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	<title>J. L. Borges &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La &#8220;Storia della notte&#8221; di Borges</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Dec 2022 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Fava]]></category>
		<category><![CDATA[J. L. Borges]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Storia della notte]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA["Un volume di versi altro non è che una successione di esercizi di magia": per Adelphi è uscito "Storia della notte" di J.L. Borges, a cura di Francesco Fava, con testo a fronte; ne pubblico alcuni testi. (ot)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_100655" aria-describedby="caption-attachment-100655" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-100655" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/borges.jpg" alt="" width="1000" height="563" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/borges.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/borges-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/borges-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/borges-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/borges-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/borges-746x420.jpg 746w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-100655" class="wp-caption-text">J.L. Borges, Caricatura di Kyriakos Mauridis -&gt; kyriakosmauridis.gr</figcaption></figure>
<p>Quest&#8217;anno per Adelphi è uscito <em>Storia della notte </em>di Borges, a cura di Francesco Fava, con testo a fronte. Ne pubblico alcuni testi, ringraziando l&#8217;editore e felicitando il curatore [o.t.]</p>
<p>__</p>
<p>UN LIBRO</p>
<p>Niente più che una cosa tra le cose<br />
però anche un’arma. Forgiata nell’anno<br />
1604, in Inghilterra,<br />
è stata caricata con un sogno.<br />
Racchiude suono e furia e notte e porpora.<br />
La soppeso sul palmo. Chi direbbe<br />
che contenga l’inferno: le barbute<br />
streghe che sono le parche, i pugnali<br />
esecutori di leggi dell’ombra,<br />
l’aria leggera che avvolge il castello<br />
che ti vedrà morire, la leggera<br />
mano che sa coprir di sangue i mari,<br />
la spada e le alte grida di battaglia.</p>
<p>Quel silenzioso strepito ora dorme<br />
entro lo spazio di uno dei volumi<br />
del placido scaffale. Dorme e attende.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>L&#8217;INCISIONE</p>
<p>Perché, mentre la chiave apre la porta,<br />
torna ai miei occhi con stupore antico<br />
l’incisione di un tartaro che infilza<br />
dal suo cavallo un lupo della steppa?<br />
La belva si contorce eternamente.<br />
Il tartaro la guarda. La memoria<br />
mi offre questa tavola di un libro<br />
il cui colore e la cui lingua ignoro.<br />
Saranno anni ormai che non la vedo.<br />
A volte la memoria mi spaventa.<br />
Le sue concave grotte e i suoi palazzi<br />
(disse Agostino) accolgono di tutto.<br />
L’inferno e il cielo in lei trovano posto.<br />
Del primo ne racchiude a sufficienza<br />
il più comune e tenue dei tuoi giorni<br />
e un incubo qualsiasi della notte;<br />
per l’altro, c’è l’amore di chi ama,<br />
la freschezza dell’acqua nella gola<br />
della sete, il pensiero e il suo esercizio,<br />
il nitore dell’ebano invariabile<br />
o – luna e ombra – l’oro di Virgilio.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>L&#8217;INNAMORATO</p>
<p>Avori, lune, marchingegni, rose,<br />
le lampade e la linea di Albrecht Dürer,<br />
le nove cifre e il mutevole zero.<br />
Farò finta che queste cose esistano.<br />
Fingerò che ci furono in passato<br />
Roma e Persepoli e che una sottile<br />
sabbia segnò i destini di fortezze<br />
che i secoli di ferro hanno disfatto.<br />
Fingerò armi, fingerò la pira<br />
dell’epopea e i mari che gravosi<br />
erodono i pilastri della terra.<br />
Fingerò che altri esistano. È menzogna.<br />
Tu solamente, sei. Tu, mia sventura<br />
