<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>ivan franceschini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/ivan-franceschini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 27 Sep 2011 08:36:05 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Dreamwork China</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/dreamwork-china/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/dreamwork-china/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 06:22:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[apple]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[foxconn]]></category>
		<category><![CDATA[ivan franceschini]]></category>
		<category><![CDATA[tommaso bonaventura]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Facchin]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40146</guid>

					<description><![CDATA[Dreamwork China è un progetto che nasce per dare un volto e una voce ai lavoratori migranti cinesi di nuova generazione. Fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, gli autori hanno viaggiato a Shenzhen e nella zona del Delta del Fiume delle Perle, dove hanno incontrato migranti, attivisti e organizzazioni della società civile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" src="http://player.vimeo.com/video/26811498?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" frameborder="0" width="450" height="253"></iframe><br />
<span id="more-40146"></span><em>Dreamwork China</em> è un progetto che nasce per dare un volto e una voce ai <strong>lavoratori migranti cinesi</strong> di nuova generazione.</p>
<p>Fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, gli autori hanno viaggiato a<strong> Shenzhen</strong> e nella zona del Delta del Fiume delle Perle, dove hanno incontrato migranti, attivisti e organizzazioni della società civile che si occupano della promozione dei diritti sul lavoro.</p>
<p>Da questo viaggio sono nati una serie di <a href="http://www.dreamworkchina.tv/le-foto/real-woman-photoshop">ritratti fotografici</a> e un <a href="http://www.dreamworkchina.tv/il-video/dreamwork-china" target="_blank">documentario</a> in cui questi giovani lavoratori parlano di se stessi, raccontando la vita quotidiana, le aspettative, le lotte per i diritti e, soprattutto, i sogni di una nuova generazione di lavoratori nella fabbrica del mondo.</p>
<p>Il corto è un estratto dal documentario integrale (55 minuti), scritto e diretto da Tommaso Facchin e Ivan Franceschini, ritratti fotografici di Tommaso Bonaventura.</p>
<p><a href="http://www.dreamworkchina.tv/">www.dreamworkchina.tv</a></p>
<p><em>[Quest&#8217;estate Tommaso Facchin mi segnalò il documentario dandomi la sua disponibilità per eventuali proiezioni e per la sua diffusione. Mi è tornato in mente leggendo oggi un <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241">articolo</a> di Wu Ming 1 che cita il documentario <a href="http://www.youtube.com/watch?v=TZhimLYFStk">Deconstructing Foxconn</a>. I tre di Dreamwork China sono italiani che fanno ricerca e documentazione sul posto, in modo originale: diamogliene atto e facciamo conoscere il loro lavoro. JR]</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/dreamwork-china/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I gelsomini appassiti della mancata rivoluzione cinese</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/03/31/i-gelsomini-appassiti-della-mancata-rivoluzione-cinese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 07:14:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[ivan franceschini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=38637</guid>

					<description><![CDATA[di Ivan Franceschini Quattro aprile 1976, una domenica primaverile come tante in una Pechino che si sta leccando le ferite dopo i disordini della Rivoluzione culturale. Eppure c’è qualcosa di strano nell’aria. Sarà perché domani è Qingmingjie, la festa tradizionale della pulizia delle tombe, ma sono già un paio di giorni che la gente di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/"><strong>Ivan Franceschini</strong></a></p>
<p><strong>Quattro aprile 1976</strong>,  una domenica primaverile come tante in una Pechino che si sta leccando  le ferite dopo i disordini della Rivoluzione culturale. Eppure c’è  qualcosa di strano nell’aria. Sarà perché domani è Qingmingjie, la festa  tradizionale della pulizia delle tombe, ma sono già un paio di giorni  che la gente di Pechino sta affollando piazza Tiananmen. Depongono delle  corone di fiori ai piedi del monumento agli eroi del popolo in memoria  del primo ministro Zhou Enlai, morto in gennaio.<span id="more-38637"></span> In un solo fine  settimana, circa <strong>mezzo milione di persone</strong>, per lo più  giovani lavoratori, arriva in piazza e si ferma a commentare, a  discutere, ad arringare la folla, spesso spingendosi fino a criticare  apertamente la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gang_of_Four" target="_blank">Banda dei quattro</a>,  in questo periodo al culmine del suo potere. È una sfida che le  autorità non possono accettare, ma i cittadini non sono disposti a  mollare la presa, così la rimozione delle offerte funebri nella notte  del 4 aprile si traduce in <strong>violenti scontri c</strong>he in  breve tempo si estendono a Taiyuan, Zhengzhou, Wuhan, Xi’an, Luoyang e  Kaifeng, senza contare Nanchino, dove la protesta è scoppiata già alla  metà di marzo. Ed è proprio da Nanchino che, dipinto sulle fiancate dei  treni diretti verso la capitale, è arrivato l’annuncio che ha spinto la  popolazione di Pechino alla mobilitazione.</p>
