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	<title>jihad &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Jihad 2.0: un&#8217;offensiva del Têt?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/11/18/unoffensiva-del-tet/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2015 13:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Sul macello terroristico di Parigi e sulle connesse minacce jihadiste molte parole per forza di cose si spenderanno. A tutti i livelli di esposizione mediatica, personaggi pubblici, opinionisti e bloggers e comune sentire si muoveranno, come già per Charlie Hebdo, sui ben noti binari di circostanza: il grido di dolore, il giorno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Sul macello terroristico di Parigi e sulle connesse minacce jihadiste molte parole per forza di cose si spenderanno. A tutti i livelli di esposizione mediatica, personaggi pubblici, opinionisti e bloggers e comune sentire si muoveranno, come già per Charlie Hebdo, sui ben noti binari di circostanza: il grido di dolore, il giorno dopo e la quotidianità devastata, i proclami da sciacallo dei politicanti razzisti, i contro-proclami equanimi degli intellettuali tolleranti, lo sguardo ambiguo e sospettoso sul migrante (specie se magrebino o mediorientale), il sacrosanto umorismo tragico dei vignettisti e quant&#8217;altro una società sotto attacco inevitabilmente esprime nell&#8217;adattarsi al tempo del massacro.</p>
<p>In un simile contesto, di fronte a un bollettino di guerra di centoventinove vittime, si è molto riluttanti a portare legna alla selva dei molteplici interventi più o meno profondi, più o meno raffinati, più o meno accalorati che si avvicendano in queste ore; in simili circostanze ogni urgenza comunicativa passa in secondo piano. L&#8217;unica forma di esternazione che al momento appare in qualche modo legittima è tentare, con tutti i limiti del caso e con la massima sinteticità possibile, un&#8217;analisi della strategia che gli attentati fanno intravedere. Ogni altra considerazione culturale o ideologica verrà tirata in ballo al mero scopo di evidenziare la funzione degli aspetti culturali nel contesto della strategia della tensione globale, con tutto il costo in termini di <em>political correctness</em> che una visione obbiettiva del problema imporrà.</p>
<ol>
<li><strong> Tattica e strategia degli attentati.</strong></li>
</ol>
<p>In termini militari, la realizzazione della gragnuola di attentati di Parigi ha portato alle estreme conseguenze l&#8217;impostazione strategica degli attacchi che l&#8217;hanno preceduta dall&#8217;11 settembre 2001 in poi e segue uno schema e dei presupposti tanto semplici da valutare a cose fatte quanto efficaci e imprevedibili negli effetti, come ciascuno può banalmente constatare. Anzitutto, gli uomini che verranno impegnati nell&#8217;azione di guerra, sono condotti in prossimità dell&#8217;obbiettivo senza che il nemico se ne accorga, alla spicciolata, allo scopo di conseguire il massimo effetto psicologico derivante da un attacco a sorpresa; in secondo luogo i bersagli selezionati sono obbiettivi che col senno di poi si rivelano concretamente esposti o sensibili (lo stadio –dove pure era presente Hollande– o la folla di giovani in un quartiere culturalmente misto in via di gentrificazione), e tuttavia, nonostante tutti gli indizi di preallarme a medio e breve termine che si erano presentati, la scala di priorità degli organi di controllo e di difesa non considerava tali obbiettivi così nevralgici da ritenere opportuni interventi straordinari di presidio e prevenzione di eventuali attacchi; infine, per quanto possano essere preparati in teoria sull&#8217;effetto motivazionale dell&#8217;ideologia del kamikaze, i comandi delle strutture di controllo e difesa del territorio restano spesso psicologicamente spiazzati, in quanto hanno a che fare con una forza ostile con la quale non ha senso intraprendere trattative, essendo impossibile intavolare trattative con chi non presupponga di valutare le proprie azioni in termini di rapporto costi-benefici.</p>
<p>Si aggiungerà un ulteriore duplice corollario: nel caso specifico, le contromisure di <em>intelligence</em> preventiva si sono rivelate inefficaci perché spesso i jihadisti si servono di mezzi di comunicazione e di concertazione online non ortodossi e al momento difficili da afferrare (piattaforma online della <em>playstation</em> inclusa, per quanto possa sembrare grottesco); inoltre, rispetto alla struttura disseminata delle cellule terroriste, la catena di comando gerarchizzata e la struttura organizzativa di un sistema di difesa istituzionale mostrano un certo handicap sia in termini di prevenzione degli attacchi, sia in termini di reattività. Queste due circostanze strutturali permettono nell&#8217;immediato di massimizzare gli effetti delle procedure strategiche e dei presupposti che abbiamo appena delineato. Fatte le dovute proporzioni e salvando le differenze, sembra almeno in parte di assistere a un sorta di offensiva del Têt in versione jihadista.</p>
<ol start="2">
<li><strong> Terrore, bombardamenti, profughi e petrolio -condizioni geopolitiche di contorno e potenziali sviluppi.</strong></li>
</ol>
<p>Sul piano geopolitico, le condizioni di contorno del conflitto con lo Stato Islamico non lasciano presagire quella soluzione rapida del problema che talora i comandi militari occidentali auspicano e prefigurano. I territori che lo Stato Islamico controlla sono ricchi di petrolio, contrabbandato con Stati che non sono troppo inclini al controllo di tali flussi di traffico, o sono addirittura conniventi, il che fornisce all&#8217;IS un gettito quasi illimitato di risorse finanziarie (ulteriori proventi vengono all&#8217;IS in misura minore anche dal commercio di quelle antichità che i jihadisti distruggono in parte a beneficio dei media, per poi fare commercio di tutto il resto che non finisce sotto le telecamere); inoltre, i bombardamenti della coalizione tendono a non colpire le installazioni petrolifere, così che la struttura economica portante dell&#8217;Is resta per lo più integra. Nello scenario che si configura, la connessione fra il dato dell&#8217;esistenza di uno Stato terrorista che ha a disposizione un duraturo gettito di introiti per finanziare la sua guerra del terrore e l&#8217;ipotesi di un&#8217;offensiva del Têt in versione terroristica, implica nel medio termine un&#8217;<em>escalation</em> degli attentati e la possibilità che in futuro più raffiche di attentati possano colpire a ondate di recrudescenza irregolari nel tempo più luoghi in più città europee in contemporanea, con l&#8217;effetto che tutti possono immaginare.</p>
