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	<title>Istanbul &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le acque di Istanbul</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 May 2023 05:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bosforo]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Turchia]]></category>
		<category><![CDATA[Istanbul]]></category>
		<category><![CDATA[Le acque di Istanbul]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani </strong> <br /> Questo incrocio di acque mi sembra il vero cuore di una sterminata città-mondo, una città-mostro, come la definisce la collega che mi accoglie e come ho modo di constatare quando, nel giorno delle elezioni, per sfuggire alla tensione andiamo a fare una gita alle isole dei Principi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-103244 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1-1024x768.jpg" alt="" width="602" height="451" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_101635-copia-1.jpg 1212w" sizes="(max-width: 602px) 100vw, 602px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Mentre passeggio nel distretto di Beyoğlu, la grossa area in cui si trova piazza Taksim, mi sembra che Istanbul contenga tutte le città che ho visto sinora: a poco vale fare una lista, da un lato perché finirebbe inevitabilmente per dare un taglio, un ordine di priorità evocativa, a seconda di quale io scelga di menzionare per prima; dall’altro perché è probabile che contenga anche tutte le città che non ho visto.<br />
Mi colpisce d’improvviso la netta percezione di quanto rapidamente la realtà divori l’immaginato. Con posti come questo, desiderati per anni, raccontati o suggeriti da testi letti e frammenti di vissuto, succede: ci si muove con un’idea già in testa, da arricchire, modificare, scuotere o, nei casi peggiori, confermare.<br />
Che fine ha fatto la visione di Istanbul con cui sono arrivata? Avevo disegnato con la mente il quartiere dove avrei alloggiato, tracciato la linea della città orientale che sapevo di vedere dalla terrazza della mia casa-albergo; aiutandomi con Google Maps, avevo provato a registrare la conformazione particolarissima di una metropoli in cui si incontrano un estuario, un canale e due piccoli mari.<br />
Questo incrocio di acque mi sembra il vero cuore di una sterminata città-mondo (15 milioni di abitanti, riportano i dati on line; 18 o addirittura 24, dice chi ci abita), una città-mostro, come la definisce la collega che mi accoglie e come ho modo di constatare quando, nel giorno delle elezioni, per sfuggire alla tensione andiamo a fare una gita a Büyükada, la più grande delle isole dei Principi, dove visse qualche anno Trotsky e dove Simenon andò a intervistarlo nel 1933 [1].<br />
Durante la traversata vedo palazzoni e grattacieli continuare a spalmarsi senza sosta sulle due rive del mar di Marmara; è un flusso imponente, spaventoso e irresistibile.</p>
<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-103245 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-750x1024.jpg" alt="" width="518" height="707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-750x1024.jpg 750w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-220x300.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-768x1048.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-1126x1536.jpg 1126w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-1501x2048.jpg 1501w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-150x205.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-300x409.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-696x950.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-1068x1457.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1-308x420.jpg 308w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230514_102037-1.jpg 1503w" sizes="(max-width: 518px) 100vw, 518px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Come in un esercizio di memoria, dunque, a distanza di ventiquattr&#8217;ore dall&#8217;arrivo provo a recuperare l’immagine vergine, curiosa di capire di cosa avessi riempito un toponimo che, già abbastanza ricco di suo, ne contiene altri due: Bisanzio, Costantinopoli, significanti che impariamo sui libri di scuola e che luccicano sulla lingua come oro. Ma non mi viene in mente niente, se non il fatto che forse l’avevo sempre raffigurata senza sole, col cielo bianco, pieno di una luce abbacinante: lo stesso che guardo il primo giorno dal battello. Questo cielo è l’unico ricordo che permane dell’Istanbul fantastica: il resto viene allegramente fagocitato dai tappeti di moschea calpestati, le salite ripide, la sconcertante quantità di tè che un essere umano è in grado di bere.</p>
<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-103246 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-1024x1024.jpg" alt="" width="599" height="599" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-2048x2048.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-1920x1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230511_101826-1-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Faccio lezione in una delle università cittadine, gli studenti sono quelli che qualsiasi docente sogna: curiosi, motivati, intervengono di continuo. Trepidano nell’attesa di un’elezione che può cambiare il corso degli eventi e che senza dubbio, per molti di loro, cambia il segno del futuro. «Come vi sentite?», gli chiede la collega prima di cominciare; «cerco di non pensarci – risponde una ragazza -, ma non posso fare a meno di essere ottimista».<br />
Domenica sera, mentre torno a casa e i seggi stanno per chiudere, la città si è svuotata rispetto al sabato, quando il fiume ininterrotto di persone (e di cose, e di merci) si rovesciava in ogni anfratto della città. L’esito non è quello sperato dalla studentessa, si va al ballottaggio con Erdoğan in vantaggio.<br />
«Ogni discorso sulla Turchia comincia con la storia del ponte: “La Turchia è un ponte tra Oriente e Occidente”», mi dice ironico Giovanni, che vive a Istanbul da oltre vent’anni e lamenta la mancanza di profondità sulla complessa situazione in cui il paese versa. Commentiamo che in effetti è una di quelle frasi finto-risolutive per evitare, alla fine, di dire alcunché, come una colata di cemento che arresta lo sviluppo di ogni riflessione e problematizzazione.<br />
Li osservo tutti, i ponti fra le due rive, e il penultimo giorno prendo il battello fino all’ultima località raggiungibile dal centro, Rumelikavağı, un nome che mi piace subito: scoprirò poi che vuol dire “Posto di controllo della Tracia”. Fotografo l’ultimo ponte sul Bosforo, oltre il quale comincia il Mar Nero.</p>
<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" class="wp-image-103216 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-scaled.jpg" alt="" width="589" height="589" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-2048x2048.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-1920x1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230516_162708-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 589px) 100vw, 589px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">A Rumelikavağı non c’è quasi nulla, come mi aspettavo. Vecchi che giocano a carte, adolescenti seduti a chiacchierare sulle panchine, bambini che corrono nei giardinetti. Un paesino tranquillo, sereno, che nulla ha a che vedere con il fermento a tratti insostenibile da cui sono partita: eppure è soltanto un quartiere della stessa città, a circa due ore di traghetto dal ponte di Galata.</p>
<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" class="wp-image-103218 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-scaled.jpg" alt="" width="600" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-2048x2048.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-1920x1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/20230513_171436-1-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Sono giorni in cui scatto prevalentemente foto di acque, è quel che il mio occhio seleziona, forse perché è un periodo in cui ho bisogno di sentire «l&#8217;univers en émanation», come Bachelard descrive la <em>rêverie, </em>la fantasticheria &#8211; associazione che gli viene in mente proprio camminando «près de l&#8217;eau».<br />
Torno in Italia dopo una settimana che sembra durata almeno il doppio, per le densità sensoriale di quanto visto e per l’effervescenza, la tensione, l’altalena tra l’eccitazione e lo scoramento del periodo elettorale. Il secondo turno si terrà tra una settimana; sarebbe bello se l&#8217;esito rispondesse all’ottimismo della studentessa.</p>
<p>__</p>
<p>[1] L&#8217;intervista si trova in G. Simenon, <em>Europa 33</em>, trad. Federica e Lorenza Di Lella, Milano, Adelphi, 2020.</p>
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		<title>Bisanzio-Costantinopoli-Istanbul</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Feb 2021 06:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Ahmet Ümit]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Istanbul]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura turca]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Ahmet Ümit, Perché Istanbul ricordi, 2020, Ronzani Editore. Traduzione di Anna Valerio. Prendete una città vecchia di duemilaseicento anni, ambientatevi un poliziesco di 612 pagine, mettete in prima di copertina un toro, vittima sacrificale dei coloni greci di Megara nonché disegno impeccabile di Roberto Abbiati, e vi trovate davanti Perché Istanbul [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-87959" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Copertina_Umit.jpg" alt="" width="340" height="502" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><b>Ahmet Ümit</b>, <i>Perché Istanbul ricordi, </i>2020, Ronzani Editore. Traduzione di Anna Valerio.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Prendete una città vecchia di duemilaseicento anni, ambientatevi un poliziesco di 612 pagine, mettete in prima di copertina un toro, vittima sacrificale dei coloni greci di Megara nonché disegno impeccabile di Roberto Abbiati, e vi trovate davanti <i>Perché Istanbul ricordi</i>. Un poliziesco insolito. Primo, perché la voce narrante del commissario turco Nevzat Akman ha tutta l’aria di avere forti connotazioni autobiografiche. Secondo, perché tutto il romanzo è intriso di un amore incondizionato verso la città bimillenaria in cui si muovono i protagonisti, la città dal triplice nome: Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul. Il commissario Nevzat la ama proprio in quanto stratificazione di epopee storiche, avvicendarsi di popoli da cui sente di discendere: greci, romani, bizantini, ottomani, turchi. Una città che sopravvive a se stessa nutrendosi di ricordi che vanno dall’epoca mitologica del re Byzas al padre della patria moderna, Atatürk. Ed è proprio sul filo della Storia che viene ricamato l’intreccio del romanzo, con sette delitti legati a coloro che hanno fatto grande la città: il re Byzas, gli imperatori Costantino, Teodosio II, Giustiniano, il sultano Fatih Mehmet, l’architetto Sinan, il sultano Solimano il Magnifico. Quindi i sette monumenti che la simboleggiano: il Tempio di Poseidone (oggi scomparso), la colonna di Costantino, la Porta Aurea, Santa Sofia, Palazzo Topkapi, la Moschea di Fatih, la Moschea di Solimano. Ma poi, per svariati motivi, se ne aggiungono molti altri: la Cisterna Basilica, la Colonna di Marciano, l’obelisco di Teodosio, il Palazzo del Porfirogenito, le Moschee di Sultanahmet, di Beyazit, di Yavuz Selim, la tomba di Selim II, il Palazzo Dolmabahçe, le Segrete di Yedikule, e così via.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; color: #000000;"><span style="font-size: medium;">La particolarità del testo è proprio questa: il lettore attraversa tutta Istanbul, compresa la vivacità dei suoi quartieri, il traffico caotico, le brutture edilizie, le specialità della cucina, i tè, i caffè turchi, i fiumi di Raki che scorrono in occasione di ogni cena. Sì, perché Istanbul è la meno turca delle città turche, la più occidentale e la più tollerante, dove gli integralisti islamici vivono accanto ai non praticanti, dove ci sono donne che portano il velo e donne che fanno le criminologhe (come Zeynep, l’aiutante del commissario Nevzat) o le direttrici del Museo Topkapi (come il personaggio-chiave di Leyla Barkın). Ed è tramite la figura colta di Leyla che Ahmet Ümit, con coerenza narrativa, riesce ad inserire in un poliziesco l’esaltazione dell’importanza della Storia:</span></span></p>