<p><strong>16 novembre 1978</strong>. Il <em>Quotidiano del popolo</em> annuncia la revisione del verdetto ufficiale sui disordini dell’aprile  di due anni prima, definendoli un atto rivoluzionario delle masse contro  la Banda dei quattro e sovvertendo quello che fino a questo momento è  stato il discorso ufficiale: “<strong>disordini contro-rivoluzionari</strong>”.  Sul muro che fiancheggia la strada nei pressi di Xidan cominciano a  comparire manifesti e nelle città iniziano a circolare riviste non  ufficiali, scritti artigianali in cui si discutono nuove idee in campo  culturale, sociale, politico ed economico. È l’inizio del movimento del “<a title="Democracy Wall" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Democracy_Wall" target="_blank">muro della democrazia</a>”, una nuova <strong>primavera intellettuale</strong> che tra alti e bassi durerà per almeno un biennio, fino alla fine del  1980, quando le autorità cinesi – in primis quello stesso Deng Xiaoping  che aveva cavalcato i disordini del 1976 per ascendere al potere –  decidono di marchiare come contro-rivoluzionari quegli attivisti che sul  muro promuovono idee ritenute dannose per l’ordine sociale e per il  nuovo corso di riforme. Alcuni pagano caro per il loro coraggio, come  Wei Jingsheng, un elettricista che viene condannato a quindici anni di  carcere per aver affisso pamphlet con titoli come “La quinta  modernizzazione” o “Vogliamo la democrazia o una nuova dittatura?”</p>
<p><strong>Dicembre 1986</strong>. La Cina  ormai è entrata in una nuova era di riforme ed apertura. Al potere si  trovano leader progressisti come Hu Yaobang, nella posizione di  segretario generale del Pcc, e il primo ministro <strong>Zhao Ziyang</strong>.  Eppure agli studenti ciò non basta: i cambiamenti sembrano procedere a  rilento, i prezzi sono fuori controllo e, più in generale, non si  percepisce una reale rottura con il recente passato. Ecco allora che il 5  dicembre un discorso con cui <strong>Fang Lizhi</strong>, celebre astrofisico dell’Università delle scienze e della tecnologia di Hefei, critica la lentezza delle riforme <strong>infiamma gli animi degli studenti</strong>.  Quattro giorni dopo i ragazzi dell’ateneo manifestano per tre ore per  le strade della città, protestando contro l’impossibilità di nominare i  candidati alle prossime elezioni per le assemblee parlamentari. Poco  importa che queste elezioni vengano prontamente rimandate dalle autorità  locali, nei giorni successivi manifestazioni di supporto hanno  ugualmente luogo a Wuhan, Shanghai e Pechino, mentre i campus si  riempiono di manifesti murali in cui gli studenti richiedono a gran voce  <strong>libertà e democrazia</strong>. I media ufficiali non ne parlano, ma la voce si diffonde comunque con rapidità grazie alle trasmissioni della <em>Voice of America</em>,  che moltissimi ragazzi ascoltano nel tentativo di migliorare il proprio  inglese. Inevitabile, si abbatte la scure delle autorità: le proteste  vengono debellate a colpi di burocrazia e minacce e in gennaio <strong>Hu Yaobang</strong>, additato come responsabile per l’atmosfera permissiva che avrebbe portato ai disordini, viene rimosso dal suo incarico.</p>
<h2>Oggi, un vento africano</h2>
<p>Mentre siamo immersi nella retorica  “cyber-utopica” legata alle recenti vicende iraniane, egiziane e  tunisine, ripercorrere storie come queste assume un significato del  tutto particolare. Si tratta infatti di vicende di un’altra epoca,  episodi che raccontano come anche un tempo, in assenza di quello  strumento che oggi alcuni descrivono in termini messianici come  onnipotente, ineguagliabile e soprattutto imprescindibile – Internet –  fosse possibile organizzare movimenti di massa di portata tale da  mettere in crisi più di un governo. Se la rete è davvero così  determinante al fine del successo di una mobilitazione dei cittadini, ci  siamo mai chiesti <strong>come avranno fatto le precedenti generazioni </strong>a  lottare, a volte con successo, contro regimi autoritari e repressivi  che non avevano niente da invidiare agli attuali? È proprio da storie  come quelle dei cittadini cinesi degli anni Settanta e Ottanta che  scopriamo che pur in assenza di media liberi, sindacati indipendenti,  organizzazioni politiche clandestine, ma  soprattutto senza Internet, la  gente – quantomeno in Cina – poteva comunque <strong>organizzarsi in maniera creativa</strong>,  ad esempio dipingendo delle scritte sui fianchi dei vagoni ferroviari  in viaggio tra una città e l’altra, affiggendo dei manifesti murali (<em>dazibao</em>) in luoghi pubblici, stampando riviste clandestine e viaggiando tra una città e l’altra per fungere da collegamento (<em>chuanlian</em>). Certo, si trattava di metodi più laboriosi, <strong>rischiosi</strong> e per molti versi meno versatili del web, ma a volte finivano per rivelarsi ugualmente efficaci.</p>
