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	<title>Italo Svevo Edizioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il mondo dipende da chi lo racconta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[albania]]></category>
		<category><![CDATA[Italo Svevo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli </strong> <br /> Questo piccolo libro ci ricorda che la letteratura ha il compito e il senso di continuare la tradizione del narrare, perché, checché ne dicano gli ignavi, noi possiamo sostenere la prova della nostra vita solo raccontando.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118492" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-654x1024.jpg" alt="" width="380" height="595" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-654x1024.jpg 654w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-768x1202.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-981x1536.jpg 981w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-150x235.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-300x470.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-696x1089.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Grazie a dio forse, e quindi raramente, abbiamo l’impressione che non tutto sia perduto. Per esempio che quella del narrare non sia un’arte ormai delusa o esausta, solo preda di calcoli residuali, ma una predestinazione insegnata più che altro dal vento, come era nei toni svitati del cantore prescelto quella sera attorno al fuoco.</p>
<p>Sicuro che esagero, ma mi sono venuti i toni elegiaci nel leggere <em>Ardesia</em>, della georgiana (ma da tempo vive a Palermo) Ruska Jorjoliani, da lei scritto in italiano e stampato da Italo Svevo (16 euro). Un piccolo libro in cui la protagonista, assai contigua alla narratrice, torna dall’Italia al paesino natale dove si trova per caso ad assistere alla riesumazione, la ricerca in un campo incolto delle ossa perdute del bisnonno, un irrequieto, un ribelle, un delinquente, forse un tagliagole. Assieme ai resti riaffiorano man mano i ricordi di quello che per lei era invece “un angelo custode e un compagno di giochi” e, siccome diceva Balzac il caso non visita mai gli stupidi, quello scavo, la traslazione si trova ad assumere il modello quasi solenne di un coro funebre, uno <em>zari</em>, che nella tradizione locale è per i maschi mentre qui è lei da sola a intonarlo, appassionato e rivoltoso assai più che mesto o struggente.</p>
<p>In Georgia, nella sua vasta terra del confine, tra coloro che sono ancora vivi e il Gran Paese dei più persiste un doveroso, dignitoso e per lo più laico scambio continuo, non solo nella settimana invernale in cui vengono invitati e accuditi nelle case; e l’ardesia è nei muri delle abitazioni ma pure nelle pietre che ricoprono i morti, “segna il varco, il passaggio da un mondo all’altro, la trasformazione, e persino il nome con cui la si designa, <em>ka</em>, ha la brevità e il fascino di certe parole fondative”.</p>
<p>Per quanto riguarda la trama potremmo fermarci qui. Basta e avanza perché si proceda alla lettura. Ma, ci si potrebbe chiedere, come mai le categorie scadenti del veromile realistico, del servile, vero <em>sine qua non</em> delle odierne scritture italiche, qui non hanno presa? Per come la vedo io la caratteristica fondamentale di una storia è il narrare e non il suo contenuto, vale a dire che il necessario contenuto è il veicolo del racconto, non il racconto il veicolo del contenuto. Questo libro è perfettamente attuale, cammina tra i b&amp;b della moderna economia turistica locale e le truffe promesse dai <em>bitcoin</em>, i bistrot e i cocktail (“il tutto un po’ mischiato, sconnesso”), eppure sembra provenire dall’epoca in cui raccontare storie si occupava di una cosa evidente: che esiste il tempo e la nostra vita è vissuta in quanto tempo. Quando raccontare storie significava occuparsi del tempo e esperire che la nostra vita ha un termine, e così quella di coloro che amiamo e che si portano via per sempre il loro mondo. Significava accettare la tristezza di questa finitudine, in questo caso poi indissolubilmente intrecciata al particolare <em>sense of humor</em> di quella parte di mondo: “Quasi che il riso e il pianto siano stati distribuiti nel mondo in quantità precise, un tot a testa; il riso molto meno rispetto al pianto, e se c’è un’eccedenza del primo bisogna subito far quadrare i conti. Il georgiano in questi casi cerca di negoziare: «Perdonami, Dio, se rido. Non mi chiedere gli interessi per questo piccolo credito. Ripianerò il bilancio con il prossimo pianto». Ma non è mai un buon debitore.”</p>
