<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Islanda &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/islanda/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 14 May 2019 08:08:01 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.21</generator>
	<item>
		<title>Lettere dall&#8217;assenza #3</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/05/13/lettere-dallassenza-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2019 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[assenza]]></category>
		<category><![CDATA[bara]]></category>
		<category><![CDATA[bocche]]></category>
		<category><![CDATA[epistolario]]></category>
		<category><![CDATA[Islanda]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>
		<category><![CDATA[lettere dall'assenza]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[lliquido]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[sguardo]]></category>
		<category><![CDATA[uovo]]></category>
		<category><![CDATA[Von]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=79121</guid>

					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Caro J, qui il cielo è una sommossa, l’uovo del mondo si è strappato : nascono gli oggetti che mi hai lasciato. Ti scrivo ed è ancora buio, filtrano lampi di pulviscolo dalla finestra, la grana del mondo si frammenta e io distendo le righe di una lettera che non arriverà mai. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-78810" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch.jpg" alt="" width="480" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>Caro J,<br />
qui il cielo è una sommossa, l’uovo del mondo si è strappato : nascono gli oggetti che mi hai lasciato.<br />
Ti scrivo ed è ancora buio, filtrano lampi di pulviscolo dalla finestra, la grana del mondo si frammenta e io distendo le righe di una lettera che non arriverà mai.<br />
Abbiamo montato una tenda, raccolto le bacche e i ramoscelli per fuggire nella piena del bosco, hai radunato i corpi e li hai abbracciati ad angolo retto appena prima di partire, gli zaini pesanti, la pesantezza dell’esistenza, gli occhi spalancati in una sinfonia autunnale.</p>
<p>Ricordo ancora i passi, i piccoli avvenimenti delle giornate fredde, la foglia circondata dai sassi, il sasso che portavi al collo &#8211; e mentre ti scrivo apro la mano e raccolgo il mutaforma del suo resto, la scheggia rimasta.<br />
Ne ho una piantata sul fianco, me l’hai infilata come s’infilano i ricordi. E’ questa memoria che non rimuove, dove tutto il già detto e già passato si presentifica come un appena nato ogni nuovo giorno, un embrione che continua la sua nascita milioni di volte, si prolunga nei millenni.<br />
Ho visto una lepre correre sul petto, aggirarsi sulla pelle e saltare ai limiti sbordati di questo organo inquieto: quando l’hai mandata? Era ancora festa? Erano ancora i fiori?<br />
La mancanza si fa presenza, non demorde, mi morde le labbra e le piccole viscere. Ho molti anni e non ne ho nessuno, come quando ci siamo scambiati le bocche per parlare la lingua dell’altro.<br />
Nella tua c’era un serpente, i miei denti come chicchi di riso ridevano sulla tua: è forse questo diventarsi?</p>
<p>Ho una culla dentro la bara e un cimitero nella soffitta, lo visito a giorni alterni portando narcisi e piccole pietre scavate dall’oceano (hai visto l’oceano, mi hai vista tuffarmi con la testa degli annegati?) &#8211; e mentre le rocce del muro si sfaldano, io mi aggiro votiva per accogliere un liquido stanco che cerca di portare nutrimento all’abitazione del cervello.</p>
<p>Ancora, qui, di fronte allo sguardo c’è la tua immagine annebbiata che fisso per ore dal giorno in cui ti hanno portato a forza nel tombale dei tuoi sacrifici, la camicia di forza contenuta in una pillola bianca, il pungiglione conficcato nella gamba. Non ho pianto, ho solo premuto forte l’indice al centro della fronte, dove stanno le connessioni uno a uno, io a tu, tu e l’altro. Ascolto canti nordici nella lingua del Von, i prati aperti dell’Islanda, le strade che dovevamo calpestare, e con una corda ho legato la tua gabbia alla mia, permango nell’attesa dello snodo, il lento disorientarsi delle cose.</p>
<p>Una chioccia<br />
una scarpa<br />
un mantello<br />
la mantide<br />
le tue braccia<br />
il mio ventre<br />
la tua testa<br />
le mie dita<br />
la tua gente<br />
la mia città<br />
la tua perdita<br />
la mia scomparsa</p>
<p>Vivo ancora senza nome, all’anagrafe dicono: un errore negli spazi. A volte, J, il bianco prevale.<br />
Eppure non mi pesa, libera le dichiarazioni, libera i riconoscimenti dalle paure, apre le porte all’impensato, dove tu spingi con le dita attraversando le maglie della tua reclusione e io mi rannicchio nel fondale per una fine annunciata il giorno degli inizi. Ti hanno preso appena fuori dal bosco, quando appesi alle liane dei tronchi ci siamo gettati nella strada dei passaggi. Era inevitabile: i giorni di luce vengono rinchiusi se non portano le vesti adatte, e noi eravamo nudi nella nostra grande mattina calda. Il segno marchiato a fuoco sulla schiena è rimasto, tu rimani nella bocca e sulla pelle, cerco di grattare la superficie ma la superficie resta. E’ forse la tua maledizione?</p>