<p>Ciò che in Cina ha cambiato le regole del gioco è stato il <strong>1989</strong>.  Che il potenziale rivoluzionario di Internet si sia manifestato in Cina  per la prima volta in occasione delle proteste di quell’anno, non è un  mistero per nessuno. Come scrive anche Yang Guobin nel suo <em><a href="http://www.amazon.it/Power-Internet-China-Activism-Contemporary/dp/0231144202/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1301474373&amp;sr=8-1">The Power of the Internet in China</a> </em>(Columbia  University Press, 2009), già allora gli studenti e gli accademici  cinesi all’estero avevano iniziato a servirsi attivamente degli  strumenti dell’e-mail e del newsgroup. Mentre la protesta in Cina  svolgeva il suo corso, si era venuta a creare una complessa rete di  comunicazioni tra gli studenti-attivisti raccolti nella capitale e i  cinesi della diaspora. Questi ultimi usavano il web non solo per  raccogliere fondi per le proteste e pubblicare dichiarazioni di  sostegno, ma anche per organizzare dimostrazioni di supporto nel mondo  intero. Pur non essendo un fattore decisivo ai fini della mobilitazione  studentesca,  la rete venne ad assumere un ruolo importante come fonte  di informazioni su quanto stava accadendo a Pechino, soprattutto dopo  quel fatidico quattro giugno in cui il flusso di immagini e notizie  dalla capitale subì un brusco arresto. Fu immediatamente chiaro che da  quel momento in poi le autorità non avrebbero potuto non tenerne conto.</p>
<p>Sappiamo  bene cos’è accaduto dopo il 1989, come la rete si sia rapidamente  trasformata in un campo di battaglia tra le autorità cinesi e le forze  sociali più progressiste all’interno del paese. Abbiamo sentito parlare  fino alla nausea di censura, manipolazione dell’informazione e  sorveglianza sul web. Abbiamo letto un’infinità di commenti sul “partito  dei cinquanta centesimi”, i commentatori prezzolati che sul web  promuovono le linee di pensiero ufficiali e confondono le acque attorno  alle notizie più sensibili. Abbiamo seguito con apprensione i processi  ai netizen accusati di aver diffuso questo o quel post in cui si  denunciava un caso di corruzione o un esproprio forzato ai danni di  contadini o cittadini. Abbiamo sentito tutti parlare del fatto che  alcuni siti in Cina sono inaccessibili o spariscono da un giorno  all’altro. Ma, soprattutto, nelle ultime settimane abbiamo seguito tutti  con passione la vicenda della cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”,  un fenomeno nato interamente sul web, una vera e propria “mobilitazione  2.0”.</p>
<h2>Poca partecipazione e poche idee</h2>
<p>Eppure per molti versi i “gelsomini”  sono stati una profonda delusione. Al di là della mancata partecipazione  da parte dei cittadini, dov’erano le idee in questa “rivoluzione”?  Dov’era il dibattito? Dov’erano la versione contemporanea dei <em>dazibao </em>e dei caratteri dipinti sulle fiancate dei vagoni ferroviari? Non si è visto nulla di tutto questo, solo una grande quantità di <strong>analisi e commenti scritti da stranieri per essere letti da stranieri</strong>.  A differenza delle mobilitazioni del passato, con i “gelsomini” non si è  capito quali fossero gli attori in gioco, da dove fosse partita  l’iniziativa, quali fossero gli <strong>obiettivi</strong>. Le  mobilitazioni precedenti certamente non erano organizzate a tavolino, ma  quantomeno nascevano da un malessere diffuso e crescevano per  iniziativa di alcuni individui o gruppi sociali piuttosto definiti, come  ad esempio l’astrofisico Fang Lizhi, l’elettricista Wei Jingsheng, gli  studenti dell’Università di Pechino o di Hefei. In tutte quelle  occasioni c’erano delle persone che ci mettevano la faccia e soprattutto  proponevano delle <em>idee</em>. Oggi non più, è rimasta solo la fredda impersonalità del web e il gelido linguaggio di qualche post di origine misteriosa.</p>