<p>Neppure questo libro lo è. In questa sorta di instabile “taumatropio che ruotando crea l’illusione del movimento delle immagini”, l’indagine delle reminiscenze si svolge tutta all’aperto, a ribadire l’assunto cruciale che lo scrivere non procede dall’interno, ossia dall’alto della presunzione dei pensieri, del dominio della scena, bensì dall’esterno verso l’interno, e solo nel finale infatti, in un tempo sospeso nel “penultimo atto del giorno”, la protagonista verrà riaccompagnata a casa. E perché ancora quel tempo non è determinato dal contenuto ma dal narrare, e la storia è una storia perché ce ne ricorda altre, e se lo fa non è solo attraverso i fatti ma per i toni, la sua voce, cioè a dire quel congegno infallibile che ogni volta ci riporta al remoto, al condiviso. In questo modo la narrazione torna ad avere la sua funzione primaria come luogo di convergenza, un dispositivo che è parte di una ricerca fantastica che ci lega affettivamente agli altri, del bisogno di storie che l’umanità ha sempre avuto.</p>
<p>Questo è il modo per avvicinarci bravamente a ciò che abbiamo perso, quelle figure da leggenda caucasica, burbanti, stravaganti e piene d’umori, il bisnonno come classico eroe-bandito (“Quelli come lui non hanno una tomba, ne ero convinta. Non muoiono. Al massimo, in certi periodi di grande siccità, evaporano”: i georgiani tutti ancora figli del leggendario capo pagano Kartlos); alla vitalità che emana dalla totalità del carattere dell’individuo e a noi giunge come esasperata, e così la sofferenza di chi si mette in gioco senza limiti eppure, a brandelli, instilla ancora fiducia. Ed ecco che tornando ad essere quello che è sempre stato il narrare può ancora offrirci un’opportunità, è l’occasione incolta degli universi che convivono, e tanto basta a tutt’oggi per rappresentare qualcosa di sovversivo.</p>
<p>Sembra che il Mondo Nuovo che ci si impone creda di esistere soltanto nella cancellazione, nell’annullamento del passato, pare che solo così trovi le sue folli ragioni. Pure con il suo svelto montaggio finale (sola concessione forse alle scuole creative), assieme alle figure sbiadite questo piccolo libro ci ricorda che la letteratura ha il compito e il senso di continuare la tradizione del narrare, perché, checché ne dicano gli ignavi, noi possiamo sostenere la prova della nostra vita solo raccontando. E la domanda poi se ciò sia naturale o acquisito è, specie in questi tempi, solo irrilevante.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Monologo polifonico: su &#8220;Eco&#8221; di Cesare Sinatti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/10/monologo-polifonico-su-eco-di-cesare-sinatti-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2025 06:21:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Sinatti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Scibetta]]></category>
		<category><![CDATA[Italo Svevo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo italiano contemporaneao]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Scibetta </strong> <br /> Seguiamo infatti la vita della protagonista sempre defilati di un passo, attraverso lo sguardo e la voce delle persone che la incontrano: una zia, un’amica, il fratello, un professore universitario. Gli otto capitoli del romanzo corrispondono a otto flussi di coscienza di personaggi di provenienza e caratteristiche eterogenee. Ognuno di loro vede Resi come una persona diversa...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Scibetta</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con <em>Eco </em>(Italo Svevo Editore, 2025), il suo secondo romanzo, Cesare Sinatti – vincitore della XXIX edizione del Premio Calvino con <em>La splendente </em>(Feltrinelli 2018) – conferma la propria capacità di unire erudizione, riflessione su grandi temi filosofici e una gestione sempre più consapevole del dato linguistico e stilistico.</p>
<p>Il romanzo inizia con il punto di vista di Resi che – alle porte del proprio esame di maturità – sogna. Sogna nel senso che immagina il proprio futuro ma anche nel senso che ha un’esperienza onirica ricorrente. È proprio il racconto e l’interpretazione di questo sogno il perno dell’intera narrazione. Seguiamo infatti la vita della protagonista sempre defilati di un passo, attraverso lo sguardo e la voce delle persone che la incontrano: una zia, un’amica, il fratello, un professore universitario. Gli otto capitoli del romanzo corrispondono a otto flussi di coscienza di personaggi di provenienza e caratteristiche eterogenee. Ognuno di loro vede Resi come una persona diversa, e al lettore non resta che ricostruirne l’identità e la storia a partire dai riflessi che crea in ciò che la circonda.</p>
