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	<title>jacques rivette &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Storia di Marie e Julien (Jacques Rivette)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2009 05:06:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[jacques rivette]]></category>
		<category><![CDATA[rinaldo censi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Rinaldo Censi Le prime sequenze del film scorrono lasciando emergere una strana sensazione, come se qualcosa sfuggisse, si muovesse autonomamente, fuori dai binari canonici di una diligente trama narrativa. I punti enigmatici e opachi vengono subito al pettine: chi è Madame X? E cosa la unisce a questo orso in cattività, fuggito di soppiatto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Rinaldo Censi</strong></p>
<p>Le prime sequenze del film scorrono lasciando emergere una strana sensazione, come se qualcosa sfuggisse, si muovesse autonomamente, fuori dai binari canonici di una diligente trama narrativa. I punti enigmatici e opachi vengono subito al pettine: chi è Madame X? E cosa la unisce a questo orso in cattività, fuggito di soppiatto da uno zoo? La struttura ipnagogica delle prime sequenze poi non aiuta. Dove siamo? In un sogno? E poi: chi è che sogna? Marie? Julien? No. L&#8217;impressione è che ci sia qualcosa di superiore: ci sia qualcosa insomma che muova i fili della storia, che si diverte ad attorcigliarli, farne risaltare i nodi imprevisti: insomma a creare incidenti. All&#8217;inizio del film ogni personaggio sembra muoversi per conto suo, come se stesse monologando con se stesso, emancipato dal resto della scena, impermeabile agli eventi che si susseguono, senza che nulla venga in fondo chiarito. Un po&#8217; come un quartetto d&#8217;archi dove ogni esecutore si muove singolarmente, chiedendosi cosa stia suonando il musicista al suo fianco. Eppure questi quattro strumentisti conoscono alla perfezione la composizione musicale sul loro spartito, solo non desiderano essere disturbati. Si divertono restando evasivi, enigmatici: ci voltano la schiena, con semplicità e noncuranza.<span id="more-19773"></span></p>
<p>Alcuni indizi: una lettera, un lembo di stoffa, una fotografia. Possono aiutare a comprendere lo svolgimento degli eventi? Un ricatto? Appuntamenti mancati. Ma dov&#8217;è che ci si incontra? Dov&#8217;è che Marie incontra Julien? In sogno? In un bistrò? <em>Storia di Marie e Julien</em>, ottimo film di Jacques Rivette, si muove con grazia felina, scandendo la sua struttura filmica con riserbo. E chi l&#8217;ha mai detto che al cinema le cose debbano essere semplici? E&#8217; possibile che dalla dissonanza iniziale delle prime sequenze si riesca a giungere a mettere in scena una struttura infallibile, un intreccio perfetto e preciso come un orologio svizzero? Potete esserne certi. Questo film trova il suo correlativo oggettivo in quella sorta di <em>filosofia dell&#8217;arredamento</em> che impegna Marie (Emmanuelle Beart) per buona parte del film. All&#8217;ultimo piano della residenza di Julien, nella soffitta, una stanza vuota sta per essere arredata. Ma quanta fatica! Si fatica a trovare la posizione esatta dei mobili, la loro esatta simmetria, il loro equilibrio, così come si fatica a districare la trama del film. Colore del tendaggio, posizione degli specchi, un comodino spostato di pochi centimetri, un mappamondo da alloggiare. Una scala al centro della stanza. Tonalità delle tinte, armonia tra le dimensioni dei mobili, linee rette, linee curve, una lampada, un po&#8217; di polvere si muove controluce: è ciò che resta di un locale buio dall&#8217;aria viziata. E&#8217; possibile che in questa volontà arredatrice, in questa attenzione per tonalità di stoffe, in questo spazzare polvere, come