e mia ventura, tu incessante e pura.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>LE CAUSE</p>
<p>I crepuscoli e le generazioni.<br />
I giorni senza il giorno del principio.<br />
La freschezza dell’acqua nella gola<br />
di Adamo. L’ordinato Paradiso.<br />
L’occhio che indaga e scruta nella tenebra.<br />
I lupi che si accoppiano nell’alba.<br />
La parola. L’esametro. Lo specchio.<br />
La Torre di Babele e la superbia.<br />
La luna contemplata dai Caldei.<br />
Le sabbie innumerevoli del Gange.<br />
Chuang Tzu e la farfalla che lo sogna.<br />
Le tre mele dorate del giardino.<br />
I passi dell’errante labirinto.<br />
La tela senza fine di Penelope.<br />
Il tempo circolare degli stoici.<br />
La moneta che il morto ha nella bocca.<br />
Sulla bilancia il peso della spada.<br />
Nella clessidra ogni singola goccia.<br />
Le aquile imperiali e le legioni.<br />
Cesare la mattina di Farsaglia.<br />
L’ombra delle tre croci sulla terra.<br />
L’algebra e la scacchiera del persiano.<br />
Le tracce delle lunghe migrazioni.<br />
La conquista di regni con la spada.<br />
La bussola incessante. Il mare aperto.<br />
L’eco dell’orologio nel ricordo.<br />
Il re decapitato dalla scure.<br />
La polvere di secoli di eserciti.<br />
La voce d’usignolo in Danimarca.<br />
La scrupolosa riga del calligrafo.<br />
Il volto del suicida nello specchio.<br />
La giocata del baro. L’oro avido.<br />
Le forme delle nubi nel deserto.<br />
Ogni arabesco del caleidoscopio.<br />
Ogni rimorso pianto in ogni lacrima.<br />
Sono servite tutte queste cose<br />
perché le nostre mani si incontrassero.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>EPILOGO</p>
<p>Un evento qualunque – un’osservazione, un incontro, una separazione, uno di quei curiosi arabeschi di cui il caso si compiace – può suscitare l’emozione estetica. Il destino del poeta è proiettare quell’emozione, che è stata intima, in una favola o in una cadenza. La materia di cui dispone, il linguaggio, è, come afferma Stevenson, assurdamente inadeguata. Che cosa farsene, delle parole logore – gli <em>idola fori</em> di Francis Bacon – e di alcuni artifici retorici contenuti nei manuali? A prima vista nulla o molto poco. Eppure, è sufficiente una pagina dello stesso Stevenson o una riga di Seneca per dimostrare che l’impresa non sempre è impossibile. Per eludere la controversia, ho scelto esempi trapassati; lascio al lettore il vasto passatempo di ricercare altre felicità, forse più immediate.<br />
Un volume di versi altro non è che una successione di esercizi di magia. Il modesto incantatore fa quel che può con i suoi modesti mezzi. Una connotazione mal riuscita, un accento sbagliato, una sfumatura, possono rompere l’incantesimo. Whitehead ha denunciato la fallacia del dizionario perfetto: supporre che per ogni cosa ci sia una parola. Lavoriamo a tentoni. L’universo è fluido e mutevole; il linguaggio, rigido.<br />
Fra tutti i libri che ho pubblicato, questo è il più intimo. Abbonda in riferimenti libreschi, come pure vi abbondò Montaigne, l’inventore dell’intimità. Si può dire lo stesso di Robert Burton, la cui inesauribile <em>Anatomy of Melancholy</em> – una delle opere più personali della letteratura – è una sorta di centone, inconcepibile senza lunghi scaffali. Come alcune città, come alcune persone, una parte estremamente grata del mio destino sono stati i libri. Mi sarà permesso ripetere che la biblioteca di mio padre è stata l’evento capitale della mia vita? La verità è che non ne sono mai uscito, come Alonso Quijano non uscì mai dalla sua.<br />
Buenos Aires, 7 ottobre 1977<br />
J.L.B.</p>
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		<title>Un Borges piccolo piccolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2014 13:54:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[J. L. Borges]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Nicola]]></category>
		<category><![CDATA[Mariano Terdjman]]></category>
