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	<title>italo calvino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Terzo millennio: dalle &#8220;Lezioni americane&#8221; di Calvino a Massimo Onofri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2025 08:15:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[booktoker]]></category>
		<category><![CDATA[Dwight MacDonald]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
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		<category><![CDATA[Pasquale Giannino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Giannino</strong> <br />Di primo acchito, potremmo dire questo: è un'opera inclassificabile. Ma è proprio tale difficoltà evidente che incoraggia a superare l'impasse iniziale e ad approfondire l'opera. Il viaggio letterario, filosofico ed esistenziale che il lettore compie sotto la guida esperta e sicura di Onofri...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Giannino</strong></p>
<p>Il primo quarto del ventunesimo secolo è appena trascorso. Rileggere <em>Lezioni americane </em>di Italo Calvino è quanto mai opportuno. La scelta del titolo fu un&#8217;idea di sua moglie Esther. Scaturì da una domanda di rito che Pietro Citati rivolgeva a Calvino, in quell&#8217;ultima estate in cui l&#8217;opera prendeva forma, nella prospettiva delle conferenze che lo scrittore avrebbe dovuto tenere all&#8217;università di Harvard nell&#8217;anno accademico 1985-1986: &#8220;Come vanno le lezioni americane?&#8221;. Il titolo inglese, pensato dall&#8217;autore, chiarisce il senso e il valore del libro: &#8220;Six memos for the next millennium&#8221;. Si tratta di una galoppata nello spazio e nel tempo, fra i grandi autori della letteratura mondiale. Lo scopo non è uno sfoggio di erudizione, come potrebbe sembrare a un lettore distratto. È quello dichiarato di dedicare tali conferenze &#8220;ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore, cercando di situarle nella prospettiva del nuovo millennio&#8221;. Calvino si interroga &#8220;sulla sorte della letteratura e del libro nell&#8217;era tecnologica cosiddetta postindustriale&#8221;. Egli nega l&#8217;intento d&#8217;avventurarsi in tali previsioni. Di fatto, ne risultano degli scenari futuri. Ora, la componente soggettiva è presente e dichiarata. Un esempio, fra tanti: &#8220;Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono, il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero&#8221;. Ma pare che tale auspicio sia stato ampiamente smentito dai fatti. La poesia è pressoché scomparsa dalla produzione narrativa e il pensiero, quando non latita, è tutt&#8217;altro che concentrato e profondo. In ogni caso, egli fornisce delle chiavi, per entrare nel mondo della creatività letteraria e intraprendere un viaggio orientato all&#8217;essenza del racconto e del romanzo, ossia cogliere le forme e i valori specifici della letteratura: quegli aspetti peculiari del narrare che, in quanto tali, si possano situare nella prospettiva del nuovo millennio.</p>
<p>Bene, il valore di queste conferenze non è certo quello predittivo di una teoria scientifica, che non possono avere: è il fatto che forniscono dei criteri, in gran parte condivisibili, per giudicare la qualità di un&#8217;opera letteraria. Seppur nei limiti posti dalla sensibilità, dalla cultura e dai gusti del singolo, possono offrire un antidoto molto efficace contro la confusione dilagante fra il successo commerciale di un&#8217;opera e il suo valore letterario; fra la letteratura di mero intrattenimento e quella che sa regalare pagine dense di pensiero, bellezza e poesia.</p>
<p>Il punto è che oggi siamo andati ben oltre il fenomeno della letteratura dozzinale destinata alle masse, che già negli anni Sessanta Dwight Macdonald denunciava nel celebre saggio <em>Masscult and Midcult</em>. Oggi è esploso il fenomeno dei booktoker. Ragazze e ragazzi popolari nei social – sovente giovanissimi – che ammiccano ai numerosi follower, sventolando libri dalla copertina sfavillante. Molti di loro seguono a occhi chiusi i consigli di lettura che ascoltano dall&#8217;influencer culturale di fiducia, e il successo commerciale del libro è garantito. Poi c&#8217;è un fatto nuovo, rispetto ai meccanismi perversi del Masscult: il self publishing. Qui l&#8217;industria editoriale che insegue i gusti del pubblico e li condiziona non ha colpe. Semmai, ce le hanno i social. Il caso del generale Vannacci è da manuale. Sono i social che hanno montato lo scandalo intorno al volume pubblicato dall&#8217;alto ufficiale dell&#8217;esercito in modalità self publishing, <em>Il mondo al contrario</em>, alimentando la curiosità morbosa dei lettori. La società di massa che acquista il libro non è più quella corrotta dalle pubblicazioni dozzinali, confezionate ad arte dall&#8217;industria editoriale in nome del profitto. È quella di oggi, fortemente influenzata anche dai social media. Ora, dovrebbe essere ovvio che il successo commerciale di un&#8217;opera non è garanzia di qualità letteraria, e tantomeno condizione sufficiente perché l&#8217;autore lasci una qualche traccia nella storia della letteratura mondiale. Il mercato non può pretendere di stabilire la qualità di un prodotto in base alle vendite. Ma il rischio di un vero e proprio cambio di paradigma è reale.</p>
<p>Veniamo al caso di Massimo Onofri, il critico letterario e scrittore del quale Inschibboleth Edizioni ha avviato una lodevole iniziativa editoriale: la pubblicazione dell&#8217;opera omnia. Di solida formazione filosofica – è stato allievo di Lucio Colletti e Gennaro Sasso – ha intrapreso un articolato percorso nella critica letteraria e nella teoria della critica, fino all&#8217;approdo maturo e consapevole verso la scrittura tout court e la prosa sperimentale. È su quest&#8217;ultima che intendo soffermarmi. <em>Isolitudini. Atlante letterario delle isole e dei mari</em> (La nave di Teseo, 2019) è forse il libro più interessante da leggere e analizzare, per le ragioni che mi accingo a esporre. Di primo acchito, potremmo dire questo: è un&#8217;opera inclassificabile. Ma è proprio tale difficoltà evidente che incoraggia a superare l&#8217;impasse iniziale e ad approfondire l&#8217;opera. Il viaggio letterario, filosofico ed esistenziale che il lettore compie sotto la guida esperta e sicura di Onofri, si svolge attraverso l&#8217;inanellarsi di centinaia e centinaia di paragrafi brevissimi. Ognuno di essi ha una sua compiutezza, di contenuto ed espressiva. I registri utilizzati sono vari: dalla stringata descrizione dei luoghi a mo&#8217; di guida turistica a quella tipica e puntuale della storia dell&#8217;arte – disciplina che l&#8217;autore mostra di padroneggiare – fino al linguaggio limpido e rigoroso della buona divulgazione scientifica. Non manca la componente narrativa: ne parlerò più avanti. Il prologo e l&#8217;epilogo meritano di essere letti in successione, prima di iniziare l&#8217;avventura del viaggio. Forniscono i motivi profondi dell&#8217;opera, che Onofri porge al lettore con il garbo e la delicatezza di una prosa poetica, evocativa, struggente.</p>
<p>Sono tanti gli autori del presente o del passato che accompagnano il lettore, nei molteplici percorsi che egli può intraprendere secondo il criterio che predilige: seguendo gli autori, i miti, i personaggi dei romanzi, i luoghi reali o immaginari della letteratura&#8230; La loro presenza è viva, concreta, vibrante. Il lettore incontra il loro estro creativo, lo guarda in faccia, lo sente palpitare; entra nell&#8217;animo di ognuno, affollato di gioie o dolori: li condivide, li sente propri, attraverso i brani letterari o i frammenti biografici, che Onofri gli dona con umanità e naturalezza – senza soluzione di continuità fra un momento e l&#8217;altro – come se fossero tutti rami di uno stesso albero. Bene, sono molti gli autori scelti che, ricordando Macdonald, appartengono alla letteratura popolare o di massa. <em>Isolitudini</em> non è un libro di critica letteraria ma, inevitabilmente, tali scelte mostrano una totale mancanza di pregiudizi verso la letteratura popolare del passato o quella di massa contemporanea. Dal misticismo di Poe al positivismo di Verne, passando per Lovecraft, all&#8217;<em>Intrigo alle Baleari</em> di Agatha Christie ambientato nell&#8217;isola di Maiorca&#8230; dopo aver dedicato ampio spazio all&#8217;opera e alla figura di Salgari, Onofri compie una ricognizione nella letteratura di genere. È un&#8217;operazione molto interessante, perché elimina una volta per tutte il residuo ideologico, che vizia il dibattuto saggio del critico e sociologo statunitense: la letteratura di massa è esclusa, in quanto tale, dalla produzione che possa avere un qualche valore letterario. Non solo. Macdonald relega tutti i prodotti hollywoodiani nella paccottiglia del Masscult. Onofri cita <em>Lo squalo </em>di Spielberg. Di tanto in tanto, il Masscult fa capolino nell&#8217;opera. Ma l&#8217;intento non è quello di additarlo, escludendolo dalla produzione degna di essere considerata. La dinamica tra la cultura alta o d&#8217;élite che dir si voglia e quella di massa non appare di tipo dialettico. Piuttosto, il Masscult si presenta come sfondo. Si manifesta come il contesto culturale contemporaneo, in cui si realizzano creazioni letterarie e artistiche di qualità e non solo dozzinali. E qui emerge, in tutta la sua rilevanza, il ruolo della critica. Essa non può limitarsi ad assecondare i risultati commerciali stabiliti dal mercato. Una critica siffatta sarebbe corriva, inutile se non dannosa. Il cambio di paradigma non può avvenire. La critica deve continuare a esprimere giudizi di valore. È un concetto che Onofri ha formulato e sviluppato ampiamente, nel corso della sua ricerca teorica, la quale oggi è raccolta per intero nel terzo volume che <em>Inschibboleth</em> gli ha dedicato: <em>La critica in contumacia</em> (2023). <em>Isolitudini</em> è il frutto concreto e coerente di questa complessa e articolata elaborazione teorica. Il risultato è notevole: da una parte, si supera il preconcetto ideologico verso la letteratura di massa; dall&#8217;altra, si respingono le pretese di quanti vorrebbero che la critica si astenesse dal giudicare il valore di un&#8217;opera, entrando nel merito di ciò che essa offre realmente al lettore.</p>
<p>Dicevo della componente narrativa. Si sviluppa in un modo discreto, mai invadente, tra fulminanti schegge autobiografiche, gustosi aneddoti, bozzetti di vita&#8230; e un racconto che si dipana lungo il labirintico viaggio. Ha per protagonista Torquato Anselmi, un personaggio enigmatico e tormentato, che Onofri presenta come il suo grande amico pittore. In realtà, lo tratteggia mostrando di conoscere ogni sfumatura del suo animo. Sin dall&#8217;inizio, lascia presagire il tragico epilogo della drammatica vicenda artistica e umana che lo travolse. Chi è Torquato Anselmi? Un personaggio reale? Un personaggio immaginario, sbocciato dall&#8217;inesauribile filone della grande letteratura fantastica erudita alla Borges? È il suo alter ego? Ogni congettura è lecita, ma non importa saperlo. Ciò che conta è sapere che egli è l&#8217;emblema dell&#8217;isolitudine estrema: quella che conduce fatalmente al suicidio. Ora, se la vicenda esistenziale di Torquato riuscirà a coinvolgere il lettore; se lo aiuterà – per confronto o differenza – a costruire il senso della propria vita&#8230; ebbene, l&#8217;opera sarà compiuta, <em>Isolitudini</em> e quella di Onofri nel suo complesso. In caso contrario, a viaggio ultimato, offrirà al lettore innumerevoli altri percorsi letterari, geografici, artistici, esistenziali&#8230; che egli potrà intraprendere in autonomia – o auspicabilmente guidato dall&#8217;autore – alla scoperta di altre isolitudini e nuovi profondi significati.</p>
<p>C&#8217;è un aspetto che può spiazzare il lettore. La tendenza all&#8217;enciclopedismo, del quale Onofri sembra compiacersi. Per parte mia, la chiave di lettura più efficace è quella fornita da Calvino nella quinta conferenza dell&#8217;opera incompiuta, dedicata al valore della molteplicità, l&#8217;ultima che la natura gli diede il tempo di completare. Dopo aver citato un brano di <em>Quer pasticciaccio brutto de via Merulana </em>di Gadda, sulla “molteplicità di causali convergenti”, scrive: “Ho voluto cominciare con questa citazione perché mi pare che si presti molto bene a introdurre il tema della mia conferenza, che è il romanzo contemporaneo come enciclopedia, come metodo di conoscenza, e soprattutto come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo”. Dunque, cos&#8217;è <em>Isolitudini</em>? Attribuendo alla componente narrativa una rilevanza maggiore di quella apparente – attraverso tale chiave di lettura – un critico ambizioso potrebbe azzardare un&#8217;ipotesi: è un vero e proprio romanzo, esistenziale, enciclopedico e ipertestuale. Per quanto mi riguarda, invece, il valore dell&#8217;opera risiede proprio nell&#8217;impossibilità di classificarla e nella sua enciclopedica incompiutezza. Lascio i tentativi di classificazione agli studiosi. Preferisco chiudere tornando alle premesse dell&#8217;articolo.</p>
<p>Calvino si interrogava sulle sorti della letteratura e del libro nel nuovo millennio. In questo primo quarto del nuovo secolo appena trascorso, è ancora presto per trovare una risposta soddisfacente. Onofri ha indicato una strada. <em>Isolitudini</em> è un esperimento molto interessante dello scrittore, per la coerenza che mostra rispetto al critico e al teorico. Ce ne sono altre da percorrere, nella convinzione che sia ancora possibile fare della buona letteratura e che i libri debbano sopravvivere, perché sono parte integrante di noi, delle nostre vite; perché sono dei compagni di viaggio preziosi, che possono anche dare un senso alla vita.</p>
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		<title>Calvino: tre maniere stilistiche (1963-1972)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/04/calvino-tre-maniere-stilistiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Feb 2025 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[chiara de caprio]]></category>
		<category><![CDATA[Il Mulino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Chiara De Caprio </strong> <br /> È apparso per la casa editrice il Mulino "La lingua di Calvino" di Chiara De Caprio, terzo volume della Collana Italiano d’autore, diretta da Andrea Afribo, Roberta Cella, Matteo Motolese. Per gentile concessione dell’editore, si pubblica il paragrafo Tre maniere stilistiche (1963-1972)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-111339" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/9788815389695_0_0_536_0_75.jpg" alt="" width="364" height="535" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/9788815389695_0_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/9788815389695_0_0_536_0_75-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/9788815389695_0_0_536_0_75-150x220.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/9788815389695_0_0_536_0_75-300x440.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/9788815389695_0_0_536_0_75-286x420.jpg 286w" sizes="(max-width: 364px) 100vw, 364px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È apparso per la casa editrice il Mulino <em>La lingua di Calvino</em> di Chiara De Caprio, terzo volume della Collana <em>Italiano d’autore</em>, diretta da Andrea Afribo, Roberta Cella, Matteo Motolese. Per gentile concessione dell’editore, si pubblica il paragrafo <em>Tre maniere stilistiche (1963-1972)</em>, tratto dal cap. 3 (<em>Stili e maniere, forme e generi</em>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Calvino: tre maniere stilistiche (1963-1972)</strong></p>
<p>Lungo il decisivo giro di boa degli anni Sessanta si collocano due sperimentazioni stilistiche: l’una è nella <em>Giornata di uno scrutatore </em>(1963), romanzo cui Calvino consegna una lucida e sofferta analisi della condizione di stallo, politico ed esistenziale, di un intellettuale comunista, Amerigo Ormea; l’altra prende corpo e forma nei racconti di <em>Cosmicomiche </em>(1965), <em>Ti con zero </em>(1967) e <em>La memoria del mondo </em>(1968). Risalgono invece agli anni Settanta le maniere di <em>Dall’opaco </em>(1971) e del racconto <em>Sapore, sapere </em>(I ed. 1972).</p>