se stessimo osservando il pigro movimento delle grandi pulizie primaverili, si nasconda il cuore del film? A cosa serve questa stanza messa a nuovo? Quale la sua utilità? Serve a delimitare un luogo famigliare, &#8220;abitato&#8221; da un&#8217;atmosfera di cui percepiamo la violenta ambivalenza, in un universo che si muove un secondo in ritardo rispetto alla realtà? Mentre Julien dorme o è distratto (è innamorato, dopotutto), Marie prima immagina, definisce, poi costruisce a sua insaputa una stanza che è un maelström temporale, un luogo desueto, perturbante (<em>Storia di Marie e Julien </em>è un film tutto verticale, di una verticalità che risuona in una tensione verso il fuoricampo: dove guarda il malizioso gatto Nevermore, mentre Julien lo accarezza?): è il luogo di elezione, di pertinenza, dove ogni nodo dovrebbe infine giungere a slegarsi. False piste. Un ricatto. Un uomo senza qualità. Una donna malinconica, enigmatica: cosa nasconde? Qual è il suo segreto? Bisogna avere la pazienza di salire in solaio per scoprirlo, infine.</p>
<p><em>Storia di Marie e Julien</em>: un film costruito a tappe, con le sue stazioni, distribuito su tre piani, mentre all&#8217;esterno il mondo continua il suo corso, sonnolento, distratto, quotidiano. E quella carcassa, quello scheletro di ferro, l&#8217;anima di un orologio da campanile, lì al primo piano della casa? Lo scatto difettoso della sua meccanica, questo scandire il tempo singhiozzando, stonato, non è la dimostrazione cangiante di un&#8217;evidenza: l&#8217;eloquente<em> sincope </em>dell&#8217;intreccio, o meglio, ciò che lo innesca (il gatto Nevermore si diverte. Si arrampica e si sposta all&#8217;interno di questa struttura celibe, una specie di quadro svedese duchampiano. Che sia lui il piccolo demone che si impegna a sabotare la precisione degli ingranaggi, le sue bielle, le sue ruote,  i meccanismi della trama)?</p>
<p>&#8220;Scènes de la vie parallèle&#8221;, progetto di Rivette cominciato nel 1976 con <em>Duelle</em>, <em>Noroît</em>, prevedeva quattro capitoli, ispirati ad un mito celtico imperniato sulla resurrezione dei morti. <em>Storia di Marie e Julien</em> definiva il terzo capitolo. Rivette aveva anche cominciato a filmarlo, prima di interrompersi per motivi di salute (questo è dunque un film interrotto, defunto e disseppellito). Storia d&#8217;amore, storia di fantasmi, di non-morti, <em>Storia di Marie e Julien</em> ci dimostra che una stanza è sufficiente a far venire le vertigini: non servono tanti effetti speciali, e neppure la stupida pedanteria di una fantascienza da playstation. Edgar Allan Poe (<em>Annabel Lee</em>, <em>Il diavolo nella torre</em>), Val Lewton, Mark Robson (<em>La settima vittima</em>), Jacques Tourneur, fantasmi dall&#8217;universo RKO: possibile che affollino tutti questa stanza? Si sono riuniti qui, per 150 minuti. Sono i custodi di un universo ormai scaduto. Possiamo osservarne ancora il fulgore e il movimento, per effrazione, dentro quella stanza.</p>
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		<title>Nevermore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2004 21:33:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[jacques rivette]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Vasta questa mattina domenica 16 novembre 2003 ho visto un film histoire de marie et julien di jacques rivette sintetizzando il film racconta una storia d’amore tra un uomo e una donna (non esattamente una grossa novità) solo che l’uomo è vivo e la donna è morta lo spettatore questo non lo sa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Vasta</strong><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/marie%20et%20julien%202.jpg" alt="marie et julien 2.jpg" align="right" border="0" height="200" hspace="4" vspace="2" width="300" /></p>