<p>In uno scenario simile, mentre i governi minacciano vendetta e i mercanti d&#8217;armi e petrolio fanno i loro affari, le popolazioni civili, quale che sia la loro identità culturale di partenza, sono semplicemente oggetto di manipolazione, sia diretta, nel momento in cui sono forzate ad accrescere le masse di profughi e migranti fra cui il jihadismo può infiltrare i suoi miliziani, sia indiretta, nel momento in cui se ne plasma la mentalità in senso razzista, xenofobo o integralista. Per quanto attiene all&#8217;occidente, le esternazioni che imperversano nell&#8217;opinione pubblica sembrano al momento contribuire in un modo o nell&#8217;altro allo stato di cose. Le sparate alla Belpietro potenziano l&#8217;effetto alone socio-psicologico dell&#8217;azione dei jihadisti; peraltro l&#8217;affermazione banale per cui il musulmano comune non è un jihadista, e la riflessione generica della filologia sull&#8217;islam tollerante non colgono un aspetto tragico del problema. Al migrante, come al cittadino comune residente <em>in loco</em>, l&#8217;<em>egalité</em>, la <em>liberté</em> e la <em>fraternité</em> suonano come uno slogan vuoto: l&#8217;Europa dei mercati finanziari, delle politiche di austerità e della corruzione diffusa non ha proprio niente da offrire, al contrario dei proclami di una religione aggressiva portatrice di un messaggio salvifico e di concrete speranze di riscatto politico. Tolleranza e convivenza civile sono ormai prodotti ideologici diretti a un target esclusivo di consumatori elitari acculturati. Ma sappiamo tutti che né i migranti che potrebbero cedere al settarismo jihadista, né l&#8217;uomo della strada europeo che presta orecchio al razzismo, sono categorie che appartengono all&#8217;<em>élite</em>.</p>
<ol start="3">
<li><strong> Jihadismo e Unione Europea: effetto domino?</strong></li>
</ol>
<p>Gli effetti sul medio termine che gli attentati potrebbero avere sull&#8217;Unione Europea come compagine sono evidenti. Non è solo la partecipazione attiva di Parigi ai bombardamenti in Siria e l&#8217;azione in altri teatri di guerra ad aver innescato per ben due volte la recrudescenza di attentati jihadisti in Francia, per quanto questo possa presentarsi come il motivo più pressante di rappresaglia per un gruppo terroristico contro la popolazione civile di uno Stato repressore. La Francia è il Paese fondatore dell&#8217;UE con uno dei partiti populisti e xenofobi più forti e più inclini a perseguire fino in fondo la strada dell&#8217;abbandono dell&#8217;Unione, a fronte di un <em>leader</em> socialista che si è rivelato decisamente non all&#8217;altezza delle aspettative. Se l&#8217;onda emotiva montasse come i capi del jihadismo sperano che monti, il momento della definitiva radicalizzazione del conflitto etnico-religioso e la sperata sollevazione di almeno una minima parte della popolazione francese di religione musulmana contro la xenofobia dominante potrebbe determinarsi con la scadenza del mandato di Hollande. Per di più, se una Francia governata dal <em>Front National</em> dovesse infine abbandonare l&#8217;Unione, il conseguente processo di disintegrazione europea si misurerebbe solo sui tempi tecnici dei calendari politici dei singoli Stati. Così il definitivo avvento ufficiale di un&#8217;Europa divisa di democrature illiberali, dominate dall&#8217;egoismo sociale e dalla sanzione dell&#8217;ineguaglianza dei diritti, sarebbe questione di meno di un decennio, senza che ovviamente il grande riscatto politico e religioso della casa di Allah, auspicato a parole dai jihadisti, divenga molto più reale di quanto non sia oggi. Da questo scenario di guerra lo stesso mondo islamico uscirà ancora più oppresso, ancora più stigmatizzato agli occhi dell&#8217;opinione pubblica mondiale, e ancora più dilaniato e lacerato da odi e tensioni reciproche, se consideriamo il fatto che l&#8217;Europa occidentale è e continuerà a essere solo uno dei teatri della guerra di sterminio che l&#8217;IS ha dichiarato, dal medio oriente all&#8217;Africa orientale, a qualunque cosa si muova al di fuori dell&#8217;oscurantismo integralista di cui si fa portavoce.</p>
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			</item>
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		<title>Paris is burning. Stato d&#8217;emergenza e tentazioni sinistre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2015 14:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[attentati di Parigi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jamila Mascat A dispetto del titolo questo post è stato scritto a freddo e con umore raggelato. Non dice niente rispetto alla cronaca degli ultimi attentati che non sia già stato detto, in modi più o meno fortunati e più e meno condivisibili, altrove. Per intenderci: non ero, per mia fortuna, a tre tavoli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58148 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf.jpg" alt="Latuf" width="965" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf.jpg 965w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf-300x145.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf-620x300.