<p>Le madri sono nel sacco, ho provveduto io, non aver paura. Le ho attirate come si fa coi roditori quando hanno mangiato troppo: e loro avevano mangiato troppo.</p>
<p>Puntellati nel posto in cui ci siamo detti addio abbiamo optato per la resistenza, una lettera come un capotasto per racchiudere le note successive : siamo nello spazio vuoto degli innati, ci compensiamo mentre io stringo le gambe e tu trattieni gli eccessi.</p>
<p>Poi, a volte, si accende un lumino: urlano le gatte in calore, urlano corvi e grondaie, urlano gli oggetti, urlano le mandrie impazzite del ventre, urlano le mani, urlano i lampi estivi, e mentre tutto grida la parola si distende. Una lingua strappata e depositata nella teca dei passati.<br />
J, quando accade tu non cadi, ti ritrovo nell’angolo remoto per passare la punta delle dita ancora una volta tra la radura della tua testa : hai un parco e un giardino nel petto. Pianto un seme di giacinto e lo innaffio ad ogni ora. Se questo amore morto, se questo amore giallo, se questo sole bianco si fonde con l’opposto, se questo nero è nero.</p>
<p>Puoi sentirmi? Ti attraversa la corrente?</p>
<p>Il tuo grillo parlante sono io, quando decido di restare.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La rivoluzione “silenziosa” che ha salvato l&#8217;Islanda</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/la-rivoluzione-silenziosa-che-ha-salvato-lislanda/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/la-rivoluzione-silenziosa-che-ha-salvato-lislanda/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 07:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Benigni]]></category>
		<category><![CDATA[Islanda]]></category>
		<category><![CDATA[reportage]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=41402</guid>

					<description><![CDATA[di Corrado Benigni Luogo dell’anima, sogno di molte infanzie, una sorta di terra sacra. Esploratori, monaci, viaggiatori solitari, artisti e poeti, in tantissimi hanno sognato prima o poi di mettere piede su questa landa piena di fiordi e steppe, elfi e pietre runiche, dove risuonano antiche saghe e una millenaria geometria naturale ogni cosa stratifica. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/reportage9-724x10241-212x300.jpg" alt="" title="reportage9-724x1024[1]" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-41424" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/reportage9-724x10241-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/reportage9-724x10241.jpg 724w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" />di <strong>Corrado Benigni</strong></p>
<p>Luogo dell’anima, sogno di molte infanzie, una sorta di terra sacra. Esploratori, monaci, viaggiatori solitari, artisti e poeti, in tantissimi hanno sognato prima o poi di mettere piede su questa landa piena di fiordi e steppe, elfi e pietre runiche, dove risuonano antiche saghe e una millenaria geometria naturale ogni cosa stratifica. Guardando l’Islanda dall’alto, un’isola sola nell&#8217;Atlantico, sfigurata da fessure da cui sono eruttate immense colate laviche, viene da chiedersi com’è possibile che la crisi economica mondiale sia partita da qui, da questa frazione di territorio grande un terzo dell’Italia, abitata da sole 320mila anime, un luogo che sembrerebbe lontano da ogni presenza umana, innocente, incontaminato, quasi inaccessibile a parole come spread, crack, rating. Eppure, il rischio-default che in questi mesi spaventa l’Europa intera ha avuto inizio proprio qui, con l’indebitamento delle banche islandesi verso i paesi esteri, Inghilterra e Olanda, soprattutto. Tre anni fa la situazione era estremamente delicata ed è stata necessaria una “rivoluzione silenziosa” per evitare un disastro sociale. Opponendosi all’ipotesi di un salvataggio da parte della Bce e dell’Fmi, o a cessioni della propria sovranità a nazioni straniere, gli islandesi sono riusciti a convincere le istituzioni che il debito non è un’entità sovrana in nome della quale è legittimo sacrificare un’intera nazione e che i cittadini non dovevano pagare per gli errori di un manipolo di finanzieri. Questo ha portato alle dimissioni del governo e alla nazionalizzazione della maggioranza degli istituti bancari, oltre all’arresto dei banchieri che avevano spinto il paese alla bancarotta. </p>