<p class="western"><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Se non ci fosse stata Santa Sofia non ci sarebbe nemmeno la Moschea Sultanahmet. Se non ci fosse stato il Cristianesimo, non ci sarebbe stato l’Islam, se non ci fosse stato l’Ebraismo non ci sarebbe stato il Cristianesimo. Possiamo metterla così: senza i Sumeri non ci sarebbero stati gli Ittiti, senza gli Ittiti, l’antica Grecia, senza l’antica Grecia non ci sarebbe stato l’Impero romano, e senza l’Impero romano quello ottomano. Queste sono le diverse fasi che hanno portato alla grande civiltà. Se ne togliamo una, si apre un vuoto senza senso, la Storia rimarrebbe incompleta”.</span></span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Ma la Storia ha anche un’altra urgenza: non va dimenticata. Ecco che allora Leyla, insieme al compagno Namık Karaman, che è poi uno dei sospettati, si inventa addirittura un Istituto per la salvaguardia di Istanbul ovvero l’ISI – per noi inquietante accostamento fonetico all’ISIS – che si batte, ai limiti della legalità, per una difesa dei reperti storici della città e contro l’edilizia selvaggia. Perché chi guarda Istanbul da fuori, come fa il poeta Yekta, non può non vedere lo scempio: “Guardavamo Istanbul dal mare: Nevzat, Demir e io. La poesia creata dalla natura, le mostruosità create dall’uomo, guardavamo i grattacieli, pugnali di cemento che senza vergogna colpivano il cuore della città; guardavamo i ponti, passatoie attraverso il mare che incatenano la città; guardavamo gli spazi vuoti, che diminuivano ogni ora, ogni minuto, ogni istante”.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Mentre il commissario Nevzat cerca una nesso tra gli omicidi, i luoghi di ritrovamento dei corpi e le monete antiche rinvenute in mano alle vittime, il filo sentimentale della sua vita si dipana tra vicende di amicizia, evocazioni della moglie e della figlia scomparse in un attentato, e una nuova compagna che non riesce ad accettare. Aspetti apparentemente frivoli e secondari nell’economia del romanzo ma che si riveleranno invece perfettamente incastrati nella struttura della trama, come un buon poliziesco che si rispetti.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Nato nel 1960 e tradotto per la prima volta in Italia con il libro <i>Capodanno a Istanbul</i> (Scritturapura, 2018), lo scrittore turco Ahmet Ümit è consigliere culturale della Fondazione Goethe di Istanbul, dove vive e lavora. Membro attivo del Partito Comunista Turco dal 1974 al 1989, ha preso parte al movimento clandestino per la democrazia durante la dittatura militare degli anni Ottanta. Di qui le tematiche politiche e storiche dei suoi libri, le accuse – per quanto romanzate – ai sistemi di corruzione e agli abusi edilizi perpetrati ai danni del patrimonio storico e naturalistico turco, tematiche con cui <i>Perché Istanbul ricordi</i> è in evidente sintonia.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Una nota di cronaca: nel romanzo, uscito in Turchia nel 2010, e pubblicato per la prima volta in Italia dalla Ronzani Editore, Santa Sofia era ancora un museo, dopo essere stata prima Chiesa e poi Moschea. Dal luglio scorso, con un arbitrario decreto del presidente Erdoğan<b>,</b> è tornata ad essere luogo sacro del culto islamico.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La Guerra Santa da salotto dell&#8217;Illuminista (inglese, mi raccomando)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jan 2017 20:00:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Anatole Pierre Fuksas (con l&#8217;assenso motivato e partecipato di Lorenzo Declich) Da quando eravamo molto giovani abbiamo in comune un disprezzo sostanziale per le argomentazioni ideologiche basate sull’ignoranza unito ad una clamorosa inclinazione per il cazzeggio sfrenato. Nel corso del tempo abbiamo condiviso con molte altre amiche ed amici più o meno storici queste nostre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong> (con l&#8217;assenso motivato e partecipato di <strong>Lorenzo Declich</strong>)</p>
<p><span style="font-weight: 400">Da quando eravamo molto giovani abbiamo in comune un disprezzo sostanziale per le argomentazioni ideologiche basate sull’ignoranza unito ad una clamorosa inclinazione per il cazzeggio sfrenato. Nel corso del tempo abbiamo condiviso con molte altre amiche ed amici più o meno storici queste nostre due passioni. Negli ultimi due anni, poi, abbiamo sentito un po’ il bisogno di coniugarle con una serie di studi che abbiamo portato avanti indipendentemente nei rispettivi campi di competenza, l’Islamistica e la Filologia Romanza al fine di ridere e piangere allo stesso tempo del modo in cui cose tanto tragiche e tanto diverse tra loro vengono correntemente mescolate a vanvera nel discorso pubblico, dai media ufficiali ai social network, un po’ dappertutto, cioè non solo in Italia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Abbiamo provato a dire perché secondo noi </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/18/cinque-matti-alle-crociate-un-islamista-un-medievista-provano-capirci-qualcosa/"><span style="font-weight: 400">non sia in corso nessuna crociata in risposta a nessun jihad</span></a><span style="font-weight: 400">, che cioè il </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400"> della guerra santa è una cazzata atomica, elaborato sulla base di evidenze esigue e competenze labili. Abbiamo soggiunto che, invece, ci sono gli estremi per riconoscere </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/28/winter-is-coming-dalla-crociata-al-fantafestival/"><span style="font-weight: 400">una guerra mondiale più profonda in corso tra apocalittici ed integrati</span></a><span style="font-weight: 400">, della quale il </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400"> della guerra santa è solo uno dei tanti prodotti. A quel punto abbiamo capito che diventava urgente demistificare i collegamenti abusivi tra i vari attentati avvenuti in Europa negli ultimi anni, provando a capire perché e percome non fossero tutti la stessa cosa, cioè perché i vari attentatori non combattessero tutti la stessa battaglia, colpendo vittime innocenti più o meno a caso in Europa, come in Medio Oriente, in Africa come negli Stati Uniti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ci è parso di poter dimostrare che </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/24/lesile-sentiero-dei-lupi-solitari-un-altro-dialogo-sullemergenza/"><span style="font-weight: 400">l’attentatore di Monaco</span></a><span style="font-weight: 400">, quello che giradava «turchi di merda» sparando dal tetto di un supermercato, non combattesse la stessa guerra del kirghiso uiguro che entra in un locale di Istanbul e ammazza gente a caso. </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/21/qualcunismo-omicida-dei-lupi-solitari-la-sindrome-lee-oswald-pistolero-del-comet-fantasma-del-camion-berlino-la-performance-del-poliziotto-turco/"><span style="font-weight: 400">Non combattono certamente la stessa guerra </span></a><span style="font-weight: 400">il killer forse gulenista forse no dell’ambasciatore russo ad Ankara e </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/23/la-missione-impossibile-dellethan-hunt-tunisino-la-verita-transito-la-bizona-minniti/"><span style="font-weight: 400">il pluripregiudicato tunisino che si spaccia per calabrese</span></a><span style="font-weight: 400"> alla stazione di Milano, dopo aver schiantato un camion contro un mercato natalizio a Berlino. Meno ancora combattono la stessa guerra l’attentatore omofobo di origini pachistane del </span><i><span style="font-weight: 400">Pulse</span></i><span style="font-weight: 400"> di Orlando e quello molto francese che a Nizza ha lanciato un TIR contro la folla il 14 di luglio.</span></p>
<p><a href="http://www.corriere.it/opinioni/17_gennaio_03/i-terroristi-non-sono-folli-504447ee-d13a-11e6-bd06-82890b12aab1.shtml"><span style="font-weight: 400">Leggendo Panebianco</span></a><span style="font-weight: 400"> all’alba di questo nuovo anno, già cominciato malissimo (ma finirà peggio, ne siamo sicuri), abbiamo scoperto di essere, nella sostanza, dei negazionisti dell’evidenza, perché «i terroristi non sono folli, ma soldati del terrore» e «non dobbiamo negare il ruolo che la religione ha nell’arruolamento dei militanti per la guerra che l’Isis ci ha dichiarato», e siamo solo al titolo e all’occhiello! Secondo Panebianco la dialettica che vede contrapposti «</span><span style="font-weight: 400">quelli che dicono che «la religione non c’entra», sono solo gli «interessi» (materiali) a spiegare tutto» e «quelli che sostengono che la religione sia la vera causa» sia in realtà una semplificazione. L’impianto retorico parrebbe saltare quando Panebianco spiega come non si tratti in realtà di una semplificazione, poiché in realtà i primi hanno proprio torto, dato che ci sono «atteggiamenti del mondo islamico nei confronti della società aperta occidentale e sugli aspetti della loro tradizione che hanno generato la sfida jihadista».</span></p>
<p>Cosa sia il mondo islamico, quali siano questi atteggiamenti, cosa il nostro intenda per sfida jihadista non ce lo spiega, lo dà per scontato, come se lo fosse davvero. Piuttosto ci racconta che nella natura di questi attentati che scuotono l’Europa (Istanbul non è tecnicamente in Europa e decine d’altri attentati hanno avuto luogo in località extraeuropee, ma lasciamo correre) non c’è nulla di folle: non si tratta di «folli attentati», ma di una «guerra dichiarata da qualche organizzazione (ieri Al Qaeda, oggi l’Isis, domani un’altra)». Dunque i soldati che la combattono sono «la versione contemporanea dei combattenti per la causa islamica dell’età medievale e della prima età moderna» (<em>double facepalm</em>).</p>
