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	<title>Israele &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Su &#8220;Inside Story&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 06:45:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[Inside Story]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Amis]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo inglese contemporaneo]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong> <br /> Da notare, per altro, che Martin Amis è morto nel 2023 e Inside story, del 2020, è il suo ultimo libro: ma per me è stato il primo, e per adesso l’unico, quello che me lo ha fatto scoprire.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Era molto tempo che non mi succedeva di finire un libro, anzi, di stare per finirlo – mi manca letteralmente l’ultima mezza pagina, e interrompo un attimo per scrivere in fretta e furia queste righe – e già sapere che non potrò far altro che ricominciare a leggerlo, dalla prima parola. E preciso: non “sapere che lo leggerò di nuovo”, il che, da Cechov a Proust, a Dickens, Manzoni, Dumas, tanto per citare i primi che mi vengono in mente, mi è successo con tanti autori; sapere che lo ricomincerò subito, senza soluzione di continuità, come mi è successo una volta al cinema con <em>Kill Bill 1</em>, nascondendomi nella sala per restare anche la proiezione seguente, ed è un ricordo speciale, ma ce ne sono anche altri. Ecco, in letteratura mi è capitato solo con l’Iliade e l’Odissea e con un paio di tragedie di Shakespeare.</p>
<p>Intendiamoci, non voglio certo dire che Martin Amis, con <em>Inside Story</em>, abbia la stessa magia, la stessa potenza di Omero o Shakespeare. Voglio dire semplicemente che, come con quelli, sto sapendo poco prima di finire che ricomincerò subito. Proprio dalla prima parola, assaporando il piacere di ritrovare alcuni passaggi che ricordo essere poche righe più in là, o di scoprirne sotto una nuova luce altri, etc.: come succede appunto, in generale, con le riletture. Perché ci sono autori che, al di là del fatto che siano o meno “i più grandi” (ma le gerarchie sono comunque solo un gioco) ci parlano in un modo particolare, ci sembra che ci assomiglino. Da notare, per altro, che Martin Amis è morto nel 2023 e <em>Inside story, </em>del 2020, è il suo ultimo libro: ma per me è stato il primo, e per adesso l’unico, quello che me lo ha fatto scoprire.</p>
<p>Dunque, ho voglia di ricominciarlo, e so che lo farò, subito dopo quest’ultima mezza pagina: in francese, perché è in traduzione francese che ce l’ho adesso a disposizione (l’ho preso in prestito in una Biblioteca, qui a Parigi), e poi in italiano, perché alcuni vortici linguistici mi sono sembrati talmente vorticosi che non sono sicuro di averli colti in tutte le loro sfumature, e poi nell’originale, in inglese (cacchio, la triplice lettura, come mi è successo, anche se distanziate e in ordine diverso, con<em> David Copperfield</em>&#8230;), ma con la versione francese o italiana nei paraggi, perché insomma, altrimenti qua e là qualcosa rischia di sfuggirmi. Che programmino, c’è da leccarsi i baffi.</p>
<p>E vorrei dirlo a (leggere questa lista sorvolando come se si declamasse una litania): Sophie, Michèle, Isabelle, Clara, Eva, Michel, Michele, Filippo, Andrea, Simone (it. uomo) e Simone (fr., donna)  – già, dovrei fare una versione di questo articolo-messaggio anche in francese, per gli amici che non leggono l’italiano – e poi ancora a Hélène, Elena, Helena, Philippe, Peter, Pierre, Fulvio, Lamberto,  Emilio, Antonio, Vittorio, Daniel, Daniele, Daniela, Joseph, Alessio, Leo, Carmine, Alberto, Marghi, Vale, Cristina, Roberto, Paola, Paolo, Rebi, Azu, Erminia, Barbara, Alessandra, Bastiana, Franco, Maurizio, Dona, Sara, Felipe, Nando, Luciana, Lucie, Manon, Maria, Jean-Louis, Cate, Silvia, Sylvia, Chiara, Matteo, Miriam &#8230; e qui mi fermo, anche se ce ne sono altri, altre, e mi verrebbe di continuare a buttar giù nomi, c’è qualcosa di fantastico, di “creativo”, nel solo nominare le persone, quasi che i nomi, da soli, potessero riempire una pagina di letteratura – c’è del resto anche un sonoro labirinto onomastico, nel libro, ed è inebriante perdercisi dentro&#8230; Aggiungo però in chiusura almeno Phoebe, perché nella vita di ognuno di noi, se solo un po’ siamo riusciti a vivere, c’è sempre una Phoebe, o un Martin&#8230;</p>
<p>Ecco, scrivo queste righe semplicemente per chiedere ai miei amici, ai miei affetti più cari: ma lo avete letto? E se no, per dir loro: leggetelo. Perché questo – come altri – è un libro spartiacque: ci sono quelli che hanno letto <em>Inside story</em>, e quelli che invece no&#8230; Ah, certo, devo anche ringraziare Salman, Mia e Giacomo che, ognuno a modo suo, mi hanno messo sulle sue piste.  E avvertire Fabrizio che sì, dopo mi andrò a leggere anche il libro sulla morte del padre – anche se non credo che sia come dice lui “ancora più bello”, ma forse sbaglio, non lo ho ancora letto, appunto&#8230;</p>
<p>Come mai questo improvviso fuoco? Questa smania di condivisione? Credo soprattutto perché <em>Inside Story</em> è un’autobiografia completamente folle, che tuttavia, proprio attraverso questa follia, riesce la più riuscita di tutte le autobiografie, uscendo dai suoi limiti come un morbo contagioso: è vera e finta (già, <em>David Copperfield</em>), proprio come la nostra vita, e di più, il vero è finto, perché sempre quando guardiamo indietro reinventiamo il nostro passato, e il finto è vero, perché niente come la finzione riesce a scoprire le verità più violente nascoste dentro la nostra esistenza, e in questo senso dice di Martin, umano e scrittore, che con lo stile confonde e trascende realtà e finzione, ma anche di ognuno di noi, che si sia o meno scrittori. Anzi, soprattutto se lo siamo, vorrei aggiungere, più o meno affermati o anche del tutto sconosciuti, non importa: perché fra le tante altre cose, questo poliedrico “romanzo” è anche un formidabile manuale-riflessione sulla scrittura – ho fotocopiato per metterle sulla scrivania, a portata di mano, due paginette sul senso e l’uso della punteggiatura che da sole già valgono l’intera lettura&#8230; E poi anche, o innanzitutto, c’è molto amore, l’amore carnale, dolce, violento, impertinente, sublime, lascivo, osceno; o l’amore-persona, l’essere umano desiderato, persino amato – ma non abbiamo mai trovato le parole giuste per dirglielo&#8230; – che aveva forse una decina d’anni più di noi, ma eravamo così giovani, che importanza aveva? E lo si riincontra molti anni dopo, ora è proprio vecchio, è vecchia, di fronte a noi, che vecchi ancora non siamo (e ci illudiamo&#8230;), ma non è quella vecchiaia amichevole, avvolgente, con cui la letteratura sa cullarci, del tipo &#8230; <em>ha sessant’anni, e più la guardo e più mi sembra bella</em>, no, è una vecchiaia devastante, demolita e demolitrice, in cui gli anni si sono accumulati come i chili, il viso è stato inghiottito dal grasso, il corpo gigantesco è oramai ridotto a una massa soda, paurosa, ma sia pure infossati, avvolti dalle rughe, gli occhi, lo sguardo eterno, parlano ancora di giovinezza, di amore, persino di desiderio – ma anche di attesa della morte.</p>
<p>Già, poteva mancare la morte, che è da sempre la prima grande protagonista della letteratura? Ma di cosa si parla, esattamente, quando si dice morte? Della morte – che non esiste – o dell’attimo della morte? che non è mai un attimo, ma è una linea, una cronologia, forse infinita, anche nelle morti istantanee, o nel sonno, quando – dicono – l’intera vita ci passa davanti, come estratta dal tempo&#8230; E di cosa abbiamo paura? Di morire o di essere morti? Possibile che il mondo continuerà senza di noi? Chi e come ci ricorderà? (Non posso fare a meno di pensare che Martin A. è morto meno di tre anni dopo aver pubblicato questo suo ultimo, in tutti i sensi, libro.)</p>
<p>E su tutto, ovunque, c’è un modo speciale di raccontare, quello della letteratura, una letteratura volentieri urticante, provocante, dissacrante: attraverso la quale si riflette innanzitutto&#8230; sulla stessa letteratura (autori veri o inventati, e soprattutto reinventati, nel contempo veri e immaginati, veri proprio perché immaginati, in particolare Saul Bellow, Christopher Hitchens, Philip Larkin, ma anche Kingsley Amis e Elizabeth Jane Howard, Jane, suo padre e la sua “matrigna” &#8230; e molti altri ancora, presenti o passati); e poi sulla morte, appunto, e sulla vita, a cominciare ovviamente dalla propria (è una “autobiografia”, lo ricordo, vera e inventata, vera perché inventata etc.); o persino sull’attualità, sulla politica, sulla Storia: ma sempre nella prospettiva di una molto creativa memoria personale, per la quale tutto diventa romanzo. Dall’assassinio di Kennedy nel 1963 (nel ricordo di Martin A. fragile adolescente) all’11 settembre 2001 (visto dal punto di vista del giorno dopo, della vigilia&#8230; del giorno dopo, e dei giorni dopo il giorno dopo: potentissimo!) sino all’apparizione di Donald Trump, che si annuncia all’orizzonte sempre più minaccioso – minaccioso ovviamente per quelli come Amis, espressione di una sinistra libertaria, liberale nel miglior senso del termine, e anticonformista, profondamente umanista, direi io se dovessi definirlo, ma probabilmente lui si arrabbierebbe, perché il suo spirito libero sfugge a qualunque categorizzazione.</p>
<p>E al centro di tutto, c’è uno dei principali fili di riflessione del suo intero percorso di uomo e di artista, anzi, un filo fatto di fili intrecciati: l’ebraismo, l’antisemitismo, la shoah, Israele, con tutte le contraddizioni che Amis inquadra con una semplicità, e insieme un’originalità disarmanti, spaesanti, e sempre con lo strumento della letteratura. I ragionamenti brillanti dialogano fra di loro – per riassumerne in una frase alcuni tra quelli che mi hanno più colpito: <em>I Protocolli dei Saggi di Sion </em>(citati solennemente nella Carta di Hamas) sarebbero, inintenzionalmente (ma c’è l’inconscio), nobilitati dall’accusa di essere un “falso”, accollatagli anche dagli studiosi più seri, perché un “falso” presuppone all’origine una versione autentica, mentre questi sono una fabbricazione integrale&#8230;; il regime di Vichy diventa un personaggio, il viscido, ossequioso Uriah Heep (siamo di nuovo dentro l’amato <em>David Copperfield</em>, ovviamente) di fronte al criminale Bill Sikes (<em>Oliver Twist&#8230;</em>), che impersona la Germania nazista&#8230;; &#8230; ma dunque, se i paesi sono delle persone, allora anche le persone sono dei paesi, Martin ad esempio è una democrazia liberale di tipo parlamentare (ma con qualche zoppia costituzionale&#8230;); l’antisemitismo – una nevrosi? una psicosi? – implica un piacere che rende assuefatti, in tutto e per tutto fisico, come la cocaina, anzi, meglio, come un’inarrestabile masturbazione, una concretissima pippa insomma (traduco il francese “branlette” che a sua volta, immagino, traduce “handjob” o chissà “jerk-off”, ho fretta di rileggermelo nell’originale&#8230;), e un discorso analogo vale per il messianismo&#8230; Ed ecco, in questa prospettiva Amis si chiede, e ci aspira dentro le sue domande: Poteva Israele <em>non</em> nascere, dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale? o nascere altrove da dove è nato, per esempio in Baviera o in Madagascar? È possibile trovare un equilibrio fra l’inevitabile esercizio della forza, della forza non di rado odiosa, del potere, indispensabile per chi combatteva contro il rischio di estinguersi (e la paura dell’estinzione – sottolinea Amis – continua a correre lungo tutta la storia del paese Israele), e la necessaria volontà di resistere alla distruzione, all’oblio, di conciliare insieme memoria e avvenire? esistenza e umanesimo? In che modo si sono intrecciate due catastrofi, quella palestinese e quell’ebraica, in un avvitamento che è propriamente tragico, fatto di esclusioni, omissioni e censure reciproche? (Perché il libertario Martin, pur <em>sapendo</em>, nel contempo affascinato e inquieto, le ragioni di Israele, non ignora mai quelle della Palestina – e l’Occupazione, ci dice, è anche una <em>nakba</em>, una catastrofe politica, sociale, morale per gli ebrei&#8230;) Come mai Israele ha per lunghi tratti potuto negare, insieme alla catastrofe palestinese, anche quella sua propria, che pur ha, se non fondato, fornito un impulso determinante alla causa sionista? (Di nuovo la letteratura, nelle parole di Bellow, o meglio, del Bellow chiamato in causa da Amis: “Dapprima, vi hanno assassinato, poi vi hanno obbligato a meditare sui loro crimini; farlo, mi soffocava”&#8230;.) E tante altre questioni, perché Amis più che rispondere interroga e si interroga, e sempre ci spiazza, facendo emergere la complessità, le contraddizioni dell’umanità di cui facciamo parte: scavando, ponendo domande scomode, appunto, e sempre rifuggendo dagli slogan, dai luoghi comuni, dalle comode, omogenee, pronte all’uso semplificazioni. Non è del resto quello che, per vocazione, dovrebbe sempre fare uno scrittore?</p>
<p>E devo confessarlo: un brivido, un senso nel contempo di sollievo e di dolore, mi ha preso leggendo, disseminate lungo il libro, le pagine che concernono Israele (e anche i Palestinesi: perché ahimè la Palestina non c’è), le quali disegnano una storia in cui si intrecciano luci e ombre, errori e anche orrori, contraddizioni e speranze, slanci e cadute, senza sconti, ma mai banali, mai schematiche né semplificatorie di un itinerario complesso che si snatura a essere ridotto a una sola componente&#8230; , e sempre piene di piena, autentica letteratura. Sono pagine scritte tre anni prima dell’inizio di quella spirale di morte e distruzione che ancora è là pronta a riesplodere, e dentro la quale il nome di Israele in larghi settori di quella sinistra che è anche la mia sembra diventato impronunciabile, se non per associarlo ai soprusi, alle bombe, al massacro dei civili – eppure, in queste pagine, lontane e vicine, c’è già tutto: Gaza, il fanatismo giudeocida e jihadista di Hamas, Hezbollah, l’Iran dietro le quinte, lo spostamento sempre più a destra di Israele insieme alla realtà (non solo il fantasma, anch’esso reale) di essere circondati da alcuni milioni di nemici mortali, il progetto messianico che minaccia da dentro, persino al di là della nuova catastrofe che incombe sui Palestinesi, la natura ebraica, nel senso umanista e “amisiano” del termine, e democratica della società israeliana che, fra mille apprensioni, è cara allo scrittore, e che non vuole, non può abbandonare (ma dalla quale teme, lui, di essere abbandonato&#8230;). Insomma, un rompicapo maledettamente complicato che Martin Amis esplora, di nuovo, con la sua arte, la letteratura, che procede più con le domande e i dubbi, che con le certezze e le semplificazioni. E io, sempre avanzando fra queste luci e ombre, avevo nella testa, insieme a una convinzione, una domanda (e mi sembra che ogni lettore / scrittore, soprattutto se di sinistra, progressista, dovrebbe naturalmente porsela): è certo lecito, che dico? doveroso, giusto, impegnarsi con determinazione contro un governo di estrema destra e messianico e la sua hybris guerriera e distruttrice, schierarsi a fianco, materialmente o idealmente, dei Palestinesi, nei tanti diversi modi propri a ciascuno, per cercare di difenderli da nuovi massacri, da ulteriori soprusi e finalmente, anche se oggi sembra più lontano di un’utopia, arrivare a una soluzione che permetta, a loro come agli altri, a tutti, di vivere liberamente e degnamente, in pace, e con uguali diritti  – ma come è possibile, cosa significa odiare in sé, nella sua complessità, un paese? <em>quel </em>paese?</p>
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		<title>Quattro modi per negare un genocidio: Gaza e la guerra delle parole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Sep 2025 12:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio del popolo palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Quattro modi per negare un genocidio: Gaza e la guerra delle parole]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Capoferro]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Riccardo Capoferro </strong> <br /> Allontanando lo sguardo dal contesto in cui gli atti di Israele hanno preso forma, come pure da aspetti macroscopici dello specifico contesto di Gaza, il decontestualista ha creato a proprio uso e consumo un Israele immaginario...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-115503 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13.png" alt="" width="985" height="395" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13.png 985w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13-300x120.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13-768x308.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13-150x60.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Schermata-2025-09-04-alle-12.41.13-696x279.png 696w" sizes="(max-width: 985px) 100vw, 985px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Riccardo Capoferro</strong></p>
<ol>
<li>Introduzione</li>
</ol>
<p>Quando, sia pure di sfuggita, la nostra premier ha chiamato quel che si sta consumando a Gaza “genocidio”– unendosi così ai molti italiani che lo considerano tale (secondo YouTrend il 63%)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> – l’evidenza è parsa così flagrante da prevalere sulla <em>Realpolitik</em><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>.</p>
<p>Ma l’evidenza non è incontestata. Dal giorno in cui la parola “genocidio” è stata associata ai fatti di Gaza, si è messa in moto una specie di polizia terminologica, che molto alacremente (mentre le bombe continuavano a cadere e i palestinesi a morire) ha inchiodato gli accusatori di Israele alle loro responsabilità semantiche.</p>
<p>“Genocidio”, ci è stato detto, non è la parola giusta, non c’è certezza che di questo si tratti. “Genocidio&#8221; è, infatti, una parola politicizzata, polarizzata, permeata di narcisismo etico e ansia di demonizzazione, se non di un vero e proprio sentimento antisemita; spesso, infatti, esprimerebbe la volontà perversa di azzerare la memoria della Shoah accusando lo stato ebraico del crimine dei crimini; sarebbe, dunque, una parola carica di aggressività, che fa degenerare il dibattito, fomentando un muro contro muro politicamente sterile.</p>
<p>Ragionare su questi argomenti, le loro logiche di fondo e i loro aspetti problematici – a cominciare dalla loro inconsistenza giuridica – può essere utile: può servire a chiarire importanti sfumature dell’idea di “genocidio”, a risalire alle sue radici storiche, e a identificare con più chiarezza le situazioni in cui è indispensabile chiamarla in causa. Può offrici, in particolare, l’opportunità di evidenziare un fattore chiave dei processi genocidari: il fattore tempo (la cui importanza è tanto ovvia quanto trascurata).</p>
<p>Quali sono state, dunque, le logiche della negazione? Ne identificherò quattro tipi – che spesso si intrecciano – e di ciascuno mostrerò i risvolti problematici. Prima di iniziare, però, sono necessarie due note di metodo: 1) l’elenco potrebbe essere più lungo, perché idee legate a un certo argomento sono spesso sviluppate e sostenute indipendentemente, ma ho cercato di puntare all’essenziale; 2) le mie considerazioni non si addentreranno nel fondo oscuro della psiche individuale e collettiva, tra le radici profonde della negazione. Dietro al discorso sul “genocidio” a Gaza c’è stato a volte l’onesto desiderio di far ordine; ma il tono più distaccato può nascondere pulsioni viscerali: islamofobia, manie istrioniche da bastian contrario, nazionalismo di ritorno, oppure, più semplicemente, memorie familiari e legami affettivi, se non – e questo merita il più grande rispetto – traumi terribili. Ogni posizione lascia trasparire molto altro, ma va valutata di per sé.</p>
