controllo, non solo dal punto di vista dell&#8217;ordine pubblico, ma anche da quello dell&#8217;analisi. La situazione ha preso una<em> </em>piega paratattica, non più riconducibile ad una ragione rassicurante. Fino a Nizza si poteva osservare, come facevamo, che i terroristi cosiddetti islamici ripetano la loro cosa, poiché trovano continue conferme alla loro idea sbagliata, approssimativa, infondata che essi stiano davvero animando un vero jihad contro i “crociati”. Infatti, quella modalità di funzionamento terrorista ha innescato un meccanismo di risposta tale che coloro i quali si schierano contro i terroristi dicendo che l’islam è cattivo, danno loro ragione, confermando l’idea che sia in corso una guerra santa, finendo appunto per dimostrare l’argomento falso sostenuto dai terroristi, che appunto il loro sia un jihad contro i “crociati”. Ma nel momento in cui un diciottenne tedesco di origine iraniana ammazza la gente a caso in mezzo alla strada alla maniera dei <em>soi-disant</em> jiahadisti, il cortocircuito del terrore che si è prodotto va anche oltre queste categorie di analisi.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Di fronte a fatti di questo tipo e alla quasi afasia che producono diventa davvero evidente al punto in cui si è arrivati ci si rende conto con sbigottimento che in realtà ognuno sta parlando per conto suo, diciamo che “parla ai suoi”, mentre chi ci rimette, sia in occidente che in oriente, sono gli inermi. È una guerra che ha come bersaglio chiunque non la combatta e non la senta propria, come si capiva dagli attentati al Bataclan, al Carillon, ma anche ad Utoya.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Negli speciali di approfondimento ti ritrovi lo psichiatra che ti spiega la differenza tra il quadro dell&#8217;attentatore e la depressione, un&#8217;amico nostro scrittore che, siccome scrive bene di adolescenti flippati, allora chiediamogli come può succedere che uno a diciotto anni invita gli amici al Mc Donald per ammazzarli, la giornalista tedesca, alla quale domandano come ci si senta ad essere tedeschi oggi, uno tornato dall&#8217;Iran tre anni fa che non ha idea come spiegarti cosa significhi essere bullizzato in un ex quartiere operaio del centro di Monaco per un tedesco di 18 anni di origine Iraniana. Non si capisce che risultato dovrebbe venire fuori dalla somma di queste argomentazioni.</p>
<p><strong>Lorenzo. </strong>Il problema è che questa emergenza funzionerebbe bene dal punto di vista dell&#8217;informazione se ogni fatto rispondesse ad una matrice logica di carattere gerarchico, cosa che, come s&#8217;è visto già al Pulse, non è. Lo schema del jihad contro i crociati viene male, non torna, e allora salta tutto, anche tra i cosiddetti &#8220;buonisti&#8221;. Cioè, non puoi dire che “NOI andiamo da LORO e li distruggiamo, gli rubiamo tutto, facciamo i nostri interessi senza meno, annientiamo la loro cultura, insomma abbiamo da sempre rotto il cazzo a LORO e quindi LORO ora rompono il cazzo a NOI”. Primo perché non è chiaro chi siano LORO e chi siamo NOI, secondo perché quelli a cui rompiamo il cazzo NOI non sono gli stessi LORO che ci vengono a rompere il cazzo.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Il caso di Monaco è prototipico. Per quanto ci si voglia sforzare di ricondurre il fatto a categorie già precostruite, cioè i cattivi jihadisti che ammazzano gli occidentali inermi, non si riesce a situare le ragioni del gesto fuori dal contesto in cui maturano, cioè la Germania stessa, segnatamente il quartiere centrale un tempo operaio nel quale l’attentatore era cresciuto. Non è, per capirci, uno di quelli che NOI occidentali siamo andati a sfruttare a casa sua in oriente. Pare confermato che la strage non sia il gesto impulsivo di un pazzo, essendo stato pianificato, anche se in maniera molto approssimativa. L’attentatore aveva certamente intezione di commettere una strage e faceva ricerche su come fare, magari in una scuola, ma non deve aver trovato motivazioni sufficienti nel libro che stava leggendo, sulle ragioni dei mass killer di studenti. Piuttosto era venuto alla conclusione che un centro commerciale sarebbe stato preferibile. Pare anche confermato dall’investigatore Robert Heimberger che l’attentatore avesse inviato un post fasullo da un account Facebook hackerato per invitare i contatti ad una promozione di Mc Donald. Con tutta evidenza non aveva nessun collegamento con lo Stato Islamico, cosa d’altra parte abbastanza comprensibile, trattandosi di un tedesco nato a Monaco di origini iraniane, l’antitesi per eccellenza del jihadista &#8220;sunnita&#8221;. Si può dire che non avesse motivazioni di carattere politico in assoluto e fosse, piuttosto, aggravato da un punto di vista psichiatrico. È evidente che quando uno configura il discorso nei termini di un generico NOI e di un ancor più generico LORO viene fuori un argomento necessariamente banalizzante non solo di chi sono LORO, come si vede bene sulla base del caso di Monaco, ma anche di chi siamo NOI. Cioè, il diciottenne che ha sparato a Monaco non era né LORO, né NOI, chi era allora? Anche il collegamento diretto tra lo sfruttamento delle materie prime, del petrolio, della forza lavoro dislocata nel cosiddetto terzo mondo in generale e il benessere dello studente che si sta facendo un bicchiere al Carillon mentre viene crivellato di colpi di arma automatica è tutto da dimostrare. Cioè, i NOI che andrebbero a rompere il cazzo a LORO non sono gli stessi NOI che vengono messi sotto sulla Promenade des Anglais da un camion impazzito. Il semplice fatto di esser nata a Nizza piuttosto che a Aleppo non rende automaticamente una bambina di due anni responsabile del colonialismo, delle guerre o della sospensione delle libertà in Siria. L’argomento secondo il quale siamo l’occidente quindi siamo tutti colpevoli è evidentemente ideologico e rimanda ad una visione della storia che mescola in maniera sincretistica il peggio del meccanicismo idealista con il più becero storicismo tradizionalista, arrivando a conclusioni speculari rispetto a quelle consuete della modernità, cioè la colpevolizzazione a trecentosessanta gradi dell’imperialismo coloniale, invece della sua legittimazione celebrativa. Ma si vede alla fine la debolezza di questo post-colonialismo postmoderno, che si riduce ad argomenti terzomondisti dei ‘settanta, quando alla orrenda mensa della scuola ti dicevano che dovevi mangiare tutto perché eri fortunato che non morivi di fame in Africa.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Prendiamo il caso della Siria (e dei siriani). Per diversi anni un efferato dittatore, Bashar al-Asad, ha fatto un massacro, ha distrutto il suo paese per rimanere al potere. Gli si opponevano dapprima molti attivisti, quasi tutti ormai uccisi, incarcerati e torturati o fuggiti dal paese, poi uomini armati che, dapprima animati da propositi nobili, sempre di più &#8211; ricevendo soldi da paesi come Arabia Saudita e Qatar &#8211; viravano verso il jihadismo. Un jihadismo la cui agenda era però sempre “siriana”, cioè l’obiettivo era abbattere il tiranno. A un certo punto di questa macelleria ha approfittato l’ISIS, un’organizzazione di natura criminale-mafiosa a guida iraqena che ha messo in piedi la sua agenda in siria sfruttando, in termini di propaganda, i crimini del regime così come tutta la retorica anti-occidentale nel momento, molto tardivo, in cui l’Occidente è effettivamente sceso in campo. Ma l’’ISIS come prima cosa ha iniziato a sparare contro quegli uomini in armi, anche quelli che pure si erano jihadizzati un bel po’ (li chiamano “sahwa”, ma non mi metterò a spiegare il perché). Il suo primo obiettivo furono all’inizio tutti gli attivisti e tutti i combattenti che si opponevano ad Asad. Non a caso Asad li lasciava fare. Loro dovevano fare egemonia e ci riuscirono a Raqqa, la terza città della Siria, a suon di esecuzioni sulla pubblica piazza e “gestione della barbarie” ma non in altre aree, dove furono espulsi e dove tuttora non hanno grandi appigli (sebbene poi, dai e dai&#8230;). Ora, questi dell’ISIS, cioè quelli che rivendicano attentati in Occidente, sono quei LORO di cui parlano i semplicioni di cui sopra? Rappresentano davvero LORO? Cioè, sono LORO quelli da cui NOI andiamo e che NOI distruggiamo? Mi sembra di no. Quelli dell’ISIS che terrorizzano l’Occidente sono semplicemente degli infami rosiconi spesso imbevuti di una retorica che suona così: “VOI avete sempre rotto il cazzo a NOI e quindi NOI ora rompiamo il cazzo a VOI”. Molti ci cascano dentro come degli allocchi. Ricordo ancora tal Oussama Abu Musab, un operaio del varesotto simpatizzante dell’ISIS che si era messo a commentare sulla mia bacheca e poi, dopo essere stato espulso dall’Italia, essere andato prima dai nonni in Marocco e poi in Svizzera dalla moglie per essere infine espulso anche dalla Svizzera e finire in Siria dove sembra sia morto in circostanze che non conosco. Questo Oussama, quando postavo cose sulla Siria, mi seguiva fin se riportavo i crimini di Asad. Metteva proprio dei làic. Poi quando riportavo i crimini dell’ISIS partiva per la tangente, diventando cospirazionista e affermando esattamente ciò che la vulgata di cui sopra vuole. Il fatto è che lui non era minimamente uno di LORO, uno di quelli che moriva sotto le bombe. Al massimo empatizzava, ma attraverso il filtro sbagliato, il filtro dell’ISIS. L’ISIS gli aveva spiegato che quelli erano suoi fratelli, dei musulmani come lui vessati da un Occidente diabolico, e lui ci credeva, non capendo che quelli lì con l’ISIS non avevano niente a che fare, che l’ISIS stava usando quella carneficina, ci stava mettendo su il cappello. Quello dell’ISIS è un discorso speculare a quello fatto in principio. E continuare a farlo, quel discorso, significa dare ragione all’ISIS. Il problema insomma, ancora una volta, è sdoganare quelli dell’ISIS quando quelli dell’ISIS non sono affatto quelli che si pensano di essere né che qualcuno da queste parti pensa che siano: non sono dei vendicatori degli sconfitti, anche se si atteggiano come tali. Quelli dell’ISIS, parlo dei capi e di quelli che gli credono, non della soldataglia locale che segue tutto un altro treno, sono invece efferati e cinici pezzi di merda che con quei LORO non hanno niente in comune se non per il fatto che rubano a LORO la terra, la libertà, il pane e la speranza. Esattamente come i NOI della vulgata.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Anche secondo certa “sinistra” ancora oggi qualsiasi forza si contrapponga all’occidente cattivo diventa in qualche misura spiegabile e tutto sommato accettabile in base al paradigma della vendetta degli sconfitti della storia, che ha come esempio caratteristico il tifo per gli indiani contro i caubbòy. E le categorie devono essere quanto più possibile inclusive, cioè tutti gli indiani da una parte, tutti i caubbòi dall’altra, perché da bambini quando giocavi a acchiapparella era così che funzionava.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Certo. E intanto quei LORO che NOI abbiamo sfruttato davvero continuano a prendersi le bombe di Asad in testa, a farsi sgozzare per motivi futili, a morire di fame, di stenti e di guerra. E, quando smettono di vessarli, ci hanno anche il coraggio di uscire di nuovo in piazza coi cartelli per chiedere libertà e dignità. Quelli a cui chiudiamo la porta in faccia quando arrivano dai Balcani o che lasciamo morire in qualche barcone.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Sì, l’unica costante è il fatto che le vittime vere di questa follia sono tutti quelli che per ovvie e comprensibili ragioni vorrebbero vivere la loro vita a modo loro, senza farsi coinvolgere in una guerra anacronistica. Ma questo lo diciamo ormai da anni invano.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Fausto, non so se ti ricordi chi è, ha definito le persone che fanno quei discorsi riportati sopra dei “giustificazionisti”. Io non so bene come definirli. Secondo me lui non coglie il punto della trasversalità. Invece il problema è questa suddivisione farlocca fra noi e loro, a mio modo di vedere esiziale, che prende nel mucchio. Ciò che cambia è la reazione psicologica a quel pensiero. Da un lato abbiamo chi dice: “E’ naturale, ce lo dovevamo aspettare, ora ce la becchiamo in pieno e basta”. Dall’altro ci hanno invece per esempio una paura smodata dei profughi siriani, fanno muri, chiudono le frontiere o intensificano i controlli, pensando questa cosa: “ora LORO verranno a distruggerci perché è colpa nostra”. Ma LORO chi? Venire a distruggerci? I siriani sono per un terzo profughi, si parla di milioni e milioni di persone. I morti civili (centinaia di migliaia) nella guerra siriana sono 10 volte tanto (decine di migliaia) dei morti in combattimento. Quanti siriani si sono fatti esplodere in Europa? Quanti hanno eseguito attacchi terroristici? Zero. Forse uno. A Parigi hanno ritrovato un passaporto siriano allo stadio. Era falso. Una testimonianza del business dei passaporti falsi.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Se ci pensi è un problema di carattere identitario, che ci rimanda alla polarizzazione del discorso sulla crociata: si bipartisce il mondo in noi e loro, senza tenere conto delle infinite articolazioni, anche contraddittorie, di questi due concetti. Perché, in fondo, dietro tutto questo discorso di estremismo buonista si nasconde lo stesso spettro che campeggia sui vessilli dei sostenitori della Fallaci, la madonna sanguinante del nuovo crociato. Cioè il fatto che loro sono loro e noi siamo noi, siamo due “civiltà” diverse, configuriamo proprio due campi antropologici non contaminabili. Questa è la cosa che ho sempre trovato irritante del modo in cui il ragionamento si polarizza, che anche i buonisti “di sinistra” alla fine sono in imbarazzo rispetto al velo, alle usanze alimentari diverse, alle mosche che ti ronzano intorno tutto il giorno in Marocco o in Turchia, a tutta quella polvere, al fatto che a una certa, insomma, non è come da noi.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Esatto. Al netto della buonistizzazione della sinistra ad opera della destra &#8211; su questo punto assolutamente vincente &#8211; di cui parlava <a href="http://www.vice.com/it/read/intervista-luigi-manconi-politica-a12n1">Luigi Manconi</a> qualche tempo fa, i buonisti &#8211; che si dichiarino di sinistra o meno &#8211; sono così: li si rintraccia proprio nel momento in cui tracciano questa linea noi-loro. Che poi questa cosa avviene a una certa, a partire dai ‘90 e molto di più ovviamente dall’11 settembre in poi. E’ figlia del rimosso “internazionalista”, forse. Cioè: per essere di sinistra non era proprio assolutamente fondamentale essere internazionalisti? E se poi il mondo è cambiato e quindi parliamo di Europa cambia qualcosa? Non credo. Mi ricordo che a metà degli anni ‘90 andai come inviato per un piccolo e benemerito giornale, Confronti, a un incontro a Strasburgo fra le realtà antirazziste europee giovanili, organizzato dall’UE. Fui molto orgoglioso di partecipare a una specie di ribellione: gli organizzatori volevano parlare di razzismo all’interno delle frontiere europee, noi volevamo aprire le frontiere contro ogni razzismo. Stiamo ancora messi così, forse peggio.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Io mi ricordo di una volta che stavamo noi due in Tunisia, a Tozeur, ed è venuto a piovere. C’era un’umidità allucinante e non si riusciva a stare. Ci siamo rifugiati all’Hotel des Palmes, evidente baluardo del colonialismo francese, l’unico posto all’epoca dotato di aria condizionata. Si stava una bomba, una cifra meglio che fuori. Il fallacismo mi fa sempre l’effetto di quando senti il bisogno di rintanarti nella tua conforzòn, tipo quella volta, ma devi spiegarlo per forza, cioè giustificarti, sentendoti un po’ in colpa perché te lo puoi permettere e quelli fuori no. Soprattutto non si capisce perché dovresti giustificare il fatto che stai agonizzando di caldo e ti rifugi in un posto condizionato dicendo che LORO, quelli fuori, sono incivili e pregano per la pioggia e riescono a campare con quel clima solo perché sono tribbali. Quindi configuri la tua ricerca di benessere come l’effetto di un inevitabile scontro di civiltà e ti fai pure un negroni alla faccia loro, che sono incivili perché non bevono, ma poi quando vengono da NOI diventano tutti alcolisti e violentano le nostre donne perché sono repressi dalla religgione. In finale la verità è solo che senti caldo e non si capisce perché te la dovresti pigliare con chissà chi perché non sei all’altezza del clima. È allucinante. Si poteva dire “vattene al Club Mèd&#8221;, un tempo. Oggi no, perché se vai al Club Mèd LORO ti sparano, perché c’è la crociata e lo scontro di civiltà, eccetera.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Assolutamente. E anzi per tracciare una linea di discrimine su questo tema ricordo altri due eventi di quell’estate tunisina. Quella volta che ci facemmo a piedi tutta la spiaggia di Mahdia: ci fermavamo nei resort e atteggiandoci da ospiti ci mettevamo sulle sdraio o scroccavamo un caffè &#8211; un atteggiamento che ancora oggi giudico molto sano. E quella volta che ci prendemmo uno pseudo-bungalow (leggi cubo di cemento surriscaldato senza finestre ricolmo di scarafaggi) a Kerkenna e la mattina dopo ci svegliammo al suono di “Talking about the revolution” di Tracy Chapman circondati da burrosi tedeschi che sorseggiavano bevande colorate. Cioè: si poteva parlare di rivoluzione con questa bevanda colorata in mano e qualcuno &#8211; laffuori &#8211; chiaramente rosicava, avendone anche un motivo. Era evidente il fatto che qualcuno rosicasse, mi chiedevo quando mai uno di LORO avrebbe aggredito il burroso tedesco o anche &#8211; per somma sfiga &#8211; anche me. Sono passati vent’anni e qualcuno ha pensato bene di dare un mitragliatore al rosicone, mentre quelli che sta cosa l’avevano capita, cioè i giovani rivoluzionari tunisini, dei resort si disinteressarono vieppiù perché il problema era il dittatore tunisino, non il burroso tedesco.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Che poi il serio problema del mare a Kerkenna è che non ti puoi fare il bagno. Cammini tra i sassi con l’acqua alle caviglie per chilometri. Neanche se ti sdrai lungo fai veramente il bagno. Ma quanto è meglio Lido dei Pini?</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Vabbene, ora basta co sti ricordi. Riprendendo il filo, una variante del tema “rompere il cazzo” è: “noi abbiamo delle responsabilità e non facciamo niente”. Ma non è vero che non facciamo niente. Abbiamo delle responsabilità e diamo ragione a quelli sbagliati. E’ deprimente.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Certo, non è che se invece fai il fricchettone restandotene a sudare nella branda di quell’albergo allucinante a tremila lire a notte dove dormivamo noi, allora devi tifare che qualcuno faccia esplodere l’Hotel des Palmes con tutti gli occidentali dentro, perché è colpa loro che fa caldo. E nessuna teoria del complotto potrà mai traformare un qualunque ospite dell’Hotel des Palmes in un responsabile del fatto che hai caldo.</p>