<p><span style="font-weight: 400">Di seguito Panebianco prova a spiegare che l’ignoranza religiosa dei cosiddetti jihadisti e i loro trascorsi di rilevanza penale non bastano ad etichettare i gesti di costoro come animati da altro che dalla cieca determinazione armata dal credo religioso. Solo sul finale, dopo uno spiegone mal scritto e approssimativo delle guerre di religione tra Cattolici e Protestanti e uno ancor peggio scritto e approssimativo sulla deriva irrazionalista che smentisce l’Illuminismo francese (quello inglese invece pare che ci abbia preso, secondo lui, così, in blocco), Panebianco raccorda sagacemente il suo argomentare al punto di partenza. Ci spiega, cioè, che la </span><span style="font-weight: 400">religione e gli «interessi» «non si escludono mai a vicenda» (segue applausone, immaginiamo).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ora, uno di noi (Lorenzo) </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/angelo-panebianco/"><span style="font-weight: 400">ha scritto di Panebianco in continuazione</span></a><span style="font-weight: 400"> negli ultimi dieci anni, al punto che potrebbe farci un libro su Panebianco e tutto ciò che rappresenta, cosicché ci si potrebbe astenere da questo commento, primo perché noi élite radical dell&#8217;Esquilino e San Saba saremmo in vacanza in Maremma davanti al camino, secondo perché appare evidente il divario di prestigio che ci separa da questo gigante della cultura contemporanea.</span> <span style="font-weight: 400">Ma viene un po’ da sé che, da combattenti irriducibili di questa inutile e impossibile battaglia contro l’imbecillità, si abbia voglia di ribadire il concetto saliente, che cioè non è in corso nessuna guerra di religione, gli attentati che si susseguono non sono battaglie della stessa guerra, i collegamenti tra di essi sono labilissimi e fanno capo al modo in cui singoli attentatori si declinano come parte di questa guerra contro noi tutti, che soltanto loro e Panebianco stanno combattendo. Secondo noi Panebianco è in guerra contro persone come noi, ovvero contro coloro i quali ancora credono nella possibilità di una convivenza civile di qualche tipo di tutti con tutti, più che contro terroristi che non lo conoscono e non lo cagano di striscio, troppo occupati a combattere in modo mostruoso battaglie sbagliate, che ci si ostina a ricondurre ad unica grande guerra di religione per ragioni di ignoranza e cattiva coscienza.</span></p>
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		<title>Istanbul Pamuk</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2016 13:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Quando si legge un libro, bisogna farlo in silenzio. Solitamente, quando leggo un libro, parto dall’analisi delle sue singole componenti, il linguaggio, lo stile, l’andamento ritmico, le suggestioni, poi al limite anche la trama, i personaggi, l’atmosfera, la tenuta finale; cerco di indagarlo per bene nel suo complesso, per arrivare a calibrare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-59367" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/stranezza-che-ho-testa-trama-pamuk-300x164.jpg" alt="stranezza-che-ho-testa-trama-pamuk" width="300" height="164" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/stranezza-che-ho-testa-trama-pamuk-300x164.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/stranezza-che-ho-testa-trama-pamuk-450x248.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/stranezza-che-ho-testa-trama-pamuk.jpg 660w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Quando si legge un libro, bisogna farlo in silenzio.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Solitamente, quando leggo un libro, parto dall’analisi delle sue singole componenti, il linguaggio, lo stile, l’andamento ritmico, le suggestioni, poi al limite anche la trama, i personaggi, l’atmosfera, la tenuta finale; cerco di indagarlo per bene nel suo complesso, per arrivare a calibrare al meglio l’impressione che resta, quando, una volta girata l’ultima pagina, lo lascio lì a riposare sul comodino per qualche giorno, settimana, anno.<br />
Alla fine, solo alla fine, trascorso il tempo necessario alla sedimentazione, mi azzardo a formulare un piccolo “giudizio”, capisco cioè se il libro mi è piaciuto o meno, mi spingo addirittura a dire se è bello.<span id="more-59363"></span><br />
Ecco, con l’ultimo romanzo di Orhan Pamuk, <em>La stranezza che ho nella testa</em>, recentemente edito da Einaudi, non è successo niente di tutto questo. Il mio approccio al testo, come solo pochissime volte mi succede, è stato quasi completamente invertito, e non mi vergogno affatto a dirlo, anzi.<br />
Ho preso in mano <em>La stranezza</em>, e prima ancora di aprirlo, prima ancora di leggere l’epigrafe, l’incipit, persino la bandella, la quarta di copertina, ho deciso che era un bel libro.  Tutto il mio impegno, nelle quasi 600 pagine di romanzo, è stato genuinamente volto a dimostrare che sì, effettivamente la mia prima impressione era assolutamente corretta.<br />
Una prima impressione, devo dire, non certamente immotivata. Trovo che <em>Il museo dell’innocenza</em>, quello che potremmo definire il capolavoro dello scrittore turco, Premio Nobel nel 2006, sia uno dei romanzi più densi, intelligenti, strutturalmente perfetti e stilisticamente innovativi dell’intero Novecento letterario. L’ho letto tanti anni fa, e ancora mi tornano alla mente intere pagine, in maniera molto vivida, delicata. Da lì, ho preso ad appassionarmi alla scrittura di Pamuk, alle suggestioni di Istanbul, alla piacevolezza inaspettata di una certa magniloquenza del pensiero, di un certo indugio descrittivo, di una narrazione prospettica che continua a sgusciare in tanti lati, come una piovra della parola, come un demone della prosa tentacolare.<br />
Così è stato anche per <em>La stranezza</em>, che è una sorta di reportage romanzesco e di compendio filosofico insieme, è una colata lavica di personaggi e situazioni, di punti di vista perfettamente argomentati e racconti indiretti celati con superba malizia.<br />
Le voci in differita che animano l’intero romanzo coprono un arco temporale assai vasto, fino ad arrivare ai giorni nostri, con la naturalezza con la quale diciamo “non è successo niente”, ma con la consapevolezza profondissima che invece tutto è mutato. E continuerà a mutare, ad libitum. Questo il senso della vita. Della parola.<br />
Tutto è forma liquida, tutto è contenuto misterioso, nelle pagine di Pamuk, che crescono e si alimentano lungo i vicoli affollati di una città delle meraviglie, quella Istanbul violenta, degradata, splendidamente ottomana, povera nelle baraccopoli, ammaliante degli scorci di piazzole ellittiche e raggi di luna solitari; Istanbul magica, fatta di cantori appassionati e nostalgie inesplicabili, di furgoncini pericolanti che sfrecciano senza posa, di desideri imprenditoriali da provare a realizzare e soprattutto &#8211; ancora e sempre! &#8211; di tradizioni familiari da perpetrare, e con cui saper convivere, rispettosamente.</p>
<p style="text-align: right;"><em>La vita gli appariva bella e serena solo quando immaginava di vivere altre vite, lontane dalla sua.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Pensa una sera Mevlut, il protagonista, che sposa una sorella per un’altra, come nel miglior solco sveviano, sembrerebbe. E invece no. Mevlut è un Cosini entusiasta e sostanzialmente felice, che se si abbandona alle melanconie lo fa solo per ubbia, per indole favolistica, per postura diremmo quasi mistica. Mevlut è un venditore di <em>boza</em>, bevanda tanto tipica quanto ormai in disuso, lievemente alcolica, ma non tanto da offendere le usanze religiose. E proprio come la sua <em>boza</em> sembra comportarsi Mevlut, raggirato e offeso, che riesce a vivere i giorni più felici della sua vita solo grazie a quel fatale errore. O meglio, a quel piccolo, apparentemente innocente segreto. Nessuno degli altri protagonisti, perché di un romanzo corale si tratta, infondo, potrebbe dire lo stesso.<br />
E Mevlut, in questo, ancora, è un po’ l&#8217;incarnazione veritiera della stessa Istanbul. In perenne mutamento. Attraversata da ripetute ondate di malcontento, speranze, poi malcontento, poi altre speranze portate da avventori, turisti, immigrati, altri turisti, costruttori, grandi proprietari, piccoli arraffoni, malavitosi, borghesi, insomma, dalla più varia e variabile umanità.<br />
Un’umanità soggetta al tempo, alle stagioni, un’umanità alla ricerca del nuovo, del benessere, un’umanità che brama l’indipendenza e ossequia le tradizioni, un’umanità che, fondamentalmente, ha estremo bisogno di essere soppesata (come da splendida immagine di copertina, di seguito), di essere quindi raccontata, e soprattutto di raccontarsi.<br />
Esattamente come fa Orhan Pamuk, lucente voce lunare della Turchia e della letteratura tutta.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-59369 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/12493699_10208724886309013_3587445749983957176_o-240x300.jpg" alt="12493699_10208724886309013_3587445749983957176_o" width="240" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/12493699_10208724886309013_3587445749983957176_o-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/12493699_10208724886309013_3587445749983957176_o-819x1024.jpg 819w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/12493699_10208724886309013_3587445749983957176_o.jpg 1080w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></p>
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		<title>Un ricordo improbabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 12:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate: Jaufrè passa le notti incapsulato in una botte. Alla primalba s’alza un fischione e lo sbaglia. Poco dopo c’è troppa luce e lui si riaddormenta Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6254" title="opereitaliane3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.<br />
Era l’estate del 1982. Credo luglio o agosto. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave (l’eterna provincia veneta!). Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle <em>Poesie d’amore</em> di Nazim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakavoskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. (La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza). Ne ricordo una quartina:</p>
<p><em>Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa</em><br />
<span id="more-6250"></span><br />
Versi semplici, epici, antichi che cantano ciò che gli antichi poeti hanno sempre cantato: l’amore per la vita, l’inesorabilità della morte, l’amore, nonostante tutto, per la “vita immensa” dopo la nostra morte.<br />
All’improvviso sento risuonare una domanda.<br />
“Poeta?”. Un signore sulla cinquantina, dal volto un po’ sofferente e con un braccio ingessato, si avvicina al mio tavolino e, dopo un momento d’esitazione, si siede.<br />
“Chi io?”, faccio imbarazzato.<br />
“Beh, non vedo in giro nessun altro “giovane Nazim”? Le piacerebbe diventare come lui?”.<br />
“Non saprei. Qualcosa scrivo”, rispondo.<br />
“Sa, ha avuto una vita avventurosa e difficile, battaglie politiche, esilio, condanne, anni di carcere, grandi lontananze, pochi ritorni. Ma è rimasto giovane fino alla fine, in colloquio… Scusi, mi presento, sono Goffredo Parise, forse ha già letto qualche mio libro?”.<br />
“Purtroppo no”. Vorrei sprofondare un chilometro sottoterra. Mi salva il frastuono di un treno merci. Faccio però in tempo a notare nei suoi occhi un lampo di tristezza.<br />
“Forse lei è troppo giovane. Di che anno è?”.<br />
“1963. Proprio l’anno in cui Nazim Hikmet è morto: angina pectoris”.<br />
“Il 1963 è anche l’anno delle Furie”.<br />
“Quali furie?”, domando.<br />
“Il romanzo di Guido Piovene, un romanzo che ho amato molto e su cui ho anche scritto qualcosa. Era piuttosto un sogno. Ma Piovene oggi è dimenticato. Un vicentino come me, ma non proprio uno scrittore italiano… Non lo conosce, vero?”<br />
“Purtroppo no”. Questa volta arrossisco.<br />
Il mio Trieste-Venezia era probabilmente già passato. La persona che doveva venire a prendere Parise e accompagnarlo in auto alla sua nuova casa di Ponte di Piave tardava. Il dialogo durò non so quanto tempo. E sempre con lo stesso schema: il grande “Jaufrè” esponeva il tema: la malizia vicentina (di cui era impregnata l’opera di Piovene), la vita e le case sul Piave, Roma, la fatica dei Sillabari, i premi letterari, lo “Strega” che aveva appena vinto, il “Viareggio” del 1963 che per ragioni politiche Piovene non aveva vinto, la “poesia che va e viene”, la “pigrizia” produttiva dell’artista, le difficoltà del nuovo romanzo, ripreso dopo tanto tempo, “Il faut avoir une idée, mais une idée vague”, come ha detto Picasso, l’ultimo viaggio in Giappone, Kawabata (“Legga assolutamente Kawabata. Ma fra vent’anni”), <em>La casa delle belle addormentate</em>, la giovinezza, la vecchiaia. E il “piccolo Nazim”, che nella sua “vita immensa” e immensa ignoranza, cercava qualche variazione al proprio rossore.<br />