<p>Atterrati al piccolo aeroporto Keflavik, a pochi chilometri dalla capitale Reykjavik, noleggiamo un fuoristrada per muoverci sulle strade sterrate dell’isola. Il paesaggio è lunare: pietre laviche ovunque e fumi di gas che salgono da terra; non c’è un solo albero, solo linee essenziali con geometrie senza angoli che salgono e scendono dolcemente. Il metro di misura è l’infinito. Siamo sulla Ring Road, la strada principale dell’Islanda, l’unica interamente asfaltata, che percorre ad anello l’intera isola e sembra attraversare un paesaggio preistorico. Lungo la strada, tuttavia, in mezzo ad ammassi di rocce scure, appaiono grandi tubi metallici che viaggiano paralleli a noi sputando vapore acqueo. Sono le condutture di una delle tante centrali geotermiche islandesi, precisamente quella di Svartsengi, una delle più importanti, vicino al complesso termale Blue Lagoon: una piscina naturale all’aperto, contornata da nere rocce laviche, frequentata ogni anno da migliaia di visitatori convinti di uscire ringiovaniti da quelle acque minerali dense di silice scivoloso. Incontreremo spesso queste centrali, con quei tubi lucidissimi che sembrano eliminatori di scorie radioattive, ma che in realtà producono solo energia naturale.<br />
   Colpisce il contrasto tra la dimensione primordiale della natura e l’avanzatissima tecnologia di cui dispone l’Islanda, che da decenni è riuscita a sfruttare al meglio le risorse della propria terra, senza per questo compromettere l’equilibrio ambientale. L’energia geotermica è una risorsa fondamentale, grazie alla quale quest’isola minuscola, che confina con il circolo polare artico, è diventata uno dei Paesi più ricchi al mondo: dopo lo spaventoso default finanziario, l&#8217;indipendenza energetica ha contribuito ad avviare quella rapida ripresa economica che sta diventando un modello per tutto l’Occidente. </p>
<p>Un altro aspetto che colpisce è il legame sottile e profondo che unisce la natura di questo luogo con lo spirito di chi lo abita. Thomas Mann scriveva che la patria ideale del sentimento era “nordica”, ritrosa interiorità sensibile capace di raccogliersi nel minimo e nel vicino, nell’intimità della casa sperduta in un paesaggio solitario. E l’Islanda è proprio questo: una terra che insegna a svuotare la vita di ogni superfluo, a toglierle ogni oncia di grasso sentimentale. Un luogo, in particolare, sembra riassumere questo spirito, uno dei più misteriosi dell’Islanda: il lago glaciale dello Jökulsárlón, dove gli iceberg si staccano ripetutamente dal fronte del Vatnajökull, il più grande ghiacciaio d’Europa. Ci arriviamo percorrendo la Ring Road, a sud dell’isola, poco distante dalla cittadina di Höfn. Massi di ghiaccio si schiantano in acqua spostandosi inesorabilmente verso il mare. La vista lascia senza fiato: una specie di laguna fredda, scura, senza vegetazione. È come se un pezzo di Polo Nord si fosse staccato e avesse deciso di stabilirsi qui. Architetture poliformi abitano questo luogo, il ghiaccio si colora di azzurro quando la luce lo attraversa con una certa angolazione e si annerisce quando la lava entra negli interstizi. Gli iceberg, sospinti dal vento fortissimo, si muovono in continuazione. Si ammassano insieme, collidendo e assestandosi, oppure si sparpagliano all’interno dello Jökulsárlón. È uno spettacolo che rivela tutta la forza misteriosa della natura: un’immensità che sembra <img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Ghiacciaio-300x225.jpg" alt="" title="Ghiacciaio" width="300" height="225" class="alignright size-medium wp-image-41425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Ghiacciaio-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Ghiacciaio.jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> volerci risucchiare dentro le sue fauci. Non a caso Leopardi, nel suo famoso “Dialogo”, fa incontrare la Natura al suo islandese, raffigurandola come una figura femminile di enormi proporzioni “di volto mezzo tra bello e terribile”, indifferente all’inerme viaggiatore.<br />
   Ai piedi del Vatnajökull la temperatura è polare. Saliamo su una specie di anfibio, ovvero un grosso camion che, a contatto con l’acqua, non usa più le ruote ma pinne retrattili. L’aria è tersa, i colori incredibili. L’acqua vira al turchese, dà un’impressione di assoluta trasparenza. Il camion diventato barca sfiora gli iceberg, alcuni raccolti l’uno accanto all’altro come per proteggersi. Questi massi di ghiaccio, visti da vicino, assumono i colori e le forme più diversi: un bianco folgorante, con profili che ricordano le montagne himalaiane, frastagliati, tozzi, appuntiti e grandiosi. Dall’acqua ogni tanto fanno capolino testoline scure di foche che riposano sulla costa vicina. Benché possa sembrare un prodotto dell’ultima glaciazione, la laguna si è formata soltanto 75 anni fa e cresce a ritmi consistenti a causa del repentino ritirarsi del ghiacciaio. La laguna è piena di turisti, segno che la ripresa economica è in atto, dopo la grande crisi. È come se gli abitanti avessero deciso di uscire dalle difficoltà economiche  con il bene più prezioso di cui dispongono, la natura.</p>