<p>Cominciamo dunque con la prima tipologia, quella giuridicamente più avveduta: i letteralisti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li>I letteralisti</li>
</ol>
<p>Secondo alcuni, i fatti di Gaza costituirebbero un crimine di guerra, non, in senso stretto, un genocidio. Mancherebbe, infatti, un intento dichiarato. Non bastano le parole cariche di odio di politici, militari e civili israeliani, a cominciare dalla famosa dichiarazione in cui Netanyahu allude minacciosamente a un passo del Deuteronomio: parole con cui si annuncia una violenza sterminatrice e con cui i palestinesi vengono sviliti e deumanizzati secondo una logica di matrice razzista. Tutto questo non basta: i fatti di Gaza difetterebbero infatti di una caratteristica essenziale inclusa nella convenzione dell’ONU del 1948. A mancare sarebbe un “intento” esplicito: un “dolus specialis” affidato a documenti ufficiali, che possa essere ben accertato in sede legale. Questa posizione fa riferimento letterale alla definizione del ’48: “genocide means any of the following acts committed with <em>intent</em> to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>.</p>
<p>Il problema dell’intento è stato in effetti sollevato da più parti, anche da esperti di diritto internazionale, che in vista di una sentenza hanno ribadito l’importanza di prove certe. Dato che, come ha ricordato lo storico Omer Bartov, le caratteristiche dei genocidi elencate dalla convenzione sono effettivamente riscontrabili a Gaza, l’accertamento dell’intento sembrerebbe, secondo questo punto di vista, configurarsi come una prova regina<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>.</p>
<p>Ma è proprio sul piano giuridico che la posizione letteralista è problematica. Nell’invocare la definizione del ’48 c’è il rischio di dimenticarne la storia e di svincolarla dalle sue applicazioni, che hanno avuto cospicue ricadute sul suo significato, perché il senso di una legge deriva anche dalle interpretazioni e le sentenze che ne hanno rinegoziato i margini. Richiamando le sentenze della Corte internazionale di giustizia, B’Tselem – l’organizzazione israeliana che documenta la violazione dei diritti umani nei territori occupati – ci ha tenuto, non a caso, a evidenziare che l’intento può essere inferito dalla condotta dello stato o delle forze che commettono l’atto criminoso, e non necessariamente deve essere veicolato da un ordine scritto<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>. È poco realistico, del resto, pensare che nel XXI secolo, dopo i lager nazisti, un governo protocolli e pubblicizzi i suoi piani genocidari, riempiendo circolari e veline e distribuendo direttive agli esecutori materiali del massacro.</p>
<p>Se l’intento genocidario c’è si può inferire dai fatti<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>. Si può inferire, per quanto riguarda Gaza, a partire dai dati compatibili con la convenzione del ’48. Non solo dal numero esorbitante di vittime civili tra cui molti bambini; non solo dall’identificazione, permeata di odio simile a quello razziale, dei palestinesi di Gaza in quanto gruppo da annientare; non solo dall’occupazione di Gaza, che gli esponenti della destra messianica vorrebbero ricolonizzare; anche dalla “distruzione sistematica a Gaza delle abitazioni come pure di altre infrastrutture – edifici governativi, ospedali, università, scuole, moschee, siti del patrimonio culturale, impianti di trattamento delle acque, aree agricole e parchi”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>, che rende improbabile la ripresa della vita dei Gazawi sul territorio.</p>
<p>Il caso di Gaza non è assimilabile, certo, a contesti in cui l’intento genocidario è stato espresso più o meno chiaramente (anche se i nazisti, con le loro <em>Endl</em><em>ö</em><em>sung der Judenfrage</em>, <em>Evakuierung nach Osten</em> e <em>Sonderbehandlung</em> erano maestri dell’eufemismo). Richiede un modello di comprensione delle azioni e delle decisioni più flessibile; più adatto, cioè, alle apparenze giuridiche che, dopo il 1945, ogni stato che voglia dirsi “occidentale” è portato a rispettare.</p>
<p>Questo modello si può trovare, più che nella convenzione ONU, nel lavoro che l’ha preparata e di cui essa è in parte il precipitato; lavoro che la riflessione giuridica sul genocidio non ha mancato di elaborare. Si può trovare, cioè, negli scritti del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, colui che ha coniato la categoria di “genocidio”.</p>
<p>Lemkin dedicò molte energie alla storia dei genocidi. Riteneva infatti che ci fosse un nesso tra l’Olocausto e gli eccidi coloniali e riteneva, soprattutto, che le casistiche genocidarie fossero molteplici. Le sue riflessioni sull’intento sono molto utili. Lemkin pensava che l’intento non dovesse necessariamente essere esplicito, e che potesse anche non tradursi in un’azione diretta.</p>
<p>Il genocidio poteva essere messo in atto anche creando le condizioni affinché si realizzasse. Discutendo le caratteristiche del regime genocidario dei lager, Lemkin scrive che la responsabilità del comandante di un lager per la morte dei prigionieri esisteva anche qualora essa non fosse decretata, ma fosse resa altamente probabile, quindi chiaramente prevedibile, dalle condizioni di vita a cui i prigionieri erano sottoposti. In quel caso, il comandante di un lager era colpevole in quanto “[he] does not object in his mind and agrees with the eventuality of such destruction. In the criminal law of civil law countries such an intent is called ‘dolus eventualis’”<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup>[8]</sup></a>. Secondo Lemkin, dunque, l’intento si esplicherebbe non solo nell’eliminazione diretta di un gruppo, ma anche nel “dolus eventualis”; nella creazione di condizioni che possano portare a tale eliminazione.</p>
<p>Concordando con Lemkin<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>, molti giuristi contemporanei hanno ripreso la nozione di “dolus eventualis”. Il giurista William A. Schabas – un’autorità in materia – non la chiama direttamente in causa, ma teorizza una casistica equivalente. Per provare le responsabilità di un genocidio, scrive Schabas, “it might be sufficient for the prosecution to demonstrate that the accused was reckless as to the consequences”<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>. Tante singole operazioni militari dalle prevedibili conseguenze genocidarie implicano, di fatto, la consapevolezza dei propri atti.</p>
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<ol start="3">
<li>I puristi</li>
</ol>
<p>I puristi sono coloro che vedono nel genocidio un fine a sé stante, non inquinato da altri fini. Spesso la prospettiva purista è un corollario di quella letteralista e le due sono quasi intercambiabili. Rifacendosi alla convenzione, i puristi sostengono che, oltre a essere esplicito, l’intento debba avere come fine il genocidio stesso.</p>
<p>Mettiamo un caso immaginario. Un malvagio imperatore galattico non tollera più il pianeta X perché pullula di ribelli che danno all&#8217;impero filo da torcere; dà quindi ordine di spazzarne via con un gigantesco cannone di antimateria quasi tutta la popolazione e le infrastrutture – case, ospedali, università e templi inclusi. L’ordine, trasmesso oralmente al grande ammiraglio delle forze imperiali di stanza nello spazio prospiciente a X, è “spazzare via il focolaio di ribellione”: sottintende dunque che anche gli innocenti debbano essere eliminati e che occorra fare più vittime possibile dato che X potrebbe produrre nuovi ribelli. Insomma, l’intera popolazione di X, presente e futura, è chiamata in causa, perché evidentemente la “cultura della ribellione” di X dà più di un grattacapo all’impero. Ma secondo il purista l’imperatore e i suoi sottoposti non hanno commesso un genocidio. Dovevano avere come fine il genocidio in sé e dichiararlo a chiare lettere su un comunicato imperiale indirizzato agli operatori del cannone di antimateria.</p>
<p>Questa posizione porta in luce un elemento che spesso sfugge ai dibattiti riguardanti il genocidio: il movente. Non di rado si parla del genocidio come di un gigantesco ingranaggio pluriomicida svincolato da atti pregressi e finalità pratiche, motivato solo da una differenza etnica o razziale. La nazione o il gruppo genocida punterebbe al genocidio stesso.</p>
<p>Ma come la maggior parte dei crimini, il genocidio ha un movente. Anzi, i fatti ci insegnano che nel perpetrare un genocidio si persegue un vantaggio, nonostante questo dato sia spesso stato occultato dalle stesse ideologie usate a sua giustificazione, come le ideologie naziste e coloniali, incentrate sulla difesa della purezza razziale.</p>
<p>Per esempio, tra il 1915 e il 1917, mentre gli armeni venivano sterminati, le loro abitazioni, le loro attività agricole e commerciali, le loro chiese e gli altri loro beni venivano requisiti. Queste proprietà venivano spesso redistribuite a turchi musulmani, alleati curdi o ad altre popolazioni musulmane. Il tutto rientrava in una politica di “turchizzazione” delle province orientali, dove gli armeni avevano vissuto per secoli.</p>
<p>Sebbene tragga linfa da, e si ammanti di giustificazioni ideologiche che esprimono il bisogno di imporre con la violenza un’omogeneità etnica e razziale, il genocidio è stato quasi sempre funzionale all’occupazione di territorio. E nei casi in cui lo “spazio vitale” non sia stato dichiaratamente in gioco, la condotta genocidaria, con tutto il suo apparato di demarcazioni, ha comunque assolto a una funzione. È servita a eliminare o indebolire un gruppo storicamente percepito come antagonistico e in tal modo a rinforzare la coesione materiale e morale del gruppo che l’ha messa in atto e, inscindibilmente, il suo radicamento territoriale. Quest’aspetto si riscontra anche nelle persecuzioni razziali naziste, che come si sa furono in larga misura un fattore di coesione, funzionale a una mobilitazione di massa<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><sup>[11]</sup></a>.</p>
<p>L’intento si desume, quindi, non solo dai danni biologici, culturali e infrastrutturali inflitti a una comunità; si desume anche dalla presenza di un movente<a href="#_ftn12" name="_ftnref12"><sup>[12]</sup></a>. Non importa quanto folle tale movente paia: nella follia può esserci del metodo. Le affermazioni deliranti di Hitler nel <em>Mein Kampf</em> e della propaganda nazista descrivono una necessità precisa, anche se non ancora sfociata in un piano di annientamento, e lasciano trasparire una comprensione profonda di cosa muoveva (e muove) le masse, influenzata dalla lettura attenta che Hitler fece di Gustave Le Bon<a href="#_ftn13" name="_ftnref13"><sup>[13]</sup></a>.</p>
<p>Come ricorda William A. Schabas, la redazione della convenzione del ’48 fu preceduta da un’intensa riflessione sul movente. Molti stati volevano che il testo della convenzione lo menzionasse esplicitamente. E il movente figura nella definizione di uno dei crimini più vicini al genocidio, la persecuzione, le cui caratteristiche sono descritte nello Statuto di Roma (1998) nel paragrafo successivo a quello dedicato al genocidio<a href="#_ftn14" name="_ftnref14"><sup>[14]</sup></a>. E c’è di più. Sia nelle discussioni che condussero alla convenzione sia nelle riflessioni successive il movente è stato considerato un elemento da includere tra le prove, poiché consente di inferire l’intento genocidario. Scrive Schabas: “evidence of hateful motive will constitute an integral part of the proof of existence of a genocidal policy and therefore of a genocidal intent”<a href="#_ftn15" name="_ftnref15"><sup>[15]</sup></a>. La prova dell&#8217;esistenza di un movente che si accompagna a odio costituisce parte integrante della prova dell’esistenza di una politica genocidaria, quindi di un intento genocida.</p>
<p>Insomma, la mens rea e/o il dolus specialis, spesso non manifestati, si desumono dal contesto. Ma secondo i puristi le prove sono irrilevanti: bisogna solo cercare il documento dell’intento genocidario – un documento che ovviamente è impossibile trovare.</p>
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<ol start="4">
<li>I decontestualisti</li>
</ol>
<p>L’importanza del movente ci porta a mettere a fuoco un’ulteriore categoria. Anche questa si sovrappone ai puristi e i letteralisti, ma non si produce in argomenti giuridici, limitandosi a dire che non c’è genocidio in atto, che Israele si sta solo difendendo con il fine del tutto ammissibile di disarmare Hamas, e – a volte – che l’IDF sta facendo tutto ciò che è in suo potere per contenere le vittime civili. Chiameremo i suoi rappresentanti “decontestualisti”.</p>
<p>Allontanando lo sguardo dal contesto in cui gli atti di Israele hanno preso forma, come pure da aspetti macroscopici dello specifico contesto di Gaza, il decontestualista ha creato a proprio uso e consumo un Israele immaginario: attento, professionale, chirurgico, protocollare, asettico, molto “occidentale”, che si limita a esercitare il suo diritto a difendersi. Ha sposato lo slogan israeliano secondo cui l’IDF è l’esercito più morale del mondo. Di fronte all’evidenza i decontestualisti hanno ammesso, in alcuni casi, che Israele ha esagerato, ma per solo colpa dei brutti ceffi al governo e in particolare di Netanyahu (le cui tendenze da autocrate faranno buon gioco quando ci sarà da trovare un capro espiatorio).</p>
<p>I decontestualisti possono essere divisi a loro volta in sottocategorie. C’è il decontestualista che se ne infischia della Storia e valuta gli eventi come se stesse commentando una partita di Champions League (“Hamas ha attaccato e bisogna contrattaccare!”) e quello che conosce la storia, a volte anche molto a fondo, ma ne seleziona larvatamente i dati, assecondando le sue pulsioni e i suoi preconcetti. Questo tipo di decontestualista produce una finta visione d’insieme, perché non lega un processo all’altro e così facendo oscura i pattern criminosi che hanno preparato il terreno per il massacro in atto.</p>
<p>Quali siano i pattern criminosi è quasi superfluo dirlo, perché chiunque si sia interessato alla faccenda ha presente la situazione abominevole dei territori occupati e la traiettoria che se ne evince.</p>
<p>Si tratta – repetita iuvant – di una traiettoria dal marcato carattere coloniale, benché molti decontestualisti lo neghino. In Cisgiordania, infatti, ci sono “i coloni” e gli “insediamenti”, c’è una popolazione locale ridotta a uno stato di subordinazione, e Israele è nato da una migrazione collettiva che ha portato unilateralmente alla nascita di un nuovo stato, all’inizio sponsorizzata – guarda un po’– dalla più grande potenza coloniale del tempo (la Gran Bretagna). Se poi si guarda ai lavori degli studiosi che inquadrano Israele come un’espressione tarda e peculiare di “settler colonialism” (Martin Shaw, Patrick Wolfe, Lorenzo Veracini, Ronit Lentin e altri) emergono altre analogie con il colonialismo da insediamento statunitense o australiano – al quale, va da sé, il caso israeliano non è del tutto assimilabile.</p>
<p>Questa traiettoria si è espressa in un processo di pulizia etnica, una categoria che non ha valore giuridico, ma che descrive efficacemente i processi di occupazione del territorio e le sue derive genocidarie. Per distinguerla bisogna guardare, oltre che alle espulsioni di massa del ’48, a quel che si verifica dal ’67 nei territori occupati.</p>
<p>Come si sa, in Cisgiordania, occupata ma non annessa, è stata messa in atto una distruzione graduale – e per molti versi sadica – della società palestinese, con confische di terreno, vessazioni amministrative, demolizioni, esecuzioni extragiudiziali da parte di soldati dell’IDF, sequestri di persona etichettati come “detenzioni amministrative”, crimini militari non sanzionati, tortura, assalti ai villaggi palestinesi da parte dei coloni, i cui crimini (tra cui l’omicidio) restano per la maggior parte impuniti<a href="#_ftn16" name="_ftnref16"><sup>[16]</sup></a>, discriminazioni che negano l’accesso a risorse essenziali come quelle idriche, la costruzione di muri, strade e posti di blocco che ostacolano la vita quotidiana palestinese e strangolano le comunità e, soprattutto, l’aumento e lo sviluppo di insediamenti israeliani. Il paradosso di un’occupazione senza annessione deriva, ovviamente, dalla base etno-nazionalistica dello stato di Israele: dalla concezione dei palestinesi come di un gruppo che non può essere assimilato come tale all’interno della comunità nazionale, quindi deve essere relegato all’interno di un bantustan, rimosso, o eliminato.</p>
<p>Questa traiettoria ha un vettore ideologico e demografico. La destra messianica israeliana sogna da tempo un “grande Israele”, è in crescita demografica e nutre il sogno di ricolonizzare Gaza<a href="#_ftn17" name="_ftnref17"><sup>[17]</sup></a>. Secondo un sondaggio di luglio, il 38.9% degli elettori israeliani sarebbero a favore dell’annessione e della ricolonizzazione di Gaza<a href="#_ftn18" name="_ftnref18"><sup>[18]</sup></a>. Sempre a luglio (il 24) la Knesset ha votato (71 a 13) una risoluzione (non vincolante) per l’annessione della Cisgiordania e una commissione del ministero della difesa ha da poco deliberato l’attuazione del progetto E1, stanziando fondi per la costruzione di nuovi insediamenti che dovrebbero spaccare in due la Cisgiordania e congiungersi a Gerusalemme Est<a href="#_ftn19" name="_ftnref19"><sup>[19]</sup></a>. Nelle ultime settimane, nonostante le proteste delle alte sfere militari e di una parte della società israeliana, Netanyahu ha deciso di occupare Gaza ed è circolata la notizia che stesse cercando paesi disposti ad accoglierne la popolazione.</p>
<p>Inoltre, si distingue una traiettoria dal marcato potenziale genocidario nel modo in cui Israele (potenza occupante) ha gestito, dal 2005, l’assedio di Gaza (territorio occupato): un processo in cui fanno spicco atteggiamenti riconducibili all’odio etnico e razziale – cose su cui i decontestualisti sorvolano o che giustificano. Dopo l’uscita da Gaza Israele ha risposto con ferocia crescente agli attacchi di Hamas, provocati anche da azioni israeliane, rifacendosi sulla popolazione civile, sull’economia e sulle infrastrutture di Gaza.</p>
<p>È uno snodo cruciale di questo processo l’operazione “Piombo fuso” del 2008/2009 – preceduta da “Prime piogge”, “Piogge estive” e “Nuvole d’autunno” e seguita da “Pilastro di difesa” e varie altre. “Piombo fuso” ha reso palpabile la tendenza di Israele all’eccidio su larga scala e il disprezzo istituzionalizzato della vita dei civili, ben rappresentato dall’espressione “falciare il prato”, divenuta comune tra i militari israeliani.</p>