Non c’era ostentazione nelle sue parole. E neppure l’ombra del maestro cerca-discepoli (“la poesia non ha eredi”). Lo scrittore era semplicemente “in colloquio”, cioè era rimasto giovane. “Incapsulato” nella botte di un corpo sofferente, precocemente invecchiato (avrei saputo solo molto tempo dopo delle sue operazioni al cuore, avvenute l’anno prima, dell’insufficienza renale, la dialisi), era in contatto permanente con la “vita immensa, che non vede, non parla, non pensa”, che è oltre la desolazione per la nostra morte, che è amore, nonostante la nostra morte. E se a, volte, il contatto veniva meno, se l’ex cacciatore per “troppa luce” si addormentava, il suo fiuto per la bellezza in ogni caso non lo tradiva: avrebbe sentito “l’odore del sangue” di un artista-fagiano a chilometri di distanza.<br />
Oggi, ad anni di distanza, se non conosco, in fondo, che un solo romanzo di Piovene, ciò si deve al fatto che sono rimasto fedele a quell’unico incontro con Parise, troppo intenso e irripetibile per permettermi di allontanarmi dalla solita fame di coincidenze.<br />
“Piovene, comunque, è uno scrittore importante, ma allo stesso tempo lo sento lontano”.<br />
“Lontano da cosa?”.<br />
“Dalla riserva di caccia dei miei temi”.<br />
“E’ stato se non sbaglio proprio Piovene che, in un’intervista a proposito delle <em>Furie</em>, ha detto: ‘Lo ritengo nettamente il mio migliore romanzo e quello che ha approfondito certi motivi che sono costanti fin dalla mia giovinezza; giacché anche questo vorrei aggiungere: l’uomo si accresce, si accresce per acquisizioni critiche, per indagine intellettuale, ma quello che sono i motivi fondamentali della poetica e anche della poesia di un artista sono sempre gli stessi…’”.<br />
“Sì, è vero, l’uomo s’accresce, s’accresce, ma per quanto il nostro colloquio sia indiretto, silenzioso, gli elementi arcaici della natura, i colli, l’odore dei corpi, le formazioni e le deformazioni della bellezza umana che per la prima volta ci sono venuti incontro, si ostinano a compiere giri concentrici sopra le nostre teste incappucciate. Come folaghe o fischioni che continuiamo a sbagliare per giorni fino a quando non ci addormentiamo…<br />
“Come uno dei temi costanti della poetica e della “poesia” di Piovene: quello della mente che costantemente mente a se stessa senza rendersi conto di mentire”.<br />
“In altre parole: il sentimento della malitia. La tradizione cristiana, i Padri della Chiesa, credo, lo definivano un ambiguo e incoercibile desiderio-repulsione (beh, forse non utilizzavano proprio queste parole…) nei confronti del bene in quanto tale.<br />
“Questo non fa di Piovene uno scrittore cattolico, né uno scrittore veramente religioso, se non di quell’“unica religione possibile” – come ha scritto Parise nella sua presentazione alle <em>Furie</em>: “quella della verità”.<br />
“Sì, l’ho letta. E’ stato cinque anni dopo la sua morte. Forse hai ragione. Ma ricordati che la religione della verità, nell’interpretazione di Parise, era ciò che per Piovene l’uomo moderno ha perduto, ciò in cui non riesce più a credere. E’ cenere di un fuoco che si è spento chissà quando e che ricopre i nostri volti decrepiti”.<br />
“’L’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri’. Queste sono ancora parole di Guido. Fin dai tempi della <em>Gazzetta nera</em>. Che ne pensi?”.<br />
“Non so. Mi chiedo: da dove viene il Male per uno scrittore che non crede in Dio? Dov’è il Male per chi non può cadere nel baratro agostiniano dove ‘nessuno ti confessa’?”.<br />
“Parise diceva che la risposta poteva forse trovarsi tra ‘il tortuoso, labirintico e solitario lavorìo del cervello’, proprio della ‘vicentinità’, intesa come ‘monomaniaca aspirazione al perfetto’ e il centroeuropa di Kafka, in quella zona ‘slavo-tedesca ed ebraica’ ribollente di letture talmudiche e cabalistiche”.<br />
“Detesto l’eterna provincia veneta. Detesto il marchio minoritario per gli scrittori di razza. E non ho mai letto Kafka seguendo interpretazioni talmudiche o cabalistiche. E nemmeno Svevo. L’elemento ebraico, se c’è, è storico: riguarda la situazione nell’epoca dell’assimilazione. E poi dov’è il senso della forma, lo humour in Piovene? Sei proprio sicuro che il suo essere ‘visionario di cose vere’, come il narratore dice di se stesso nelle <em>Furie</em>, coincida con la fusione di reale e inverosimile che per primo Kafka, nella storia del romanzo, è riuscito a realizzare? L’estraneità come chance erotica e la promiscuità spesso comica di Kafka, sei davvero in grado di ritrovarle nei romanzi di Piovene? E il riso di Zeno, che gioca con la propria coscienza, lo senti risuonare tra i colli veneti?”<br />
“<em>La confessione di Zeno</em> è una bouffonnerie”.<br />
“Appunto. Mentre la confessione è per Piovene la forma assoluta, per giungere ad una definizione della propria autenticità, della verità. Non sono sicuro che in essa non ci sia più traccia delle domande agostiniane. Magari attraverso il binocolo de l’esprit géométrique del “giustiziere settecentesco”, per dirla ancora con Parise”.<br />
“Il senso della corruzione dei corpi e dell’immaginazione che li rendi visibili, compensati e “giustiziati” dalla passione intellettuale che li dissolve”<br />
“Sì, ecco. Oppure la necessità dei “fatti”, unita all’impossibilità o difficoltà di accedere al “personaggio romanzesco”: chi sono Angela, Teresa, Antonio, la donna che si chiama “la pianta acquatica” se non rivelazioni di questa impossibilità o difficoltà?”<br />
“La malizia vicentina unita alla malitia, figlia di acedia di Agostino, entrambe figlie illegittime della passione clinica di sezionare con l’intelletto i corpi in eterna decomposizione delle “furie” private, storiche, mitiche”.<br />
“Forse. Ma c’è anche un’altra possibilità: che il Male di Piovene sia ancora quello di Baudelaire, che la sua malitia sia un’ulteriore metamorfosi de l’ennui, che la forma della confessione sia il campo di battaglia di una lotta mortale per trasformare la malitia in qualcosa di positivo. Qualcosa, comunque, che non ha niente a che vedere con lo snobismo”.<br />
“Ma con il decadentismo sì”.<br />
“Mah! La letteratura è tutta decadente! Da Flaubert in poi. Fino a Flaubert rappresentava un tutto: era uno dei rami della vita, della società, come la politica, la Borsa. Poi ha cominciato a perdere la sua supremazia. E da allora continua a vivere o a sopravvivere come Adamo ed Eva in fuga dall’Eden dopo il peccato originale: che per la letteratura è l’aver avuto fino ad un certo momento un carattere universale, poi definitivamente perduto”.<br />
“Parise diceva che Piovene con quelli della sua generazione (Comisso, Gadda) apparteneva alla “last generation”, perché, se ho capito bene, aveva avuto il tempo di assaporare ancora, sia pure in mezzo alle distruzioni e alle guerre, il frutto proibito di quell’universalità”.<br />
“Forse è così. Forse le Furie sono anche la confessione tragica, non rassegnata e violenta, di un definitivo distacco. Un addio al paradiso perduto dell’aspirazione romanzesca di rivelare la totalità del mondo e dell’uomo che coincide con un addio all’inferno delle ombre private, e non solo private, del suo passato. Un duplice sopralluogo ”.<br />
“Sarà… Ma tutto questo parlare di ultime generazioni, inferno e paradisi perduti mi ha messo un po’ di nostalgia. La verità è che sono stanco. Ho sonno. Certo che, incapsulati per l’eternità dentro queste botti, si sta scomodi. Manca l’aria”.<br />
“In compenso il tempo per sparare a folaghe e fischioni è illimitato…”<br />
“Senti Jaufré&#8230;”<br />
“Dimmi Nazim…”<br />
“Ti ricordi Kawabata? <em>La casa delle belle addormentate</em>?<br />
“Sì, certo”.<br />
“Alla fine l’ho letto. E’ stato nell’estate del 1963. Ero a Berlino, quattro giorni prima di partire per Mosca. Da mesi non avevo notizie di mia moglie né di mio figlio. Mi sentivo stanco come ora. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Eguchi, il protagonista, mi ha tenuto sveglio, in vita un’intera notte. La disperazione per la vecchiaia mi è sembrata improvvisamente una cosa remota. E così la mancanza di mia moglie, e di tutte le donne che ho amato. E ho anche pensato che forse solo nel sonno siamo davvero in colloquio con “la vita immensa”, “la vita immensa”, dopo la nostra morte.<br />
“E hai scritto una poesia?”<br />
“No, mi sono ricordato di un rubai che avevo scritto trent’anni prima, ad Istanbul. Vuoi ascoltarne una quartina?”<br />
“Abbiamo tutto il tempo”.<br />
<em>“Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa”</em></p>
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		<title>Turchia: I curdi di Istanbul</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 May 2008 05:00:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[curdi]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[testo di Lorenzo Bernini, fotografie di Giovanni Hänninen [NdR: questa è la seconda parte di un reportage di viaggio in Turchia nell&#8217;inverno del 2007; leggi la prima parte e un approfondimento a seguire.] Dal suo arresto in Kenia nel 1999, Abdullah Öcalan, il presidente del PKK (Partiya Kerkeran Kurdistan: il Partito, clandestino, dei Lavoratori del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it">Lorenzo Bernini</a>, fotografie di <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><em>[NdR: questa è la seconda parte di un reportage di viaggio in Turchia nell&#8217;inverno del 2007; leggi <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/">la prima parte</a> e un approfondimento a seguire.]</em></p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/007_istanbul_hb.jpg" alt="007_istanbul_hb.jpg" /></p>
<p>Dal suo arresto in Kenia nel 1999, Abdullah Öcalan, il presidente del PKK (Partiya Kerkeran Kurdistan: il Partito, clandestino, dei Lavoratori del Kurdistan) non perde occasione per chiedere la fine della lotta armata. Nell’ottobre del 2006 i dirigenti del PKK hanno proclamato il cessate il fuoco. Tuttavia nei territori turchi del sud-est, abitati prevalentemente da curdi e confinanti con il nord dell’Irak (precisamente con il Kurdistan iracheno, che è una regione a statuto speciale), gli scontri tra guerriglieri ed esercito turco non sono mai finiti.<span id="more-5758"></span></p>
<p>Lo scorso 18 dicembre, il presidente Abdullah Güll e il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, messi sotto pressione dalle richieste dell’MHP e del capo di stato maggiore Yaşar Büyükanid, hanno autorizzato l’esercito turco a effettuare incursioni aeree in territorio irakeno per colpire i campi di addestramento del PKK. Si è innescata così una spirale di violenza: per le strade delle maggiori città turche, quasi ogni notte vengono incendiate intere file di macchine, e quasi ogni settimana vengono ritrovati, o esplodono, piccoli ordigni dimostrativi. Il 3 gennaio, invece, una potente bomba è esplosa a Dyarbakir, la più grande città dei territori del sud-est. L’obiettivo era un veicolo militare, ma la deflagrazione ha investito anche la popolazione civile: erano civili i cinque morti, di cui due erano bambini, e trentasette dei sessantasette feriti. Questo ha offerto all’esercito il pretesto che stava aspettando per intensificare le operazioni militari. Il 22 febbraio è iniziata l’offensiva di terra: diecimila militari turchi hanno varcato i confini dell’Irak. In una settimana hanno compiuto una carneficina: 240 guerriglieri curdi uccisi, a fronte di 27 militari turchi. Il 29 febbraio uno scarno comunicato dell’esercito ha annunciato il ritiro delle truppe, motivandolo con “il raggiungimento degli obiettivi” – è probabile, in realtà, che le vere ragioni del ritiro siano state le pressioni degli USA e le cattive condizioni atmosferiche, e non è irragionevole prevedere una prossima ripresa delle ostilità. Nel frattempo in Turchia le manifestazioni di protesta dei curdi non vengono più autorizzate, e a Siirt un corteo pacifico si è concluso con pestaggi e arresti.<br />