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Latuf-900x435.jpg 900w" sizes="(max-width: 965px) 100vw, 965px" /></a>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><b></b><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">A dispetto del titolo questo post è stato scritto a freddo e con umore raggelato. Non dice niente rispetto alla cronaca degli ultimi attentati che non sia già stato detto, in modi più o meno fortunati e più e meno condivisibili, altrove. Per intenderci: non ero, per mia fortuna, a tre tavoli dalle fucilate in rue de Charonne venerdì sera, né a due civici dal Petit Cambodge, non sono una habituée del Carillon, frequento raramente il 10ème e l&#8217;11ème da stupida fanatica del 18ème che sono e a un grado di separazione (ma solo uno, perché tra gli amici di Facebook non mancano i R.I.P.) tutte le persone che conosco sono salve. Per caso ho appreso quasi subito la notizia delle <em>fusillades</em> in radio (si parlava all&#8217;inizio solo di sparatorie e non di vittime, si capiva davvero poco) e la mia prima sciocca riflessione, mentre leggevo sul divano uno scritto soporifero è stata &#8220;vedi, alla fine Althusser, la disoccupazione e la neonata ti guastano la movida del venerdì sera, ma almeno ti risparmiano i proiettili” (ora me ne vergogno). Aggiungo che non ho fatto pellegrinaggi né perlustrazioni sui luoghi dei delitti in questi giorni. Sabato mattina verso le 11 sono uscita di casa, ho tentato “la prova del bar” per vedere che aria tirava e divorato frastornata un croissant in mezzo a gente ipnotizzata davanti alla TV che annunciava nei titoli a scorrimento la prevedibile rivendicazione degli attentati da parte di Daech, mentre un opinionista politico non meglio identificabile suggeriva prospettive inedite per una nuova stagione di lotta al terrorismo <i>made in France</i> evocando la metafora della disinfestazione delle cucine dagli scarafaggi<i> </i>(forse liberamente ispirata al bilancio sanitario di Marine <a href="http://www.huffingtonpost.fr/2015/11/10/marine-le-pen-immigration-bacterienne_n_8519976.html">Le Pen</a> sull&#8217;<i>immigration bactérienne </i>di qualche giorno prima). Sabato ho camminato per le strade del mio quartiere, il 18esimo basso, Barbès, dove nulla somigliava allo scenario da guerra atomica che m&#8217;aspettavo: il <i>negotium</i> del marciapiede, tra pannocchie, sesso, telefonia mobile, sigarette, oro e stupefacenti, e poi le panetterie e le macellerie, i bar e i fruttivendoli, tutto all&#8217;apparenza – che magari inganna – era lì come niente fosse, come se per alcuni, affaccendati in altri affari e in altri affanni, la vita semplicemente continua alla meno peggio nel solito tran tran, senza resa e senza eroismo.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ma se solo il giorno prima qualcuno mi avesse detto che a Parigi stava per succedere qualcosa di simile a quello che è successo venerdì, l&#8217;avrei accusato di paranoia e della peggior specie, islamofoba e razzista. Oggi purtroppo prevalgono la sensazione e il timore che non finiremo facilmente di stupirci. Non mi riferisco allo shock, la commozione, lo sdegno, le manifestazioni di solidarietà, i kamikaze, le <a href="http://www.lemonde.fr/societe/article/2015/11/14/attaques-a-paris-francois-hollande-evoque-un-acte-de-guerre-commis-par-une-armee-terroriste_4809867_3224.html">dichiarazioni</a> di Hollande sulla Francia <em>impitoyable</em> contro l&#8217;ISIS, né al profluvio del tricolore sui social network– che purtroppo (non smetterò di ripeterlo abbastanza) richiama più mattanze che rivoluzioni gloriose. Non mi riferisco ai <em>N</em><i>ot in Our Name</i> dei musulmani &#8216;per bene&#8217; chiamati a smarcarsi dai fatti, né ai 115mila uomini in armi dispiegati in tutta la Francia, all&#8217;orrore di uomini e donne inermi, e nemmeno alla <em>République</em> che fa capolino come al solito o alle voci – le <a href="http://www.npa2009.org/communique/leurs-guerres-nos-morts-la-barbarie-imperialiste-engendre-celle-du-terrorisme">solite</a> – di quanti non accettano di poterla tirare in ballo ogni volta che l&#8217;aria si fa pesante, come fosse l&#8217;innocuo deodorante per ambienti che non è.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong>E&#8217; gia politica</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Questo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/01/10/peggio-per-tutti-di-charlie-hebdo-della-republique-e-dellapocalisse/">puzzle</a>, che si è tristemente assemblato nel dopo <em>Charlie,</em> ricompare in una configurazione di poco mutata ora che di nuovo <em>Je suis</em><i> Paris </i>e<i> Pray for Paris.</i> Lo stupore a cui accennavo, perciò, non deriva dalla somma di questi elementi, piuttosto dal bersaglio: qualunque, indeterminato, indistinto. Sono affiorati progressivamente i nomi e i volti delle vittime come cadaveri sull&#8217;acqua: Matthieu, Luis Felipe, Djamila, Valeria, Nohemi, Mohamed, Patricia, Halima e più di altri cento. Retrospettivamente né Charlie Hebdo né il supermercato Hyper-Cacher meritano di essere considerati per nessun motivo obiettivi giustificati, ma dieci mesi fa, costretti a misurarci con la logica dei simboli ignobilmente eletti a capri espiatori, potevamo ricostruire (e mai comprendere) le ragioni aberranti di quegli attacchi, pur senza farcene una ragione. Mentre le informazioni ancora scarseggiano e il web è cosparso di bufale, mentre le poche notizie che sono state appurate finora – il <a href="http://www.info-afrique.com/8664-revendication-par-daesh-letat-islamique-des-attentats-en-france-a-paris/">comunicato</a> di Isis che rivendica “l&#8217;attacco benedetto” e l&#8217;identificazione parziale degli attentatori tra Parigi e Bruxelles passando per la Siria – bastano per che il coro infaticabile delle destre xenofobe d&#8217;Europa alzi il volume per intontirci di ritornelli insulsi, stavolta facciamo ancora più fatica a non considerare una follia quello che abbiamo tuttavia il dovere di <em>politicizzare</em> e non <em>patologizzare.</em> Stessi kalashnikov, stesso presunto Dio, stesso terrore, con molti morti in più rispetto a gennaio. Ma le vittime <em>casuali</em> – giovani e meno giovani, di decine di nazionalità, a cena fuori, a spasso vicino allo stadio, a bere, a un concerto metal – forse <em>non sono un caso</em>. Ed è ottimista chi pensa di poter fare di questo accidente infausto un semplice incidente, pura psicosi, roba da matti. E&#8217; piuttosto la politica dell&#8217;Isis che piaccia o no, e il risultato (altrettanto politico) è la percezione diffusa, spaventosa e asfissiante che attacchi di questo genere siano sempre possibili perché imprevedibili e fuori controllo – non sto calcolando l&#8217;indice delle probabilità né additando il fiasco multiplo dell&#8217;intelligence francese in questo 2015 <i>annus horribilis</i>, ma penso alla restituzione di vulnerabilità assoluta che quest&#8217;ultima carneficina ha generato diffusamente. Il risultato di questo risultato è il rischio che di fronte alle schegge apparentemente impazzite del terrorismo, si finisca per impazzire tutti e ritrovarci senza bussola a ingoiare i deliri securitari di cui si nutrono in questi giorni il discorso del governo e le chiacchiere dell&#8217;opposizione.