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					<description><![CDATA[Sfortunatamente sono Borges di Mariano Terdjman traduzione di Maria Nicola 1 Mio nonno rimase cieco prima dei quarant’anni. Quando lo conobbi era un uomo altissimo, calvo, religioso e sorridente. Portava gli occhiali anche se non gli servivano. Una forma di civetteria, forse, che confondeva i bambini come me. Una volta chiesi perché portasse gli occhiali, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sfortunatamente sono Borges</strong></p>
<p>di <strong>Mariano Terdjman</strong></p>
<p><em>traduzione di Maria Nicola</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/jorge-luis-borges-3.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-47648" alt="jorge-luis-borges-3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/jorge-luis-borges-3-291x300.jpg" width="291" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/jorge-luis-borges-3-291x300.jpg 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/jorge-luis-borges-3.jpg 995w" sizes="(max-width: 291px) 100vw, 291px" /></a></p>
<p><strong>1</strong></p>
<p>Mio nonno rimase cieco prima dei quarant’anni. Quando lo conobbi era un uomo altissimo, calvo, religioso e sorridente. Portava gli occhiali anche se non gli servivano. Una forma di civetteria, forse, che confondeva i bambini come me. Una volta chiesi perché portasse gli occhiali, se non ci vedeva, e nessuno seppe cosa rispondermi. Ma più che a mio nonno penso a mia nonna, che lo curò tutta la vita. Mia nonna si lamentava di tutto: aveva conosciuto un uomo, lo aveva sposato, aveva avuto due figli con quell’uomo, e quello, prima dei quarant’anni, non ci vede più. Non lavora più e si trasforma, come per incanto, in un masso pesantissimo da portare. Mia nonna non si lamentava di lui, però si lamentava di tutto.</p>
<p>Molto tempo dopo conobbi Borges. O meglio: i suoi racconti, il suo modo di parlare, le sue virtù, la sua cecità. E mi colpì sempre una cosa, una frase fatta, una specie di slogan che era suo: «Sfortunatamente sono Borges»<i>.</i> Per esempio, nella prefazione al <i>Manoscritto di Brodie</i>: «L’avanzare dell’età mi ha insegnato la rassegnazione all’essere Borges». Per esempio, in <i>Nuova confutazione del tempo</i>: «Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges».</p>
<p>Non ho mai cercato spiegazioni nella psicologia per questo genere di cose, e odio – io che non odio quasi mai niente – quelli che lo fanno: trattare il lamento di Borges come un difetto personale, frugare nella sua vita, nella sua infanzia, nel suo rapporto con suo padre, con sua madre, con i suoi pari, con le donne, con i suoi amici; fare della psicologia applicata mi pare basso, paternalistico e fallace. Ma la frase rimane lì e mi perseguita: <i>Sfortunatamente sono Borges</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2</strong></p>
<p>Andiamo per gradi<i>. </i>Borges non dice, per esempio, «sfortunatamente sono io». Non dice, per esempio: «sfortunatamente sono nato». Non dice: «Sfortunatamente sono quello che sono». Borges si rammarica di essere Borges. Primo punto. Sarebbe errato, credo, procedere nella direzione del cognome, della linea paterna e forse della cecità che eredita da Jorge, suo padre. I ciechi, come mio nonno, non si lamentano.</p>
<p>Borges trasforma la cecità in materia letteraria, in un elemento della sua poesia. Secondo punto. Terzo punto. Borges è un uomo di successo. Quando scrive <i>Il manoscritto di Brodie</i> (1970), Borges è un autore di fama internazionale: rispettato, amato, analizzato e citato. Quarto punto: Cerco lamenti di altri scrittori. Scopro questo: Raymond Carver prima di compiere i trent’anni si rende conto di non avere le capacità per scrivere un’opera voluminosa, un romanzo, e perde ogni ambizione a diventare un grande scrittore. Franz Kafka lascia annotato nel suo diario che non potrebbe «vivere di letteratura  a causa della lunga gestazione dei miei lavori e del loro carattere insolito».</p>
