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	<title>italiani senza nome &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Critica letteraria di nomi e cose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2009 09:00:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gilda Policastro Nomina sunt consequentia rerum. Se un critico rinuncia alla possibilità di parlare dei libri, o di riferirsi direttamente agli scrittori di cui viene sostenendo la rilevanza, considerando i vituperati nomi argomento di pettegolezzo o da “questura”, la critica si consegna ancora più inerme alla marginalità e inessenzialità attuali. Quando Edoardo Sanguineti, in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/nomi2-296x300.jpg" alt="nomi2" title="nomi2" width="296" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-21004" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/nomi2-296x300.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/nomi2.jpg 446w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" /></p>
<p>di <strong>Gilda Policastro</strong></p>
<p><em>Nomina sunt consequentia rerum</em>. Se un critico rinuncia alla possibilità di parlare dei libri, o di riferirsi direttamente agli scrittori di cui viene sostenendo la rilevanza, considerando i vituperati nomi argomento di pettegolezzo o da “questura”, la critica si consegna ancora più inerme alla marginalità e inessenzialità attuali.<br />
<span id="more-20996"></span><br />
Quando Edoardo Sanguineti, in pieno fervore neoavanguardista, si assumeva la responsabilità di degradare Bassani e Cassola al rango di “Liale del ’63”, il problema non era minimamente avvertito nei termini lamentati da Giglioli sul “manifesto” (18 agosto scorso), di schieramenti manichei o di diatribe da gazzette. C’era, dietro quel giudizio sanguinetiano fortemente limitativo, un’idea della letteratura che era prima di tutto un’idea delle possibilità di espressione di un mondo in rapidissima evoluzione, già a quell’altezza. E spiace che oggi, invece, quei nomi Giglioli non voglia farli, per una serie di ragioni. Prima di tutto per il sospetto che, giocoforza, ingenera in chi legge: ovvero che quei nomi non siano celati per provocatoria indicazione di metodo, ma che proprio, invece, non esistano affatto, e che all’arco di sostegno che il pezzo erige alla letteratura di genere (dal noir alla non-fiction), non ci siano poi molti puntelli. S’intravede poi, individuato il disegno, e ammesso che l’arco regga, il solito paesaggio culturale contemporaneo: il perdurante dominio postmodernista dell’interpretazione sui fatti, e secondariamente (o forse in stretta correlazione) la manifesta, prevaricante superiorità intellettuale (per formazione, consapevolezza teorica, orizzonte comune) dei critici sugli scrittori. Oltre alla separazione ormai conclamata dei ruoli, che portava Romano Luperini sul “Corriere” di qualche settimana fa a stigmatizzare tanto l’operato dei “critici-critici” quanto quello degli “scrittori-scrittori” attuali, mentre fino agli anni Settanta tale supposto conflitto di ruoli faceva scarsamente problema, e mai e poi mai i Fortini, i Sanguineti, i Pasolini si sarebbero arroccati in uno solo, magari il più comodo, senza rivendicare il diritto-dovere di esprimersi in ogni forma e ambito cui avessero accesso, dalla critica, accademica o militante che fosse, alla stampa quotidiana: esprimersi con idee, con polemiche, con categorie di interpretazione del presente (l’omologazione, il genocidio culturale, l’avanguardia), e anche, sissignore, con i nomi. </p>
<p>L’esiguità di mezzi riguarda in particolare i cosiddetti scrittori-scrittori, sempre più raramente all’altezza del compito di rinnovamento delle forme cui la storia non solo letteraria inevitabilmente richiama, meno di tutti coloro cui allude Giglioli. Alluderebbe, in verità, perché non viene in mente, di fatto, nessun nome che possa avvalorare la sua idea di una vitalità (addirittura) della narrativa contemporanea, impegnata a offrire del mondo un’immagine “varia e mobile”, pur con la inevitabile “rinuncia ad essere” di chi scrive, la dislocazione del soggetto “out of here” (dislocazione che raccontata nei termini di Giglioli somiglia però in verità più alla ormai “classica” poetica modernista dell’estraneità che al differimento dell’azione postmodernista). </p>
<p>L’ultimo choc letterario che si ricordi rimonta agli anni Novanta: quando in <em>Woobinda </em>di Aldo Nove si  ammazzavano i genitori perché non usavano il bagnoschiuma Vidal. Era l’apoteosi della televisione, della pubblicità, l’inizio del bello e del brutto della diretta (così nel racconto, ancora da <em>Woobinda</em>, della non-stop televisiva  su Alfredino Rampi: il primo reality- horror nazionale).<br />
La categoria che andrebbe proposta ai romanzieri di oggi, di cui Giglioli, beato lui, evidenzia la ricchezza, è quella lacaniana dello “sfiancamento” contro la “scorrevolezza”: “I miei scritti non li ho scritti perché vengano capiti, li ho scritti perché vengano letti. Che non è per niente la stessa cosa” (da <em>Il trionfo della religione</em>).</p>
<p>Ma i romanzi cui Giglioli allude, dal noir (si prova a ipotizzare) di De Cataldo, De Silva, Evangelisti al new italian epic di Wu Ming all’autofiction di Genna o Scurati, sono romanzi in cui non s’inciampa. Romanzi che restano, nel migliore dei casi, documenti della nostra epoca, senza mai farsene monumenti (un monumento ridimensionato alle possibilità del tempo, non di necessità imperituro: come, ad esempio, quel Vidal). Ma, invece, ubi sunt i libri che raccontino il presente restituendone “il rumore” e non un’immagine levigata e patinata, opzionale evasione per chi nella vita lavora, produce, fa altro, e poi per diporto, di tanto in tanto, legge? </p>