<p>Con <em>La</em> <em>giornata di uno scrutatore</em> diviene significativa la presenza di sequenze di spiccato tenore ragionativo in cui occorrono moduli funzionali alla formulazione di ipotesi:</p>
<blockquote><p>Seguendo questo filo di pensieri, già Amerigo arrivava a sentirsi soddisfatto, come se tutto ormai andasse per il meglio (indipendentemente dalle oscure prospettive delle elezioni, indipendentemente dal fatto che le urne si trovavano dentro un ospizio, dove non avevano potuto né tenersi comizi, né manifesti essere affissi, né vendersi giornali), quasi che la vittoria fosse già questa, nella vecchia lotta tra Stato e Chiesa, la rivincita d’una religione laica di dovere civile, contro&#8230; (<em>GS</em>, 14-15).</p>
<p>E come chi, tuffandosi nell’acqua fredda, s’è sforzato di convincersi che il piacere di tuffarsi sta tutto in quell’impressione di gelo, e poi nuotando ritrova dentro di sé il calore e insieme il senso di quanto fredda e ostile è l’acqua, così Amerigo dopo tutte le operazioni mentali per trasformare dentro di sé lo squallore della sezione elettorale in un valore prezioso, era tornato a riconoscere che la prima impressione – di estraneità e freddezza di quell’ambiente – era la giusta. (<em>GS</em>, 15).</p></blockquote>
<p>In queste sequenze l’andamento sintattico-testuale assume talora anche movenze ipotattiche: come mostrano i due passi, la frase reggente può essere circondata da strutture subordinanti e correlative sia a destra, sia a sinistra. Il ragionamento più spesso, però, procede espandendosi orizzontalmente ed assume forme dilemmatiche e spezzate. Sono infatti frequenti le strategie retorico-testuali attraverso le quali, mantenendo un andamento paratattico, sono moltiplicate le possibili interpretazioni di situazioni e dinamiche; fra queste, i grappoli di interrogative dirette: «Cos’è questo nostro bisogno di bellezza? si domandava Amerigo. Un carattere acquisito, un riflesso condizionato, una convenzione linguistica? E cos’è, in sé, la bellezza fisica?» (25). Svolgono una funzione analoga – e sono notevoli per frequenza e ampiezza – gli incisi e le sequenze poste fra parentesi, con cui sono forniti ulteriori dettagli o sono illustrate le obiezioni che Amerigo Ormea rivolge a sé stesso. Si noterà che nel romanzo del 1963, con modalità analoghe a quelle della coeva scrittura saggistica, Calvino agisce anche sulle strutture intonative della lingua: per non sacrificare l’ampiezza e la complessità dei ragionamenti, lo scrittore calibra con fine esattezza il peso di più linee parallele di svolgimento del discorso e ne scandisce ritmicamente lo spazio ricorrendo a frasi parentetiche e interrogative. Si veda, ad esempio, il seguente passo:</p>
<blockquote><p>Però, qualcosa in lui faceva resistenza. Cioè: non in lui, nel suo modo di pensare, ma lì intorno, proprio nelle stesse cose e persone del «Cottolengo». Ragazze con le trecce s’affrettavano con ceste di lenzuola (verso – Amerigo pensò – qualche segreta corsia di paralitici o di mostri); camminavano gli idioti in squadre, comandati da uno che pareva appena meno idiota degli altri, (queste famose «famiglie» – si chiese con improvviso interesse sociologico – come sono organizzate?); un angolo del cortile era ingombro di calce e sabbia e impalcature perché sopraelevavano un padiglione (come si amministrano i lasciti? quanta parte va alle spese, agli ampliamenti, agli aumenti del capitale?). Della inutilità del fare, il «Cottolengo» era la prova e insieme la smentita.</p>
<p>Lo storicista, in Amerigo, riprendeva fiato: tutto è storia, il «Cottolengo», queste monache che vanno a cambiare le lenzuola. […]</p>
<p>Bastava che Amerigo continuasse a farne il giro e sarebbe incappato cento volte nelle stesse domande e risposte. Tanto valeva tornarsene al seggio; la sigaretta era finita; cosa aspettava ancora? «Chi agisce bene nella storia, – provò a concludere, – anche se il mondo è il “Cottolengo”, è nel giusto». E aggiunse in fretta: «Certo, essere nel giusto è troppo poco» (<em>GS</em>, 42-43).</p></blockquote>
<p>Nel brano le riflessioni di Amerigo sulla vita dei malati accolti dall’istituto di cura Cottolengo scavano una seconda linea di ragionamento che corre parallela alla prima, ma è più sotterranea; questa seconda linea, posta fra parentesi e segmentata da domande e ipotesi, costringe Amerigo a chiarire meglio a sé stesso la sua posizione, ad ammettere l’<em>incepparsi </em>dei suoi ragionamenti e, infine, a <em>prender fiato</em> prima di poter sostenere che «tutto è storia».</p>
<p>Anche il tipico corredo calviniano dei segnali discorsivi e connettivi testuali qui è funzionale a mostrare non solo come Amerigo provi a spiegare le proprie ragioni agli altri («Non può esprimere la sua volontà, <em>cioè </em>non può votare», 65 [dd]) e a sé stesso («idee dei sani [&#8230;]<em> cioè</em> idee di privilegiati, <em>cioè</em> idee non universali?», 41 [<em>narratum</em>]), ma anche come possa giungere a sdoppiare o rovesciare ogni possibile argomento. A sua volta, l’interpunzione, fitta e nervosa, sottolinea pause e snodi del ragionamento; spiccano lineette correlative e parentesi «in frenetica concorrenza» fra loro [Tonani 2023, 128], e si registrano occorrenze dei connettivi posti fra il punto fermo e i due punti («Però, qualcosa in lui faceva resistenza. <em>Cioè: </em>non in lui, nel suo modo di pensare, ma lì intorno, proprio nelle stesse cose e persone del “Cottolengo”», <em>GS</em>, 42): è quest’ultimo uno stilema che Calvino impiegherà sempre più spesso anche nei testi pressappoco coevi o successivi, dalle <em>Cosmicomiche</em> e <em>Ti con zero</em> a <em>Se una notte</em> <em>d’inverno</em> e <em>Palomar</em>. In sintesi, tutte queste strategie ottengono effetti complementari; per un verso, frastagliano e segmentano il procedere ragionativo, per altro verso lo ampliano e dilatano: come mostra la sequenza in cui sono riportate le riflessioni del protagonista sul <em>suo dirsi «comunista»</em>, un unico ampio blocco testuale di quattrocentosessantasei parole (<em>GS</em>, 9-11), le risorse sintattico-testuali sono qui impiegate affinché «una disperata forza di coesione» tenga insieme ciò che sempre più appare «un cumulo di macerie» [Scarpa 2023, 282]. Infine, guardando alle relazioni e ai legami stilistici fra i testi narrativi, va sottolineato che per lo scrittore <em>La giornata di uno scrutatore</em> è anche una sorta di laboratorio, così come lo sono i racconti cosmicomici, che Calvino comincia a scrivere proprio dal 1963 e che pubblica in rivista dall’anno seguente. In effetti, alcune soluzioni sperimentate nel romanzo dedicato allo scacco esistenziale di Amerigo Ormea, l’arrovellato <em>alter ego</em> di Calvino, sono impiegate anche nei racconti cosmicomici, dove però vi è un narratore, Qfwfq, dall’affabulazione estroversa e fantastica; ed egualmente tornano in <em>Se una notte d’inverno</em> <em>un viaggiatore</em> e <em>Palomar</em>: in questi testi in alcuni casi Calvino alleggerisce la <em>gravitas </em>con la misura dell’ironia e con una giocosa vocazione al catalogo dei mondi possibili; in altri casi, invece, opta per una postura meditativa e interrogativa che presenta alcune analogie con quella del romanzo del 1963.</p>
<p>Un’ulteriore e importante svolta nella ricerca di Calvino è rappresentata dai racconti di <em>Cosmicomiche</em>, di <em>Ti con zero</em> e <em>La memoria del mondo</em>. La novità stilistica è dovuta alla continua mistione di tecnicità e colloquialità, all’ostentata ricreazione di effetti di parlato e alla pervasività di una sintassi dall’andamento «aperto» e «informale» [Mengaldo 1991, 286]. Se ne veda un esempio:</p>
<blockquote><p>Gli incontri a quei tempi erano rari: eravamo così in pochi! Con l’ultravioletto per poter resistere bisognava non aver troppe pretese. Soprattutto la mancanza d’atmosfera si faceva sentire in molti modi, vedi per esempio le meteore: grandinavano da tutti i punti dello spazio, perché mancava la stratosfera su cui adesso picchiano come su una tettoia disintegrandosi lì. Poi, il silenzio: avevi un bel gridare! Senz’aria che vibrasse, eravamo tutti muti e sordi. E la temperatura? Non c’era niente intorno che conservasse il calore del Sole: con la notte veniva un freddo da restarci duri. Fortunatamente la crosta terrestre si scaldava da sotto, con tutti quei minerali fusi che andavano comprimendosi nelle viscere del pianeta; le notti erano corte (come i giorni: la terra girava su se stessa più veloce); io dormivo abbracciato a una roccia calda calda; il freddo secco tutt’intorno era un piacere. Insomma, quanto a clima, se devo essere sincero, io personalmente non mi trovavo troppo male (<em>Co</em>, 124-125).</p></blockquote>
<p>Come mostra il brano, forme e moduli colloquiali dilatano una narrazione che accumula non solo eventi e fatti, ma anche ipotesi e spiegazioni sull’universo e i fenomeni fisici, chimici e biologici. Le storie di cui è protagonista Qfwfq sono da lui raccontate con tono brioso, interpellando il lettore in modi giocosi e anticipandone spesso la curiosità con l’uso di interrogative dirette («E la temperatura?»). Sotto gli occhi di chi legge si dipana un racconto mosso e a tratti dal ritmo vorticoso, che mima la concitazione del parlato e sfrutta tratti morfo-sintattici ed espressioni colloquiali. Scandito da strutture di sintassi marcata, frasi nominali («Poi, il silenzio»), esclamative («eravamo così in pochi!»), incisi posti fra parentesi o lineette correlative, l’organizzazione sintattico-testuale assume a tratti un andamento a spirale, in cui paratassi e ipotassi si alternano ed «elidono a vicenda» [Mengaldo 1991, 286]. Inoltre, sono ampiamente sfruttati, nelle loro diverse funzioni, i segnali discorsivi e i connettivi: ora a indicare rettifiche e chiarimenti (ad esempio, «<em>Ossia</em>: non bruciavamo, vi eravamo immersi come in un’abbagliante foresta», <em>Co</em>, 107); ora per trasferire nel testo scritto i soprassalti e i picchi emotivi di una conversazione a voce: «<em>Certo</em>, anche per me […] questo suo argomentare così filato suonava come una novità» (<em>Co</em>, 150 [<em>narratum</em>]); «<em>Insomma</em>, non volevo saperne né degli uni né degli altri; che si scannassero a vicenda!» (<em>Co</em>, 174 [<em>narratum</em>]); «– <em>Allora</em> non sei prigioniera degli uccelli! – esclamai» (<em>TZ</em>, 245 [dd]); ecc. Oltre alle occorrenze di <em>allora, certo</em>, <em>comunque</em>, <em>insomma</em>, è significativo l’impiego di <em>sì</em> fra due enunciati con identico contenuto proposizionale («e lo vidi, <em>sì </em>lo vidi», <em>Co</em>, 92), così come l’uso di<em> sì</em> e <em>no </em>prima di un nuovo enunciato con il quale sono forniti chiarimenti su quanto detto in precedenza («e immediatamente sentivo […] il moto della Luna svellermi dall’attrazione terrestre. <em>Sì</em>, la Luna aveva una forza che ti strappava […]», <em>Co</em>, 83; «<em>no</em>: lì faceva troppo freddo», <em>Co</em>, 97). Calvino, insomma, qui spinge sul pedale del parlato e della colloquialità per dar forma ad un racconto-conversazione.</p>
<p>Volgendo ora l’attenzione agli anni Settanta, possono riunirsi entro il perimetro di una medesima ricerca stilistica testi come <em>Dall’opaco</em> e il racconto <em>Il nome, il naso</em>, da cui si traggono due campioni:</p>
<blockquote><p>cosicché nella forma del mondo che ora sto descrivendo le case appaiono come a chi guarda i tetti dall’alto, la città è una tartaruga là in fondo dal guscio quadrettato e in rilievo, e non perché la vista delle case dal basso non mi sia familiare, anzi posso sempre chiudere gli occhi e sentirmi alle spalle case alte ed oblique quasi senza spessore, ma allora basta una casa a nascondere le altre possibili case, la città più in alto di me non la vedo e non so se ci sia, ogni casa sopra di me è una tavola verticale dipinta di rosa appoggiata alla china, tutti gli spessori si schiacciano in un senso ma non è che nell’altro s’allarghino, le proprietà dello spazio variano a seconda delle direzioni in cui guardo in rapporto al modo in cui mi trovo orientato (<em>DO</em>, 90).</p>
<p>Così adesso mi alzo per cercare questo schifo di stufa a gas e metterci dei pennies per farla andare, cammino con la pianta del piede sopra i capelli sopra i sederi le chitarre le cicche le latte di birra le tette i bicchieri rovesciati di whisky sulla moquette qualcuno deve averci pure vomitato, è meglio che mi metta a quattro zampe almeno vedo dove cammino del resto mica mi reggo in piedi […]. (<em>NN</em>, 119).</p></blockquote>
<p>In questi casi l’organizzazione sintattico-testuale procede per blocchi nei quali le frasi sembrano innestarsi le une nelle altre e quasi germogliare le une dalle altre: le sequenze sono caratterizzate da un andamento giustappositivo e accumulativo e da uno stile interpuntivo in cui domina la virgola o, soprattutto in corrispondenza di confini fra unità, possono mancare i segni di punteggiatura. Insomma, la fluidità affabulatoria determina l’indebolimento delle giunture sia coordinative sia subordinative, «allo scopo, essenzialmente conoscitivo, di dar conto di realtà che sfuggono alla rete della grammatica» [Testa c.s. (b)]. A ciò si aggiunga in <em>Dall’opaco </em>l’effetto di taglio e stacco fra le sequenze: separati tra loro da spazi bianchi, talora chiusi dalla virgola o privi di un segno d’interpunzione di chiusura, i blocchi testuali sembrano estratti da un flusso di pensiero più ampio, di cui essi sono i lacerti e frammenti. Nel tentare una valutazione di queste sperimentazioni si è parlato di stile vischioso o granuloso: volendo con queste categorie mettere in evidenza il fatto che il testo «procede a scatti» e i contenuti, sommandosi gli uni agli altri, si addensano in grumi [Testa 2023, 158]. In effetti, questi testi portano in primo piano i dati che via via emergono dai sensi: e, in certo qual modo, la sintassi e la testualità puntano a mimare la vischiosità e complessità dei processi con cui le percezioni diventano parziale e provvisoria conoscenza delle cose e del mondo.</p>
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<li>Riferimenti bibliografici</li>
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<p>Mengaldo, P.V. [1991], <em>Aspetti della lingua di Calvino</em> (1989), in Id., <em>La tradizione del Novecento. Terza serie</em>, Torino, Einaudi, pp. 227-291.</p>
<p>Motolese, M. [2023] (a cura di), <em>Le parole di Calvino</em>, Roma, Treccani.</p>
<p>Scarpa, D. [2023], <em>Calvino fa la conchiglia. La costruzione di uno scrittore</em>, Milano, Hoepli.</p>
<p>Testa, E. [2023], <em>Sintassi</em>, in Motolese [2023, 147-159].</p>
<p>– [c.s. b], <em>Due prose a confronto: «La strada di San Giovanni» e «Dall’opaco», </em>in corso di stampa in P. Benzoni e S. Poli (a cura di)<em>, Primi piani su Calvino. Esercizi di (ri)lettura, </em>Firenze, Cesati.</p>
<p>Tonani, E. [2023], <em>Punteggiatura</em>, in Motolese [2023, 119-133].</p>
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<ol start="2">
<li>Sigle per le opere di Calvino</li>
</ol>
<p><em>Co       Le Cosmicomiche (RR2)</em></p>
<p><em>DO      Dall’opaco (RR3)</em></p>
<p><em>GS</em>        <em>La giornata di uno scrutatore</em> (<em>RR</em>1)</p>
<p><em>NN      Il nome, il naso </em>(<em>RR</em>3)</p>
<p><em>TZ       Ti con zero </em>(<em>RR</em>2)</p>
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<ol start="3">
<li>Volumi dai Meridiani da cui si cita</li>
</ol>
<p><em>RR</em>1     Italo Calvino, <em>Romanzi e racconti</em>, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, prefazione di Jean Starobinski, 3 voll., Milano, Mondadori, 1991-1994, vol. 1.</p>