<p>Per giunta, negli stessi anni c’è chi ha cominciato a considerare i civili di Gaza, minorenni e coltivatori di fragole inclusi, come terroristi tout court: l’identificazione è stata promossa, per esempio, da rabbini ultra-nazionalisti, mentre dei civili israeliani guardavano le esplosioni dalle alture come se si trattasse di una partita di cricket<a href="#_ftn20" name="_ftnref20"><sup>[20]</sup></a>. Il ricorso a rappresaglie sproporzionate fece già allora parlare molti osservatori di “genocidio”. (Tra loro c’è l’allora presidente dell’assemblea generale dell’ONU)<a href="#_ftn21" name="_ftnref21"><sup>[21]</sup></a>.</p>
<p>A fronte di questi presupposti, e di un bombardamento a tappeto che falcidiava la popolazione civile, non bisognava essere Auguste Dupin per capire a cosa stesse tendendo Israele alla fine del 2023<a href="#_ftn22" name="_ftnref22"><sup>[22]</sup></a>. Ma il decontestualista ci invita, non di rado con tono pacato, a non trarre conclusioni affrettate. “Fermi tutti!” – dice – “non si usi a sproposito il termine genocidio, perché il discorso pubblico va mantenuto a un certo livello”. Anzi, ci rimprovera per la nostra indignazione, per la nostra rabbia, per il nostro moralismo, per la nostra ostentazione di santità, invitandoci, come fa lui, a guardare i fatti – mentre i fatti, purtroppo, lo contraddicono.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>5.</p>
<p>E poi c’è l’eccezionalista. A questa posizione sono spesso riconducibili commentatori legati in vario modo al mondo ebraico, contrari all’idea che il massacro di Gaza possa essere definito “genocidio”. Benché corredate di dati storici, le idee dell’eccezionalista implicano una visione tendenzialmente antistorica e, molto spesso, una forte preoccupazione identitaria. L’eccezionalista è in genere impermeabile alle istanze progressive del diritto internazionale. Nella speranza di un confronto produttivo può però essere utile portare alla luce le sue logiche e il contesto più ampio del quale sono espressione.</p>
<p>L’eccezionalista ritiene che l’Olocausto sia stato un evento irriducibilmente unico. Non di rado, rifiuta l’idea che possa essere usato come termine di comparazione e possa essere inserito in una famiglia di fenomeni accomunati da presupposti culturali e materiali comprensibili storicamente. Ritiene che solo pochissimi eccidi di massa possano essere definiti genocidi. Tra gli eccezionalisti c’è chi reagisce all’uso anche solo metaforico dell’Olocausto come a un’aggressione antisemita o a una negazione delle sofferenze che il nazismo ha inflitto al popolo ebraico.</p>
<p>Giova ricordare che lo stesso mondo ebraico ha espresso opinioni molto diverse: per esempio il Laboratorio Ebraico Antirazzista, Jewish Voice for Peace e vari altri collettivi stanno denunciando il genocidio a Gaza. E in ambito accademico c’è stata negli ultimi anni una sempre maggiore attenzione al retroterra culturale che accomuna l’Olocausto e i massacri coloniali. L’idea di “memoria multidirezionale”, proposta nel 2009 dal teorico culturale Michael Rothberg (ebreo) mette in rilievo i momenti di memoria congiunta che abbracciano sia l’Olocausto che l’esperienza coloniale, e ha attecchito sia negli studi postcoloniali che nei memory studies<a href="#_ftn23" name="_ftnref23"><sup>[23]</sup></a>. Il lavoro di Rothberg ha del resto preso le mosse da quello di Arendt come da quello dei pionieri del pensiero postcoloniale, che avevano visto con chiarezza le radici coloniali dell’Olocausto<a href="#_ftn24" name="_ftnref24"><sup>[24]</sup></a>.</p>
<p>L’eccezionalista tende invece a stabilire una distinzione netta tra l’Olocausto e eccidi dilazionati come quelli coloniali, tenendo ben separate le culture della memoria che li riguardano. Spesso interpreta l’uso comparativo dell’Olocausto come un atto di negazionismo. Insiste sulla scala impressionante del fenomeno, sulla sua estensione territoriale, sulla pianificazione che ha richiesto, sull’uso di un sistema industriale per la sua messa in atto, e sul fatto che il suo esito sia stato lo sterminio di massa più che lo sfruttamento.</p>
<p>La posizione eccezionalista presenta forti analogie con i dibattiti storiografici nordamericani degli anni ’90 relativi all’unicità dell’Olocausto, influenzati anche dalla politica delle identità nordamericana. In uno studio del 1993 sul negazionismo, la storica e attivista Deborah Lipstadt – in seguito divenuta United States Special Envoy for Monitoring and Combating Antisemitism – ha sostenuto vigorosamente l’unicità dell’Olocausto. Ci ha tenuto a precisare che il massacro degli armeni, insieme a vari altri – per esempio il genocidio perpetrato da Pol Pot in Cambogia – è stato un fenomeno diverso<a href="#_ftn25" name="_ftnref25"><sup>[25]</sup></a>. (In varie dichiarazioni degli anni successivi ha poi cambiato linea e lo ha senza esitazioni definito un “genocidio”)<a href="#_ftn26" name="_ftnref26"><sup>[26]</sup></a>.</p>
<p>Lipstadt è stata a sua volta aspramente criticata<a href="#_ftn27" name="_ftnref27"><sup>[27]</sup></a>. I risvolti problematici della sua posizione emergono con forza nel momento in cui condanna i “relativisti”, cioè chi usa l’Olocausto come termine di paragone, sostenendo che ogni opera di comparazione avrebbe l’effetto di nutrire i sentimenti antisemiti. Comparare l’Olocausto andrebbe di pari passo, secondo Lipstadt, col minimizzarne l’impatto; solleverebbe – a suo dire “logicamente” – una domanda: “Why, then, do we ‘only’ hear about the Holocaust?”, domanda a cui molti, come nella Germania del’33, sarebbero portati a rispondere: “because of the power of the Jews”<a href="#_ftn28" name="_ftnref28"><sup>[28]</sup></a>. In sintesi, la comparazione soffierebbe sul fuoco di un mai sopito antisemitismo.</p>
<p>Ma l’anno in cui lo studio di Lipstadt veniva pubblicato era lo stesso in cui veniva inaugurato lo United States Holocaust Memorial Museum e si compiva il processo che Pankaj Mishra ha definito “americanizzazione” dell’Olocausto. Il quadro è ormai noto. Fino alla fine degli anni ’60, la memoria dell’Olocausto non ha avuto un grosso peso nella vita pubblica americana, anche tra gli stessi ebrei. Ma dopo il 1967 e il 1973 – dopo, cioè, la Guerra dei sei giorni e la Guerra dello Yom Kippur – le cose cambiarono: “la Shoah cominciò a essere ampiamente concepita, sia in Israele che negli Stati Uniti, come l’emblema della vulnerabilità ebraica in un mondo eternamente ostile”<a href="#_ftn29" name="_ftnref29"><sup>[29]</sup></a>. Molti ebrei americani fecero dell’Olocausto un pilastro della propria identità comune, e trovarono nell’etno-nazionalismo israeliano un imprescindibile punto di riferimento. Di pari passo, l’Olocausto si radicò saldamente nella cultura dell’intrattenimento di massa, e la sua memorializzazione cominciò a trovare ampio sostegno politico e istituzionale.</p>
<p>Il caso di Lipstadt esemplifica l’idealizzazione dell’Olocausto come fenomeno al di là della storia. Questa percezione può sfociare in un sentimento tra il difensivo, l’agonistico e il paranoico, oltre che nella tendenza a negare ad altri eccidi di massa, come quello di Gaza, lo status di genocidi. C’è insomma un punto paradossale oltre il quale la difesa strenua dell’unicità dell’Olocausto può segnare la perdita del suo valore in quanto oggetto di conoscenza, evento paradigmatico e agente di cambiamento civile: la perdita delle sue preziose potenzialità memoriali<a href="#_ftn30" name="_ftnref30"><sup>[30]</sup></a>.</p>
<p>La posizione eccezionalista nasce in molti casi dall’ansia identitaria – ormai non solo statunitense – di veder riconosciuta la condizione, intergenerazionale e storicamente accertata, di vittima, e si è spesso accompagnata alla difesa a oltranza di Israele. Ma la condizione di vittima non è metastorica. Ogni fatto umano è transitorio, anche se dura da secoli. L’antisemitismo persiste – si vede da certe frasi ripugnanti sui social media – ma è meno diffuso e minaccioso di un tempo. Non c’è presidente americano che non renda conto al suo elettorato ebraico, tanto più perché i fini di buona parte di quell’elettorato sono compatibili con la politica statunitense in medio oriente, della quale Israele è una pedina fondamentale<a href="#_ftn31" name="_ftnref31"><sup>[31]</sup></a>.</p>
<p>Nel corso delle piccole guerre per Gaza che hanno attraversato i media e i social media, l’atteggiamento difensivo degli eccezionalisti li ha portati a censurare i cosiddetti “pro-pal” più che lo stato di Israele. Nell’insistenza sul genocidio palestinese hanno visto un rigurgito antisemita, nella condanna di Israele una generalizzazione che polarizza il dibattito e fomenta odio. In parte, la loro risposta è stata esacerbata dalla tendenza di alcune frange pro-Palestina a replicare il lessico politico di Hamas (mossa non produttiva e di fatto inutile). Ma la tendenza degli eccezionalisti a concentrarsi sui “pro-pal” resta espressione di un vizio prospettico: nell’ultimo anno e mezzo è stata Gaza, non Israele, a subire una “minaccia esistenziale&#8221;. E se i palestinesi non morissero come mosche e Israele non usasse l’Olocausto per giustificare un eccidio la maggior parte di chi denuncia gli orrori di Gaza si dedicherebbe volentieri ad altro.</p>
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<ol start="6">
<li>Il fattore tempo</li>
</ol>
<p>Nell’enfasi sulle sorti di Gaza e nel silenzio sul 7 ottobre l’eccezionalista avverte un’ostilità preconcetta a Israele, dalla larvata matrice antisemita. Ma il grido di allarme per Gaza ha nella maggior parte dei casi una spiegazione più semplice: gli orrendi fatti del 7 ottobre si sono già consumati, mentre quelli di Gaza sono tuttora in corso.</p>
<p>Le critiche all’uso ampio del concetto di genocidio trascurano il fattore tempo<a href="#_ftn32" name="_ftnref32"><sup>[32]</sup></a>. Negli anni necessari ad accertare legalmente se si sia verificato un genocidio, dei crimini di guerra possono effettivamente sfociare in genocidio, o la scala di un evento genocidario può aumentare in modo vertiginoso. Il genocidio è, infatti, un fenomeno ricorsivo e incrementale. Comporta l’emersione di schemi che tendono a ripetersi, a diffondersi e a rafforzarsi, e comporta un progressivo aumento di scala. Esige, pertanto, una risposta nel momento in cui sta iniziando. Può, in altri termini, delinearsi una fase liminale in cui la condanna e la prevenzione del fenomeno sembrano rendersi urgenti, ma che può al tempo stesso presentare incertezze.</p>
<p>Di fronte a un sospetto, per giunta sancito da un’indagine della corte internazionale di giustizia e dagli organi consultivi dell’ONU, alimentare il dubbio può essere controproducente. Tanto più perché per contrastare un genocidio non si chiama il 113, si chiede ascolto ai governi, non sempre inclini ad ascoltare. L’uso emergenziale della categoria di “genocidio” è inevitabilmente politico, esige una mobilitazione di massa e un innalzamento dei toni. Nei primi mesi dall’inizio della guerra a Gaza, chi ha adottato il termine lo ha usato come una metafora ad alto tasso emotivo, con l’intenzione di lanciare un allarme e denunciare un forte rischio genocidario. Aveva ragione. Mesi dopo, la dinamica genocidaria si è consolidata, diventando chiara per molti altri dei suoi spettatori.</p>
<p>Ma chi più di ogni altro ha avuto le idee chiare sono stati e sono i testimoni del massacro: chi vive sulla sua pelle l’assedio quotidiano di Israele e lo strangolamento dei territori occupati. In un’intervista, il poeta palestinese Mosab Abu Toha, di Gaza, ha ricordato di aver usato la parola “genocidio” già il quinto giorno dall’inizio dei bombardamenti:</p>
<blockquote><p>I named it a genocide from the first day. I didn’t wait for Amnesty International to call it a genocide, I didn’t wait for B’Tselem […] I knew what a genocide is because I knew what Israel was capable of doing, and they are doing it. When they said we are going to cut off food, medicine, water, these are human animals, you should leave – Netanyahu said on October 12 […] “people of Gaza, you should leave”: you understand that if you don’t leave they are going to say “you see, we told them to leave. We are going to kill them. It means that they are Hamas”.<a href="#_ftn33" name="_ftnref33"><sup>[33]</sup></a></p></blockquote>
<p>Mosab Abu Toha sa di cosa parla. Ha perso molti amici e parenti stretti: famiglie intere di più generazioni spazzate via, di cui ha ricostruito gli alberi genealogici. Conosce bene l’odio di un gruppo verso un altro, è stato imprigionato e percosso senza ragione e soggetto a vessazioni amministrative di vario tipo. Sapeva chiaramente quello che sarebbe successo, e il suo allarme è rimasto inascoltato.</p>
<p>Il fattore tempo ha implicazioni anche sul piano della memoria. Accogliere, come fanno molti storici, l’idea che un genocidio sia un fenomeno incrementale, derivante da condizioni strutturali, dalla ricorrenza di determinati pattern in un arco di tempo che può essere protratto, e da uno o più moventi – in particolare l’occupazione di territorio – può nutrire una coscienza più viva del passato e dei suoi tanti orrori. Impone di rendere il tributo della memoria anche ai genocidi coloniali, commessi attraverso guerre a bassa intensità e, come molti storici hanno dimostrato, imparentati all’Olocausto.</p>
<p>Quest’idea ha il pregio di dirci da dove veniamo e dove potremmo dirigerci. Inquadra i genocidi come il grande scheletro nell’armadio dell’umanità, come un orrore pervasivo che solo dopo l’Olocausto è diventato il crimine più terribile, anche se non ancora compreso a fondo, e la cui criminalizzazione fa tutt’uno con la consapevolezza che la civiltà moderna possa lasciar riemergere le micidiali pulsioni del passato e tradurle in azioni ancora più distruttive.</p>
<p>Non va dimenticato, del resto, che la categoria di genocidio è stata anche il prodotto di circostanze storiche, politiche e culturali. È stata frutto di un consenso, legato a una volontà di progresso. In quanto tale, è suscettibile di revisioni, dettate da una nuova consapevolezza. Con ogni probabilità, Gaza cambierà il modo in cui guardiamo al passato. Ed è auspicabile che la sua lezione non debba applicarsi al futuro.</p>
<p>__</p>
<p>Note</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> <a href="https://www.repubblica.it/politica/2025/07/26/news/sondaggio_antisemitismo_guerra_israele_palestina-424753192/">https://www.repubblica.it/politica/2025/07/26/news/sondaggio_antisemitismo_guerra_israele_palestina-424753192/</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=dsWuiP7V8tc">https://www.youtube.com/watch?v=dsWuiP7V8tc</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> https://www.un.org/en/genocideprevention/documents/atrocity-crimes/Doc.1_Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide.pdf.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> <a href="https://www.nytimes.com/2025/07/15/opinion/israel-gaza-holocaust-genocide-palestinians.html">https://www.nytimes.com/2025/07/15/opinion/israel-gaza-holocaust-genocide-palestinians.html</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> <a href="https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202507_our_genocide_eng.pdf">https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202507_our_genocide_eng.pdf</a> , p.12.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"><sup>[6]</sup></a> Il problema dell’intento è ovviamente affrontato anche nei rapporti redatti da Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Si veda in particolare “Situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967”, che oltre a fornire evidenza documentata della presenza di un genocidio definisce la cornice legale del problema. Sull’intento, si vedano in particolare i par. 39-61; <a href="https://digitallibrary.un.org/record/4064517?v=pdf#files">https://digitallibrary.un.org/record/4064517?v=pdf#files</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7"><sup>[7]</sup></a> <a href="https://www.nytimes.com/2025/07/15/opinion/israel-gaza-holocaust-genocide-palestinians.html">https://www.nytimes.com/2025/07/15/opinion/israel-gaza-holocaust-genocide-palestinians.html</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8"><sup>[8]</sup></a> Raphael Lemkin, “The Concept of Genocide in Sociology”, Raphael Lemkin papers, NYPL, box 2, folder 2. Citato in A. Dirk Moses, “Empire, Colony, Genocide: Keywords and the Philosophy of History”, in A. Dirk Moses (ed.), <em>Empire, Colony, Genocide: Conquest, Occupation and Subaltern Resistance in Word History</em>, Berghan Books, New York, 2009, p. 19.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9"><sup>[9]</sup></a> Sul dibattito relativo al <em>dolus eventualis</em>, si veda Kai Ambos, <em>Treatise on International Criminal Law, Volume II: The Crimes and Sentencing</em>, Oxford University Press, Oxford, 2014, cap. 1.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"><sup>[10]</sup></a> William A. Schabas, <em>Genocide in International Law: The Crime of Crimes. Third Edition </em>(Cambridge: Cambridge University Press, 2025), p. 215.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11"><sup>[11]</sup></a> “Antisemitic slogans proved the most effective means of inspiring and organizing great masses of people”, scrive Hannah Arendt ne <em>Le origini del totalitarismo</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12"><sup>[12]</sup></a> Al movente dedica ampie considerazioni Francesca Albanese in &#8220;Situation of human rights…”: par. 53(a), 68-69, 84.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13"><sup>[13]</sup></a> “La mescolanza del sangue e l&#8217;abbassamento del livello razziale che lo accompagna”, leggiamo nel <em>Mein Kampf</em>, “è l&#8217;unica e la sola ragione per cui le antiche civiltà scompaiono. Non sono le guerre che vengono perse a rovinare il genere umano, ma la perdita del potere di resistenza, che appartiene soltanto al sangue puro […] se rivediamo tutte le cause del collasso tedesco, quella finale e decisiva è il fallimento nel rendersi conto del problema razziale e, in particolare, la minaccia Ebraica […] La perdita della purezza razziale rovina per sempre le fortune di una razza”. Quando Hitler scrisse queste parole, la “soluzione finale” era di là da venire. Ma delineano sia la logica esplicita sia quella implicita che contribuì, agli occhi della società nazista, a caratterizzare la scomparsa di milioni di persone come un fatto desiderabile.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14"><sup>[14]</sup></a> “Persecution against any identifiable group or collectivity on political, racial, national, ethnic, cultural, religious, gender as defined in paragraph 3, or other grounds that are universally recognized as impermissible under international law”, <a href="https://www.icc-cpi.int/sites/default/files/2024-05/Rome-Statute-eng.pdf">https://www.icc-cpi.int/sites/default/files/2024-05/Rome-Statute-eng.pdf</a>, p. 4.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15"><sup>[15]</sup></a> William A. Schabas, <em>Genocide in International Law,</em> p. 277.</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16"><sup>[16]</sup></a><a href="https://www.timesofisrael.com/ngo-says-only-6-of-police-probes-of-settler-violence-it-was-party-to-ended-in-charges">https://www.timesofisrael.com/ngo-says-only-6-of-police-probes-of-settler-violence-it-was-party-to-ended-in-charges</a>;  <a href="https://www.icj.org/israel-palestine-authorities-must-end-impunity-for-israeli-settler-violence">https://www.icj.org/israel-palestine-authorities-must-end-impunity-for-israeli-settler-violence</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17"><sup>[17]</sup></a> <a href="https://www.lastampa.it/esteri/2025/08/07/news/smotrich_repubblica_ebraica_di_israele-15261649/amp/">https://www.lastampa.it/esteri/2025/08/07/news/smotrich_repubblica_ebraica_di_israele-15261649/amp/</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18"><sup>[18]</sup></a> <a href="https://www.timesofisrael.com/times-of-israel-poll-majority-of-israelis-oppose-annexation-of-gaza-territory">https://www.timesofisrael.com/times-of-israel-poll-majority-of-israelis-oppose-annexation-of-gaza-territory</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19"><sup>[19]</sup></a> <a href="https://www.theguardian.com/world/2025/aug/14/israel-appears-set-to-approve-controversial-settlement-of-3400-homes-in-west-bank">https://www.theguardian.com/world/2025/aug/14/israel-appears-set-to-approve-controversial-settlement-of-3400-homes-in-west-bank</a>; <a href="https://www.timesofisrael.com/e1-settlement-project-widely-condemned-but-is-it-fatal-to-two-state-solution-idea/">https://www.timesofisrael.com/e1-settlement-project-widely-condemned-but-is-it-fatal-to-two-state-solution-idea/</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref20" name="_ftn20"><sup>[20]</sup></a> Noam Chomsky, “‘Sterminate tutti i Bruti’: Gaza 2009”, in Noam Chomsky, Ilan Pappé, <em>Ultima fermata Gaza: la guerra senza fine tra Israele e Palestina</em>, Ponte alle Grazie, Milano, 2010, pp. 115-116.</p>