<p>   Non a caso, qualche mese fa la popolazione è insorta contro un magnate immobiliare cinese che aveva offerto l’equivalente di circa 70 milioni di euro per acquistare 300 chilometri quadrati di deserto islandese: il suo obiettivo era la costruzione di un gigantesco resort fatto di ville, alberghi e campo da golf. Il progetto non è andato in porto. Ma l’Islanda sa che deve tenere sempre la guardia alta: la sua è una posizione strategica, soprattutto a causa dello scioglimento dei ghiacciai, che aprono nuove vie marittime e rendono le risorse minerarie della regione più accessibili. Molti Paesi, in particolare la Cina, vedono nell’Islanda un potenziale hub per il commercio globale delle merci, soprattutto asiatiche. Questo è un altro dei possibili rischi del disastro economico che ha investito l’Islanda: la svendita del patrimonio naturale “per fare cassa”. Ma questo è un Paese abituato alle bufere e ai terremoti e i discendenti degli esploratori vichinghi hanno temprato il loro coraggio e la loro saldezza aggrappandosi a questa terra rude, superando con tenacia colonizzazioni, carestie ed eruzioni. Di recente qualcuno ha definito l’Islanda la “nuova Atene” (paragonandola alla capitale della grande civiltà antica, non certo alla Grecia di oggi), per la straordinaria rivoluzione democratica e pacifica che ha intrapreso, un Paese in cui la nuova carta costituzionale è stata scritta con il coinvolgimento di tutti gli abitanti, usando come mezzo anche i social network: su Facebook, il lavoro della Commissione Costituzionale è stato vagliato, discusso e modificato grazie alla partecipazione attiva dei cittadini che potevano esprimere la loro opinione liberamente. “Ho capito per la prima volta cosa davvero significa la parola democrazia. Avere contribuito a scrivere la Carta, oltre a riempirmi di orgoglio, mi fa sentire molto responsabile verso il mio Paese e verso la libertà della mia gente”, dice una ragazza, dal nome impronunciabile, incontrata in uno dei tanti locali della capitale Reykjavik.<br />
   Gli investitori internazionali sono tornati ad avere fiducia in questo Paese, a dimostrazione che le linee economiche dettate da Fmi e le analisi delle società di rating non sono dogmi. In fondo quest’isola, squassata da terremoti e scolpita dalle eruzioni è la terra più giovane del mondo e non ha cessato di ingrandirsi in balia della tettonica e dell’espansione dei fondi oceanici. E i suoi abitanti sono consapevoli di appartenere a un mondo imperfetto, tanto che sono loro stessi i primi a dire di essere solo al quinto giorno della creazione, geologica quanto civile, di quest’isola incompiuta.</p>
<p><strong><em>Articolo apparso su <a href="http://www.ilreportage.eu/">&#8220;Il Reportage”, numero 9, gennaio-marzo 2012</a> ora nelle librerie. </em></strong></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/la-rivoluzione-silenziosa-che-ha-salvato-lislanda/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La tragica morte del romanziere islandese Thor Vilhjálmsson</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/la-tragica-morte-del-romanziere-islandese-thor-vilhjalmsson/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/la-tragica-morte-del-romanziere-islandese-thor-vilhjalmsson/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 11:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bergsson]]></category>
		<category><![CDATA[Islanda]]></category>
		<category><![CDATA[Vilhjálmsson]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40542</guid>

					<description><![CDATA[di Gudbergur Bergsson Qualche settimana o forse alcuni mesi prima di morire, Thor Vilhjálmsson aveva voluto realizzare un suo vecchio sogno: partire in primavera dall’Islanda e prendere parte al pellegrinaggio di Santiago di Campostela, percorrendo le strade del santo. Rispettando una lunga tradizione di clerici vaganti e religiosi e oggi anche di laici e avventurieri, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/images1.jpeg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-40543 alignleft" title="images" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/images1.jpeg" width="140" height="180" /></a><strong>di Gudbergur Bergsson</strong></p>
<p>Qualche settimana o forse alcuni mesi prima di morire, Thor Vilhjálmsson aveva voluto realizzare un suo vecchio sogno: partire in primavera dall’Islanda e prendere parte al pellegrinaggio di Santiago di Campostela, percorrendo le strade del santo. Rispettando una lunga tradizione di clerici vaganti e religiosi e oggi anche di laici e avventurieri, si era messo in cammino appoggiandosi a un lungo bastone di legno.<span id="more-40542"></span><br />
Sembra che avesse preso questa decisione per temprare il suo fisico o semplicemente per dimostrare a se stesso e agli altri che a dispetto degli anni il suo corpo era ancora in grado di compiere un tale sforzo, che ancora poteva alla sua età scalare montagne, scendere per valli profonde, attraversare folte boscaglie.<br />
Lo spingeva il desiderio di conoscere in qualche taverna, in mezzo al verde delle pianure o tra le nebbie traditrici delle brughiere, stranieri di tutte le nazionalità, pellegrini amanti come lui della natura e del mistero, gente di mondi lontani: incontrare sulla strada di Santiago la multiforme poesia umana.<br />