<p>Lo spazio su cui si apre la narrazione è la provincia marchigiana, ma presto Resi e gli altri protagonisti se ne allontanano. È una caratteristica chiave di tutte le voci del romanzo, spinte da una mancanza di radici a una <em>Wanderung </em>eterna alla ricerca di qualcosa che, proprio come il senso del sogno di Resi, non fa che sfuggire. Il lettore viaggia dalla Siena universitaria, alla Roma dei giovani studenti fino alla Toronto degli italo-canadesi. Ma, come mostra chiaramente Orfeo – l’ultima voce del romanzo – con il suo ossessivo rimando alla vita e all’opera di Dino Campana, è proprio il moto centrifugo – che allontana dal nucleo emotivo e semantico del pensiero e dal centro dello spazio geografico – a permettere la “Poesia”.</p>
<p>Quello della letteratura è quindi un altro tema chiave del romanzo. Sinatti ha voluto riflettere sul rapporto che intercorre tra la vita, la scrittura e la scrittura “alla seconda”, ossia quella critica e non creativa. Anche in questo caso le interpretazioni variano in base alla voce che il lettore sta seguendo: dalla concezione sacralizzata della Resi studentessa di liceo a quella disillusa di Sam, <em>wannabe </em>sceneggiatore che non è mai riuscito a girare i propri film. Ma la riflessione più complessa è affidata a un dialogo dal sapore quasi platonico tra due professori universitari, che si trova nel cuore del romanzo e compone il capitolo numericamente più esteso (pp. 169-254). Potrebbe quasi sembrare un inserto teorico gratuito se non fosse che, attraverso un discorso che parla la lingua della filosofia letteraria, Sinatti riesce a delineare sottotraccia la psicologia e la storia dei due dialoganti.</p>
<p>È infatti questo il maggior pregio di <em>Eco</em>: una lingua polifonica al limite del metamorfico, che crea, nello sciogliersi del discorso dialogato e del monologo mentale, personaggi vivi e credibili. La penna di Sinatti riesce a spaziare dal linguaggio basso, quasi telegrafico, di un discorso da bar visto dagli occhi del fratello di Resi, fino al discorso alto e impostato, ma sempre orale, di una lezione universitaria. Da «Il ghiaccio nei bicchieri si è sciolto. Rimasugli di spritz annacquati. Il mio ancora da finire. Fa un caldo di Dio, anche qua fuori. Sembra di stare a Dar.» (p. 121); a «La seconda innovazione, che per noi è più rilevante, consiste in una maggior concentrazione sui caratteri dell’esperienza interiore dell’amore. Venendo a mancare il contesto sociale della corte, l’amore cessa di essere esperienza codificata» (p. 203).  Ma quelli di questo romanzo sono personaggi sfaccettati e quindi il discorso di alcuni ragazzi al bar può, intriso di nostalgia quasi elegiaca, farsi lirico: «Se li ricordano anche i muri, i nostri discorsi del cazzo. Gridati da quando eravamo ragazzini fino alle quattro del mattino, tutti e tre, parlando di ragazze di futuro, riempiendo le stradine intorno coi nostri “eh” e i nostri “oh”» (p. 134). E la riflessione di un teorico della letteratura resta quella di una persona, e pertanto ha i suoi tratti prosaici: «Dovrei tornare in ufficio a riguardare gli appunti su Cavalcanti per la lezione di oggi, ma la mia costipazione non dà segni di volersi sciogliere» (p. 171). E questi sono solo due degli esempi possibili, perché ognuna delle otto voci ha una lingua e un orizzonte di valori propri, e reagisce – quasi chimicamente – a Resi e al suo sogno con effetti diversi, reinventandoli e reinterpretandoli secondo i propri filtri</p>
<p>Gli otto «piccoli romanzi fiume» di <em>Eco </em>potrebbero, data la tecnica scelta, essere destinati a lievitare a dismisura e a perdere l’equilibrio dell’insieme, e invece vengono sempre arginati da una scrittura in grado di dominarsi e di darsi una forma equilibrata e compatta. Un romanzo stilisticamente e tematicamente così centrifugo viene contenuto da una struttura architettonica strofica ma non cadenzata, ritmica ma non monotona. Insomma, con questo testo Cesare Sinatti dà prova di una grande maturità e di consapevolezza dei propri mezzi stilistici e tecnici.</p>
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		<title>Peninsulario</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/09/23/peninsulario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Sep 2022 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[filippo tuena]]></category>