<img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/008_istanbul_hb.jpg" alt="Quartiere di Fener" /></p>
<p><em>Quartiere di Fener</em></p>
<p>Il nostro viaggio nella Istanbul curda inizia a Tarlabaşi, un quartiere abitato in maggioranza da curdi. Appena vi mettiamo piede, siamo investiti da un odore acre che fa bruciare gli occhi e la gola. L’inverno di Istanbul è freddo e a Tarlabaşi la maggior parte delle case è riscaldata con stufe a legna. La legna però è costosa e nelle stufe viene bruciato un po’ di tutto, compresi materiali plastici. Da quelli che sembrano più tubi di scappamento che comignoli escono fumi di diverso colore che anneriscono le facciate e feriscono l’olfatto. Del resto Tarlabaşi non è il peggiore dei quartieri di Istanbul. A Fener e Kasimpaşa abbiamo respirato la stessa aria irrespirabile. E ci siamo imbattuti anche nei cosiddetti gecekondu, le “case costruite in una notte”: baracche edificate con materiali di recupero. A colpirci è stata non solo la miseria, ma anche la creatività di chi ci abita: la capacità di far fronte alle necessità della vita con il poco che si ha a disposizione. Gli abitanti di questi quartieri, curdi, zingari e turchi indigenti, ci hanno dato l’impressione di un’attività febbrile: donne (velate oppure no) intente a fare la spesa in coloratissimi mercati, uomini dediti a vendere, costruire, riparare qualsiasi cosa a ogni angolo di strada. L’operosa miseria di Tarlabaşi a Istanbul non è un’eccezione, ma la regola.</p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/009_istanbul_hb.jpg" alt="Carroarmato della Polizia nel quartiere di Tarlabaşi" /></p>
<p><em>Carroarmato della Polizia nel quartiere di Tarlabaşi</em></p>
<p>A Tarlabaşi, sulla stessa via di un’inquietante stazione di polizia davanti al cui ingresso campeggia un carroarmato bianco, si trova la sede del DTP (Demokratim Toplom Partisi), il Partito legale curdo “per una Società Democratica”, che alle ultime elezioni ha ottenuto 20 rappresentanti in Parlamento, e che recentemente è stato dichiarato anch’esso anticostituzionale, come L’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo attualmente al governo). I militanti del DTP ci accolgono amichevolmente, ci offrono çay, ci chiedono chi siamo, che cosa vogliamo. Fissiamo un appuntamento e poi torniamo sull’Istiklal.</p>
<p>Il nostro obiettivo è il Navenda Çanda Mezopotamya (il Centro Culturale della Mesopotamia). Qui conosciamo un gruppo di ragazzi sui vent’anni, tutti studenti universitari. Ci presentiamo come membri del “Partito comunista italiano”. E loro, dopo poche nostre parole di spiegazione, bollano subito quella che noi chiamiamo “sinistra antagonista” come “revisionista”. Li appassionano di più i nostri racconti sulla resistenza italiana, sui nostri partigiani. Perché questi ragazzi “vogliono andare sulle montagne”, cioè nei campi di addestramento del PKK.<br />
Hüsnü, uno dei più timidi, occhi azzuri e sorriso innocente, è stato in carcere otto mesi: “Eravamo un centinaio. Manifestavamo per la liberazione di  Öcalan. Abbiamo lanciato molotov alla stazione di polizia [quella col carroarmato davanti], ma i poliziotti hanno risposto sparando ad altezza d’uomo. Un mio compagno è stato ferito alla spalla. Lui, io e altri tre compagni siamo stati arrestati. Una volta in cella ci hanno pestati. Calci, pugni, manganelli. Poi otto mesi infernali”. Mi fa toccare la cicatrice sotto il mento.</p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/010_istanbul_hb.jpg" alt="Hüsnü, studente universitario curdo di İstanbul, nella sede del Centro Culturale della Mesopotamia" /></p>
<p><em>Hüsnü,  studente universitario curdo di İstanbul, nella sede del Centro Culturale della Mesopotamia</em></p>
<p>Impariamo due parole in curdo: heval, compagno, e caş. Caş significa “somarello”, ed è il termine con cui i militanti del PKK chiamano i curdi che scelgono la via dell’integrazione piuttosto che della lotta. Erhan ci spiega: “Sono almeno 20 milioni i curdi in Turchia [su un totale di 70 milioni di abitanti], ma chi non rivendica la propria identità curda vive di fatto come un turco, senza problemi. Per noi è caş. Sono caş ad esempio i curdi ricchi, ma soprattutto quelli che lavorano nell’amministrazione statale e occupano posizioni di potere”. Erhan sostiene che i caş non sono “veri” curdi, che non sono “puri”. Ma Hasan lo corregge: “Non si può essere caş se non si è curdi. Un caş è un curdo che sbaglia, ma che può ravvedersi”. Chiediamo loro se sono caş i settanta dirigenti di origine curda dell’AKP. “Sì”. Non lo sono invece i membri del DTP, a cui rimproverano soltanto una mancanza di radicalità.</p>
<p>Hasan è il più autorevole del gruppo. A lui gli altri si rivolgono quando non sanno che cosa rispondere. Chiediamo a lui qual è l’atteggiamento di giovani intellettuali curdi come loro rispetto alla religione islamica (sunnita) professata dalla maggioranza del loro popolo: “Noi siamo socialisti e laici, ma come intellettuali dobbiamo cercare di cambiare la società curda gradualmente, senza entrare in conflitto con la gente comune”. Gli domandiamo che cosa pensa del femminismo: “La politica del PKK si basa su tre pilastri: la democrazia, l’ecologismo e il femminismo. Nel PKK esiste un movimento delle donne, e non mancano donne nella guerriglia. I diritti delle donne per noi sono fondamentali, ma le lotte femministe da sole non sono sufficienti”. Gli chiediamo allora anche un’opinione a proposito del gay pride: “Sosteniamo anche le rivendicazioni delle persone omosessuali, ma non possiamo partecipare alle loro manifestazioni, perché basterebbe la nostra presenza a scatenare una reazione violenta da parte della polizia”.</p>
<p>A questo punto raccontiamo loro della conferenza stampa contro la polizia del collettivo studentesco di sinistra a cui abbiamo assistito. Domandiamo se ci sono ragazzi turchi solidali con le lotte dei curdi. Risponde: “Ci sono turchi di sinistra che difendono a parole i diritti dei curdi, ma in caso di scontri con la polizia non sono con noi”. Erhan corregge questa affermazione: “In realtà Duran Kalkan, uno dei leader del PKK, è turco. Anche i martiri Haci Karer e Kemal Pir erano turchi. A dire il vero lo sono anch’io”. “E anch’io” gli fa eco Yusuf. Non ce lo aspettavamo. Evidentemente la questione curda ha un valore ideale che trascende l’appartenenza etnica. Del resto non solo ci sono leader turchi nella guerriglia curda, ma anche generali curdi nell’esercito turco. Sulle montagne del sud-est non solo ci sono giovani turchi che combattono con il PKK, ma anche curdi soldati di leva che combattono contro il PKK. Da generazioni e generazioni turchi e curdi si sposano e fanno figli: c’è anche chi discende da una famiglia curda e neppure lo sa.</p>
<p>Si è fatto tardi. I ragazzi ci salutano esultanti: “La prossima volta ci incontreremo in un Kurdistan libero. Vi aspetteremo lì!” Ci congediamo con una certa commozione: una parte di me vorrebbe consigliare loro di aver cura delle proprie vite e di non rendersi copevoli dello spreco di vite altrui. Di non scegliere la via della montagna e di continuare le loro lotte da intellettuali, sul piano dell’opinione pubblica. Ma qualcosa mi trattiene. Il loro coraggio e il loro entusiasmo mi hanno confuso. La violenza chiama sempre violenza, ma mi è difficile in questo momento capire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Mi tornano in mente le sagge parole di Aysegul, la giovane donna che abbiamo incontrato nella sede dell’associazione Amargi: “Come femminista non posso che essere pacifista, e condannare la violenza degli uomini. La violenza dei bombardamenti dell’esercito nel nord dell’Irak, la violenza delle bombe del PKK. Però non posso non registrare l’asimmetria dei rapporti di forza in campo”.</p>
<p>Il giorno successivo un’amica ci procura un incontro con un altro giovane curdo. Mustafa è nato a Malatya, una città del sud-est, ventisette anni fa. Ora vive a Istanbul e lavora per la casa editrice indipendente Doz. Suo fratello, coinvolto nella guerriglia, ha ottenuto asilo politico in Francia. Anche lui qualche anno fa avrebbe voluto unirsi al PKK. A trattenerlo ora non sono convinzioni pacifiste, ma un amaro senso di disillusione: “I dirigenti del DTP per me sono caş. Öcalan è peggio: Öcalan è un traditore! Dopo l’arresto ha abbandonato le rivendicazioni indipendentiste solo per aver salva la vita. Io continuo a sognare un Kurdistan libero, ma fino a quando il PKK resterà assoggettato alla tirannia di Öcalan ogni lotta sarà inutile. Sempre meno giovani partono per le montagne: e sono per lo più giovani di Istanbul, o di Ankara. Chi vive nei territori curdi non si unisce più alla guerriglia, perché sa come stanno veramente le cose”.</p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/011_istanbul_hb.jpg" alt="Polizia sulla İstiklâl Caddesi" /></p>
<p>Mustafa ha accettato di parlare con noi a condizione di restare per strada. Teme che nella casa in cui abitiamo possano essere nascosti dei microfoni. Ci porta però alla sede di Doz. “Pubblichiamo per lo più in turco, ma anche in curdo. Ma non troverete i nostri libri al Navenda Çanda Mezopotamya”. Ci mostra testi di Selim Çürükkaya e Memet Şerif Şener, ex leader del PKK rifugiati all’estero. Entrambi hanno denunciato le stragi di curdi oppositori di Öcalan eseguite dal PKK. Mustafa fa i nomi di altri ex leader del PKK, che hanno avuto destini diversi: “Osman Öcalan e Nizamettin Taş hanno lasciato il PKK e si sono rifugiati nei territori curdi dell’Irak. Invece Kani Yilmaz, Kemal Sor, Hikmet Fidan sono stati uccisi per ordine di Öcalan”.</p>
<p>Con una grande confusione in testa torniamo alla sede del DTP. Ci accoglie Mehemet Samil Altan, un bell’uomo sulla cinquantina, i cui modi sono al tempo stesso bruschi e gentili. È un membro del Comitato esecutivo centrale del Partito. Fa portare del çay, e racconta: “Il DTP esiste dal 2005. Solitamente nel giro di 3-5 anni tutti i partiti curdi vengono chiusi dal governo. Tra poco toccherà anche a noi. Ci accusano di attentare all’unità nazionale turca e di sostenere il PKK. Ma il DTP non ha rapporti diretti con la guerriglia. Siamo un partito democratico che si batte per le libertà di tutti i popoli della Turchia, compresi i turchi. Anch’io, del resto, sono turco”.</p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/012_istanbul_hb.jpg" alt="Mehemet Samil Altan, membro del comitato esecutivo del DTP" /></p>
<p><em>Mehemet Samil Altan, membro del comitato esecutivo del DTP</em></p>
<p>Non ci stupiamo più. Ormai sappiamo che per chi milita per la causa curda l’identità politica conta più di quella etnica. Gli chiediamo invece un’opinione sulla storia degli armeni: “Dopo il crollo dell’impero ottomano, il popolo armeno ha subito un sistematico genocidio, ma in Turchia non se ne può parlare. Non è proibito esplicitamente dalla legge, ma a chi parla pubblicamente del genocidio degli armeni viene applicato l’articolo 301, che punisce per vilipendio alla nazione turca. Lo stesso capo di accusa che è stato rivolto anche a me per aver utilizzato il titolo onorifico ‘sayin’ [un modo più rispettoso di ‘bey’ per dire ‘signore’] a proposito di Ocalan durante un comizio”.<br />
Ci informiamo sulle posizioni del DTP a proposito delle rivendicazioni delle donne e delle persone omosessuali. “Nel programma del partito è dedicato spazio ad entrambe le questioni. Il DTP ha una doppia presidenza: abbiamo un presidente uomo, Nurettin Demirtaş, e una presidente donna, Emine Ayna”. A proposito del türban è lapidario: “Semplicemente, ognuno dovrebbe avere il diritto di vestire come vuole”.</p>