<p><em>RR</em>2                 Italo Calvino, <em>Romanzi e racconti</em>, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, prefazione di Jean Starobinski, 3 voll., Milano, Mondadori, 1991-1994, vol. 2.<em> </em></p>
<p><em>RR</em>3                 Italo Calvino, <em>Romanzi e racconti</em>, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, prefazione di Jean Starobinski, 3 voll., Milano, Mondadori, 1991-1994, vol. 3.</p>
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			</item>
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		<title>Il vagabondo ferroviario e le isole che si vedono dalla Liguria</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/01/04/il-bambino-vero-e-le-isole-vere-il-bambino-letterario-e-le-isole-letterarie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 06:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[66thand2nd]]></category>
		<category><![CDATA[Il bambino e le isole]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[premio alassio]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Ciacio Biancheri]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marino Magliani </strong>  <br /> Calvino quella storia non la scrisse mai, però col tempo venne a sapere che un bambino vero aveva fatto ciò che lui aveva immaginato. E col tempo il bambino vero, diventato poi adulto e infine vecchio - un vecchio vagabondo lungo i binari - seppe che il famoso scrittore Calvino aveva inventato la sua storia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-111113" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/ciacio.marina-sm.r_rid.jpg" alt="" width="550" height="407" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/ciacio.marina-sm.r_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/ciacio.marina-sm.r_rid-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/ciacio.marina-sm.r_rid-150x111.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/ciacio.marina-sm.r_rid-485x360.jpg 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/ciacio.marina-sm.r_rid-567x420.jpg 567w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/ciacio.marina-sm.r_rid-80x60.jpg 80w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></p>
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<p>Qualche anno fa lessi una vecchia intervista, l&#8217;aveva rilasciata Duilio Cossu, un amico di scuola di Italo Calvino. Gli chiedevano a quando risaliva, secondo lui, la passione di Calvino per la letteratura, e lui rispose che probabilmente era nata ai tempi dell&#8217;adolescenza. Uno dei primi progetti di narrazione di Calvino, infatti, disse Cossu, raccontava le avventure di due bambini degli anni Trenta, appassionati di calcio. Il campo da gioco era un carruggio e al solito il pallone si perdeva in discesa per le scalinate e sotto i portici della Pigna, e a volte, giù verso il mare. Recuperare il pallone faceva parte del gioco, fin quando un giorno, un rimbalzo non fece finire il pallone oltre la linea ferroviaria, e rientrarne in possesso diventò un&#8217;impresa, perché le mamme dei bambini avevano ordinato loro di non attraversare i binari. Mai, per nessun motivo. Siccome uno dei bambini non ci stava a perdere il pallone, e neanche a disubbidire, disse all&#8217;amico di aspettarlo lì, che lui andava a vedere dove finivano i binari, insomma, una volta alla fine faceva il giro, recuperava il pallone, rifaceva il giro e tornava a Sanremo. Ma era troppo bambino per sapere che i binari sono infiniti, forse anche quelli tronchi. Anche il ragazzino Calvino, inventore della storiella, ignorava una cosa: esattamente in quegli anni &#8211; era la fine della Belle Époque a Sanremo -, a un bambino vero capitò di perdere in quel modo il pallone e allora, per recuperarlo, venne in mente anche a lui di andare a vedere dove finiscono i binari. Calvino quella storia non la scrisse mai, però col tempo venne a sapere che un bambino vero aveva fatto ciò che lui aveva immaginato. E col tempo il bambino vero, diventato poi adulto e infine vecchio &#8211; un vecchio vagabondo lungo i binari &#8211; seppe che il famoso scrittore Calvino aveva inventato la sua storia, e l&#8217;aveva popolata di personaggi reali come Walter Benjamin, morto a Port Bou, ai piedi dei Pirenei, dove i binari terminano davvero perché oltre, nel sistema ferroviario della Spagna, i binari sono a scartamento ridotto.</p>
<p>Così, il vagabondo vero da ragazzo conoscerà il segreto delle isole liguri che Benjamin ha portato con sé, là, a occidente, dove finiscono i binari, e imparerà le teorie delle isole da un pittore di Alassio, e solo alla fine, quando ormai ha capito da sé che i binari verso levante non finiscono mai, e torna indietro, ormai vecchio e malato, ripassando da Alassio, sulla strada per Sanremo, scoprirà che il pittore delle isole era Carlo Levi, l&#8217;amico di Italo Calvino. Il giorno in cui, sebbene i binari non chiudano nessun cerchio, il vagabondo arriva a Sanremo, egli si ferma a guardare la città e va nella piazzetta sopra la ferrovia (ora la ferrovia passa all&#8217;interno della città, in una galleria) e si incanta a guardare dove è iniziato tutto quanto. Secondo il progetto letterario di Calvino, a quel punto il vecchio vagabondo letterario incontra la madre rimasta giovane, e in effetti anche il vecchio vagabondo vero rivede la madre rimasta ad aspettarlo come se il tempo non si fosse consumato. Potrebbe essere la malattia, l&#8217;ossigeno che non giunge più a sufficienza al cervello, ma alla fine il motivo per cui egli vede la madre non lo sappiamo e non importa, e neanche Calvino sta a cercare spiegazioni. La vede, semplicemente, ed è una bella madre, l&#8217;abbraccia, si fa abbracciare. Non tornano a casa, ma preferiscono andarsi a sedere su una panchina, lungo la stupida (secondo lui) pista ciclabile che ha sostituito la vecchia ferrovia. Il vecchio vagabondo, debole e assetato, desidererebbe mangiare un&#8217;anguria e la madre gliene compra una bella matura e gocciolante. La compra e se la fa tagliare dal contadino che traffica in un orto, prima del tramonto, fuori Sanremo.</p>
<p>Il vecchio vagabondo sa che gli resta giusto il tempo di quell&#8217;anguria, per questo la mangia lentamente, fermandosi a lungo davanti agli orti e al mare prima di chiedere alla mamma l&#8217;ultima fetta. Ma la mamma gli ha mentito, e forse lui l&#8217;aveva capito da tempo, la penultima fetta era l&#8217;ultima.</p>
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<p><em>NdR questo testo è stato letto da Marino Magliani alla cerimonia di consegna del <a href="https://www.alassionews.it/2024/09/federica-manzon-e-la-vincitrice-della-30a-edizione-del-premio-letterario-nazionale-alassio-100-libri-un-autore-per-leuropa/">Premio Alassio 2024</a>, nel quale era finalista il suo romanzo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/07/06/la-nostalgia-della-madre/">&#8220;Il bambino e le isole&#8221;</a> (edizioni 66thand2nd, 2023)</em></p>
<p><em>L&#8217;immagine: opera di Sergio Ciacio Biancheri (fotografia di Giorgio Loreti)</em></p>
<div></div>
<p><em> </em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Mostri sacri e complicanze storiche</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/12/13/mostri-sacri-e-complicanze-storiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Dec 2024 06:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[carlo emilio gadda]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
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I miei mostri sacri della letteratura italiana sono Calvino e Gadda, rigidamente in ordine alfabetico. L’altra sera mi sono saltati addosso insieme. Cominciavo a leggere la quinta delle Lezioni americane di Italo Calvino: sappiamo che egli accuratamente scrisse le Lezioni prima di andare negli USA per portargli un po’ di cultura...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Italo-Calvino-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-110657" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Italo-Calvino-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Italo-Calvino-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/Italo-Calvino.jpg 220w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /><br />
di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
I miei mostri sacri della letteratura italiana sono Calvino e Gadda, rigidamente in ordine alfabetico. L’altra sera mi sono saltati addosso insieme. Cominciavo a leggere la quinta delle <em>Lezioni americane</em> di Italo Calvino: sappiamo che egli accuratamente scrisse le <em>Lezioni </em>prima di andare negli USA per portargli un po’ di cultura; ma incontrò, ancor prima di partire, la nera signora e tutto finì. Questa quinta lezione, titolo <em>La Molteplicità</em>, comincia con una lunga citazione di Carlo Emilio Gadda, di cui vi riporto solo la parte che mi interessa. Lo scritto di Calvino comincia appunto così:</p>
<blockquote><p>“Cominciamo con una citazione:<br />
Nella sua saggezza e nella sua povertà molisana, il dottor Ingravallo, che pareva vivere di silenzio e di sonno sotto la giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come agnello d’Astrakan¸ nella sua saggezza interrompeva codesto sonno e silenzio per enunciare qualche teoretica idea (idea generale s’intende) sui casi degli uomini: e delle donne. A prima vista, cioè al primo udirle, sembravano banalità. Non erano banalità. [ . . . ] Sosteneva, tra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia, d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico “le causali la causale” gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L’opinione che bisognasse “riformare in noi il senso della categoria di causa” quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui un’opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi: che gli evaporava dalle labbra carnose, ma piuttosto bianche, dove un mozzicone di sigaretta spenta pareva, pencolando da un angolo, accompagnare la sonnolenza dello sguardo e il quasi-ghigno tra amaro e scettico, a cui per “vecchia” abitudine soleva atteggiare la metà inferiore della faccia, sotto quel sonno della fronte e delle palpebre e quel nero piceo della parrucca.<br />
La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a molinello [ . . . ].”<br />
(Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti 1988, pp. 101-2, dove viene citato Carlo E. Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Garzanti 1973, pp. 2-3).</p></blockquote>
<p>Chi abbia letto il <em>Pasticciaccio </em>ricorderà che si trattava del “dott. Francesco Ingravallo comandato alla mobile”, da tutti detto “don Ciccio”, quello appunto che indagherà sul pasticciaccio per tutto il libro.<br />
I passi gaddiani ricordati e trascritti da Calvino sono ben più lunghi, e sempre anche divertenti e gustosi, ma mi sono forzato a mantenere qui quello che più mi interessa. Che probabilmente già si capisce dalla mia scelta all’interno delle lunghe citazioni e che del resto Calvino poco dopo riprende così:</p>
<blockquote><p>“Ho voluto cominciare con questa citazione, perché mi pare che si presti molto bene a introdurre il tema della mia conferenza, che è il romanzo contemporaneo come enciclopedia, come metodo di conoscenza, e soprattutto come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo. [ . . . ] Ho scelto Gadda [ . . . ] soprattutto perché la sua filosofia si presta molto bene al mio discorso, in quanto egli vede il mondo come un “sistema di sistemi”, in cui ogni sistema singolo condiziona gli altri e ne è condizionato” (Lezioni, p. 103).</p></blockquote>
<p>La lettura di tutto questo mi ha fatto scattare varie scintille nella testa. Quando s’invecchia si ricordano facilmente certe cose lontane nel tempo e si perde la memoria di quel che si è fatto l’altro ieri. Così è accaduto che ho ripensato alla mia lontana lettura di <em>Guerra e Pace</em>, romanzo che mi aveva ai tempi molto colpito non solo e non tanto per le vicende del principe Andrej, della fascinosa Nataša e di Pierre Bezuchov (che già nominavo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/26/tolstoj-la-storia-la-promenade-des-anglais/">qui </a>) e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/05/tetti-di-vetro/">qui </a>) quanto per le varie ed estese considerazioni che Lev N. Tolstoj accuratamente esprime sulla guerra e sull’andamento del mondo. Sono molte e riguardano  vari aspetti degli avvenimenti storici e qui ovviamente mi limito a passarvene qualcosa che è vicina al filo che stiamo seguendo. Prendendo le mosse dalle osservazioni che Tolstoj espone sulla matematica, leggiamo il seguito:</p>
<blockquote><p>“I movimenti dell’umanità, essendo l’espressione di un numero infinito di volontà umane, si compiono in modo continuo.<br />
Impadronirsi delle leggi di questo movimento è lo scopo degli storici. Ma per afferrare le leggi del movimento continuo costituito dalla somma di tutte le volontà umane la mente dell’uomo utilizza unità arbitrarie e discontinue. Il primo passo di ogni ricerca storica consiste nel prendere una serie arbitraria di avvenimenti continui e nell’esaminarli separatamente dagli altri; [ . . . ] Il secondo passo consiste nell’esaminare l’azione di un uomo, re o condottiero, come una somma di volontà umane, mentre la somma delle volontà umane non si esprime mai nell’attività di un solo personaggio storico.”</p></blockquote>
<p>Da tutto questo a me pare di poter trarre una – quasi evidente – conclusione: nessun avvenimento storico può essere ascrivibile ad una sola causa, ma a una moltitudine di altre, talora meno talora più importanti, almeno al nostro, fallibile, giudizio. Il quadro che ci fa intravedere Tolstoj è quello di una rete fitta e irregolare, nella quale ogni nodo è legato a chissà quanti altri. Del resto, cercando altre fonti meno “romanzesche” ma più autenticamente storiche sull’argomento, mi sono imbattuto in una bella e intrigante monografia, che s’intitola <em>Du sens de l’histoire</em>, dello studioso Frédéric Press (L’Harmattan, Paris, 2014); ecco quanto si legge a pag. 92:</p>
<blockquote><p>“Dans le même ordre d’idées, la causalité semble suivre sa logique propre. Les évènements sont liés par une chaine dont la permanence même tient lieu de vérité. Mais plus on remonte dans le temps et plus incertaine est la cause. Elle est toujours plus diffuse et l’historien en est réduit à rechercher les meilleures proximités. Par la force des choses, ou de leur logique interne, il n’est plus face à une mais à un ensemble de causes ».</p></blockquote>
<p>Ora basta citazioni di supporto a un’affermazione non così peregrina: qualsiasi avvenimento, dai più minuscoli ai più clamorosi ha tante cause. Dal che si desume altrettanto ovviamente che, salvo nei casi più minuti e banali, quando qualcuno prende la decisione di fare una cosa, e la fa, solo vagamente e comunque con scarsa sicurezza può prevederne i risultati. Certo quando il 18 giugno del 1914 Gavrilo Prinzip uccise a Sarajevo, nella loro carrozza, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Absburgo, e la sua consorte Sofia, duchessa di Hohenberg, non prevedeva, né probabilmente intendeva dare inizio alla prima guerra mondiale, e viceversa non possiamo sostenere che la prima guerra mondiale sia stata provocata (soltanto) dal gesto di Prinzip.<br />
Arrivato a questo punto ho cominciato a pensare agli attuali governanti del mondo, ammesso che sappiamo esattamente chi siano (non certo <em>soltanto </em>la schiera dei Biden, Putin, Ji, Netanyahu, Starmer, Scholz, Macron ecc.), che mediamente detesto, ma in qualche modo anche compiango: chissà se e quanto sono consapevoli che le loro scelte, che pure sono costretti a fare, quasi giorno per giorno, avranno un effetto non necessariamente coincidente con quello che essi sperano e auspicano, cioè quello che si erano ripromessi di provocare facendo quelle scelte.<br />
