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	<title>italiani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;uomo assorbente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 05:19:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Per un attimo, leggendo in questi giorni i quotidiani, ho provato, tra tanta indignazione, anche un moto di sollievo: mi sembrava che finalmente tutti i mali dell’Italia potessero coagularsi in una figura ben delimitata, che funzionasse anche come spugna assorbente dei peccati generali. Se l’Italia è un paese di merda, o comunque [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Per un attimo, leggendo in questi giorni i quotidiani, ho provato, tra tanta indignazione, anche un moto di sollievo: mi sembrava che finalmente tutti i mali dell’Italia potessero coagularsi in una figura ben delimitata, che funzionasse anche come spugna assorbente dei peccati generali. Se l’Italia è un paese di merda, o comunque parecchio incivile e scarsamente democratico, lo dobbiamo fortunatamente a lui, che riesce a concentrare in sé le peggiori, impensabili, nefandezze: tipo andare a puttane, possibilmente con minorenni, o comunque non troppo “professioniste”. </p>
<p>Leggendo questi fatidici “tabulati”, da cui emergono storie faticosamente sorprendenti, pare quasi di dimenticare che un numero assai alto di nostri concittadini fa quotidianamente ricorso alle puttane, con la stessa ampiezza di vedute etniche del signor Berlusconi, con la stessa noncuranza per le date sul passaporto, ma a differenza di Berlusconi è assai meno generoso nei loro confronti. Qualcuno più informato di me potrà aggiornarci sulle tariffe di una nigeriana nella strade provinciali della Sicilia o di una moldava nei vialoni di Milano. Quanto di bocca? E la scopata completa?<span id="more-37874"></span> </p>
<p>Davvero sarebbe bello se il “vecchio porco” avesse lui solo questa turpe mania di scambiare sesso con soldi, case e gioielli, e non probabilmente qualche altro milioncino di italiani. (Sia ben chiaro, ognuno secondo le sue possibilità.) </p>
<p>Insomma, a pensarci bene non si può essere grati a Berlusconi di pulire, con la sua coscienza impestata, quella del popolo italiano restante. Ma, facendo buon viso a cattivo gioco, gli si può riconoscere un merito: di aver assottigliato, in modo davvero inedito per un paese democratico ed economicamente sviluppato come il nostro, il diaframma che separa la <em>rappresentanza politica</em> (e le sue forme di rappresentazione) dal <em>paese reale</em> (e dalle sue abitudini). (Purtroppo, ne convengo, questo assottigliamento ci fa fare una bruttissima figura all’estero!)</p>
<p>Provo allora ad evocare anche io, come spesso oggi si fa, lo scenario del dopo Berlusconi. Senza particolare chiaroveggenza, posso predire questo: quando Berlusconi sparirà dalla scena politica e mediatica, ci resteranno invece tutti quegli italiani che l’hanno amato, votato, servito, imitato, narrato durante tutti questi anni. Ben inteso, ci resteranno anche le famiglie che incoraggiano le loro creature a farsi mettere le mani tra le gambe per qualche migliaio di euro. (&#8220;Sputaci sopra!&#8221; bisbiglieranno in tanti.)</p>
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		<title>Gli astrologi continuano a sbagliare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Dec 2008 07:30:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[astrologia]]></category>
		<category><![CDATA[CICAP]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8211; COMUNICATO STAMPA &#8211; : il CICAP controlla le previsioni per il 2008 Il governo Prodi durerà anni, Valentino Rossi diventerà campione in Formula Uno, l’Italia sarà in finale agli Europei di Calcio, Hillary Clinton sarà presidente degli Stati Uniti e gli alieni sbarcheranno sulla Terra il 14 ottobre. Cos’hanno in comune queste affermazioni? Sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/astrologo.bmp" alt="" title="astrologo" class="alignnone size-full wp-image-12952" /><br />
<em>&#8211; COMUNICATO STAMPA &#8211; : il <a href="www.cicap.org">CICAP</a> controlla le previsioni per il 2008 </em></p>
<p>Il governo Prodi durerà anni, Valentino Rossi diventerà campione in Formula Uno, l’Italia sarà in finale agli Europei di Calcio, Hillary Clinton sarà presidente degli Stati Uniti e gli alieni sbarcheranno sulla Terra il 14 ottobre. Cos’hanno in comune queste affermazioni? Sono tutte previsioni per l’anno appena trascorso fatte da astrologi, maghi e veggenti e, senza eccezione, sono tutte sbagliate. Com’è ormai tradizione, anche quest’anno il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale)* ha raccolto e verificato le previsioni relative all’anno appena trascorso, fatte dai più noti astrologi e veggenti italiani. <span id="more-12947"></span><br />
«È dal 1989, anno della sua fondazione, che il CICAP compie queste verifiche di fine anno» dice Massimo Polidoro, psicologo e scrittore, segretario del Comitato. «Di solito, le previsioni fatte all’inizio dell’anno sono rapidamente dimenticate, e le capacità degli astrologi non sono mai messe seriamente alla prova». Da qualche anno, grazie allo sforzo di un gruppo di volontari coordinato da Andrea Proietti Lupi, il Comitato riesce a raccogliere un numero di previsioni sempre più grande anche se, come nota Proietti Lupi, «Siamo ancora ben lontani dal raccogliere tutto quanto affermato dagli astrologi: praticamente tutti i giornali e le trasmissioni concedono spazio all’oroscopo. Ma anche con tutto questo materiale, facciamo fatica a trovare affermazioni sufficientemente precise da essere verificate. Molte previsioni, poi, riguardano eventi che, in un modo o nell’altro, si ripetono: basta prevedere genericamente “un grosso scandalo”, “fenomeni di ribellione o intolleranza razziale” o “un forte terremoto” per avere la certezza di indovinare».<br />
«Questa inchiesta, pur non essendo un vero e proprio studio scientifico, conferma il punto di vista della scienza: né l’astrologia né le altre pratiche divinatorie aiutano a prevedere il futuro» afferma Stefano Bagnasco, fisico dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e coordinatore del Gruppo di Studio sull’Astrologia del CICAP. «In particolare, negli anni sono stati fatti diversi studi scientifici rigorosi dell’astrologia; abbiamo raccolto alcuni dei risultati in un sito web (<a href="http://www.cicap.org/Astrologia2008">qui</a>)e il verdetto è inequivocabile: i consigli degli astrologi per il futuro non sono più utili di quelli dettati dal semplice buon senso di una persona informata, e possono anzi essere peggiori».<br />
Lo scorso anno, le parole più cercate su Google nel periodo delle feste sono state proprio quelle relative agli astri; possiamo azzardare la previsione che anche quest’anno “oroscopo 2009” la farà da padrone. A maggior ragione a causa del momento di crisi che rende le persone più ansiose sul futuro. Proprio sulla crisi la tendenza a essere ottimisti mostrata da molti astrologi si è rivelata disastrosa: Alma Galli sul Magazine del Corriere della Sera parla di una «ripresa apprezzabile» da settembre, mentre Franca Mazzei su Astra prevede crisi economica in USA ma Europa ed Euro «che volano». Prevedono una ripresa economica anche Branko e Mauro Perfetti, mentre Barbanera è più preciso: ripresa dell’occupazione con economia stabile e paese in netta ripresa a settembre-novembre. Hillary Clinton sarebbe diventata presidente degli Stati Uniti secondo la sensitiva Teodora Stefanova su quotidiano.net, mentre su Sirio Grazia Bordoni prevedeva per Benedetto XVI un vistoso calo di energie, seguito forse da un piccolo intervento chirurgico. Che non c’è stato. Per restare in ambito politico-economico, non c’è quasi mai stato consenso tra gli astrologi sulla tenuta del governo Prodi: secondo Carla Cerri il governo avrebbe retto «per nove mesi», oppure tutto l’anno secondo Hassen Charni; secondo Grazia Mirti invece la situazione si sarebbe sbloccata in primavera. Una delle poche volte in cui si sono trovati d’accordo non è stato con grande successo: durante una puntata di Porta a Porta all’inizio del 2007 Paolo Crimaldi e Barbara Massimo hanno convenuto che il governo sarebbe durato anni se solo avesse superato l’autunno di quell’anno, confortati da Horus che aggiungeva come «il caos della sua coalizione lo terrà al potere». L’autunno l’ha superato, ma poi il Governo Prodi cade. Il più avventato è stato però proprio Charni, il “Nostradamus arabo”, che vide Prodi «saldo al timone» per tutto l’anno a gennaio 2008: l’inchiostro non fa in tempo ad asciugarsi che il governo rassegna le dimissioni proprio il 24 gennaio.<br />