<p><a href="#_ftnref21" name="_ftn21"><sup>[21]</sup></a> Ilan Pappé, “I campi di sterminio di Gaza (2004-2009)”, in Noam Chomsky, Ilan Pappé, <em>Ultima fermata Gaza,</em> pp. 217-220.</p>
<p><a href="#_ftnref22" name="_ftn22"><sup>[22]</sup></a> Nell’aprile del 2025 lo storico Paul Rogers ha rilevato che le bombe sganciate su Gaza fino a quel punto equivalevano, in kilotoni, a sei Hiroshima. <a href="https://www.bradford.ac.uk/news/archive/2025/gaza-bombing-equivalent-to-six-hiroshimas-says-bradford-world-affairs-expert.php">https://www.bradford.ac.uk/news/archive/2025/gaza-bombing-equivalent-to-six-hiroshimas-says-bradford-world-affairs-expert.php</a></p>
<p><a href="#_ftnref23" name="_ftn23"><sup>[23]</sup></a> Michael Rothberg, <em>Multidirectional Memory: Remembering the Holocaust in the Age of Decolonization</em>, Stanford University Press, Stanford, 2009.</p>
<p><a href="#_ftnref24" name="_ftn24"><sup>[24]</sup></a> Può essere utile ricordare che la parola <em>Konzentrationslager</em> entrò in uso in Germania già intorno al 1900 per descrivere i modi di attuazione del genocidio degli Herero e Nama in Africa Tedesca del Sud-Ovest (oggi Namibia).</p>
<p><a href="#_ftnref25" name="_ftn25"><sup>[25]</sup></a> Nel suo studio infatti lo chiama “massacro”, non genocidio. Le parole di Lipstadt, che hanno suscitato più di una critica, assomigliano a frasi che abbiamo sentito negli ultimi mesi: “The brutal Armenian tragedy, which the perpetrators still refuse to acknowledge adequately, was conducted within the context of a ruthless Turkish policy of expulsion and resettlement. It was terrible and caused horrendous suffering but it was not part of a process of total annihilation of an entire people”, Deborah Lipstadt, <em>Denying the Holocaust: The Growing Assault on Truth and Memory</em>, Free Press, New York, 1993, p. 212.</p>
<p><a href="#_ftnref26" name="_ftn26"><sup>[26]</sup></a> <a href="https://www.historynewsnetwork.org/article/holocaust-scholar-deborah-lipstadt-opposes-genocid">https://www.historynewsnetwork.org/article/holocaust-scholar-deborah-lipstadt-opposes-genocid</a>; <a href="https://x.com/deborahlipstadt/status/1386323965434646528">https://x.com/deborahlipstadt/status/1386323965434646528</a></p>
<p><a href="#_ftnref27" name="_ftn27"><sup>[27]</sup></a> Si veda per esempio Ward Churchill, <em>A Little Matter of Genocide: Holocaust and Denial in the Americas, 1492 to the Present</em>, City Light Books, San Francisco, 1997, pp<em>. </em>29-36.</p>
<p><a href="#_ftnref28" name="_ftn28"><sup>[28]</sup></a> Deborah Lipstadt, <em>Denying</em> <em>the</em> <em>Holocaust</em><em>,</em> p. 215.</p>
<p><a href="#_ftnref29" name="_ftn29"><sup>[29]</sup></a> Pankaj Mishra, <em>Il mondo dopo Gaza</em>, Guanda, Milano, 2024, p. 176. Sull’americanizzazione dell’Olocausto vedi, oltre a Mishra, Norman Finkelstein, <em>L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei</em>, Meltemi, Roma, 2024.</p>
<p><a href="#_ftnref30" name="_ftn30"><sup>[30]</sup></a> A questo si unisce l’uso perverso della memoria dell’Olocausto come strumento per la giustificazione delle violenze israeliane. Si veda, in proposito, l’intervento recente di Amos Goldberg: <a href="https://zeteo.com/p/holocaust-memory-in-a-time-of-genocide">https://zeteo.com/p/holocaust-memory-in-a-time-of-genocide</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref31" name="_ftn31"><sup>[31]</sup></a> La situazione italiana degli ultimi anni ha molti aspetti in comune con quella statunitense: si veda <a href="https://www.internazionale.it/notizie/leonardo-bianchi/2025/07/28/alleanza-comunita-ebraiche-estrema-destra">https://www.internazionale.it/notizie/leonardo-bianchi/2025/07/28/alleanza-comunita-ebraiche-estrema-destra</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref32" name="_ftn32"><sup>[32]</sup></a> Evidenziato anche da Francesca Albanese in “Situation of Human Rights”, par. 49 (“Early identification of genocide is crucial to prevent genocide, ensuring that a central tenet of the post-Second World War international legal system is not a dead letter”), 75, 86.</p>
<p><a href="#_ftnref33" name="_ftn33"><sup>[33]</sup></a> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XmVot3SwqBE&amp;t=2835s">https://www.youtube.com/watch?v=XmVot3SwqBE&amp;t=2835s</a></p>
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		<title>Venice 4 Palestine : occhi su Gaza al Festival di Venezia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/26/venice-4-palestine-occhi-su-gaza-al-festival-di-venezia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 12:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[festival di venezia]]></category>
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		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<b>STOP AL GENOCIDIO – PALESTINA LIBERA!</b><b><br />
</b><b>MANIFESTAZIONE 30 AGOSTO ore 17.00</b><b><br /> 
Santa Maria Elisabetta – Lido Venezia </b>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-115346 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-212x300.png" alt="" width="276" height="391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-212x300.png 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-724x1024.png 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-768x1086.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-1086x1536.png 1086w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-1448x2048.png 1448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-150x212.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-300x424.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-696x985.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-1068x1511.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-297x420.png 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza.png 1587w" sizes="(max-width: 276px) 100vw, 276px" /></p>
<p style="text-align: center;"><b>STOP AL GENOCIDIO &#8211; PALESTINA LIBERA!</b></p>
<p style="text-align: center;"><b>MANIFESTAZIONE 30 AGOSTO ore 17.00 </b></p>
<p style="text-align: center;"><b>Santa Maria Elisabetta &#8211; Lido Venezia </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il genocidio è sotto gli occhi di tutte e tutti. L’esercito israeliano a  Gaza massacra la popolazione civile palestinese, prendendo di mira ospedali, campi profughi, punti di distribuzione del cibo e dell’acqua, scuole, università, chiese e moschee. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La negazione degli aiuti umanitari, dell’acqua e del cibo sono una strategia del genocidio, portata avanti con la complicità degli U.S.A. e dei governi europei, compreso il nostro che continua a sostenere Israele economicamente, politicamente e diplomaticamente, continuando a fornire armi e mantenendo gli accordi commerciali. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Inoltre con il perseguimento del sistema di apartheid e pulizia etnica portata avanti dall’esercito israeliano e dai coloni armati nella Cisgiordania occupata, l’uccisione programmata di giornalisti e medici, il sequestro di navi come la Freedom Flotilla, ed ora l’annuncio ufficiale dell’occupazione di Gaza fatto da Netanyahu, l’escalation di violenza sembra non avere fine. Israele sta annientando Gaza e la Palestina: ogni limite è stato superato. Le atrocità vanno fermate!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel momento in cui gli occhi del mondo saranno puntati su Venezia e la Mostra del Cinema, abbiamo il dovere di far sentire la voce di tutte le persone che si indignano e si ribellano: puntiamo allora i riflettori della Mostra sulla Palestina.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non vogliamo più sentirci impotenti, Israele va fermato!</span></p>
<hr />
<p>Seguono le adesioni di moltissime associazioni e professioniste/i del cinema e dell&#8217;audiovisivo, tra cui Matteo Garrone, A firmarla, fra gli altri, Marco Bellocchio, Laura Morante, Abel Ferrara, Alba e Alice Rohrwacher, Toni e Peppe Servillo, Matteo Garrone, Valeria Golino, Moni Ovadia, Michael Moore, Annie Ernaux, etc, etc.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Parlare o tacere su Gaza. Scrittori e artisti alla prova del genocidio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/05/parlare-o-tacere-su-gaza-scrittori-e-artisti-alla-prova-del-genocidio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Aug 2025 12:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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		<category><![CDATA[silenzio su Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[social networks]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=114987</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Da qualche mese, sopratutto sui social network, è più visibile e più diffusa la condanna dello sterminio dei palestinesi in atto a Gaza. Perché è stato difficile parlarne prima? Perché per alcuni è ancora difficile parlarne?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-114991 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1.jpg" alt="" width="768" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/ZZZAisrael-protest-philadelphia-2024-04-25-1-768x512-1-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Quando quello che sta succedendo sarà abbastanza lontano nel tempo, tutti si chiederanno sbigottiti come mai si è permesso che accadesse.</p>
<p style="text-align: right;">Omar El Akkad</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Gaza è crollata sulle norme di un diritto internazionale costruito pazientemente per scongiurare la ripetizione delle barbarie della Seconda Guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: right;">Jean-Pierre Filiu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le corporazioni di artisti, scrittori, docenti universitari: un caso di studio</em></p>
<p>Il comportamento intellettuale che le corporazioni di artisti, letterati e professori universitari, in occidente, hanno avuto in seguito al 7 ottobre di fronte allo sterminio della popolazione palestinese di Gaza costituisce e costituirà un caso di studio sociologico per le generazioni future. Nella gerarchia dell’infamante accusa di <em>complicità</em> al genocidio<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> dei palestinesi queste corporazioni si situano al terzo posto per grado di responsabilità. Il primo posto lo occupano solidamente la maggior parte dei governi occidentali e le istituzioni internazionali come l’Unione Europea. Qui c’è poco da studiare: la loro consapevole e volontaria inerzia è sotto gli occhi di tutti, così come le loro responsabilità morali e politiche. Al secondo posto vi è la categoria dei giornalisti e degli opinionisti (occidentali)<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Molti di loro collaborano attivamente o hanno collaborato almeno fino a date recenti, a rendere plausibile la propaganda del governo israeliano. Altri, una minoranza, hanno deciso abbastanza presto di farsi canale di diffusione dei giornalisti palestinesi, gli unici a cui era consentito essere testimoni, a rischio della loro vita, dei massacri e delle distruzioni di Gaza. Infine, al terzo posto<strong>, i portavoce di una sedicente “coscienza critica” o dei sedicenti valori dell’”umanità”: artisti, scrittori, studiosi. Più questi portavoce si trovavano prossimi o interni a una zona di “ufficialità”, meno, nella maggior parte dei casi, si sono espressi chiaramente e tempestivamente in pubblico</strong>. Per parte mia, ho guardato a questo fenomeno con un misto di disincanto e d’incredulità. Ciò che conoscevo della storia europea, e del ruolo che le cerchie artistiche e intellettuali vi hanno giocato, mi portava ad <em>attendermi</em> un certo comportamento, ma nello stesso tempo lo osservavo incredulo. Come ora osservo incredulo il mutamento di tendenza, palpabilissimo sui social network.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La ragioni del silenzio</em></p>
<p>Perché – ci si chiede spesso <em>negli ultimi tempi soprattutto sui social</em> – gli scrittori, gli artisti, gli intellettuali (non si usa quasi più), i docenti universitari non parlano di Gaza, non prendono posizione su Gaza, non si esprimono contro la politica Israeliana, non denunciano il genocidio? Un genocidio in atto o, per i più prudenti, il rischio di genocidio in atto, dovrebbe riguardare tutti coloro che hanno l’occasione di prendere la parola in pubblico. Soprattutto se appartengono a paesi, i cui responsabili politici potrebbero intervenire sulla situazione, facendo pressione su Israele, bloccando la vendita di armi, ecc. Soprattutto se in qualche momento della loro vita pubblica o persino privata si sono dichiarati sensibili a questioni come il rispetto degli esseri umani in quanto tali, indipendentemente dalla loro origine etnica o dalle loro pratiche religiose o dalle scelte politiche, ecc. Ci sono, in teoria almeno, diverse ragioni perché gli scrittori, artisti, ecc. “progressisti”, avrebbero dovuto reagire pubblicamente, o almeno sulle loro bacheche social, di fronte a quanto abbiamo visto accadere a Gaza già nei mesi immediatamente seguenti al 7 ottobre. Dico, <em>in teoria</em>, perché da un po’ di anni a questa parte, e specialmente negli ultimi due anni, tutte le convinzioni, le opinioni sul mondo, che i “progressisti” avevano sono state messe a dura prova. I progressisti, infatti, hanno costruito le loro idee non su ingenue concezioni del mondo, ma su principi che si trovano anche alla base delle carte istituzionali dei paesi a cui appartengono, alla base di valori trasmessi dai loro sistemi pubblici d’istruzione, alla base delle istituzioni nazionali e internazionali che, soprattutto in occidente, rivendicano orgogliosamente una loro diversità, se non superiorità, rispetto a principi che agiscono in altre culture, in altri paesi, in altri regimi non-occidentali. Ebbene, un movimento profondo che tocca simultaneamente le mentalità dei cittadini occidentali come le loro istituzioni, le forme del discorso come le forme di vita, ha creato una divergenza sempre più evidente tra quello che i regimi politici e istituzionali fanno, da un lato, e quello che, fino a un po’ di tempo fa, <em>avrebbero dovuto fare</em>, in quanto eredi di tutta una serie di principi “progressisti”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Un marxista ribatterà: “Ma questa divergenza c’è sempre stata!” È probabilmente vero, anche perché i principi “progressisti” di un marxista non sono gli stessi di un socialdemocratico, ecc. Ma la novità di questa fase storica, è che la divergenza non avviene in seno a concezioni concorrenti di un modello sociale, ma proprio all’interno del DNA progressista comune a tutto il mondo cosiddetto occidentale (e si consideri l’arco che va dal Nord America al Giappone), almeno dal dopoguerra in poi.</p>
<p>Questa divergenza, per chi ne ha preso consapevolezza, dovrebbe di conseguenza riguardare anche le modalità di comportamento di quella provincia ristretta, ma non irrilevante, costituita dalle cerchie di artisti, scrittori, ecc., nei vari paesi occidentali. Anche qui le tendenze di fondo si sono fatte sentire. Anche qui “l’incrollabilità” di determinati principi è divenuta molto relativa: più del principio conta il consenso, conta la fluttuante opinione pubblica, che incide sul <em>pubblico</em> di questi stessi artisti e scrittori. Sono universi di valore divergenti, funzionanti secondo logiche diverse, che sono giunti violentemente a confronto. È più urgente difendere il rispetto della persona umana o il consenso del pubblico nei confronti della propria opera, eventualmente del proprio “brand” autoriale? Credo che potremmo azzardarci a formulare una legge non gloriosa, ma abbastanza realistica: <strong>“più il capitale d’interesse e simpatia del pubblico” è grande per un autore – e, quindi, più le sue prese di posizione pubbliche hanno visibilità –, meno questo autore si sentirà autorizzato a rischiare una perdita di questo capitale, formulando posizioni di minoranza, facilmente contestabili rispetto alle tendenze dell’opinione pubblica</strong>. I principi che riguardano il rispetto della persona umana sono senza dubbio condivisibili, ma oggi persino il presidente della superpotenza mondiale li mette in discussione. Quindi perché mai la responsabilità di difenderli dovrebbe ricadere sulle fragili spalle dell’autore, che si è guadagnato con grande fatica un capitale di consenso tra i lettori? Logiche neoliberiste di incremento del capitale simbolico e logiche umanistiche di difesa di “astratti” valori universali si combattono, con esiti che possono andare dal tiepido compromesso alla resa più incondizionata di fronte alla concretezza dei vantaggi forniti dalla preservazione del consenso.</p>
<p><strong>Ma se anche ci basiamo, con occhio sociologico e retrospettivo, sul comportamento di artisti, scrittori, intellettuali nel corso del Novecento, non c’è nessuna ragione per pensare che queste cerchie della società, di fronte a scelte personali difficili, siano più propense a prendere rischi rispetto ad altre cerchie sociali</strong>. Anzi, ogniqualvolta queste persone, in virtù delle loro competenze e talenti, hanno acquisito ruoli eminenti (“ufficiali”), appare più evidente la loro incapacità di metterli in pericolo. Più sono celebri e inseriti nelle diverse istituzioni culturali, più autori, artisti e intellettuali hanno qualcosa da perdere, andando contro le opinioni della maggioranza o di governi poco democratici se non apertamente autoritari. Quindi il loro “conformismo” ha fatto scuola. È un dato, purtroppo largamente acquisito, che si è ampiamente verificato anche oggi in occasione del conflitto tra Israele e la popolazione palestinese. Conflitto che, nato come reazione a un terribile attacco terroristico, si è poi trasformato in una rappresaglia militare contro una popolazione intera, e ha proseguito in questa direzione, imboccando la strada macabra e infame di uno sterminio di popolo.</p>