<p>Che si sia ottimisti o meno nei  confronti del “potere di Internet”, quello che la vicenda dei  “gelsomini” ha dimostrato non essere cambiato minimamente nella Cina  degli ultimi trent’anni è piuttosto l’<strong>elasticità delle autorità cinesi</strong> nel rispondere a questo tipo di sfide. L’enfasi che i media stranieri  hanno riservato al recente appello alla mobilitazione nasce con ogni  evidenza dal desiderio di leggere in Cina un germoglio di quello stesso  cambiamento che in questi mesi ha avuto luogo in paesi come l’Egitto e  la Tunisia, realtà che – nonostante la corsa mediatica ad individuare  qualsiasi analogia possibile immaginabile – con la Cina condividono poco  più che una forma autoritaria di governo. In qualsiasi altro momento  probabilmente la notizia di un <em>tweet</em> anonimo che chiamava i  cittadini a radunarsi la domenica di fronte al McDonald di Wangfujing a  Pechino o in qualche altro luogo vagamente simbolico in altri centri  urbani sarebbe caduta nel vuoto, scartata come l’ennesima bizzarria  mediatica di un culto come il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Falun_Gong" target="_blank">Falungong</a>.  Non in questo caso. La medesima ragione che inizialmente deve aver  spinto gli anonimi autori della chiamata alle armi a pubblicare il loro  appello, successivamente ha spinto i media di tutto il mondo a  raccogliere ed enfatizzare la notizia: l’assunto era semplicemente che i  cambiamenti in corso dall’altro lato del mondo, veicolati da Internet,  inevitabilmente avrebbero messo in crisi anche l’apparato di potere di  Pechino.</p>
<p>Ci sono alcune analogie storiche che  sarebbe opportuno prendere in considerazione qualora si volesse  sostenere questa tesi. Se la leadership di Pechino è sopravvissuta al  crollo dell’Unione Sovietica e al collasso a catena dei regimi comunisti  nei paesi dell’Europa orientale – realtà con cui aveva vere e proprie  affinità elettive – è pensabile che quanto sta avvenendo in Tunisia ed  Egitto possa rappresentare un significativo punto di rottura dal punto  di vista politico per la Cina di oggi? Per rimanere con i piedi per  terra, sarebbe necessario non dimenticare un paio di cose. Innanzitutto,  bisognerebbe tenere bene a mente che non tutti i sistemi autoritari  sono uguali. Cina, Egitto e Tunisia di fatto hanno ben poco in comune,  anche se ci piace immaginarli come paesi gemelli, idealmente accumunati  dal fatto che i loro cittadini subiscono sistematiche violazioni dei  propri diritti politici, economici, sociali e culturali. In secondo  luogo, sarebbe il caso di tenere presente che non è poi così scontato  che la narrazione di sommovimenti sociali avvenuti altrove vada del  tutto a svantaggio degli interessi del Partito.</p>
<h2>La lezione polacca</h2>
<p>Per un ennesimo parallelo storico, basta pensare agli echi della vicenda di <strong>Solidarnosc </strong>nella  Cina degli anni Ottanta. In uno studio del 1990 in cui analizzava  l’effetto della “lezione polacca” sulla leadership cinese, Jeanne Wilson  sottolineava come sin dall’inizio la copertura mediatica cinese delle  vicende polacche fosse connotata da un certo dualismo: da un lato vi era  l’esigenza di raccontare l’evolvere degli avvenimenti come un fatto di  oggettivo interesse nel campo della politica estera; dall’altro vi era  l’esplicita tendenza a trattare quanto avveniva in Polonia come una <strong>critica interna</strong> ai processi politici in atto sulla scena domestica cinese. Ecco allora  che sui media, che in una prima fase avevano raccontato addirittura con  simpatia l’emergere di Solidarnosc, si rincorrevano tre differenti  letture: la situazione polacca indicava la necessità della stabilità  sociale, della guida del Partito e del socialismo; le vicende polacche  sottolineavano la necessità di riforme economiche; i disordini in  Polonia erano dovuti a ragioni economiche, specificamente l’aumento dei  prezzi e il declino negli standard di vita dei cittadini. Qualcosa di  familiare? A quanto pare, pur tra mille tentennamenti, già negli anni  Ottanta il Partito era un maestro nell’arte dello <em>spinning</em>.  Purtroppo, se alla fine la Polonia diede veramente una lezione alla  Cina, questa non ebbe gli effetti che alcuni avrebbero sperato: per  affrontare una nuova ondata di scontento operaio sorta nel cortile di  casa, le autorità di Pechino scelsero di adottare provvedimenti  draconiani, reprimendo con violenza le proteste e arrivando persino a  cancellare il diritto di sciopero dalla nuova carta costituzionale.  In definitiva, la vicenda di Solidarnosc finì per <strong>influenzare negativamente il movimento operaio cinese</strong>,  mettendo in allerta le autorità e portando queste ultime ad adottare il  pugno di ferro anche contro le forme più innocue di dissenso per molti  anni a venire.</p>
<p>In conclusione, cosa ci rimarrà di  questi “gelsomini”? Probabilmente ben poco, se non una società civile  ancora più spaurita e debole di quanto non fosse prima, una leadership  cinese ancora più diffidente nei confronti del mondo esterno e dei media  ancor più prudenti. Tutto questo a dispetto della retorica su Internet.  Se la storia ci insegna qualcosa, è che non basta qualche <em>tweet </em>per fare una rivoluzione. Non in Cina, quantomeno.</p>