Tutto questo era insito nella natura, nell’immaginazione e nel carattere del romanziere che stava per festeggiare il suo ottantacinquesimo compleanno. Era un uomo da sempre in cerca di avventure, intelligente, socievole, dai modi cortesi e gran conoscitore delle lingue straniere, che amava praticare e della cui conoscenza se gli capitava l’occasione si vantava anche un po’. Era cittadino di un’isola lontana, situata “alla fine del mondo”, strana, scarsamente popolata e poco conosciuta se non per il suo nome latino di <em>Ultima Thule</em>, o per quello un po’ più moderno di <em>Bocca dell’Inferno</em>, dovuto alle costanti e improvvise eruzioni vulcaniche.<br />
La sua decisione di unirsi ai pellegrini in viaggio per Santiago de Campostela non credo venisse da motivazioni religiose. L’unica fede che Thor professava non era legata a una religione istituzionale. La sua era una fede laica, personale e molto profonda nell’arte e nella sua natura fondata sulla bellezza cosmica.<br />
Thor era accompagnato da un amico cineasta che voleva documentare fedelmente per la TV islandese il rapporto del romanziere con se stesso e con il paesaggio, filmare i suoi incontri durante il viaggio che, del resto, si svolse senza particolari incidenti. Pare che solo una volta il romanziere si sia ammalato e sia stato costretto a qualche giorno di riposo. Ma non ci furono conseguenze. Si alzò dal letto e si rimise in cammino.<br />
In seguito non si verificarono altre crisi. Thor godeva di ottima salute, grazie forse alla sua disciplina: per anni aveva praticato lo judo o qualche altra arte orientale che oltre a ispirare la mente e rendere più acuto il pensiero, insinua e quasi promette ai suoi adepti se non la vita eterna, almeno un’esistenza molto lunga. Il suo amore per lo sport era la prova che gli piaceva vivere e che della vita amava assaporare tutto. Non si lasciava sfuggire nulla: era sempre presente a ogni evento artistico, ufficiale o no. Non mancava mai a nessuna inaugurazione, a nessun vernissage, etc. Ne approffitava per conversare con tutti, gesticolando e esplodendo in grandi risate. Era una persona carismatica e di grande umanità. I suoi capelli non si lasciavano dominare dal pettine: aveva una capigliatura degna di un grande romanziere del XIX secolo. Era meravigliosamente fotogenico. Bucava lo schermo, come si dice, e grazie ai suoi modi galanti attirava moltissima gente. Lo faceva da uomo semplice, disordinatamente, caricando spesso i toni. Le sue maniere esuberanti, per i suoi compatrioti, erano troppo teatrali, troppo <em>italiane</em>.<br />
Tutto questo faceva parte del suo dinamismo, della vitalità della sua arte, del suo essere artista: un romanziere egocentrico non apprezzato né dai suoi colleghi né dalla società islandese. Era un classico uomo di lettere. Era come uno di quei capolavori che pochi leggono e pochi comprendono, ma che ci servono da guide e da sentinelle contro l’invasione di ciò che è facile e mediocre. A causa di tutto questo molti lo prendevano soltanto per un istrione, troppo <em>italiano</em> per i palati del Nord Europa.<br />
Non so se Thor Vilhjálmsson fosse un personaggio tipicamente italiano, visto che a mio modo di vedere la letteratura italiana moderna è piena di gente triste e solitaria. Di sicuro era diverso, in fondo molto islandese: un uomo che amava il dialogo, dalla mente flessibile, ma allo stesso tempo curiosamente testardo. Lo frenava forse un certo complesso di persecuzione, dovuto tanto alla sua origine – veniva da una famiglia che un tempo era stata una delle più potenti e ricche d’Islanda, i Thors –, quanto al fatto che, a differenza dei suoi invidiati avi ricchi e potenti, egli, come scrittore, non aveva mai raggiunto un vero successo di pubblico. Molti dei suoi colleghi lo accusavano e lo odiavano. Era vittima di molti pregiudizi. Inoltre – cosa che non lo aiutava affatto –, nelle interviste alla televisione o durante gli incontri culturali appariva come un uomo dalle idee contraddittorie e questo aspetto della sua personalità confondeva la gente, tanto che molti non lo capivano, non capivano le sue illuminazioni. Thor si inebriava di fantasie che non venivano affatto dal suo gusto italiano per il teatro, ma al contrario erano pure manifestazioni della terra degli elfi, l’Islanda.<br />
In una società ristretta come quella islandese, non gli perdonavano la grande conoscenza delle lingue e delle letterature di molti paesi europei, degli Stati Uniti e dell’America Latina. Thor, d’altra parte, non faceva niente per nascondere la sua superiorità, anzi la metteva in mostra, a volte senza alcuna pietà. La sua mancanza di controllo gli procurava molti grattacapi. Con gli anni il suo comportamento originale si convertì in una parodia del vecchio preso dal folle desiderio di mantenersi eternamente giovane. Di solito questa non è altro che l’espressione di una grande solitudine abituata a colmare il vuoto attraverso un monologo interiore ininterrotto. Era anche il caso di Thor: egli dialogava con l’universo della creazione che non ha patria, poiché la sua patria è tutto il mondo.<br />