<p>Insomma, io stesso in gioventù, leggendo Sartre, Fanon, Anders, Fortini, ci ho creduto. Ma non ci credo più da un pezzo: artisti, intellettuali, accademici, scrittori <em>non sono di per sé la coscienza di un bel nulla</em>, certamente non della società. Sono, semmai, soggetti più di altre categorie sociali, al <em>conformismo</em>, con tutto quel condimento d’ipocrisia e viltà che esso si porta dietro. Questo non è un fatto di cui scandalizzarsi – lo sapevamo –, ma un dato di cui ancora una volta prendere atto.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Per chi era inevitabile parlare</em></p>
<p>Quanto scritto fino a ora, non vuole però sostenere che <em>tutti</em> gli scrittori e artisti sono conformisti, né che la loro voce è irrilevante. In Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, e persino all’interno di Israele, si sono levate tempestivamente voci per denunciare quello che stava accadendo a Gaza, per situarlo in un preciso contesto storico, per mostrare come esso contrastasse con la maggior parte dei principi che dovrebbero cementare le nostre società. Queste voci costituivano, però, nel coro mediatico, una minoranza, e in molti casi hanno subito attacchi molto forti, anche perché giungevano da persone interne a una certa “ufficialità”. Assieme a queste voci si sono fatte sentire, accompagnate da azioni di vario tipo (manifestazioni, presidi, occupazioni), quelle di coloro che non avevano né arte né parte: gli studenti liceali e soprattutto universitari. <strong>E in modo inequivocabile gli studenti senza arte né parte, con la loro voce anonima, hanno dato una lezione ai loro padri, alle grandi firme del mondo accademico. “</strong>Ma come – dicevano questi studenti – ci avete rintronato le orecchie dalle scuole elementari con i valori della pace, dell’uguaglianza, della democrazia, dell’autonomia dei popoli, della pericolosità del razzismo, della sacralità dei diritti umani, e ora di fronte a bombardamenti di case, luoghi religiosi, scuole, università, ospedali, campi profughi, civili, fate finta di niente? Dite che tutto questo è legittimo, tollerabile?”</p>
<p>*</p>
<p>Provo a parlare ora al di fuori della “generalità”, per aggiungere una riflessione che tenga conto anche della mia diretta esperienza personale. Io faccio parte di quelli che hanno sentito l’esigenza di parlare molto presto di quanto si stava delineando all’orizzonte di Gaza, in seguito al 7 ottobre. Ho deciso di farlo pubblicamente, nel modo più inequivocabile possibile, ossia su un blog pubblico, e non solo sulla mia bacheca social. Non faccio parte di nessun ufficialità letteraria, pur essendo scrittore, né di nessuna ufficialità accademica, pur essendo un ricercatore (senza cattedra). Quindi non ho meriti particolari per averlo fatto. Insomma, non mi muovevo in una zona di “grande visibilità”. L’unico merito che rivendico è quello della <em>coerenza</em>. Sono uno scrittore che sostiene l’importanza di una <em>visione politica sul mondo</em>, anche se questo non si traduce per forza in qualche forma riconoscibile di letteratura impegnata, e quindi era inevitabile che quanto stava succedendo a Gaza m’interpellasse, e mettesse in secondo piano progetti e scritture “letterarie”. Con questo non intendo dire che la scrittura letteraria dovrebbe tacere di fronte al genocidio di Gaza; dico solo che, per me, era inevitabile scrivere su Gaza, perché c’era qualcosa di abnorme in corso. E siccome la scrittura è per me una forma di esplorazione, di ricerca (anche documentaria) e di tentativo di comprensione, era necessario farlo, per uscire dalla paralisi intellettuale e dall’effetto oscurante della propaganda mediatica.</p>
<p>La difficoltà di scrivere su quanto stava accadendo a Gaza, già nelle settimane seguenti al 7 ottobre, credo che sia dipesa innanzitutto dall’impossibilità di abbordare il discorso su un piano esclusivamente umanitario. Qualcuno ha anche tentato di farlo, ma con scarsa efficacia analitica. Il conflitto tra Israele e Gaza esigeva, come esige tutt’ora, di essere affrontato attraverso una prospettiva <em>politica</em>, ossia di parte. Questa prospettiva non implica la negazione dei principi “progressisti” di cui ho parlato precedentemente, né di quelli del diritto internazionale, che quei principi tentano di rendere concreti nella realtà. La prospettiva politica semplicemente richiede la consapevolezza di entrare in un dibattito in cui, pur non essendo né palestinesi né israeliani né membri delle due diaspore (nel mio caso), quello che si dice, <em>prende partito</em> inevitabilmente, e si presta quindi alla contestazione e all’attacco di uno dei soggetti in causa. Accettare di parlare in una prospettiva politica significa perdere la neutralità, che un giudice <em>super partes</em> potrebbe avere, e significa perdere quel consenso che una semplice difesa di un astratto principio morale garantirebbe. E non solo l’autore di un tale discorso si rende vulnerabile rispetto a contestazioni e attacchi di qualcheduna della parti coinvolte nello scontro, ma anche si espone al proprio <em>errore</em>, insito in ogni risposta <em>politica</em>.</p>
<p>Nel <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/">primo pezzo</a> che ho dedicato, qui su Nazione Indiana, agli eventi di Gaza (16 ottobre 2023), scrivevo, ad esempio, questa frase: “Israele potrebbe al limite ammazzare <em>tutti i membri </em>di Hamas, e con essi un numero enorme di “vittime collaterali” innocenti, ma non potrà comunque <em>sterminare tutti i palestinesi</em>. Questo gli stessi cittadini israeliani (la maggior parte di essi) alla fine non lo permetterebbero”. Non so cosa significhi “alla fine”, ma è chiaro come sia stato ingenuo e poco realistico. Per più di un anno e mezzo, solo una <em>minoranza</em> coraggiosa di israeliani si è opposta veramente alla politica di sterminio che il governo ha reso sempre più evidente con il passare di mesi e la crescita delle vittime civili.</p>
<p>Vengo ora alle conclusioni. Scrivere pubblicamente <em>contro</em> un’opinione di maggioranza, e in un contesto di propaganda bellica, comporta sempre dei rischi per chi lo fa. Ma questi rischi sono proporzionali alla visibilità, all’ufficialità di chi scrive. La bancarotta morale e politica degli Stati Uniti, dell’Europa e di tutto l’Occidente è non solo palese, ma irreversibile. In questa bancarotta, sono coinvolti <em>anche</em> i settori culturali, oltreché quelli politici e giornalistici. Per quanto riguarda artisti, scrittori, studiosi, più vergognosi sono stati i silenzi, le prudenze, i ritardi, di coloro che, in tempi ordinari, <em>rivendicano</em> una visione politica della scrittura o, comunque, si rifanno spesso ai principi “progressisti”, largamente condivisi. Non biasimo né gli scrittori <em>impolitici</em> né quelli <em>radicalmente pessimisti</em>, che non credono nei principi “progressisti”, senza per questo aderire a qualche forma di fascismo o di ideologia reazionaria. Il loro silenzio, condivisibile o no, è quanto meno <em>coerente</em>. Lo è molto di meno quello di coloro che amano parlare di “morale”, “umanità”, “bellezza”, ecc., o di temi più <em>politici</em> come “uguaglianza”, “classe”, “femminismo”, “ecologia”, ecc.</p>
<p>È molto interessante, infine, da un punto di vista sociologico, vedere l’evoluzione delle opinioni e dei comportamenti intellettuali di maggioranza. A partire da quando, la gente, sui social, comincia davvero a interessarsi al destino dei Palestinesi e alle malefatte dell’esercito israeliano? A partire da quale momento, da quale sommovimento collettivo in parte inconsapevole si mettono like su certi interventi e si condividono certi articoli?</p>
<p>Sarebbe interessante studiare le bacheche di scrittori e scrittrici “ufficiali”, ma anche di quelli più “politici”, per vedere come il discorso “social” è progressivamente evoluto. Io ho fatto una piccola ricognizione sulla mia bacheca Facebook, per quel poco che un tale conteggio abbia di significativo.</p>
<p>Il mio primo articolo sulla vicenda è del 17 ottobre, e nasce come risposta a un articolo di Paolo Giordano apparso il 9 ottobre sul “Corriere della Sera”. S’intitola <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/"><em>La tentazione di decontestualizzare e il dovere della narrazione. Sul conflitto tra Israele e Hamas</em></a>. Giordano, dalla sua posizione “ufficiale” di romanziere popolare e di editorialista del “Corriere”, fornisce un tipico tassello al discorso di propaganda: la strage di civili realizzata da Hamas è il colmo dell’orrore, e non ha alcun senso inserirla in un contesto storico-politico. (Più di un anno dopo, ho ritrovato la firma dello stesso Giordano sotto un appello formulato da Paola Caridi e altri, dal titolo “L’ultimo Giorno di Gaza 9 maggio – L’Europa contro il Genocidio”. Cambiare idea e posizione è spesso un buon segno, ma chissà se, nel caso di Giordano, ciò si è accompagnato a un’autocritica pubblica.)</p>
<p>Comunque, pubblicato sulla mia bacheca FB, il post riceve 39 like e 10 condivisioni. Un’adesione stranamente generosa, rispetto ad altri articoli miei linkati nei mesi successivi. 15 dicembre 2023, condivido un <a href="https://www.mediapart.fr/journal/international/141223/de-quel-colonialisme-israel-est-il-le-nom">importante articolo di Mediapart</a> sulle caratteristiche specifiche del colonialismo israeliano, un articolo che raccoglie testimonianze di vari specialisti, e che presenta la questione come sottoposta a dibattito; come al solito accompagno l’articolo con un commento per contestualizzare, e con la traduzione di un passaggio: nessun like. 8 dicembre 2023, condivido un mio lungo articolo apparso su NI intitolato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/"><em>La trappola e il diniego: riflessioni a margine della guerra</em></a>; 6 like. 1 maggio 2024, condivido un altro mio intervento <em>La sineddoche israeliana e la contestazione studentesca</em>; 4 like. 17 dicembre 2024, è la volta di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/17/voci-della-diaspora-anna-foa-e-judith-butler/"><em>Voci della diaspora: Anna Foa e Judith Butler</em></a>;16 like e 1 condivisione. In tutt’altro contesto di “dibattito social”, uno dei miei ultimi post molto informativi sulla questione (l’annuncio di Macron di riconoscere la Palestina come Stato di fronte all’ONU) ha ricevuto 104 like e 10 condivisioni.</p>
<p>Certo, sappiamo ormai che Facebook in particolare ha operato fino a una certa data lo shadowban, ossia una politica di moderazione non esplicita, diretta a rendere meno visibili certi contenuti. Ma trovo comunque interessante riflettere sul modo in cui la “bolla” culturale (scrittori, artisti, ecc.) ha funzionato durante tutti questi mesi, e in termini non solo di consapevoli scelte individuali, ma anche di meccanismi collettivi meno evidenti.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine interna: manifestazione di studenti a Philadelphia per il cessate il fuoco.</p>
<p>*</p>
<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Questo discorso avrebbe senso anche se sostituissimo il termine “genocidio” con “massacri a tappeto” e “crimini contro l’umanità”. Io per primo, senza mai denigrarne l’uso, sono stato riluttante a impiegarlo nel suo senso “giuridico”, per semplice rispetto nei confronti della memoria dello sterminio degli ebrei d&#8217;Europa da parte dei nazifascisti. Dopo che il parlamento israeliano ha votato a fine ottobre (2024) le leggi per smantellare le attività dell’UNRWA a Gaza, cominciando a strangolare il già limitato arrivo di cibo, medicinali e acqua, ne faccio uso convintamente.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Si potrebbe benissimo fare un discorso sull’inerzia e il cinismo del mondo arabo, ma non ne faccio parte e lascio a chi lo conosce meglio di me questo compito.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Ho parlato di questo movimento di fondo, che giunge a compimento con l’era Trump 2, attraverso le analisi realizzate già venticinque anni fa da uno studioso di formazione marxista come Giovanni Arrighi: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/11/kit-di-autodifesa-nellera-trump-2-2-la-guerra-alla-scienza-e-al-giornalismo/">Kit di autodifesa nell’era Trump 2 #2. La guerra alla scienza e al giornalismo | NAZIONE INDIANA</a></p>
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		<title>Per la sospensione dell&#8217;accordo UE-Israele</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/11/per-la-sospensione-dellaccordo-ue-israele/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 07:04:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[accordo di associazione UE-Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty International]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio del popolo palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[opinione pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[sanzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Oggi, una delle leve più potenti per agire su Israele e tentare di bloccare la pulizia etnica a Gaza e le continue aggressioni in Cisgiordania è nelle mani dell’Unione Europea. Si tratta dell’Accordo di associazione UE-Israele. Secondo Eurostat, l'Unione Europea è il principale partner commerciale di Israele e rappresenta circa il 32 per cento del suo commercio totale di beni nel 2024.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>All’incontro parigino su Gaza, organizzato mercoledì sera dal sito d’informazione indipendente Mediapart, uno dei temi principali era “l’impunità di Israele”. Tema non solo giuridico, ma immediatamente politico. Cosa è possibile fare contro un governo genocidario, innanzitutto per arrestare la sua azione criminale? Oggi, una delle leve più potenti per agire su Israele e tentare di bloccare la pulizia etnica a Gaza e le continue aggressioni in Cisgiordania è nelle mani dell’Unione Europea. Si tratta dell’Accordo di associazione UE-Israele. Esso costituisce la base giuridica delle relazioni commerciali dell&#8217;UE con Israele ed è entrato in vigore nel giugno 2000. Secondo Eurostat, l&#8217;Unione Europea è il principale partner commerciale di Israele e rappresenta circa il 32 per cento del suo commercio totale di beni nel 2024. Sospendere l’accordo, significherebbe colpire pesantemente l’economia israeliana. Ora, i ministri degli Esteri dell’Unione europea si riuniranno a Bruxelles il 15 luglio per decidere se sospendere questo accordo con Israele. Per ora la pressione dei negazionisti fa sì che sia a livello di parlamenti nazionali che a livello europeo, non si arrivi a nessuna decisione efficace. Tutte le estreme destre, ovviamente, stanno approfittando di questa magnifica occasione per “ripulire” il loro passato antisemita e rinvigorire l’islamofobia e il razzismo antiarabo, grazie ai quali campano oggi elettoralmente. Quello che l’opinione pubblica può fare è accentuare il più possibile la grottesca dissociazione tra ciò che viene detto e pensato dai cittadini e quello che i loro “rappresentanti” sostengono.</p>
<p><a href="https://www.amnesty.it/laccordo-ue-israele-va-sospeso-ora/">Un articolo è apparso ieri</a> sul sito di Amnesty International, che reclama la sospensione dell&#8217;accordo. In esso, si dice:<br />
“Quando i ministri degli Esteri si incontreranno, la prossima settimana, ci potrà essere una sola conclusione: sospendere l’accordo. Qualsiasi altra decisione rappresenterebbe un via libera a Israele per proseguire il suo genocidio nei confronti della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, la sua presenza illegale nell’intero Territorio palestinese occupato e il suo sistema di apartheid contro tutte le persone palestinesi sulle quali esercita controllo. (&#8230;)<br />
L’Unione europea e i suoi stati membri hanno l’obbligo di vietare ogni forma di commercio e investimento che possa contribuire a queste gravi violazioni. Ogni giorno in cui l’Unione europea continua a non agire aumenta il rischio di complicità con le azioni di Israele. (&#8230;)<br />
Il 15 luglio i ministri degli Esteri dell’Unione europea dovrebbero votare su una serie di possibili misure tra cui la sospensione integrale dell’accordo, la sospensione delle sue disposizioni in materia commerciale e/o scientifica, l’imposizione di sanzioni nei confronti di funzionari israeliani coinvolti in crimini internazionali e/o di coloni e un embargo sulle armi. Amnesty International si è unita a 186 organizzazioni per i diritti umani, umanitarie e sindacali per chiedere la sospensione dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele.&#8221;<br />
Tra le organizzazioni firmatarie: International Federation for Human Rights – FIDH, Jewish Call for Peace, Pax Christi International, Unión General de Trabajadores spagnola e la CGT francese, Women’s International League for Peace and Freedom, European Jews for Palestine, Human Rights Watch, Medici per la Pace…</p>
<p>P.s.<br />
Ieri sera, verso le 20, è stata diffusa questa notizia (dal sito euro.news): &#8220;L&#8217;Unione europea ha negoziato un miglioramento &#8220;significativo&#8221; dell&#8217;ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, compreso un aumento dei camion di cibo, e un accordo per &#8220;proteggere la vita degli operatori umanitari&#8221;. Lo ha annunciato giovedì l&#8217;Alta rappresentante dell&#8217;Ue Kaja Kallas.<br />
I passi concordati includono la consegna a Gaza di prodotti alimentari e non alimentari in quantità &#8220;significative&#8221;, la riapertura dei passaggi attraverso le rotte giordane ed egiziane per gli aiuti e la possibilità di distribuire forniture alimentari attraverso panetterie e cucine pubbliche in tutta l&#8217;enclave, secondo una dichiarazione rilasciata da Kallas.<br />
Il piano prevede anche la ripresa delle forniture di carburante per le strutture umanitarie, la riparazione e la facilitazione dei lavori sulle infrastrutture vitali, come l&#8217;impianto di desalinizzazione dell&#8217;acqua rimasto senza energia elettrica.&#8221;<br />
Questa notizia conferma quanto Israele sia &#8220;sensibile&#8221; all&#8217;accordo commerciale con l&#8217;UE, a tal punto da aver fatto delle concessioni, con l&#8217;obiettivo di sventare il rischio di sanzioni importanti, che potrebbero essere decise il 15 luglio.</p>
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		<title>Semi di Cetriolo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/07/semi-di-cetriolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Bnei Menashe]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Teresa Rovitto]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[semi di cetriolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Maria Teresa Rovitto </strong> <br />Un mio amico ha dato i semi a un suo conoscente; quello a volte si avvicina al varco. Sarà lui a consegnarli a un palestinese che vive a al- Husayn e rifornisce la diaspora.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="640" height="427" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c.jpeg" alt="" class="wp-image-114400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c.jpeg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-630x420.jpeg 630w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p>di <strong>Maria Teresa Rovitto</strong></p>