<p>Di che cosa si lamenta Borges, che non muore nell’anonimato come Kafka? Di che cosa si lamenta se non ha scritto romanzi, come Carver, ed è un’icona della letteratura universale? Qual è il suo cruccio? Di che cosa si lamenta un uomo di successo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>3</strong></p>
<p>Di questo, del successo.</p>
<p>Il Destino è una delle idee più potenti nella letteratura di Borges. Quel momento preciso in cui uno decide chi è. Gli esempi sono tanti. Forse Borges decide chi è quando scrive <i>El Aleph</i>, il racconto che s’intitola così. Neppure tutto il racconto: la descrizione dell’Aleph. «Arrivo, ora, all’ineffabile centro del mio resoconto; comincia, qui, la mia disperazione di scrittore. Ogni linguaggio…». Quelle pagine sono le più memorabili di tutta la letteratura argentina. Di lì in poi Borges <i>è</i> Borges. Idolatria, sottomissione, rispetto. Di lì in poi tutti vanno da lui a chiedergli una grazia. Borges, ci parli del tempo. Borges, sia profondo. Borges, ci parli dell’universo, della complessità, del destino. Borges diventa un classico, lui che è chiarissimo quando parla dell’altro grande classico nazionale.</p>
<p>«Quaranta o cinquant’anni fa i ragazzi leggevano il <i>Martín Fierro </i> come oggi leggono S.S. Van Dine o Emilio Salgari; a volte clandestina e sempre furtiva, quella lettura era un piacere e non l’esecuzione di un obbligo pedagogico. Oggi il <i>Martín Fierro</i> è un libro classico e questo attributo è inteso come sinonimo di tedio».</p>
<p>Il lamento di Borges non è che il tentativo, disperato, di non diventare uno scrittore di successo, un classico, una gran noia. Con quella frase Borges chiede che la sua voce venga ascoltata al di là delle definizioni che minacciano di trasformare la sua opera in un mattone, in un’icona, in una vetta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>4</strong></p>
<p>Mia nonna sopravvisse a mio nonno per quindici anni. Continuò a lamentarsi di cose minuscole e io ci misi forse troppo tempo a capire che quella era una forma d’amore. Non l’amore attuale, che è puro piacere. Un altro tipo d’amore, che era anche impegno, promessa, destino. Le cataratte di mio nonno oggi si curano con un intervento di cinque minuti. Esci dalla sala operatoria e ci vedi. E continui, come se niente fosse, la tua vita. //</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Mariano Terdjman è nato a Buenos Aires nel 1980. Ha studiato lettere e scrive per il cinema. Collabora con diverse testate, cartacee e digitali. Nel 2012 è uscito il suo primo libro di racconti, ¿Vos estás segura de lo que vamos a hacer? (Tu sei sicura di quel che stiamo per fare?), che è stato accolto molto bene dalla critica argentina.</em></p>
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		<title>Dentro Babele</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/dentro-babele/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2008 08:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Dentro Babele]]></category>
		<category><![CDATA[J. L. Borges]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Sperandio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Sperandio [ Relativity, 1953, Maurits Cornelis Escher (1898 &#8211; 1972) ] Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) è quasi una miracolosa eccezione. J. L. Borges [24 agosto 1899 – 14 giugno 1986] La biblioteca di Babele [1941] &#160;&#160;&#160;&#160;Fu stranamente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Sperandio</strong></p>
<p align="center"><a href="http://www.mcescher.com/Gallery/back-bmp/LW389.jpg" target="_blank"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-6093" style="margin-top: 10px; margin-right: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 10px" title="escher" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/escher.gif" alt="" width="385" height="381" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Relativity, 1953, Maurits Cornelis Escher (1898 &#8211; 1972) ]</small></p>