Dalla cosiddetta globalizzazione in poi, questo problema è diventato sempre più grave: i fattori, gli stati, in gioco sono sempre di più, ci sono i rapporti commerciali da tener d’occhio, non solo i rapporti di forza, ci sono ogni momento imprevisti, fatti non prevedibili e non previsti, che vengono a mutare la scena e quindi a mutare le strategie immaginate. Certo, tutti i decisori avranno appositi comitati, gruppi di aiuto di informatori affidabili, ma il problema globale è ormai troppo complesso e la previsione del futuro diventa sempre più fallibile quanto più questo futuro è lontano: per il domani posso forse ancora dire qualcosa, per dopodomani un po’ meno, tra un mese è già un disastro.<br />
Aggiungo, ciliegina sulla torta, che le cose davvero importanti per le sorti del mondo, noi gente comune con ogni probabilità non le sappiamo; staranno forse, forse, scritte sui libri di storia di qualche secolo a venire.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Liguriana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/07/24/liguriana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jul 2023 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Panella]]></category>
		<category><![CDATA[Exorma]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Scrivano]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Biamonti]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[Liguriana]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Marfè]]></category>
		<category><![CDATA[luigi preziosi]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marino Magliani</strong>  <br /> Era il settembre del 1985, quando Calvino morì, e io mi trovavo in Spagna ormai da
alcuni anni, vivevo rigorosamente di notte e d’estate, spostandomi dal caldo della Costa Brava a quello dell’inverno canario o verso estati australi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-104201 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-763x1024.jpg 763w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-768x1030.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-150x201.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-300x403.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-696x934.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-313x420.jpg 313w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona.jpg 992w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></p>
<p>Quando Italo Calvino morì avevo venticinque anni e immagino di non averlo saputo, nel senso che non ricevevo notizie del genere, guardavo poco la televisione e non compravo giornali italiani. Avevo letto in maniera molto disordinata da ragazzo e da giovanotto, in giro per il mondo, le mie abitudini non erano cambiate, forse sapevo giusto che Calvino era ligure, di Sanremo, che era stato partigiano. Tutto lì. Ma scoprire che un grande scrittore italiano, forse il più grande del secolo, se ne fosse andato era quanto di più improbabile mi potesse capitare allora.<br />
Era il settembre del 1985, quando Calvino morì, e io mi trovavo in Spagna ormai da alcuni anni, vivevo rigorosamente di notte e d’estate, spostandomi dal caldo della Costa Brava a quello dell’inverno canario o verso estati australi. Fin quando, non subito, con la fine delle isole non si concluse per forza anche quel genere di vita. Stanco di sole e di luna, desideravo più che altro fermarmi lungo qualche costa grigia del Nord Europa. A leggere, finalmente, e in seguito a decidere di scrivere.<br />
Nel 1985 Francesco Biamonti aveva pubblicato solo L’Angelo di Avrigue e qualche racconto sparso negli anni Sessanta. Biamonti è morto nel 2001, autore di quattro romanzi, e io a quel punto ero già diventato padre, scrittore di poche cose nascoste e traduttore. Se è quindi molto naturale che non abbia fatto in tempo a conoscere personalmente Calvino (in realtà non sarebbe stato neanche così facile, non viveva più a Sanremo, ma si divideva tra soggiorni torinesi, romani e la sua casa toscana, tra le pinete, che è stata la sua ultima residenza), è invece abbastanza strano che io non abbia mai incontrato Biamonti. L’ho detto, traducevo e scrivevo da tempo, pubblicando libretti rigorosamente distribuiti tra Porto Maurizio e Oneglia, e tornavo in Liguria almeno un paio di volte all’anno. Lui negli anni Novanta viveva, come sempre, dove era nato e dove poi morì, a San Biagio della Cima, ai confini con la Francia. La rupe che guardava la sua campagna e la sua casa di paese distava un pugno di vallate dalla mia. Ci eravamo però sentiti al telefono, mia madre alla fine del millennio era molto fragile, e neanche per Francesco le cose andavano bene. Poco tempo prima che morisse ero riuscito a farlo invitare all’Istituto italiano di Amsterdam, poi non c’era stato più tempo.<br />
Sulla diserzione, l’ossessione che popola i miei libri, Biamonti aveva letto un mio testo preistorico e forse, per dirmi che era ancora tutto molto acerbo o che non gli era piaciuto, mi fece notare semplicemente che alle diserzioni lui non era interessato, e mi chiese se io invece sì me ne intendessi. Ero un disertore, ammisi, come potevo non intendermene? E così, sollecitato dalle sue domande (ho il ricordo piuttosto vago di un uomo dalla voce calma e intelligente, un uomo curioso, desideroso di conoscere storie di vita, non uno di quelli che spiegava o si faceva spiegare il mondo, ma uno che amava ascoltare dinamiche), e una volta compreso che tra tutti lo affascinavano i racconti delle frontiere, devo avergli parlato a lungo dei miei confini privati, della tipologia delle mie diserzioni. In casa tenevano il telefono su un mobile, davanti alla finestra, la rugiada della campagna invernale brillava nel sole ligure. Sia chiaro, avevo sempre desiderato disertare, gli confessai, ed era la verità, tuttavia, quando davvero occorreva farlo, mi ero sempre tirato indietro. Da bambino avevo collezionato anni di collegio, una parte delle elementari a Nava, le medie a Mondovì, le estati a Entracque, la prima superiore nei Fratelli Maristi a Velletri. Insomma, le suore da bambino e da ragazzino i frati. Specialmente a Nava, mi facevo convincere dai professionisti de lla fuga, una vera attrazione: scappare di notte, attraversare i boschi, lungo paesi liguri e piemontesi (Nava, posta su una sella, circondata da montagne e fortini e pinete), addentrarci nel folto con le riserve nello zainetto. Le cose andavano preparate minuziosamente: la raccolta del cibo ad esempio ci vedeva col carrellino a sparecchiare i tavolini, sapevamo bene che le bambine lasciavano sul tavolo parecchio cibo, pezzi di pane, mezze mele. Rubavamo qualche bottiglia di quelle del latte e preparavamo una riserva d’acqua. Poi si aspettava una notte di luna. Ora che ci penso, il passeur di Biamonti in Vento largo non suggeriva altro: «Mandali su da me alla prima notte di luna».<br />
Poi a una cert’ora sgusciava uno tra i lettini e veniva a svegliarmi (si scappava sempre in due o tre al massimo), mentre l’altro aspettava già fuori del collegio, oltre il piazzale di ghiaia, tra i pini. Ma io non dormivo. È ora, sentivo come una pugnalata. Non vengo. Come non vieni. Non vengo. In che senso, mi chiedeva irritato e sottovoce (le signorine che ci facevano la guardia dormivano dietro una tenda), in ginocchio. Io non lo vedevo, sentivo solo il suo alito e le domande tra i denti. Dai, c’è la luna, è tutto pronto. No, non vengo nel senso che non vengo. Il collega di non fughe strisciava via, non prima, almeno in un paio di occasioni, di avermi rifilato un cartone tra le costole.<br />
Aspettavo qualche minuto per dargli il tempo di attraversare il piazzale di ghiaia, dovevano percorrerlo restando ai margini, i lampioni facevano chiaro come di giorno, poi mi alzavo e in punta di piedi andavo alla finestra a vedere il lavoro della luna sul costone, le pinete nere. Uscivano a un certo punto allo scoperto, in basso, lungo il tortuoso asfalto, a schiena bassa, la bisaccia gonfia, e dopo un po’ li perdevo, ora era o erano oltre il cancello, giù per la Nazionale. E io stavo lì, la testa inclinata da una parte, a sentirla – doveva capitare lo stesso a Degas, di pensare a Papillon in mezzo al mare, che stavolta ce l’aveva fatta – come un’occasione perduta. Il fatto è che Papillon non l’avevano ancora girato, e quanto a loro, i miei amici di fughe perdute, non ce la facevano mica, mai riusciti, e ancora oggi non so se assieme a me saremmo potuti giungere un po’ più lontano o persino in fondo a qualcosa, nella luna.<br />
Nava, ci torno ancora ogni tanto, a cercare il bambino e salutare il luogo finale di Mario Novaro, secondo me, assieme a Giovanni Boine, il padre della poesia ligure.<br />
Un giorno o due giorni più tardi, il mattino, la suora superiora riceveva la telefonata, e allora entrava nelle aule e faceva andare le classi alle vetrate. La camionetta dei carabinieri risaliva le curve e si fermava sulla ghiaia. Scendevano i miei colleghi mancati, uno o due, mani in tasca, bavero alto. Si pulivano il naso con la manica, tiravano su la faccia. Era tremendo e nello stesso tempo confortante sapere che non ce l’avevano fatta.<br />
È passato tanto tempo, alcuni sono morti, ma troppo presto, ventenni, trentenni. Io per un po’ sono andato a vivere in fondo alle isole, di notte, sempre d’estate, sotto la luna, e poi sono giunto qui, sulla costa olandese. Qui la luna è la letteratura. Sono scappato a diciassette anni, dalle scuole pubbliche, ma non era mica scappare, non si scappa più se non sei scappato da bambino. Giravo la Norvegia, la Danimarca e un giorno sono tornato in Italia perché a breve mi sarebbe arrivata la cartolina e non volevo ancora essere cosa ero già definitivamente da tempo e sono, un disertore. La partenza per il servizio militare coincise con la malattia di mio padre. Gli avevano dato meno di un anno di vita, parecchio meno. La mia destinazione era Albenga, fanteria. Qualcuno mi disse di andare dai carabinieri e costoro mi mandarono al distretto. Al distretto mi fecero tornare con le notizie cliniche sulle condizioni di mio padre, le portai e compilammo la domanda di esonero. Dissero che tanti restavano a casa per esubero di leva, io almeno avevo un motivo serio. Dissero che non partivo e che a breve avrei ricevuto l’esonero. Ma l’esonero non giunse, mio padre peggiorava, e un giorno partii per Albenga. Il destino del disertore. Il capitano di Albenga disse che non dovevo partire, perché ero partito? Dissi va bene, allora mi dia lei l’esonero. Non poteva, disse, ora ero partito, ora mi dovevano dare il pre-congedo. Così compilai i formulari del pre-congedo, anche quello di un avvicinamento nella caserma di Diano Castello, in caso il pre-congedo avesse tardato qualche giorno in più.<br />
Finito l’addestramento non tornai a casa, non mi avvicinarono neppure a Diano Castello, ma mi mandarono a Legnano. In pratica mi allontanarono di trecento chilometri, ero fante e ora dissero che ero bersagliere.<br />
Era novembre e a maggio ero ancora soldato. Verso la fine del mese di maggio mi chiusero un paio di giorni in una cella nel carcere militare di Peschiera del Garda, poi mi ricoverarono nell’Ospedale militare di Baggio, reparto neuro. Quando giunsi a casa con una convalescenza di dieci giorni per gravi stati d’ansia e crisi depressive mio padre respirava con l’ossigeno, non gli parlai mai più. Morì dopo alcuni giorni. Io ero ancora soldato, ma ora non c’era fretta. Ricevetti altri giorni di convalescenza, me li davano nel reparto neuro dell’Ospedale militare di Sturla.<br />
Tornato in caserma, il giorno prima di ritirare il congedo, o il giorno prima ancora, una di quelle sere lì, comunque, uscii dal cancello e non rientrai mai più in quella caserma.<br />
Me ne andai anche dall’Italia, temendo che mi avrebbero cercato, lasciai l’Italia e mi fermai in Costa Brava e quando cominciò il freddo raggiunsi le isole calde, di fronte alla costa africana.<br />
E così, ancora oggi, ogni volta che torno in Italia mi sembra di farlo da clandestino e quando me ne vado ho l’impressione di disertare di nuovo come la prima volta.<br />
Questo scritto sta prendendo un po’ troppo una piega affollata di io e di Calvino e Biamonti non dico più nulla. È che se mi si chiede di commentare il mio paesaggio estremo, queste foto, un paesaggio senza io non va oltre la cartolina.<br />
Siamo davvero cosa vediamo? Eppure un libro su Calvino e Biamonti e su di me non può che essere un libro sbilenco. Il paesaggio ligure di Biamonti – non ne conosco altri di suoi se non quello adriatico dell’Attesa sul mare, o il paesaggio della Provenza, che però assomiglia alla Liguria – è un invito a estrapolare il mare dal mare e incollarne il senso alle rocce, alle foglie, per dire che le cose in Liguria hanno quel tormento lì. Il paesaggio ligure di Calvino, specie quello di un libro dell’ultima parte della sua vita come La strada di San Giovanni, lo sento ben più vicino; del resto, che sciocchezza, la campagna di San Giovanni sta esattamente a metà strada tra la rupe di Biamonti e il mio carruggio di Prelà.<br />
Cosa abbiamo in comune tutti e tre? A parte il fatto che abbiamo ereditato della terra e siamo stati figli di padri che «andavano in campagna» e ci chiedevano di seguirli per dar loro una mano, c’è in comune ben poco. Abbiamo dunque in comune il senso di colpa per non aver quasi mai dato una mano ai nostri padri in campagna? C’è questo e poco altro in comune? Di nuovo posso parlare solo per me, e ammettere che è un dolce senso di  colpa quello che ti lascia addosso la diserzione. Quest’anno sono stato in America, prima in Florida e poi in California. Se mi avessero detto scegli tra una di quelle due coste e New York avrei scelto la costa, una qualsiasi, ma forse di più quella della Florida. Calvino invece si sentiva un new-yorchese a fondo. Mentre Biamonti amava la Provenza. Ecco, io, ad esempio, non ho niente contro la Provenza, ma mi ricorda troppo la terra interna delle spiagge che frequentavo da bambino perché mio padre faceva l’aiuto cuoco nei ristoranti di Saint Maxime e Saint Raphael. E mentre lui faticava io me ne stavo in spiaggia tutto il giorno a chiedere al mare perché non sapevo nuotare. Fuori posto non per la questione del mare, ma perché per la prima volta ero assente da quella zona interna che avevo imparato a chiamare Liguria. Era un fuori strano, di certo non era né la Liguria e né un fuori dentro un collegio. L’impressione della Costa Azzurra e della Provenza è quella di un pre-esilio. Di qualcosa di somigliante a un marsupio, ma esterno, se tutto questo fosse possibile. O forse solo l’oltre estremo ponente. Un Far West da varcare e di cui nutrirmi, come un litofago, individuando la roccia cosmica e amica, fino ad assorbirla, passarle attraverso… Ma in California e in Florida l’estremità è quella di un continente e la vivi molto più intensamente, dev’essere un po’ come la sentono i portoghesi. Si potrebbe parlare della differenza animale che c’è tra un ramarro ligure di grosse dimensioni e un’iguana.<br />
Di sauri in Liguria se ne trova una specie tra le più grosse d’Europa. Si tratta della lucertola ocellata, si dice abiti volentieri a Pompeiana e sui Pirenei, nelle isole Baleari e in pochi altri luoghi, tra le pietre, nelle rughe delle montagne.<br />
Ai piedi dei Pirenei è dove ha deciso di morire Walter Benjamin, dopo aver vissuto, qualche tempo prima, alle Baleari, e per ben tre volte aver trascorso lunghi soggiorni a Sanremo (non così distante da Pompeiana). Così, un giorno, ho deciso che lei, la lucertola ocellata e Benjamin avrebbero potuto conoscersi e popolare le pagine di un mio romanzo.<br />
Il protagonista è un bambino che gioca al pallone in un carruggio in discesa di Sanremo, nei pressi della ferrovia. Il pallone rotola e finisce oltre i binari, il bambino vuole recuperarlo, ma non deve disubbidire all’ordine della madre: non si attraversano i binari.<br />
Allora non gli resta altro da fare che incamminarsi accanto alle rotaie, per trovarne la fine.<br />