Non va meglio su argomenti più “leggeri”: la finale dei Campionati Europei di calcio sarebbe stata tra Portogallo e Francia secondo la maga Rosalinde Haller, Francia e Germania secondo il mago-sensitivo Massimo Pagnini, Italia e Olanda secondo Peter Van Wood, o Italia e Germania secondo la sensitiva Teodora Stefanova. Ha vinto invece la Spagna. La Stefanova, complice una serie di presenze in varie trasmissioni sportive, si lancia in una lunga serie di previsioni calcistiche: l’Inter vince la finale della Champions League contro una squadra inglese (ha vinto invece il Manchester United contro il Chelsea), il magnate australiano Ruperth Murdoch si offre di comprare la Juve dalla famiglia Agnelli, Mancini sulla panchina di un grande club come il Barcellona, Juventus campione d’inverno, Milan o Roma campioni d’Italia, Fabio Capello nuovo CT della Nazionale, Marcello Lippi in Spagna o al Chelsea, Alessandro Nesta di nuovo in Nazionale, Frey nuovo portiere del Milan e ancora altre. Non ne ha azzeccata una. Il celebre Branko, ancora a gennaio 2006, intervistato a Domenica In annuncia il ricomporsi della coppia artistica Christian De Sica e Massimo Boldi: «Ve lo dico io, si rincontreranno nel 2008!» Barbanera pronostica un amore importante e relative nozze per George Clooney mentre Barbara Massimo prevede un «anno in discesa» per Madonna, invece impegnata in uno dei più costosi divorzi della storia dal secondo marito, Guy Ritchie, e un «matrimonio lampo» per Anne Hathaway, invece in rotta con il fidanzato Raffaello Follieri, accusato di frode. Per Manuela Arcuri l’astrologa Sirio vedeva addirittura l’amore con un uomo molto ricco e importante; matrimonio in vista per lei anche secondo Barbara Massimo. Niente da fare. Naturalmente anche quest’anno non sono mancate le interpretazioni delle oscure quartine di Nostradamus. Luciano Sampietro riesce a leggerci un attentato al Papa durante la sua visita negli USA; molti altri, nella migliore tradizione, hanno tratto previsioni apocalittiche, a causa dell’accensione di LHC, il nuovo acceleratore di particelle del CERN di Ginevra.<br />
Non tutte le previsioni sono sbagliate, naturalmente: Grazia Bordoni su Sirio dice chiaramente che «alcune delle previsioni fatte lo scorso anno si sono verificate, altre no». D’altronde, con affermazioni come «potrebbero venire alla luce in Italia imbrogli politici o finanziari» si va abbastanza sul sicuro. Un altro modo per essere sicuri di azzeccarci, prima o poi, è prevedere periodicamente la stessa cosa fino a quando non accade, come sta facendo Barbara Massimo con il matrimonio di Alberto di Monaco, previsto ormai ogni anno. Mentre alcuni astrologi sono molto sicuri di sé, come Luisa de Giuli che su La Stampa sostiene di indovinare addirittura «con assoluta precisione al 90%» grazie al suo oroscopo «karmico, scientifico, matematico-stellare», Marco Pesatori sul settimanale Donna de La Repubblica è disarmante: «l’ansia meschina di dover essere sempre veritieri a senso unico si può accantonare. Così è possibile perfino estrarre a caso una sentenza scegliendo un numero da! uno a 12. Sarà il vostro segno della settimana».<br />
A fianco delle previsioni sbagliate, ci sono infine quelle mancate: così, ad esempio, nessuno sembra aver previsto eventi come la protesta dei monaci buddisti in Cina, la liberazione di Ingrid Betancourt, la Spagna vittoriosa agli Europei di calcio e in coppa Davis, gli attentati a Islamabad e Mumbai o la scomparsa di personaggi come lo scrittore Aleksandr Solgenitsyn, l’alpinista sir Edmund Hillary, l’attore Paul Newman, lo stilista Yves Saint Laurent, la cantante Miriam Makeba, il patriarca ortodosso Alessio II o l’editore Carlo Caracciolo. «Per l’ennesima volta, la nostra verifica dimostra quanto poco affidabili siano astrologi e oroscopi nel prevedere il futuro» conclude Polidoro. «Eppure, non c’è dubbio che giornali e TV continueranno a regalare loro spazio e pubblicità, perché l&#8217;astrologia è pur sempre un gioco divertente che piace a tanti. E finché resta un gioco non c&#8217;è nulla di male a occuparsene. Ma se qualcuno invece ritenesse di potere dimostrare che l&#8217;astrologia è una scienza e che davvero è possibile prevedere il futuro, allora ricordiamo che si può fare domanda per concorrere al Premio Randi: un milione di dollari in palio per chi riuscirà a fornire prove della validità dell’astrologia». Quelle contenute in questo comunicato stampa sono solo una parte delle previsioni raccolte dal CICAP disponibili, insieme a ulteriori informazioni e approfondimenti, a <a href="http://www.cicap.org/Astrologia2008">questa</a> pagina web. </p>
<p>* Il CICAP, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, è un’organizzazione scientifica ed educativa senza fini di lucro. Fondata nel 1989 da Piero Angela vede tra i suoi Garanti Scientifici: Silvio Garattini, Margherita Hack, Tullio Regge, Giuliano Toraldo Di Francia e Aldo Visalberghi e tra i suoi membri onorari: Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia e Umberto Eco.<br />
Per maggiori informazioni:<br />
www.cicap.org<br />
ufficio_stampa@cicap.org<br />
Tel. e Fax 049-686870 </p>
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		<title>Abdul, diciannove anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Sep 2008 06:30:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Non è per le merendine. E neppure per la spranga, o il colore della pelle. È l&#8217;età. Non si può morire a diciannove anni, non c&#8217;è nessuna ragione valida, neppure fossimo in guerra. A diciannove anni sei immortale, uccidere un ragazzo è come sfidare gli dei. Temo il giudizio del cielo su [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/abdul.jpg" alt="" title="abdul" width="454" height="254" class="alignnone size-full wp-image-8701" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non è per le merendine. E neppure per la spranga, o il colore della pelle. È l&#8217;età. Non si può morire a diciannove anni, non c&#8217;è nessuna ragione valida, neppure fossimo in guerra. A diciannove anni sei immortale, uccidere un ragazzo è come sfidare gli dei. Temo il giudizio del cielo su tutti noi, ho paura a concepire cosa siamo diventati.<br />
<span id="more-8702"></span><br />
Perché quello che ha fatto Abdul, quella sera, è la classica ragazzata che tutti noi alla sua età abbiamo fatto, ma a morire sotto i colpi della spranga &#8211; parola che di suo mi ricorda l&#8217;odio scatenato fra i giovani trent&#8217;anni fa &#8211; c&#8217;era lui. Non so neppure dire se è stato, in senso stretto, un omicidio a sfondo razzista. I giudici, con la fredda tassonomia della legge, dovranno sbrogliare la matassa. Di primo acchito sembra il classico omicidio d&#8217;impulso, anche se, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/variazioni-su-un-omicidio/">come è stato fatto notare</a>, laddove il colore della pelle di Abdul fosse stato differente, siamo sicuri che la reazione dei due baristi avrebbe avuto la stessa ferina violenza? </p>
<p>Perché è questo il vero non detto. Il razzismo è come una punta di sale che si scioglie lentamente nel bicchiere della società. Ogni giorno i giornali, la televisione, la politica, l&#8217;economia, ne aggiunge un pizzico. Non ce ne accorgiamo ma stiamo sempre più creando l&#8217;<em>humus</em> affinché attecchisca del tutto, affinché tutti noi si beva acqua inquinata come fosse di fonte, intossicandoci definitivamente. La Storia non insegna nulla: quello che sta accadendo in Italia è già accaduto in altre parti del mondo, ma noi non abbiamo saputo farne esperienza. Il corpo vivo della nazione ha bisogno di queste ferite, sempre più crudeli, per trovare il modo, la maniera di cauterizzarle. Ha bisogno del veleno per immunizzarsi. Ma attenzione a non esagerare: superata la soglia non c&#8217;è ritorno, c&#8217;è solo la barbarie. Lo dico con profonda tristezza, ma so già che dovremo aspettarne altre di notizie così. Sarà terribile, sarà ingiusto, sarà crudele. Oggi, forse un po&#8217; pelosamente, ancora ci si indigna. Ho timore di quando queste notizie passeranno in seconda categoria, di quando ci lasceranno indifferenti, quando diverranno trafiletti in fondo alla pagina. </p>
<p>Con Abdul il solito cinismo dei media non ha perso tempo: dopo tutti quegli extracomunitari assassini, che in fondo non sono una novità, la morte di un nero per mano di due italiani, quasi per <em>par condicio</em>, sembrava come quella dell&#8217;uomo che morde il cane. Una notizia. E quanto m&#8217;ha disturbato l&#8217;insistere sul fatto che Abdul fosse cittadino italiano, come a dire che che fosse stato straniero era, in fondo, meno grave. Ma il suo assassino non gli ha chiesto la carta d&#8217;identità mentre lo inseguiva, non l&#8217;ha riconosciuto come suo simile. E così avremmo fatto tutti noi: non vogliamo riconoscerli i nostri nuovi concittadini, non li vogliamo legittimare come tali. Preferiamo quasi accettare l&#8217;enormità di un omicidio per futili motivi &#8211; ché il furto in sé lo è, non solo quello di una merendina &#8211; quasi giustificandolo: i proprietari del bar credevano fosse stato rubato l&#8217;intero incasso, è stato detto. Come se questo potesse motivare la violenza cieca. </p>