<p><strong>Lorenzo. </strong>Io direi, inoltre, che ti poni il problema di sudare (il meno possibile) in branda quando è evidente che all’Hotel des Palmes non ci potrai stare tre mesi di fila. Ad esempio quando vai a fare un lavoro o a studiare, a fare una ricerca. Ci ho questo esempio paradossale. A Zanzibar conobbi un giovane antropologo americano che veniva ogni giorno all’Archivio Nazionale perché era l’unico posto, al tempo, in cui poter godere dell’aria condizionata senza sembrare un colonialista stronzo. Studiava “l’identità araba in Africa Orientale”. Faceva ricerca sul campo, lui.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Ti faccio notare che l’antropologo americano è un ricordo.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Ci hai ragione. Ma l’antropologo può servire come esempio per partire su un altro tema collegato. Urge un qualche ragionamento sul far politica in questo contesto.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> I tempi della politica non stanno appresso all’emergenza, quindi ogni iniziativa politica sembra segnare il passo. Solo il volontariato sembrerebbe funzionare come reazione automatica all’allarme costante, ad esempio nel caso dei rifugiati o delle guerre che si combattono davvero, quelle che di santo hanno davvero pochissimo, da una parte e dall’altra.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> La cronaca ti piglia sul presente e non lascia spazio all’approfondimento, che sarebbe sostanza dell’agire politico finalizzato a trovare soluzioni durature ai problemi. Invece i problemi coi quale ci confrontiamo, guerre, rigugiati, terrorismo, investono una dimensione di protagonismo emergenziale. Molto volontariato si spiega così, come una risposta all&#8217;emergenza. La politica ha i tempi lunghi e morti della militanza, quindi non acchiappa più, mentre il volontariato è rapido, adrenalinico, molto diretto, va sul bisogno concreto, dà soddisfazione immediata, come una botta di qualcosa di buono. È antidepressivo, mentre la politica è depressiva, troppa autocritica, troppe chiacchiere, poca azione, poca concretezza. Ma solo la politica basata sull’elaborazione critica di profondità può contribuire a demistificare i collegamenti abusivi tra i vari problemi, che risultano da sintesi di carattere ideologico.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> In effetti, la visione egemonica al momento condivide molti aspetti del complottismo tradizionale, proprio nel senso che vuole collegare a tutti i costi cose che non hanno un collegamento tra loro, o ne hanno uno davvero labilissimo.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Certo, la visione egemonica, come i deliri complottisti, mira ad identificare una ipotassi dove in apparenza si registra una paratassi. È il bisogno di trovare un collegamento gerarchico tra i fatti, una ragione che spieghi tutto in maniera coerente, piuttosto che sforzarsi di immaginare uno meccanismo lineare di sviluppo in grado di far emergere il significato. Se l’attentatore omofobo di origini afgane del Pulse, quello tunisino di Nizza, quello tedesco di origini iraniane di Monaco che ce l’ha coi turchi e il golpe turco istesso fossero soltanto le pedine di un complotto mirato ad un qualsiasi fine, ecco che la spiegazione suonerebbe rassicurante. C’è una regia, non preoccupiamoci. Cioè, non è che può davvero accadere di tutto ovunque in qualsiasi momento, ecco.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Abbiamo anche gettato delle basi per affrontare la questione del complottismo, che non siamo riusciti a discutere. Speriamo davvero che prima della prossima puntata nessun altro inerme debba rimetterci la pelle in mezzo alla strada mentre prova a vivere la propria vita. Né in Europa, né in Medio Oriente, né altrove nel mondo.</p>
<p><strong>Lorenzo. </strong>Hai detto bene: altrove nel mondo. 80 morti a Kabul. E raccontarne il senso significherebbe aprire il file Afghanistan. Per oggi è troppo. Faccio solo notare che i giornali non aprivano con l&#8217;Afghanistan da almeno tre ziliardi di click.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Magari salta fuori anche chi ti collega l&#8217;attentore del Pulse di origine afgana al fatto che un gruppo di poveri cristi manifestava a Kabul per avere l&#8217;energia elettrica. Magari intervistano il levriero afgano di un ex marine, che ne sai. Roba che alla fine è meglio il sano complottismo.</p>
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		<title>Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jul 2016 12:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas (Il dialogo aiuta. Ci siamo messi a parlare, ci siamo dati una grammatica. Che poi&#160;da&#160;piccoli volevamo essere Wu-Ming pure noi. Di recente abbiamo scoperto che invece eravamo Arya Stark, ma non ci abbiamo più l&#8217;età per fondare un collettivo) Lorenzo. Stavolta l&#8217;assassino ha detto “Allah akbar” proprio alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><em>(Il dialogo aiuta. Ci siamo messi a parlare, ci siamo dati una grammatica. Che poi&nbsp;da&nbsp;piccoli volevamo essere Wu-Ming pure noi. Di recente abbiamo scoperto che invece eravamo Arya Stark, ma non ci abbiamo più l&#8217;età per fondare un collettivo)</em></p>
<p><b>Lorenzo.</b> Stavolta l&#8217;assassino ha detto “Allah akbar” proprio alla fine, prima di venire ucciso. Beveva, amava la salsa, non faceva il digiuno, nessuno l&#8217;ha mai visto in moschea, a Nizza. Era un violento che picchiava la moglie, era stato in prigione per reati comuni, aveva debiti. Ciò che lo lega all”integralismo islamico” sarebbe suo padre. Il quale, rivelano, in Tunisia è iscritto a Ennahda, cioè quel partito che dopo la rivoluzione del 2011 ha governato la Tunisia per qualche anno, ha perso le elezioni, è passato all&#8217;opposizione, ha formato un governo di coalizione coi vincitori, ha sancito nelle ultime settimane la propria separazione dalla famiglia dell&#8217;islam politico, da cui proviene. O sarebbero non meglio identificati “parenti” &#8211; con i quali non aveva più rapporti da anni – che “sarebbero stati condannati durante il regime di Ben Alì, e avrebbero poi approfittato dell&#8217;amnistia per uscire di prigione” (<a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/07/15/chi-e-mohamed-lahouaiej-bouhlel-il-killer-della-strage-di-nizza_c844361b-c791-49d9-95d6-4296ff6ba87f.html">cit.</a>). Incidentalmente dal padre dell&#8217;assassino veniamo a sapere qualcosa che un padre generalmente sa: suo figlio era un depresso. Forse avremo contezza di cosa c&#8217;era in casa sua, nel suo computer. Troveremo certamente qualcosa che riguarda lo Stato Islamico, il suo “percorso di radicalizzazione” che, ancora da quanto <a href="http://www.liberation.fr/france/2016/07/17/deux-nouvelles-interpellations-dans-l-enquete-sur-l-attentat-de-nice_1466664">dichiarava ieri&nbsp;Cazeneuve</a>, sarebbe avvenuto “très rapidement”.</p>
<p><b>Anatole</b>. Il <i>profàilin</i> del terrorista che emergeva già nelle prime ore di venerdì da un <a href="https://www.theguardian.com/world/2016/jul/15/bastille-day-truck-driver-was-known-to-police-reports-say?CMP=twt_gu">articolo del <i>Guardian</i></a>&nbsp;lascia in effetti piuttosto disorientati. Innanzitutto non si capisce bene se Lahouaiej Bouhlel fosse cittadino francese di nascita tunisina o tunisino con permesso di lavoro in Francia. Secondo poi emerge che trattavasi di avvenente criminale da strapazzo, vagamente somigliante a Clooney, con una confermata passione per la salsa e la figa. In terza istanza, ma forse è il dettaglio fondamentale, scopriamo anche che “non salutava mai”, anzi era spesso piuttosto imbronciato.</p>
<p><b>Lorenzo.</b>&nbsp;Né la cosa ha preso un aspetto più spiegabile col tempo. Alla fine si è capito che era tunisino con ex-moglie francese di origini tunisine. Divorziato e incazzato per questo. Ma appunto diciamo che il profilo non cambia di molto. Capiamo che andare a vedere cosa diceva nel 1938 il fratello di suo nonno non porta a granché, cioè, non viene fuori il ritratto morale di Saladino tracciato da Ibn Shaddad nel <i>Nawadir Sultaniyya</i>, diciamo. Forse serve a rafforzare il pregiudizio di conferma di qualche islamofobo. Certo potremo&nbsp;provare a farne letteratura, <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/16/news/il_killer_anonimo_e_il_suo_demone-144210547/?ref=HREC1-4">a un certo punto</a>, con risultati sicuramente discutibili. È la sindrome del cronista che voleva fare lo scrittore di gialli <em>hard boiled</em>.</p>
<p><b>Anatole.</b> Nel disperato tentativo di collegare questo personaggio equivoco al Califfato, a poche ore dai fatti e senza alcuna rivendicazione pervenuta,&nbsp;<i><a href="http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2016/07/15/01016-20160715ARTFIG00004-attentat-de-nice-une-methode-qui-rappelle-des-consignes-de-l-etat-islamique.php">Le Figaro</a>&nbsp;</i>si affretta a spiegarci&nbsp;che «en septembre 2014, un important cadre de l&#8217;Etat islamique appelait ses partisans à utiliser n&#8217;importe quel moyen pour tuer, y compris des véhicules-béliers». Quello che a noi sembrava una versione sbroccata debbrutto di <em>GTA San Andreas</em>, è in realtà quasi una <i>fatwa</i> di un importante “quadro” dello Stato Islamico, che con tutta probabilità&nbsp;scoatta pure lui al celebre videogioco sul telefonone. La notizia è l’Isis e ce lo devi mettere per forza, roba che davvero, paradossale quanto possa sembrare, Guglielmo di Tiro nel XII secolo mantiene margini di maggiore obiettività deontologica, fin dal titolo, forse proprio perché mette i fatti in prospettiva storica.</p>
<p><b>Lorenzo.</b> Di sicuro se in Francia fosse in ruolo il reato di “integralismo islamico” così come viene definito da Meloni&amp;friends in una petizione popolare che avrebbe l&#8217;ambizione di essere discussa in parlamento, <a href="https://www.facebook.com/giorgiameloni.paginaufficiale/photos/a.343277597644.155355.38919827644/10154290489127645/?type=3&amp;theater">propagandata in pompa magna</a> con tanto di poster giusto il 14 luglio, non avremmo evitato la strage. Certamente avremmo dato un argomento in più a uno come Mohamed Lahouaiej Bouhlel. Avrebbe pensato che questa sua radicalizzazione lampo poteva avere ancora più senso. Avesse connotati di realtà, a fronte di un crimine che stava per commettere.</p>
<p><b>Anatole. </b>Comunque la Francia, nel suo tentativo di voler somigliare all’idea che la Francia vorrebbe avere di sé stessa, se ne avesse una, coniuga la Marianne con Luigi IX, in un sincretismo che definirlo postmoderno è riduttivo. Secondo la scaletta della narrazione a una certa <i>Méssier le Presidànt</i> deve orientare lo <i>storitèllin</i> dei tragici fatti, spiegandoci nei seguenti termini come un corriere sui trent&#8217;anni alla guida di un TIR abbia ammazzato circa ottanta persone: «la France a été frappée le jour de sa fête nationale, le 14-Juillet, symbole de la liberté, parce que les droits de l’homme sont niés par les fanatiques et que la France est forcément leur cible». Siamo già apertamente nel campo dello scontro di civiltà, anzi, della civiltà conquistata liberando la Bastiglia, contro la barbarie di chi nega la validità della Dichiarazione&nbsp;dei diritti dell’uomo e del cittadino. Fa seguito un rinnovato appello allo stato di emergenza, prolungato oltre il 26 luglio: «j’ai également décidé de faire appel à la réserve opérationnelle, c’est-à-dire à tous ceux qui à un moment ont été sous les drapeaux ou dans les effectifs de la gendarmerie pour venir soulager les effectifs de policiers et de gendarmes, a-t-il ajouté». Ad esso si abbina con pertinenza veramente labile un discorso sulla sicurezza delle frontiere: «nous pourrons les déployer sur tous les lieux où nous avons besoin d’eux et en particulier pour le contrôle des frontières». Pareva infatti di capire che l’attentatore avesse regolare permesso di lavoro, mentre quelli quelli operativi contro Charlie Hebdo, al Bataclan, al Carillon, allo Stade de France avevano proprio il passaporto. Sennonché, con tutta evidenza, l’associazione tra il terrorismo dell’Isis e l’emergenza dei profughi che scappano dalla guerra in Siria è troppo ghiotta perché anche il presidente di uno degli stati più potenti del mondo possa sottrarsi. È questo il trampolino&nbsp;logico che&nbsp;Hollande impiega per tuffarsi&nbsp;nel proclama della guerra santa: «nous allons renforcer nos actions en Syrie et en Irak». Sottolineando che «nous allons continuer à frapper ceux qui nous attaquent dans leur repaire», ci ricorda che noi europei stiamo facendo questa cosa da un bel po’ di tempo, così da aver qualcosa da dire quando ci domandano cosa si stia facendo per impedire che ottanta persone trovatesi là per caso muoiano così, senza un vero motivo che le riguardasse davvero, neanche remotamente, come d’altra parte centinaia di migliaia di altre in ogni parte del globo terraqueo, soprattutto in Siria e in Iraq. E bisognerebbe ricordare a Hollande che Luigi IX avrà anche conquistato Damietta, ma è morto di diarrea nel 1270, dando battaglia all’emirato di Tunisi per dar retta a Carlo d’Angiò.</p>
<p><b>Lorenzo</b>. E chiaro che la Francia, nonostante le mutatissime caratteristiche di questo suo popolo, non è riuscita a definirsi mai altro che una Nazione compatta e coesa su ideali e concetti cristallizzatisi ormai da troppo tempo: patriottismo, laicité ecc. Il coro francese era già stonato dopo Charlie Hebdo, quando alcuni facevano notare che in certe aree di Parigi, e anche altrove, le marsigliesi non risuonavano affatto e le retoriche unitarie proprio non facevano breccia. In questa cosa Hollande o Figaro sono uguali. E spasmodicamente cercano in qualche paffuto criminale che si diverte a fare i Bignami del terrore una conferma al loro argomento. Il ché finisce per dare un rilievo gigantesco al criminale stesso, il quale poi se la ride sapendo che domani potrà ruttare su Twitter trovando un certo riscontro. E comunque tutto ciò non significa che abbia ragione chi dice che questa non conformità debba essere cancellata. Significa invece che occorrerebbe uscire da un vicolo cieco in cui gli unici a giocare sono i Le Pen e i terroristi.</p>
<p><b>Anatole</b>. Certo i picchi di svalvolamento che si toccano in Italia, da nessuna parte mai. Esempio top è il mirabile scambio twitter tra Paola Ferrari, giornalista sportiva, e Rita Dalla Chiesa, presentatrice e giornalista, forse, pure lei. La prima delle due s’inalbera affermando che “loro fanno a pezzi donne e bambini, noi rispondiamo con le cerbottane”. Loro chi? Gli “slamici”? Noi chi? Veramente boh… Poi arriva a proporre di revocare il passaporto europeo ai magrebini arrivati negli ultimi vent’anni, figli compresi, senza che sia chiaro cosa sia il passaporto europeo (ogni Stato rilascia un passaporto nazionale, poi l’accordo di Schengen regola il transito transfrontaliero), né quando e in quale paese europeo si sia deciso di conferire così, scialla, la cittadinanza a un magrebino sopraggiunto negli ultimi vent’anni. È il paradigmatico caso raccontato da Guzzanti <a href="https://www.youtube.com/watch?v=kAZCyzvaHh4">nel famoso sketch </a>de <i>Il caso Scafroglia</i>, al telefono col solito ascoltatore che confonde una parola per l’altra, nel caso specifico “la Fallaci” con l’ipotesi che la guerra al terrorismo “la fa l’ACI” (ma anche le “leggi laziali” invece che “razziali” in altro meraviglioso analogo sketch).</p>
<p><b>Lorenzo</b>. Se anche volessimo prendere per buoni questi vaneggiamenti, che peraltro riecheggiano cose dette da Donald Trump, se cioè anche ci si mettesse con la tigna a cacciare tutti i musulmani o supposti tali dall&#8217;Europa ci ritroveremo un tedesco squilibrato <a href="http://www.corriere.it/esteri/16_maggio_10/terrore-stazione-monaco-aggredisce-passeggeri-col-coltello-4c0fc04a-1678-11e6-a3a2-ca09c5452a5d.shtml">che accoltella gente nella metropolitana di Monaco</a> urlando “Allah akbar”. E allora, forse, procederemmo alla eliminazione di qualsiasi “contenuto islamico” (qualsiasi cosa ciò voglia dire) dal web, dal mondo dell&#8217;informazione, dai libri. Bandiremmo qualsiasi cosa che potenzialmente serve a una donna per coprirsi la testa, anche. Non so, fate voi, il fatto è che così non si va da nessuna parte, o meglio: si dà ragione a una infame banda di criminali che ha capito come farsi pubblicità a gratis. <i>E, in cambio, si diventa Israele.</i></p>
<p><b>Anatole. </b>Ad ogni modo, non si fa in tempo a provare tutto lo scoramento del caso che, fermi tutti, alle 12:30 arriva a <i>Uno Mattina</i> l’intervista al classico “italiano a Nizza”. Secondo la sua rivelazione scùp pare che non sia per niente bello trovarsi inseguiti da un TIR guidato da uno che spara, mettendo sotto chiunque trovi sulla sua strada. E comunque, se non ce ne fossimo accorti, la polizia è intervenuta male e in ritardo. Grazie, era venuto anche a noi il sospetto che altrimenti il “camion della morte”, già così battezzato a quel punto, difficilmente sarebbe arrivato sulla Promenade des Anglais durante la festa del 14 luglio (dopo averla perlustrata col camion nei giorni precedenti, come si scopre in seguito) così, andando a passeggio, in una città che il sindaco ha trasformato nella casa del Grande Fratello,<a href="http://www.liberation.fr/france/2016/07/15/securite-le-paradoxe-nicois_1466363"> installando 1000 telecamere</a>. Dopodiché, nel pomeriggio, il sistema infomediatico ci giudica pronti per le analisi sociogeopolitologicomilitari, tra le quali merita certamente una menzione Bremmer, che intervistato dal Corriere della Sera, ci spiega come «circa l’8% della popolazione non si sente francese». Viene fatto di pensare che a Castropignano, invece, si sentano tutti molto molisani e per questo nessuno ammazzi ottanta persone alla festa del santo patrono col trattore.</p>