Avrei voluto tentare di scrivere questo romanzo come se fosse stato di Calvino. Del resto l’idea è stata proprio sua, di Calvino: era ragazzo e ne aveva parlato agli amici, forse ai tempi in cui con gli amici si confessano i progetti letterari. Lui, ragazzo prima della guerra, senza sapere che la Sanremo della sua gioventù finita la guerra sarebbe sparita, disse che avrebbe voluto raccontare la storia di un bambino che diventa vecchio lungo i binari cercandone la fine, ma senza trovarla, fin quando, certo che i binari sono infiniti – forse anche quelli tronchi –, gli sarà chiaro che il pallone è irrecuperabile e allora tornerà a Sanremo. Ma Calvino questa storia non la scrisse e io ho pensato che qualcuno l’avrebbe potuta scrivere, come gli autori di questo libro e di queste fotografie hanno provato a leggere tra le pietre rotte di tre scrittori così diversi tra loro e nello stesso tempo provenienti dalla stessa terra.</p>
<p>IJmuiden, 5 marzo 2023</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR Questo testo di Marino Magliani chiude il volume, edito di recente da Exorma, &#8220;</em><a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/calvino-biamonti-magliani/">Calvino, Biamonti, Magliani, il racconto del paesaggio, lo sguardo, la luce&#8221;</a> <em>con testi di Luigi Marfè, Claudio Panella, Luigi Preziosi e Fabrizio Scrivano</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La nostalgia della madre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/07/06/la-nostalgia-della-madre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2023 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[66thand2nd]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Raudino]]></category>
		<category><![CDATA[Il bambino e le isole]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Raudino </strong>  <br /> La vera sorpresa di questo romanzo è dunque l’orizzontalità della Liguria, questo arco che tanto somiglia a un sorriso sottosopra e che viene percorso da destra a manca e viceversa lungo i binari ferroviari.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Raudino</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-103998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/66Magliani-BambinoLeIsole-Cover-RID-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/66Magliani-BambinoLeIsole-Cover-RID-205x300.jpg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/66Magliani-BambinoLeIsole-Cover-RID-150x220.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/66Magliani-BambinoLeIsole-Cover-RID-286x420.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/66Magliani-BambinoLeIsole-Cover-RID.jpg 300w" sizes="(max-width: 205px) 100vw, 205px" />Verticalità e orizzontalità sono i segni che nel corso degli ultimi due millenni si sono caricati di un più alto significato spirituale ben incarnato nel cristianesimo. Tuttavia questa carica semantica si manifesta nella loro immediata contrapposizione, come nel segno di croce: il sigillo verticale della relazione tra l’uomo e Dio, e la fratellanza orizzontale tra l’uomo e il suo prossimo.<br />
Marino Magliani, narratore ligure residente nei Paesi Bassi, ci aveva finora raccontato la sua terra natia in termini di verticalità, con le preziose ambientazioni di valli, colline e rocce che discendono nel mare, ben descritte sia nel <em>Cannocchiale del tenente Dumont</em> (2021) che in <em>Peninsulario </em>(2022). Adesso, invece, come puntualizza lui stesso nella postfazione del nuovo romanzo, ci offre un’inedita orizzontalità della sua Liguria, forse influenzato dalla piattezza dei paesaggi olandesi, descrivendola da Levante a Ponente con lo sguardo che naviga sottocosta o ben prossimo alla riva, scrutando il mare in cerca di isole vicine e lontane. E così, contrapponendosi alla verticalità celebrata negli scritti precedenti, Magliani dà alle stampe <em>Il bambino e le isole (un sogno di Calvino)</em> per le edizioni <a href="https://www.66thand2nd.com/libri/492-il-bambino-e-le-isole-(un-sogno-di-calvino).asp">66thand2nd</a>.</p>
<h2>Un pellegrinaggio paraferroviario</h2>
<p>La vera sorpresa di questo romanzo è dunque l’orizzontalità della Liguria, questo arco che tanto somiglia a un sorriso sottosopra e che viene percorso da destra a manca e viceversa lungo i binari ferroviari. Protagonista di questo insolito viaggio è un bambino che abbandona la propria madre e si trasforma in un “vecchio pellegrino ferroviario”. Un giovane che diventa vecchio, dunque. La bellezza del racconto consiste non solo nella sovrapposizione spazio-temporale di luoghi, ma anche nelle stratificazioni anagrafiche del personaggio principale, un bambino del quale non si sa bene se si stia imbarcando in un’avventura di vagabondaggio per sfuggire a una madre troppo apprensiva o se stia ubbidendo al destino che un celebre scrittore avrebbe designato proprio per lui. Lo scrittore, in questo caso, è Italo Calvino, che, oltre a comparire nel titolo del libro, in vita ebbe forti legami con la terra di Magliani e che in Magliani ha lasciato una forte traccia di ammirazione.</p>
<h2>Una vita senza attraversare</h2>
<p>La peculiarità della storia di questo bambino è seguire i binari senza mai attraversarli (raccomandazione materna alla quale non si sottrae per tutta la vita), e campare di espedienti mentre i giorni, le stagioni e gli anni si susseguono. Teniamo presente, in nome dell’orizzontalità, che la Liguria è solcata trasversalmente dalla rete ferroviaria, e questa peculiarità detta le oscillazioni narrative tra Ponente e Levante. Da bambino, il protagonista diventa adolescente, e poi uomo maturo, e poi anziano, fino al declino fisico accompagnato da un pizzico di crescente irriverenza, perché si sa che una vita dura finisce per rendere più saggi e disincantati, e perfino più allergici alle regole. Eppure il vecchio vagabondo, prossimo a chiudere il ciclo della propria esistenza, presenta in qualche modo delle strette somiglianze con il bambino che era stato un tempo, ed è pronto a emozionarsi per un incontro o un ricordo. In ultima analisi, il vecchio è il bambino coincidono, sono simultaneamente la stessa persona, non c’è scarto tra i distinti piani temporali.</p>
<h2>La madre coincide con l’isola</h2>
<p>Nel girovagare tra est e ovest, alcuni posti sono toccati più di una volta, ma non sono mai osservati dallo stesso sguardo. I luoghi sono a volte uguali a sé stessi, sono trasformati dal di dentro o dal di fuori. Gli occhi del protagonista si posano sulla costa, scrutano dentro le gallerie buie, si riparano dai riflessi accecanti, ma soprattutto sono alla ricerca di qualcosa di più impalpabile, di un’isola lontana o vicina, dell’imponente Corsica o degli isolotti prossimi, come il Tino, Palmaria e Bergeggi, Gallinara e Alassio.<br />
Questa frenetica osservazione delle isole liguri spinge il protagonista ad alcune riflessioni che portano alla personificazione delle isole stesse: le “isole non sono mica eterne, ci sono e se ne vanno”. Come le persone.<br />
La chiave per comprendere il senso profondo di questo romanzo la si può ottenere facendo coincidere la figura materna con il concetto di isola: la madre è colei dalla quale all’inizio il bambino scappa semidisubbidiente e alla quale giunge nella vecchiaia per un fugace incontro al di fuori del tempo. Scrive infatti Magliani: “La voce di lei [della madre] emergeva dalle rive, o da più lontano, proveniva dalle isolette che la costa seminava tra i suoi occhi e l’orizzonte”. Le isole sono il richiamo della donna che lo ha generato e dalla quale il protagonista si separa volontariamente (“Le isole, come l’esilio perfetto”).</p>
<h2>Una mappa di odori e relazioni</h2>
<p>Nella postfazione Magliani puntualizza che questo suo libro è “una mappa, qualcosa di puramente geografico e nello stesso tempo cronologico”. Io aggiungerei che è una mappa di relazioni: il bambino incontra o sogna di incontrare dei personaggi chiave che arricchiranno spiritualmente il suo viaggio. Spesso sono artisti e letterati come Italo Calvino, Camillo Sbarbaro e Carlo Levi. A volte ci sono forti indizi che tra le righe del romanzo prendano forma intellettuali del calibro di Antonio Tabucchi e Carlo Bo, rievocati per scritture e traduzioni altisonanti, ma alla fine quella che accompagna incessantemente il protagonista è la figura della madre-isola.<br />
A prova di ciò, avviene a un certo punto una trasformazione nel protagonista che conferma la teoria della madre trasfigurata in isola: all’inizio il protagonista racconta che “gli mancava così tanto una madre che l’avrebbe raggiunta a nuoto, se avesse saputo nuotare”, e qualche pagina più avanti, a seguito dell’incontro con un maestro che gli insegnerà a nuotare, lo stesso protagonista gioirà affermando che “sentiva la madre più accanto, ne sentiva l’odore, non il profumo di violetta che usava prima di uscire, ma il suo odore di madre”. E ancora, a ribadire il forte legame tra odore e ricordo, oltre che tra isola e madre: “lui la scoprirebbe per il suo odore di madre. Ora crede di saperlo bene cosa è la nostalgia. Non è mica la nostalgia del passato o del tempo futuro o di una regione, è solo la nostalgia di noi stessi”.</p>
<h2>L’impalpabilità di un sogno che comincia</h2>
<p>Dopo una vita trascorsa a rincorrere un sogno altrui (di Calvino) che in seguito ha fatto proprio, un sogno che lo tiene lontano dal calore domestico, l’incontro con la madre si carica di toni commoventi: nonostante la presunta vicinanza fisica, lei resta ancora impalpabile come un’isola che si vorrebbe tanto raggiungere a nuoto ma che è appena troppo lontana, e questa impalpabilità viene resa con maestria attraverso la leggerezza di un vestito che svolazza al vento, con il rifiuto di mangiare qualcosa (esiste nulla di più fisico del cibo?), con la proposta di lei di portare la bisaccia e la maglietta pulita del figlio da qualche parte misteriosa, con il verosimile intento di dare sollievo al figlio dopo le fatiche del vagabondaggio, rimuovendo quel fardello nell’ultimo tratto della vita di costui, precedendolo e serbandogli una candida veste metafisica che il figlio avrebbe presto ritrovato dopo aver finalmente guadato il fluire dei binari, quei binari che per tutta la vita aveva affiancato senza mai attraversare.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Manuela Ormea IL BARONE RAMPANTE</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/05/19/manuela-ormea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2023 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Il barone rampante]]></category>
		<category><![CDATA[Il mondo che verrà]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
		<category><![CDATA[Manuela Ormea]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Manuela Ormea</strong> <br />
Razionalità ed invenzione fantastica costituiscono il nucleo del romanzo. In quest’opera è richiesta la capacità di guardare la realtà contemporanea ponendosi ad una giusta distanza. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/br.jpg" alt="" width="584" height="900" class="aligncenter size-full wp-image-103142" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/br.jpg 584w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/br-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/br-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/br-300x462.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/br-273x420.jpg 273w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /></p>
<p><center>di <strong>Manuela Ormea</strong><br />
<em>Il Barone rampante</em><br />
Viaggio di lettrice 5<br />
&nbsp;<br />
da <em>Il mondo che verrà</em><br />
incontri con l&#8217;altrove di Italo Calvino<br />
2022 Lo studiolo Edizioni Sanremo</center><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Razionalità ed invenzione fantastica costituiscono il nucleo del romanzo. In quest’opera è richiesta la capacità di guardare la realtà contemporanea ponendosi ad una giusta distanza. Così il protagonista della narrazione, giovane rampollo di una nobile famiglia di fine Settecento, può osservare fatti e particolari altrimenti non visibili, o non osservabili con la stessa chiarezza.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La vicenda immaginaria del <em>Barone rampante</em>, collocata nel periodo dell’Illuminismo e della rivoluzione francese, assume connotati fiabeschi proponendo una chiave di lettura originale. L’originalità è pur sempre un valore se nel capitolo XXIV del romanzo possiamo leggere: «Anche le idee più fuori dal comune potevano essere le giuste».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il barone Cosimo Piovasco di rondò sale sugli alberi di Ombrosa senza più discendere a terra perché, «per essere con gli altri veramente, la sola via era quella d’essere separato dagli altri». Il fantastico qui si impone come gioco ostinato e ribelle, come «meditazione sugli incubi o i desideri nascosti dell’uomo contemporaneo». E qui il desiderio è forse il poter essere fedeli a se stessi e ai sogni della propria infanzia per tutta la vita, senza cedere a compromessi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per Calvino le fiabe rappresentano un «catalogo degli elementi fondamentali della vita, una successione degli avvenimenti fondamentali della vita dalla nascita alla morte». <br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le fiabe tuttavia non forniscono soluzioni facili ai problemi della vita; esse sono piene di ambiguità e contraddizioni, ritraggono un mondo talvolta crudele e dalle soluzioni spesso insoddisfacenti. Non c’è una vera e propria proposta morale da seguire. Secondo Calvino si vive oggi con questo lascito morale: ciò che va bene a me può non essere utile ad altri. Ognuno deve cercare la propria via e quindi il significato della tradizione è legato necessariamente a ciò che questa riesce a dire sulla condizione contemporanea. Oggi le illusioni sono poche, ma – dice Calvino, «poche illusioni sono meglio di tante false promesse». <br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Calvino non ha mai eluso la complessità, talvolta ‘mostruosa’, della realtà, bensì l’ha affrontata attraverso strategie di distanziamento che potessero rivelargli aspetti diversi da opporre alla ristrettezza del vivere. Lo ha certamente fatto nel <em>Barone rampante</em>, dove l’aspetto fantastico dell’opera è connesso al modo di organizzare le immagini (e la visione del mondo): dalla sala da pranzo della villa d’Ombrosa, il dodicenne Cosimo Piovasco di rondò, dopo aver rifiutato di mangiare un piatto di lumache, fugge su un leccio e vive per sempre sugli alberi. Da lassù Cosimo guarda il mondo da una diversa e insolita angolazione. «Ogni cosa da lassù era diversa, e questo era già un divertimento». (II)<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si innamora di Viola (la Sinforosa), una bambina indipendente e ribelle come lui, capace di salire sugli alberi e farsi rispettare da una banda di ladruncoli di frutta; e parla a distanza col fratello più giovane (Biagio, la voce narrante) che solo allora, con i piedi ben piantati per terra, capisce la gioia di stare a piedi nudi in un letto caldo e bianco. Dagli alberi, dove costruisce le proprie tane e una sorta di libreria che contiene pure l’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, Cosimo riesce a comunicare con la famiglia e con gli ombrosotti, ma anche con viandanti e soldati di passaggio; dall’alto di olmi, ulivi, gelsi e magnolie va a caccia di cibo e risolve problemi idraulici, escogitando un sistema di fontana pensile; ospita fanciulle e ragiona col precettore Abate di monarchie e di repubbliche, del giusto e del vero nelle varie religioni, del terremoto di Lisbona, della pirateria e chissà di che cos’altro, sulla scorta di tutte le pubblicazioni più ‘scomunicate’ d’Europa. Così facendo il tempo corre e Cosimo si ritrova ultrasessantenne, solo e malato su un grande noce dal quale, in una giornata di libeccio, spicca il volo aggrappato alla fune di una mongolfiera.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nell’ultimo capitolo (XXX) del romanzo, dopo la sparizione di Cosimo, il narratore dice: «Prima era diverso, c’era mio fratello; mi dicevo: ‘c’è già lui che ci pensa’ e io badavo a vivere. (&#8230;) Ora che lui non c’è, mi pare che dovrei pensare a tante cose, la filosofia, la politica, la storia, seguo le gazzette, leggo i libri, mi ci rompo la testa, ma le cose che voleva dire lui non sono lì, è altro che lui intendeva, qualcosa che abbracciasse tutto, e non poteva dirla con parole, ma solo vivendo come visse. Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si tratta del problema di essere, di essere veramente; di essere integro e intellettualmente onesto. Calvino cerca l’uomo ovunque pensa si possa nascondere: tra le fronde di un leccio, in un’armatura o nella parte del corpo offesa da una palla di cannone. tutti ci sentiamo incompleti e realizziamo da soli solo una parte di noi stessi. È nell’incontro con l’altro, con la diversità (dentro e fuori di noi) che forse riusciamo a individuare certi valori fondamentali molto semplici: fraternità, solidarietà, volontà di non accettare il mondo così com’è, desiderio di cambiarlo e renderlo un posto migliore in cui vivere. «Ogni uomo vivendo deve fare violenza alla vita, per vivere una vita che abbia un senso», ha detto Calvino in un’intervista del 1957. già allora, egli si poneva il problema della molteplicità dei linguaggi e della consapevolezza di questa molteplicità in una civiltà, non solo letteraria, in cui nessuno può più essere sicuro e appagato da un unico modo di esprimersi. Meglio scrivere opere frammentarie e disordinate, senza una fine, che opere che si beano della loro compiutezza meccanica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il <em>Barone rampante</em> è un romanzo che, in questo senso, esprime un movimento in atto nel mondo reale, la continuità e continua diversità del reale. È storia di metamorfosi come può esserlo la narrazione di un’educazione, un’ascesa (o discesa) sociale, singola o collettiva, una scelta di coscienza e una tensione morale. Credo che quella del Barone rampante sia una storia emblematica di quelle che a Calvino interessava raccontare: «storie di ricerca d’una completezza umana, d’una integrazione, da raggiungere attraverso prove pratiche e morali insieme, al di là delle alienazioni e dei dimidiamenti, che vengono imposti all’uomo contemporaneo».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mutilazioni, incompletezze e crisi che possono essere estese oggigiorno ad ogni individuo della generazione Covid-19, privato di entusiasmi, confinato in casa e distanziato/dilaniato nel corpo e nella mente, ma che ha bisogno di aggrapparsi a nuove speranze e visioni del mondo più giuste e sostenibili.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anche in questo orientamento va intravista l’unità poetica ed etica di questo romanzo ‘fantastico’ in particolare e degli altri due romanzi allegorici della genealogia degli <em>Antenati</em>: <em>Il Visconte dimezzato</em> e <em>Il Cavaliere inesistente.</em></p>
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		<title>Epurazione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/04/25/il-partigiano-santiago/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Apr 2023 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[anpi]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Daniela Cassini]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fusta Editore]]></category>
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		<category><![CDATA[liguria]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Italo Calvino</strong> <br /> Quello che oggi è facile, domani potrà essere difficile. Bisogna evitare che le cricche reazionarie, asserragliate nelle pubbliche istituzioni, si organizzino per la resistenza, come pattelle che si attaccano allo scoglio se non si è lesti a staccarle. Bisogna evitare che dette cricche usino della compiacenza di qualche partito dalle vedute incerte per rientrare nell’agone politico ...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Italo Calvino</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-102847" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Immagine-2023-04-23-114134.jpg" alt="" width="717" height="817" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Immagine-2023-04-23-114134.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Immagine-2023-04-23-114134-263x300.jpg 263w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Immagine-2023-04-23-114134-150x171.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Immagine-2023-04-23-114134-300x342.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Immagine-2023-04-23-114134-696x793.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Immagine-2023-04-23-114134-369x420.jpg 369w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /></p>
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<p>Aggrappati ai parafanghi degli ultimi camions tedeschi, hanno fatto perdere le loro tracce alcuni dei professionisti del recentissimo terrore neo; sperano forse, trasferendosi in zone sconosciute, di sfuggire all’immancabile giustizia.<br />
Altri ci hanno succeduto nei nascondigli e nelle tane: rimedio provvisorio anche quello, poiché le speranze che sostenevano noi, mancano del tutto a loro. Altri infine hanno già pagato il fio delle loro colpe e – riguardo ad essi – la partita è chiusa.<br />
Resta, del vasto, troppo vasto meccanismo fascista di ieri, la massa amorfa di quelli che non sono scappati né si sono nascosti, oppure, nascostisi i primi giorni, visto che “tutto era calmo” sono tornati fuori. E’ la massa di quelli che &#8220;non hanno fatto niente di male”, di quelli che “se no morivano di fame”, di quelli che “prima c’erano ma poi quand’hanno visto, ecc…” , di quelli che c’erano ma hanno sempre aiutato i patrioti” e così via. E, in mezzo a loro, un notevole aumento di ex-squadristi, ex-spie, ex-tedescofili, ex-spettatori dell’arma nuova che passeggiano indisturbati e magari, nei giorni festivi, coprono le slabbrature fatte all’occhiello dal distintivo con una coccardina o un garofanetto.<br />
Passeggiassero soltanto, non rappresenterebbero che una visione sgradevole ai nostri occhi, una ittitazione al nostro sistema nervoso, Il guaio è che non hanno ancora abbandonato le cariche e i posti che ricoprivano, su nomina e per meriti fascisti.<br />
E l’epurazione?<br />
L’epurazione, ci si risponde, è cosa difficile, delicata e, per necessità, lenta. Non si precipitino le cose: prima o poi tutti i nodi verranno al pettine.<br />
Interpretando il sentimento delle masse popolari il P.C.I. ritiene indispensabile per il bene del paese che l’epurazione sia fatta COMPLETAMENTE e SUBITO.<br />
COMPLETAMENTE perché non possiamo, nell’immane lavoro di ricostruzione morale e materiale che ci attende trascinarci dietro pesi morti e ostili che continuerebbero ai nostri danni un sabotaggio attivo o passivo di cui già in certi ambienti locali abbiamo cominciato a subodorare l’esistenza. Fatti come lo scandalo della fuga di Roatta da Roma nel febbraio scorso ci dicono chiaramente come le forze reazionarie-fasciste continuino a operare nascostamente, ove non si provveda a una severa epurazione, estesa a tutte le pubbliche istituzioni. La resistenza dei residui fascisti ha fini manifestamente antinazionali: mira a gettare sull’Italia il discredito, a determinare condizioni di scontentezza, di disagio materiale e morale, tali da per mettere il risorgere di velleità imperialistico-irredentistiche e con esse il ritorno al potere di cricche fascisteggianti. Nei tafferugli avvenuti in questi giorni a Roma per la delicatissima questione triestina, vediamo ancora la quinta colonna fascista all’opera. Con manifestazioni di piazza fuor di proposito si tenta di stornare dall’Italia la stima che il mondo le tributa oggi per le vittorie dei patrioti nell’Italia settentrionale.<br />
SUBITO va fatta l’epurazione, perché se vogliamo cominciare a ricostruire bisogna<br />
&#8211; come disse il compagno Togliatti – “bruciare i ponti col passato”. Non possiamo riedificare che su nuove fondamenta, abbiamo bisogno di vederci attorno, in tutti i campi, un ambiente rinnovato ed entusiasta. Quello che oggi è facile, domani potrà essere difficile. Bisogna evitare che le cricche reazionarie, asserragliate nelle pubbliche istituzioni, si organizzino per la resistenza, come pattelle che si attaccano allo scoglio se non si è lesti a staccarle. Bisogna evitare che dette cricche usino della compiacenza di qualche partito dalle vedute incerte per rientrare nell’agone politico, e servano a sleali interessi conservatori per controbilanciare le forze a danno naturalmente delle aspirazioni delle classi lavoratrici.<br />
Nelle amministrazioni provinciali e comunali coprono ancora cariche direttive persone notevolmente compromesse col passato regime che si fanno scudo d’una pretesa apolitica delle loro mansioni. Non v’è apoliticità che tenga: chi ha bazzicato fino adesso coi pezzi grossi del germanesimo o del brigantaggio nero non creda che siano cambiati solo i titolari delle ditta. Altri, &#8211; mentre egli sedeva in poltrona tranquillo e invulnerabile – piuttosto che collaborare con la oppressione hanno preferito sottoporre se stessi e le proprie famiglie a tutte le sofferenze.<br />
Ora è giunta l’ora di quello che i fascisti chiamavano il cambio della guardia.<br />
Anche riguardo agli organismi d’ordine pubblico si sente parlare d’apoliticità: cosa assurda in un regime che aveva tutte le sue fondamenta nella polizia. Qui non basta cambiare i dirigenti, qui c’è tutto da rifare!<br />
Ed ancora rimangono alle cattedre di istituti scolastici insegnanti che fino all’ultimo avevano dalle stesse cattedre fatta professione della più settaria fascistofilia. Verrà a questi stessi insegnanti dato il compito di rifare una coscienza politica alla nostra disorientata gioventù?<br />
E quegli ufficiali del più inglorioso esercito che mai si vide, quei repubblichini che fino a ieri godettero di stipendi favolosi e di una immunità senza limiti, pretenderanno di potere – come ora possono girare indisturbati – entrare domani a far parte del nuovo esercito dell’Italia libera?<br />
Questo per le istituzioni pubbliche. Ma anche va riveduta la posizione di molti imprenditori privati che erano riusciti con intrighi politici ad ottenere monopoli locali, forniture lucrose; di molti profittatori che hanno fatto i milioni collaborando coi tedeschi e hanno negato le migliaia di lire ai partigiani.<br />
Nè certi squadristi che si danno arie di martiri perché sono stati guardiafili, credano che i misfatti recenti abbiano fatto dimenticare gli antichi. Bisogna risalire alle cause. Chi per primo marciò, manganello alla mano, contro i diritti della classe operaia, ha le più gravi responsabilità della rovina del paese. Non è più il tempo dello idialliaco luglio ‘43 in cui ci si chiedeva se i delitti degli squadristi non erano caduti in proscrizione. Giustizia dev’esser fatta al più presto di tutti i crimini commessi 25 anni fa, come si sta facendo dei recenti.<br />
Solo quando avremo depennato con striscie di sangue tutti i nomi delle liste nere, potremo cominciare la parte positiva del nostro cammino.<br />
“Non pronunciamo parole d’odio, né chiediamo vendetta – ha detto Togliatti – ma soltanto giustizia per il popolo italiano. Noi chiediamo che vengano puniti i responsabili della catastrofe”.</p>
<p><em>NdR: il testo di Italo Calvino che precede è tratto dal volume &#8220;Italo Calvino, Il partigiano Santiago&#8221;, di Daniela Cassini e Sarah Clarke Loiacono (con contributi di Vittorio Detassis, Massimo Novelli e Manuela Ormea), appena pubblicato da <a href="https://fustaeditore.it/shopping/">Fusta Editore</a>, con il sostegno dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, <a href="http://www.isrecim.it/">I.S.R.E.C.Im.</a>). Pubblicato su &#8220;La Nostra Lotta&#8221; (Anno I &#8211; N. 4; Sanremo, 7 maggio 1945), organo del PCI di Sanremo, diretto da Lodovico Luigi Millo (Calvino era condirettore), fino a questo momento non era stato ripubblicato nella sua interezza.</em></p>
<p><em>L&#8217;immagine rappresenta un messaggio fatto pervenire dallo scrittore ai genitori durante la sua clandestinità.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-102844" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/COPERTINA-Italo-Calvino-partigiano-211x300.jpg" alt="" width="350" height="498" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/COPERTINA-Italo-Calvino-partigiano-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/COPERTINA-Italo-Calvino-partigiano-150x213.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/COPERTINA-Italo-Calvino-partigiano-300x427.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/COPERTINA-Italo-Calvino-partigiano-295x420.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/COPERTINA-Italo-Calvino-partigiano.jpg 450w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
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<p><em>Questa la presentazione del libro del risvolto:</em></p>
<p>cento anni dalla nascita di Italo Calvino era doveroso<br />
ritessere la trama intorno alla esperienza<br />
diretta e vitale da lui vissuta nella Resistenza, che<br />
si svolse nei suoi boschi e nel suo paesaggio e che<br />
poi lo accompagnerà per sempre, come dimostra<br />
l’insieme delle sue opere.<br />
Alla lotta di Liberazione Calvino diede un contributo<br />
originale come narratore, testimone e<br />
interprete che lo solleva senz’altro ai vertici della<br />
letteratura nazionale della Resistenza, con Beppe<br />
Fenoglio, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Primo Levi<br />
e Luigi Meneghello.<br />
In questo libro antologico vengono evocate le sue<br />
parole perfette, la sua capacità di cogliere il reale<br />
e insieme la visione, nella ricerca costante del<br />
senso “di ciò che appare e scompare”.<br />
Questo percorso di memoria parte dalle pubblicazioni<br />
fondamentali sulla storia della Resistenza<br />
nella I Zona Liguria, dai preziosi documenti originali<br />
dell’Archivio Storico dell’Istituto Storico della<br />
Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia,<br />
dai fervidi giornali della Resistenza e della Liberazione<br />
a cui Italo Calvino collaborò come giovane<br />
giornalista, cronista e curatore della stampa<br />
partigiana e dalla riproposizione dei suoi articoli.<br />
Arriva in ne ai documenti unici e inediti dell’Archivio<br />
privato Giacometti-Loiacono, che svelano<br />
nuovi elementi di questa storia appassionata di<br />
giovani partigiani e partigiane attraverso racconti,<br />
poesie, lettere, appunti… e che raccontano<br />
una ricchezza di esperienze e di vite tra il Ponente<br />
ligure, Sanremo, il Piemonte e Torino, il mondo».<br />
Documenti, fotogra e, scritti d’archivio, approfondimenti,<br />
inediti a corredo dell’opera raccontano<br />
di giovani vite, storie politiche e umane della<br />
generazione degli anni di cili, scorci di biogra e<br />
che parlano di impegno per la libertà e la giustizia,<br />
per l’a ermazione di una civiltà progredita<br />
dal punto di vista politico, sociale, economico,<br />
culturale.</p>
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<p><em>E qui di seguito l&#8217;introduzione del volume:</em></p>
<p>SE IN UN GIORNO D’APRILE UNO SCRITTORE</p>
<p><em>Italo Calvino: militante, testimone, interprete della Resistenza sanremese.</em></p>
<p>di <strong>Daniela Cassini</strong> e <strong>Vittorio Detassis</strong></p>
<p>Non sono molti i passi del primo romanzo di Calvino in cui l’autore abbandona il consueto iter narrativo, tra picaresco e fiabesco, di Pin e dei suoi compagni di ventura per inoltrarsi in una meditata riflessione sulle motivazioni profonde, a un tempo esistenziali ed etico-politiche, della Resistenza armata. Tra questi passi il più esplicito e ragionato è là dove il commissario Kim spiega ai compagni la differenza tra <strong>loro</strong> e <strong>noi</strong>, tra fascisti e partigiani. Per concludere infine: questo, nient’altro che questo è la storia.<br />