<p>Ho pietà per i due uomini in carcere, vittime dell&#8217;odio inoculato, giorno dopo giorno sotto la pelle di tutti noi, là dove l&#8217;epidermide non ha colore e il sangue è rosso per tutti. Mi auguro che paghino, come è giusto. Ma non crediate che pagheranno anche per noi, non crediamoci immunizzati. Di Abdul, invece, non riesco neppure a parlare, ammutolisco di fronte alla sua gioventù perduta. “Mi sono sentita negra per la prima volta nella mia vita”, ha detto la sorella, in lacrime. Io, a leggere di Abdul, mi sono sentito bianco per la prima volta. Ed ho avuto paura.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Grazia <em> n. 39 del 29.09.2008</em>]</p>
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		<title>Mariti di donne dagli occhi grandi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2008 05:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar Angeles Mastretta è una brava scrittrice messicana di quasi sessant’anni, nata a Puebla, una delle città più importanti del Messico, che a noi italiani ricorderà soprattutto le imprese calcistiche dei due campionati mondiali disputati nella grande nazione centroamericana. La Mastretta ha il curriculum tipico dello scrittore ispanico; è nel giornalismo, infatti, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0062OI4SI/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0062OI4SI&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-6295 alignleft" title="hot-susan-65" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/hot-susan-65.jpg" width="185" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Angeles Mastretta è una brava scrittrice messicana di quasi sessant’anni, nata a Puebla, una delle città più importanti del Messico, che a noi italiani ricorderà soprattutto le imprese calcistiche dei due campionati mondiali disputati nella grande nazione centroamericana. La Mastretta ha il curriculum tipico dello scrittore ispanico; è nel giornalismo, infatti, che molti scrittori sudamericani (e una volta questo avveniva molto di più anche in Italia) compiono i primi passi nella scrittura, imparando quindi la sintesi, che da noi, ormai, mancando una vera scuola di scrittura sul campo, è più che altro un dono, che sì ha o non si ha, e che difficilmente si apprende. Come mettere fatti rilevanti e commenti pregnanti in un piccolo spazio tipografico? <span id="more-6294"></span>Ecco, il giornalismo, un tempo come oggi, risponde a questa importante domanda, e dona i mezzi a chi lo vuole per riempire gli spazi di scrittura con il necessario, e con sapienza. A Città del Messico Angeles apre la sua fortunata carriera giornalistica, che l’ha vista spaziare per anni su numerosi quotidiani e riviste. E’ dell’85 il suo debutto nella narrativa, con il bestseller <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0062P0JIK/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0062P0JIK&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Strappami la vita</em></a>, tradotto in quindici lingue. In seguito, altri successi di critica e di pubblico: <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0062OPQS4/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0062OPQS4&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Donne dagli occhi grandi</em></a>, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0062P1DUI/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0062P1DUI&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Male d’amore </em></a>(Premio Romulo Gallego 1997) e alcune raccolte di racconti e riflessioni: <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0062OIWW6/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0062OIWW6&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Puerto Libre</em></a>, <em>Il mondo illuminato</em>, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0062OPQG6/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0062OPQG6&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il cielo dei leoni</em></a>. E ora questo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0062OI4SI/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0062OI4SI&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Mariti</em></a>, (Giunti, pagg.283, euro 14,50) con in copertina una bella illustrazione di Lorenzo Mattotti.<br />
Che libro è <em>Mariti</em>? Forse un bestseller annunciato. Forse uno di quei libri che si approssimano con l’arrivo della stagione calda, e che devono per così dire rinfrancare gli spiriti stressati, sdraiati nelle spiagge, spiriti però dai gusti difficili, raffinati, che non s’accontentano dei soliti romanzi usa e getta, dei thriller aeroportuali, della <em>chick literature </em>d’importazione americana o di replica italiana alla Alessandra Appiano. Quei gitanti di buone letture cercano un coinvolgimento medio, tutto sommato una buona prosa di racconto rassicurante, nulla che mandi in visibilio (anche il visibilio può essere un’emozione troppo forte per il gitante da spiaggia) ma nemmeno adonti, faccia vergognare, annoi o imbizzarrisca.<br />
Ecco, <em>Mariti</em> è un libro – come un romanzo di racconti, direi – fatto a tale modo e per raggiungere tale effetto; per cui la lettura è sempre saporosa, delicata, sfrangiata con decoro. La Mastretta è una notevole affabulatrice, e ci prepara un’imbandita colazione letteraria al sacco: nelle sue storie donne che cercano uomini, uomini che cercano donne, spesso mogli, spesso mariti, e attorno gli amanti e a volte gli amici, ma più come contorni di quel piatto forte di qualunque stagione che è la coppia. Nel mistero dell’amore tra uomo e donna la Mastretta, donna esperta della vita e ancora capace d’innamorarsi di una situazione, di uno scorcio, di un paesaggio umano sapientemente descritto con quella precisione e affilatezza chirurgica imparata nel lungo allenamento giornalistico, si cala e con lei fa calare anche noi, come spettatori-complici, come officianti di un rito sempre uguale a se stesso e sempre nuovo, e sempre intriso di mistero, la rugiada dei sentimenti forti. E così, con questa leggiadria che in certi casi m’è parsa un po’ perdersi verso l’evanescente, con questo soave procedere anche attraverso le storie più buie, la scrittrice messicana ha confezionato un libro per palati fini che non hanno voglia di pensarci troppo sopra, che vogliono lasciarsi in qualche modo incantare da una narrazione. E’ questo: il libro ci sostiene nella lettura con un effetto incantatorio, fa svelare storie al limite del credibile, mettendo insieme cronaca d’un’amore e leggenda, trafigge come una spada cuori attraverso i secoli, riporta alla luce passioni per troppo tempo sopite, illumina su una situazione che sembrava stagnante col paradosso che si snoda, come un grande serpente aggregatore, lungo tutte le storie descritte. E poi i personaggi: la Mastretta è una specie di complice di ogni persona che abbia amato e che voglia amare, e così per lei sembra facile inventare –forse tirandoli fuori da un cilindro dei ricordi di giornalista – una serie squisita di bellissimi personaggi: uomini pigri, baldanzosi, romantici, per tutti i gusti, questi <em>Mariti</em> alle prese con queste splendide <em>Donne dagli occhi grandi</em>, ben ritrovate tra queste fitte pagine. Sono loro, come promette il titolo, proprio questi uomini così comuni e al contempo così speciali e forse unici i protagonisti di questo fiume capiente di storie.</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Queer&#8221; di Liberazione. Immagine: Gene Davis &#8211; Hot Susan, 1965)</em></p>
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		<title>Fuori dalle palle tutti i rumeni!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Nov 2007 11:50:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Gli slittamenti linguistici, i lapsus, sono sempre molto più indicativi di quello che sembrano. Da un paio di mesi a questa parte su tutti i quotidiani non esistono più i rumeni (con la “u”, come correttamente dovrebbe essere) ma i romeni (con la “o”). All&#8217;improvviso dotti laureati in lettere, i nostri amati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/scritta.jpg' alt='scritta.jpg' /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gli slittamenti linguistici, i lapsus, sono sempre molto più indicativi di quello che sembrano. Da un paio di mesi a questa parte su tutti i quotidiani non esistono più i rumeni (con la “u”, come correttamente dovrebbe essere)  ma i romeni (con la “o”). All&#8217;improvviso dotti laureati in lettere, i nostri amati giornalisti &#8211; sempre così proni di fronte al potere costituito o agli umori della piazza &#8211; hanno dimenticato il vocabolario   preferendo, “creativamente”, una vocale ad un&#8217;altra. Di modo che, neppure troppo sottotraccia, si dia la percezione che i rumeni siano, anche linguisticamente, tutti rom-eni. Rom. Zingari. Mostri, insomma. <span id="more-4756"></span><br />
Perché abbiamo bisogno di mostri. Abbiamo bisogno di nemici da odiare, abbiamo bisogno che si sposti fuori dalle mura di casa nostra  &#8211; dove si perpetra il più alto numero di omicidi e delitti sulla persona – il sospetto della nostra intima malvagità, trasferendola, liberatoriamente, ad un intero popolo.<br />