<p><b>Lorenzo. </b>Ma dice che bisogna fare qualcosa, sennò non sai cosa ti puoi aspettare quando esci di casa. Ma come fai a prevenire il fatto che magari uno, a una certa, decide di andarsi a suicidare in maniera stragista chissà dove? Semplice: lo devi integrare. Integra l’integralista. A forza proprio: adesso ti integro, faccio proprio una legge, speculare rispetto a quella che vuole Meloni. Che così arriviamo a fare come in Israele: “un Paese democratico dove però popoli di diversa origine vivono in modo separato” (<a href="http://www.corriere.it/esteri/16_luglio_15/piano-speciale-integrazione-o-servira-modello-israele-2b78d43e-4a2b-11e6-8c21-6254c90f07ee.shtml">cit.</a>). Stranissima idea di integrazione, ma se ci evita di morire sotto un TIR, e non lo so se funziona eh, che ti devo dire, stiamoci&#8230;</p>
<p><b>Anatole</b>. … (riflette)</p>
<p><b>Lorenzo. </b>Altri ancora <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-07-15/mobilitazione-e-intelligence-cosi-israele-si-difende-quasi-70-anni-121157.shtml?uuid=ADZScLt&amp;refresh_ce=1">riportano</a> che il modello israeliano “va per la maggiore”. Dopo gli attentati di Bruxelles il mantra era la debolezza del Belgio, stato fallito che fa finta di essere Europa. Stavolta il coniglio dal cappello è il “modello Israele”. <a href="http://www.agi.it/estero/2016/07/15/news/ecco_come_sfuggire_a_un_attacco_terroristico-941097/">Come dice </a>l&#8217;esperto di sicurezza Carlo Biffani, &#8220;bisogna sviluppare una mentalità diversa per la propria sicurezza, proprio come avviene in Israele&#8221;. Diciamo che di fronte al rischio Eurabia si paventa un rimedio: Eusraele. Ma davvero?</p>
<p><b>Anatole</b>. Ad ogni modo, a concludere questo delirante percorso nell’<i>infotainment</i> di un comune venerdì estivo, uno dei tanti possibili nella giungla digitale, tutti ugualmente deliranti, ecco che arriva il video di quando la polizia spara il terrorista, <a href="http://nypost.com/2016/07/15/this-is-the-moment-police-killed-the-bastille-day-attacker/?utm_campaign=SocialFlow&amp;utm_source=NYPTwitter&amp;utm_medium=SocialFlow&amp;sr_share=twitter">presentato con entusiasmo dal New York Post</a>, ma probabilmente da infinite altre testate di analogo spessore in giro per il mondo.</p>
<p><b>Lorenzo</b>. … (riflette)</p>
<p><b>Anatole. </b>Quando tutti hanno detto tutto, cioè praticamente niente, e si profila l’arrivo della sera, con l’inevitabile profluvio di demenza politica televisiva, ecco che provvidenzialmente piove la notizia del colpo di stato in Turchia. È come quando stai per rassegnarti al <i>Processo del lunedì</i> e invece scopri che la Roma gioca il posticipo. Folle che sia, pare che la cronaca permanente sta sostituendo l&#8217;approfondimento giornalistico e la politica. È una continua emergenza, alla quale non si fa neanche a tempo a rispondere. Dacca, Brexit, Nizza, la Turchia e adesso qualcosa d&#8217;altro, speriamo, così da poter evitare di pensare. Mentre a quel punto si rincorrono le speculazioni sul colpo di stato turco, si rimane di fatto con l’impressione che si aveva ieri o l’altrieri, o il giorno prima e quello prima ancora, almeno da quando abbiamo scoperto che potevano spararti per strada mente cazzeggiavi così con una birra in mano, al <i>Carillon</i>, per esempio. Che cioè questo terrorismo, forse tutto il terrorismo, funziona che il terrorista afferma una cosa non vera sparando a qualcuno o tirando giù un palazzo con una bomba o un aereo o in tutti quei modi molto terroristici. Se nell&#8217;ambito del consesso democratico colpito dall’azione terroristica si fosse tutti d&#8217;accordo che la cosa affermata dal terrorista è falsa, non perché affermata in maniera terroristica, ma perché proprio falsa, si potrebbe catturare il terrorista, punirlo secondo la legge e la cosa con grande probabilità finirebbe là. Invece all’interno del consesso democratico comincia un dibattito surreale tale che, paradossalmente, quelli che si presentano come i maggiori avversari del terrorista sostengono che il terrorista abbia ragione.</p>
<p><b>Lorenzo.</b> E qui torniamo a Meloni. Seguendo la sua fine logica giuridica potremmo promuovere una legge sul reato di Meloni. Torniamo anche a Trump, le cui immaginate espulsioni di nonsisacchì, sono auspicate dal portavoce del Neocaliffo proprio per eliminare tutto quello che c&#8217;è in mezzo fra Trump e Stato Islamico, cioè noi. Come <a href="http://espresso.repubblica.it/internazionale/2016/07/15/news/attacco-a-nizza-l-esperto-voglio-fare-dell-europa-un-gigantesco-israele-1.277420?ref=HRBZ-1">dice Francesco Strazzari</a>: ”Vogliono fare di tutto l&#8217;Occidente un gigantesco Israele&#8221;. E noi che facciamo? Diciamo: “Sì, in effetti è una buona idea”. Ma questa visione del terrorista che vuole israelizzare il mondo è una cosa mezza matta, come se il terrore avesse come scopo il terrore e basta, la vendetta magari. Da <em>GTA San Andreas</em> a <em>Game of Thrones</em>, praticamente.</p>
<p><b>Anatole. </b>Certo, tanto da questo dibattito il terrorista è completamente escluso, non solo come interlocutore, la qual cosa è inevitabile, ma anche come soggetto portatore di un argomento dotato di una qualche concreta validità, o meno. All’interno del consesso democratico che era originariamente l&#8217;obiettivo del terrorismo si creano due partiti che configgono tra di loro. Da una parte si schierano quelli che danno ragione al terrorista, anche se in apparenza sembrerebbe che stiano dandogli contro, dall’altra quelli che dicono tutto il resto, qualunque cosa pensino, ma vengono etichettati come coloro che sono dalla parte del terrorista, anche se dicono che ha torto.</p>
<p><b>Lorenzo. </b>I leggendari buonisti. Il cancro dell’Occidente. Quelli che Breivik vuole genocidare avendo già dato prova di saperlo fare. Oggi su Facebook mi è capitata una tipa che, sotto sotto, mi riteneva responsabile del massacro di Nizza perché ho scritto un libro divulgativo sull’Islam. Le spiegavo che nel libro si racconta dei primi attentati suicidi ma niente, era fissa su Nizza, anche osare un argomento rimontante al giorno prima era per lei una specie di dichiarazione di colpevolezza, di correità. Come se non avesse senso ragionare su come tutto ciò ha avuto inizio. Come se il terrorista non lo si debba studiare, per provare a sconfiggerlo bene. Sempre che il vero nemico continui ad essere il terrorista, perché dopo un tot, quando la minaccia si abbassa, viene più spontaneo prendersela col buonista.</p>
<p><b>Anatole. </b>Il terrorista, volendosi mettere per un istante dalla parte sua, se non altro per capire come possa confrontarsi con questa paradossale situazione, non aveva naturalmente capito nulla del consesso democratico che egli ambisce a terrorizzare, che cioè si trattasse in ultima istanza una gabbia di matti, ed è altamente probabile che rimanga molto disorientato lui stesso. Sulla base della reazione ai suoi gesti, può fare una cosa e una sola, cioè ripetere la cosa falsa che aveva detto allo stesso modo in cui l’aveva detta, magari tirando ottanta persone sotto a un camion mentre spara a quelli intorno, alla maniera di uno di quei videogiochi che l’iconoclastia del suo mal recepito credo, ben abbinato, si diceva, alla salsa e alla fica, dovrebbe vietargli, ma, come anche s’è accennato, una botta di <em>GTA San Andreas</em>&nbsp;sul&nbsp;telefonone di sicuro ogni tanto gliela dà. Dagli e dagli, coloro i quali si sono costruiti un personaggio schierandosi ferocemente contro di lui, anche se in realtà gli danno ragione, vincono la battaglia all&#8217;interno del consesso democratico, dimostrando, paradossalmente, che l’argomento falso sostenuto dal terrorista è invece vero.</p>
<p><b>Lorenzo</b>. E quindi va a finire, ripeto, che dobbiamo fare come Israele, Bremmer appunto. Cioè, sempre ammesso che il terrorista abbia davvero come finalità il terrorismo e nient’altro, cioè, non è che gli diciamo “fatti una vita” in qualche modo. No, anzi, gli creiamo il contesto ideale per continuare a fare il suo terrorismo, come se piacesse anche a noi. Cosa che in un certo qual senso è anche vera. Cioè, non a noi, ma a quelli che di casa non vogliono proprio uscire, animati dallo stesso rosico sociale del terrorista nei confronti di chiunque abbia una vita.</p>
<p><b>Anatole:</b> Certo, il terrorismo è la situazione ideale per quello che “ci aveva judo”, che alla festa non l’avevano invitato. Quindi questa di “e noi fare-emo / come Isdraele” &nbsp;è una nuova, che va ad aggiungersi alla grandissima al conflitto di civiltà, alle nostre donne da difendere, allo scandalo del velo, all&#8217;isolamento delle periferie, all’islam moderato che non si schiera, alla minigonna, al crocefisso in classe e tutti i santi in colonna, alle abitudini alimentari difformi, al colonialismo, al postcolonialismo, al transpostcolonialismo, alla barbetta del profeta, alla tunica e i jeans del ricchissimo armamentario degno di un sussidiario delle elementari degli anni sessanta. Solo noi non avevamo capito che erano chiari indizi di una guerra di religione, che in realtà nessuno sta veramente combattendo. Però suona così facile al pubblico dei canali generalisti, alla gente comune, a coloro i quali, in ultima istanza, non hanno idea di cosa si stia parlando, né gliene frega niente, perché trattasi di fenomeno che riguarda nei fatti solo chi esce di casa sua ogni tanto, cioè pochissimi, che alla fine “vabbene, dai, facciamo che era una guerra di religione e diciamo che la stavamo combattendo davvero”. “Io ero Goffredo di Buglione e tu Pietro l’Eremita, andiamo a liberare il Santo Sepolcro”, anche se non sappiamo chi fossero&nbsp;né l’uno, né l’altro e trattasi di fatti capitati circa mille anni fa’ (“e comunque Pietro l’Eremita fallo te, che io voglio lo spadone +5, tu pigliati la mazzarocca +3 contro gli infedeli o il bastone che diventa un zerpente”).</p>
<p><b>Lorenzo. </b>Certo, i martiri di Otranto, l&#8217;assedio di Vienna, Marco da Aviano, la battaglia di Lepanto, la Lega santa. Tutta roba che ritorna in circolo al netto della critica storiografica, che in questo presente non esiste più (con eccezioni <a href="http://www.corriere.it/cultura/16_maggio_16/libro-vito-bianchi-laterza-otranto-martiri-c1999354-1b78-11e6-92fb-c69e56231518.shtml">come questa</a><i>)</i>. Se vuoi raccontare una crociata deve essersi svolta una crociata, o almeno dovrà essere in corso, altrimenti devi inventarti una serie di cose che ci somigliano, senza nemmeno sapere come dovrebbe essere una crociata. E se vuoi raccontare una crociata che non c’è, se proprio vuoi cimentarti nell’arte dello storitèllin, almeno leggiti come la raccontavano i professionisti, che ne so, Usama bin Munqidh, Ibn Wasil. Abu Shama al-Maqdisi e così via: c’è <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/aa.vv./storici-arabi-delle-crociate/978880618453">la traduzione di Gabrieli </a>per Einaudi, si tratta di aprire un libro, daje&#8230;</p>
<p><b>Anatole. </b>&nbsp;Ma anche Guglielmo di Tiro, o la sua traduzione francese nel manoscritto francese <a href="http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9062228b/f3.image">22495</a> della Bibliothèque Nationale de France, ci sono pure le <a href="http://manuscriptminiatures.com/search/?manuscript=4272">figure</a>. Evidentemente la vulgata postmoderna si figura e rende meglio la crociata come il mischione del videogioco d’azione in cui corri forte sul camion, possibilmente armato, con un’avventura di Dungeons &amp; Dragons narrata male. Forse se te la devi leggere sul telefonone a colori viene meglio così. Certo, se vuoi raccontare una crociata che non c’è senza nemmeno sapere cosa sia, è naturale che fai fatica, ecco. E qui si apre una volta ancora il capitolo dell’emarginazione dei saperi storici dal dibattito su tutto, dunque dello schiacciamento sul presente di ogni riflessione sul presente, esclusivamente spiegato sulla base del presente, col risultato che le minacce del presente certo ci appaiono molto presenti.</p>
<p><b>Lorenzo. </b>Mmmsì… Effettivamente questa cosa di trovarsi a dover raccontare una crociata che non c&#8217;è senza saperla spiega molto dell&#8217;affanno giornalistico. La cosa ha a che fare anche coi tempi dell&#8217;infotainment e i tempi della storiografia, che sono ormai asincroni. Chi scrive sul giornale, oggi, non si sogna nemmeno di poter fare della storia, la cosa non è alla sua portata, e neanche una sua ambizione. Non era così prima dei telefononi. Quanto ai destinatari della monnezza che ne deriva sono immersi in una situazione paradossale: la globalizzazione li sovrasta, li determina, e loro possono solo incazzarsi con le persone sbagliate, ad esempio i politici, che effettivamente decidono ben poco e quindi, by the way, fanno al massimo storitellin. La scappatoia esistenziale che rimane, quando non ci si vuole raccontare questa verità, è teorizzare complotti. Ma vabbene, questa cosa esula un po&#8217;. Bisognerà tornarci però.</p>
<p><b>Anatole.</b>&nbsp;Si, c’è anche, forse, la questione del genere letterario. La cronaca succede in sostanza quando devi fare storia di fatti contemporanei, presenti. Evidentemente il divorzio tra lo storico e il cronista non viene bene quando devi parlare di crociate, un fatto storico, che ti proietta di necessità dentro la storia. <span class="_5yl5">La cosa del genere letterario va approfondita perché anche la cronaca, come tutti gli altri generi, nasce nel medioevo e, come il romanzo, è una degenerazione del racconto storico. Lo storico e il cronista e il romanziere erano tipo la stessa persona. Solo adesso il cronista non sa la storia, e il romanziere non sa niente.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b> (dopo una lunga pausa) Vabbene. Pare a questo punto che il colpo di stato in Turchia sia stato sventato. C’è chi inneggia alla democrazia salvaguardata dal popolo, chi invece tifava golpe, chi parla di autocolpodistato (tutta una parola come autogol?), chi suggerisce che sia stato organizzato dal think-tank di Fassino, mentre il Ministro del Lavoro di Erdogan dichiara pubblicamente che sono stati gli amerikani.</p>
<p><b>Anatole.</b> Per oggi facciamo che stiamo?</p>
<p><b>Lorenzo. </b>Ci possiamo stare. Il complottismo e anche questa cosa del genere letterario la facciamo quando ci abbiamo un attimo. Mo gna famo, veramente.</p>
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		<title>Il male della banalità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Feb 2016 13:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[appello]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[mondo arabo]]></category>
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					<description><![CDATA[di (vedi sotto) Siamo un gruppo di studiosi e docenti universitari di storia, letteratura e cultura dei paesi arabi, africani e islamici, e scriviamo dopo la pubblicazione di alcuni articoli sulla stampa italiana a seguito dei fatti di Colonia. Da essi è scaturito un dibattito pubblico superficiale, incentrato sulla paura dell’Islam, dell’immigrato, dell’arabo; focalizzato, in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di (<strong>vedi sotto</strong>)</p>
<p>Siamo un gruppo di studiosi e docenti universitari di storia, letteratura e cultura dei paesi arabi, africani e islamici, e scriviamo dopo la pubblicazione di alcuni articoli sulla stampa italiana a seguito dei fatti di Colonia. Da essi è scaturito un dibattito pubblico superficiale, incentrato sulla paura dell’Islam, dell’immigrato, dell’arabo; focalizzato, in senso lato, sulla costruzione dell’arabo-musulmano come “altro” e, in quanto tale, “pericoloso”.</p>
<p>Si tratta di un discorso che, come insegna uno dei testi fondanti degli studi post-coloniali (Edward Said, <em>Orientalismo</em>), ha radici storiche profonde, riproponendosi con recrudescenza in ogni momento di crisi.</p>
<p><strong>Riteniamo importante prendere posizione contro la stampa generalista che fa della banalizzazione e della schematizzazione, antitesi di ogni forma di analisi complessa e articolata, il mezzo di un progetto di disinformazione di massa quantomeno preterintenzionale.</strong></p>
<p>In particolare ci ha colpito, il 10 Gennaio scorso, l’editoriale intitolato “<em>Da dove viene il branco di Colonia</em>” di Maurizio Molinari, già corrispondente da Gerusalemme per La Stampa e suo neo-direttore, oltre che autore del controverso instant book <em><a href="http://www.lavoroculturale.org/califfato-del-terrore/" target="_blank">Il Califfato del Terrore</a>. </em> Varie critiche sono state subito mosse al testo, un vero e proprio <em>pamphlet</em>. Ad esempio, il collettivo di scrittori WuMing <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=232500" target="_blank">osserva</a> come “nel generale squallore e servilismo”, sia tuttavia “importante segnalare passaggi di fase, salti di qualità, ulteriori salti in basso e spostamenti a destra”[1].</p>
<p><strong>Concordiamo sul fatto che questo articolo sia un punto di non ritorno dell’informazione di bassa qualità che da anni sedicenti “specialisti” offrono al pubblico italiano.</strong></p>
<p>Ci pare che esso condensi in maniera esemplare una serie di strategie di riduzione del pensiero, di cui riteniamo gravi le ripercussioni sulla formazione dell’opinione pubblica. Nel suo articolo, in un crescendo di affermazioni a dir poco peregrine, Molinari inventa una vera e propria “genealogia della barbarie” araba, che sarebbe, a suo dire, basata sull’ “ancestrale” e “atavico” elemento tribale.</p>
<p>Egli individua nel cosiddetto “senso di appartenenza tribale” la causa degli atti violenti contro le donne a Colonia. Tale sentimento (che Ibn Khaldūn, uno dei precursori della sociologia moderna nel XIV secolo, denomina <em>asabiyyah</em>), sarebbe stato temporaneamente “domato” dalle forme di controllo sociale esercitate dagli stati-nazione mediorientali, e sarebbe ora rinascente in seguito alla parziale disgregazione dei poteri statuali dell’area dopo le rivolte del 2011.</p>
<p><strong>L’editoriale-pamphlet si distingue per i toni caricaturali, per la totale a-storicità della sua fantasiosa teoria, per il disprezzo del più basilare fact-checking, anche in relazione ai fatti di cronaca dei quali pretende di fornire un’interpretazione storica e socio-antropologica.</strong></p>