“Quel peso di male” dice Kim “che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi, a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro sé stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.” (Italo Calvino, <em>Il sentiero dei nidi di ragno</em>, Milano Oscar Mondadori, 2022, pag. 106).<br />
A cento anni dalla nascita dello scrittore era doveroso ritessere una trama intorno alla esperienza diretta e vitale da lui vissuta  nella Resistenza, che si svolse nei suoi boschi e nel suo paesaggio e che poi lo accompagnerà per sempre, come dimostra l’insieme delle sue opere.<br />
Alla lotta di Liberazione Calvino diede un contributo originale come narratore, testimone e interprete che lo solleva senz’altro ai vertici della letteratura nazionale della Resistenza, con Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Primo Levi e Luigi Meneghello.<br />
In questo libro antologico vengono evocate le sue parole perfette, la sua capacità di cogliere il reale e insieme la visione, nella ricerca costante del senso “di ciò che appare e scompare”.<br />
Questo percorso di memoria viene  inquadrato partendo dalle pubblicazioni fondamentali sulla storia della Resistenza nella I Zona Liguria, dai preziosi documenti originali dell’Archivio Storico dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, dai fervidi giornali della Resistenza e della Liberazione a cui Italo Calvino collaborò come giovane giornalista, cronista e curatore della stampa partigiana e dalla riproposizione dei suoi articoli.<br />
Per arrivare ai documenti unici e inediti dell’Archivio privato Giacometti-Loiacono, che svelano nuovi elementi di questa storia appassionata di giovani partigiani e partigiane attraverso racconti, poesie, lettere, appunti… e che raccontano una ricchezza di esperienze e di vite tra il Ponente ligure, Sanremo, il Piemonte e Torino, il mondo.<br />
Calvino inizia il suo viaggio di uomo e di scrittore dalla narrazione non agiografica di quell’ <em>Epopea dell’esercito scalzo</em>  che lo àncora a ideali e valori della Resistenza, in una rara coerenza intellettuale e morale.<br />
Fattosi scrittore dallo sguardo etico, come lo definisce Francesco Biamonti, intellettuale impegnato, curioso e complesso, militante del dubbio e della continua proiezione verso un cambiamento possibile, per Calvino era stata centrale da subito, nell’inquieto e problematico dopoguerra, la questione dell’<em>engagement</em>, e cioè dell’impegno politico degli scrittori, posta con forza all’attenzione degli intellettuali antifascisti da Jean Paul Sartre così come da altri noti autori quali André Malraux e Albert Camus in Francia, George Orwell e Bertrand Russell in Inghilterra, Thomas Mann e Bertolt Brecht in Germania, Alberto Moravia e Pierpaolo Pasolini in Italia, per citare solo alcuni degli intellettuali più prestigiosi di quell’epoca.<br />
L’osservazione del “lancinante mondo umano”, la cui prima scoperta avvenne proprio con la partecipazione alla Resistenza, continuerà sempre nel corso della sua vita e della sua scrittura anche se da una posizione più defilata ma cosciente e responsabile, in una ricerca continua di “fili da dipanare e cose da guardare”.<br />
Sin dagli esordi di scrittore, la dimensione entro cui Calvino si muove concede poco al colore locale. L’ambiente naturale è ostensivamente realistico e puntualmente riconoscibile così come il labirintico contesto urbano della Sanremo Vecchia, la Pigna, con i suoi carrugi e cortili avari e a un tempo avidi di luce e calore solare, così come pure la dolente umanità dei suoi abitanti, razza di <em>miserabili</em> votati al <em>magaiu</em>, al frantoio o alla fornicazione.<br />
A ben vedere, l’infanzia di Pin assomiglia forse più a quella di Rosso Malpelo che a quella dell’Ivan di Tarkovskij, ma c’è, per Pin, la via di fuga, la strada di San Giovanni, il Sentiero dei nidi di ragno, la montagna tutta da scalare della Resistenza.<br />
In alto, sui lenti crinali inondati di luce, quasi magicamente sospeso a un invisibile raggio di sole, volteggia irraggiungibile il falco. Più sotto, a tiro di schioppo, ruota pigramente il corvo. Ma tu, tu non t’ingannare. Tu, imberbe soldato tedesco o imberbe partigiano di Pigna, non chiederti per chi suona la campana. Essa suona pur sempre per te.</p>
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		<title>Italo Calvino. Sanremo e dintorni (Il Palindromo, 2023)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/08/italo-calvino-sanremo-e-dintorni-il-palindromo-2023/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Feb 2023 06:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[il palindromo]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[sanremo]]></category>
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					<description><![CDATA[Pur senza dargli i natali, la città di Sanremo è centrale nella biografia di Italo Calvino perché vi trascorse gli anni fondamentali della sua formazione. «San Remo continua a saltar fuori nei miei libri, nei più vari scorci e prospettive» dichiarò lo scrittore in una celebre intervista. E proprio su questi scorci in cui si [&#8230;]]]></description>
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<p>Pur senza dargli i natali, la città di Sanremo è centrale nella biografia di Italo Calvino perché vi trascorse gli anni fondamentali della sua formazione. «San Remo continua a saltar fuori nei miei libri, nei più vari scorci e prospettive» dichiarò lo scrittore in una celebre intervista. E proprio su questi scorci in cui si può riconoscere o intravedere Sanremo si articola l’itinerario proposto, poco più di quaranta tappe distribuite fra la città e l’entroterra. Mappa alla mano il lettore potrà seguire le tracce dell’opera calviniana, cercare il sentiero dei nidi di ragno e l’albero del barone rampante, ritrovare fra le strade di Sanremo le impalpabili città invisibili.<br />
Il progetto di itinerario letterario è stato promosso dal Comune di Sanremo per celebrare il centenario della nascita dello scrittore (1923- 2023) e si è realizzato attraverso la collaborazione tra l’Università degli Studi di Genova, le scuole del territorio e l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.<br />
Questa guida è curata da Veronica Pesce e il progetto di itinerario è stato elaborato da Laura Guglielmi e Veronica Pesce. Il volume contiene in allegato la mappa letteraria della città con indicate le tappe della vita e dei riferimenti alle opere di Italo Calvino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Prefazione al libro di<strong> Laura Guglielmi</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>I luoghi, le parole. Italo Calvino, Sanremo e dintorni</em></p>
<p>Italo Calvino ci ha insegnato a leggere con uno sguardo inedito il paesaggio di Sanremo e della Riviera Ligure. Ha scavato in profondità nelle pieghe del territorio e ci ha restituito pagine di straordinaria intensità. Il lavoro portato avanti dagli studenti dell’Università di Genova sotto la guida di Veronica Pesce e mia ha cercato di portare alla luce la stretta relazione tra i luoghi sanremesi e le opere dello scrittore. Calvino stesso ci autorizza a compiere questa operazione, in quel racconto paradigmatico che è la <em>Strada di San Giovanni</em>:</p>
<p><em>Ci vivevo in mezzo e volevo essere altrove. Di fronte alla natura restavoindifferente, riservato, a tratti ostile. E non sapevo che stavo anch’io cercando un rapporto, forse più fortunato di quello di mio padre, un rapporto che sarebbe stata la letteratura a darmi, restituendo significato a tutto, e d’un tratto ogni cosa sarebbe divenuta vera e tangibile e possedibile e perfetta, ogni cosa di quel mondo ormai perduto.</em></p>
<p>L’agronomo Mario Calvino, padre di Italo, d’estate obbligava i figli ad accompagnarlo nell’orto di proprietà a San Giovanni. Il giovane Italo avrebbe preferito fare tutt’altro. Era attratto dalla città «il resto era spazio bianco, senza significati; i segni del futuro mi aspettavo di decifrarli laggiù da quelle vie, da quelle luci notturne che non erano solo le vie e le luci della nostra piccola città appartata, ma la città uno spiraglio di tutte le città possibili».</p>
<p>Due strade che divergono, inconciliabili per il giovane Italo ma che, in seguito, si uniscono e trovano un’armonia narrativa. La campagna e la città sono due aspetti spesso presenti nella produzione dello scrittore e, ideando l’itinerario che troverete in questa guida letteraria, si è giocato a individuare, per me una volta di più, quali potessero essere le suggestioni visive depositate nel labirintico immaginario di Italo Calvino.</p>
<p>Azzarderei un’ipotesi: per Calvino non esiste una “terra madre”, ma una “terra padre”. Eva Mameli, la mamma dello scrittore, botanica di grande prestigio, era di origine sarda, mentre l’ambiente in cui si muove «lo scoiattolo della penna», come Cesare Pavese aveva soprannominato lo scrittore sanremese, è la Liguria di Ponente, che il padre conosceva a menadito e che avrebbe voluto i figli amassero quanto lui.</p>
<p>Passati gli anni adolescenziali, connotati da un forte contrasto con il papà Mario, che «del mondo vedeva solo le piante e ciò che aveva attinenza con le piante, e di ogni pianta diceva ad alta voce il nome, nel latino assurdo dei botanici», Calvino ormai adulto sente una intensa nostalgia per quello che non è più e mai potrà più essere. Il paesaggio di Sanremo, alla fine dell’Ottocento, uno dei più belli del nord del Mediterraneo, a partire dagli anni Cinquanta è stato devastato dalla <em>speculazione edilizia</em>, come racconta in uno dei suoi testi più <em>militanti</em>. E come scrive nel <em>Barone rampante</em>, gli umani «sono stati presi dalla furia della scure».</p>
<p>Quella vegetazione rigogliosa, quel bosco fitto di lecci, ulivi, aranceti, fichi, allori, dove Cosimo sceglie di trascorrere la sua vita, appollaiato sui rami, non esiste più. Ora è tutto «un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l’altro» (<em>La speculazione edilizia</em>).</p>
<p>Se Mario Calvino non è riuscito a salvaguardare quel territorio che era stato la ragione della sua esistenza di scienziato, il figlio scrittore lo recupera e lo salva nel testo letterario. E la città, con il suo contesto geografico e naturale, diventa un variegato spazio linguistico non per questo meno vero. Tale trasposizione in parola e narrazione rivela uno dei compiti più importanti della scrittura per Italo Calvino: osservare, sondare e mappare la forma e la memoria di un territorio, riportando alla luce un mondo che non esiste più nella realtà, ma di cui si avverte ancora la presenza resistente nelle tracce disperse di una possibilità d’essere che è stata sistematicamente e brutalmente cancellata.</p>
<p>Nel 1999 ho portato alla New York University, in occasione delle celebrazioni che Giovanna Calvino aveva organizzato per ricordare il padre a New York, una mostra che metteva in risalto la Sanremo degli anni Trenta, attraverso foto d’epoca. Quelle immagini hanno attraversato l’Atlantico, solo perché accompagnate dai testi di Calvino. La mia ricerca iconografica non avrebbe destato alcun interesse senza la connessione con i luoghi dello scrittore.</p>
<p>Le descrizioni letterarie, quindi, sono ancora più necessarie delle immagini fotografiche perché rivelano la storia intima dei luoghi, lo scopo del loro esistere, e mettono in luce con chiarezza che la Storia avrebbe potuto seguire altri percorsi, che la Sanremo di oggi è solo una delle ipotesi possibili. La produzione dello scrittore, quindi, diventa anche un archivio che si stratifica e aiuta il lettore a decifrare lo spazio sociale, storico e geografico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Tappa </strong><strong>28</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>via Roglio – </em>Il sentiero dei nidi di ragno</p>
<p>Prima della copertura, il torrente San Francesco scorreva a valle della Pigna, parallelamente a via Porte Candelieri. Questa zona è oggi quasi irriconoscibile per l’opera di tombinatura dell’alveo del torrente. Occorre dunque un certo sforzo d’immaginazione, per rileggere questo passo del <em>Sentiero dei nidi di ragno</em>:</p>
<p><em>Pin va per i sentieri che girano intorno al torrente, posti scoscesi dove nessuno coltiva. Ci sono strade che lui solo conosce e gli altri ragazzi si struggerebbero di sapere: un posto, c’è, dove fanno il nido i ragni, e solo Pin lo sa ed è l’unico in tutta la vallata, forse in tutta la regione: mai nessun ragazzo ha saputo di ragni che facciano il nido, tranne Pin… […] Lì, tra l’erba, i ragni fanno delle tane, dei tunnel tappezzati d’un cemento d’erba secca; ma la cosa meravigliosa è che le tane hanno una porticina, pure di quella poltiglia secca d’erba, una porticina tonda che si può aprire e chiudere. </em>(Il sentiero dei nidi di ragno)</p>
<p>Ma è vero che i ragni fanno il “nido”? Meglio parlare di “tane” o “cunicoli” che alcune specie di ragni fossori scavano nel terreno. Si tratta di ragni del genere <em>Nemesia</em>, che vivono all’interno di tane verticali scavate nel terreno e rivestite di tela, protette in superficie da una botola intessuta dal ragno stesso.</p>
<p><em>È notte: Pin ha scantonato fuori dal mucchio delle vecchie case, per le stradine che vanno tra orti e scoscendimenti ingombri di immondizie. Nel buio le retimetalliche che cintano i semenzai gettano una maglia d’ombre sulla terra grigiolunare […] È una scorciatoia sassosa che scende al torrente tra due pareti di terra ed erba. </em>(Il sentiero dei nidi di ragno)</p>
<p>In questo posto segreto che solo lui conosce, Pin ha nascosto la pistola sottratta al soldato tedesco. Appena fuori dalla Pigna, Pin si muove fra «orti e scoscendimenti ingombri di immondizie». La descrizione non è dissimile da quella che si legge nella <em>Strada di San Giovanni</em>:</p>
<p><em>Al di là </em>[del torrente San Francesco] <em>si levava, come una quinta, – il torrente era nascosto giù in fondo, con le canne, le lavandaie, il lerciume dei rifiuti sotto il ponte del Roglio, – la riva di Porta Candelieri, dov’era uno scosceso terreno ortivo allora di nostra proprietà. </em>(La strada di San Giovanni)</p>
<p>Difficile dire se Calvino abbia davvero visto qui i ragni che scavano queste tane, ma la descrizione offerta nel <em>Sentiero</em>, accanto a quella più riconoscibile nella <em>Strada di San Giovanni</em>, ci rinviano al torrente San Francesco che ancor oggi scorre, pur completamente coperto, sotto «la riva di Porta Candelieri», nell’attuale via San Francesco. Lo scenario calviniano è totalmente cancellato. Perduto alla vista il torrente, insieme con le scorciatoie scoscese, gli orti, il ponte del Roglio, fors’anche i ragni, con i loro “nidi”, ci resta soltanto (ma non pare poca cosa!) la straordinaria forza di una bellissima pagina della nostra letteratura.</p>
<p>→ <em>Proseguire su via Roglio, rondò Volta e via Volta, svoltando poi a sinistra in via Meridiana</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Tappa </strong><strong>29</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>via Meridiana – Villa Meridiana</em></p>
<p><em>Una spiegazione generale del mondo e della storia deve innanzitutto tenerconto di com’era situata casa nostra nella regione un tempo detta «punta di Francia», a mezza costa sotto la collina di San Pietro, come a frontiera tra due continenti. In giù, […] la città coi marciapiedi le vetrine i cartelloni dei cinema […] in su, bastava uscire dalla porta di cucina […] e subito si era in campagna, su per le mulattiere acciottolate, tra muri a secco e pali di vigne e il verde</em>. (La strada di San Giovanni)</p>
<p>Quasi irriconoscibile rispetto alla forma che Mario Calvino a partire dal 1925 le aveva dato, facendone la sede della Stazione sperimentale di floricoltura «Orazio Raimondo», oggi Villa Meridiana si presenta soffocata dai palazzi e priva di quel parco che la rendeva unica con i suoi circa 3000 mq. di estensione e la presenza di oltre quattrocento varietà di piante tropicali.</p>