Ora la vicenda del romanziere stava volgendo al termine. Una morte inattesa, ma in un certo senso in armonia con il suo modo di essere, lo attendeva.<br />
Il giorno della sua morte Thor Vilhjálmsson era andato dal suo editore per discutere della ristampa dei suoi libri che sempre, a parte una volta, si era rivelata una tortura poco remunerativa. Sembra che qualche anno prima l’editore avesse intrapreso un viaggio sui Pirenei. Le escursioni in montagna e l’aria pura delle vette erano state scelte con lo scopo di mantenersi giovane e di fare ritorno in città agile e in forma. I due, perciò, scoprirono di avere in comune qualcos&#8217;altro oltre l&#8217;amore per i libri.<br />
Dopo aver conversato a lungo con il romanziere sul grande tema della salute fisica e mentale, pare che l’editore abbia avuto un moto di generosità e decidesse di ripubblicare i libri di Thor in formato tascabile. Lo spirito del romanziere si sentì subito rigenerato. Essendo un autore non commerciale, i suoi libri non si ristampavano. Ma ora, vista l’età, la pubblicità del suo pellegrinaggio in visita al Santo accompagnato da un regista televisivo, il suo ottancinquesimo compleanno alle porte&#8230; Tutto lavorava in suo favore&#8230; Era il momento giusto per rilanciare la sua opera sul mercato.<br />
Sembra che i due si siano intrattenuti beatamente per alcune ore. La sera si avvicinava. L’oscurità del crepusculo, con i suoi colori, scendeva su Reykjavik. Thor, felice per la buona notizia, salutò il suo editore e s&#8217;incamminò verso il centro World Class, accanto alla grande piscina di Reykjavik. E&#8217; la palestra più all&#8217;avanguardia, quella più fornita di attrezzi per irrobustire i muscoli e mantenersi giovani, in forma, il luogo ideale per concludere una giornata di desideri realizzati.<br />
Non si sa per quanto tempo Thor Vilhjálmsson sia rimasto ad allenarsi, ma a un certo punto deve aver sentito la necessità di prendere una sauna, di purificare il corpo e la mente prima di ritornare a casa a dormire, pregustando in sogno un nuovo giorno di lavoro.<br />
Ma è allora che ha incontrato la morte.<br />
Curiosamente quella sera la palestra era stata chiusa senza che nessuno avesse controllato che tutto fosse in ordine, che gli ambienti fossero completamente vuoti. Il regolamento lo imponeva: si doveva fare molta attenzione soprattutto alla sauna, il cui calore può essere pericoloso.<br />
Nessuno registrò nulla.<br />
Altro fatto curioso: pare che a casa nessuno della famiglia si sia accorto della sua assenza.<br />
Il giorno dopo, al mattino presto, all’apertura del centro World Class, alcuni addetti delle pulizie entrarono nello spogliatoio e notarono degli abiti maschili appesi all’attaccapanni: un paio di pantaloni, una camicia, un giubbotto e, più sotto, un paio di scarpe. La notte precedente gli infermieri e i medici non avevano visto nessuno fuggire dal centro ubriaco e nudo. Perciò aprirono la porta della sauna. E lì, riverso su una panca, trovarono il corpo esanime di Thor Vilhjálmsson, l’ammirabile romanziere che un tempo aveva rigenerato e dato nuova linfa all&#8217;estenuata letteratura islandese.<br />
Questo è quanto mi ha riferito chi pretende di conoscere il caso.</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Solo qualche settimana fa ho saputo da Gudbergur Bergsson della morte di Thor. Il pezzo che mi ha mandato e che ho tradotto è inedito ed è stato scritto per amicizia ed espressamente per nazioneindiana.</p>
<p>Thor Vilhjálmsson era nato nel 1925 ed è morto il 2 marzo del 2011. Era &#8211; con Gudbergur Bergsson (1932) di cui in Italia esiste un solo un romanzo, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8851521832/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8851521832&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il cigno</em></a>, traduzione di S. Cosimini, Il Saggiatore, Milano 2001 &#8211; il più importante scrittore islandese contemporaneo, autore di romanzi, saggi, pièce teatrali e raccolte poetiche, e traduttore delle opere principali della letteratura mondiale. Nel 1992 è stato insignito del Premio dell’Accademia Svedese. Nel 1998 <a href="http://www.amazon.it/gp/product/887091108X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=887091108X&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il muschio grigio arde</em></a> (traduzione di S. Cosimini, Iperborea, Milano 2002) si è aggiudicato il Premio del Consiglio Nordico e nello stesso anno <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8870911357/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8870911357&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Cantilena mattutina nell’erba</em></a> (traduzione di P. Turchi, Iperborea, Milano 2005) ha ricevuto il Premio della Letteratura Islandese. Nel 2011 è uscito <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8870911918/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8870911918&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>La corona d&#8217;alloro</em></a>, traduzione di S. Cosimini, Iperborea, Milano.