		<category><![CDATA[Italo Svevo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marino Magliani</strong> <br /> Oltre Sorba, nascosto nella campagna perché raggiungere la città in quel buio era impossibile, Secondo attese l’alba. Giunse a casa verso mezzogiorno, stanco, accaldato, perché più di una volta aveva perso la strada, come all’andata.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/peninsulario.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-99471" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/peninsulario-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/peninsulario-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/peninsulario-150x235.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/peninsulario-300x469.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/peninsulario-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/peninsulario.jpg 409w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" /></a>Oltre Sorba, nascosto nella campagna perché raggiungere la città in quel buio era impossibile, Secondo attese l’alba. Giunse a casa verso mezzogiorno, stanco, accaldato, perché più di una volta aveva perso la strada, come all’andata. Era rimasto senza acqua e cibo, e attraversando il paese di Sant’Agata s’era attaccato al rubinetto di una fontana e s’era lavato la faccia e la testa, come a cancellare di dosso tutte le cose che aveva visto.<br />
Adele era in casa, si mise la mano davanti alla bocca, disse che aveva chiamato la polizia, e U – era già in casa anche lui – dapprima s’era detto contrario, disse Adele, ma lei aveva dato lo stesso l’allarme. Secondo si accorse che, per questo fatto di non avergli ubbidito, U l’aveva rimproverata e ora lei tremava ancora, scaricando i nervi su Secondo.<br />
«La colpa è tua».<br />
«Mia?».<br />
«Certo. Ti ho dato per morto, suicida, ti stanno cercando sul molo e nei torrenti. Dov’eri?».<br />
Secondo non glielo disse (si liberò della mano di U che lo teneva per il braccio e gli aveva chiesto le stesse cose: «Dov’eri, scemo? Eravamo a ficcare il naso?»), andò nella stanza delle canne da pesca e sentì che di là bisticciavano di nuovo. Poi lei, sempre su ordine di U, aveva richiamato la polizia e dato notizia del ritrovamento. Secondo a queste cose non badava più, era molto stanco, aveva fatto spazio in quel disordine e si era sdraiato sul vecchio divano, corto e cigolante. Ma non dormì, teneva gli occhi sbarrati rivolti alla finestra che mostrava una rama di palma e un po’ più in su, malgrado fosse giorno, una grande luna bianca.<br />
Forse alla fine riposò e quando tornò alla finestra c’era solo la rama della palma e a Secondo venne nostalgia della luna.<br />
Uscì dalla camera, guardato in cagnesco da Adele, e scese dal professor Filipponi. Mise la faccia tra le assi del cancello e si aggiustò la voce. «Filippo, lo so che ci sei, non farti pregare».<br />
«Ieri ti cercava la polizia. Volevano entrare pure qui da me…», disse Filipponi piuttosto allarmato.<br />
«Lascia perdere la polizia. Ti ricordi quando ti ho detto che erano d’accordo, che l’idea di piazzare guanti dappertutto era per farmi diventare matto come sono in effetti diventato, e poi farmi interna re e prendersi casa e garage, tutto? È lui, è la strategia di Cuculo… Ora ne sono certo, sai, è proprio così, ma io resisto».<br />
«Basta che non ne ricombini qualcuna che la poli zia voglia di nuovo entrare a cercarti qui».<br />
E così fu, Secondo resistette un buon mese, in quelle stanze piene di canne da pesca, dove viveva ormai da confinato. Mangiava pane e frutta che rubava negli orti, ma faceva presto a tornare a casa perché temevano cambiassero la serratura.<br />
La sera guardava la luna, e sentiva la nostalgia di altre cose, del passato e del futuro. Quando non giravano per la casa (se non sentiva la musica, voleva dire che U non c’era) usciva dalla camera, se ne stava un po’ in sala e magari accendeva la tv.<br />
Una volta che stranamente U non aveva messo musica, accostando l’orecchio al muro e sentendoli parlare, per la prima volta Secondo sentì la parola «comunità». Il discorso era durato un po’ e l’avevano menzionata entrambi più di una volta. E questa cosa lo preoccupò. Comunità? Era certo l’avessero fatto apposta, di modo che quella parola penetrasse tra le mura della casa. Andare a vivere in comunità? Sarebbero arrivati a tanto? L’avrebbero portato in uno di quei posti che sono l’ultimo angolo della vita? E lui, avrebbe accettato, e del resto, quanto poteva resistere ancora in quello stato?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR Questo frammento fa parte dell&#8217;ultimo dei cinque racconti (&#8220;Il cuculo&#8221;) che compongono la raccolta di Marino Magliani &#8220;Peninsulario&#8221;, con prefazione di Filippo Tuena, pubblicata di recente da Italo Svevo.</em></p>
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