<p>A fronte di questo pericoloso riduzionismo, crediamo necessario introdurre una riflessione più ampia sul significato e sugli obiettivi del tipo di narrazione mediatica proposta non solo da Molinari, ma da molti giornalisti e intellettuali italiani.</p>
<p>Nel testo succitato, l’autore ribadisce come le violenze sessiste di Colonia siano state causate dal riattivarsi “dell’atavico tribalismo arabo”. I problemi di questa interpretazione sono fondamentalmente due: da un lato si presuppone un “eccezionalismo arabo” che non è fondato su alcun dato empirico; dall’altro emerge una totale ignoranza delle dinamiche storiche di sviluppo sociale e politico dei mondi mediorientale e africano moderni e contemporanei.</p>
<p>Indubbiamente il lealismo tribale è un fenomeno sociale esistente nelle aree geografiche in cui si sono sviluppate la civiltà arabo-islamiche. D’altra parte, esso ha caratterizzato l’organizzazione dei gruppi umani in altre aree del globo le cui società tradizionali erano di tipo segmentario e basate sul concetto di parentela, così come avveniva in Europa perfino all’interno degli imperi plurinazionali ben oltre il tardo Medioevo.</p>
<p>Il tribalismo, quindi, non è ascrivibile specificamente al contesto semitico (pensiamo ad esempio ai clan celtici, alle gentes romane originarie, ai Baschi, alle popolazioni migranti dall’Asia centrale durante il III e IV sec. d.C….) così come pretende una cattiva divulgazione di una certa antropologia de-storificante o pseudo-folklorica intrisa di imperialismo coloniale – dalle cui scorie sarebbe necessario affrancare il discorso pubblico italiano e europeo.  Allo stesso modo, usanze come la razzia o la vendetta sono correlate con l’economia politica di società – per lo più nomadi &#8211; con una precaria disponibilità di risorse alimentari e non, come sembra ribadire il direttore della Stampa, con una supposta inferiorità culturale .</p>
<p>Altri usi o istituzioni citati dal giornalista, sempre a dimostrazione della primordialità, dell’atavismo e della “genetica” incompatibilità tra cultura araba e cultura occidentale, non sono esclusivi delle popolazioni arabo-musulmane (pensiamo all’uso del velo nell’antica Grecia, o a Bisanzio) e vanno invece visti come indicatori di una fase storica associabile alla sedentarizzazione e alla crescente stratificazione sociale ed economico-politica. Tali processi non avvennero certo nel deserto – che fa invece da sfondo a tutta la narrativa di Molinari &#8211; ma in ambito urbano.</p>
<p>L’uso del velo – indicato nel testo pretestuosamente come <em>chador</em>, un tipo di velo specificamente iraniano che poco ha in comune con il “branco” stigmatizzato in quanto proveniente dal Medio Oriente arabo e dal Nord Africa – o l’istituzione dell’harem, sono costruzioni sociali che vanno contestualizzate nel tempo e nello spazio, e che con alcune varianti, sono comuni a tutte le forme di patriarcato.</p>
<p><strong>Nello stesso ordine di riflessioni, la questione di genere nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (generalmente indicati dall’acronimo MENA – Middle East and North Africa region), rappresenta un nodo molto complesso intorno al quale si articola l’evoluzione ugualitaria della società, ma è molto rischioso trattare tale argomento in modo culturalista.</strong></p>
<p>Se è vero che la sessualità è un tabù in molti contesti pubblici (così come avviene, d’altronde, anche nei paesi di tradizione cattolica), affermare che i diritti delle donne nella regione MENA siano minacciati dall’Islam, inteso come entità astorica e misogina in sé, è fuorviante, perché in tal modo si trascura sia l’uso patriarcale dell’Islam a scapito di popolazioni in buona parte analfabete e in condizioni socioeconomiche precarie, sia il ruolo di primo piano svolto dalle donne nelle lotte di liberazione contro l’oppressione coloniale, sia gli sforzi di una parte delle società di quei paesi che attualmente combatte per l’affermazione e il rispetto dei diritti delle donne.</p>
<p><strong>Movimenti femministi, intellettuali, accademici e militanti, di ispirazione religiosa e laica, denunciano da decenni, in varie forme, le discriminazioni di genere; chiedono riforme ai governi, sono promotori di progetti di sensibilizzazione ai diritti umani all’interno delle loro stesse società, propongono reinterpretazioni coraggiose delle Sure del Corano. Quale spazio viene concesso a questi attori sociali sui nostri media? Molto poco.</strong></p>
<p>Esaminare la questione di genere nelle società a maggioranza islamica in modo culturalista significa trascurare i molteplici fattori che determinano la discriminazione e ignorare gli sforzi della società civile in favore dell’uguaglianza.</p>
<p>In una fase così delicata del multiculturalismo europeo e del più ampio contesto geopolitico, una simile analisi è funzionale a una rappresentazione razzista ed eurocentrica dell’Islam e delle culture arabe e dei molteplici mondi “altri” dai quali provengono gli attuali flussi migratori che si cerca di stigmatizzare in massa.</p>
<p><strong>Ci appare pericoloso e irresponsabile, da parte di chi è consapevole di avere una considerevole capacità di influenzare l’opinione pubblica, diffondere rappresentazioni come quelle qui descritte, che contribuiscono non solo alla cattiva informazione, ma spesso alla determinazione degli indirizzi politici e strategici dei governi italiani.</strong></p>
<p>Gran parte della stampa odierna sembra completamente ignorare che gli stati arabi moderni non sono nati attraverso il “magico” contatto con l’Occidente per mezzo di  figure come quella, ridicolamente idolatrata, di Thomas Edward Lawrence, ma da processi di cooptazione dell’autorità locale assai complessi, funzionali a specifiche pratiche amministrative proprie delle potenze coloniali (la cantonalizzazione, il mantenimento di sistemi legali multipli, nazionale e consuetudinario nelle aree tribali, per fare due semplici esempi).</p>
<p><strong>La storia del Medio Oriente e dell’Africa contemporanei non è basata sulla contrapposizione di paradigmi assoluti: tradizione vs/modernità  tribù vs/ Stato.</strong></p>
<p>In quelle regioni, come ovunque, la storia politica e sociale risponde ad un plasmarsi e riplasmarsi di valori simbolici e pratiche di potere, in processi indotti o maturati dall’interno, frutto di dinamiche alle quali non è estraneo il colonialismo europeo – colonialismo che ha spesso impedito l’emergere di strutture di potere alternative a quelle indotte dalle amministrazioni europee. In Africa e in Medio Oriente, cosi come ovunque nel mondo, tradizione e modernità non si configurano come opposti inconciliabili: segmenti di continuità tradizionale si alternano a fratture, in una dialettica che caratterizza tutti i processi culturali.</p>
<p><strong>Tristemente, ci sembra che gli unici soggetti che appaiono impermeabili a queste dinamiche, replicando stereotipi risalenti almeno a duecento anni fa, rimangano i giornalisti e gli intellettuali <em>mainstream</em>, forse più attenti a costruire narrazioni avallanti pratiche securitarie e neoliberiste, che non a spiegare i processi politici in corso.</strong></p>
<p>In effetti, è intellettualmente meno impegnativo accontentarsi di paradigmi interpretativi che imbrigliano la complessità entro categorie fisse e contrapposte, che cercare di restituire le intersezioni della mutevole e molteplice natura dei fenomeni sociali.</p>
<p><strong>Non sono le analisi, giocate su dicotomie e logiche binarie, diffusissime sui maggiori mezzi d’informazione, che offriranno all’opinione pubblica gli strumenti necessari per comprendere il presente.</strong></p>
<p>Al contrario, ora più che mai, familiarizzare con l’idea di complessità e interdipendenza è imprescindibile per evitare logiche di scontro e demonizzazione di differenze reali, e più ancora, immaginate.</p>
<p><strong>Come cittadini e cittadine che da anni si dedicano allo studio del mondo arabo-islamico e delle società a maggioranza musulmana, animati da un forte senso di responsabilità civica, siamo pronti a dare il nostro contributo per svolgere un’azione di divulgazione che consideriamo essenziale nella presente congiuntura storica.</strong></p>
<p>Tuttavia, notiamo con sgomento e con crescente sdegno il proliferare di un giornalismo insinuante e sciatto che strizza l’occhio al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione, che parla di alterità culturale e complesse dinamiche storiche, sociali e politiche con disarmante banalità e ignoranza niente affatto ingenua.</p>
<p><strong>Con uguale preoccupazione osserviamo che, da un lato, questo tipo di giornalismo evita sistematicamente di porre questioni critiche ai nostri governanti sulle loro responsabilità in materia di politica estera e migrazione; dall’altro, l’irresponsabilità dei nostri governanti li spinge ad attingere al giornalismo più approssimativo con l’intenzione di illustrare la complessità del mondo arabo-islamico. </strong></p>
<p>Peraltro, le nuove sfide politiche e sociali che i grandi flussi migratori ci presentano attualmente vengono raramente discusse in relazione al modo in cui le società mediorientali, africane e l’islam sono raccontate e rappresentate.</p>
<p>Troppo spesso tale crisi dell’informazione in Italia e altrove viene giustificata dalle leggi di un mercato in continuo cambiamento, che esige puntualità e celerità della notizia, nonché la sua spettacolarizzazione.</p>
<p>Se la tirannia di una notizia veloce, semplice, e capace di destare interesse pubblico porta al tramonto di analisi capaci di informare in primis, invochiamo un maggior coinvolgimento degli studiosi di queste aree nel processo di creazione dell’informazione, facendo ben attenzione a distinguere tra chi si dice “specialista” senza minimamente entrare in contatto con le società delle quali propone analisi generaliste e sommarie, e chi invece interroga queste società quanto la propria, producendo quello che in gergo si chiama un “sapere condiviso”.</p>
<p><em><strong>Per aderire all&#8217;appello:<a href="mailto:informabene2016@libero.it">informabene2016@libero.it</a></strong></em></p>
<p>[1] Si veda anche la recensione di tutti gli editoriali comparsi sul tema realizzata dal sito “<a href="http://www.valigiablu.it/colonia-i-fatti-le-indagini-le-reazioni-il-dibattito/#dibattito" target="_blank">Valigia Blu</a>”.</p>
<p><em>Primi firmatari:</em></p>
<p><em>Giuseppe Acconcia, Il Manifesto e Università di Londra</em></p>
<p><em>Anna Baldinetti, Prof.ssa associata in Storia dell&#8217;Africa mediterranea e del Medio Oriente, Università di Perugia</em></p>
<p><em>Marta Bellingreri, ricercatrice, reporter Medio Oriente</em></p>
<p><em>Erika Biagini, PhD student at Dublin City University, School of Law and Government, Ireland.</em></p>
<p><em>Francesca Biancani, Docente a contratto, Storia e Istituzioni del Medio Oriente, Università di Bologna</em></p>
<p><em>Sara Borrillo, Post-doc, Dip. Asia, Africa e Mediterraneo, Università L&#8217;Orientale di Napoli</em></p>
<p><em>Estella Carpi, Ricercatrice, Lebanon Support e New York University (Abu Dhabi)</em></p>
<p><em>Marina Calculli, Fulbright research fellow, Institute for Middle Eastern Studies, The G. Washington University</em></p>
<p><em>Clara Capelli, economista esperta di Medio Oriente e Nord Africa, Cooperation and Development Network- Pavia</em></p>
<p><em>Francesco Correale, CNRS &#8211; UMR 7324 CITERES, Tours</em></p>
<p><em>Luca D&#8217;Anna, Assistant Professor of Arabic, The University of Mississippi (Oxford)</em></p>
<p><em>Cecilia Dalla Negra, Giornalista, Vice-direttrice di Osservatorio Iraq &#8211; Medio Oriente e e Nord Africa </em></p>
<p><em>Giulia Daniele, ricercatrice, Instituto Universitário de Lisboa (ISCTE-IUL)</em></p>
<p><em>Enrico De Angelis, American University in Cairo</em></p>
<p><em>Lorenzo Declich, Ricercatore indipendente in Islamistica e Islam contemporaneo</em></p>
<p><em>Sara de Simone, Dottoranda in Africanistica, Università degli Studi di Napoli L&#8217;Orientale</em></p>
<p><em>Rosita di Peri, Ricercatrice, Università di Torino</em></p>
<p><em>Anna Maria Di Tolla, Prof.ssa associata in Lingue e letterature dell&#8217;Africa e dell&#8217;Asia, Università degli Studi di Napoli &#8220;L&#8217;Orientale&#8221;</em></p>
<p><em>Leila El Houssi, Prof.ssa a contratto di storia dei paesi islamici- Università di Padova</em></p>
<p><em>Sara Fani, post-Doc, Dep. of Cross-Cultural and Regional Studies, University of Copenhagen </em></p>
<p><em>Ersilia Francesca, Prof.ssa Associata in Storia dei Paesi Islamici, Università L’Orientale di Napoli</em></p>
<p><em>Gennaro Gervasio, Lecturer in Middle East Politics, The British University in Egypt &#8211; Il Cairo</em></p>
<p><em>Elisa Giunchi, Università di Milano</em></p>
<p><em>Jolanda Guardi, Ricercatrice, Universitat Rovira i Virgili. </em></p>
<p><em>Laura Guidi, Università di Napoli Federico II</em></p>
<p><em>Marco Lauri, Docente a contratto, letteratura e filologia araba, Università di Macerata. </em></p>
<p><em>Pietro Longo, Ricercatore in Storia dei Paesi Islamici, Università L’Orientale di Napoli</em></p>
<p><em>Chiara Loschi, Dottoranda in Scienze Politiche Università degli Studi di Torino</em></p>
<p><em>Adelisa Malena, Università degli studi di Venezia Cà Foscari</em></p>
<p><em>Antonio Manieri, post-doc, Dip. Asia, Africa e Mediterraneo, Università di Napoli “L’Orientale”</em></p>
<p><em>Nicola Melis, Università di Cagliari</em></p>
<p><em>Beatrice Nicolini, Prof.ssa Associata di Storia e istituzioni dell&#8217;Africa, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</em></p>
<p><em>Maria Elena Paniconi, Ricercatrice in Lingua e letteratura araba, Università di Macerata</em></p>
<p><em>Chiara Pavone, Università di Roma.</em></p>
<p><em>Nicola Perugini, Brown University</em></p>
<p><em>Daniela Pioppi, Prof.ssa associata, Storia contemporanea dei paesi arabi, Università degli studi di Napoli &#8216;L&#8217;Orientale&#8217;</em></p>
<p><em>Gabriele Proglio, Assistant Professor in Contemporary History and Postcolonial Studies, Università di Tunisi &#8216;El Manar&#8217;, Research Fellow, European University Institute.</em></p>
<p><em>Marco Reglia, Università di Treiste</em></p>
<p><em>Paola Rivetti, School of Law and Government, Dublin City University</em></p>
<p><em>Barbara Bonomi Romagnoli, giornalista freelance e ricercatrice indipendente</em></p>
<p><em>Marina Romano, Docente a contratto, Storia e Istituzioni del Mondo Musulmano, Università di Bologna</em></p>
<p><em>Monica Ruocco, Professore di Lingua e Letteratura Araba, Università degli Studi di Napoli &#8220;L&#8217;Orientale&#8221;</em></p>
<p><em>Azzurra Sarnataro, Dottoranda Civil, Building and Environmental Engineering, Università La Sapienza di Roma</em></p>
<p><em>Simone Sibilio, Docente di letteratura araba Ca&#8217; Foscari di Venezia, direttore master MiLCO</em></p>
<p><em>Maria Giovanna Stasolla, Prof.ssa Ordinaria di Storia dei Paesi Islamici, Università di Roma &#8220;Tor Vergata&#8221;</em></p>
<p><em>Serena Tolino, Post-doctoral fellow, Università di Zurigo</em></p>
<p><em>Emanuela Trevisan Semi, Università di Venezia Ca&#8217; Foscari</em></p>
<p><em>Rossana Tufaro, dottoranda, Studi sull&#8217;Asia e sull&#8217;Africa, Università Cà Foscari, Venezia</em></p>
<p><em>Hamadi Zribi, collaboratore Tunisia in Red</em></p>
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		<title>Diario parigino 1. Visita alla moschea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2016 13:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[attentati di Parigi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Un po’ di anni fa, sei o sette, ho sentito il bisogno di chiudere i conti con una città dove avevo vissuto in modo discontinuo per un certo periodo di tempo, una città che non era né quella dove sono nato né quella in cui sono cresciuto, una città straniera, molto celebre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/DSC00169-2.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-59253" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/DSC00169-2-300x160.jpg" alt="DSC00169 (2)" width="300" height="160" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/DSC00169-2-300x160.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/DSC00169-2-1024x548.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/DSC00169-2.jpg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Un po’ di anni fa, sei o sette, ho sentito il bisogno di chiudere i conti con una città dove avevo vissuto in modo discontinuo per un certo periodo di tempo, una città che non era né quella dove sono nato né quella in cui sono cresciuto, una città straniera, molto celebre in Europa e nel mondo, ossia Parigi. Per chiudere quei conti, mi sono messo a scrivere. Non sapevo bene cosa né in che forma. Non me ne sono preoccupato e ho continuato alla cieca per diverso tempo. Alla fine, tutto questo scrivere ha assunto la forma di un romanzo dal titolo <em>Parigi è un desiderio</em>, che uscirà in primavera. Quando questo romanzo l’ho consegnato, pensavo di aver esaurito un’ossessione. Così non è stato. <span id="more-58800"></span>Mentre ancora scrivevo, avvennero i fatti spaventosi di gennaio (17 persone ammazzate dai terroristi e 3 terroristi ammazzati dalle forze di polizia) e, a scrittura terminata, i fatti ancor più spaventosi del 13 novembre (130 persone ammazzate dai terroristi e 7 terroristi suicidi o ammazzati dalle forze di polizia). Due scuotimenti brutali, che dalle strade di Parigi si sono trasmessi al mio sistema di conoscenza del mondo, come probabilmente a quello di tante altre persone, europee o meno.</p>
<p>Il regolamento di conti che mi ha impegnato molti anni muoveva da questioni biografiche e circoscritte, ed è stato per queste vie idiosincratiche che ho costruito un certo sguardo sulla città. Ora accade qualcosa di diverso. Delle cose facili da capire e perfettamente enigmatiche, delle cose che ho visto migliaia di volte al cinema e in televisione e che mi sembrano impossibili, delle cose fatte qui vicino, in posti dove io stesso ho messo piede, e che assumono le fattezze di zone oscure, non appartenenti al nostro sistema solare, delle cose che gli opinionisti hanno spiegato in mille modi, anche se tutti molto somiglianti, e che gli analisti politici già sapevano a memoria ancor prima che accadessero, queste cose qui hanno colpito Parigi e a me sembra persino che comincino a mutarne il carattere.</p>