<p>questa mattina<br />
domenica 16 novembre 2003<br />
ho visto un film<br />
histoire de marie et julien<br />
di jacques rivette</p>
<p>sintetizzando<br />
il film racconta una storia d’amore tra un uomo e una donna<br />
(non esattamente una grossa novità)<br />
solo che l’uomo è vivo e la donna è morta</p>
<p>lo spettatore questo non lo sa<br />
lo scoprirà soltanto alla fine<br />
non è un film di suspence<br />
non è il sesto senso o the others<br />
<span id="more-262"></span><br />
si ragiona sul grado di esistenza dei morti nella nostra vita<br />
sull’intensità della loro vita morta nella nostra vita<br />
(mi ha fatto tornare in mente un film di una decina di anni fa<br />
l’avevo visto in cassetta<br />
la vita dei morti<br />
di arnaud desplechin)</p>
<p>ecco</p>
<p>dunque</p>
<p>in una delle scene iniziali si vede il protagonista, julien, che torna a casa<br />
julien fa l’orologiaio, ripara grandi orologi<br />
orologi a pendolo, orologi da campanile<br />
in casa sua c’è una stanza piena di macchine piene di ruote metalliche<br />
ghiere<br />
cremagliere</p>
<p>julien torna a casa, gira per le stanze, prende il suo gatto in braccio e si distende su un letto</p>
<p>il gatto si chiama nevermore<br />
(sì, certo, è una citazione)</p>
<p>ora, succede questo<br />
succede che l’attore – si chiama jerzy radziwilowicz – ha la consapevolezza del set e del ruolo<br />
jerzy radziwilowicz sa di trovarsi su un set, sa di interpretare il ruolo di un personaggio che si chiama julien<br />
sa di avere una macchina da presa che lo inquadra dall’alto<br />
ma jerzy radziwilowicz è perfettamente in grado di dissimulare<br />
quindi non guarda mai in macchina</p>
<p>il gatto però no</p>
<p>nevermore sta in braccio a julien ma sente la mdp che incombe<br />
allora si volta, solleva lo sguardo, tenderebbe a scappare ma julien lo trattiene<br />
lo spettatore vede le mani di jerzy-julien che carezzano coercitivamente nevermore<br />
cercano di distrarlo di carezze, di blandirlo con grosse feroci carezze<br />
(è come se l’attore gli dicesse su, fai la tua parte)</p>
<p>nevermore però non si calma e guarda in alto preoccupato<br />
lo spettatore guarda nevermore preoccupato e sorride, ride<br />
in effetti è tutto molto comico<br />
è, con tutte le differenze, come quando il microfono pende giù dalla giraffa ed entra in campo<br />
(a volte in questi casi l’errore non è del regista-operatore bensì del proiezionista che sbaglia mascherino)</p>
<p>in questo caso la presenza del set, della finzione<br />
è rivelata non dal comparire in campo di un residuo di set<br />
bensì da un elemento dinamico<br />
lo sguardo impaurito di nevermore che guarda in alto, in macchina</p>
<p>ho pensato questo<br />
che nevermore<br />
nel suo rivelare il set e la finzione<br />
si stava comportando coerentemente con il tipo di film nel quale è stato coinvolto</p>
<p>in questi film<br />
in generale in storie di questo genere<br />
alla giro di vite di henry james<br />
soltanto alcune persone<br />
alcune creature<br />
sono in grado di percepire e riconoscere la presenza dei morti<br />
(in giro di vite, se non ricordo male, sono i bambini a poter vedere i fantasmi)</p>
<p>nevermore fissa la mdp<br />
la mdp è il fantasma<br />
il cinema è la cosa morta che guarda gli attori confidando nella loro complicità<br />
nevermore non riesce a essere complice<br />
non può essere complice<br />
fissando inquieto la mdp racconta a tutti che, quasi banalmente, la morte incombe dall’alto</p>
<p>siamo sempre nella sua inquadratura<br />
anche se facciamo finta (fiction) di niente</p>
<p>siamo sempre in campo</p>
<p>(nei titoli di coda ho letto che il vero nome di nevermore è gaspard)</p>
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