<p><em>Pubblicato il 30/3/2011 su <a href="http://www.cineresie.info/gelsomini-appassiti-rivoluzione-cinese/">Cineresie.info</a>.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/08/31/lo-scandalo-delle-nuove-schiavitu-uno-sguardo-all%e2%80%99italia-dalla-cina/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/08/31/lo-scandalo-delle-nuove-schiavitu-uno-sguardo-all%e2%80%99italia-dalla-cina/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 07:39:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[ivan franceschini]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[schiavitù]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36487</guid>

					<description><![CDATA[di Ivan Franceschini, foto Veronica Badolin A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio. Zaher, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. Qudrat, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-36488" title="afgani-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg" alt="" width="450" height="306" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450-300x204.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a>, foto <a href="http://www.flickr.com/photos/veronicabadolin/" target="_blank">Veronica Badolin</a></p>
<p>A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio.</p>
<p><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Porto-di-Venezia-Siamo-tutti-Zaher-Rezai/648" target="_blank">Zaher</a>, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. <strong>Qudrat</strong>, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso dopo 22 ore nascosto in un camion, permesso di soggiorno di un anno per motivi umanitari: la sua prima esperienza di lavoro in Italia è stata presso una scuderia di Mira, 300 euro per due mesi di lavoro in nero; è stato cacciato non appena il datore di lavoro, italianissimo, ha capito che il ragazzo voleva essere regolarizzato.<span id="more-36487"></span></p>
<p>E poi<strong> Zaidullha</strong>, 19 anni, afgano di etnia pashtun, arrivato in Italia dalla Grecia in stato di semicongelamento dopo 36 ore di viaggio su un camion frigorifero, permesso di soggiorno di tre anni per assistenza sussidiaria: da otto mesi lavora in un’impresa edile veronese di proprietà di un italiano, i primi tre mesi a titolo gratuito come “prova”, i cinque successivi in nero. <strong>Amir</strong>, 18 anni, afgano di etnia azara, permesso di soggiorno sussidiario di tre anni: ha lavorato per due mesi presso un’azienda agricola nei pressi di Mogliano Veneto, otto ore al giorno per circa 200 euro al mese; ora che lo “stage” è finito, continua a lavorare anche dieci ore al giorno, compresa mezza giornata al sabato per uno stipendio di 400 euro, con contratto a chiamata per salvare le apparenze in caso di controlli. Come loro molti altri. I nuovi <strong>schiavi</strong>.</p>
<p>Vite spezzate, solitudine, salari da fame, violenza, tutto questo <strong>in Italia</strong>, a pochi passi dalle nostre case.  I giornali italiani sono pieni di storie come queste, al punto che l’ennesima morte sul lavoro di un immigrato ormai non fa più notizia. La settimana scorsa nei pressi di Firenze <a href="http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/08/20/news/operaio_senegalese_muore_sul_lavoro_a_campi-6390518/index.html?ref=search" target="_blank">un lavoratore senegalese</a>, irregolare e impiegato in nero, è morto schiacciato dal muletto che stava manovrando. Invece di soccorrerlo, i compagni per paura si sono dati alla macchia.  Si è scoperto che il macchinario che utilizzava era privo delle più elementari misure di sicurezza. Se ne è stupito qualcuno?</p>
<p>E, nonostante tutto, noi continuiamo a puntare il dito sulla Cina, dipingendola come una terra di frontiera, un luogo desolato senza compassione né legge, il trionfo del darwinismo sociale. I cinesi sono i <strong>nuovi barbari</strong>, sfruttatori senza pietà né rispetto per la vita umana. Ansiosi di criticare la discriminazione istituzionalizzata dei migranti provenienti dalle campagne in Cina, non ci accorgiamo dei drammi causati dalla miopia delle nostre<strong>politiche sull’immigrazione</strong>. Ci stupiamo del dramma dei lavoratori cinesi malati di silicosi e delle ecatombi nelle miniere dello Shanxi e ogni anno ci troviamo con un’ondata di morti “bianche” che nessuno sa spiegare. Ci indigniamo per le storie di schiavitù nelle fornaci di mattoni clandestine nelle campagne cinesi e ci dimentichiamo della schiavitù per mano dei caporali nelle piantagioni dell’Italia meridionale.</p>