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Hollande ha <a href="http://www.liberation.fr/france/2015/11/16/demesure-d-urgence-a-versailles_1413967">dichiarato</a> di voler prolungare, ammodernare e “consolidare” lo stato di emergenza (in vigore da sabato a mezzanotte), passando per un ritocco della Costituzione. Quando il Parlamento avrà votato a favore della proposta che verrà presentata mercoledì dal Consiglio dei ministri, sarà possibile estendere il perimetro e la durata di questo intramontabile residuato bellico del 1955 (bellico perché risale ai tempi della guerra d&#8217;Algeria) che l&#8217;ultima volta, non a caso, era stato resuscitato 10 anni fa, nel 2005 in risposta alla rivolta delle banlieues.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ovviamente in Francia non mancano gli &#8220;strumenti&#8221; per la&#8221; lotta al terrorismo&#8221;. A luglio è entrata in vigore <i>la <a href="http://www.vie-publique.fr/actualite/panorama/texte-discussion/projet-loi-relatif-au-renseignement.html">loi</a> relative au renseignement</i> dopo il via libera del Consiglio costituzionale che il presidente aveva interpellato per sedare le polemiche sorte su <a href="http://www.frontnational.com/loi-renseignement-100-flicage-0-securite/">più</a> <a href="http://www.jean-luc-melenchon.fr/arguments/projet-de-loi-sur-le-renseignement-dangereux-et-inefficace/">fronti</a> contro questo provvedimento dal sapore vagamente liberticida.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Perfino il</span><span lang="it-IT"><i> New York Times</i></span><i> </i><span lang="it-IT">nell&#8217;<a href="http://www.nytimes.com/2015/04/01/opinion/the-french-surveillance-state.html?_r=0">editoriale</a> del 1 aprile scorso, intitolato « The French Surveillance State », lanciava l&#8217;allarme sulle ricadute potenziali di una legge che conferisce all&#8217;esecutivo il potere straordinario di scavalcare i giudici nella gestione dei protocolli di sorveglianza. E per questo invitava il parlamento francese a difendere i diritti democratici dei cittadini contro le conseguenze di una politica di controllo e spionaggio “ingiustificamente espansiva e invasiva” che tra le altre cose prevede restrizioni sensibili alla libertà di <a href="https://fr.rsf.org/france-reporters-sans-frontieres-demande-21-07-2015,48124.html">stampa</a>.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Lo </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Stato d&#8217;emergenza perciò acquista una dimensione squisitamente <em>performativa,</em> e non per questo meno reale o meno pericolosa: voglio dire che significa perfino qualcosa in più dei mille dispositivi tecnici che sappiamo  – i controlli delle frontiere, l&#8217;istituzione di zone di sicurezza, la possibilità di imporre il coprifuoco e i domiciliari, la semplificazione amministrativa delle procedure che consentono perquisizioni (più di 160 circa nella notte di domenica, 128 nella notte di lunedì), fermi e arresti, il divieto di riunioni in luoghi pubblici che, tra le altre cose, ci proibisce di commemorare le vittime, rispondere agli attentati e protestare contro i bombardamenti in Siria e l&#8217;<em>état d&#8217;urgence</em>). </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Significa, come ha spiegato </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Laurence Blisson, segretaria generale del Sindacato della magistratura, predisporre “una cornice sistematica in cui le decisioni non hanno più bisogno di essere giustificate singolarmente”, ovvero creare anticipatamente “una giustificazione assoluta”. </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">A cosa? </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Alle parole, davvero poco rassicuranti di Manuel Valls in onda su <a href="http://www.lefigaro.fr/politique/le-scan/citations/2015/11/16/25002-20151116ARTFIG00083-valls-nous-allons-vivre-longtemps-avec-cette-menace-terroriste.php">RTL</a>, per esempio: “Il faut, je l&#8217;ai rappelé depuis des mois (&#8230;) expulser tous les étrangers qui tiennent des propos insupportables, radicalisés contre nos valeurs, contre la République. Il faut fermer les mosquées, les associations, qui aujourd&#8217;hui s&#8217;en prennent aux valeurs de la République&#8230;c&#8217;est un </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">combat de valeurs</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, c&#8217;est un </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">combat</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> de </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">civilisations”.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58158 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o.jpg" alt="906039_940215566058484_7727983206451669702_o" width="597" height="298" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/906039_940215566058484_7727983206451669702_o-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /></a></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In un <a href="http://blogs.mediapart.fr/blog/enavant/141115/vos-guerres-nos-morts-julien-salingue">intervento</a> più a caldo di questo Julien Salingue ricorda che la stima delle vittime in Siria da marzo del 2011 è di 250mila – ovvero 4500 morti al mese – per dire che lì “da 4 anni e mezzo è il 13 novembre ogni giorno”. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il conto delle vittime non vuole essere un pretesto per banalizzare l&#8217;accaduto e concluderne fatalmente che la ruota gira. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="https://newmatilda.com/2015/11/14/paris-attacks-highlight-western-vulnerability-and-our-selective-grief-and-outrage/">Chi </a>ha detto “oggi a Parigi e ieri a Beirut” (dove sono morte 43 persone assassinate nel quartiere sciita di Burj al-Barajneh), domandandosi per quale motivo ci siano vite visibilmente più degne di lutto e cordoglio di altre, benché perite a poche ore di distanza e per mano degli stessi mandanti, ha additato un fenomeno reale. Un deterrente alla percezione della prossimità autentica che sussiste tra i due episodi è naturalmente la distanza geografica. La quale tuttavia finisce per cristallizarsi in un&#8217;improbabile e non dichiarata &#8216;<a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2015/11/paris-beirut-terrorism-empathy-gap/416121/">teoria</a> dei due mondi&#8217; che vorrebbe alcuni popoli più abituati a ingoiare sangue rispetto ad altri che al sangue preferiscono il <em>bordeaux.</em> Questa slittamento – dalla <em>distanza</em> al <em>divario</em> – si tramuta colpevolmente in distrazione e assenteismo e poi precipita nel compianto selettivo. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto non sia affatto scontato emulare l&#8217;empatia da cento e lode di Che Guevara – “sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia  commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”, la spirale delle stragi ravvicinate da Aden ad Ankara, da Baghdad a Boko Haram, da Beirut a Parigi a Raqqa, esige che la nostra solidarietà si elevi all&#8217;altezza smisurata delle tragedie che ci circondano per consentirci di resistere alla morsa di barbarie speculari e asimmetriche.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">La paura c&#8217;è, è tanta e pure giustificata. Dice bene <a href="http://www.mediapart.fr/journal/france/141115/la-peur-est-notre-ennemie">chi</a> dice che dobbiamo combatterla, ma è quasi impossibile non pensare all&#8217;elefante, soprattutto quando assume sembianze decisamente mostruose. Ora, forse, non parlo a tutti, come scriveva Fortini – “Parlo a chi ha una certa idea del mondo e della vita e un certo lavoro in esso e una certa lotta in esso e in sé” – ma mi auguro lo stesso di parlare a molti: a chi condivide risolutamente la necessità di contrastare le aberrazioni che piovono da destra e dalle cime della Repubblica a ritmo ininterrotto – Hollande: </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">«Il faut une véritable coalition pour l&#8217;Irak et la Syrie, mais aussi l&#8217;Afrique»;  Le Pen :</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> « Il est indispensable que la France retrouve la maîtrise de ses frontières nationales définitivement »; B. Cazeneuve (ministro dell&#8217;Interno): «Celui qui s&#8217;en prend à la République, la République le rattrapera. Elle sera implacable avec lui et avec ses complices»; Laurent Wauquiez (segretario del partito <em>Les Républicains</em>,</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">ex-UMP</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, presieduto da Sarkozy</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">) : «</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Je demande </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">que toutes les personnes fichées (alias &#8220;fichées S&#8221;, cioè schedate e sorvergliate in quanto ritenute, a diversi livelli di gravità, pericolose per la “sicurezza dello Stato”, si va dagli <em>hooligans</em> ai militanti politici ai sospettati di terrorismo e si stima che attualmente le fiches siano tra le 4 e le 11mila) soient placées dans des centres d’internement antiterroristes spécifiquement dédiés </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">». </span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT">Detto questo, un&#8217;ovvietà che merita di essere guardata in faccia e da vicino, senza scivolare nel pantano dell&#8217;islamofobia, è che il jihadismo esiste, miete vittime ma anche consensi, non smetterà di stupirci con effetti speciali, e effettua perfino servizi a domicilio. In modalità deterritorializzata e riterritorializzata, l&#8217;Isis cresce come un&#8217;organizzazione di cui stentiamo a comprendere le forme, nonostante gli sforzi (<a href="http://rue89.nouvelobs.com/2015/03/12/dounia-bouzar-lexperte-derives-djihadistes-arrangeuse-verites-258151">dubbi</a>) degli specialisti nell&#8217;elaborare sofisticate mappature dei profili socio-psicologici dei &#8220;soldati del califfato&#8221; e minuziose analisi delle modalità di reclutamento virtuale. Per venirne a capo, scavalcando i ritratti sensazionalistici dei </span></span><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT"><i>Jihadi John </i></span></span><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT">da copertina, dobbiamo filtrare la propaganda dell&#8217;odio, abitare la confusione e ragionare su dati incredibilmente incerti. </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Si legge un po&#8217; ovunque che i jihadisti sono minorenni e maggiorenni tra i 15 e i 30 anni, uomini e donne, convertiti e non, di estrazione popolare e di classe media, cittadini, <em>banlieusards</em> e <em>provinciaux</em>, provenienti da famiglie numerose ma non solo, educati alla religione ma anche no, stranieri e naturalizzati, depressi ed entusiasti; desiderosi di radicalità (del resto lo sono in molti a quell&#8217;età, e per fortuna) incontrano la <i>radicalisation,</i> termine comparso nel lessico di cronaca francese da più di qualche anno e che rimbalza sui giornali per etichettare proto- pseudo- e potenziali jihadisti cartografati dalle forze dell&#8217;ordine. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Un&#8217;altra ovvietà che forse vale la pena sottolineare è che se un kamikaze non è mai <em>solo un kamikaze</em>, ma  una rete di supporto, sostegno, difesa, protezione e addestramento, e se un kamikaze, per quanto assurdo possa sembrare ad alcuni, è per molti versi un <a href="http://www.liberation.fr/debats/2015/11/15/les-djihadistes-homegrown-soldats-bien-reels-d-une-nation-virtuelle_1413555">militante</a>, l&#8217;Isis, di nuovo, non è follia, ma politica, oscena forse, e però pur sempre politica. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Respinta l&#8217;ipotesi clinica, quindi, resta da demolire quella militare, rilanciata ieri dal <a href="http://www.liberation.fr/societe/2015/11/16/le-porte-avions-francais-sera-deploye-en-mediterranee-orientale_1413983">discorso</a> marziale di Hollande a Versailles– «L</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">a France est en guerre [..]. </span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">D’ici là, [..] intensifiera ses</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> frappes contre Daech. [..] Le porte-avions Charles de Gaulle appareillera jeudi, pour se rendre en Méditerranée orientale, ce qui triplera nos capacités d&#8217;action</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> ».</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo 14 anni di intensa e ininterrotta lotta al terrorismo con notevole dispiegamento di droni, armi e contingenti umani da parte del fronte occidentale, dopo aver cambiato i connotati ad almeno tre stati della regione (Afghanistan, Iraq, Siria) senza contare lo sfacelo della Libia e le sorti di stati carcassa come lo Yemen, e dopo aver favorito la mutazione genetica di Al Qaeda nell&#8217;Isis, sorge ragionevolmente il dubbio che qualcosa non sia andato per il verso giusto. Non solo il terrorismo prospera in Medio Oriente, ma è riuscito perfino a insinuarsi nel perimetro della vigile Europa costretta a fronteggiare oggi le premesse di una sciagurata e incivile &#8220;guerra di civiltà&#8221; che vede contrapposte le armi del terrore e quelle della xenofobia. Scarseggiano invece le armi della critica a volte anche nell&#8217;arsenale della sinistra che in Francia è doppia:  si colloca a sinistra del Partito socialista (non è così difficile) e si chiama <em>gauche de la gauche</em> o ancora alla sinistra di quest&#8217;ultima e cioè all&#8217;<em>extrême gauche</em>.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Cosa possa significare per queste due anime della sinistra fare i conti con il fenomeno del jihadismo, è una questione non da poco. Contestualizzare l&#8217;emergenza e l&#8217;espansione di Isis all&#8217;interno delle trasformazioni politiche e geopolitiche che interessano il mondo arabo-musulmano, pesantemente martoriato dagli interventi dell&#8217;imperialismo europeo e statunitense, non autorizza a ignorarne la portata europea. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">E se risulta “facile” – <a href="http://www.revolutionpermanente.fr/5-pieges-a-eviter-apres-les-attaques-du-13-novembre">almeno</a> per l&#8217;<em>extrême</em> <em>gauche</em> – opporsi alla prosecuzione delle operazioni in Siria – che verrà sottoposta al voto dell&#8217;Assemblée nationale il prossimo 25 novembre – e ribadire che la strada da intraprendere non è certamente il neo-bushismo rivisitato e letale auspicato dal <a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/2/fd4660a4-8b76-11e5-8be4-3506bf20cc2b.html#axzz3riDzrsdB"><i>Finacial Time</i>s</a> – ovvero la riaccensione in grande stile della macchina da guerra internazionale mai sopita, è meno scontato stabilire se e come una sinergia delle due sinistre (e quel che rappresentano) possa fabbricare una risposta politica a ciò che è successo, che sia <em>non solo giusta ma efficace</em>. Come possa in altre parole interagire con il senso comune e richiamarlo al buon senso, remare contro l&#8217;islamofobia diffusa (anche tra le proprie fila), respingere le manovre autoritarie del governo, evitare le scorciatoie di principio, dribblare il cinismo, farsi grande ma non ecumenica né tantomeno repubblicana, impegnarsi a contendere il terreno del terrore negli spazi sensibili, tenere alto il morale e sopratutto permettersi il lusso e il coraggio di pensare che tutto ciò sia praticabile.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Preferire di no</span></span></span></strong></p>
<figure id="attachment_58150" aria-describedby="caption-attachment-58150" style="width: 573px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-58150 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault.jpg" alt="1047/1- Grve et manif  l'intrieur de l'usine de Renault-Billancourt en Mai 1968 ©gerald Bloncourt" width="573" height="641" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault.jpg 573w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/foto-renault-268x300.jpg 268w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58150" class="wp-caption-text">1047/1- Grve et manif  l&#8217;intrieur de l&#8217;usine de Renault-Billancourt en Mai 1968<br /> ©gerald Bloncourt</figcaption></figure>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Questa è una foto in cui mi sono imbattuta con una certa meraviglia qualche anno fa al <i>Musée national de l&#8217;immigration</i> (all&#8217;epoca <i>Cité Nationale de l&#8217;Histoire de l&#8217;immigration</i>), un <a href="http://www.histoire-immigration.fr/musee/collections">sito</a> espositivo nato e cresciuto dentro una serie di congiunture politiche più che infauste. Nel 2001 Lionel Jospin, allora primo ministro, aveva immaginato di consacrare il <i>Palais de la Porte Dorée,</i> che prima ospitava il<i> Musée des Arts africains et océaniens</i>, a un centro nazionale della storia e delle culture dell&#8217;immigrazione (l&#8217;idea originaria pare fosse di Mitterand). Silurato al primo turno delle elezioni presidenziali dalla vittoria di Le Pen padre, nel 2002, Jospin lasciò l&#8217;opera in eredità al nuovo presidente Chirac. Nel 2007, quando il museo fu finalmente allestito, il primo ministro Sarkozy si guardò bene dall&#8217;inaugurarlo essendosi da poco lanciato nella corsa all&#8217;Eliseo con una campagna elettorale che ostentava scarsia empatia nei confronti del tema dell&#8217;immigrazione. Abbandonato al suo destino, il museo aprì al pubblico senza alcuna cerimonia, e finì per essere inuagurato solo sette anni dopo, nel 2014, da Hollande, un po&#8217; per caso, senz&#8217;arte né parte. La storia di questo progetto e la sua realizzazione – tra strumentalizzazioni propagandistiche, rigetto e tiepide accoglienze – è una metafora letterale del rapporto che il paese ha intrattenuto e continua a intrattenere con quella componente imprescindibile e costituiva del suo passato e del suo presente che è la popolazione francese di origine straniera. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le foto esposte (come questa e anche le due successive), nonostante le didascalie, erano riuscite a sedare il fastidio e la repulsione che provavo per quel luogo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Sopra è il maggio 1968 e siamo a Renault Billancourt dove lavorano 21mila operai, di cui un terzo di origine straniera; si sciopera. </span></span></span></span><span style="color: #2e2e2e;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span lang="it-IT">Non è certo un&#8217;immagine del genere che può rendere conto della complessità e della <a href="https://www.youtube.com/watch?v=f727toiGcAg">durezza</a> della questione razziale all&#8217;interno del movimento operaio francese. </span></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">E ripescare questa foto, come anche quelle che seguono, non significa rifugiarsi nel mito né eleggere anacronisticamente quel modo a modello, a distanza di decenni.</span></span></span></p>
<figure id="attachment_58154" aria-describedby="caption-attachment-58154" style="width: 573px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-58154 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0.jpg" alt="643/5-3  Liquidation de la Siderurgie en Lorraine-  Vallee de Longwy -21 et 22/2/1979- immigrs syndicat grve ©Gerald Bloncourt" width="573" height="378" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0.jpg 573w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T6-ICO-036-0643-5-3-longwy_0-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58154" class="wp-caption-text">643/5-3 Liquidation de la Siderurgie en Lorraine- Vallee de Longwy -21 et 22/2/1979- immigrs syndicat grve<br /> ©Gerald Bloncourt</figcaption></figure>
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<figure id="attachment_58155" aria-describedby="caption-attachment-58155" style="width: 573px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-58155 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1.jpg" alt="Manifestation des travailleurs algériens. Paris, 17 octobre 1961." width="573" height="574" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1.jpg 573w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/T4-ICO-012-117-9_1-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58155" class="wp-caption-text">Manifestation des travailleurs algériens. Paris, 17 octobre 1961.</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy.jpeg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-58153 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-804x1024.jpeg" alt="Poissy" width="700" height="892" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-804x1024.jpeg 804w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-236x300.jpeg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy-900x1146.jpeg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Poissy.jpeg 1256w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a>Stabiliminento PSA- Peugeot-Citroën a Talbot-Poissy, atelier B3. 1984. Sciopero</p>
<hr />
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le uso piuttosto come un&#8217;allegoria: tutte ricordano, se ce ne fosse bisogno, che la storia dell&#8217;immigrazione in Francia non è stata solo una storia di emarginazione, ma anche una storia di lotte e di protagonismo. Evocano confusamente l&#8217;idea che c&#8217;è un lavoro imprevedibile da immaginare e da compiere per provare a tessere legami spuri, occasionali e non scontati, che contrastino l&#8217;apartheid del pensiero, della prassi e del quotidiano tra pezzi della società francese che potrebbero ambire a riconquistare terreni di comunanza. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Si tratta di misurarsi con spazi geografici, sociali e ideologici che molte delle organizzazioni della gauche <em>tout court</em> hanno lungamente disertato, in cui negli anni hanno perso credibilità dando prova spesso di razzismo, insolenza, cecità, sordità, vigliaccheria. Si tratta perciò di capire come riguadagnare sul campo il diritto di parola e il diritto di confliggere, e questo, nello specifico, proprio in relazione alla recrudescenza del terrorismo.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #2e2e2e;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Il ragionamento che sto facendo sottintende la presunzione – ridiscutibile e rinegoziabile – che una strada del genere possa e debba essere percorsa. Sto provando a <em>perorare una causa</em>. C&#8217;è qualcosa di stantio quasi putrefatto nell&#8217;espressione &#8216;perorare una causa&#8217;, mi chiedo se sia colpa della </span><span style="color: #000000;"><i>causa</i></span><span style="color: #000000;"> o della <em>perorazione</em> e credo che alla fine sia colpa di entrambe. La <em>causa</em> nel 2015 soffre da ansia di prestazione perché non è mai l&#8217;unica, e per poter essere sposata deve sapersi dimostrare all&#8217;altezza di essere capace di interagire con altre cause. La <em>perorazione</em> ricorda la pastorale, suscita noia e pruriti, e anche lei a suo modo, induce il sospetto di follia quando somiglia troppo da vicino alla vocazione monomaniacale, all&#8217; idea fissa. Ancora una volta opterei per chiamare semplicemente politica un&#8217;attività umile e ostinata che deve categoricamente e incessantemente porsi il problema di scovare alternative quando pare che non ce ne siano e impegnarsi a costruire nessi impensati. </span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #2e2e2e;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">In questo senso c&#8217;è bisogno di reinventare forme inaudite di prossimità tra mondi del dissenso che tendono a ignorarsi. Nei luoghi fisici – nelle scuole, sul lavoro e nei <em>quartiers populaires</em> – ma anche nelle parole d&#8217;ordine e nelle scelte di campo, come in questo momento. Non so se il momento è propizio, ma è un momento decisivo. Se quel che si prepara (il <em>se</em> è retorico) è un giro di vite accelerato sulla sicurezza e le libertà, è bene trovare le parole per dire che nella restrizione delle libertà di tutti, quelle di alcuni saranno minacciate più di altri; che il via libera alla caccia ai