I giornali ci hanno raccontato che un&#8217;italiana è stata uccisa da un rOmeno. Io ho visto una povera donna uccisa da un uomo. Come molta parte delle donne, che, statisticamente, muoiono molto più per omicidio, in Italia, che per malattia. Ma non è di ginocidio (non è un lapsus) che i giornali oggi vogliono parlare. Che “le nostre donne” (così scrivono sui muri i gruppi neofascisti: “le nostre donne”. Nostre di chi? Sono di loro proprietà?) se devono essere massacrate che almeno lo siano per mano italica!<br />
Che poi sia stata proprio una rumena di etnia rom a denunciare il criminale, non fa testo. Cosa ce ne facciamo di una “rumena buona”? Non fa abbastanza audience, ammettiamolo! Poi ci tocca fare il conto della serva: per un “criminale rumeno” una “rumena buona”. No, no, non va bene!<br />
È che oggi va di moda il tiro al rumeno. Come cinque anni fa al musulmano, come dieci anni fa all&#8217;albanese. Come quarant&#8217;anni fa al terrone.<br />
Ho paura, ve lo voglio dire.<br />
Ho paura degli italiani. Ho paura dei squadristi che spezzano le ossa di padri di famiglia rumeni con le spranghe, per ritorsione. Ho paura di un governo che sbanda, che segue l&#8217;onda emotiva della piazza per ragioni di gretta sopravvivenza elettorale, che di primo acchito demolisce le baracche, disperde i poveracci (per ritorsione?), decide di espellere tutti, indiscriminatamente, basta che siano rOmeni.<br />
Perché ci hanno invaso.<br />
Dimenticando che la prima invasione l&#8217;hanno subita loro, da parte degli imprenditori del neoliberismo italiano, che delocalizzavano i loro prodotti (creando disoccupazione in Italia) in Romania &#8211; e già che c&#8217;erano si scopavano le minorenni rumene – pagando con stipendi da fame gli operai del posto, mentre loro giravano per quel paese, arroganti, con SUV che sembravano astronavi, infine incrementando il mercato della prostituzione in Italia, per scoparsi le ragazzine direttamente qui, comodi comodi.<br />
Uno stato di diritto punisce un criminale, non un popolo o una etnia. Di volta in volta cambia il colore della pelle o la religione, ma la ragione profonda è un&#8217;altra. Diciamolo, ammettiamolo: non è perché sono rumeni. E neppure perché sono rom. A noi fanno paura perché sono poveri! La Moratti l&#8217;ha detto a chiare lettere: “fuori i poveri dall&#8217;Italia”, andando contro alla stessa direttiva del Parlamento Europeo sulla sicurezza. A noi questi sgraziati morti di fame fanno un po&#8217; schifo, non ci sembra neppure giusto che abbiano il privilegio di possedere dei diritti civili. Non sono cittadini veri, sono subumani.<br />
Qualcuno dice che non vogliamo guardarli in faccia perché ci ricordano troppo i nostri nonni. Ma noi, poveri, non lo siamo più! Quindi è giusto così: fuori tutti. Un rumeno ha ucciso barbaramente una italiana? Una “nostra donna”? Fuori dalle palle tutti i rumeni! E già che ci siamo: a Perugia è morta una studentessa uccisa, probabilmente da una statunitense? Fuori tutti gli americani dall&#8217;Italia. Via, via, fuori dalle palle. Un marocchino stupra? Fuori tutti i marocchini. E via così. Sai quanto spazio libero ci sarebbe!<br />
A proposito: per la giusta regola della reciprocità, però, al primo delitto commesso da un italiano in Germania o negli Stati Uniti, è giusto che le decine di milioni di italiani e figli di italiani nel mondo vengano tutti trasferiti, in massa a casa nostra. Mi pare il minimo. Sai che ridere poi.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Epolis Milano,<em> oggi, in versione più breve</em>]</p>
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		<title>Il packaging dell&#8217;italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea bajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Oct 2007 06:07:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[andrea bajani]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[puffi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bajani C’è una tendenza tutta italiana a voler fare la fine dei puffi, non si sa se per emulazione volontaria o per innata, balzana, vocazione alla mimesi. Una delle caratteristiche intrinseche dei puffi, piccoli pupazzi blu dalla grande fortuna televisiva, è la loro coazione a ripetersi, nonché la pratica compulsiva di ribadire continuamente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>C’è una tendenza tutta italiana a voler fare la fine dei puffi, non si sa se per emulazione volontaria o per innata, balzana, vocazione alla mimesi. Una delle caratteristiche intrinseche dei puffi, piccoli pupazzi blu dalla grande fortuna televisiva, è la loro coazione a ripetersi, nonché la pratica compulsiva di ribadire continuamente la propria identità come immutabile, fatale, la stessa dalla notte dei tempi fino alla fine dei giorni. Il jingle televisivo, cantato ipnoticamente da milioni di bambini durante gli anni Ottanta, recitava ìlare “Noi puffi siam così”. <span id="more-4630"></span>I bambini di tutto il mondo cantavano “Noi puffi siam così”, ed era evidente la loro immedesimazione con gli eccentrici pupazzi. Poi però i bambini crescevano, diventavano grandi, smettevano prima di guardare i cartoni animati, e poi di intonarne il jingle. I puffi viceversa restavano così com’erano sempre stati, dal momento che la loro identità si esauriva tutta nella tautologia, nel loro essere puffi: Puffo Quattrocchi, Puffetta, Puffo Golosone, Puffo Tontolone, Baby Puffo, e così via. Persino le loro azioni erano un continuo ribadire la propria identità, e il verbo “puffare” era il verbo che definiva, in maniera volutamente generica, la maggior parte delle azioni da loro compiute.</p>
<p>Gli italiani, come dicevo, hanno in comune con i puffi la propensione a ribadirsi in quanto tali, come fuori dal tempo, immutabili, immodificabili: “Gli italiani sono fatti così”, scriveva sardonicamente Gaetano Salvemini. A puntare il dito sul costume di definirsi il carattere in astratto, di cristallizzarsi in identità posticce è David Bidussa, che nell’introduzione a <em>Siamo italiani</em> (ed. chiare lettere) stigmatizza duramente questa deriva retorica. La retorica, per intenderci, che vuole gli italiani “poveri ma belli”, “gaglioffi ma simpatici”, “cinici ma solo per delusione”. In fin dei conti si tratta di un’attitudine, non solo italiana, a produrre profezie: si è così perché si è così. O meglio, si è così perché così sta scritto. Bidussa questa pratica profetica la chiama “Italianologia”, ovvero “la retorica – spesso lamentosa, impermalita e accigliata – che attraversa tutta la riflessione sull’Italiano e il cui effetto è creare e radicare una convinzione”. L’Italianologia è, si potrebbe dire forzando la definizione di Bidussa, una sorta di “Ideologia dell’Italiano”, intendendo per Ideologia la “falsa coscienza” marxiana. L’Italiano, così come ci è stato consegnato, non è altro che il risultato di una pratica discorsiva ininterrota, di “un modo di raccontarsi e, raccontandosi, […] descriversi”. È “l’effetto di un processo artificiale”. Di fronte alle profezie non ci sono che due alternative: accettarle con un atto di fede oppure tentare di scomporle nelle parti di cui sono composte, provare a restituirne la complessità, correndo il rischio di imbattersi, appunto, nalla falsa coscienza.</p>
<p>Per questo <em>Siamo italiani</em> è, strutturalmente parlando, un’antologia di testi, anche se sarebbe riduttivo pensarla esclusivamente in questi termini. L’unica possibilità di uscire dalle gabbie dell’Italianologia è quella di rifutarsi di riflettere sull’essere italiani in astratto: “siamo il prodotto di una storia che è fatta di […] retorica, di autoimmagine”. Non è un caso allora che ad aprire il libro sia un testo di Giulio Bollati: “chi voglia conoscere compiutamente gli italiani non potrà dunque non valutare il modo in cui la loro personalità venne definita. […] Perché il momento della progettazione dell’italiano non può essere disgiunto da quello dell’accertamento del suo essere reale, geografico e storico”. Di qui la necessità di scomporre le parti, isolarne le componenti, di mettere a nudo il meccanismo profetico. Di qui, dunque, la volontà di Bidussa di individuare le fonti, di questo processo artificiale. Ecco allora la ben nota descrizione dell’Italiano (quasi normativa) di Giuseppe Prezzolini: “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi”. L’Italia va avanti portata in spalla dai “fessi” mentre tutti gli altri vivono in un culto della “furbizia” che si spinge fino al punto di provare ammirazione per chi se ne serve a suo danno. Ecco anche le spietatezza del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente del costume degli italiani o la fenomenologia dell’ipocrita di Torquato Accetto, un trattato del Seicento rimasto sepolto fino all’inizio del Novecento e intitolato Della dissumulazione onesta. L’italiano è denigratore di se stesso: c’è l’italiano antieuropeo dell’Elogio del buon italiano di Curzio Malaparte, c’è l’Italiano qualsiasi di Ennio Flaiano, quello di Indro Montanelli, che stigmatizza la corruzione dei ministri-squillo ma è indulgente sulla frequentazione privata (solo se discreta) delle ragazze squillo da parte degli attempati e bravi padri di famiglia.</p>