<table style="border:0px solid #7F7F7F;">
<tbody>
<tr>
<td style="border:0px solid #7F7F7F;" width="40%"></td>
<td style="border:0px solid #7F7F7F;" width="60%"><em>Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) è quasi una miracolosa eccezione. </em></p>
<p align="right"><strong>J. L. Borges</strong><br />
[24 agosto 1899 – <strong>14 giugno</strong> 1986]<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/la-biblioteca-di-babele_-j-l-borges.doc" target="_blank"><strong>La biblioteca di Babele</strong></a> [1941]</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fu stranamente afoso l’autunno del 1941 a Buenos Aires. Notizie di una guerra mondiale ma lontana animavano le nostre serate ai caffè: non c’è argentino tanto argentino da trascurare ciò che accade in Europa. Col pretesto di un’assonanza di nomi o di una foto, ci esaltavamo al conflitto come fosse una sfida tra <em>gauchos</em>.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Io in verità partecipavo soprattutto per incontrare Adelaida, assidua alle dispute sui comunicati militari e sulle novità letterarie. Dato che ho poca inclinazione per gli eserciti, il più delle volte mi limitavo ad ascoltare la sua voce calda, un po’ roca di sigarette senza filtro, osservando come le labbra le danzavano mollemente nel parlare.<span id="more-6081"></span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di più intervenivo quando si discuteva di questo o quell’autore. Terminata l’infatuazione per Lynch, le nostre lettere propendevano momentaneamente (almeno così speravo) all’ambientazione urbana di Edoardo Mallea, Enrique Larreta e Leopoldo Marechal. Adelaida condivideva con me l’antipatia per il romanzo sociale, prediligendo certi territori dell’inconscio sopra cui agivano i talenti meno conformisti. Di mondi laterali, di universi in ombra ragionavamo fino a tardi tra camerieri esausti che certamente ci maledicevano, ignari delle smisurate ipotesi dischiuse dietro angoli bui, o nelle profondità degli occhi verdi di Adelaida.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In quel verde mi perdevo come nel colore del sogno. L’ultimo tram mi avvicinava ancora di più ad Adelaida, perché lo prendevamo soli soli: mi sembrava di entrare insieme a lei dentro il lato oscuro delle cose. Avrei voluto proporle di non venirne fuori mai più, certo com’ero che il capolinea di quella ferraglia doveva essere un posto dove esistevamo noi solo. Lei però scendeva prima di me, mi stringeva la mano e andava via senza che io comprendessi come aveva fatto ad accorgersi che eravamo già in Avenida Lugones.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Andò così anche l’ultima sera. Avevamo parlato per tutto il tempo dell’ultimo libro di Borges (“<em>Il giardino dei sentieri che si biforcano</em>”, Buenos Aires 1941 – n.d.a.) e delle rivelazioni che offriva. La conformazione circolare e labirintica dell’universo, che tante volte ci aveva infervorato discutendo dell’opinabilità del reale, vi era asserita in poche pagine indicate come “Biblioteca di Babele”. Rammento ancora il vigore con cui Adelaida aveva redarguito gli scettici.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Oggi che percorro senza riposo i cunicoli esagonali della Biblioteca, il ricordo di quel diverbio mi conforta nelle mie scelte di allora, e mi rende più dolorosa e presente la mancanza di Adelaida.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Dall’oceano dové arrivare in quell’attimo la cenere dei bombardamenti, a ottenebrare i tanti esegeti in servizio. Fu l’orrore della miseria e della morte a indurre del brano una lettura simbolica: “racconto fantastico” lo definirono. Io soltanto ne rivendicavo il realismo. Adelaida prese le mie parti, anche se oggi sospetto che volesse attrarre così l’attenzione del giovane critico Vaquero, dalle dita ipnoticamente affusolate. Che l’universo consista in una serie concatenata di gallerie con scaffali; che in essa dimorino tutti i possibili libri formati dalla combinazione dei venticinque segni ortografici; che la Biblioteca sfugga alla normale concezione del tempo: Adelaida difese queste verità con ardore, di fronte all’incredulità dei presenti e alla mia commozione.