<p>Si fa dalla Giordania. C’è un passaggio controllato che permette alcuni scambi. Un mio amico ha dato i semi a un suo conoscente; quello a volte si avvicina al varco. Sarà lui a consegnarli a un palestinese che vive a al- Husayn e rifornisce la diaspora.</p>



<p><em>L’ultima volta che sono andata a Marrakech ho visitato la sinagoga. C’era una stanzetta che stonava con il contesto, allestita con foto di volti indiani. Ho scoperto che sono membri dei Bnei Menashe, tra i principali gruppi che oggi rivendicano una discendenza da una tribù israelita perduta nel mondo. A seguito della distruzione del&nbsp;Regno di Israele prima, e del&nbsp;Regno di Giuda&nbsp;poi, una parte della popolazione di religione ebraica di entrambi i regni fu deportata dai conquistatori.</em></p>



<p>Hanno la buccia più tenera. Devi assaggiarli.</p>



<p>Avrei dovuto riceverli e piantarli entro aprile. Dovresti assaggiarli.</p>



<p>Se incontreranno questa terra e la ameranno. Li assaggerai.</p>



<p>Il suo entusiasmo è protetto dal tempo futuro. Nel verbo gli pare che i semi non si disperdano. Non conosce la storia dei semi al varco. Lo dice come in una confessione, Non so che fine abbiano fatto. Lo so, qui la terra è diversa, ma i semi potrebbero amarla; la vita è una possibilità.</p>



<p><em>Nella stanza della sinagoga c’è la foto di una piccola bimba vestita di rosa che intreccia fiori; accanto a lei un bambino con la kippah. Penso subito che sia il fratello. Credono in un unico Dio. Per tutti gli altri abitanti della zona sarebbe insufficiente: i politeisti potrebbero tornare a essere presi sul serio come un tempo.</em></p>



<p>Gli piace raccontarmi della raccolta delle olive in Palestina, I più piccoli, dice, prendevano da terra quelle cadute fuori dai teli e le riponevano nelle scatolette di latta del tonno che poi svuotavano nelle cassette. Che divertimento era!</p>



<p>Una festa che ricorda con i gesti delle mani quando non vuole parlare della storia né raccontarmi di quando si è formata l’idea di persona destinata a durare nella sua mente.</p>



<p><em>Se l’abitato ha una forma geometrica esatta, troppo precisa, riconoscibile, allora è di recente costruzione. Come abbiamo imparato a scuola studiando le linee di confine delle spartizioni territoriali coloniali: lo spazio è sufficiente ma le linee o sono rette o sono frastagliate.</em></p>



<p>Io della Palestina vedo foto e video senza voice over. Voci del pianto in diretta. Si prende il pane in fila. Nessuno scriverebbe pane con lettere dorate. Pane è una parola semplice.</p>



<p>Grazie a un racconto di Mohannad Youniss capisco finalmente cosa sono. I sogni. Il protagonista vorrebbe disfarsene, allontanarli, come si fa con una mosca o con animali più minacciosi e così, chiuso al buio della sua casa, inizia a sparare cercando di ucciderli, senza troppo successo. Una mattina la parete della stanza crivellata dai colpi cede, crolla, entra la luce.</p>



<p><em>L’insediamento di Simone il Giusto accoglierà altre 200 abitazioni.</em></p>



<p>No, qui non usiamo mangiare le foglie di vite, non fanno più parte o non hanno mai fatto parte della nostra tradizione culinaria.</p>



<p>I suoi eccessi di curiosità finiscono tutti nell’aggettivo popolare che usa sempre per una domanda: è un romanzo popolare?, è un locale popolare?, è un detto popolare?</p>



<p><em>La forma di prosternazione più praticata nella contemporaneità è il sujūd islamico, che viene eseguito milioni di volte al giorno durante la preghiera quotidiana. Secondo alcune ricerche porterebbe un beneficio inatteso, ovvero ad aumenti nell’attività delle onde cerebrali alfa nella corteccia parietale e occipitale.</em></p>



<p><em>C’è un obelisco nero dell’825 a.C. originariamente eretto nell’antica città assira di Nimrud, in cui il re di Israele Jehu si prostra al cospetto del re assiro Salmanassar III.</em></p>



<p>La vite non rientra tra le piante selvatiche e autoctone che è vietato raccogliere in Area C, piante che da secoli costituiscono la dieta locale dei palestinesi, come lo za’tar, il timo, mi spiega.</p>



<p>Mi chiedo se mi sono persa qualche passaggio dei suoi resoconti da quando lo conosco.</p>



<p><em>Negli ultimi anni la domanda più cercata sul web è “What to watch”; nel 2023 fu la prima domanda con 9.140.000 ricerche.</em></p>



<p>Non cerca conforto. Ha familiarità con la stranezza delle cose, ma vuole credere che io abbia la capacità di fare piccole rivelazioni.</p>



<p>Mi dice che in attesa dei semi non sa come comportarsi. L’idea dei semi inizia ad assumere gli stessi motivi di un isolamento. Ci spaventa.</p>



<p>Ma io continuo a chiedergli della terra, a farmi presente, anche se credo di capire cosa intende dire.</p>