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/la-tragica-morte-del-romanziere-islandese-thor-vilhjalmsson/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’anima ardita di Björk e l&#8217;animismo islandese</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/04/10/l%e2%80%99anima-ardita-di-bjork-e-lanimismo-islandese/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/04/10/l%e2%80%99anima-ardita-di-bjork-e-lanimismo-islandese/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[animismo]]></category>
		<category><![CDATA[Björk]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Islanda]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Di Grado]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/04/10/l%e2%80%99anima-ardita-di-bjork-e-lanimismo-islandese/</guid>

					<description><![CDATA[di Viola Di Grado “Regina degli Elfi e dei Trolls”, “La voce dei geyser”, “L’urlo dei vulcani”. Björk, cantante islandese, è stata spesso trasformata dai media in inquietanti ibridi folkloristici dal sapore esotico o epico-naturalistico. Su Mtv, addirittura, circolava uno spot in cui un neonato smarrito nella foresta veniva portato via e allevato da strane [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Viola Di Grado</strong></p>
<p>“Regina degli Elfi e dei Trolls”, “La voce dei geyser”, “L’urlo dei vulcani”. Björk, cantante islandese, è stata spesso trasformata dai media in inquietanti ibridi folkloristici dal sapore esotico o epico-naturalistico.</p>
<p>Su Mtv, addirittura, circolava uno spot in cui un neonato smarrito nella foresta veniva portato via e allevato da strane creature dei boschi, mentre una scritta rivelatrice identificava il neonato in Björk. Ebbene, senza arrivare a questi estremi fiabesco-compulsivi, esaminando le sue canzoni si scopre che esiste davvero un legame molto forte tra Björk e la sua cultura d’origine. Addirittura, questo legame è spesso così marcato da apparire quasi religioso. In particolare si tratta di una venerazione della natura dagli echi marcatamente pagani, echi non meno forti di quelli espressi nelle canzoni folkloristiche e poesie islandesi, e sicuramente non meno vibranti di sacralità.<span id="more-5639"></span> L’estetica dei rumori che contraddistingue l’album <em>Vespertine</em> (2001) conta fra i tanti il suono dei passi sulla neve, tormentone della canzone <em>Aurora</em>. La canzone descrive un pellegrinaggio verso il picco di un ghiacciaio: la pellegrina Björk prega la dea Aurora di curare il suo dolore facendo sorgere il sole, e alla fine di quest’ascesa religiosa si offre di sacrificare alla dea il suo stesso corpo. Oltre alla forte connessione &#8211; presente nell’immaginario di molte culture antiche &#8211; tra la scalata dei monti e l’acquisizione di poteri magici o rivelazioni mistiche (come nel culto Maria Lionza in Venezuela e nello Shugendō in Giappone), è da notare che la canzone ricorda molto la poesia “Il contadino nel tempo fradicio” di Jónas Hallgrímsson (1807-1845), poeta islandese molto apprezzato in patria.</p>
<p>Dea della pioggerella<br />
che guidi i tuoi<br />
carri di nebbia<br />
lungo i miei campi!<br />
Mandami un po&#8217; di sole<br />
e sacrificherò<br />
la mia mucca, mia moglie<br />
la mia cristianità!</p>
<p>Aurora, Dea della Luce<br />
l&#8217;ombra del monte ricalca la tua forma.<br />
M&#8217;inginocchio<br />
mi riempio la bocca di neve<br />
nel modo in cui si scioglie<br />
vorrei sciogliermi anch&#8217;io<br />
dentro di te.</p>
<p>(Jónas Hallgrímsson, <em>Dalabóndinn í óþurrknum</em>) (Da: Björk, <em>Aurora</em>)</p>
<p>Lo spunto del sacrificio rituale è lo stesso di “Aurora”. Il climax tragicomico mucca-moglie-cristianità mette in luce un dato fondamentale per comprendere il legame viscerale, corporeo, tra gli Islandesi e la natura: in un paese agricolo che ogni giorno doveva affrontare le crudeltà imprevedibili della natura, la fede cristiana, sebbene ufficiale, sembra un lusso fuori posto. Un contadino disperato per la mancanza di sole, che interesse può avere per le pene di un presunto aldilà se deve prima combattere con quelle più imminenti e apocalittiche della natura?</p>
<p>E quella islandese è una natura brutale, che come dice Björk “Ti rende umile” (<em>Minuscule</em>, 2003). Umile come la pellegrina assetata di luce che s’inginocchia e si riempie la bocca di neve, ricalcando provocatoriamente il gesto della Comunione cristiana. Mangiando il “corpo” della neve, pregando una Luce personificata e addirittura idolatrata di “sciogliersi dentro di lei”, Björk offre un’alternativa autentica, carnale, al formalismo cerebrale delle religioni monoteiste. Lei stessa ha dichiarato più volte alla stampa, parlando del passaggio dalle sonorità riflessive e sperimentali del suo album <em>Medulla</em> (2004) a quelle più schematiche, primitive di <em>Volta</em> (2007): “<a href="http://www.bjork.com">Basta con le stronzate della religione, dobbiamo accettare che siamo solo esseri umani che danzano nelle caverne</a>”.</p>