<p>E poi c’è l’italiano profetizzato, descritto, creato dalla politica. È questo il punto su cui si gioca la partita di Siamo italiani, in un binomio tra una politica agonizzante e autoreferenziale a cui occorre una pulizia del sangue, e un’antipolitica di cui bisogna domandarsi portata e significato. L’italiano della politica è il Bettino Craxi del finanziamento illecito ai partiti (“Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative […] hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale”). L’italiano della politica è l’Aldo Moro che a camere congiunte pronuncia la celebre affermazione “Non accettiamo di essere considerati dei corrotti”, e aggiunge “Non ci faremo processare”. L’italiano della politica è quello che viene fuori dalle denunce di corruzione di Enrico Berlinguer e di Leonardo Sciascia, che chiede “scandalosamente” di non cercare la mafia, il nemico, sempre e soltanto dall’altra parte: “Il controllo deve estendersi anche a noi, che sediamo su questi banchi, a coloro che siedono sui banchi del Senato, a coloro che siedono nelle assemblee regionali e nei consigli municipali, non trascurando nemmeno certi funzionari e certi ufficiali che hanno il compito di prevenire e reprimere appunto il fenomeno mafioso”. L’italiano produce profezie, imbastisce ideologie di se stesso, apparecchia definizioni buone nei secoli dei secoli. Che bisogna accettare come atti di fede, o far saltare in aria in quanto dispositivi di conservazione dello stato delle cose. Il prezzo da pagare, però, è alto, perché la conseguenza di questo sistema bloccato, difensivo, autodenigratorio non è altro che l’indifferenza. Scrive Bidussa “Noi siamo un paese che non sceglie, che posto di fronte alle scelte drammatiche rinvia, scantona, apparentemente in nome di un senso di responsabilità, in realtà perché scegliere implica credere in qualcosa, dover abbandonare qualcos’altro. In una parola: rischiare.” È qui, dice Bidussa, che nasce l’antipolitica, che “non si origina dalla delusione, ma dallo scetticismo, dal ‘non decidere’ che pure è la conseguenza di una convinzione: se costretti a scegliere, meglio seguire la corrente”.</p>
<p>Si tratta essenzialmente di una “questione morale”, come suggerisce il sottotitolo. A monte c’è una postura corrotta, che è rappresentata proprio dall’attitudine alla produzione di profezie, alla dismissione del senso critico, al cancro della semplificazione demagogica. A monte c’è una corruzione culturale. È la corruzione di un paese che mette in atto una progressiva infantilizzazione dei suoi cittadini, un’iperprotezione solo formale, che di fatto si concretizza in un abbandono. È la corruzione di un paese che demolisce l’istruzione parcellizzandola in università semplificate, che producono laureati troppo fragili per il mondo di fuori. È la corruzione di un paese che in nome della flessibilità manda allo sbaraglio giovani e vecchi in un mercato del lavoro diviso tra clientelismi ereditari e ammortizzatori familiari. È la corruzione di un paese che invita i suoi cittadini a partecipare compulsivamente a televoti televisivi, e si disinteressa di convincerli a partecipare alla politica attiva, alla gestione del bene comune. È la corruzione di un paese che lascia soli i suoi cittadini. L’antipolitica, se vogliamo usare questa parola, è la conseguenza della solitudine dei suoi cittadini, lasciati in disparte a fare esercizi di vittimismo e di cinismo, consegnati, come sottolinea Bidussa, all’ “assenza di vita interiore” al “familismo amorale in opposizione al senso civico”, al “trasformismo” inteso come “procedura tesa all’accantonamento del conflitto sociale”. È la corruzione di un paese che vuole cittadini docili.</p>
<p>Ma una risposta c’è, ed è una risposta politica e al tempo stesso culturale: è la volontà di uscire da un “modello comportamentale”. È anche la fuoriuscita dal binomio politica/antipolitica, che esattamente come il binomio fisico materia/antimateria non può che portare all’annullamento reciproco, al deserto dell’indifferenza. L’ultima sezione di Siamo italiani, prima della conclusiva Antipredica di Carlo Levi, si intitola programmaticamente Vie d’uscita. Ed è consegnata alle parole di Luigi Einaudi, Arturo Carlo Jemolo, Aldo Capitini e Ruggiero Romano. Si tratta di una via d’uscita nella misura in cui c’è l’indicazione di una non rassegnazione allo stato delle cose, di una non accettazione di un supposto destino. Non esiste soltanto un Male da cui difendersi, o a cui piegarsi con rassegnata genuflessione, ma un Bene verso cui tendere. E questa è contemporaneamente una risposta morale e una risposta politica. È chiedere una partecipazione concreta, rifiutare la logica puffistica del “siamo fatti così”, chiedere all’italiano di sbarazzarsi delle parole d’ordine, delle profezie autoavveranti. Perché gli italiani, per dirla con Salvemini, “presi uno per uno sono quelli che sono. Ma grazie al cielo, non sono tutti allo stesso modo. Ve ne sono alcuni che sono fatti… diversamente”</p>
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		<title>Il libretto arancione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Oct 2007 12:39:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Purtroppo è un libro abbastanza noioso questo “libretto arancione” di Walter Veltroni, La nuova stagione (Rizzoli, pagg. 142, 10 euro), che dovrebbe essere la piccola summa delle ragioni fondanti del Partito Democratico, ed è in realtà l’edizione per libreria – ottenuta con una semplice conversione dei file da Word a XPress – [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Purtroppo è un libro abbastanza noioso questo “libretto arancione” di Walter Veltroni, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817019879/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8817019879&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>La nuova stagione</em></a> (Rizzoli, pagg. 142, 10 euro), che dovrebbe essere la piccola summa delle ragioni fondanti del Partito Democratico, ed è in realtà l’edizione per libreria – ottenuta con una semplice conversione dei file da Word a XPress – di cose che Veltroni aveva già pubblicato più o meno altrove. Purtroppo – a dispetto dell’intenzione dell’autore stesso di produrre uno “shock di innovazione” – è un’occasione sprecata per chi l’ha scritto e per chi ne dovrebbe essere il destinatario; prima degli altri, forse, quelli che vorrebbero andare a votare alle primarie del 14 ottobre. Un’occasione sprecata per confrontarsi, capirsi, parlare, trovare un terreno comune, vicinanze e distanze, una dialettica, rispetto una cosa ancora così evanescente come il Pd. <span id="more-4546"></span><br />
Ma la causa è strutturale e inevitabile: la vaghezza al limite dell’impalpabilità è proprio la grana del discorso veltroniano, che – aspirando espressamente all’opposto – s’imprigiona invece nella sua inconsistenza. Il tutto si potrebbe riassumere citando il racconto “Orator fit” di Achille Campanile (da <em>Manuale di conversazione</em>), in cui viene elargita la soluzione definitiva per imbastire un discorso in qualsiasi occasione. In poche parole, suggerisce Campanile, basta che diciate che “questo non è un punto di arrivo ma un punto di partenza”. Va bene a un matrimonio, come a un funerale; e va bene anche per <em>La nuova stagione</em>. Qui non si tratta del punto di arrivo del Novecento, ma di un punto di partenza – per non si sa dove, ma comunque via. Nel libretto non c’è molto di più. Ci si libera (leggi: sbarazza) della storia dei partiti novecenteschi italiani come di una zavorra che ha pesato sulla politica italiana fino a paralizzarla, del conflitto di classe come di un sistema di “blocchi sociali”, e si procede all’edificazione del nuovo.<br />
A questo punto, però, bisognerebbe spiegare a Veltroni che se uno opera un repulisti di idee, concetti, parole presuntamente vecchie, il rischio è quello di non ritrovarsi con niente in mano. E infatti, ecco che si nota per tutto il tempo della lettura (una mezz’ora abbondante) un annaspare continuo, in cerca di lemmi che non siano connotati, incrostati in qualsiasi modo di un odore novecentesco, vetusto e fetente. Si usa e si abusa così di tutte quelle parole che in sociolinguistica vengono chiamati “plastismi”, ossia termini onniadattabili, slegati da una reale funzione di significare. Le parole chiave del partito nascente saranno dunque due: “innovazione” e “decisione”, così come la caratteristica fondamentale sarà quella di “essere un partito a vocazione maggioritaria”, e giù a cascata con questa serie di espressioni plastiche come “una coalizione «per» e non una coalizione «contro»”, oppure “Il Partito democratico nasce per affermare un’idea diversa e nuova: quel che conta è governare bene, sulla base di un programma realistico e serio”.</p>