<p>Io della Palestina vedo foto e video senza voice over, ma solo l’immagine di quei minuscoli semi di cetriolo che non arrivano mi toglie il sonno.</p>
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		<title>Con Primo Levi tra le macerie del genocidio. Il mondo dopo Gaza di Pankaj Mishra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/04/con-primo-levi-tra-le-macerie-del-genocidio-il-mondo-dopo-gaza-di-pankaj-mishra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 05:38:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Zaffaroni]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio del popolo palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<category><![CDATA[Pankaj Mishra]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Levi]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Terzani]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Michele Sisto</strong> <br /> ‘Aprire gli occhi’ su Gaza rappresenta «la condizione essenziale della coscienza politica ed etica del Ventunesimo secolo».]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso in origine sul numero di maggio de</em> &#8220;L&#8217;Indice&#8221;<em>.]</em></p>
<p>di <strong>Michele Sisto</strong></p>
<p>Come Auschwitz, come Hiroshima, anche Gaza entra nella storia come simbolo dell’ennesimo collasso morale della nostra civiltà. Uno spartiacque. Come tale lo hanno riconosciuto, tra gli altri, filosofi come Roberta De Monticelli e Franco Berardi ‘Bifo’, in libri usciti in questi mesi. A spingere anche Pankaj Mishra a scrivere <em>Il mondo dopo Gaza</em> è in primo luogo un impulso etico, e il bisogno di elaborare un lutto, anzi, una molteplicità di lutti. Quello, innanzitutto, per la distruzione di centinaia di migliaia di vite in Palestina e per la cancellazione di un’intera cultura, dalle moschee alle università, dai cimiteri al paesaggio naturale. Ma anche il lutto per il ‘suicidio di Israele’ – la formula è della storica Anna Foa – precipitato dall’utopia coloniale di Theodor Herzl nella barbarie genocida di Netanyahu e complici. Il lutto, inoltre, per la demolizione del diritto internazionale, perseguita non solo da Israele, che pure gli deve la sua esistenza, ma da quelle stesse potenze che lo hanno usato per imporre al mondo il loro ordine. Il lutto, ancora, per le libertà d’informazione e d’opinione, logorate da quella sorta di neomaccartismo ‘anti-antisemita’ che da Berlino a New York colpisce con intimidazioni, censure, manganellate, arresti e persecuzioni studenti, manifestanti, intellettuali, università, ong, artisti, istituzioni internazionali. «A farmi scrivere», confessa Mishra, è quella che Karl Jaspers ha definito «colpa metafisica», la sofferenza di coloro che assistono impotenti alla barbarie, «una condizione umana diffusa dopo la distruzione in diretta di Gaza», e con essa «il dovere che i vivi hanno nei confronti dei morti innocenti».</p>
<p>Mishra, che vive a Londra e collabora regolarmente col «Guardian», è nato e si è formato in India, e da tempo ci ha abituati a uno sguardo straniante, montesquiviano, sulla storia euro-occidentale: nel romanzo <em>I romantici</em> ha raccontato le contraddizioni dei giovani indiani che tentano di adeguarsi a un modello di modernità pensato per le metropoli, ma semplicemente impossibile nelle (ex-)colonie; in <em>From the Ruins of Empire</em>, non ancora tradotto in italiano, ha esplorato il pensiero degli intellettuali da noi per lo più ignorati che hanno guidato la ‘rivolta contro l’Occidente’ e la rinascita dell’Asia, da Gandhi e Nehru a Liang Qichao a Jamal al-Din al-Afghani; ne <em>Le illusioni dell’occidente </em>– ma il titolo originale è <em>Bland Fanatics</em>, qualcosa del tipo ‘fanatici insipidi, ordinari’ – ha denunciato la tragicomica arroganza e incompetenza delle classi dirigenti, specie quella britannica, che hanno devastato il mondo col loro imperialismo.</p>
<p>A fargli da Virgilio nella ‘selva oscura’ in cui si addentra con questo nuovo saggio è Primo Levi, in particolare il Levi de <em>I</em> <em>sommersi e i salvati</em>, in un viaggio che lo porta a confrontarsi con moltissime voci, da Czesław Miłosz a Edward Said (la bibliografia finale conta dieci pagine), in una prosa a intarsio che ricorda la memorabile risposta di Tiziano Terzani – anno 2002, quando gli USA scatenavano la loro ‘guerra al terrore’ – ai deliri suprematisti di Oriana Fallaci.</p>
<p>La prima parte tematizza l’esperienza, in sé dolorosa, di ‘aprire gli occhi’ sulla realtà di Israele, al di là della propaganda, delle proprie convinzioni e anche delle proprie speranze: fu il caso di Jean Améry, quando nel 1977 venne a conoscenza – lui, torturato nei lager nazisti – delle torture inflitte ai prigionieri palestinesi; di Primo Levi, di fronte alla distruzione di Beirut nel 1982; e dello stesso autore, giovane ammiratore di Moshe Dayan, in seguito a una visita in Palestina nel 2008. Ai tormenti della coscienza si accompagna, per Mishra, la difficoltà di dar loro voce, dovuta alla chiusura dei media occidentali a qualsiasi rappresentazione della violenza sionista e del punto di vista palestinese.</p>
<p>Segue una ricchissima indagine sulla costruzione della memoria della Shoah, prima in Israele, poi – nella seconda parte del volume: <em>Ricordare per ricordare la Shoah</em> – nei due suoi più decisivi sponsor, la Germania (<em>La Germania dall’antisemitismo al filosemitismo</em>) e gli USA (<em>Americanizzare l’Olocausto</em>): in tutti e tre i paesi a un periodo di sostanziale indifferenza per il genocidio nazista e per i ‘relitti umani’ che erano sopravvissuti ad esso, segue, grossomodo a partire dal processo-spettacolo a Eichmann, un’esaltazione della memoria di quello che solo negli anni ’70 comincia a essere definito ‘olocausto’: esaltazione di fronte alla quale lo stesso Levi, soprattutto durante il suo viaggio negli USA nel 1985, si sentiva profondamente a disagio, perché ha imposto una memoria selettiva, assolutizzata e adottata come fondamento identitario, a spese di quell’universalismo (anche della sofferenza) che rende l’opera dello scrittore torinese così resistente a ogni strumentalizzazione.</p>
<p>Allo spinoso problema di fondare un’identità nazionale sulla vittimizzazione, è dedicata la terza parte del libro, <em>Al di là della linea del colore</em>, che si rifà, come già Enzo Traverso nel tempestivo e coraggioso <em>Gaza davanti alla storia</em>, alla critica dell’ordine razzista elaborata dal grande pensatore e attivista afroamericano W.E.B. Du Bois (di cui il Mulino ha recentemente pubblicato un’eccellente antologia di testi). «Nella guerra delle idee e della memoria scoppiata in Europa e Nord America dopo il 7 ottobre» scrive Mishra, «la narrazione secondo cui la Shoah conferisce legittimità morale illimitata a Israele non è mai apparsa così debole». Sebbene le classi dirigenti dei paesi più ricchi, bianchi e potenti del pianeta continuino a sostenerla, «molta più gente, dentro l’Occidente e fuori, ha iniziato ad abbracciare una contronarrazione secondo cui la memoria della Shoah è stata pervertita per consentire omicidi di massa, mentre al tempo stesso si oscurava una storia più ampia di moderna violenza occidentale al di fuori dell’Occidente». Mishra riflette a lungo sulle due principali narrazioni in conflitto (<em>clashing narratives</em>) intorno al genocidio di Gaza: quella, costantemente evocata in Occidente, della lotta delle democrazie contro gli autoritarismi, e quella, dominante al di là della linea del colore, della lotta dei colonizzati contro i colonizzatori. Questa seconda narrazione, costantemente rimossa in Occidente – ma di cui dà un’impressionante sintesi il giurista argentino Eugenio Zaffaroni nel recente <em>Una storia criminale del mondo</em> – accomuna oggi sette ottavi della popolazione mondiale, e sarà dunque determinante, osserva Mishra, nella strutturazione di un nuovo ordine globale.</p>
<p>Il genocidio di Gaza può dunque essere letto come il prodotto di «un mondo decrepito che non ha più alcuna fiducia in sé stesso e che, preoccupato solo dell’autoconservazione, calpesta i diritti e i principi che un tempo considerava sacri, ripudia ogni senso di dignità e premia violenza, menzogna, crudeltà e servilismo», all’insegna di una nuova banalità del male per illuminare la quale Mishra invoca il Levi indagatore della ‘zona grigia’. Dall’altra parte, però, ‘aprire gli occhi’ su Gaza rappresenta «la condizione essenziale della coscienza politica ed etica del Ventunesimo secolo». Riferendosi in particolare ai giovani e giovanissimi che nelle strade come nelle università si sono rifiutati di diventare «complici della violenza e dell’ingiustizia», ma anche a organizzazioni come Jewish Voice for Peace e Palestine Festival, a cui il libro è dedicato, Mishra scrive le sue parole forse più impegnative: «Si ha sempre più l’impressione che per ripristinare la forza e la dignità della coscienza individuale si possa contare solo sulle persone in cui la catastrofe di Gaza ha prodotto una scossa di consapevolezza etica».</p>
<p>*</p>
<p><strong>I libri</strong></p>
<p>Pankaj Mishra, <em>I romantici</em>, Guanda, Parma 2000</p>
<p>Pankaj Mishra, <em>From the Ruins of Empire. The Intellectuals Who Remade Asia</em>, Farrar, Straus &amp; Giroux, London 2012</p>
<p>Pankaj Mishra, <em>Le illusioni dell’occidente. Alle origini del mondo moderno</em>, Mondadori, Milano 2021</p>
<p>Pankaj Mishra, <em>Il mondo dopo Gaza</em>, Guanda, Parma 2025</p>
<p>Franco Berardi ‘Bifo’, <em>Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano</em>, Timeo, Palermo 2025</p>
<p>Roberta De Monticelli,<em> Umanità violata. La Palestina e l’inferno della ragione</em>, Laterza, Bari 2024</p>
<p>E. Du Bois, <em>Sulla linea del colore. Razza e democrazia negli Stati Uniti e nel mondo</em>, a cura di Sandro Mezzadra, il Mulino, Bologna 2025 (1a ed. 2010)</p>
<p>Anna Foa, <em>Il suicidio di Israele</em>, Laterza, Bari 2024</p>
<p>Tiziano Terzani, <em>Lettere contro la guerra</em>, Chiarelettere, Milano 2024 (1a ed. 2002)</p>
<p>Enzo Traverso, <em>Gaza davanti alla storia</em>, Laterza, Bari 2024</p>
<p>Eugenio Raùl Zaffaroni, <em>Una storia criminale del mondo. Colonialismo e diritti umani dal 1492 a oggi</em>, Laterza, Bari 2025</p>
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		<title>Il rituale servile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/15/il-rituale-servile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 12:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-113547" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-1024x682.jpg" alt="" width="696" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280.jpg 1280w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
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<p style="text-align: left;">Tempo fa dovevo recensire un libro dedicato a un sopravvissuto alla deportazione dal ghetto romano e alla Shoah. Lo presentavano al centro culturale annesso al Tempio Maggiore, lucente quel giorno più che mai, affacciato sul lungotevere. Un passo dopo i dispositivi di sicurezza sono stato accolto da sguardi interessati, intensi, anche cattivi, prima di tutto erano a casa loro, dicevano, e potevano seguirmi per tutto il percorso, anzi, almeno due di quegli sguardi, giovani, scuri, pressanti, si sono presi cura di me per tutto il tempo che sono stato lì a prendere appunti, quasi sentivo alla nuca il disappunto per non sapere le parole scritte. Solo dopo, alla fermata dell’autobus per tornare a casa, ho capito cosa volevano o sentivano quegli occhi: non li odiavo, neanche un po’, nemmeno nei fondi recessi, e questo veniva preso con estremo sospetto. Purtroppo da sempre sono uno che ha le cose scritte in faccia, ho pensato, si vede che hanno letto che odio la sopraffazione in maniera nevrotica, dei potenti sempre e prima di tutto, e l’impunità di chiunque, perfino la mia, fino allo schifo e alla pena la odio, e ci sto male poi da una vita per l’infamia di chi si crede vivo se straripa nell’ignoranza di sé e del mondo nel quale esiste o bene o male, quando si lascia abbindolare dalle formule e i rituali della vendetta infliggendo sofferenza, disgrazie e morte agli inermi, perpetrate senza scrupoli, quando abiura alla propria dignità e al suo ruolo intenso di vivente senza provare almeno uno scatto isterico di resistenza. Perché, dunque, non li odiavo?, questo dicevano quegli occhi, due avevo fatto a tempo a fissarli per un momento prima di uscire, un attimo solo perché non si insospettissero di più. Ma bastava, quell’attimo. Perché non li odiavo per niente quegli occhi, sebbene antipatici, se erano di chi si crede appartenente a coloro che stanno dando al mondo un esempio micidiale, forse esiziale? Di chi fa differenza tra le ossa dei morti per fame? Come tutti, quando crediamo di diventare più cattivi perché così bisogna fare, perché è giusto e necessario così ci dicono, e invece diventiamo solo più servi ancora; come uno che è caduto in una trappola e invita gli altri a venire avanti sperando che cadano anche loro, quegli occhi cercavano l’odio che non ci sarà mai e anzi lo pretendevano con arroganza. Io resto banale e non ci credo che uno Stato, qualsiasi esso sia, rappresenti una razza, un’etnia, peggio che mai un Dio o una religione, anzi nemmeno credo sia nel mio nome lo Stato, e finché vivo è sicuro almeno che nessuno riuscirà a farmici credere, nemmeno con la tortura di vedere occhi giovani accecati da un odio per procura, per delusione, per subdolo avvilimento dell’umanità. E che dopo, forse persino stavolta, diranno che non ne sapevano niente.</p>
<p><em>(NdR: la fotografia è di Hosny Salah, pixabay)</em></p>
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		<item>
		<title>L&#8217;unico palestinese buono è un palestinese morto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/09/lunico-palestinese-buono-e-un-palestinese-morto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 05:01:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> L’inverno dell’anno 2024-2025 sarà ricordato da alcuni di noi, come l’inverno in cui abbiamo percepito la storia presente come un incubo da cui è impossibile risvegliarsi. Ci siamo cioè ritrovati in una condizione che conoscemmo alcuni anni fa, e precisamente durante la pandemia mondiale di Covid...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Anche Nazione Indiana aderisce all’iniziativa: <strong>L’ULTIMO GIORNO DI GAZA 9 maggio – L’Europa contro il genocidio*</strong>. Si legge nel comunicato stampa: <em>Una giornata solo per Gaza, la prima di un percorso per “rompere il silenzio colpevole” su quello che da un anno e mezzo, senza sosta, sta succedendo sulla Striscia e anche sulla Cisgiordania. “Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora”. La data scelta dai promotori di una lettera pubblica per un’azione diffusa, dal basso e online, ha un preciso significato. È il 9 maggio, la giornata in cui tradizionalmente si celebra l’Europa e il suo processo di unificazione. Non è certo casuale. “Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, italiani, europei, umani.”</em> Ci sembra importante aderire, tanto più che questo sito ha ospitato molto presto sia testimonianze provenienti da Gaza sia riflessioni intorno a quello che stava accadendo anche tra noi (occidente) e quella parte del mondo che, pur lontana, è intimamente e tragicamente legata alla nostra storia. a. i.]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>1.</strong> L’inverno dell’anno 2024-2025 sarà ricordato da alcuni di noi, come l’inverno in cui abbiamo percepito la storia presente come un incubo da cui è impossibile risvegliarsi. Ci siamo cioè ritrovati in una condizione che conoscemmo alcuni anni fa, e precisamente durante la pandemia mondiale di Covid: una condizione d’<strong>inadeguatezza radicale</strong> nei confronti di ciò che accadeva nel mondo circostante. Questa inadeguatezza ha qualcosa di più destabilizzante dell’impotenza politica, ossia della percezione che la società a cui apparteniamo, nel suo insieme, stia imboccando una via pericolosa e distruttiva, e che forze ben più grandi delle nostre la spingono in tale direzione. L’inadeguatezza radicale non ci dice semplicemente che non abbiamo le forze necessarie per opporci a un’ingiustizia, a un avversario sleale ma più forte di noi; ci rende anche consapevoli di una nostra <em>debolezza costitutiva</em>, del fatto che <em>comunque sia</em> non siamo abbastanza forti come vorremmo. In una tale situazione, di sconfitta personale e collettiva, possiamo salvaguardare almeno qualcosa d’importante: ossia la responsabilità di dire che quel che vediamo, viviamo, ascoltiamo, <em>è un incubo</em>, e non una concatenazione normale di eventi. E inoltre dobbiamo anche riuscire a dire che questo incubo non è frutto di un fenomeno naturale, e al di sopra della nostra volontà, come la legge della gravitazione terrestre, ma un insieme di decisioni umane accompagnate da un insieme di discorsi, di frasi scritte o dette.</p>
<p><strong>2</strong>. Questo inverno sarà memorabile per una regressione generale delle politiche sul clima, perché è il terzo anno di una guerra alle porte dell’Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina; perché ci siamo resi conto che, nel giubilo generale, i sistemi d’Intelligenza artificiale hanno iniziato a funzionare nelle aziende e nelle amministrazioni pubbliche, senza che i lavoratori o i cittadini abbiano avuto l’occasione di esprimersi su queste scelte; perché, con la nuova presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno radicalizzato la loro posizione di dominio mondiale senza egemonia, alimentando il caos a livello geopolitico. Infine questo è l’inverno in cui, anche i più recalcitranti di noi, i più scrupolosi nell’uso del linguaggio, si sono resi conto che il massacro della popolazione palestinese di Gaza esigeva di essere descritto attraverso l’uso del termine <strong>“genocidio”</strong>. E da due mesi questo genocidio si è fatto ancora più evidente, perché alla guerra delle bombe si è aggiunta la guerra della fame. Israele ha infatti imposto alla Striscia di Gaza un assedio totale (di terra, aria e mare), ossia <strong>il blocco di ogni possibile aiuto medico e umanitario</strong> destinato a sollevare la situazione di una popolazione di sfollati, stremata dalla fame e dalla sete, e sottoposta a massicci bombardamenti. Una popolazione che, secondo le stime più recenti, dall’8 ottobre 2023 conta <strong>52.418 morti</strong> e <strong>118.091 feriti</strong>.</p>
<p>La decisione del blocco completo è conseguenza della rottura unilaterale, voluta dal governo Netanyahu, degli accordi firmati tra Israele e Hamas il 15 gennaio, accordi che prevedevano l’uscita dal conflitto in tre fasi (<a href="https://www.geopop.it/cosa-prevede-laccordo-di-cessate-il-fuoco-tra-israele-e-hamas-a-gaza-quando-scatta-la-tregua/">Cosa prevede l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas a Gaza: quando scatta la tregua</a>). Dopo l’insediamento di Trump, tali accordi non erano più considerati vincolanti, dal momento che lo stesso presidente americano, ricevendo Netanyahu alla Casa Bianca in febbraio, annunciava un nuovo piano incentrato sullo “spostamento” in Egitto o in Giordania della popolazione palestinese e l’occupazione statunitense di Gaza per scopi turistici e commerciali.</p>
<p><strong>3</strong>. Nel 1868, durante le Guerre Indiane che conduceva spietatamente, il generale Philip Henry Sheridan, di fronte a un gruppo di capi delle tribù native, pronunciò una frase che divenne famosa: “Gli unici indiani buoni che abbia mai visto erano morti”. Oggi, l’azione del governo Netanyahu, dopo un anno e sette mesi di guerra praticamente ininterrotta contro Hamas, può essere letta attraverso un calco della macabra frase di Sheridan: “Ogni palestinese buono di Gaza è un palestinese morto”. Questa frase costituisce il nucleo ideologico e genocidario che sottende l’impresa di distruzione della Striscia (edifici e infrastrutture) e di uccisione, ferimento, denutrizione della sua popolazione. La guerra globale contro Gaza si è poi accompagnata all’annessione di sempre nuovi territori in Cisgiordania.</p>
<p>Dopo la strage del 7 ottobre, ogni volta che si parlava della sicurezza di Israele, si ometteva quasi sempre di dire che la sicurezza in questione non era quella di un paese con delle frontiere definite internazionalmente, ma quella di un <strong>paese occupante</strong>, minacciato di conseguenza da un popolo in lotta per l’autodeterminazione. Un circolo vizioso ha così giustificato per più di mezzo secolo il principio secondo il quale Israele, per poter esistere incolume, deve occupare dei territori palestinesi, anche se poi è innanzitutto questa occupazione che minaccia la sicurezza dei suoi cittadini. Dopo 57 anni di ciclica insicurezza, però, l’estrema destra e i sionisti religiosi al governo hanno deciso di affidarsi a un piano di pulizia etnica, che li metta per sempre al riparo da qualsiasi azione militare o terroristica perpetrata in nome della libertà del popolo palestinese. E l’equazione macabra che hanno stabilito non è un iperbole diffamante o antisemita, ma una formula che si situa nel cuore della propaganda governativa: 1) Hamas è un nemico assoluto da annichilire, in quanto ridotto esclusivamente alla sua componente terroristica e armata; 2) il popolo palestinese non annichilendo esso stesso Hamas, ne è complice; 3) il popolo complice di un gruppo terrorista è esso stesso terrorista. Durante i primi mesi di bombardamenti, quando ancora si poteva parlare in modo plausibile di obbiettivi militari, la propaganda israeliana presentava il popolo palestinese (i civili), come ostaggi e vittime di Hamas. E anche le istituzioni internazionali, entro certi limiti, concordavano con questa narrazione. Oggi, però, di fronte a montagne di detriti e montagne di cadaveri, appare chiaro che, per l’esercito israeliano, con il consenso di una maggioranza delle popolazione israeliana, ogni palestinese sulla Striscia di Gaza – che sia vecchio, donna o bambino – è considerato come puramente e semplicemente “annientabile” in quanto terrorista attivo o potenziale.</p>
<p><strong>4</strong>. Forse noi, qui, nella zona di pace occidentale, siamo riusciti tutto sommato a dormire. I bombardamenti, gli incendi, i parenti sepolti sotto le macerie, erano cosa lontana, più intravista che vista. Ma non abbiamo dormito bene. Io non ho dormito bene. Gli stessi incubi notturni assumevano le fattezze di quello che il telegiornale non mi diceva del tutto, ma che la parte inconscia di me, inconscia e forse “sociale”, assorbiva con grande precisione. Passeggiate a Milano, in mezzo a palazzi che iniziano a crollare come castelli di carte e senza apparente motivo. Prigionieri che sbucano fuori da scale ripide e buie che portano in seminterrati; prigionieri con ancora le tracce addosso delle sevizie e dei giorni di fame.</p>
<p>La nostra inadeguatezza non ha smesso di seguirci come un’ombra cupa, e ha inevitabilmente avuto un tremendo effetto demistificante: ma a che servono, di fronte a tutto questo, i rituali di pace, i giorni della memoria, le nostre credenze su una giustizia possibile, su delle istituzioni almeno in parte affidabili, il rispetto per gli innocenti, l’amore per le opere d’arte o le opere letterarie? Ha qualche senso il vivere insieme? L’umanità è qualcosa d’altro che cecità, sonnolenza e furore?</p>
<p>Di fronte all’orrore della distruzione del popolo palestinese non ho potuto che toccare con mano la mia estrema impotenza. Ma chi può qualcosa di fronte a un esercito che non fa entrare a Gaza né i giornalisti né gli aiuti umanitari e che minaccia la vita delle ONG neutrali e disarmate o degli stessi impiegati delle Nazioni Unite?</p>
<p>Ma all’impotenza <em>politica</em>, in quanto cittadino isolato e insignificante, si è poi affiancata la <em>vergogna</em> di non poter dire, e quindi di non poter pensare quello che stava accadendo. Quello che <strong>Ilan Pappé</strong>, in un <a href="https://savageminds.substack.com/p/on-moral-panic-and-the-courage-to?fbclid=IwY2xjawKJ_RJleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFKaHlEY0duRDNhdDdYT01tAR6x76oPE7q6XSvrgNhQpkICV-qxgkip0RrM0nBKzAiJ6KIJmkksIyp7uMAXsg_aem_EfVzV7hTqbZOFLiUl0vseQ">articolo del 24 aprile,</a> definisce “L’Occidente ufficiale” ha cominciato a bloccare il discorso, a creare un sentimento d’incertezza diffusa e ingiustificabile, capace di minare anche le constatazioni, le reazioni emotive, i ragionamenti più evidenti. Pappé parla molto bene di questa cosa, introducendo il concetto di “panico morale”. Scrive Pappé:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Questo fenomeno è noto nella ricerca recente come Panico Morale, molto caratteristico delle fasce più coscienziose delle società occidentali: intellettuali, giornalisti e artisti.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Il Panico Morale è una situazione in cui una persona ha paura di aderire alle proprie convinzioni morali perché ciò richiederebbe un certo coraggio che potrebbe avere conseguenze.”</p>
<p>Comunque sia, io ho sentito che almeno su questo piano qualcosa andava fatto. Sul piano del linguaggio, del discorso. Bisognava trovare un modo di entrare nel campo che l’Occidente ufficiale aveva “minato”, camminarci dentro, anche senza avere né arte né parte. È quello che hanno fatto anche gli studenti un po’ dappertutto nel mondo. Coloro che “mancano di sapere” e frequentano le istituzioni educative (scuole, università) per acquisirlo dai “detentori ufficiali” del sapere. Di fronte all’urgenza della situazione si sono detti che in quel campo minato avrebbero dovuto camminarci, a rischio di fare errori, di sbagliare parole, di concatenare male qualche argomento, di dimenticare qualche fatto importante.</p>
<p>Così, con la scrittura, ho cercato di fare anch’io, come un certo numero di altri individui che come me subivano l’impotenza politica, ma non volevano vergognarsi di non riuscire a pensare per eccesso di prudenza. Ognuno ha trovato un modo per fare esistere la popolazione palestinese e le sue sofferenze al di fuori del quadro troppo ristretto, troppo deformato, che l’Occidente ufficiale aveva reso disponibile.</p>
<p>Oggi anche Nazione Indiana partecipa a questo invito per fare esistere la sofferenza del popolo palestinese e per denunciare il genocidio in atto a Gaza.</p>
<p>Linko quindi di seguito interventi diversi già pubblicati. Abbiamo anche delle testimonianze dirette, come quella di <strong>Yousef Elqedra</strong>, poeta palestinese che ha vissuto a Gaza dall’inizio della guerra fino a poche settimane fa. I suoi testi sono stati tradotti da <strong>Sana Darghmouni</strong> e proposti da <strong>Renata Morresi</strong>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/">La tentazione di decontestualizzare e il dovere della narrazione. Sul conflitto tra Israele e Hamas | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/02/memorie-da-gaza-1/">Memorie da Gaza #1 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/">La trappola e il diniego. Riflessioni a margine della guerra | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/09/memorie-da-gaza-2/">Memorie da Gaza #2 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/17/memorie-da-gaza-3-2/">Memorie da Gaza #3 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/23/memorie-da-gaza-3/">Memorie da Gaza #4 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/30/memorie-da-gaza-5/">Memorie da Gaza #5 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/05/01/la-sineddoche-israeliana-e-la-contestazione-studentesca/">La sineddoche israeliana e la contestazione studentesca | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/17/voci-della-diaspora-anna-foa-e-judith-butler/">Voci della diaspora: Anna Foa e Judith Butler | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/13/laltro-volto-della-resistenza/">L’altro volto della resistenza | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/05/03/lesodo-da-gaza-non-cercavamo-la-vita-quando-lasciammo-gaza/">L’esodo da Gaza – non cercavamo la vita quando lasciammo Gaza | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Dal comunicato stampa di <strong>L’ULTIMO GIORNO DI GAZA 9 maggio – L’Europa contro il genocidio.</strong></p>
<p>A promuovere la vera e propria ‘chiamata a raccolta’ sono, in ordine alfabetico, <strong>Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Evelina Santangelo</strong>. E a sostenere la lettera pubblica sono oltre centocinquanta persone che appartengono a diversi mondi professionali e culturali. Tutte accomunate dall’urgenza, dal tempo che sta finendo.<br />Chi vorrà partecipare a #UltimogiornodiGaza può inviare comunicazioni sulle iniziative a una e-mail<br />dedicata: 9maggioxgaza@gmail.com</p>
<p>Di seguito, la lettera pubblica.</p>
<p><strong>L’ULTIMO GIORNO DI GAZA </strong><br /><strong>9 maggio – L’Europa contro il genocidio</strong> <br />#ultimogiornodigaza #gazalastday <br />Il 9 maggio è la Giornata dell’Europa: ma è anche l’ultimo giorno di Gaza. Perché il tempo sta <br />finendo, per questa terra nostra. Questa terra del Mediterraneo, il mare che ci unisce. <br />Per questo, in quella giornata in cui ci chiediamo chi siamo, vi chiediamo di parlare di Gaza, <br />di farlo ovunque vorrete. E di farlo, tutte e tutti, sulla rete: su siti, canali video, social. E <br />sempre con l’hashtag #GazaLastDay, #UltimogiornodiGaza. <br />Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, <br />italiani, europei, umani. <br />Per rompere il silenzio colpevole useremo la rete, che è il solo mezzo attraverso cui <br />possiamo vedere Gaza, ascoltare Gaza, piangere Gaza. Perché possano partecipare tutte e <br />tutti, anche solo per pochi minuti. Anche chi è prigioniero della sua casa, e della sua <br />condizione: come i palestinesi, i palestinesi di Gaza lo sono. Perché almeno stavolta nessuna <br />autorità e nessun commentatore allineato possa inventarsi violenze che occultino la violenza: <br />quella fatta a Gaza. <br />Sulla rete, e non solo. Per chi vuole mettere in rete ciò che succede nelle piazze e nelle <br />comunità che si interrogano, assieme, su come fermare la strage. <br />Con la consapevolezza che noi siamo loro. E che a noi – italiani ed europei &#8211; verrà chiesto <br />conto della loro morte. Perché a compiere la strage è un nostro alleato, Israele. Per ripudiare <br />l’Europa delle guerre antiche e contemporanee, per proteggere l’Europa di pace nata da un <br />conflitto mondiale, esiste un solo modo: proteggere le regole, il diritto, e la giustizia <br />internazionale. E soprattutto guardarci negli occhi, e guardarci come la sola cosa che siamo. <br />Umani. <br />Aggiungiamo tutte le parole che vorremo usare all’hashtag #ultimogiornodigaza <br />#gazalastday. <br />Senza scomunicarne nessuna, senza renderne obbligatoria nessuna. Per chiamare le cose con il <br />loro nome. <br />Ora è il momento di costruire una rete di senza-potere determinati a prendere la parola. E il <br />9 maggio è la prima tappa di una strada assieme. <br />Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora. <br /><em>Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari, </em><br /><em>Francesco Pallante, Evelina Santangelo </em></p>