<p>Le stragi di Parigi non costituiscono una novità assoluta. Altre stragi con modalità simili e ancora più sanguinose sono avvenute e continuano ad avvenire in altre parti del mondo. Ma quelle di Parigi, però, parlano <em>a noi </em>in modo più perentorio, a noi parigini, francesi, europei, a tutti quelli, soprattutto in occidente, che stanno ancora dalla parte abbastanza prospera, abbastanza pacificata, del mondo. Ci parlano con l’orrore e l’assurdità dei corpi qualunque trucidati. In altre parti del mondo, è moneta corrente, un esperanto sanguinario che tutti riconoscono, o con cui certuni sanno di farsi riconoscere, al di là delle lingue, culture o confessioni religiose diverse. Per noi, è divenuta la frase al tempo incomprensibile ed eloquente di un oracolo mortifero. Lo chiamiamo <em>sintomo</em>, sintomo di una serie di crisi che s’intrecciano a livello nazionale e internazionale. Sono crisi dell’anima e del petrolio, della civiltà e della metafisica, crisi rispetto a cui, nonostante lo sforzo intellettuale di tanti opinionisti, i francesi, ma anche buona parte degli europei e degli occidentali, percepiscono un disagio che è a un tempo intellettuale ed etico. Questo duplice disagio è quello di chi fa fatica a trovare una chiave di lettura soddisfacente, e nello stesso tempo di chi è pressato, sul piano pratico, della deliberazione quotidiana, a mutare qualcosa della propria condotta di vita. Queste stragi io le ho sentite come un <em>ultimatum</em> indirizzato dalla realtà contemporanea alle forme di vita di noi europei, un <em>ultimatum</em> che dice due cose simultaneamente: “è ora di aprire gli occhi” e “è ora di agire”. D’altra parte, è impossibile agire ad occhi chiusi o con la vista annebbiata, da qui la difficoltà di costruire una visione sufficientemente ampia e articolata, per includere il paesaggio storico dentro cui quegli eventi si sono resi possibili. Nello stesso tempo, quanto ho appena scritto potrebbe essere solo una frase di cerimonia, una cerimoniosa frase di speranza, dal momento che nessuno aprirà davvero gli occhi, e che nessuno farà alcunché in grado di spostare almeno un poco il fronte del conflitto o i termini in cui esso pretende di affermarsi.</p>
<p>In questa situazione, ho deciso di tenere un diario. Come sempre, la scelta del genere non è indifferente. Mi sembra che un diario mi dia la possibilità di costruire dei ponti tra il grande mondo là fuori e la mia piccola vita qui dentro, anche se non c’è nessun dentro e fuori, non ci sono pluralità di mondi, ma c’è un unico mondo in cui siamo brutalmente situati in un <em>stesso tempo</em>, che però non si conosce, che è inconsapevole di sé, dal momento che ciò che ognuno veramente conosce è il <em>proprio tempo</em>, individuale o collettivo, ossia il tempo della propria memoria, della propria biografia intellettuale o collettiva, tempo lacunoso, tempo lentissimo e a volte immobile, tempo di tutti i ritardi e le intempestività.</p>
<p>Non so, in realtà, come funzionerà questo diario, né se sarò sufficientemente motivato a prolungarlo, a fornirgli un minimo di continuità o coerenza. Mi sembra però l’unica forma di scrittura, in questo momento, che mi tenga lontano dall’ambizione dell’<em>opera</em>, quale essa sia (un racconto, una poesia, una prosa) e dall’ambizione del <em>giudizio</em>, ossia dell’intervento teorico, che pretende oltrepassare il proprio oggetto, giudicandolo. Accetterò questa duplice deficienza di <em>forma</em> e di <em>concetto</em>, per salvaguardare una sorta di equanime apertura al mondo, in cui i piccoli fatti e i fatti tremendi si possano intrecciare oscenamente, come in questo appunto tratto dai <em>Diari</em> di Kafka e che mi ha sempre affascinato: “2 agosto [1914]. La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Visita alla moschea</em></p>
<p>Settimana scorsa, alcuni giornali e alcune radio hanno dato la notizia che durante il week-end le moschee avrebbero aperto le porte ai non musulmani, insomma a tutti i francesi che non frequentano questi luoghi di culto. La giornata moschee “porte aperte”, se ho ben capito, avviene in realtà ogni anno, ma forse quest’anno è stata più pubblicizzata. Nella cittadina dove vivo io, a una quindicina di chilometri da Parigi, non ci sono moschee, anche se la comunità musulmana è senz’altro numerosa. Da noi c’era solo una piccola mostra, realizzata nella chiesa protestante – un luogo esageratamente brutto –, riguardante le caricature religiose. Temerari protestanti. In realtà, la mostra è stata programmata nel 2013, e questo mese è stata aperta al pubblico non senza un certo imbarazzo. Mia moglie c’è andata, e mi ha detto che c’era un sacco di gente. Il protestantesimo parrebbe la confessione religiosa più a proprio agio con le caricature e gli atti blasfemi. Si sono allenati fin dal Cinquecento a rappresentare papi come sciacalli divoratori di escrementi.</p>
<p>Non faccio in tempo a parlare a mia moglie di questa faccenda delle moschee aperte, per constatare se la cosa le interessi. Anche lei ha avuto la stessa idea e per di più ha già organizzato tutto. Ha individuato una moschea e domenica partiamo visitarla con nostra figlia di cinque anni. Due atei in visita alla moschea. Mia moglie è di solito più interventista di me. Soprattutto ha una gestione disinvolta e dinamica della logistica. Io esibisco una ricchezza sconfinata di iniziative, di cui solo una ridottissima percentuale viene realizzata, proprio per una certa pigrizia logistica. Partiamo con un tempo da cani. Guida mia moglie (io sono un pessimo guidatore, e mi sono già dimostrato pericoloso per l’incolumità familiare). Ascoltiamo come al solito <em>Police and Thieves</em>, un album di reggae di Junior Marvin del 1977. Da almeno cinque mesi, ascoltiamo in modo particolare le prime due canzoni dell’album, manifestando una inquietante ma irresistibile propensione monomaniacale. Il tempo fa schifo. Enorme pozze ai lati della strada, notte già alle quattro del pomeriggio, pioggia battente. Arriviamo comunque senza difficoltà nel posto dove dovrebbe essere situata la nostra moschea. Siamo a circa quaranta chilometri da Parigi, in una cittadina di quindicimila abitanti. Ci ritroviamo davanti al numero civico. Vi è una cancellata aperta e si entra in un piccolo piazzale. Di fronte un edificio basso e rettangolare, con delle porte sprangate. Sulla prima porta c’è scritto <em>Boxe</em>, sulla seconda <em>Arti marziali</em>. Alla fine, sulla sinistra, avvistiamo una casetta bassa, carina, dipinta di bianco, con della luce alle finestre. Ad ogni finestra vi sono delle tende e non è facile vedere dentro. Sull’angolo, però, c’è una porta finestra. Riesco a scorgere delle persone e una pila di libri, con scritte dorate in caratteri arabi in copertina. Ci siamo. Ma non assomiglia lontanamente a una moschea. Mi viene l’idea di penetrare per la porta finestra, ma mi accorgo che proprio contro di essa è sistemato una sorta di altare, e se insistessi con la mia nota brutalità l’incontro comincerebbe con una sorta di gag disastrosa. Troviamo la buona entrata. Siamo timidi. La porta è aperta, tappeto rosso per terra, scarpiera su di un lato, e qualche paio di scarpe buttate a terra. Mia moglie potrà entrare oppure no? Mi affaccio sulla sala non molto grande. Ci sono una quindicina di persone che già stanno pregando, dandomi le spalle. Solo un giovane appoggiato al muro guarda inespressivamente verso di me. Non mi fa alcun cenno. Aspettiamo. Finalmente arriva un tipo da fuori. È alto, magro, viso aguzzo, qualche dente d’oro, sorridente, indossa una lunga tunica e un berretto scuri. Subito si rivolge a noi, e gli spieghiamo il motivo della visita. Scopriamo che non siamo ovviamente in una moschea, ma in una semplice sala di preghiera, e che essendo una sala piccola non c’è la parte riservata alle donne. Complicazione. Mia moglie quindi non può entrare. Il tipo ci spiega, che dopo la preghiera saranno ben contenti di parlare con noi. Per il momento mia moglie se ne torna in macchina, parcheggiata poco lontano, perché fuori, sulla soglia, fa freddo. Io mi siedo con mia figlia davanti alla porta della sala di preghiera. La litania araba è bella e ipnotica. Non c’è che dire. Con la voce ci sanno fare.</p>
<p>Dopo la preghiera, la maggior parte delle persone se ne va. Mi fanno entrare nella sala. Mia figlia gioca con una coppia di bimbi più o meno della sua età. Mi sento vicino a quei bimbi. Come loro, lì, non ho un ruolo definito. Le bimbe, per esempio, non sono ancora separate dal mondo dei maschi. Privilegio dei piccoli. Non so bene ancora quale delle persone che passano e mi salutano, si occuperà di me. Ma sento che, come è prevedibile, si tratta di una questione di autorità. Il tipo sorridente dal viso aguzzo, comincia a parlarmi. Mi dice subito che è un convertito, e che la fede musulmana è strettamente legata alla pratica, e quindi ha degli alti e dei bassi. Si riferisce alla sua esperienza. Mi basta questo per immaginare un poco la sua storia. Non deve avere alle spalle belle vicende. Consumo di droga, spaccio, condanne per piccoli crimini, o semplicemente una giovinezza dura, sbandata, piena di avvenimenti di cui non si può andare fieri? La credenza religiosa come una solida e completa infrastruttura etica, che ti estrae dalle pastoie della vita, dal disastro della coazione a ripetere, da tutte le fragilità del carattere, le ferite mentali, le amputazioni intime, e ti mette su solidi binari, dentro una rete di rituali certi e ripetitivi, in mezzo a una comunità entro la quale hai il tuo posto assicurato.</p>
<p>Abbandoniamo la sala grande e ci sistemiamo di fronte, in una stanzetta molto più piccola e incasinata, che è riservata in altre occasioni, mi sembra di capire, alle donne. Mi chiedono di mia moglie. Spiego loro che, visto il freddo, si è rifugiata in macchina, in attesa che la situazione si chiarisse. La chiamo per telefono. Siamo in quattro nello stanzino: noi due, un signore che avrà tra i trenta e i quarant’anni, e un altro un po’ più vecchio, con una barba folta e un bel viso segnato dalle rughe, che si è messo a trafficare per preparare il tè. Mi figlia è andata a giocare con l’altra coppia di bambini nella sala della preghiera, che ora è rimasta quasi vuota. Il tipo più giovane inizia a parlarci dell’organizzazione della pratica, delle feste religiose importanti, poi ben presto s’infila in spiegazioni relative al corano, al rapporto tra musulmani, cristiani ed ebrei, cita un numero foltissimo di profeti, e utilizza la metafora del meccanico. Dice che i profeti ebrei, sono venuti per aggiustare le cose, hanno cominciato il lavoro, ma presto non son riusciti ad andare avanti, poi è arrivato Gesù che ha fatto di meglio, infine Maometto a portato a termine il lavoro come dio comanda. (Io ho brandito la mia educazione cattolica come una sorta di lasciapassare o, semplicemente, per rompere il ghiaccio. Ma è anche vero che nei primi scambi con il tipo dal viso aguzzo, ho subito chiarito che non ero credente. E l’informazione secondo me è stata trasmessa al tipo che ci parla, perché in diversi momenti, oltre a nominare cristiani ed ebrei, cita anche gli atei.)</p>
<p>Si definisce molto presto questa situazione. Il tipo, pur non essendo un imam, pare però quello che possiede più autorità religiosa, ed è quasi unicamente lui che ci rivolge la parola. Quello che prepara il tè ascolta in silenzio, e interverrà solo verso la fine. Poi c’è il giovane convertito, che nel frattempo ci ha raggiunto, e che muore dalla voglia di dire la sua, ma si trattiene per ragioni gerarchiche. Le domande che io ho in testa sono di un certo tipo. Sono curioso di capire come funziona una sala di preghiera come la loro, nella società francese di oggi, in un comune un po’ disperso dell’Ile de France. Dietro al fatto religioso, a me interessa il fatto sociale. Il tipo, invece, è assolutamente concentrato sulla dottrina dell’islam, e mi parla di tutti i benefici per l’uomo di avere una fede come quella islamica, che è presentata ovviamente come la migliore in circolazione. Conosco bene questa faccenda. Questo prevedibile proselitismo, che anima anche ogni buon parroco di provincia nel mondo cattolico. Solo che i preti da noi, oggi, sono più disincantati e anche più scafati: la prendono più alla larga. In ogni caso, devo interrompere queste fitte narrazioni intorno al corano o ai tempi pre-coranici, con domande più mirate, che ci portino più verso il presente e la vita di tutti i giorni. Ma è appunto dal presente e dalla vita di tutti i giorni che la narrazione religiosa deve in qualche modo astrarsi, per prendere spazio in una zona franca, al di sopra delle miserie, dei conflitti, delle infinite varietà di circostanze storiche, per ripetere il medesimo <em>plot</em>, sacro e cristallino. D’altra parte, la storia presente è un’immensa palude, che spesso il forsennato volontarismo non rende più percorribile, di quanto lo consenta la narrazione religiosa, con il suo carattere autoreferenziale e fluttuante.</p>
<p>Comunque un vero scambio è avvenuto, nei momenti in cui la macchina del proselitismo s’imballava, e s’imballava anche la mia curiosità preconcetta. Si è discusso, alla fine, della diffidenza reciproca, in un contesto come quello legato agli attentati. Di come sia possibile venirne fuori. Buoni propositi di questo tipo, che però hanno fatto bene a tutti noi in quel momento, per fragili e ingenui che fossero. Mia moglie notava poi che, pur essendo arrivati all’improvviso e in un tardo pomeriggio di domenica, in poco tempo sono stati in grado di accoglierci, di offrirci del tè, e di rendersi disponibili a una lunga chiacchierata. In ogni caso, abbiamo appurato che la sala di preghiera dove siamo finiti nulla c’entrava con l’elenco delle moschee “porte aperte” che erano state segnalate sul giornale. La disinvoltura logistica di mia moglie ha i suoi limiti: nella fretta aveva digitato su <em>google maps</em> una cittadina con un nome simile. E invece di trovarci di fronte a un’autentica moschea in ghingheri, pronta all’accoglienza degli infedeli, eravamo piombati in una sperduta sala di preghiera, lontano dai grandi centri. “Avremmo potuto finire in una sala di preghiera &#8216;radicalizzata&#8217; – scherzo mentre torniamo a casa –, nel buco del culo della provincia parigina, dove un paio di sbandati lupi solitari incapaci di mettere in piedi un serio attentato, cercavano un modo facile per far fuori qualche miscredente. E noi gli saremmo arrivati in bocca.”</p>
<p>Prima di salire in macchina, il tipo dal viso aguzzo ci insegue nel cortile. Vuole farci un piccolo regalo. Tira fuori una boccettina di profumo. Si scusa, è profumo da uomo. Lo ringrazio. Si vede che è contento, e si congratula per il fatto che siamo dei tipi aperti e che si vede, comunque, per via che io bianco sto con una tipa di colore. Non è che dica proprio così, ma salutandoci ci tiene a farci sapere che la sua compagna è africana. Mia moglie è meticcia, madre francese e padre della Guadalupa. La faccenda del <em>metissage </em>è molto importante in un paese come la Francia, ma già lo è anche per l’Italia. Chi corre più veloce, l’odio razziale o l’amore tra le persone? Messa così suona un po’ fiabesca. Eppure non siamo lontani dalla realtà. Più numerosi sono i matrimoni e le unioni miste, più grande è il numero dei meticci in circolazione, e più il razzismo e la sua ossessione identitaria perdono terreno. Qui le statistiche del demografo hanno delle cose da dire. Consiglierei a tutti di leggere un capitolo di <em>Après la démocratie</em>, un libro di Emmanuel Todd, demografo e antropologo, uscito nel 2008 e intitolato <em>Ethnicisation?</em> Non solo per le conclusioni a cui arriva, ma soprattutto per il metodo che utilizza. (Todd non piace, in genere, ai marxisti, per il semplice fatto che non è marxista. Ma questo è un problema di un sacco di persone che si richiamano oggi al marxismo: sono in grado di ascoltare e leggere solo discorsi con il marchio d’origine marxista controllata e garantita. Attitudine deleteria. Chissà chi avrebbe dovuto, allora, leggere il povero Marx, quando ancora non esistevano studiosi e intellettuali marxisti in circolazione?) Se si guardano le società attuali attraverso l’occhio del demografo (e dell’antropologo), oltre ad abbandonare un certo catastrofismo, si rinuncerebbe anche a segnalare una nuova rivoluzione antropologica ogni dieci anni. Vecchia lezione di Musil (e della scuola storica delle Annales): sotto l’agitazione convulsa dell’attualità politica, alcune strutture sociali dipendono da evoluzioni molto più lente e si rivelano sul lungo periodo.</p>
<p>Una cosa mi ha sorpreso della conversazione con il responsabile religioso della sala di preghiera. Non ho mai sentito in lui né vittimismo né spirito di rivendicazione. Ad un certo punto evochiamo le reazioni della società francese nei confronti della popolazione di religione musulmana dopo gli attentati: il rischio crescente di una stigmatizzazione generale, ecc. Lui mi risponde tranquillamente, che tutto ciò non lo riguarda, che insomma non si fa condizionare da questo clima, che continua a seguire come prima la pratica dell’islam, e a portare tunica e berretto tradizionali del praticante.</p>
<p>Mi è piaciuto il giro moschee “porte aperte”. In realtà, sono situazioni di cui vado pazzo: incontrare gente che non c’entra niente con me, e parlare di qualcosa che non sia possibilmente il costo di uno smartphone o il grado di nuvolosità del cielo. Mi è sempre piaciuto poi, da ateo quale sono, dialogare con credenti di ogni genere. C’è sempre un momento in cui vorrei strangolarli, ovviamente. Hanno voglia a spiegarmi che il multiculturalismo è l’ultimo e inevitabile orizzonte del pensiero di sinistra. Dopo un po’ che sento argomentazioni di carattere religioso, che ascolto in una prima fase con diletto conoscitivo, fascinazione, curiosità, subentra una sorta di repentina esasperazione. Di colpo non capisco più nulla. “Ma di che diavolo stanno parlando?” Qui forse tocco i limiti del mio multiculturalismo. (Uso ironicamente il termine “multiculturalismo”, perché si tratta di una nozione per me in gran parte oscura. Non si tratta di essere pro o contro, si tratta di capire – anche in questo caso – di cosa si sta parlando. Mi sono reso conto almeno di una cosa. Per avere una posizione chiara a riguardo, con dovuta padronanza semantica e concettuale della questione, dovrei darmi almeno un mese di tempo per una serie di letture mirate e continuative. Le necessità materiali e lavorative non mi permettono, per ora, una tale vacanza-studio. Ma rimane una partita aperta.)</p>