<p>Ma certo! Nonostante tutto noi rimaniamo convinti che tra l’Italia e la Cina ci sia un abisso di differenza. Nell’immaginario collettivo, l’Italia è un paese sviluppato, con uno stato di diritto forte e un apparato di tutele e garanzie perfettamente funzionale e funzionante. I problemi sopra descritti – sempre ammesso che esistano – sono solamente degenerazioni, realtà marginali in un sistema altrimenti perfettamente funzionante. Sempre nell’immaginario collettivo, in Cina invece queste degenerazioni<em> sono</em> il sistema: schiavitù, sfruttamento e morte non sono altro che la regola. È lo stesso <strong>orientalismo</strong> strisciante cui accennava Flora Sapio qualche tempo fa su <a href="http://www.cineresie.info/torture-cinesi/" target="_blank">questo stesso blog</a>.</p>
<p>Ma non è tutto qui. La Cina è la nostra grande <strong>giustificazione</strong>. Guardiamo altrove per non vedere i problemi che abbiamo in casa e così facendo ci illudiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. Proprio la settimana scorsa sul <a href="http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml" target="_blank">Corriere della Sera</a> un giornalista descriveva drammaticamente le condizioni di lavoro dei lavoratori migranti a Shenzhen, scrivendo con un certo candore che in fondo la città “non si presenta all’occhio come un inferno in terra”. E l’Italia allora? Come si presenta all’occhio?</p>
<p>Ricordando queste cose non intendo unirmi al coro, sempre più forte, di coloro che sostengono il <strong>relativismo</strong>dei valori o esaltano la direzione in cui si sta muovendo la Cina. Non mi propongo di minimizzare la gravità dei problemi del lavoro nella fabbrica del mondo, né di far passare il messaggio che, in fondo, in Cina si sta addirittura “meglio” che da noi, qualunque cosa questo significhi. No, niente di tutto questo. Nessuno vuole fare paragoni al ribasso o al rialzo. Chi mi segue sa che ho sempre scritto in maniera molto critica di quanto accade nella fabbrica del mondo e intendo continuare a farlo ogni volta che mi sembrerà il caso. Ma nel mettere in luce i<strong>limiti dello sviluppo cinese </strong>non intendo perdere di vista il problema di fondo, quell’ovvietà che forse a volte è opportuno ripetere, cioè il fatto che anche a pochi passi dalle nostre case esiste lo <strong>sfruttamento</strong>, la discriminazione e finanche la schiavitù. In fin dei conti, reinterpretando il classico detto del Vangelo, anche nel caso in cui il nostro vicino avesse una trave nell’occhio, forse non dovremmo dimenticarci della pagliuzza nel nostro. Magari non è poi così piccola.</p>
<p>[In questo post parlo soprattutto di ragazzi afgani perché quella è la realtà di cui per ragioni personali ho maggiore conoscenza. Per chi fosse interessato a leggere qualcosa di più sulla situazione degli immigrati clandestini in Italia consiglio il bellissimo libro di <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/marco-rovelli/" target="_blank">Marco Rovelli</a>, <a href="http://www.ibs.it/code/9788807171772/rovelli-marco/servi-il-paese-sommerso.html" target="_blank"><em>Servi</em></a>, edito da Feltrinelli &#8211; IF]</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.cineresie.info">Cineresie</a>: <a href="http://www.cineresie.info/nuova-schiavitu-italia-cina-relativismo/">Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/08/31/lo-scandalo-delle-nuove-schiavitu-uno-sguardo-all%e2%80%99italia-dalla-cina/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Wan Yanhai lascia la Cina: duro colpo per la lotta all’AIDS</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/05/12/wan-yanhai-lascia-la-cina-duro-colpo-per-la-lotta-all%e2%80%99aids/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/05/12/wan-yanhai-lascia-la-cina-duro-colpo-per-la-lotta-all%e2%80%99aids/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 May 2010 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aids]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[hiv]]></category>
		<category><![CDATA[ivan franceschini]]></category>
		<category><![CDATA[società civile]]></category>
		<category><![CDATA[wan yanhai]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=33994</guid>

					<description><![CDATA[di Ivan Franceschini &#8211; articolo originale su Cineresie.info &#8211; foto di Tommaso Bonaventura Un nuovo drammatico episodio segna i rapporti tra Stato e società civile in Cina. Wan Yanhai, il fondatore di Aizhixing, la nota organizzazione non governativa che si occupa dei problemi dell’HIV, la scorsa settimana ha abbandonato la Cina per rifugiarsi negli Stati Uniti con la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450.jpg"><br />
<img loading="lazy" class="size-full wp-image-33997 alignnone" title="Wan Yanhai foto di Tommaso Bonaventura" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450.jpg" alt="" width="450" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a> &#8211; articolo <a href="http://www.cineresie.info/wan-yanhai-aids-lascia-cina/">originale</a> su Cineresie.info &#8211; foto di <a href="http://www.tommasobonaventura.com/" target="_blank">Tommaso Bonaventura</a></p>