<p>Riusciamo poi ad entrare nei dettagli della questione curda. “Il DTP non chiede l’indipendenza del Kurdistan. Non la chiede più neppure il PKK. Non chiediamo neppure una regione curda a statuto speciale, come il Kurdistan irakeno. Però rivendichiamo il diritto, per un popolo che non è turco, di affermare la propria identità e di coltivare le proprie tradizioni. Ad esempio chiediamo l’istituzione di insegnamenti di curdo nelle università”.</p>
<p>Nel 1980, in seguito a un colpo di stato militare, fu imposto il divieto di dare nomi curdi ai propri figli e di parlare la lingua curda; dal 2002 è possibile scegliere liberamente il nome dei propri figli, non solo parlare ma anche pubblicare testi in lingua curda, e festeggiare Newroz, il capodanno curdo, il 21 marzo. Ma per Altan queste libertà non sono sufficienti: “Sono concessioni che l’AKP ha fatto per ingraziarsi l’opinione pubblica europea, non sono l’inizio di un vero cambiamento. Vi faccio un esempio: le televisioni private possono trasmettere in lingua curda solo per 45 minuti al giorno, e sono comunque obbligatori i sottotitoli in turco. Lo stato non può controllare le tv satellitari, perché trasmettono dall’estero. Però nelle regioni del sud-est da due anni l’esercito turco ha trovato il modo di disturbare il segnale. Qui a İstanbul non lo fanno”.</p>
<p>Domandiamo come mai anche nei territori curdi alle ultime elezioni l’AKP ha ottenuto la maggioranza dei voti: sappiamo ad esempio che durante il primo governo dell’AKP per la prima volta nelle regioni curde sono stati distribuiti manuali nelle scuole e la popolazione ha potuto beneficiare di cure sanitarie gratuite. ”L’AKP è un partito islamico, e ha giocato la sua campagna elettorale sui sentimenti religiosi della gente. Inoltre si è presentato come un partito europeista e modernizzatore in contrasto con l’esercito. Una volta vinte le elezioni, l’AKP ha però dimostrato la sua subalternità al blocco nazionalista e alle forze armate e la sua ostilità al popolo curdo. L’attacco militare nel nord dell’Irak non è stato soltanto un attacco alla guerriglia. Rappresenta anche un tentativo di dividere turchi e curdi, di impedire una lotta comune contro le oligarchie al potere.”</p>
<p>Gli chiediamo se a suo avviso i curdi che proseguono la lotta armata non facciano il gioco dell’esercito. “Non si può confondere la causa con l’effetto. Vi assicuro che il popolo curdo è stanco di questa guerra, di questa violenza. Ma al tempo stesso è esasperato”. Gli raccontiamo allora della nostra conversazione con i ragazzi al Navenda Çanda Mezopotamya. Commenta: “Non posso biasimare i giovani che scelgono la via delle montagne. È normale che i giovani vogliano cambiare il mondo senza accettare mediazioni. Il DTP non sostiene la guerriglia, ma non la condanna. Perchè è soltanto grazie al sacrificio di tante giovani vite che ora esiste il DTP”.</p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/013_istanbul_hb.jpg" alt="Sede del DTP nel quartiere di Tarlabaşi" /></p>
<p>Altan ci ha fornito molte importanti informazioni, ma nessuna riesce a giustificare ai nostri occhi la violenza di questi giorni: i bombardamenti  e l’invio di truppe di terra nell’Irak del nord, le auto bruciate e le bombe dimostrative a Istanbul, la strage di Dyarbakir. Comunque ci congediamo anche da lui, e lui ci accompagna all’uscita. Sulla soglia, ci stringe la mano. Fuori nevica. Mentre scendiamo i primi gradini, la porta ancora aperta dietro di noi, dalla strada una voce festosa ci chiama per nome: “Lorenzo! Giovanni!”. Riconosciamo gli scintillanti occhi neri di Hasan, quello che, nel gruppo dei ragazzi al Navenda Çanda Mezopotamya, ci era parso godere di maggiore autorità. Ci sorride, ci abbraccia, ci bacia. Altan, dietro di noi, commenta: “Vi siete già fatti degli amici qui”. Così Hasan si accorge della sua presenza. Subito si irrigidisce, si fa scuro in volto. Abbassa lo sguardo e prende a salire le scale. Ci liquida con un “ci vediamo”, entra nella sede del partito, chiude la porta dietro di sé.</p>
<p>Non sappiamo come interpretare questo repentino cambiamento del suo atteggiamento, ma questo viaggio ci ha insegnato che non si può pretendere di capire tutto. L’enigmatica espressione di Hasan è l’ultimo ricordo dei curdi di Istanbul che portiamo con noi.</p>
<p><em>Fine. </em></p>
<p>Lorenzo Bernini (<a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it"> lorenzo.bernini@unimi.it</a>), libero pensatore (e pensatore libertario), milita nel movimento lgbtq* (lesbico-gay-bisessuale-transessuale-transgender-queer*) ed è attualmente assegnista di ricerca in Storia della Filosofia politica presso l’Università degli Studi di Milano.<br />
Tra le sue pubblicazioni:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4210"><em>La decostruzione filosofica del binarismo sessuale. Dal freudomarxismo alle teorie transgender</em>,</a> in Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità, a cura di Marco Inghilleri ed Elisabetta Ruspini, Napoli, Liguori, 2008, pp. 49-70.</li>
<li><a href="http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833917894"><em>Il dispositivo totalitario, in Forme contemporanee di totalitarismo</em>,</a> a cura di Massimo Recalcati, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 141-155.</li>
<li><a href="http://www.mimesisedizioni.it/archives/000642.html"><em>Contro la liberazione sessuale, per un libero uso dei piaceri. Pensieri in movimento</em>,</a> in We will survive! Lesbiche, gay, trans in Italia, a cura di Paolo Pedote e Nicoletta Poidimani, Milano, Mimesis, 2007, pp. 43-58.</li>
<li><em>Le logiche del potere. Sovranità e biopolitica in Hobbes e Foucault</em>, in Storia dei concetti, Storia del pensiero politico. Saggi di ricerca, a cura di Sandro Chignola e Giuseppe Duso, Napoli, Editoriale Scientifica, 2006, pp. 141-164.</li>
<li><a href="http://www.mulino.it/edizioni/riviste/scheda_fascicolo.php?isbn=11188&amp;ilmulino="><em> Una libertà senza liberalismo. A proposito dei corsi di Foucault al Collège de France (1977-1979)</em>,</a> in «Filosofia politica», n° 1, 2006, pp. 129-141.</li>
<li>Si veda anche: <a href="http://www.nonluoghi.info/nonluoghi-new/modules/news/article.php?storyid=771">L&#8217;aborto, il caso di Napoli e i &#8220;ragazzi XXY&#8221;</a></li>
</ul>
<p>Foto: © <a href="mailto:sanoi@email.it">Giovanni Hänninen</a> 2008 all rights reserved</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Turchia: Le donne di Istanbul</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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		<category><![CDATA[velo femminile]]></category>
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					<description><![CDATA[testo di Lorenzo Bernini, fotografie di Giovanni Hänninen [NdR: questa è la prima parte di un reportage di viaggio in Turchia nell&#8217;inverno del 2007; leggi anche la seconda parte e un approfondimento a seguire.] Negli ultimi anni Istanbul è diventata una meta molto battuta dai turisti italiani, attratti dallo splendore del Topkapi, il palazzo del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it">Lorenzo Bernini</a>, fotografie di <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><em>[NdR: questa è la prima parte di un reportage di viaggio in Turchia nell&#8217;inverno del 2007; leggi anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/06/istanbul-turchia-i-curdi-di-istanbul/">la seconda parte</a> e un approfondimento a seguire.]<a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi"><br />
</a></em></p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/001_istanbul_hb.jpg" alt="001_istanbul_hb.jpg" /></p>
<p>Negli ultimi anni Istanbul è diventata una meta molto battuta dai turisti italiani, attratti dallo splendore del Topkapi, il palazzo del sultano, della Moschea blu e di Santa Sofia. A Istanbul siamo stati anche noi, ma la nostra visita ha soltanto sfiorato le mete turistiche. Il nostro scopo era sondare l’opinione pubblica turca attorno a due problemi scottanti, dalla cui soluzione sembra dipendere l’ingresso della Turchia nell’unione Europea: il velo femminile e la questione curda. Il nostro viaggio si è svolto quindi in due tempi, attraverso di una realtà politica complicata e violenta. È stato un viaggio che ci ha riservato molte sorprese e durante il quale ci siamo dovuti sbarazzare di non pochi pregiudizi.<span id="more-5757"></span></p>
<p>Bastano pochi giorni a Istanbul per rendersi conto che globalizzazione e postmodernità non sono concetti astratti, ma categorie interpretative che esercitano una forte presa sulla realtà. In questa città, da sempre ponte tra oriente e occidente, si intersecano non solo temporalità multiple (chiese del sesto secolo e moschee del sedicesimo, palazzi art nouveau del primo ‘900, edifici modernisti degli anni cinquanta e recenti grattacieli), ma anche “dimensioni di vita” parallele. Per le strade del centro, percorse da venditori ambulanti di çay (tè) e di nohut pilav (riso e ceci), Mc Donald, Starbucks Coffee e Simit Sarayi (una catena turca di fast food) si affiancano a ristoranti tradizionali e chioschi di Kebab. La musica techno dei locali si alterna al canto dei muezzin diffuso dagli altoparlanti dei minareti. Abbiamo bevuto çay in salette fumose frequentate da un pubblico esclusivamente maschile dedito al gioco delle carte e della tavla (backgammon), e siamo stati a una festa in un locale all’ultimo piano di un edificio sull’Istiklal Caddesi (il viale dell’indipendenza, il corso centrale), la cui clientela di giovani uomini e donne alla moda avrebbe potuto trovarsi indifferentemente a Berlino, Londra o New York. In una situazione così complessa, non sempre al visitatore è facile capire come comportarsi per non offendere il proprio interlocutore, che cosa si può dire e su che cosa è meglio tacere. Ma come regola generale possiamo affermare che, quando abbiamo tentato di parlare di religione e di politica, la reazione più comune è stata un’imbarazzata reticenza che tradiva un sentimento di paura. Per non apparire maleducati o provocatori, talvolta abbiamo chiesto scusa giocando la parte dei turisti ingenui. Ma in alcuni rari casi ci è stato utilie dichiararci ricercatori universitari, giornalisti, e ancora di più militanti di sinistra, attivisti del movimento gay, membri del “Partito Comunista Italiano”.</p>
<p>Una cartina tornasole per sondare la complessità della società turca è la questione del velo femminile. La repubblica turca fondata da Mustafa Kemal (Atatürk, il padre dei turchi) nel 1923, era uno stato non solo laico, ma laicista. E tale è rimasta per lungo tempo. Nel 1989 una sentenza della corte costituzionale proibì alle donne di indossare il velo negli uffici pubblici e nei luoghi istituzionali, come nelle università. Di conseguenza, ancora qualche anno fa il presidente Ahmed Necdet Sezer evitava di invitare alle cerimonie ufficiali Emine Erdoğan, la moglie del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, per la sua abitudine di indossare il türban (il foulard che copre soltanto i capelli). E la deputata Merve Kavakçi, che voleva prestare giuramento velata, fu  privata dell’immunità parlamentare e perseguita per legge. Ma oggi anche Arunnissa Gül, la moglie del nuovo presidente Abdullah Gül, porta il türban. E lo scorso 7 febbraio il parlamento ha approvato degli emendamenti costituzionali che di fatto consentono di indossarlo nelle università &#8211; ufficialmente a godere di questa nuova libertà saranno però soltanto le studentesse, e non le professoresse: la nuova norma recita che “nessuno può essere privato del diritto a un’educazione superiore”.</p>