<p>A Veltroni e al suo staff bisognerebbe appunto far ricordare che l’aspetto primario, fondamentale del linguaggio è il <em>carattere oppositivo del significato</em>. Uno capisce la riluttanza al conflitto: e se c’è una parola contro cui si batte di cuore Veltroni è “identitario”. Uno capisce il tentativo di aggregare invece di disperdere: evidente fin dal sottotitolo Contro tutti i conservatorismi se non addirittura dalla “neutralità” del colore arancione della copertina. Ma purtroppo il linguaggio funziona così. Una lingua identifica perché classifica <em>distinguendo</em>.<br />
Lezione numero uno dell’esame di Linguistica Generale: ogni segno linguistico, per cui ogni parola, è oppositivo in quanto la sua identità risulta dalla differenza rispetto a qualunque altro segno del sistema di comunicazione di riferimento. Lo intuì meravigliosamente Saussure all’inizio del secolo, e qualcosa del genere voleva dire quel filosofo indiano quando sosteneva che il significato della parola “mucca” è “non non-mucca”.<br />
Il significato o è oppositivo o non è. Una cosa vuol dire quello proprio perché non vuol dire nessuna delle altre cose. In un discorso programmatico ad un certo punto occorrerà farci i conti?<br />
E invece Veltroni svicola il più possibile, usa “credibilità”, “autorevolezza” a pie’ sospinto, costruisce interi paragrafi usando quelle figure retoriche che Wittgenstein definirebbe frasi prive di significato: tautologie, sinonimie, autoverificazioni&#8230; Del tipo, per capirci: “Governare significa decidere e decidere significa scegliere: bisogna dire dei sì e dei no”, oppure “Quando diciamo che il Partito Democratico è un partito «a vocazione maggioritaria» è precisamente questo che intendiamo: un partito che non punta a rappresentare questa o quella componente identitaria (sic) o sociale, per quanto ampia possa essere, ma porsi l’obiettivo di carattere generale di conquistare i consensi necessari a portare avanti un programma di governo, incisivamente riformatore”.<br />
Finché a un certo punto azzarda la mossa più spietata per la logica del linguaggio. Sostituire al livello semantico quello pragmatico. Facciamo un esempio. Voi vi sposate con qualcuno: pronunciate le parole “Sì, lo voglio” e quelle parole sono un atto linguistico, un’emissione di suono che però – in questo caso in maniera evidente – produce conseguenze non insignificanti nella realtà. Ora però il vostro “Sì, lo voglio” dovrà essere motivato, si presuppone che abbia un referente semantico, l’amore nel migliore dei casi, l’interesse per una dote, il gusto di mettersi un vestito bianco, il poter condividere dei diritti. Uno non si sposa per sposarsi.<br />
Ora, alla luce di questa differenza, come commentate il rovesciamento che Veltroni propone esplicitamente a pag. 20 della <em>Nuova stagione</em>? “Si tratta di una rivoluzione culturale e morale. Si tratta di restituire moralità alla politica. Si potrebbe dire che si tratta di affermare una visione «antimachiavellica» della politica stessa […] Il fine della politica dev’essere un altro: dev’essere il preseguimento dell’interesse del Paese, attraverso la costruzione del necessario consenso attorno a un programma di governo”. È la versione orwelliana dell’utilitarismo di Bentham e Mill – la felicità, il benessere per più gente possibile, senza però neanche la base teorica di Bentham e Mill, senza neanche chiedersi che cos’è questo benessere. Altruismo? Edonismo? Un diverso status economico?<br />
Il paradosso di tutto questo è che il nuovo corso veltroniano si pone invece all’insegna della concretezza. E in nome di quest’ideologia anti-ideologica, il decidismo verrebbe da chiamarlo, ci viene proposto nelle ultime pagine il famoso decalogo di idee anche condivisibili: pannelli solari, calmiere per gli affitti, snellimento delle procedure parlamentari… Tutte idee che non possono non incontrare appunto il consenso dei più, e che – essendo al massimo un calendario di proposte di leggi per un governo di sei mesi post-Prodi – hanno dunque il difetto di voler essere la base teorica di un partito al suo atto fondativo. La nuova stagione? Sì, certo potrebbe essere la prossima primavera, oppure l’estate.<br />
Perché Veltroni ha fatto una scelta di profilo così basso retoricamente? Perché non ha saputo investire su un repertorio simbolico più sentito, più personale? Ha paura di perdere qualche consenso tra gli alleati? Aspetta l’investitura del 14 ottobre? Teme di essere utilizzato come spina nel fianco nel governo Prodi? Deve tenere contro delle reazioni dei sondaggi? Oppure – e qui cadrebbe ogni speranza – non lo vuole, o non lo sa proprio fare?</p>
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		<title>Il festival di una cosa chiamata letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Sep 2007 15:29:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo E così in Italia, mentre città come Roma, Firenze, Bologna – sotto la spinta “democratica” dei loro sindaci – si vorrebbero ritrasformare, ogni giorno di più, in piccoli borghi della provincia più profonda, governate da spinte localiste e logiche condominiali, nella provincialissima Mantova per fortuna questo Festival della Letteratura riesce ancora a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>E così in Italia, mentre città come Roma, Firenze, Bologna – sotto la spinta “democratica” dei loro sindaci – si vorrebbero ritrasformare, ogni giorno di più, in piccoli borghi della provincia più profonda, governate da spinte localiste e logiche condominiali, nella provincialissima Mantova per fortuna questo Festival della Letteratura riesce ancora a far respirare un’aria d’internazionalità. A partire da David Grossman, da Orham Pamuk, da Wole Soyinka, che in conferenza stampa parla di uno dei buchi neri delle guerre del mondo, quella del Delta del Niger (praticamente ignorata dalla politica e dai giornali italiani forse perché lì i cattivi non sono solo Bush e le sue multinazionali, ma anche le nostre Eni e Agip?) per finire con i vari elemosinanti rumeni, senegalesi, sudamericani ma anche italiani, richiamati qui dalla possibilità di fare qualche soldo in più in questa cinque giorni di assembramento cittadino. Come mai a Mantova nessun sindaco li scaccia? <span id="more-4407"></span><br />
A essere alle volte repellenti sono invece i giornalisti culturali (mi permetto di essere razzista perché mi includo nella specie). Alle volte puzzano proprio, ed è difficile dirglielo: sarà il chiuso delle stanze d’albergo? Alle volte, molto più spesso, sono semplicemente ignoranti, non professionali, ciabattano qua e là, sono degli scrocconi patentati in cerca di uno scontrino da farsi rimborsare al rientro in redazione – come nel meraviglioso romanzo di Colson Whitehead <em>John Henry Festival</em> – e nelle interviste collettive trattano gli scrittori come scimmie: la domanda più intelligente è spesso “Ehm [pronuncia sbagliata del nome] come è venuto fuori questo libro?”<br />
Ci sono ovviamente le eccezioni, ma se si confronta la categoria con quella degli uffici stampa, sembra che sia una debacle su tutta la linea. Gli uffici stampa – questo assurdo mestiere tipico della contemporaneità (una persona che per impegno deve in continuazione parlare bene di tutto ciò che fa quello per cui lavora) – qui a Mantova sono efficientissimi, faticano dalle otto di mattina a mezzanotte, coccolano gli autori, sono informatissimi, parlano dignitosamente le lingue. Come mai accade questo? Perché l’ufficio stampa è un mestiere pagato decentemente mentre i giornalisti culturali molto spesso sono dei precari che si accontentano dello specchietto di un accredito? Forse perché non si richiede a un giornalista culturale una preparazione professionale? Del resto, uno si domanda, quali competenze deve possedere un giornalista che si occupi di letteratura? Quale formazione deve aver avuto? Quale trafila deve compiere? (Me lo chiedevo anche l’altro giorno a Roma, incontrando per caso dietro il bancone di un bar una ragazza che avevo visto discutere la tesi di dottorato a giugno alla facoltà di Lettere e Filosofia: “Che ci fai qui?”, “Eh… che ci faccio, sono disperata… oggi pomeriggio appena stacco vado a portare il curriculum alle agenzie interinali”).<br />