<p>*</p>
<p><em>[Immagine: da un&#8217;opera di Claude Closky.]</em></p>
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		<title>Scritti dopo gli attentati di Parigi &#8211; un e-book di Nazione Indiana</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2015 16:00:42 +0000</pubDate>
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<p><em>Scarica l&#8217;ebook qui: <a title="Scritti dopo gli attentati di Parigi (pdf)" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti-dopo-gli-attentati-di-Parigi.pdf">pdf</a>, <a title="Scritti dopo gli attentati di Parigi (epub)" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti_dopo_gli_attentati_di_Parigi_-_AAVV.epub">epub</a>, <a title="Scritti dopo gli attentati di Parigi (mobi)" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti_dopo_gli_attentati_di_Parigi_-_AAVV.mobi">mobi</a></em></p>
<p>Proponendo un e-book che raccoglie quanto è stato scritto su questo blog e sul blog amico <em>alfabeta2</em> dopo gli attentati di Parigi di gennaio , viene subito da chiedersi se tale operazione editoriale abbia minimamente senso. C’è qualcuno a più di tre mesi di distanza da quegli eventi, che ha ancora voglia di rileggere questi testi, o di leggerli, magari, la prima volta? Un fatto è certo, gli attentati di Parigi hanno costituito un <em>trauma</em> per i francesi, ma anche probabilmente per tutti gli europei, e forse addirittura per tutti noi “occidentali”, anche se non mi è poi così chiaro cosa voglia dire “occidentali”. Il trauma in Francia c’è stato: lo conferma la mobilitazione straordinaria di quattro milioni di persone in occasione delle manifestazioni “ufficiali” di domenica 11 gennaio contro il terrorismo. Io ho seguito gli avvenimenti dalla Francia, dove vivo, e il mio coinvolgimento è stato intenso, come quello della maggior parte dei cittadini francesi. Negli altri paesi, come l’Italia ad esempio, l’impatto dell’evento potrebbe essere misurato considerando sia l’attenzione mediatica che gli attentati hanno riscosso nei canali ufficiali d’informazione, sia la quantità di materiali e discussioni in circolazione sui social network e sui blog durante quelle settimane. Si è reso evidente, tra l’altro, un fenomeno che io chiamerei di <em>opportunismo mediale</em>. Di fronte all’irruzione della violenza terroristica nel tessuto familiare della vita ordinaria, non vi è uso pregiudiziale dei <em>media</em>: tutto può servire, tutto può essere utile. Ogni gerarchia si dissolve: le grandi testate giornalistiche sono divorate con altrettanta curiosità del blog minoritario e indipendente, il social network più apolitico veicola dibattiti e materiali altrettanto politici della rivista di studi strategici. Ma questo consumo abnorme d’informazioni, come ci insegna Nietzsche, ha qualcosa dell’esorcismo: la conoscenza è una forma di neutralizzazione dello spavento.</p>
<p>Posto quindi che gli attentati di Parigi hanno probabilmente <em>toccato da vicino</em> anche chi non è francese e non abita in Francia, varrebbe la pena di chiedersi cosa sia rimasto oggi di quell’urto nelle nostre vite. Potrebbe darsi che l’evento sia stato abbondantemente <em>consumato</em>, che di esso non rimangano più residui, schegge disturbanti, a tenere vive la memoria e l’analisi. Il lavoro di ricerca e riflessione non ci riguarderebbe più <em>in prima persona</em>, e sarebbe stato nuovamente delegato ai media d’informazione di massa, come in genere avviene per le “grandi questioni” che agitano la nostra società. Il carattere traumatico dell’evento è consistito, infatti, non nella semplice scossa emotiva, ma in qualcosa di ben più importante che a questa scossa si accompagnava: l’esigenza di voler capire, e di prendere la parola. Il sentirsi bersaglio quasi in prima persona, confrontati alla violenza indiscriminata fin dentro la dimensione intima, domestica, del vivere, ci ha chiamati in causa tutti <em>in un primo momento</em> e non solo per condannare, ma anche per ragionare. Oggi, forse, si è accettato nuovamente che siano soprattutto gli opinionisti, gli esperti, i capi di stato o dei servizi segreti ad occuparsi di questa faccenda.</p>
<p>In Francia, il vivo dibattito che si era reso visibile sulla stampa durante tutto il mese di gennaio, e che si sforzava di far emergere il contesto più ampio e variegato all’interno del quale situare gli attentati, fa spazio oggi all’iniziativa del governo, che con procedura d’urgenza vuole imporre un disegno di legge sulle attività dei servizi segreti, per rendere più efficaci le procedure di controllo e prevenzione degli atti di terrorismo. Di fatto, questa legge rende legali tutte le attività di sorveglianza informatica generalizzata che erano finora considerate illegali, e amplia i motivi che legittimano l’azione dei servizi segreti nei confronti della vita dei cittadini, inserendo voci estremamente generiche quali “prevenzione di attentati alla forma repubblicana delle istituzioni” o “interessi prioritari della politica estera” (<a href="http://www.lettera43.it/politica/la-francia-verso-una-sorveglianza-di-massa-del-web_43675165388.htm">www.lettera43.it/politica/la-francia-verso-una-sorveglianza-di-massa-del-web_43675165388.htm</a>). Contro questa legge si sono già mobilitati in molti, dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani e dai sindacati della magistratura fino agli stessi provider. Essa sancisce comunque la scomparsa del dibattito sulle cause e i motivi degli attentati di Parigi, spostando tutta l’attenzione sulla questione “sicurezza”. Il governo, in questo modo, non è solo l’autore di un disegno di legge liberticida, ma anche colui che definisce le priorità del dibattito pubblico. Il terrorismo da fenomeno ambiguo e complesso, che richiede di essere indagato e chiarito nei suoi molteplici aspetti, diviene un assunto indiscutibile, un semplice dato di fatto, che suscita semmai una discussione sui metodi scelti dallo Stato per combatterlo.</p>
<p>Nel frattempo il rumore di fondo mediatico e politico alimentato dal fantasma dello “scontro di civiltà” è ancora percepibile, e cresce semmai d’intensità. L’idea che sia in atto una sorta di guerra contro l’occidente, e che questa guerra si generi nel seno di un soggetto dai contorni vaghi e ampi, come il mondo arabo-musulmano, è qualcosa che piace sia ai giornalisti sia ai politici, in Italia e altrove. Negli scritti apparsi a caldo su <em>Nazione Indiana</em> e <em>alfabeta2</em>, pur nella diversità di approcci e di posizioni, ci si è tenuti ben lontani da un tale schema interpretativo, non solo perché ritenuto infondato, ma anche perché foriero di ulteriori sofferenze e violenze.</p>
<p>Non si troveranno in questi testi analisi geo-politiche sul Medio Oriente e sul Maghreb, sul bilancio catastrofico delle politiche statunitensi e europee in tali regioni del mondo; neppure studi sulla genesi storica, sociale e politica del jihadismo o sulle guerre intestine che, in nome delle diverse confessioni musulmane, s’innestano su conflitti regionali di origine politica ed economica. Ognuno di questo testi, però, ha colto negli eventi traumatici di Parigi come una cristallizzazione di molteplici realtà, che richiedono di essere pensate assieme, approfonditamente e senza alcuna scorciatoia. Non ha senso, ad esempio, celebrare astrattamente la libertà di espressione, senza considerare ogni contesto determinato in cui tale libertà è esercitata. Non esiste un metro campione di tale libertà, al di fuori della dialettica storica che vede concrete battaglie per salvaguardare tale libertà da minacce di diversa natura. Non ha senso considerare gli attentatori di Parigi come dei puri prodotti della propaganda jihadista internazionale, come se essi non fossero stati dei cittadini “occidentali”, ossia dei francesi nati e vissuti in Francia, e quindi ampiamente impregnati di esperienze fatte in seno alla società francese.</p>
<p>Vorrei, per concludere, aggiungere un paio di considerazioni. La prima riguarda nuovamente l’idea mediaticamente e politicamente prediletta dello scontro di civiltà o di culture. Ora, mi sembra che già da un punto di vista teorico una tale idea sia una completa assurdità. Per avere uno “scontro fra civiltà” bisognerebbe innanzitutto che esistessero due entità sufficientemente omogenee e discrete in grado di opporsi. Dubito che queste “entità” esistano. Qualcuno ha un’idea chiara di cosa sia la civiltà occidentale? E soprattutto questa civiltà occidentale ha una personalità semplice, dai confini precisi e una volontà univoca, a cui potremmo opporre un’altra personalità altrettanto semplice e precisa, dalla volontà anch’essa univoca? E quale sarebbe quest’altra civiltà? Quella araba? O quella musulmana? O quella frutto del mosaico stratificato di culture, regimi politici, identità nazionali, che si snodano dal Maghreb al Mashrek e che hanno intricatissime storie locali, nazionali e internazionali? Uno dei presupposti principali che dovremmo ormai accettare, all’alba del XXI secolo, quando parliamo di civiltà, è che <em>ogni</em> civiltà porta con sé elementi di progresso umano e di barbarie. E che ogni visione manichea, da questo punto di vista, è già un partito preso verso la barbarie.</p>
<p>La seconda considerazione riguarda la giovane età dei jihadisti, e indico con questo termine coloro che, da varie parti del mondo, dagli Stati Uniti all’Europa, dall’Africa all’Asia, cercano di raggiungere la Siria o l’Iraq o qualsiasi altro luogo dove sembra svolgersi la battaglia campale tra i santi valori dell’Islam e le forze della corruzione e del male, siano esse rappresentate da un regime arabo considerato illegittimo o da forze militari e politiche occidentali o filooccidentali. Durante tutte le guerre, ma anche tutte le rivoluzioni, alcune delle cose più straordinarie e generose e molte delle cose più terribili e disumane <em>sono state fatte da ventenni</em> o <em>sono state fatte fare a dei ventenni</em>. Da europei celebriamo ogni giorno con orgoglio la nostra condizione di cittadini di paesi che vivono in pace, che non conoscono la guerra a casa loro. Bisognerà, però, interrogarsi su questo numero, minoritario certo, ma significativo, di giovani e giovanissimi europei pronti a partecipare ad una guerra, a sacrificare le loro vite, e a distruggerne delle altre. Anche in questo caso non ci sono risposte semplici, ma le caratteristiche del Corano non sono di certo sufficienti, ancora una volta, per spiegare questi comportamenti. Nel suo articolo su <em>Le Monde diplomatique</em> di aprile, <em>Pour en finir (vraiment) avec le terrorisme</em>, Alain Gresh cita uno specialista statunitense dell’islam ed ex funzionario della CIA, Graham Fuller. Quest’ultimo scrive: “Anche se non ci fosse una religione chiamata islam o un profeta chiamato Maometto, lo stato delle relazioni tra l’Occidente e il Medio Oriente oggi sarebbe più o meno identico. Ciò può sembrare controintuitivo, ma mette in luce un punto essenziale: esiste almeno una dozzina di buone ragioni per le quali le relazioni tra l’Occidente e il Medio Oriente siano cattive (…): le crociate (…), l’imperialismo, il colonialismo, il controllo occidentale delle risorse energetiche del Medio Oriente, la promozione di dittature pro-occidentali, gli interventi politici e militari occidentali senza fine, le frontiere ridisegnate, la creazione da parte dell’Occidente dello Stato d’Israele, le invasioni e le guerre americane, le politiche americane (…) riguardanti la questione palestinese, ecc. Nulla di tutto ciò ha alcun rapporto con l’Islam. ” Il fatto che le molteplici ragioni di conflitto tra Medio Oriente e Occidente, pur avendo carattere sociale, economico e politico, siano formulate prevalentemente in termini culturali e religiosi, non ci deve esimere dal compito di identificare lucidamente le cause principali di questo conflitto e di considerare la responsabilità dei dirigenti occidentali, quelli statunitensi in testa, nel perpetrarsi di tale situazione.</p>
<p><strong>* * * *</strong></p>
<p>[I testi di Alain Badiou (la traduzione italiana), Andrea Inglese (<em>Note su “Io sono Charlie” e il suo contraltare</em>), Enrico Donaggio, Franco Buffoni, Youssef Rakha, Davide Gallo Lassere sono apparsi sul sito di <em>alfabeta2</em> nello speciale <em>Toujours Charlie? </em>a cura di Andrea Inglese (impaginazione web Nicolas Martino) il 7 febbraio 2015. Tutti gli altri testi, presentati in ordine cronologico, sono apparsi su Nazione Indiana tra l’8 gennaio e il 27 febbraio 2015.]</p>
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		<title>La guerra di Piero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2015 17:00:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich* Andrò a braccio, cari lettori, interpretando questo mio commentario, a suo tempo promessovi su FB, in ottica &#8220;defatigante&#8221;. Sì, perché cercare di capire le cose implica fatica, impegno, concentrazione e io, dopo giorni a cercare di capire cosa è successo a Parigi, sono un po&#8217; stanco. Spero che la cosa mi aiuti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich*</strong></p>
<p>Andrò a braccio, cari lettori, interpretando questo mio commentario, a suo tempo <a href="https://www.facebook.com/lonzero/posts/10205922102916181" target="_blank">promessovi su FB</a>, in ottica &#8220;defatigante&#8221;.</p>
<p>Sì, perché cercare di capire le cose implica fatica, impegno, concentrazione e io, dopo giorni a cercare di capire cosa è successo a Parigi, sono un po&#8217; stanco.</p>
<p>Spero che la cosa mi aiuti a essere meno velenoso, a far scivolare via le cose con leggerezza, ché di leggerezza in questi casi si ha comunque bisogno.</p>
<p>Bene, on y va.</p>
<p>Piero Ostellino affronta il tema delle reazioni agli attacchi di Parigi nel suo &#8220;<a href="http://www.corriere.it/editoriali/15_gennaio_10/buonismo-che-ci-acceca-5b07abd8-9890-11e4-8d78-4120bf431cb5.shtml" target="_blank">Il buonismo che ci acceca</a>&#8221; dello scorso 15 gennaio 2015.</p>
<p>In questo pezzo vorrebbe spiegarci che &#8220;carenze culturali e politiche sono retoriche supplenze di identità ambigue&#8221; ma noi, se abbiamo capito ben cosa voglia dire Ostellino con questa frase, finiremo col constatare che purtroppo tali carenze le ha Ostellino stesso, il quale dimostra nel suo argomentare una grave mancanza di basi culturali e identitarie nonostante la sua biografia ci suggerisca l&#8217;idea che di tempo per formarsi e qualificarsi ne abbia sempre avuto.</p>
<p>E constateremo, anche, che l&#8217;unica retorica in campo è quella dello &#8220;scontro di civiltà&#8221;. Piero non lo sa, ma dietro di essa ci sono il Grande Nulla e qualche terribile assassino d&#8217;Oriente e d&#8217;Occidente.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Ma andiamo per ordine, primo paragrafo:</p>
<blockquote><p>Il miserevole spettacolo che l’Italia politica e giornalistica sta dando sulla strage di Parigi e il suo seguito è figlio allo stesso tempo — salvo minoritarie e lodevoli eccezioni — di carenza culturale e di stupidità politica. Entrambe sono la retorica supplenza della nostra identità ambigua e compromissoria. Perciò, in nome della convivenza con l’Islam, auspichiamo di fondare un nuovo Illuminismo, non sapendo palesemente che ce n’è già stato uno sul quale abbiamo fondato la nostra civilisation, mentre sono loro che non lo hanno ancora fatto e che dovrebbero farlo.</p></blockquote>
<p>&#8220;Il buonismo che ci acceca&#8221; ci spiega dunque in principio che tutti NOI, visto che abbiamo un&#8217;identità ambigua e in definitiva veniamo a patti col Male dimostrando &#8220;stupidità politica&#8221;, non abbiamo altre armi che l&#8217;uso di &#8220;una retorica&#8221;.</p>
<p>C&#8217;è qualche eccezione, è vero. Parliamo di sparuti e lodevolissimi giuliani ferrara. Ma in generale NOI predicheremmo una &#8220;convivenza con l’Islam&#8221; la qual cosa, qui, è tutta da spiegare.</p>
<p>Il fatto è che noi, e con questo noi includo anche i giuliani ferrara/ostellini, non ci troviamo in un appartamento in compagnia di una religione. Noi viviamo in un mondo globalizzato nel quale vivono 7 miliardi di persone, un buon numero delle quali appartiene a un crogiolo sociale, politico e culturale che trae origine da una delle grandi civiltà (ormai quasi scomparse nei loro contenuti politico-economici) del pianeta, quella islamica.</p>
<p>Meno di un milionesimo di queste persone, Piero, è dedita al terrorismo.</p>
<p>Noi non predichiamo proprio niente. Noi notiamo che il nostro dirimpettaio si chiama Boleslaw o Devilal e prendiamo atto che questo individuo può essere un idiota o un genio, un paternalista o un libertario, un simpaticone o un rompicoglioni. E ci poniamo il problema di vivere le nostre giornate affrontando tutti i problemi o accogliendo tutte le gioie che ciò comporta. Rimboccandoci le maniche, registrando alti e bassi, ma comunque lavorandoci. E, soprattutto senza voler fondare nuovi illuminismi inclusivi &#8211; magari in salsa postmoderna &#8211; e senza neanche vagamente pensare che questi nostri simili non facciano parte della nostra &#8220;civilisation&#8221;.</p>
<p>Essi, come noi, sono uno dei tanti esiti di ciò che c&#8217;è ora.</p>
<p>Ora, in questa nostra era, la &#8220;nostra civilisation&#8221; è un racconto messo in bocca a qualche ambiguo e stupido politicante che parla in televisione durante una campagna elettorale.</p>
<p>O che sfila per le strade di Parigi insieme a dittatori liberticidi.</p>
<p>La &#8220;nostra civilisation&#8221; è anche una serie di contenuti davvero importanti che diversi conflittuali paladini del Bene tendono a dimenticare quando un terrorista ci spara addosso. In nome della Libertà, ci dicono, limiteremo la Libertà. E così via.</p>
<p>Contenuti che &#8211; ce lo dimostrano i fatti del 2010-2011 &#8211; conoscono bene tutte le persone che, in questo mondo, vogliono avere cittadinanza, giustizia sociale e democrazia.</p>
<p>Persone su cui si sono accaniti tutti i paladini del Bene fino a ieri, persone che oggi Piero contribuisce a cancellare.</p>
<p>Comprese le persone, di tutte le religioni e di tutte le nonreligioni, ammazzate a sangue freddo da tre terroristi.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Qualcuno, dice Piero, si è lamentato perché i terroristi non sono stati catturati in fretta. Ma dimentichiamo che non li abbiamo presi subito perché potevano fare affidamento su un mare di collusioni e complicità &#8220;con l’islamismo che chiamiamo ostinatamente moderato&#8221;</p>