<p>Luogo essenziale nella biografia dell’autore, che l’abitò fino all’età di 22 anni, è l’origine prima del suo sguardo sul mondo «sempre come su un balcone, affacciato a una balaustra […] teatro il cui proscenio s’apre sul vuoto». La villa appare e riappare, senza soluzione di continuità, in tutta l’opera di Calvino, soprattutto la prima, più legata alle origini sanremesi.</p>
<p>È il caso del racconto <em>Un pomeriggio,Adamo, </em>che apre la raccolta <em>Ultimo viene il corvo</em>. La villa non è mai nominata, ma la riconoscibilità della figura di Libereso (cfr. tappa 36) e l’ambientazione nel giardino non lasciano dubbi: «Libereso si mise a girare tra le calle. Erano tutte sbocciate, le bianche trombe al cielo. Libereso guardava dentro ogni calla, ci frugava dentro con due dita e si nascondeva qualcosa nella mano stretta a pugno. […] Libereso schiuse le sue mani […] piene di cetonie, cetonie di tutti i colori. Le più belle erano le verdi, poi ce n’erano di rossicce e di nere, e una anche turchina» (<em>Un pomeriggio Adamo</em>)<em>.</em></p>
<p>Ha indubbie parentele con Villa Meridiana, pur nello slittamento diacronico, anche la villa</p>
<p>di Ombrosa, proprietà dei Baroni Piovasco di Rondò:</p>
<p><em>Fu il 15 di giugno del 1767 […] Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. […] Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: </em>‒ <em>Hodetto che non voglio e non voglio! </em>‒ <em>e respinse il piatto di lumache. Mai s’era vista disubbidienza più grave. </em>(Il barone rampante)</p>
<p>E forse ancor più della proprietà dei Piovasco di Rondò, guarda a Villa Meridiana il giardino della confinante proprietà dei Marchesi  d’Ondariva. Lo sfoggio di presenze esotiche non può che richiamare l’attività di Mario Calvino presso la stazione di floricultura da lui diretta:</p>
<p><em>Infatti, digià il padre degli attuali Marchesi, discepolo di Linneo, avevamosso tutte le vaste parentele che la famiglia contava alle Corti di Francia e d’Inghilterra, per farsi mandare le più preziose rarità botaniche delle colonie, e per anni i bastimenti avevano sbarcato a Ombrosa sacchi di semi, fasci di talee,arbusti in vaso e perfino alberi interi. </em>(Il barone rampante)</p>
<p>L’epilogo è tristemente noto: prima di essere venduta dopo la morte di Eva Mameli (1979) e totalmente trasfigurata, privata di quasi tutto il giardino, la villa aveva già subito una prima decurtazione alla morte del padre (1951) con l’edificazione di un condominio nella parte più bassa del giardino. <em>La speculazione edilizia </em>(pur senza mai nominare Sanremo né tantomeno Villa Meridiana) racconta proprio questo primo intervento, restituendo insieme con esso il clima generale di un’epoca con tutte le sue contraddizioni (cfr. tappa 17):</p>
<p><em>La frase: – Se tutti costruiscono perché non costruiamo anche noi? – che egli aveva buttato lì un giorno conversando con Ampelio in presenza della madre, e l’esclamazione di lei, a mani alzate verso le tempie: – Per carità! Povero il nostro giardino! – erano state il seme di una ormai lunga serie di discussioni, progetti, calcoli, ricerche, trattative. Ed ora, appunto, Quinto faceva ritorno alla sua città natale per intraprendervi una speculazione edilizia. </em>(La speculazione edilizia)</p>
<p>→ <em>Ritornare in via Volta e proseguire ancora in direzione levante</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>LINA MEIFFRET partigiana e letterata, amica del giovane Calvino.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Apr 2022 05:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Daniela Cassini]]></category>
		<category><![CDATA[italo calvino]]></category>
		<category><![CDATA[Lina Meiffret]]></category>
		<category><![CDATA[lotta partigiana]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Sarah Clarke]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-97467" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/meiffret.jpg" alt="" width="648" height="586" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/meiffret.jpg 648w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/meiffret-300x271.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/meiffret-150x136.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/meiffret-464x420.jpg 464w" sizes="(max-width: 648px) 100vw, 648px" /></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Daniela Cassini</strong> e <strong>Sarah Clarke</strong></p>
<p style="text-align: center;">da “LINA, PARTIGIANA E LETTERATA,<br />
AMICA DEL GIOVANE CALVINO”.<br />
Lettere, poesie e scritti inediti di Lina Meiffret. <br />
Contributi di Donatella Alfonso e Romano Lupi<br />
FUSTA EDITORE<br />
ISTITUTO STORICO DELLA RESISTENZA ED ETA’ CONTEMPORANEA di Imperia</p>
<p style="text-align: center;"><strong>CAPITOLO I</strong></p>
<p style="text-align: center;">«&#8230;<em> Lina Meiffret, prima partigiana</em>»</p>
<p>Italo Calvino, partigiano della Resistenza sanremese e allora giovane scrittore, scrive così di Lina Meiffret il 1 maggio 1945 nell’articolo Ricordo dei Partigiani vivi e morti su<em> La Voce della Democrazia</em>, giornale di cui era Direttore il dottor Lodovico Luigi Millo:</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #ff0000; background-color:#ffffff; padding: 15px 15px 1px 15px;">
<p align="justify">«&#8230; E pure morì sotto il martirio nazista l’animatore d’una delle prime bande a Baiardo: Brunati, il partigiano poeta. E la triste Germania inghiottì Lina Meiffret, prima partigiana».<br />
Nel racconto appassionato delle gesta dei protagonisti della dura resistenza al nazi-fascismo, tra il ricordo di Cascione, Brunati, il Curto, Vittò, Erven, Gino, il Cion, Aldo e tanti altri eroi, ecco che Calvino cita Lina Meiffret, unica donna, «prima partigiana».</p>
</blockquote>
<p>Abbiamo potuto leggere i giornali originali usciti nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione e ci siamo immerse – tra quelle pagine ingiallite ma ancora vivide – in un mondo di storie, sentimenti, emozioni, attimi febbrili, avvenimenti epocali e quotidianità, propositi per il futuro.<br />
Nel primo numero uscito dopo la Liberazione de <em>La Voce della Democrazia</em> il 27 aprile 1945, spiega il Direttore Millo nel fondo:</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #ff0000; background-color:#ffffff; padding: 15px 15px 1px 15px;">
<p align="justify">«Gli oppressori tedeschi hanno lasciato Sanremo, le forze della liberazione sono giunte: siamo liberi. Siamo riuniti nella nostra redazione e la commozione non ci permette di profferire una parola. Abbiamo abbandonato gli angoli scuri e più impensati dove ci riunivamo per tenere viva la fiamma della nostra fede e possiamo alla luce del sole pubblicare il nostro giornale. Non più nascosti dietro mura fidate, ma tra il popolo, oggi ti possiamo leggere “Voce della Democrazia”! Non tutti hanno la fortuna di comprendere la sublime bellezza di questi istanti, soltanto chi ha combattuto sulle montagne, chi ha cospirato in città, subìto le percosse e le torture della polizia nazi-fascista può inebriarsi al profumo di questa magnifica giornata di Aprile.<br />
Purtroppo il ricordo di tanti compagni caduti sotto il piombo teutonico e fascista, ci rende pensierosi e tristi; li abbiamo tutti dinanzi agli occhi, come noi essi attendevano quest’ora, avevano la nostra fede, il nostro entusiasmo e per questo furono massacrati. Li abbiamo visti cadere nelle imboscate in montagna, in pericolose missioni in città, sotto il piombo dei plotoni di esecuzione: tutti dei veri eroi. Nomi non ne facciamo; sono troppi, il popolo li conosce perché sono i suoi figli».</p>
</blockquote>
<p>E ancora Italo Calvino nel fondo «Primo maggio vittorioso» (<em>La Voce della Democrazia</em>, 1 maggio 1945) esprime dolore e speranza:</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #ff0000; background-color:#ffffff; padding: 15px 15px 1px 15px;">
<p align="justify">«Prendiamoci per mano oggi, uomini e donne di tutto il mondo, sfiliamo per le strade delle nostre città in rovina, cantiamo, se il nodo di commozione che ci stringe la gola non ce lo impedisce: è il primo maggio, il primo maggio più radioso che l’umanità abbia festeggiato finora».</p>
</blockquote>
<p>Tra le tante storie incontrate, in un campo largo che ha unito intenti e percorsi diversi, abbiamo voluto approfondire con curiosità e passione la storia di una figura rimasta ai margini, di cui (con l’aiuto di resoconti storici, voci di cultori di storia locale e testimoni eccellenti) abbiamo mano a mano scoperto l’originalità e la profondità, quella di Lina Meiffret, «gentile di natura ma con un forte nucleo di determinazione», come la ricordano e «nota idealista nemica dichiarata in campo aperto del fascismo e del nazismo», come risulta dall’Ufficio di Polizia Politica all’A.M.G. di Bordighera.<br />
Il ricordo commosso di Lina Meiffret quale «&#8230; prima partigiana», fatto da Italo Calvino e citato all’inizio, vuole infatti riconoscere il ruolo della partigiana che ha messo a disposizione se stessa e la propria capacità di azione e di ingegno nella lotta antifascista, prima e dopo l’8 settembre 1943, purtroppo vittima della crudeltà e della disumanità del drammatico periodo storico.<br />
Solo qualche accenno per rappresentarne la pienezza di coinvolgimento. Subito dopo l’8 settembre, per iniziativa di Renato Brunati («figura ardimentosa e romantica») e «l’eroica Meiffret» si costituì la prima banda partigiana della zona di Sanremo, in contemporanea con quella di Felice Cascione ad Imperia.<br />
Brunati e Meiffret raccolsero una trentina di giovani, tra Sanremo e Bordighera, a Baiardo nella villa della stessa Lina, «la sola donna del gruppo».<br />
Con loro vi è anche Bruno Erven Luppi che diverrà più tardi l’animatore instancabile di un glorioso distaccamento garibaldino, medaglia d’argento al Valor Militare.<br />
Attorno a questa banda ruotò tutta la successiva azione del primo CLN di Sanremo e degli uomini che lavoravano alla preparazione di un vasto movimento partigiano nella zona.<br />
Nell’ottobre e novembre 1943 vi furono anche i primi tentativi di organizzazione politica: si era costituito un primo Comitato per le Libertà Democratiche, interpartitico, a cui Lina Meiffret partecipò in rappresentanza del P.C.I. con Bruno Erven Luppi, Umberto Farina, Marco Donzella, Nino Bobba, Nanni Calvini, che si riuniva in un palazzo di proprietà di Lina nel centro di Sanremo. A questo organismo seguì la costituzione del vero e proprio CLN cittadino sanremese.<br />
Lina Meiffret prese parte in quel periodo ad importanti incontri strategici con rappresentanti di altri CLN territoriali (Torino) circa l’organizzazione della futura lotta.<br />
Nella narrativa ufficiale sempre presentata come nome di sfondo, Lina Meiffret è stata come vedremo una figura di primo piano nell’azione e nell’organizzazione politica della Resistenza tra Sanremo, Baiardo e Bordighera, in contatto con tante personalità intellettuali amiche e sodali, da Italo Calvino a Renato Brunati (i più vicini), a Beppe Porcheddu, Guido Hess Seborga e il gruppo torinese di antifascisti collegati da Alba Galleano, moglie di Seborga e partecipe attiva degli ambienti culturali e della Resistenza (Giorgio Agosti, Galante Garrone, Ada Gobetti, Vincenzo Ciaffi, Oscar Navarro, Silvia Pons, Anna Salvatorelli, Raf Vallone, Giorgio Diena, Piero Bargis, Domenico Zuccaro, Luigi Spazzapan, Umberto Mastroianni, Carlo Musso&#8230;). Con parte di questi Lina intrattenne un proficuo scambio ideale e letterario da allora e per tutta la vita; un gruppo di intellettuali che hanno guardato al mondo e che per le strade del mondo sono poi andati.<br />
Una ricchezza di esperienze che caratterizzerà tutta la sua esistenza, senza tradire mai il suo profilo personale di donna dalla estrema riservatezza.<br />
La Resistenza delle donne è stata per lungo tempo una «Resistenza taciuta», un silenzio prolungato sul reale ruolo rivestito da migliaia di donne ignorate dalla storiografia ufficiale, considerate semplici figure di complemento all’eroe partigiano.<br />
L’eroismo vissuto in quel periodo di vera guerra civile va condiviso con le tante donne di cui, dagli anni ’70 e sempre di più, si è andata raccogliendo la memoria anche a livello locale con interviste, documenti, testimonianze che consolidano la coscienza sull’importanza della partecipazione femminile alla Resistenza.<br />
Tante sono le ricerche, le pubblicazioni, le tesi di laurea che ora meritoriamente fanno conoscere quelle storie e quelle vite, recuperate da un silenzio spesso volontario.<br />
Voci negli interstizi, in un flusso alla ricerca della soggettività delle donne nella storia orale italiana, come dice Luisa Passerini ne <em>Storie di donne e femministe</em> (Rosenberg &amp; Sellier, 1991).<br />
Dalle parole di Lina stessa vogliamo ricordare l’inizio del suo impegno contro il nazifascismo. Da queste parole emerge consapevolezza e risolutezza:</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #ff0000; background-color:#ffffff; padding: 15px 15px 1px 15px;">
<p align="justify">«L’8 settembre mi colse in piena attività cospirativa. Appartenente alla organizzazione attiva del Partito Comunista Italiano noi avevamo già predisposto i piani generali per una organizzazione efficace del movimento antifascista. Ammaestrati dagli insegnamenti della guerra partigiana che si conduceva in Russia ed altrove, io e Renato Brunati, che collaborava strettamente con me, quando alla data dell’armistizio dovemmo constatare che una resistenza inquadrata non era possibile nelle città e che la guerra si sarebbe prolungata per molto tempo, decidemmo [N.d.A.], d’accordo con i capi della nostra organizzazione, di formare dei nuclei nelle vicine montagne che avrebbero dovuto costituire il centro di attrazione dei numerosi sbandati dell’esercito Regio, e che avrebbero potuto, in un secondo tempo, creare vere e proprie bande partigiane.<br />
Nella mia villa di Baiardo costituii una specie di quartier generale, un centro di raccolta degli sbandati e di coloro che intendevano partecipare alla guerra partigiana, che già si profilava nella zona orientale della Provincia di Imperia. Qui Brunati ed io raccogliemmo un gruppo di giovani tra cui anche ufficiali dell’Esercito ed iniziammo la preparazione consistente nella raccolta delle armi, munizioni, viveri e materiale vario, che avrebbe dovuto formare la dotazione delle bande.<br />
Gruppi di nostri giovani battevano le cittadine e le campagne rastrellando armi. Fra l’altro un nostro gruppo assaltò la villa Marilì alla Foce [di Sanremo N.d.A.], dove venne asportata una mitragliatrice St. Etienne, 15 moschetti, 8 rivoltelle, munizioni, 35 coperte e bombe a mano… Armi e punizioni ci furono anche procurate dal gruppo di Pigati [Giovanni, azionista N.d.A.] e dalle cellule del Partito Comunista operanti a Sanremo.<br />
Peraltro noi non potevamo fidarci di tutti i nostri aderenti, molti dei quali, durante il mese di Ottobre 1943 incominciarono a sbandarsi in previsione di una controffensiva tedesca che si diceva imminente…<br />
Intanto noi approntavamo i piani per creare caposaldi montani che avrebbero dovuto far fronte ad una eventuale operazione nazifascista. Ma nel novembre 1943, i piani stessi ci vennero trafugati da un tenente che si era aggregato a noi e che poi si consegnò al nemico. Le notizie allarmistiche di una puntata germanica in forze contro Baiardo ed il pericolo di continui tradimenti nonché il fatto che nuclei di bande erano già in via di formazione nel retroterra, in posizione più difensiva vantaggiosa, ci indussero a sciogliere la nostra organizzazione.<br />
Abbandonando Baiardo riprendemmo la nostra azione cospirativa, ma il Brunati veniva arrestato dai tedeschi, trasportato a Marassi ed il 19/5/1944 fucilato al Turchino, ed io stessa arrestata per ordine del Maggiore Lena.<br />
Il resto è un’altra storia».</p>
</blockquote>
<p>(Dichiarazione ufficiale a firma Meiffret, su Resistenza Imperiese – Primi armati –<em> Documenti Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza ed Età Contemporanea di Imperia</em>, raccolti nel 1945-’46).</p>
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