Ecco, in effetti, che fine fa quella marea di laureati, di dottorati e post-dottorati in discipline umanistiche, quell’esercito di persone che hanno incamerato un bagaglio di analisi di occorrenze lessicali e analisi strutturaliste dei testi letterari? A Mantova non ce n’è uno. Non si sente mai, diciamo quasi mai, fare una domanda sulla lingua, sulla struttura del romanzo, sulle questioni che pone la scelta di questa o quella forma letteraria. Ma okay, facciamo un’eccezione anche qui. Alle 11 e mezza a Palazzo della Ragione, c’è Giuseppe Antonelli, autore del preziosissimo <em>L’italiano nella società della comunicazione</em> (Il Mulino, 2007) che chiacchiera con Tullio Avoledo ed Ermanno Cavazzoni, chiamati a fare rispettivamente l’integrato e l’apocalittico rispetto a un tema non banale: che fine ha fatto la lingua letteraria nei libri degli scrittori italiani? E – fra tanto parlare di libri appunto – spunta fuori una domanda ancor meno banale: ma parlare di libri è parlare di letteratura? Sì, che fine ha fatto l’idea che uno scrive un romanzo e questo gesto non importa soltanto ai femminili ma anche a chi si occupa della letteratura, di storia della letteratura, di teoria della letteratura? Esiste ancora una netta differenza tra lingua narrativa, lingua della pagina scritta e lingua comune? Ha ancora un significato, per dire, l’espressione “Parli come un libro stampato”? Per spiegarsi: se il caso Moccia rappresenta il limite estremo di un’evoluzione culturale (un libro che imita la lingua dei ragazzini e i ragazzini che ricalcano la lingua, e i gesti, del libro), c’è un pericoloso processo in corso che tende verso quell’estremo? E, dall’altra parte, è invece un valore la glottodiversità difesa da così pochi autori in Italia, o si tratta un culto della reliquia, di una forma di erudizione? Ermanno Cavazzoni fa spallucce e prova a esaltare in fondo la capacità residuale, carbonara, di “fantasticazione”: a ognuno nella vita capita di avere un afflato, una tensione immaginativa, anche alla persona più arida, efficientista, prosaica capiterà di ritrovarsi poeta per una sera. Tullio Avoledo difende invece – contro la noia dei petrarchismi d’accademia a suo dire ancora imperanti in Italia – la sua scrittura istologicamente “cinematografica”: ai lettori interessa la trama, i personaggi, divertirsi, non sentirsi parte di un’élite pseudocolta. E alla fine Giuseppe Antonelli cita dal libro di Albero Garlini, <em>Tutto il mondo ha voglia di ballare</em>, la scoperta dell’unica cosa proibita ai concorrenti del Grande Fratello: nella Casa non si può leggere un libro. Cosa strana, eh? Forse perché leggere è il gesto anticonsumistico per antonomasia? Con quindici euro, poniamo, ci si trova impegnati per lo stesso tempo in cui uno, spendendo come dio-consumo comanda, potrebbe andare cinque volte a cena fuori, dieci volte in un locale, o affittarsi quindici dvd? Questa di leggersi da soli un libro non pare a dirla tutta un’attività con molto futuro.</p>
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		<title>Chinatown!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Apr 2007 07:12:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Il 26 febbraio di quest&#8217;anno pubblicai un articolo su Epolis Milano. In seguito alle cose accadute in via Paolo Sarpi a Milano, la scorsa settimana, ho voluto parlarne ancora, sulla stessa testata, oggi. Pubblico qui di seguito i due pezzi, fra loro intimamente legati. 1. Sto pranzando con il mio socio di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/ap101710631204155717_big.jpg' alt='ap101710631204155717_big.jpg' /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Il 26 febbraio di quest&#8217;anno pubblicai un articolo su</em> Epolis Milano. <em>In seguito alle cose accadute in via Paolo Sarpi a Milano, la scorsa settimana, ho voluto parlarne ancora, sulla stessa testata, oggi. Pubblico qui di seguito i due pezzi, fra loro intimamente legati</em>.</p>
<p><strong>1.</strong><br />
Sto pranzando con il mio socio di studio e un&#8217;amica, alla quale abbiamo ristrutturato la casa alcuni anni fa. È una piccola cosa, un appartamento al piano rialzato collegato ad un giardino, ma fatta seguendo il buon gusto della proprietaria, che desiderava vivere proprio in quel quartiere, zona Paolo Sarpi. <span id="more-3708"></span>Ora ci dice che vuole venderla. Restiamo di stucco: qualcosa non va? La casa le piace, ci dice, ma non ce la fa più a vivere lì. Preferisce traslocare altrove. Come mai? “Troppi cinesi”, è stata la sua risposta. E messa così pare insensatamente razzista. Eppure lei quando acquistò l&#8217;appartamento lo scelse anche per la presenza storica della comunità cinese, cos&#8217;è cambiato nel frattempo?<br />
La nuova immigrazione cinese ha comprato tutte le vetrine su strada, trasformando i negozi al dettaglio in commercio all&#8217;ingrosso. La mia amica non sa più dove andare a comprare il pane, per fare la spesa deve camminare per un chilometro circa. Come se non bastasse, dato che è stato vietato il transito di camion in quelle strade strette e trafficate, i titolari degli ingrossi fanno avanti e indietro con enorme sporte, macchine stipate all&#8217;inverosimile, carrelli, occupando i risicati marciapiedi e lasciando cataste di cartoni sulla strada in attesa del camion dell&#8217;amsa, obbligando ad assurde gimkane i pedoni che si avventurano da quelle parti.<br />
Probabilmente, se vivessi lì, anch&#8217;io sarei esasperato. Anch&#8217;io avrei da sbottare rabbioso, di fronte all&#8217;ennesimo carrello che mi schiaccia un piede. Ma mi chiedo: di chi è la colpa di tutto ciò? Perché è stato dato il permesso ad un quartiere che non ne ha la vocazione di trasformarsi in un enorme magazzino all&#8217;ingrosso? Com&#8217;è che l&#8217;amministrazione comunale non ha saputo immaginare che tutto ciò sarebbe accaduto? O hanno solo pensato alle tasse comunali che avrebbero incamerato da una comunità che dal punto di vista dell&#8217;ordine pubblico non ha mai dato pensieri e che si riconosce per la sua operosità? Questo <em>lasser-fair</em> ha portato solo ad una situazione di esasperazione, in una zona di Milano da sempre bella e caratteristica. Forse questo esacerbare gli abitanti del quartiere giova politicamente a qualcuno, non lo so. So solo che la politica ha il dovere di prevedere i problemi, o al massimo di risolverli con celerità e razionalità. Per poter permettere alla mia amica di comprare il pane sottocasa e con lei anche alle sue anziane vicine.</p>
<p><strong>2.</strong><br />
Neppure due mesi fa, proprio su queste pagine, parlavo della spinosa questione della nostra Chinatown. Scoprirsi involontarie cassandre non è mai bello. Lo dissi ad alta voce: <em>“Perché è stato dato il permesso ad un quartiere che non ne ha la vocazione di trasformarsi in un enorme magazzino all&#8217;ingrosso? Com&#8217;è che l&#8217;amministrazione comunale non ha saputo immaginare che tutto ciò sarebbe accaduto? O hanno solo pensato alle tasse comunali che avrebbero incamerato da una comunità che dal punto di vista dell&#8217;ordine pubblico non ha mai dato pensieri e che si riconosce per la sua operosità?” </em><br />
Ora questa comunità, che a Milano prospera da ottant&#8217;anni e che, nello specifico, ha lavorato nella assoluta legalità è esplosa. Multare chi non rispetta le regole è giusto se, e solo se, tutti quelli che non rispettano le regole vengono multati. La legge deve essere uguale per tutti e non uguale in modo differente. Utilizzare la multa come arma di dissuasione mirata (perché di carrelli spinti da italiani in altre parti della città, o di suv in terza fila davanti alle scuole del centro, io ne vedo in continuazione) è cercare di mettere un semplice e ridicolo cerotto per suturare uno sbrego sociale causato da un autentico vuoto pneumatico politico.<br />
Fermo restando che la legalità non è né di destra né di sinistra ma è un requisito d&#8217;obbligo di ogni democrazia, chiedo di nuovo, voce nel deserto, a chi ci amministra ininterrottamente da quattro legislature: perché avete permesso che la logica del libero mercato, da sola, senza nessun progetto di amministrazione del territorio, facesse quello che voleva (e cioè il proprio interesse) e ora, scappati i buoi, volete chiudere la stalla, con un gesto d&#8217;autorità che rasenta il ridicolo?<br />
Questo battere il tamburo sul <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/04/05/prima-vennero-a-prendere-gli-zingari/">tema della sicurezza</a>, questo etnicizzare i problemi, dando la colpa a chi è diverso per mantenere, pelosamente, intonsa la nostra coscienza, è una politica dal fiato corto. Cortissimo. Quelle persone hanno in tasca una licenza legalissima, hanno il diritto di commerciare, qualcuno gliel&#8217;ha data, qualcuno, ora, dovrebbe pagare l&#8217;incosciente spreco del territorio e la conseguente ferita sociale inferta. Chi ci va di mezzo, ora, sono i vasi di coccio, gli abitanti italiani e cinesi del quartiere, non certo i vasi di ferro che nei loro attici del centro parlano a sproposito di legalità, mentre si fanno servire un cocktail dalla loro servitù. Cinese.</p>
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		<title>Il fattore C. La comunicazione del governo alla prova dei sei mesi #3</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/02/25/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgio vasta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Feb 2007 00:45:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Novelli]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Prodi]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[di Edoardo Novelli    Terza parte dello studio di Edoardo Novelli (qui la prima e qui la seconda). Questa volta, intervista a Gianluca Luzi, inviato di Repubblica. gv. In che consiste il suo lavoro?  Nel seguire l’attività del Presidente del Consiglio in Italia e all’estero. Ho cominciato dieci anni fa, proprio con il primo governo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Edoardo Novelli</strong> </p>
<p><img loading="lazy" height="217" alt="prodi4.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/prodi4.jpg" width="180" /> </p>