<p>E io, ripassando più volte il susseguirsi degli eventi, non vedo in quale frangente abbiamo costatato che i terroristi si siano appoggiati a questo mare. Erano in fuga, avevano degli amici, si erano organizzati in qualche modo &#8211; più o meno bene non so &#8211; e sono stati infine ammazzati.</p>
<p>Non riesco a immaginare quanto tempo ci avrebbero messo i poliziotti francesi a stanarli se avessero potuto contare su un mare di silenziosi e collaborativi amici.</p>
<p>Erano una cellula, Piero, una cellula.</p>
<p>Uno dei terroristi è stato individuato perché un uomo che lavorava nel supermarket kasher, di religione musulmana, ha chiamato la polizia.</p>
<p>La guardia del corpo del direttore di Charlie Hebdo, uccisa a sangue freddo in una scena che abbiamo visto migliaia di volte, era musulmana.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Ma parliamo di un &#8220;islam moderato&#8221; che Piero, agitando lo spettro dell&#8217;invasione musulmana, afferma essere &#8220;profondamente radicato nel continente con l’immigrazione&#8221;.</p>
<p>Primo, come dicevo altrove: la moderazione è una categoria del politico, quindi se la riferiamo all&#8217;islam diamo per sottinteso che guardiamo a esso solo con la categoria del politico, e ciò a detrimento di tutto il resto (che è gigantesco). Per fare un parallelo i &#8220;cristiani moderati&#8221; sono tradizionalmente, in Italia, i democristiani, i simpatizzanti e gli attori di un partito politico. Non sono dei fedeli &#8220;miti&#8221; o &#8220;tiepidi&#8221;.</p>
<p>Secondo, mando a memoria un dato: in Italia l&#8217;unico &#8220;Movimento dei musulmani moderati&#8221; che sia mai esistito, e ora probabilmente estinto, è nato per fare da sponda ai deliri della destra italiana, non di una sinistra buonista.</p>
<p>Sapete <a href="http://www.stranieriinitalia.it/adn_kronos-islam_sbai_pdl__maroni_e_riuscito_a_riunire_musulmani_moderati_10356.html" target="_blank">cosa dichiarava</a> Souad Sbai (PDL) nel 2010 in relazione alla politica di Maroni sull&#8217;islam in Italia?</p>
<blockquote><p>Sono felice che il ministro dell&#8217;Interno, Roberto Maroni, abbia convocato oggi degli esperti e degli esponenti musulmani al Viminale. Finalmente il ministro e&#8217; riuscito a riunire intorno a se&#8217; dei rappresentanti dell&#8217;Islam moderato e sono certa che faranno un buon lavoro.</p></blockquote>
<p>Senonché in quel comitato vi erano noti islamofobi (Carlo Panella, Andrea Morigi ad es.) ed esponenti di organizzazioni musulmane non rappresentative del panorama italiano, fra cui anche Gamal Bouchaib &#8220;presidente della consulta degli stranieri de L’Aquila e membro dell’ associazione dei Musulmani moderati&#8221;.</p>
<p>Sì, Ostellino, esiste un islam politico. E&#8217; un grande e per certi versi allarmante fenomeno con cui fare i conti. Ma l&#8217;islam politico ha storia, sviluppo, nomi e cognomi, numeri. Invece di chiamare in causa centinaia di milioni di persone, musulmani, che di islam politico non hanno alcuna voglia, faresti bene a leggere qualcosetta, prima di cimentarti sul tema, tu che di tempo ne hai un bel po&#8217;, al contrario di noi: le biblioteche sono piene di libri sull&#8217;islam politico, anche molto ben fatti, ma sembra proprio che tu voglia rimanere con le tue &#8220;carenze culturali&#8221; ed evacuare attraverso questo tuo scritto stille di luoghi comuni idioti tratti da una letteratura-spazzatura che ziliardi di scritti e critiche serie, documentate e scientifiche ridicolizzano da ormai almeno 15 anni.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Ostellino, insomma, ci dice che siamo ignoranti ma si scaglia contro una cosa che non chiama col suo nome, una cosa che forse neanche concepisce, usando la parola sbagliata &#8211; &#8220;islam&#8221; &#8211; una parola che vuol dire &#8220;tanta gente&#8221; che non c&#8217;entra assolutamente niente.</p>
<p>Butta poi nel calderone gli immigrati ignorando &#8211; da ignorante &#8211; quell&#8217;altro grande capitolo che invece andrebbe aperto, quello di un <a href="http://in30secondi.altervista.org/category/islamercato/" target="_blank">islam economico</a> che lui finge di non accogliere a braccia aperte quando si tratta di fare il pieno di benzina o concludere affari con qualche prezzolato neo-mercante del Golfo (che parli arabo o persiano non importa).</p>
<p>Quell&#8217;islam del mercato che salva il benessere di Ostellino attraverso vagonate di investimenti miliardari, sbarchi di fondi sovrani e maree di obbligazioni &#8220;islamic compliant&#8221; e usa schiavi per costruire i propri grattacieli, e organizza prezzolati meeting su green economy e diritti umani <a href="http://in30secondi.altervista.org/category/in-assenza-di-democrazia/" target="_blank">in assenza di democrazia</a>, e infine sfila con tutti i Campioni della Democrazia e della Libertà un giorno a Parigi.</p>
<p>Sì, è colpa degli immigrati, Ostellino.</p>
<p>Ma vai, dai.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Arrivato a questo punto nella lettura mi sono chiesto il perché di questa &#8220;postura&#8221; di Piero.</p>
<p>La risposta è arrivata subito, leggendo il periodo successivo. Lì ho capito il &#8220;recinto&#8221;, ho capito contro chi &#8211; fra noi &#8211; il celebre anticomunista del CorSera si scaglia:</p>
<blockquote><p>è stupefacente che a non capirlo [capire cioè il suo delirio, n.d.a.] sia proprio quella stessa sinistra che, da noi, aveva felicemente contribuito a isolare il terrorismo delle Brigate rosse prendendo realisticamente atto che esso navigava nel mare delle complicità antiliberali e anticapitalistiche generate dal «lessico familiare» comunista.</p></blockquote>
<p>Persone ree, insieme ad altre (poche e indeterminate), di non aver capito che &#8220;l’Islamismo è ancora immerso nel Medioevo ed è soprattutto incapace di uscirne&#8221;.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Ecco. Sul medioevo chiedo venia, caro lettore, puoi leggere <a href="http://www.linkiesta.it/terrorismo-charlie-hebdo-scontro-modernita-medioevo-intervista-declich" target="_blank">questo</a> (che appunto, fa parte del mondo delle cose che stancano ma sono tentativi di capire).</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Quanto alla sostanza, cioè alla &#8220;sinistra inane&#8221;, dirò che invece Piero ha fatto un vero guaio.</p>
<p>Non ha calcolato un piccolo dettaglio: le persone contro cui si sono accaniti i &#8220;lombrosiani criminali&#8221; di cui parla erano, guarda un po&#8217;, proprio di sinistra.</p>
<p>Una sinistra libertaria, magari un po&#8217; datata, che ha tutti i limiti che volete ma che possiede una genealogia chiara e definita e che non ha una sola idea in comune con Ostellino e/o altri giuliani ferrara, specialmente nel campo &#8220;religioso&#8221;, nel quale questi ultimi giocano la partita dell&#8217;identità cristiana, ad esclusione &#8211; lo concedo &#8211; di un generico amore per la libertà di espressione che &#8211; posso dire con certezza &#8211; appartiene a tutti noi, belli e brutti, ipocriti o non, esclusi i tiranni, laici o religiosi che siano, e i loro lacchè.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Ma passiamo alla Guerra. Ecco la chiamata alle armi ostelliniana, libera ormai di produrre suoni simili a peti, in una tirata che davvero a questo punto fa molto ridere &#8211; proprio perché di lacrime se ne sono versate &#8211; contro &#8220;i massmedia&#8221; (di cui è stato uno dei Padroni), contro il Papabbuono (gli islamofobi gli preferiscono il Ratzinger di Ratisbona), ma anche in favore del Grande Cinema d&#8217;autore:</p>
<p>Le patetiche invocazioni al dialogo, alla reciproca comprensione che si elevano da ogni chiacchierata televisiva, da ogni articolo di giornale, sono figlie di un buonismo retorico, politicamente corretto, incapace di guardare alla «realtà effettuale» con onestà intellettuale. Non stiamo dando prova neppure approssimativa di essere gli eredi di Machiavelli, bensì, all’opposto, riveliamo di essere i velleitari nipotini di Brancaleone da Norcia, lo strampalato protagonista di una saga cinematografica.</p>
<p>C&#8217;è anche spazio per l&#8217;autocommiserazione generica che fa molto M5S: &#8220;Non abbiamo perso l’occasione, anche questa volta, di mostrare d’essere un Paese da Terzo Mondo&#8221;</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Il finale continua male, è brutto e ridondante, non mi defatigherei se lo affrontassi nel dettaglio.</p>
<p>Anche qui però spunti divertenti se ne trovano.</p>
<p>Ad esempio questo: &#8220;Che piaccia o no al buonismo, siamo diversi&#8221; dopo il quale immaginiamo la caramellosa sede del Movimento Buonista Italiano sulla cui porta campeggia lo slogan veltroniano &#8220;ma anche&#8221;. O questo: &#8220;Siamo anche migliori&#8221;: una frase invece chiaramente buonista.</p>
<p>In breve finisce così: Ostellino si rende conto che se continua su questa strada finirà per proporre soluzioni tipo Boia di Utoya (77 giovani del partito socialista norvegese massacrati a freddo perché visti come dei &#8220;deboli&#8221; colpevoli di accettare senza reagire l&#8217;invasione musulmana dell&#8217;Europa) e quindi tira i remi in barca.</p>
<p>Si dice cristiano e liberale e tollerante nonostante LORO &#8220;ci vogliano colonizzare&#8221;, in un quadro emergenziale in cui però noi non dimentichiamo. debolucci come siamo, che il vizietto delle colonie in questo mondo ce l&#8217;hanno in molti.</p>
<p>Chiude affermando che, non stupidamente, essendo un individuo del genere illuminista, cristiano e liberale, conviverà, purtroppo, con l&#8217;islam.</p>
<p>Ovvero dichiara di essere in tutto e per tutto identico ai fantasmatici buonisti addosso a cui ha vomitato senza tregua in maniera così scomposta fin dall&#8217;inizio.</p>
<p>Davvero un bella prova, Piero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* Questo articolo è uscito su <a href="http://wp.me/p3LM6b-6WZ" target="_blank">Tutto in 30 secondi</a>, il suo stile è conforme al genere &#8220;invettiva&#8221;, da me usato in quella pubblicazione. Il suo incipit deriva da un&#8217;anticipazione pubblicata sulla mia pagina Facebook.</p>
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		<title>Le idiozie di Houellebecq, la violenza, il dialogo, la fraternité: una lettera agli amici francesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2015 04:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[algeria]]></category>
		<category><![CDATA[anni di piombo. terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Charlie Hebdo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Cari amici francesi, vi scrivo perché vi conosco, perché vi amo. I vostri principi mi hanno formato,  io che venivo da un paese con flebili e spesso pusillanimi valori e un ineluttabile disprezzo per l’individuo, per il comune cittadino, per l’essere umano non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/01/12/quellidiota-di-houllebecq-la-fraternite-legalite-una-lettera-agli-amici-francesi/houellebecq_ch_resize/" rel="attachment wp-att-50503"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-50503" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Houellebecq_CH_resize-236x300.jpg" alt="Houellebecq_CH_resize" width="236" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Houellebecq_CH_resize-236x300.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Houellebecq_CH_resize.jpg 600w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /></a></p>
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<p>Cari amici francesi, vi scrivo perché vi conosco, perché vi amo. I vostri principi mi hanno<span id="more-50474"></span> formato,  io che venivo da un paese con flebili e spesso pusillanimi valori e un ineluttabile disprezzo per l’individuo, per il comune cittadino, per l’essere umano non legato a nessuna combriccola e parrocchia (ciò che io ero e sono), per le mie capacità, per la mia laicità, e mi hanno ridato la fiducia nell’esistenza. Io a voi devo tutto. Il vostro esempio e le vostre battaglie hanno aperto la strada a quello che è diventato il mondo nel quale viviamo, che ha certo molti difetti, ma che almeno in certi paesi (che sono in realtà sempre di più), ha permesso a tante persone di vivere una vita degna, creandosene da soli il senso, liberati da quella che è stata per secoli la schiavitù morale e sociale della religione. Ma lasciando la libertà, a chi vuole, di vivere in pienezza una propria esperienza religiosa o spirituale. Io non sono un intellettuale, queste cose non le ho imparate all’università, le ho respirate per la strada e ai banconi dei bar, nei letti nei quali ho dormito, nelle canzoni che ho ascoltato, nei fiati delle persone che ho conosciuto. Certo, ho anche letto molti romanzi e molte poesie, e da autodidatta qualche libro più teorico, ma la mia vera scuola sono stati i vostri esempi, che mi hanno appunto salvato la vita. Perché tutto questo voi lo avete nel sangue. Gli italiani questa libertà la respirano, quando sono fortunati, sui banchi liceali o universitari (la maggior parte di loro, a cominciare da tanti governanti e uomini potenti, non l’ha mai incrociata). Per questo vi ammiro, come si ammirano coloro che sono per certi versi più fortunati, ma anche pronti a condividere la loro ricchezza. Intendiamoci, non sto mitizzando la vostra situazione, conosco bene i limiti delle vostre istanze e i tanti problemi nei quali vi dibattete (molti dei quali appartengono del resto a dinamiche transnazionali), le vostre abissali contraddizioni.</p>
<p>Cari amici francesi, considerate, vi sembrerà incongruo che lo dica ora, che ogni forma di terrorismo ha una sua parabola, che è una infernale discesa verso la sconfitta. Quando il terrorismo colpisce duro, e mostra la sua sete di sangue, come è successo adesso, è che ha cominciato, sta cominciando, a perdere. Colpisce degli innocenti, si accanisce anzi su chi gli è più vicino (i dissacranti disegnatori sterminati – nessuno coglie questo aspetto &#8211; erano gli unici che, a loro modo, dialogavano da pari a pari con il radicalismo islamico: anche l’essere nemici è un legame, e non parliamo dell’accanimento), perché proprio questi potrebbe instaurare un dialogo (una vignetta sbracatamente o scatologicamente satirica è pur sempre dialogo). Ha bisogno di farlo, per alimentare la propria folle illusione, la propria irrealistica strategia. È successo in Italia, è successo in Spagna, è successo in tanti paesi dell’America Latina, in Algeria, in molti altri paesi. Più si dibatte più ha sete di sangue e più commette azioni repellenti. E più è cruento più riduce, più si taglia il ramo sotto i piedi, più si avvia verso la propria drammatica estinzione. Il destino di ogni terrorismo è quella di respingere e ridurre viepiù la propria base, di allontanarsi sempre più non solo con dalla società, ma da chi all’inizio lo vedeva di buon occhio, o comunque come un membro della famiglia. Quell’idiota e sopravvalutassimo scrittore che è Houellebecq – al secolo Michel Thomas, nato in un “dipartimento d’oltremare”, transitato nell’infanzia, per un altro, guarda caso, l’Algeria &#8211; agita lo spettro del dominio islamista, e certo ora nei suoi deliri alcolici crederà di aver visto giusto, e invece quello che è successo dimostra l’impotenza di chi questo miraggio lo sogna e lo vorrebbe.</p>
<p>Cari amici francesi, il giorno dopo dell’eccidio di <em>Charlie Hebdo</em> mia moglie, anche lei francese, e che lavora in un istituto tecnico “difficile”, ne ha parlato con tutti i suoi studenti. In ogni classe c’erano almeno alcuni alunni che simpatizzavano con gli assassini, in qualche classe uno o due allievi prendevano apertamente posizione per loro. Non fingete che non sia così (c’è appunto chi queste situazioni le conosce a menadito), prendete atto che è questo il vero problema, e non abbiatene paura. Uscite dalle vostri privilegiate torri di avorio, andate a parlare con questi ragazzi, che sono francesi esattamente come voi lo siete. Cercate di capirli, provate in tutti i modi a farli cambiare idea. Mia moglie in una giornata di battaglie verbali c’è riuscita. Ha trasformato un clima di violenza in uno di dialogo rispettoso, e perfino di affetto reciproco (quella che la vostra fondamentale rivoluzione ha battezzato <em>fraternité</em>, e che negli ultimi decenni avete perso per strada, tutti presi dalla <em>liberté</em>). Si è dovuta arrendere solo con un ragazzo, che inneggiava apertamente e con modi inaccettabili all’assassinio, e che ha dovuto essere allontanato (se ne è poi occupato il preside, grande e ammirabile dialettico). Ma con molti altri ha vinto lei. Fatelo anche voi. Non vi sarà facile, perché avete tanti pregi ma anche pregiudizi e tanta boria. Nelle vostre politiche quotidiane pensate anche a loro, soprattutto a loro.</p>
<p>Cari amici francesi, io non vi parlo del vostro modo con il quale siete usciti dal vostro passato coloniale, e dal suo fulcro simbolico, la guerra d’Algeria (quale è l’origine delle famiglie dei ragazzi che hanno fatto questo massacro, ci avete pensato?), senza mai fare i conti (proprio come noi dal fascismo; e non a caso nei due casi è dai nodi non risolti che nasce la violenza), non parlo dei ghetti che avete creato nelle periferie delle vostre ricche città, dove quasi nessuno ha la pelle chiara, della spirale materialista nella quale vi siete lasciati prendere, della vostra deriva verso una nuova oligarchia che i poveracci e gli esclusi li ha a stento sentiti nominare, della vostra incapacità di far accedere grosse fette di vostri cittadini a questa vostra nuova follia, di farli vivere come vivete voi. Non vi parlo della vostra difficoltà a confrontarvi con pratiche sempre più diffuse – al vostro stesso interno, nelle vostre cerchie &#8211; che non sono un rigurgito religioso, come avete tendenza a chiamarle, sono percorsi spirituali, quasi sempre areligiosi, legittimi e per certi versi ammirabili (perché l’uomo, e ce ne accorgiamo adesso che ci siamo liberati dai poteri religiosi, senza spiritualità è destinato al suicidio). Non vi parlo delle religioni, che da sempre si sono piegate, come è successo in passato alla nostra, e come sta succedendo all’islam, a ogni tipo di strumentalizzazione del potere e legate alle dinamiche sociali. Illustri storici, filosofi, sociologi, etnologi, psicanalisti, potrebbero farlo mille volte meglio di me. E soprattutto questo non è il momento. Vi dico solo, in maniera intuitiva, che quello che è successo prova che in qualche modo siete corresponsabili.</p>