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Vaquero fu molto pacato, evitò di ingiuriarci e prese a obiettare con calma, rigirando quelle mani volubili. I suoi argomenti riguardavano l’inutilità: poiché nella Biblioteca sarebbero annoverate tutte le possibili combinazioni di lettere, la maggior parte di esse non avrà senso, diceva. Vi sarà il libro, infatti, composto solo dalla lettera m ripetuta centinaia di volte, o quello formato solo da consonanti palatali, o ancora quello fatto di un unico interminabile fonema che nessuno riuscirà mai a pronunciare. Esclusi i libri idonei alla cognizione (un frammento, nella vastità dell’insieme), a cosa serviranno tutti gli altri? Quelli privi di alcun significato, o quelli che travisano un’opera famosa, o che da un’opera differiscono soltanto per una virgola o un sinonimo…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Assurdità!, pensai e continuo a pensare. Vaquero e i suoi accoliti pretendevano di intendere il trascendente con l’umano, di chiarire segreti indecifrabili. Riflettei che il flagello dei mortai ne avrebbe opportunamente umiliato le ragioni, se mai si fosse esteso al Sud America, oltre che devastato i corpi. Ma al momento il corpo di Vaquero restò intatto, e la furia con cui Adelaida prese ad attaccarlo somigliava a una schermaglia amorosa. Allora non me ne preoccupai, e riferii alla nostra tenerezza lo slancio con cui lei lo aggredì.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Naturalmente tu credi solamente a ciò che vedi” lo accusò, “diffido dei tipi come te”. Io che avevo fantasticato in gioventù esistenze galattiche dal respiro di zolfo e dalla pelle liquida, avrei voluto inginocchiarmi a venerare ogni sua sillaba. Ondeggiava le spalle parlando, lanciava occhiate analoghe ai lampi di quella guerra che ignoro se sia finita e se abbia lasciato superstiti. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Enunciava un assioma tutto nostro, Adelaida, e cioè che non l’uomo è la misura di tutto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Vaquero acconsentiva, non immaginavo perché, a mantenere alla discussione un tono astratto, non chiese mai “Insomma, dove li vedete questi vostri volumi e corridoi?”. Sorrideva nel confutare Adelaida, trascinava le dita da un posacenere all’altro. Lei supponeva insolite chiavi di lettura per i testi della Biblioteca, e illimitate. Perché una, affermava, potrebbe stare nel rapporto fra le virgole e i punti; un’altra fare riferimento ai soli righi che iniziano con la lettera p; un’altra ancora, non meno plausibile, dedursi dalla trasposizione musicale attuata sovrapponendo un pentagramma a ogni cinquina di righi di ciascuna pagina (va ricordato, con Borges, che ogni pagina contiene 40 righi, un multiplo esatto di cinque). Ma i detrattori insistevano. Devo ammettere che Vaquero risultò il più elegante nello sminuire il resoconto di Borges ad artificio letterario. Altri ci insultarono evocando pallottole e forni, e reclamandone il crepitio ai danni delle nostre bubbole. Un anziano avvocato giunse a definirci “sabotatori della geometria sociale”, né riuscii a dargli torto. Vaquero invece, nel congedarsi, non mancò di baciare la mano di Adelaida, e di stringere cavallerescamente la mia. Mi ferì il poco tempo che le sue labbra indugiarono sulla pelle di lei, ma di più mi ferì l’osservazione di Adelaida: “Di tutti, è quello dalla prospettiva più alta…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non mi ci soffermai. Ero troppo immerso nel connubio che mi legava a Adelaida, in quella notte di scelte. “Quanto a lei – mi aveva apostrofato Vaquero – non mi meraviglierei che se ne partisse da solo a esplorare le sue gallerie”. Su un solo punto sbagliava: che intendevo portare Adelaida con me. Il rigore architettonico di Borges imponeva decisioni finali: se la Biblioteca era il mondo, bisognava che io e Adelaida la percorressimo insieme, fino all’origine della nostra unione. “Non è di Adelaida – pensavo – un’esistenza di notiziari e pratiche d’ufficio”. E nel chiudere la radio e la porta di casa quella sera, constatavo che già la mia vita era cambiata. Il meccanismo della Biblioteca era già in me (in noi, speravo), sopito fino allora in qualche agglomerato di cellule.