<p>Un nuovo drammatico episodio segna i rapporti tra Stato e società civile in Cina. <strong>Wan Yanhai</strong>, il fondatore di <em>Aizhixing</em>, la nota organizzazione non governativa che si occupa dei problemi dell’<strong>HIV</strong>, la scorsa settimana ha <strong>abbandonato la Cina</strong> per rifugiarsi negli Stati Uniti con la famiglia. Parlando con una giornalista del <em>South China Morning Post</em> ha dichiarato: “Prima che lasciassimo la Cina, ero sottoposto ad una grande pressione ed ero minacciato da diversi dipartimenti governativi. Sentivo che la mia sicurezza personale era a rischio e la pressione psicologica era troppo grande, così me ne sono andato per trovare un attimo di respiro”. Un ruolo importante in questa decisione sembra essere stato giocato dalla preoccupazione per la <strong>sicurezza</strong> della sua famiglia, in particolare per la figlia di quattro anni. Sembra infatti che la polizia più di una volta abbia fatto visita alla sua abitazione privata mentre lui era fuori città.<span id="more-33994"></span></p>
<p>Wan Yanhai è uno dei personaggi chiave della nuova <strong>società civile cinese</strong>, uno dei critici più attivi e severi delle politiche del governo cinese, soprattutto nel campo sanitario. Già funzionario del Ministero della Sanità, nel 1994 fu<strong> costretto a dimettersi</strong> per aver aperto la prima hot-line cinese destinata ai portatori del virus HIV. Si trattava di una scelta in anticipo sui tempi, visto che allora le autorità erano impegnate a promuovere l’idea dell’AIDS come una malattia di origine straniera, trasmessa solamente per via di rapporti sessuali non convenzionali e con un’incidenza assolutamente insignificante in Cina. Poco dopo aver lasciato la sua posizione, Wan Yanhai fondò <em>Aizhixing</em>, un’organizzazione che con le sue campagne avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella <strong>lotta all’AIDS</strong> e alle malattie sessualmente trasmissibili in Cina.</p>
<p>Negli anni Novanta Wan Yanhai è stato un attore di primo piano nel portare alla luce il rapporto tra le trasfusioni di sangue infetto e lo scoppio dell’<strong>epidemia di AIDS</strong> in alcune zone dello Henan, ma con le sue denunce si è guadagnato l’eterna inimicizia delle autorità.  Il <a href="http://www.scmp.com/portal/site/SCMP/" target="_blank"><em>South China Morning Post</em></a> in un paio di articoli usciti oggi ripercorre alcuni dei momenti più drammatici che hanno contraddistinto la sua attività negli ultimi anni, in particolare le tre volte in cui è stato <strong>detenuto</strong> e gli innumerevoli <strong>interrogatori</strong>.</p>
<p>Nel 2002 Wan Yanhai è stato detenuto per quasi un mese con l’accusa di “aver rivelato segreti di Stato”, il tutto per aver diffuso su internet un rapporto governativo che dimostrava come i funzionari locali dello Henan avessero ignorato e <strong>coperto lo scandalo</strong> del sangue infetto.</p>
<p>Alla fine del 2006 è stato detenuto per tre giorni dopo che la polizia aveva cancellato un <em>workshop</em> destinato ad avvocati, ong e malati di HIV in cui si sarebbe dovuto discutere della diffusione dell’AIDS attraverso le trasfusioni di sangue. Infine è stato detenuto per una notte alla fine del 2008, poco dopo l’arresto di <a title="voce Wikipedia (eng)" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hu_Jia_%28activist%29" target="_blank">Hu Jia</a>, l’attivista poi condannato a tre anni e mezzo di carcere.</p>
<p>Che <em>Aizhixing</em> fosse in difficoltà, era già noto nell’ambiente dei media e delle ong cinesi. Negli ultimi mesi l’organizzazione è stata sottoposta ad una lunga ed estenuante serie di <strong>controlli fiscali</strong>, l’ultimo dei quali ha avuto luogo il 25 marzo di quest’anno. Alla giornalista del South China Morning Post, Wan Yanhai ha dichiarato che <em>Aizhixing</em> nell’ultimo periodo non solo era finita sotto indagine da parte dei dipartimenti tributari, dell’industria e del commercio, ma anche da parte dei vigili del fuoco, i quali avrebbero ispezionato più volte i locali dell’organizzazione alla ricerca di una qualsiasi violazione delle norme di sicurezza. La polizia di Pechino lo avrebbe chiamato dozzine di volte e, come detto, sarebbe arrivata addirittura al punto di visitare la sua famiglia mentre lui era in viaggio. “Anche se fossi rimasto non avrei potuto lavorare normalmente. Continuavo a ricevere telefonate dalla polizia e avevo cinque o sei dipartimenti governativi alle calcagna: non ce la facevo proprio a concentrarmi sul mio lavoro”, ha dichiarato Wan Yanhai al SCMP.</p>