<p>&nbsp;</p>
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		<title>Torri d’avorio e d’acciaio di Maya Wind</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/12/07/torri-davorio-e-dacciaio-di-maya-wind/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Dec 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Acconcia</strong> <br />In Occidente le università israeliane vengono dipinte come bastioni liberali del pluralismo e della democrazia, ma in realtà hanno un ruolo chiave nel regime di oppressione del popolo palestinese.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-110647" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/9791255600275_0_536_0_75-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/9791255600275_0_536_0_75-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/9791255600275_0_536_0_75-150x226.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/9791255600275_0_536_0_75-300x452.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/9791255600275_0_536_0_75-279x420.jpg 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/9791255600275_0_536_0_75.jpg 536w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>In Occidente le università israeliane vengono dipinte come bastioni liberali del pluralismo e della democrazia, ma in realtà hanno un ruolo chiave nel regime di oppressione del popolo palestinese.<br />
Rendendo accessibili a livello internazionale molti documenti ufficiali israeliani, Maya Wind mostra infatti come i corsi di laurea, le infrastrutture dei campus e i laboratori di ricerca siano attivamente coinvolti in ciò che è sempre più diffusamente riconosciuto come un regime di apartheid. Descrive il modo in cui i dipartimenti di scienze giuridiche elaborano interpretazioni innovative per mettere Israele al riparo dalle condanne o dalle indagini internazionali per «crimini di guerra» o «genocidio». Rivela come le ricerche archeologiche fabbricano prove a sostegno delle rivendicazioni territoriali israeliane cancellando la storia araba e musulmana e avvalorando l’uso degli scavi al fine di espandere gli insediamenti ed espropriare le terre palestinesi. Documenta le collaborazioni con le forze armate e i produttori di armi nazionali e internazionali. Racconta come gli atenei stessi, fin dalla loro fondazione, fungano da avamposti di insediamento nelle terre palestinesi confiscate. E denuncia la violazione delle libertà accademiche fondamentali di docenti e studenti con approccio critico, oltre alla violenta repressione dei movimenti studenteschi.<br />
Un libro che sta facendo discutere gli atenei di tutto il mondo, perché indica la fondatezza della proposta di boicottaggio dei rapporti di ricerca con le università israeliane al centro delle mobilitazioni contro la guerra a Gaza.</p>
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