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per questo, ritornando con il solito tram, presi a confidarle i miei progetti. “Siamo i personaggi di un libro, Adelaida. Non scendiamo alla solita fermata – le dissi – questo tram ci porterà più lontano…”. “Ma sì – replicò – meglio tagliare i ponti con certa gente che non vede al di là dei suoi passi. Ci sono circoli più stimolanti dintorno, e anche <em>mate</em> più caldo”. Conoscevo la sua avversione per il <em>mate</em> immancabilmente tiepido che servivano al nostro caffè, ma pensai che parlasse per metafora. “Andiamo insieme mano nella mano” perciò aggiunsi. Ma non doveva avermi bene inteso, perché ribatté fuori luogo “Ha belle mani, d’accordo, ma non è detto che abbia ragione per forza…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si riferiva a Vaquero con un’enfasi eccessiva rispetto al passo che stavamo per fare, ma forse voleva compiacermi, e rinsaldare i nostri propositi. “Ritroveremo anche lui” sostenni, rivolto alla perfezione che è propria della Biblioteca. Perfezione come totalità: non esiste concetto o farragine o astrazione che la Biblioteca non ospiti, unitamente a ogni possibile variante e ai rispettivi contrari. Non esiste complesso di periodi, di iati, di dissonanze o stridori verbali che non riposi su un qualche scaffale in qualche poco illuminato corridoio esagonale. Ne deducevo che avremmo trovato presto o tardi anche il libro incentrato su Vaquero, per motivarne i rancori. “Ritroveremo anche lui” dissi a Adelaida che guardava fuori con dolce noncuranza. Fui grato alla Biblioteca che la sua perfezione implichi unicità: mai in alcun modo potrebbe contenere due volumi uguali, sicché per leggere ci saremmo messi vicini, stretti stretti.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pensai che un bacio, il nostro primo, doveva suggellare l’accordo. Presi piano con la mia la mano bianca di Adelaida, mi avvicinai alla sua bocca e la sentii esclamare “Oh, siamo già in Avenida Lugones. Ti saluto, a domani”. E stringendomela in fretta corse via.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Così da decenni vago da solo per questi anfratti grigiastri. Il bizzarro comportamento di Adelaida fissò la mia decisione. “Me ne andrò lo stesso”: quest’idea mi rimbombava dentro col fragore di un bazooka (subivo la suggestione dei ripetuti bollettini). Darmi alla Biblioteca fu il conforto all’incomprensione di Adelaida.   Soltanto lì potrò ritrovarla, mi dicevo, solo nella dimensione illimitata del possibile. Quando avrà compreso finalmente quanto è angusta questa vita, e quanto è fatuo Vaquero, non potrà non raggiungermi. Allora io sarò lì ad accoglierla, a mostrarle le mie scoperte, le leggerò il libro dove è scritto che lei non poteva mancare di venire.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mi consolava che il viaggio non sarebbe stato infinito. La Biblioteca è provvista di confini. Tutte le possibili combinazioni di un  numero dato di simboli entro un numero dato di pagine assommano a un totale finito. Non stetti a immaginare questa cifra (risultante, ripeto, da ciascun rapporto tra loro dei 25 simboli in uno spazio di 410 pagine, quante ciascun volume ne contiene) ma, rincuorato di potere forse un giorno tornare, partii.