<p>La tesi di Giglioli dell’estraneità dello scrittore-persona al mondo in cui vive vale se lo scrittore in questione si barrica in casa propria col cameriere per cui può ancora, contrariamente alla massima di Montaigne (hegelianamante rivisitata), apparire un eroe. Ma fuori da quella porta, e dalla stanza in cui lo scrittore si è arroccato col suo cameriere, non camminano due persone di uguale colore sullo stesso marciapiede, e il muratore rumeno parla un italiano più corretto delle escort coinvolte negli scandali politici. Qualcosa è cambiato, Giglioli. Se la povertà non è più relegata ai margini del mondo, ma è dappertutto, per effetto della globalizzazione (come sapeva già Marx, molto prima di noi), ed è in questo mondo (prima che nella rete o nel virtuale) che scrive, chi scrive oggi, ciò non implica che si debba smettere di rivendicare uno spazio di resistenza per la letteratura, che, anzi, potrebbe tornare a occuparsi del mondo, nel suo modo tipico e secolarmente valido, mutatis mutandis: con quelle  parole scelte, che prima si vergavano a inchiostro, oggi si digitano sul pc. Ma è dunque solo questo a rendere impensabile che la letteratura si accenda di nuovo di un senso insieme storico e allegorico, che viva di momenti sublimi (di tanto in tanto, come no, quando succede, quando è il caso) come il finale del Crocifisso di Tozzi o della Coscienza di Zeno? Perché smettere di sperare che si possa ancora tradurre il mondo in uno “stile” che si stagli sulla mediocrità della mera espressione verbale, che la langue corrotta dalla medietà di massa e dall’approssimazione (oltre che dall’apparente facilità con cui ormai si adopera la scrittura in ogni ambito e con ogni mezzo: scorrevolezza vs sfiancamento, di nuovo) si faccia parole, distante dal senso comune dei reportage e delle inchieste giornalistiche (nel migliore dei casi), o delle diatribe in rete degli irriducibili del virtuale (evidentemente, nel peggiore)? Il problema se mai è di ritrovare un orizzonte politico, una comunità di riferimento, al di fuori della quale la letteratura è destinata, come preconizzato (ma in termini nient’affatto ansiosi) da Giglioli, a trasformarsi in altro da sé, e cioè in autopropaganda, in dispendio fluviale e narcisistico dei “tutti che possono (o riescono) a pubblicare”.<br />
Al romanzo, al romanzo. </p>
<p>Ma intanto, di scrittori, ce ne sono? Probabilmente quei pochi non arrivano alle bagarre delle gazzette e dei premi, che i loro premi, quando e se mai ne vincono, sono i riconoscimenti di giurati amici, ma non i famigerati quattrocento, no: tre o quattro che riescono ancora a sostenere un’idea alta (cioè primariamente sociale) di letteratura. Ci sono sì o no, questi scrittori? Ci sono, ci sono, Giglioli, ma sono pochissimi (altro che vitalità), sono nascosti, scrivono, come Gabriele Frasca, romanzi su sottoscrizione, mandati in lettura ad interlocutori selezionati accuratamente in ambiti diversi (non solo critici e scrittori, dunque, ma storici, filosofi, sociologi) perché il libro nasca dal dibattito delle idee e non dall’ossessione di essere lo Scrittore, icona pop-chic dei vecchi e nuovi media. Un orizzonte collettivo, un panorama di nuovo politico: è un grande problema, è l’urgenza del presente. Perché la letteratura, se non è vitale, non è morta. Ma, come il malato di Proust, forse tira solo a campare un altro po’ prima dell’agonia, e magari manca davvero poco.   </p>
<p><em>Le recenti sgradevolissime polemiche del premio Strega mi hanno convinto a stendere questo panorama della narrativa italiana contemporanea senza fare neanche un nome. Si potrebbero invocare moventi e precedenti più nobili, dalla storia dell’arte senza nomi ipotizzata da Wolflin a quella della letteratura “senza che nemmeno un nome sia pronunciato” sognata da Paul Valery, invece di affannarsi a protestare contro l’insopportabile tendenza a ridurre il discorso sulla letteratura a un chiacchiericcio malevolo a base di tabelline, classifiche, chi vince e chi perde, i promossi e i bocciati, chi è amico di quello e nemico di quell’altro. E come sarebbe bello poter dire invece: chi se ne frega, la letteratura è un’altra cosa. (…) A uno sguardo d’assieme, la narrativa italiana degli ultimi anni appare come un panorama piuttosto mosso e frastagliato. Il che di per sé è un sintomo di vitalità: scrivono in tanti, esordire non è difficile, continuare nemmeno, e uno zoccolo duro di pubblico c’è. Forse non è il momento dei grandi autori, delle alternative drammatiche, delle poetiche l’un contro l’altro armate, e nemmeno di quella caratteristica peculiare della letteratura italiana che è il fatto di avere sempre avuto in ogni epoca astri riconosciuti da subito, con intorno un pulviscolo di minori. (…) Di fronte a una letteratura che parla essenzialmente di “quello che resta”, è facile sbottare: e tutto ciò che non rientra in questo resto dove cavolo è andato a finire? Ma una radicalità senza radici è il peggio che ci si possa augurare per chiunque. Non è detto che lo stato di cose presenti duri in eterno, e nemmeno per molto. Ma è certo che qualora si trattasse nuovamente di puntare sul tutto e sul nulla, riusciranno a farlo soltanto coloro che sono stati fedeli a quel poco di vero che gli era stato assegnato: a loro come a tutti. </em>[Daniele Giglioli, Il Manifesto, 18 Agosto 2009]</p>
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