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	<title>italia de profundis &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Italia De Profundis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 14:23:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[giuseppe genna]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Il titolo del libro di Giuseppe Genna va preso alla lettera: Italia De Profundis (minimumfax, euro 15) è davvero un testo testamentario. La prima cosa che appare alla lettura è inevitabilmente il torrenziale processo di verbificazione del mondo, che si misura di continuo con il proprio annichilimento. In un fallimento disperato, il verbo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div><span><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/lge_empire_071115111402134_wideweb__300x3001.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-13078" title="lge_empire_071115111402134_wideweb__300x3001" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/lge_empire_071115111402134_wideweb__300x3001.jpg" width="144" height="144" /></a></span></div>
<div><span>di <strong>Marco Rovelli</strong></span></div>
<div><span>Il titolo del libro di Giuseppe Genna va preso alla lettera: <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B006BD3ZVQ/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B006BD3ZVQ&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Italia De Profundis</em></a> (minimumfax, euro 15) è davvero un testo testamentario. La prima cosa che appare alla lettura è inevitabilmente il torrenziale processo di verbificazione del mondo, che si misura di continuo con il proprio annichilimento. In un fallimento disperato, il verbo cerca continuamente di indicare fuori di sé, volto al trascendimento. Trascendere il verbo, trascendere l&#8217;Io. Quell&#8217;ipertrofico Io che non cessa di confrontarsi con la propria <em>fine</em>. &#8220;Cade la parola, cadono le immagini. Escludi tutto&#8221; &#8211; è scritto nel libro. Che è una grande autopsia sul corpo dell&#8217;Italia che è il corpo stesso dell&#8217;autore, in un &#8220;indentramento&#8221; che coincide con un rovesciarsi fuori di fantasmi e traumi, squadernati, cartografati, &#8220;autoptizzati&#8221;. &#8220;Vedo l&#8217;Italia. Vedo <em>me</em>. Non sono io&#8221;.<span id="more-13077"></span> Il <em>de profundis allora </em>è recitato per l&#8217;ammasso mortuario dell&#8217;Italia, un immondo &#8220;termitaio&#8221; che corre allegramente verso &#8220;un orizzonte di deflazione psichica&#8221;, e anche &#8220;lo Stato privo di politica perché si è fottuta l&#8217;idea stessa della pietà, dell&#8217;amore, dell&#8217;alterità&#8221; (insomma quell&#8217;orrore italico popolato di figure grottesche e brutali che <em>prende corpo</em> nella seconda parte del libro, nel racconto di un&#8217;esperienza comica e tragica in un villaggio turistico, luogo di luce degradata), ma – nello stesso movimento – è recitato per il corpo carnale dell&#8217;autore stesso, che destinalmente esibisce le proprie molteplici morti (a cominciare da quelle fisiche: del padre, quella futura di Genna stesso predetta da uno &#8220;sciamano&#8221; che parla coi morti).</span></div>
<div><span>Nel corpo scritturale di Genna esondano i fantasmi, fantasmi interiori che sono, insieme, esteriori (prodotti del resto dal grande teatro della coscienza, dall&#8217;<em>Inland Empire </em>insomma). E Genna racconta luoghi di crisi, dove i traumi (i fantasmi <em>reali</em>) prendono corpo: la morte del padre, dunque, ma anche &#8220;storie di merda che ho dimenticato&#8221;, eventi estremi (l&#8217;eroina, le pratiche sadomaso, la morte procurata a un malato terminale) la cui narrazione-finzione, in un gioco gestaltico figura-sfondo, <em>nasconde</em> la realtà &#8211; ma in quell&#8217;esibizione del personaggio la realtà è <em>realmente</em> occultata. A occultarla palesemente, e definitivamente, la lettera di Genna spedita a se stesso, o a un altro – che è lo stesso.</span></div>
<div><span>Testamento, <em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/23/ipotesi-inland-empire-appunti/">Inland Empire</a></em> – erano le due parole chiave che avevo ben stampate in mente dopo la lettura di qualche capitolo del libro. Poi, a pagina 220, ecco Venezia, la proiezione (guarda il &#8220;caso&#8221;) di <em>Inland Empire</em>, l&#8217;incontro con David Lynch – che fa da soglia alla seconda parte del libro – e le cose dette da Lynch a Genna nel corso di un &#8220;indentramento&#8221; nelle calli veneziane. Attenzione, meditazione. E la <em>fine</em> del film (in tutti i sensi possibile dell&#8217;espressione, peraltro), che è un testamento. Il testamento dell&#8217;Io. Ciò che anche questo libro è. Il testamento della <em>fabula</em>. Il testamento di &#8220;Giuseppe Genna&#8221;. Per parafrasare quel che scrive di Lynch: &#8220;Si tratta di capire <em>chi</em> fa testamento. Se io so che faccio testamento, bisogna cercare di capire se io sono Giuseppe Genna, coincido con Giuseppe Genna, oppure sono altro da Giuseppe Genna, cioé un&#8217;attività di coscienza più larga che <em>vede</em> Giuseppe Genna&#8230;&#8221;</span></div>
<div><span><em>(pubblicato su</em> l&#8217;Unità <em>il 31-12-2009)</em></span></div>
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