<p>L’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi), il Partito della Giustizia e dello Sviluppo al potere da cinque anni e di nuovo vincitore alle scorse elezioni, a cui appartengono sia Gül sia Erdoğan, è infatti al tempo stesso un partito riformista, liberista e modernizzatore che promette di condurre la Turchia all’interno dell’Unione Europea, e un partito islamico sunnita moderato. Questo spiega (o giustifica ideologicamente) i conflitti tra il governo e l’esercito, ancorato all’eredità di Atatürk e garante della laicità dello Stato. È importante precisare che per laicità (laiklik) il blocco nazionalista, che oltre all’esercito comprende i cosidetti “lupi grigi” dell’MHP (Milliyeteçi Harcket Partisi, il Partito del Movimento Nazionalista), i servizi segreti, la polizia e buona parte della burocrazia e dell’università, intende non tanto la separazione tra stato e moschee, quanto il controllo della religione da parte dello stato. Del resto lo stesso culto di Atatürk, la cui effige è impressa su ogni banconota e la cui immagine ricorre in ritratti, fotografie, busti, monumenti sparsi nelle vie e nelle piazze di tutta la Turchia, assomiglia molto a una religione civile nazionalista. Anche la bandiera rossa con la mezzaluna e la stella bianche è onnipresente, e quasi ogni mese le scuole festeggiano una ricorrenza della vita repubblicana.</p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/002_istanbul_hb.jpg" alt="Pannello luminoso con fotografia Atatürk su una parete nel distretto di Beyoğlu" /></p>
<p><em>Pannello luminoso con fotografia Atatürk su una parete nel distretto di Beyoğlu</em></p>
<p>Per pressioni dell’esercito, la scorsa primavera, la corte costituzionale aveva annullato l’elezione di Güll: Erdoğan ha reagito indicendo per il 22 luglio nuove elezioni legislative che l’AKP ha vinto con il 46,6% dei voti, ottenendo 341 seggi su 550. Con una tale maggioranza Güll è stato confermato alla presidenza il 28 agosto, e il governo ha presto annunciato la sua volontà di elaborare la riforma costituzionale ora approvata. La questione del velo è così diventata il simbolo dei conflitti tra l’AKP e il blocco nazionalista, che per il momento sembrano essersi risolti con una mediazione. Gli emendamenti alla costituzione sono passati infatti con 404 voti a favore e 92 contrari (era necessaria un maggioranza di almeno due terzi): a votarli sono stati non solo i parlamentari islamisti del’AKP, ma anche i “lupi grigi” nazionalisti dell’MHP. Segno di un preoccupante compromesso, che ha avuto contraccolpi significativi (il più evidente è stato l’invio dell’esercito nel Kurdistan iracheno), ma non sufficienti a chiudere definitivamente il contenzioso: una sentenza della corte costituzionale ha recentemente dichiarato l’AKP incompatibile con la costituzione turca. Per il momento l’esercito non sembra intenzionato a occupare il parlamento, ma è difficile prevedere come potrà evolvere una situazione tanto intricata.</p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/003_istanbul_hb.jpg" alt="Quartiere di Çarşamba. Una delle zone più conservatrici della città, negli ultimi anni ha vissuto un forte processo di islamizzazione" /><br />
<em>Quartiere di Çarşamba. Una delle zone più conservatrici della città, negli ultimi anni ha vissuto un forte processo di islamizzazione</em></p>
<p>In alcuni quartieri, come a Carşamba, non sono poche le donne che per strada si coprono con il carsaf, il foulard nero integrale. Per motivi legati non alla laicità ma alla sicurezza dello Stato, non possono però occulatare il volto fino a rendersi irriconoscibili: ricorrono allora all’escamotage di appuntare una spilla al velo al di sotto del naso, in modo da ripararsi dagli sguardi maschili senza infrangere la legge. In questo quartiere, davanti alla moschea di Sultan Selim, abbiamo visto una teenager così abbigliata a braccetto di una coetanea dai capelli bicolori, in jeans attillatissimi e tacchi alti: una coppia di amiche a passeggio che, ci è sembrato, nessuno trovava stravagante. In altre zone della città, del resto, le donne integralmente velate sono una rarità.</p>
<p>A Benazid, davanti all’Università di Istanbul (una delle quasi-trenta università della città), abbiamo assistito alla conferenza stampa convocata da un collettivo di studenti socialisti (saranno stati una ventina) per protestare contro la polizia. Secondo il volantino che hanno distribuito, pochi giorni prima avevano subito un attacco degli studenti “fascisti”: la polizia aveva dato sostegno a questi ultimi e picchiato loro. A leggere il comunicato, di fronte a una cinquantina di giornalisti e fotografi e a più di cento poliziotti schierati in assetto anti-sommossa, era Dilan, una bella ragazza dai capelli fulvi sciolti sulle spalle.</p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/004_istanbul_hb.jpg" alt="Dilan durante la manifestazione contro la polizia davanti all’Università di Istanbul" /><br />
<em>Dilan durante la manifestazione contro la polizia davanti all&#8217;Università di Istanbul</em></p>
<p>Tre anni fa anche il corteo dell’8 marzo è finito con un pestaggio che ha scosso l’opinione pubblica. Le associazioni femministe hanno organizzato altre manifestazioni di protesta, e l’8 marzo 2006 le forze dell’ordine hanno inviato soltanto poliziotte donne con in mano mazzi di fiori anziché manganelli e mitra. Il 2007 è stato invece l’anno del primo gay pride di Istanbul, organizzato dall’associazione Lambda, a cui ha portato sostegno con la sua presenza anche la nostra Vladimir Luxuria. In questo caso il corteo, poche centinaia di metri lungo l’Istiklal, è stato concordato con la polizia e non ha dato luogo a disordini – come, del resto, nessuno scontro è stato provocato dalla manifestazione dell’8 marzo 2008. Ma questo non significa necessariamente che si sia inaugurato un nuovo corso nei rapporti tra polizia e manifestanti.</p>
<p>A spiegarci perché è Aysegul, una dinamica trentenne militante nell’associazione femminista Amargi (il nome deriva da una parola sumera, che significa “libertà” ma anche “ritorno alla madre”). Ci racconta che nessuno in Turchia si fida della polizia, che tutti ne hanno paura. Ci descrive i poliziotti, di solito provenienti dalle classi meno abbienti, come violenti e corrotti: come detentori di un potere arbitrario e imprevedibile. I mazzi di fiori alla manifestazione dell’8 marzo 2006, a suo avviso, altro non sono stati se non un esempio della schizofrenia delle forze dell’ordine. Per questa ragione lei e le sue compagne li hanno rifiutati. Aysegul ci racconta dell’associazione Cumartesi Anneleri, “le madri del sabato” che ogni sabato protestano davanti al monumentale liceo Galatasaray, sull’Istiklal, per i propri figli o fratelli “scomparsi” nelle carceri turche. E che quasi ogni sabato vengono malmenate dalla polizia.</p>
<p>Amargi esiste dal 2001, e dalla metà del dicembre scorso ha aperto anche la prima libreria femminista della città che è anche uno spazio per conferenze e seminari: tra gli scaffali si trovano classici del femminismo, da Simone De Beauvoir a Luce Irigaray, ma anche testi delle più aggiornate queer theories, a partire da Judith Butler. Al momento nessuna donna velata fa parte di Amargi, ma Aysegul ci spiega che l’associazione non esprime giudizi sul türban e cerca un dialogo con le donne islamiche: “Portare il türban può essere una libera scelta, e solo una donna che ha fatto questa scelta può spiegarla alle altre”. Aysegul ritiene che per la società turca esercito e polizia costituiscono un pericolo molto più grave dell’Islam: un tempo sperava nelle riforme modernizzatrci di Güll ed Erdoğan, e nell’ingresso della Turchia in Europa, ma in seguito a quello che giudica un brutto compromesso tra AKP e blocco nazionalista, l’Europa le appare sempre più lontana. Perentoriamente Aysegul condanna l’intervento militare in Irak, da cui ritiene non possa venire nulla di buono per la Turchia e per i suoi rapporti internazionali.</p>
<p>Aysegul non è l’unica donna a parlarci della questione curda. In una traversa dell’Istiklal ci imbattiamo in una giovane writer col capo coperto: non dal türban, ma da un berretto di lana decorato con un motivo di fiamme. Con la mano destra impugna una bomboletta spray, nella sinistra porta una mascherina di cartoncino: Cins, questo il suo pseudonimo di street artist, sta decorando (o a imbrattando, a seconda dei punti di vista) un muro con la tecnica dello stencil. È lei a invitarci alla festa sull’Istiklal. Ma prima ci permette di fotografare i suoi lavori, non il suo volto. Ci mostra dapprima una galleria di ritratti sorridenti: “Questi sono i miei amici”. “Ma il mio primo ritratto è stato questo”: il volto di Deniz Gezniş, un giovane di sinistra ucciso dalla polizia in seguito a una manifestazione. Infine ci indica un altro stencil. Ritrae un bambino in lacrime. Sotto una scritta: “o şimdi ırakta asker” (ora è soldato in Irak). Cins, come Aysegul, è contraria non solo all’intervento dell’esercito turco contro i guerriglieri del PKK, a anche alla permanenza di truppe turche in Irak.</p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/005_istanbul_hb.jpg" alt="Gli stencil di Cins" /><br />
<em>Gli stencil di Cins</em></p>
<p>Ma non tutte, naturalmente, la pensano come Aysegul e Cins. Deniz ha trantacique anni ed è proprietaria di un elegante ristorante italiano sul Bosforo. Vive tra Istanbul e Londra e porta un cognome importante: Kalafat. Suo nonno Emin Kalafat, un parlamentare democratico, finì in prigione nel 1960 in seguito a un colpo di stato militare. Deniz si presenta con queste parole “Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Mi considero una donna democratica, laica, liberale e ritengo che tanto l’AKP quanto i lupi grigi dell’MHP costituiscano un pericolo per la democrazia. La storia della mia famiglia ha suscitato da sempre in me un’accesa avversione per l’esercito, però credo che nell’attuale situazione politica l’esercito sia l’unica istituzione che possa proteggere la Turchia tanto dall’islamismo radicale, quanto dal terrorismo curdo”. Le chiediamo di argomentare meglio: “Nei primi cinque anni di governo, l’AKP non ha sollevato la questione del velo, e i suoi rappresentanti in parlamento si sono occupati soltanto di questioni economiche. Ma dopo la nuova vittoria l’AKP ha rivelato la sua vera natura: si maschera da partito europeista, ma è un partito islamico che rischia di condurre la Turchia in una situazione simile a quella iraniana. Personalmente ritengo che ogni donna dovrebbe avere il diritto di vestire come vuole. Ma nessuno può presentarsi a un controllo dei documenti con il volto coperto dal carsaf! Da laica, ritengo anche che non si dovrebbero indossare simboli religiosi nelle istituzioni pubbliche, e che una professoressa non dovrebbe fare lezione col türban perché non dovrebbe fare proselitismo religioso presso i propri studenti”.</p>
<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/006_istanbul_hb.jpg" alt="Deniz Kalafat, imprenditrice turca residente a Londra" /><br />
<em>Deniz Kalafat, imprenditrice turca residente a Londra</em></p>
<p>Sulla questione curda è lapidaria: “L’opinione pubbica europea nutre forti simpatie per il popolo curdo, e sembra non capire che il PKK è semplicemente un partito di terroristi, come l’IRA in Irlanda e l’ETA nei paesi baschi. Sono stata favorevole all’intervento militare nel nord dell’Irak. Era l’unica soluzione possibile.”</p>
<p><em>Fine della prima puntata. </em></p>
<p>Lorenzo Bernini (<a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it"> lorenzo.bernini@unimi.it</a>), libero pensatore (e pensatore libertario), milita nel movimento lgbtq* (lesbico-gay-bisessuale-transessuale-transgender-queer*) ed è attualmente assegnista di ricerca in Storia della Filosofia politica presso l’Università degli Studi di Milano.<br />