<p>Non è una coincidenza che le canzoni di Björk più vicine alla tradizione islandese siano in islandese: a partire dall’album <em>Glin-Gló</em> (1990), precedente al suo grande esordio da solista, che appare ossessionato da topoi indigeni come il rito di passaggio, la relazione madre-figlia, gli elfi e i Trolls. Così, se è vero che le era necessario “divorziare” dalla lingua islandese per poter esplorare nuovi territori musicali e concettuali, è anche vero che per tornare ad essi lei è tornata spontaneamente alla lingua islandese: una delle più recenti canzoni di Björk in islandese, &#8220;Vökuró&#8221; (<em>Medulla</em>), è un’elegia alla natura non meno struggente delle più famose canzoni folk islandesi, e presenta sonorità molto simili (nonché l’uso frequente del coro).</p>
<p>Solo nell’ultimo verso nella natura subentra un essere umano, cioè la figlia di Björk, che chiude dolcemente gli occhi. Il video di una delle sue canzoni più famose, &#8220;Jóga&#8221; (<em>Homogenic</em>, 1997), mostra lo stesso tipo di slittamento dalla smodata adorazione della natura a un’unica immagine umana: Björk sdraiata, avvolta in un enorme cappotto bianco, anche lei con gli occhi chiusi. La scena ricorre ciclicamente all’inizio e alla fine, caso rarissimo nei video di Björk, in cui lei non scompare quasi mai dallo schermo.</p>
<p>Il passaggio dall’istantanea fulminea dell’unico essere umano alla prolissa elegia della natura e poi di nuovo all’essere umano (abbandonato alla natura, come suggeriscono gli occhi chiusi) non risulta artificiale, anzi sembra quasi ovvio. Tra l’altro, subito dopo la sua ricomparsa, il corpo di lei viene letteralmente invaso dai paesaggi, attraverso un buco all’altezza del cuore. Gli “emotional landscapes” di cui parla nella canzone sono allo stesso tempo paesaggi veri e propri ed emozioni umane, perché fare una distinzione?</p>
<p>Per capire d’istinto quanto suonino islandesi le sue canzoni, basterebbe sentire di seguito &#8220;Vökuró&#8221; e &#8220;Vísur Vatnsnenda-Rósu&#8221;, scritta dalla poetessa islandese Rosa Gudmundsdottir (1795-1855) e arrangiata da Jón Ásgeirsson, canzone tradizionale poi ripresa da Björk: senza sapere che quest’ultima è una <em>cover</em>, chiunque crederebbe che le canzoni siano state composte dalla stessa persona. A parte le somiglianze di cui ho già parlato, le due canzoni enfatizzano allo stesso modo gli occhi della persona a cui si rivolgono, che se in &#8220;Vísur Vatnsnenda-Rósu&#8221; sono “deliziose pietre” in &#8220;Vökuró&#8221; sono “occhi delle profondità”. E gli “occhi” di entrambe le canzoni sono legati agli occhi del “parlante” dalla coscienza di appartenere a uno stesso universo intimamente associato, pur nella sua grandiosità, alla loro privata unione: &#8220;Vökuró&#8221; parla di una fattoria in comune, poi dell’erba in comune, poi della “tranquilla e fredda primavera”, per culminare nel “grande mondo” che “si sveglia pazzo d’incanto”. La ben più breve &#8220;Vísur Vatnsnenda-Rósu&#8221; accenna invece un “Il mio era tuo, il tuo era mio”.</p>
<p>Escludendo le canzoni in islandese, che comunque formano un’esigua parte dell’immensa produzione björkiana, le canzoni in inglese tendono alla ricerca di un compromesso tra l’abbandono alla natura e l’inseguimento del futuro. Cioè, tra gli archi e i beats. Più che al compromesso in sé, tuttavia, Björk sembra interessata al processo di ricerca di questo compromesso. In &#8220;Jóga&#8221; i <em>beats</em> piovono sugli archi e poi si spezzano, e ancora ritornano, e poi di nuovo si spezzano, dando un’impressione di fluidità ma anche di progressione, che fa pensare alla continua crescita biologica del territorio islandese (a cui infatti è dedicata la canzone). In &#8220;Hunter&#8221; (<em>Homogenic</em>) la lotta tra natura e tecnologia è rappresentata, oltre che musicalmente, visivamente: una Björk calva combatte contro l’inevitabile trasformazione della sua testa in quella di un cyber-orso. Chi vincerà, la Björk “naturale” o quella virtuale, non ci è dato saperlo. Ma il titolo della canzone, “Cacciatore”, è una dichiarazione esplicita della sua missione estetica e musicale di cantante islandese nel mondo: non trovare la sintesi tra natura e strutturalizzazione umana, ma avventurarsi coraggiosamente nella sua ricerca.</p>
<p>“Quando sarò morta &#8211; disse una volta Björk &#8211; Vorrei che sulla mia lapide fosse scritto <em>Donna coraggiosa</em>”.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2008/04/10/l%e2%80%99anima-ardita-di-bjork-e-lanimismo-islandese/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-11-02 07:44:26 by W3 Total Cache
-->