<p><em>Terza parte dello studio di Edoardo Novelli (</em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/20/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-1/"><em>qui</em></a><em> la prima e </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/22/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-2/"><em>qui</em></a><em> la seconda). Questa volta, intervista a <strong>Gianluca Luzi</strong>, inviato di Repubblica. gv.</em></p>
<p><strong>In che consiste il suo lavoro? </strong></p>
<p>Nel seguire l’attività del Presidente del Consiglio in Italia e all’estero. Ho cominciato dieci anni fa, proprio con il primo governo Prodi, poi ho continuato con D’Alema, Amato e poi Berlusconi, che ho seguito più degli altri nel corso dei cinque anni del suo esecutivo. Con Prodi adesso è un po’ diverso perché siamo più giornalisti a seguirlo tra Roma e Bologna. <span id="more-3380"></span></p>
<p><strong>Quali sono i suoi interlocutori, quali le sue fonti?</strong> </p>
<p>Io mi occupo principalmente dell’aspetto pubblico dell’operato di Prodi. Il mio lavoro è dunque più una cronaca ufficiale o, quando parla non ufficiale. Le mie fonti sono innanzitutto l’ufficio stampa del Presidente e quindi il suo portavoce. Berlusconi ne aveva fatto una vera e propria struttura che aveva in Bonaiuti il suo capo e tutta una serie di professionisti che si occupavano dei vari aspetti della comunicazione, dagli aspetti logistici legati agli spostamenti del Presidente, fino all’interpretazione di alcuni passaggi della sua attività politica. Con Prodi è lo stesso, anche se la situazione è più articolata e confusa rispetto all’era Berlusconi. </p>
<p><strong>Quali sono gli elementi che la facilitano nel lavoro? </strong></p>
<p>Una buona cura della comunicazione sulla logistica, che è un elemento fondamentale nella vita politica di un Presidente del Consiglio. Sopratutto quando si sta all’estero, il trovarsi al posto giusto al momento giusto è determinante per non perdere la notizia. Non tutti sanno che noi in Italia non funzioniamo come in Usa, dove chi segue il Presidente viaggia con lui, è <em>embedded</em>. Noi viaggiamo per conto nostro, e dobbiamo essere lì, dove si presume che lui sia. Per questo abbiamo bisogno di una struttura che ci informi per tempo dei dettagli e degli spostamenti. </p>
<p><strong>È facile seguire Romano Prodi e il Governo? </strong></p>
<p>No, non lo è. Per una serie di motivi, alcuni banalissimi, altri più complessi. Primo è difficile da seguire perché parla malissimo, con un tono di voce incomprensibile, e non riesce proprio a farsi seguire. Una volta, uno o due anni fa, ero a New York per seguire Berlusconi all’assemblea dell’Onu, ma per curiosità andai a sentire una conferenza informale di Romano Prodi nella hall del suo albergo. Lui era sistemato su una poltroncina e intorno a lui i giornalisti, a semicerchio. Era una cosa estemporanea e dunque non c’erano microfoni. Dopo due, tre, minuti i giornalisti hanno cominciato ad avanzare di cinque centimetri, in cinque centimetri, verso Prodi, fino ad arrivargli praticamente sulle ginocchia, perché altrimenti non si sentiva nulla. </p>
<p><strong>Secondo motivo? </strong></p>
<p>Prodi è una persona umorale e molto irritabile. La sua bonomia parrocchiale nasconde una persona che ricorda le cose, che te le fa pagare. D’altra parte la politica non è per i buoni. Il risultato è che non puoi mai prevedere la sua reazione alle domande. Anche se questo certe volte ci favorisce da un punto di vista giornalistico, perché arriva a dire anche cose strampalate, per esempio quelle sulle guardie svizzere. Che poi ha ritrattato, ma che aveva detto. </p>
<p><strong>Terzo? </strong></p>
<p>Prodi ha un ambiente molto familiare intorno: i giornalisti che lo seguono da vicino sono tutti bolognesi, tutti suoi amici di vecchia data, rispettosissimi della sua riservatezza. Prodi predilige avere intorno giornalisti che lo rendono tranquillo. Quando non succede, scatta un cortocircuito, anche nel suo staff. Uno staff formato su un’idea antica: il comunicato, i problemi seri etc. Tutto questo comporta sicuramente una difficoltà a seguirlo, soprattutto per chi come me era abituato al suo predecessore, che non solo sapeva utilizzare la forma della comunicazione politica, ma in qualche modo la favoriva. </p>
<p><strong>Quindi il politico che dà anche una bella forma, facilita il vostro lavoro? </strong></p>
<p>Ma certamente, perché mi fa scrivere un bell’articolo, perché è divertente, perché te lo leggi e perché soprattutto se voglio essere aggressivo e stuzzicarlo in una conferenza stampa, con Berlusconi si può, perché sa come lavoro; invece con Prodi non si può fare e chi ci prova si scontra con una reazione che può essere molto stizzita. Ad esempio il “Ma siamo matti?”. </p>
<p><strong>Le differenze nel lavorare con il governo Berlusconi e il governo Prodi dipen</strong><strong>dono da ragioni di natura umana, caratteriale o organizzativa? </strong></p>
<p>Da tutte queste cose. Con Berlusconi c’era un modo di dire tra i giornalisti: “Berlusconi non ti delude mai”. Non c’è mai stata una volta che tu andavi a seguire Berlusconi e tornavi a casa senza il pezzo. Lui sapeva quello che tu volevi e anche se non diceva niente, diventava notizia anche questo. Se la sinistra organizzava una manifestazione sindacale lui metteva un carico da undici tale per cui ammazzava il titolo degli altri. Questo era, in termini di comunicazione politica, formidabile. In questo è stato unico. </p>
<p><strong>Prodi e il governo sono divertenti da seguire? </strong></p>
<p>È una delle persone meno divertenti da seguire. Diventa divertente perché il suo “Ma siamo matti?” tiene la scena per settimane con reazioni a catena che rendono divertente il fatto. Ma intendiamoci, lui sa di non essere divertente e non vuole esserlo. Infatti ha impostato tutto il suo personaggio sulla serietà e non sullo spettacolo. </p>
<p><strong>Lei ha avuto modo di sperimentarlo sul campo? </strong></p>
<p>Ultimamente sono stato all’inaugurazione della Fiera di Levante di Bari. Prodi era davanti a una platea istituzionale: Presidente della Regione, della Provincia e Sindaco di Bari. Tutti di centrosinistra. C’era un clima di fredda noia, lui ha detto al pubblico quello che voleva sentirsi dire e la manifestazione è finita. Quando c’è andato Berlusconi, è vero che i suoi gli hanno organizzato le truppe cammellate, ma si è creato un clima d’attesa e di sorpresa diffusa, la gente accorreva. Spettacolo. Ma Prodi non vuole lo spettacolo, sa di non essere capace di farlo, per cui non lo cerca neanche. </p>
<p><strong>Prodi comprende le esigenze della stampa e dei giornalisti? </strong></p>
<p>Sì e no. Un giorno, durante il suo tour europeo successivo all’elezione, c’erano delle condizioni atmosferiche pessime che rendevano difficile il nostro rientro in Italia e lui mi diede un passaggio sul suo aereo. Fu molto gentile da parte sua, ma non si rese conto che tutti gli altri giornalisti rimasti a terra volevano ucciderci. Questo per dire che certe volte fa le cose in maniera un po’ ingenua. Non ha un ufficio che sa quello che si può dire e quello che non si può, quello che si deve o non deve fare. Gli manca un consigliere capace di dettargli la linea come Alastair Campbell per Blair o Karl Rove per Bush. Per i governanti italiani questa figura non c’è mai stata. </p>
<p><strong>Lo percepite più come un alleato o un avversario? </strong></p>
<p>Lo vediamo non come un avversario, perché è una persona corretta, cordiale, ma comunque non è una persona con la quale è facile stabilire un rapporto spontaneo. Con i bolognesi, forse sì, perché percepisce la loro familiarità. </p>
<p><strong>Avversario nel senso che non vi potete fidare delle sue notizie. </strong></p>
<p>In questo Prodi è bugiardo come sono bugiardi gli altri. </p>
<p><strong>È stato cambiato qualcosa negli strumenti e nelle pratiche della comunicazione </strong><strong> </strong><strong>di Palazzo Chigi? </strong></p>
<p>Non mi risulta che il governo Prodi abbia apportato alcuna modifica o novità. D’Alema introdusse una conferenza del suo portavoce ogni lunedì a Palazzo Chigi. Un’idea presa dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Durò pochissimo, perché le domande cominciarono a diventare pericolose. Berlusconi, è noto, prese la sala stampa di Palazzo Chigi, un posto burocratico e triste, e la trasformò in un qualcosa a metà tra un parrucchiere e una discoteca di provincia: stucchi bianchi, specchi, colonnine ioniche e corinzie, con un grande ritratto dell’Europa sullo sfondo. Il nuovo governo ha conservato l’apparato della discoteca, ma ha tolto il ritratto dell’Europa, lasciando lo sfondo azzurrino che sembra Forza Italia all’ennesima potenza. </p>
<p><strong>E il governo in che maniera vi percepisce: come degli alleati o dei rivali? </strong></p>
<p>Come delle potenziali minacce da tenere a distanza. <strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </p>
<p></strong> </p>
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