Tra le sue pubblicazioni:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4210"><em>La decostruzione filosofica del binarismo sessuale. Dal freudomarxismo alle teorie transgender</em>,</a> in Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità, a cura di Marco Inghilleri ed Elisabetta Ruspini, Napoli, Liguori, 2008, pp. 49-70.</li>
<li><a href="http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833917894"><em>Il dispositivo totalitario, in Forme contemporanee di totalitarismo</em>,</a> a cura di Massimo Recalcati, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 141-155.</li>
<li><a href="http://www.mimesisedizioni.it/archives/000642.html"><em>Contro la liberazione sessuale, per un libero uso dei piaceri. Pensieri in movimento</em>,</a> in We will survive! Lesbiche, gay, trans in Italia, a cura di Paolo Pedote e Nicoletta Poidimani, Milano, Mimesis, 2007, pp. 43-58.</li>
<li><em>Le logiche del potere. Sovranità e biopolitica in Hobbes e Foucault</em>, in Storia dei concetti, Storia del pensiero politico. Saggi di ricerca, a cura di Sandro Chignola e Giuseppe Duso, Napoli, Editoriale Scientifica, 2006, pp. 141-164.</li>
<li><a href="http://www.mulino.it/edizioni/riviste/scheda_fascicolo.php?isbn=11188&amp;ilmulino="><em> Una libertà senza liberalismo. A proposito dei corsi di Foucault al Collège de France (1977-1979)</em>,</a> in «Filosofia politica», n° 1, 2006, pp. 129-141.</li>
<li>Si veda anche: <a href="http://www.nonluoghi.info/nonluoghi-new/modules/news/article.php?storyid=771">L&#8217;aborto, il caso di Napoli e i &#8220;ragazzi XXY&#8221;</a></li>
</ul>
<p>Foto: © <a href="mailto:sanoi@email.it">Giovanni Hänninen</a> 2008 all rights reserved</p>
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		<item>
		<title>Perché son tristi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/28/perche-son-tristi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/28/perche-son-tristi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jul 2004 05:04:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Istanbul]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ferrazzi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=543</guid>

					<description><![CDATA[di Riccardo Ferrazzi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Riccardo Ferrazzi</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/tel-aviv.jpg" alt="tel-aviv.jpg" align="left"&lt;br" border="hspace=2" height="291" vspace="2" width="440" /> La città dove conobbi Judy ha un nome che significa “collina della primavera”, ma la collina chissà dov’è. La città è in riva al mare, ma non è un porto. Anche le strade ce la mettono tutta per incrociarsi ad angolo retto, ma finiscono sempre per confluire in qualche piazza sbilenca. In Medio Oriente le cose non sono mai come sembrano.<br />
<span id="more-543"></span><br />
La prima volta ci andai per lavoro. Negli uffici dove ero atteso, un usciere arcigno e poliglotta mi sbarrò la strada. Ci voleva il passi. Ci voleva una foto formato tessera. Ero già in ritardo e dovetti fare tutto di corsa. A due isolati di distanza trovai il negozio di un fotografo. Era un uomo di mezza età, piccolo e stempiato, che aspettava i clienti in giacca e cravatta nonostante il caldo infernale.<br />
Disse che, certo, mi avrebbe fatto quattro foto per venti scellini. Senza discutere, misi i soldi sul banco e lui mi guardò con occhi pieni di sorpresa.<br />
L’apparecchiatura era modernissima. Pensai che lo sviluppo delle foto avrebbe richiesto uno o due minuti. Invece, dopo il clic, l’ometto sparì nel retrobottega e ricomparve solo quando gli gridai che avevo una fretta dannata. Con una strana aria guardinga mi mostrò il cartoncino con la mia faccia stampata in quattro copie. Feci per intascarlo.<br />
“Ma come !” protestò. “Non controlla ?”<br />
“Va bene così” tagliai corto. “Non si preoccupi.”<br />
Con improvvisa autorevolezza mi tolse di mano il cartoncino, andò dietro il banco e ritagliò accuratamente le quattro foto. Le infilò in una custodia di plastica e me le consegnò ammonendomi:<br />
“Lei ha pagato. Il servizio è un suo diritto.”<br />
Mi tornò in mente la volta in cui, sbagliando strada, ero capitato in una cittadina sperduta in mezzo alla Baviera. A-vevo chiesto indicazioni a un poliziotto stolido come il marchio della birra Spaten, che mi aveva esaudito con abbondanza di ragguagli, ma con il tono di chi si domanda: da<br />
quale lurido buco salti fuori se non conosci Fatelapeska ?<br />
Tornai di corsa agli uffici dove l’usciere mi aspettava per confezionare il passi. Avrei bevuto volentieri qualcosa di fresco, più che altro per scacciare la sensazione di fastidio. Accidenti ! A quel fotografo non era mai capitato un cliente frettoloso ?<br />
***<br />
La pelle di Judy era bruna come le olive in settembre e i suoi occhi erano scuri, profondi. Le labbra sembravano intagliate in un materiale soffice come lo stucco e languido come la seta. Solo raramente Judy le sollevava fino a scoprire i denti bianchissimi. Lo fece quando ci incontrammo, e bastò per convincermi che al mondo non c’era nulla di più importante di quel sorriso.<br />
Judy era impiegata nell’albergo, e la cosa presentava vantaggi e inconvenienti. Era facile trovare occasioni per incontrarci, ma Judy non voleva che apparissi troppo assiduo. Disse che aveva paura dei pettegolezzi. Sarebbe bastato un sospetto, anche solo una maldicenza, per essere licenziata.<br />
Judy aveva atteggiamenti che non capivo. Poteva fermarsi a chiacchierare con me in uno dei tanti ritrovi dell’albergo, ma rifiutava di uscire a cena o anche solo a passeggio sul lungomare. Si giustificava dicendo che doveva tenere da con-to il suo lavoro, ma poi si lamentava dello stipendio da fa-me. In quella città la vita era immensamente cara.<br />
Io le parlavo di me, del mio lavoro e delle mie speranze. Lei mi ascoltava con interesse, ma non perdeva occasione per dichiarare che non provava nulla per me. Le chiesi se aveva un uomo, e lei, con l’imbarazzo di chi improvvisa, mi rifilò la storiella di un fantomatico John, secondo pilota in una compagnia aerea americana, che si faceva vivo a scadenze imprevedibili e le aveva promesso di portarla a vivere in California. Mi intenerì ancora di più.<br />
Judy trovava sempre tempo per me. Mi chiedeva se ci tenevo molto alla mia religione, se avrei saputo insegnarle a sciare, se gli affari mi tenevano spesso lontano da casa. Ma se nel mio sguardo compariva appena un’ombra di sentimento Judy si affrettava a ripetere che non mi amava e non mi avrebbe mai amato. Non sapevo cosa pensare.<br />
Viaggiavo parecchio, e le telefonavo da mezza Europa. Forse fu un effetto della lontananza, ma una sera credetti di sentire nelle sue parole un tono nuovo, morbido come un ba-cio. Le strappai una promessa: al mio ritorno avrebbe preso qualche giorno di ferie. L’avrei portata con me in una città di sogno, avremmo fatto un lungo fine settimana insieme. Mi rispose di non pensarci neppure, ma capii che la proposta le aveva fatto piacere.<br />
***<br />
Non la trovai in albergo. Le telefonai e per la prima volta mi invitò a casa sua. Mi diede il benvenuto avvisandomi che avrei dovuto andarmene entro un’ora: condivideva l’alloggio con una amica che sarebbe rientrata prima di sera.<br />
Versò il the con l’aria di vergognarsi del suo appartamentino d’affitto. Sedette a una certa distanza da me, lanciando sguardi preoccupati alla finestra.<br />
“I vicini ci spiano.”<br />
“Chiudiamo la tenda.”<br />
“Scherzi ? Sai cosa penserebbero !”<br />
Parlava come se spiare in casa d’altri fosse un diritto costituzionale. Ripensai al fotografo e alla sua diffidenza per chi non esigeva tutto quanto è compreso nel prezzo.<br />
“Judy, dove ti piacerebbe passare il fine settimana ?”<br />
“Con te ?”<br />
“Certo, con me.”<br />
Finse di scandalizzarsi. Dovetti sorbire un quarto d’ora di chiacchiere senza senso prima di poter tornare sull’argomento.<br />
Proposi Atene o Istanbul. Judy storse il naso. Era già stata ad Atene. Di Istanbul non voleva nemmeno sentir parlare. Roma ? No, neanche Roma le andava bene. Parigi, allora. Judy guardò l’orologio, disse che i negozi stavano per chiudere e la sua amica sarebbe arrivata di lì a poco.<br />
Passai la serata a domandarmi dove avevo sbagliato. Il giorno dopo mi informai su voli e alberghi cercando di organizzare un fine settimana a Parigi. Quando rientrai in hotel chiesi di Judy. Mi dissero che aveva preso qualche giorno di ferie.<br />
Indeciso se telefonare o andare a bussare alla sua porta, sospettavo che, qualunque cosa avessi fatto, sarebbe stato un errore.<br />
Andai a casa sua, salii tre piani di scale e bussai a lungo. Cominciavo a temere che non fosse sola, quando finalmente l’uscio si aprì. Judy aveva il viso assonnato.<br />
“Cosa vuoi ?” domandò.<br />
Non rimase ad ascoltarmi. Mi volse le spalle e mi lasciò entrare. Sembrava svagata o trasognata.<br />
“Ce li hai i biglietti ?”<br />
“Vado a ritirarli.” Le accarezzai un braccio. “Judy, ascolta, mi ami almeno un po’ ?”<br />
Finse di non aver sentito.<br />
“Che carta di credito usi ?”<br />
Mi imposi di non farle caso. Dopo tutto, ero abituato alle sue uscite sconcertanti.<br />
“Judy, perché non mi guardi ?”<br />
Tre occhiate. Una ai suoi pantaloni larghi di tela leggera; una a me, di sfuggita; e un’altra lontano, nel vuoto.<br />
“Non ho i vestiti adatti per andare a Parigi.”<br />
Come una stella cadente mi attraversò il cervello un’idea<br />
sgradevole. Non volevo crederci. Mi avvicinai a Judy cercando il suo sguardo distratto, le sue labbra arricciate.<br />
Rispose al bacio con una specie di stanca riluttanza, poi mi respinse debolmente, come se fosse sfinita. Con gli occhi bassi, tornò alla porta:<br />
“Bene, hai avuto quel che volevi&#8230;”<br />
Tenne aperto l’uscio senza guardarmi in faccia.<br />
Non riuscii a trovare una parola che non suonasse irritata<br />
o volgare. Rimasi in silenzio, cercando un’altra spiegazione. Judy non alzò gli occhi da terra.<br />
***<br />
Mi ci volle tutto il pomeriggio e una parte della notte per decidermi a scriverle una lettera di addio. Le augurai che il suo John esistesse davvero e che mantenesse l’impegno di portarla in California. Misi la busta nella tasca interna della giacca e solo allora mi addormentai.<br />
La mattina dopo, mentre il taxi galleggiava nel traffico, pensai che, in fondo, quella lettera non serviva a niente.  Ma la strada per l’aeroporto passava davanti alla posta centrale. Dissi all’autista di fermare e mi feci accompagnare allo sportello.<br />
Venne il mio turno, mostrai la busta e chiesi quanto ci voleva di affrancatura. L’impiegato, un tizio flaccido, stava seduto con le spalle ciondoloni.<br />
“Quattro scellini” mormorò. Fissava il bordo dello sportello come se lo sguardo avesse un peso.<br />
Aspettai.<br />
Aspettavo ancora quando qualcuno mise una mano sulla mia spalla. Era un uomo anziano in coda dietro a me.<br />
“Guardi che se non mette i soldi sul banco il francobollo non glielo dà.”<br />
“Vorrà scherzare !”<br />
“Niente affatto.”<br />
Misi quattro scellini sul banco. L’impiegato incassò le monete, scelse un francobollo e me lo allungò.<br />
***<br />
All’aeroporto, aspettando la chiamata del volo, provai a figurarmi il pericoloso criminale che, speculando sulla dabbenaggine degli impiegati postali, arraffava francobolli e se la dava a gambe con la refurtiva stretta in pugno.<br />
Poi mi rividi scendere tre piani di scale con le labbra chiuse per trattenere il sapore di una bocca riluttante.<br />
Judy mi avrebbe ricordato come un ladro in fuga, con il bottino stretto fra le labbra.</p>
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