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da allora girovago frugando ripiani e scansie, in cerca di qualcosa che ancora ignoro cos’è. La mia speranza di incontrare un giorno Adelaida si è andata spegnendo, nell’accertare quanto sono lontani i nostri mondi. Anni di cammino e di pericoli (la Biblioteca non è priva di insidie) hanno fiaccato la mia risolutezza: anni di letture al chiarore oscillante di un lumino, di assalti a scaffali riposti, di dure ascese ai piani superiori… La mia testa deve essere bianca, i miei occhi riarsi, ma non ci sono specchi a duplicare gli inganni del tempo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ora so che Borges aveva ragione, ma non so più perché mi trovo qui. Il ricordo di certe frasi di Vaquero, di un suo compiacimento in quella sera fatale, suggerisce che presagiva ciò che si andava compiendo. La degnazione con cui mi strinse la mano, come a un rivale sconfitto, affermando “Non mi meraviglierei che se ne partisse…”: completava il suo piano, invogliandomi a levarmi di torno. Mi toccherà leggere prima o poi la mia storia come quella di un innamorato schernito…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ho appreso dalle pagine l’inconsistenza di esistere, dai versi la forza costrittiva delle frasi. Mi è parso alcune volte che poesie tanto pure non potessero che ispirarsi a Adelaida. Così mi sembrava che fosse ancora vicina.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Però forse la guerra ha raggiunto Buenos Aires e lei. Ho un modo di appurarlo.    Esiste un libro, uno solo, che può spiegare cosa davvero è successo, qual è il destino di Adelaida e quale il mio, e se potremo un qualche giorno riunirci: è <em>il libro scritto da me</em>, il racconto che ho composto senza saperlo per completezza della Biblioteca e del racconto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da tempo non ricerco nient’altro. Conoscenze, misteri (quello dell’A-bao-A-Qu, per esempio, entità che un trattatello di zoologia fantastica asserisce viva solo mentre qualcuno sale le scale), tutto ho sacrificato al ritrovamento casuale di un nome sopra una copertina. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Vagabondando da un cunicolo all’altro ho incontrato altri ricercatori, folli che rimandavano il mio sguardo. Inutilmente chiedevo se avevano incontrato mai nel cammino una signora dai profondi occhi verdi e dalla voce roca, il loro biascichio non si fermava.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Oggi che ancora mi trascino come un rettile ferito, sento parlare talvolta di suicidi, di bibliotecari caduti in un’impossibile fuga (l’universo non ammette altri spazi), o di sette che incendiano volumi. La Biblioteca ha fragilità e efferatezze. Io stesso ho assistito all’accoppiamento tra due libri, praticato da una banda di intersettori di fogli. Ma non ricordo quali libri erano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Adelaida, Vaquero, le nostre discussioni, la guerra… Non ricordo nemmeno se davvero esiste da qualche parte Buenos Aires coi suoi circoli e le sue donne, o se non stanno soltanto in qualche mia lettura. Comprendo invece i tanti esploratori che si sono lasciati morire per spezzare un tracciato che è destinato alla replica, o a replicare una replica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La cecità mi ha fatto andare avanti. Il vuoto forse, che altri chiama<em> </em>l’<em>amore</em>. Mi ha spinto lungo una strada che non doveva aver meta. Invece una meta c’era, c’è: l’ho con me, qui tra le mani, il mio libro…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo tocco, lo sfioro incerto della sua consistenza, del peso… Carezzo la piegatura, il taglio grossolano, respiro l’odore di carta, mi tremano le dita. Quasi ho paura di ciò che vi sta scritto. Ora con cautela lo apro, lo sfoglio, ho le mani sudate, stringo quel che mi resta degli occhi, infine leggo: “Fu stranamente afoso l’autunno del 1941…</p>
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<p><small>[ immagine da <a href="http://www.mcescher.com/" target="_blank">www.mcescher.com/</a>]</small></p>
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