<p>Non sto giustificando la violenza non fraintendetemi. Sto dicendo che la violenza nasce quando non c’è più dialogo. E se non c’è più dialogo la colpa non sta mai da una parte sola, sta da entrambe le parti. È successo in Italia quarant’anni fa, e voi avete saputo evitarlo proprio perché avevate una classe politica più elevata e perché nel vostro genoma culturale c’erano degli anticorpi, su quel terreno lì, che hanno disinnescato sul nascere la scintilla della violenza. Da noi nessuno ha provato davvero a parlare a chi simpatizzava con la lotta armata (l’unico che aveva la statura e la libertà di spirito per cimentarsi, Pasolini, era morto, non a caso di morte violenta), e anzi ogni parte si chiudeva in rigidità che nei fatti hanno alimentato la violenza. A destra come a sinistra. Sento già il coro nostrano che mi accusa di giustificare la violenza, e allora invito ad andare in biblioteca e riaprire i giornali (io l’ho fatto) del tempo: l’incredibile violenza non stava da una parte sola, stava egualmente nella becera classe politica, nel linguaggio usato negli articoli dei quotidiani, veri e propri bollettini di guerra, nell’aria che si respirava. Ma appunto la violenza chiama violenza, aizza quella tragica discesa agli inferi, quel crescendo di bestialità, che è l’ineluttabile destino di ogni dinamica terrorista. Quella stessa crescente bestialità che conduce al graduale assottigliamento della base di simpatizzanti senza la quale essa non può sopravvivere, né materialmente-logisticamente, né “politicamente”. Adesso la bomba è innescata, nessun artificiere, nessuna polizia o forza speciale, non illudetevi, possono togliervi dalle peste. Sta a voi, a tutti voi (non sarà certo la vostra oligarchia politica, preoccupata prima di tutto di salvaguardare i propri interessi, e si compiace della propria “fermezza”), a ognuno di voi, provare a limitare i danni, cercare di tenere aperto il dialogo. In nome appunto di questa parola d’ordine che avete messo in soffitta, la <em>fraternité</em>, e di quell’altra, l’<em>egalité</em>. È molto difficile, lo so.</p>
<p>Cari amici francesi, questo è un momento molto delicato per voi, un momento in cui la forza delle vostre sacrosante ragioni può essere controproducente. Questo è il momento di pensare ai vostri torti e alle ragioni degli altri, sforzo che non è affatto in contraddizione con la fierezza per quello che siete e per la vostra tradizione laica. Si può essere fieri e nello stesso tempo umili, aperti alle istanze dell’altro. Voi avete ragione, ma avete anche grossi torti. Questo è il momento di non chiudervi, di non arroccarvi. Se vi arroccate, come già sembrano fare i vostri governanti, ma anche molti di voi (non parlo ora di tutti quelli attratti dalla destra xenofoba), l’incendio sarà molto cruento. In altre occasioni della vostra storia, anche recente, avete saputo farlo.</p>
<p><em>(questo pezzo, scritto prima delle enormi e determinatissime marce di ieri, senza precedenti, e dell&#8217;incredibile serata su France2-France Inter-France Culture, un vero soprassalto di cultura laica e senza veli di sorta, ma anche tollerante, anch&#8217;essa senza precedenti, sulle quali ci sarebbe molto da dire, è stato pubblicato, sempre ieri, sul quotidiano &#8220;Il Trentino&#8221;)</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/01/12/quellidiota-di-houllebecq-la-fraternite-legalite-una-lettera-agli-amici-francesi/tignous_42172298/" rel="attachment wp-att-50490"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-50490" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-300x300.jpg" alt="Tignous_42172298" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298.jpg 360w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>Democrazia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jan 2015 13:00:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Un recente saggio dell&#8217;Economist (1) indaga l&#8217;evoluzione e la diffusione dei sistemi politici democratici nel mondo, durante il XX secolo e il primo quindicennio del XXI. Lo scenario che viene delineato è estremamente interessante, e inquietante per le sue conseguenze. Ciò che lascia non poco a desiderare è la diagnosi del male [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Un recente saggio dell&#8217;<em>Economist</em> (1) indaga l&#8217;evoluzione e la diffusione dei sistemi politici democratici nel mondo, durante il XX secolo e il primo quindicennio del XXI. Lo scenario che viene delineato è estremamente interessante, e inquietante per le sue conseguenze. Ciò che lascia non poco a desiderare è la diagnosi del male profondo e la debolezza delle soluzioni proposte.</p>
<p>Nello scenario delineato dal saggio in questione le democrazie nel secolo scorso hanno vissuto il tempo del loro trionfo. Fra le due guerre, con l&#8217;implosione degli Stati liberali in Europa, i Paesi a ordinamento democratico erano ridotti a una ristretta minoranza, rispetto ai regimi autoritari di tipo populista: isole assediate che ben presto furono travolte dalla barbarie che avrebbe condotto al secondo conflitto mondiale. L&#8217;esito di quest&#8217;ultimo, tuttavia, segnò una netta inversione di tendenza e la divisione del mondo in due blocchi. La fine della guerra fredda segnerebbe una nuova fase della diffusione della democrazia, con il collasso dei regimi del socialismo reale. Dagli anni &#8217;90 del secolo scorso, però, le cose si sono rivelate un po&#8217; più complesse. Di fronte allo stress economico della crisi finanziaria, le sperequazioni sociali e le situazioni criminogene si accrescono. Lo Stato che non vuole spendere in scuole e ospedali è costretto a spendere in costi aggiuntivi dell&#8217;apparato di controllo e repressione. Strutture come l&#8217;UE, nate per arginare i populismi, ne stanno di fatto favorendo l&#8217;avvento. Chiedersi che cosa sia andato storto, <em>what was wrong with democracy</em>, può essere un primo passo per affrontare il problema. Tuttavia, è anche un passo sbagliato.</p>
<p>In primo luogo, si potrebbe incidentalmente notare che l&#8217;espansione della democrazia durante il XX secolo è in gran parte rimasta confinata all&#8217;emisfero nord, salvo poche eccezioni che ampiamente confermano la regola. Il resto del mondo, in particolare le aree dove si addensano risorse strategiche, dal medio-oriente al sud America, passando per l&#8217;Africa, ha semmai conosciuto un permanente incendio di guerre civili e colpi di stato, dominato dal quadro desolante dell&#8217;instaurazione di dittature sanguinarie e dall&#8217;abbattimento di effimeri e squilibrati regimi rappresentativi, vittime dei giochi egemonici delle potenze occidentali e della maggior gloria delle multinazionali, in un processo neocoloniale dalle dinamiche tanto note quanto facilmente rimosse dalla (cattiva) coscienza politica dell&#8217;Occidente: un processo di cui la globalizzazione è lo stadio evolutivo terminale.</p>
<p>Questa osservazione incidentale, che all&#8217;ottimismo delle democrazie e dei liberali ironici spesso sfugge, implica un dato fondamentale: la democrazia occidentale sembra essere drammaticamente associata a un lato oscuro, rappresentato dai regoli, dai tirannelli e dalle democrature che allignano nelle aree periferiche della sua egemonia. La persistenza di questi regimi sembra essere spesso funzionale a mantenere aperti i canali di approvvigionamento delle risorse su cui le economie delle democrazie avanzate si fondano: nello stesso tempo, rendono le democrazie ricattabili e vulnerabili.</p>
<p>L&#8217;altro problema è l&#8217;equivoco, estremamente pericoloso, che associa democrazia e capitalismo. Ripeterò cose più che ovvie, ma il capitalismo non implica necessariamente la cosiddetta società aperta. L&#8217;individualismo metodologico delle classi dirigenti capitalistiche si trova molto più a suo agio all&#8217;interno di oligarchie, quando non è incline ad accettare francamente la tirannide come ultimo baluardo contro il pericolo che la ridistribuzione della ricchezza e della libertà individuale mettano in crisi sistemi di privilegi consolidati: ciò accade in special modo là dove sussistono per fenomeni di lunga durata tradizioni politiche di substrato tendenzialmente ademocratiche, ma i Paesi di più antica tradizione democratica non ne sono certo immuni.</p>
<p>Un terzo fattore di incertezza si annida nel principio di tolleranza per cui le democrazie si configurano come società connotate dal caratteristico politeismo dei valori di popperiana, dahrendorfiana e chomskiana memoria. A questo principio di tolleranza nessuno vuole abdicare, ed è sacrosanto che sia così. Ma paradossalmente, è attraverso le sue maglie larghe, o meglio, attraverso la sua trasformazione in criterio dell&#8217;indifferenza assiologica, che i fanatismi, in realtà più spesso endemici che provenienti dall&#8217;esterno, possono prendere il sopravvento e determinare il suicidio della democrazia.</p>
<p>Nessuna meraviglia dunque, se populismi e fanatismi guadagnano sempre più terreno. A ben vedere, essi sono il portato quasi necessario delle tre condizioni al contorno che definiscono l&#8217;essenza stessa della democrazia occidentale. Questa nasce da una situazione di eccezionale benessere permessa da un eccezionale sviluppo tecnologico consentito da un eccezionale accumulo di risorse, a partire da un capitalismo essenzialmente <em>sibi permissus</em> in regioni che hanno per una serie di accidenti culturali una tradizione eccezionalmente lunga dello Stato di diritto, le cui strutture sembrano peraltro inadatte a sostenere il peso delle trasformazioni che l&#8217;ultima fase della mondializzazione dell&#8217;economia ha portato con sé. Nel processo storico che si sta attuando, il capitalismo, ormai finanziario e non più industriale, teme la democrazia nella sua essenza più autentica, l&#8217;alternanza e il licenziamento per via istituzionale dei governanti incapaci: l&#8217;implosione recente dei titoli greci alla minaccia di elezioni anticipate, e del prevalere di una formula politica &#8220;sgradita&#8221;, ne è un esempio palmare -quasi parrebbe che si preferisca l&#8217;avvento di Alba Dorata all&#8217;appena civile presidenza di uno Tsipras. Lo Stato di diritto è quindi guardato con sospetto, laddove i diritti minacciano di mettere in discussione il profitto di élites economiche tanto lontane quanto non controllabili. Il fatto è che alla radice tutti i diritti, anche quelli legati al lavoro, e il connesso <em>welfare</em>, si sono rivelati a conti fatti il portato indiretto della competizione con un altro totalitarismo, quello sovietico, che andava combattuto con le armi dell&#8217;<em>appeasement</em> sociale. Ora che questo confronto fra sistemi è finito, l&#8217;<em>appeasement</em> sociale, accettato comunque di malavoglia, non è più necessario. Nel frattempo gli estremismi alimentati contro il vecchio nemico, scaricati dal loro sponsor, cercano una nuova collocazione. Dittature e autoritarismi che vengono buoni per schiacciare popolazioni irrequiete e non propense a svendere le loro risorse strategiche, fanatismi foraggiati allo scopo di suscitare conflitti e vendere armi, non tollerano alcun dissenso o presa in giro e non mordono più il freno ora che l'&#8221;impero&#8221; sembra più debole che mai. La satira va bene per le nostre grigie politiche interne, gestite da piccoli intermediari locali facili da bersagliare. Ma guai a toccare il dittatore coreano, che può scatenare un cyber-attacco contro la Sony, guai a prendere in giro gli integralisti islamici, che hanno fatto irruzione nella redazione di un giornale satirico parigino, e hanno eliminato dodici persone fra vignettisti ospiti inservienti e poliziotti.</p>
<p>In sostanza, al di là dei proclami dei politici e dei media che fanno loro eco, l&#8217;ultimo, estremo, intollerabile fatto di sangue non può essere considerato un semplice atto di terrorismo. Esso contiene, al di là della sua immediata e brutale violenza come evento di cronaca, al di là delle circostanze concrete che hanno mosso gli attentatori, un messaggio profondo: per quanto formalmente tutelati possano essere i diritti degli individui all&#8217;interno degli Stati, il circuito economico su cui si basa l&#8217;egemonia delle disgregate élites della globalizzazione, e dei loro sgherri diretti o indiretti, coscienti o inconsapevoli che siano, non tollera alcuna forma di dissenso. Il dissenso di singole nazioni &#8220;indisciplinate&#8221; è punito con la coartazione della loro libertà gestionale e delle loro economie tramite speculazioni opportunamente pilotate; il dissenso dei singoli, come che si manifesti, è punito semplicemente con la morte, per terrorismo o per mafia, non importa. Il totalitarismo che l&#8217;Occidente ha permesso per cause di forza maggiore o ha generosamente largito ai suoi staterelli clienti si ritorce contro le popolazioni occidentali in modi imprevedibili, tanto grotteschi (nel caso della Sony) quanto feroci (nel caso dei vignettisti parigini, o dello sgozzamento di Theo van Gogh, reo di aver denunciato in un film la condizione della donna sotto l&#8217;islam radicale). Nel contesto anarcoide e disseminato della sopraffazione variamente amministrata e somministrata a livello globale, nessuno è più sicuro. Ma il problema ulteriore è che l&#8217;azzeramento fattuale della democrazia che si profila -presto si giunge a &#8220;sconsigliare&#8221; o evitare satira e dissenso per sicurezza o voto utile o <em>political correctness</em>, dato che già si parla di eccesso del diritto di critica-, può contare su potenti fattori propulsivi interni, attivi da lunghissimo tempo.</p>
<p>La <em>rivoluzione</em> neo-con che ha determinato, fra l&#8217;altro, la crisi attuale, non era all&#8217;epoca (fra thatcherismo e reaganismo) solo una questione di soldi e di attacco al lavoro in pro della transizione all&#8217;egemonia del capitale finanziario. Essa portava con sé anche un sistema di valori ben preciso, non molto diverso, specie nelle sue posizioni reazionarie di frangia estrema, dal fanatismo degli assassini di Parigi -un fanatismo spesso, ma non sempre, in doppiopetto, quello dei dominionisti wasp e dei fondamentalisti cristiani in genere, ma pur sempre un fondamentalismo potenzialmente pericoloso, che ha fra l&#8217;altro fornito il format del regime talebano in Afghanistan, dove col contributo degli USA si è costruito in laboratorio un aberrante esempio di dominionismo islamico in funzione antisovietica. I valori neo-con e neoliberisti hanno attecchito un po&#8217; ovunque e costituiscono oggi l&#8217;avanguardia culturale della risposta deteriore ed errata che l&#8217;occidente offre contro gli estremismi esterni. Lo stesso monoteismo, che rimane incompatibile con la democrazia reale nei Paesi islamici, si rivela incompatibile con la democrazia anche in Occidente -non bisognerebbe mai dimenticare come nella stessa Europa i principi delle costituzioni democratiche e lo stesso concetto di libertà di pensiero si siano affermati in lotta aperta contro le chiese cristiane di qualsiasi confessione fossero. Assistiamo oggi alla globalizzazione di un dio che è strumento di regno, un processo che attecchisce a tutti i livelli, snaturando il valore stesso del sacro e trasformandolo in una mostruosa pantomima. Ciò che più rattrista è in ogni caso la naturale preferenza dei diversi cleri a farsi fautori dell&#8217;autoritarismo, pur di conservare i propri privilegi e di evitare che una sola anima possa presumere di scampare alla &#8220;salvezza&#8221; preconfezionata e vidimata dalle loro burocrazie del trascendente.</p>
<p>Si teme giustamente che ora le masse occidentali spaventate cadano nella grande trappola di populismi razzistici altrettanto antidemocratici. Purtroppo, però, la trappola è già scattata. La linea operativa di nutrire la democrazia dove essa è in fasce e rafforzarla dove essa è matura, la ricetta di <em>fine-tuning</em> fra consulenti tecnici extrapartitici e <em>class action</em> o <em>flash mob</em> virtuali e non da parte dei cittadini, che fra le altre fonti esperte il sullodato saggio pubblicato dall&#8217;<em>Economist</em> suggerisce, appare un pio desiderio già superato dagli eventi, anzi nato morto. In definitiva, la pressione economica della finanza transnazionale ha già inficiato i diritti dei cittadini, e nuove condizioni politiche di contorno per democrazie reali, che non siano soltanto lo squallido accomodamento di mediazioni locali fra poteri economici e che non siano esposte all&#8217;autocensura per timore della rappresaglia e del ricatto di totalitarismi e fanatismi ormai anch&#8217;essi globalizzati, sono ancora di là da venire. Alla globalizzazione dell&#8217;economia e dell&#8217;esercizio della forza, in un permanente stato d&#8217;eccezione, non ha risposto alcuna globalizzazione della sovranità. Manca ancora un&#8217;idea di democrazia che si definisca in positivo, come società dell&#8217;integrazione, e non più in negativo, come lotta al nemico totalitario, che guarda caso è sempre esterno; nel frattempo, dodici cadaveri si aggiungono alla lista dei caduti di una guerra strisciante e imprevedibile, e di un regime globale che non riesce più a spiegare la propria ragione storica, rimuove la propria radice socio-economica e geopolitica e pertanto non sa darsi più né senso né compito, nel sistema mondo che presume e pretende comunque di dominare.<br />
_______________</p>
<p>(1) <a href="http://www.economist.com/news/essays/21596796-democracy-was-most-successful-political-idea-20th-century-why-has-it-run-trouble-and-what-can-be-do">http://www.economist.com/news/essays/21596796-democracy-was-most-successful-political-idea-20th-century-why-has-it-run-trouble-and-what-can-be-do</a></p>
<p>Ulteriori link:</p>
<p><a href="https://collettivoalma.wordpress.com/2015/01/08/io-non-mi-dissocio-da-niente/">https://collettivoalma.wordpress.com/2015/01/08/io-non-mi-dissocio-da-niente/</a></p>
<p><a href="http://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2015/01/07/non-in-mio-nome">http://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2015/01/07/non-in-mio-nome<br />
</a></p>
<p><a href="http://www.eschaton.it/blog/?p=8586">http://www.eschaton.it/blog/?p=8586</a></p>
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