<p>Anche se Wan Yanhai ha sempre negato che ci fossero problemi seri, le <strong>voci </strong>giravano incontrollate. Alla fine di novembre dello scorso anno, alla vigilia della giornata mondiale dell’AIDS, in ambienti diplomatici è girata una mail in cui un funzionario di un’ambasciata europea affermava che <em>Aizhixing</em> aveva un <strong>deficit di bilancio </strong>di 2,3 milioni di yuan e lanciava un appello a chiunque fosse stato disposto ad aiutare. La situazione finanziaria di<em>Aizhixing</em> ha poi subito un ulteriore colpo ai primi di marzo di quest’anno, in seguito all’implementazione di un <a title="Fonte in inglese" href="http://www.safe.gov.cn/model_safe_en/laws_en/laws_detail_en.jsp?ID=30600000000000000,58&amp;type=&amp;id=3" target="_blank">regolamento</a> che inserisce una serie di complicati controlli per i <strong>trasferimenti bancari dall’estero</strong> per le organizzazioni non governative registrate come aziende. Questo ha spinto Wan ad esporsi ancora una volta in prima persona: egli infatti non solo ha firmato una lettera aperta destinata ai dipartimenti competenti, ma si è anche appellato per vie legali alla normativa sulla trasparenza delle informazioni governative per richiedere delle spiegazioni alle autorità sulle ragioni che hanno portato all’adozione di questo nuovo regolamento.</p>
<p>Dopo quasi <strong>vent’anni</strong> di faticoso lavoro in prima linea, Wan Yanhai ha deciso di <strong>lasciare</strong>. È stata una decisione inaspettata che si abbatterà come un uragano sul panorama di una già provata società civile cinese. Con ogni probabilità, l’impatto di questa fuga non sarà poi così differente da quello del “<a title="Appunti Cinesi" href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/12/alcune-riflessioni-sulla-dialettica-tra.html" target="_blank">caso Gongmeng</a>” dell’estate scorsa. Anche se sul web cinese si moltiplicano gli attestati di solidarietà verso Wan Yanhai – che per conto suo su Twitter risponde di non preoccuparsi – sono molti quelli che a voce affermano che il suo sia stato solamente un colpo di testa, se non addirittura una <strong>scelta sbagliata</strong>. Che si sia trattato di una decisione improvvisa sembra essere smentito dallo stesso interessato, che ad un amico ha scritto come già alla fine di aprile aveva deciso di lasciare il paese, anche se non aveva ancora le idee chiare su quale sarebbe stato il passo successivo. Persone a lui vicine però affermano di non aver avuto il minimo sospetto di quanto stava per accadere e di aver saputo della cosa solamente dai giornali.</p>
<p>L’interrogativo centrale in questo momento è: che ne sarà di <em>Aizhixing</em>, ora che il suo leader carismatico se n’è andato? Anche se Wan dal suo <strong>esilio auto-imposto</strong> si dice fiducioso che lo staff dell’organizzazione sarà in grado di proseguire le attività anche senza di lui, è difficile prevedere cosa succederà nei prossimi mesi. Nella più ottimista delle ipotesi l’organizzazione subirà un <strong>drastico ridimensionamento</strong> e continuerà la proprie attività sottotono, come ha fatto la <a title="Xu Zhiyong" href="http://www.cineresie.info/xu-zhiyong-multati-difesa-diritti/" target="_blank">Gongmeng</a>; nella più pessimista invece <strong>verrà chiusa</strong>, travolta dai controlli e dai debiti, lasciando un vuoto che molti anni non saranno sufficienti a colmare. In entrambi i casi, si tratterà di un altro <strong>duro colpo</strong> per la società civile cinese, tanto più che intorno ad essa ruotano alcuni tra i più importanti gruppi non governativi attivi nel campo della diversità sessuale, della discriminazione e della salute. Ora c’è solo da chiedersi chi sarà il prossimo.</p>
<p>Ho avuto occasione di conoscere Wan Yanhai lo scorso ottobre, quando stavo lavorando ad un servizio giornalistico sulla società civile cinese. Con un fotografo, avevo deciso di andare a ritrarre coloro che definisco i “non dissidenti”, quegli <strong>attivisti</strong> che, pur essendo estremamente critici nei confronti delle autorità, continuano a lottare all’interno dei limiti della legalità per tutelare i diritti degli emarginati e per ampliare lo spettro delle <strong>libertà personali</strong> – una schiera da cui Wan Yanhai è consapevolmente uscito nel momento in cui ha deciso di rimanere negli Stati Uniti. Lo avevo poi risentito in qualche altra occasione, quando mi aveva contattato per segnalarmi in tempo reale avvenimenti che avrebbero potuto interessarmi, tra cui ricordo una marcia di protesta di malati d’AIDS fuori dal Ministero della sanità. Anche se ha deciso di andarsene, Wan Yanhai rimane una presenza fondamentale all’interno della nuova società civile cinese, un precursore, un leader, il portavoce di istanze che spesso per paura vengono sottaciute. Anche da lontano la sua voce risuonerà forte e chiara.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/05/12/wan-yanhai-lascia-la-cina-duro-colpo-per-la-lotta-all%e2%80%99aids/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-06 14:23:42 by W3 Total Cache
-->