terroristi consisterà anche in un via libera agli abusi razzisti da parte delle forze dell&#8217;ordine; che migranti e rifugiati ne pagheranno le spese, insieme a chi intende stare dalla loro parte, e che di tutto questo, cioè dello stato d&#8217;emergenza e dei suoi derivati, non c&#8217;è bisogno. Quando, come nel dopo Charlie, la <em>République</em> incarnata da una sinistra che recita la parte della destra chiede al resto della <em>gauche</em> di stare dalla sua parte (con le sue bandiere e le sue bombe, con il suo esercito e il suo stato d&#8217;eccezione) in nome dell&#8217;<em>Union nationale</em>, sarebbe meglio <em>preferire di no</em> (come faceva Bartleby) e <em>spiegare pazientemente</em> (come suggeriva Lenin) le ragioni di una scelta impopolare (&#8220;people quite often do NOT know what they want, or do not want what they know, or they simply want the wrong thing&#8221;, nota Žižek, e non ha tutti i torti). Altrimenti non si vede come questa <em>gauche</em> possa candidarsi ad avversare e contrastare sul suo terreno la partita del jihad –  che per molti, secondo Olivier <a href="http://www.liberation.fr/planete/2014/10/03/le-jihad-est-aujourd-hui-la-seule-cause-sur-le-marche_1114269">Roy</a>, è la sola &#8220;causa disponibile sul mercato&#8221; – con un certo margine di credibilità ed efficacia. Per arrogarsi il diritto e dovere di contesa, per conquistare il diritto e il dovere di <em>perorare altre cause</em>, c&#8217;è bisogno di imparare ad assumere quel fenomeno che capiamo ancora poco e chiamiamo jihadismo non come un corpo alieno, come l&#8217;altro che è in noi, bensì paradossalmente come <em>cosa nostra</em>, figlia e non infiltrata, come una <em>res</em> tragicamente e orribilmente <em>publica</em> (da non confondere con la Repubblica). </span></span></span></span></p>
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		<title>Un dramma europeo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/27/un-dramma-europeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2015 17:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[attentati di Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[Charlie Hebdo]]></category>
		<category><![CDATA[jihad]]></category>
		<category><![CDATA[libertà d'espressione]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Giartosio]]></category>
		<category><![CDATA[Wolinski]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tommaso Giartosio Una premessa sulle premesse La premessa obbligatoria di tutti gli interventi su questo tema è sempre uguale: non si vuole in alcun modo attenuare la colpa degli autori della strage; “ovviamente” la violenza e l’omicidio sono da condannare recisamente, fermamente, assolutamente; eccetera. Allevato alla scuola dell’”ho tanti amici omosessuali”, io sospetto di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tommaso Giartosio</strong></p>
<p><em>Una premessa sulle premesse</em><br />
La premessa obbligatoria di tutti gli interventi su questo tema è sempre uguale: non si vuole in alcun modo attenuare la colpa degli autori della strage; “ovviamente” la violenza e l’omicidio sono da condannare recisamente, fermamente, assolutamente; eccetera. Allevato alla scuola dell’”ho tanti amici omosessuali”, io sospetto di queste premesse obbligate.<span id="more-51410"></span></p>
<p>Se una premessa è davvero inevitabile, è pleonastica, scontata, non richiesta. In realtà <em>è una frase che, se pronunciata, afferma il contrario del suo contenuto apparente</em>: concede qualcosa a posizioni apparentemente antitetiche rispetto ad essa (per esempio, sottintende che avere amici omosessuali è un segno di particolare apertura mentale, e nel farlo rivela involontariamente che la posizione omofobica in realtà non è poi così lontano da quella di chi parla).</p>
<p>Sentire la necessità di condannare esplicitamente gli omicidi di Charlie Hebdo vuol dire ritenere che la presenza di un elemento di continuità tra spargimento di sangue e blasfemia non sia un assurdo bello e buono; se c’è bisogno di smentirla, vuol dire che è una posizione sbagliata ma pur sempre sostenibile. Respingerla significa, in realtà, legittimarla.</p>
<p><em>Nel merito</em><br />
Il dilemma che la strage ci impone è quello tra valore della vita umana e valore della libertà d’espressione. Un’antinomia che appartiene alla nostra cultura postromantica come il ritmo sistole-diastole appartiene al cuore. (Per certi versi somiglia, per esempio, al dilemma sull’aborto, che non a caso continua a interrogarci.) Nel fronte progressista domina una posizione libertaria, ma solo sul piano giuridico, mentre sul piano morale c’è grande ambivalenza.</p>
<p>La mia reazione immediata è di rifiutare qualsiasi limitazione della libertà d’espressione, artistica o meno. Anche se questo mi pone nella sgradevole posizione di dover assolvere Roberto Calderoli per la sua esibizione in maglietta del 2006, e di ritenere che non gli si possa attribuire la responsabilità per la morte di 11 manifestanti uccisi dalla polizia libica nella successiva (e probabilmente pilotata) manifestazione di protesta a Bengasi.</p>
<p>Tuttavia la mia reazione, in cui sinceramente credo (ma cosa vuol dire “sinceramente credo”?), è appunto una reazione immediata di un singolo cittadino. A fronte della quale mi resta la pressante sensazione di venire sottoposto a un gioco della torre in cui scegliere tra valori essenziali. Temo insomma che il dibattito sui principi avviato dalla strage di Parigi sia solo una cerimonia, un rito che celebra proprio la nostra libertà d’espressione (per eludere il dubbio che essa non sia poi così assoluta). Ciascuno si mette in posa e dice la sua, assumendo in realtà una delle pochissime posizioni ammesse; e avanti il prossimo, senza che la riflessione seria faccia un solo passo avanti.</p>
<p>L’Occidente è un bastione della libertà d’espressione, ma questo non significa che essa sia assoluta. Presidenti, religioni, bandiere godono di una protezione particolare nei nostri paesi. Manifestazioni anche pacifiche sono sottoposte a controlli rigidi. E la linea dell’ammissibilità si sposta di anno in anno. Insomma, non si può trasformare un carattere storico della nostra cultura in un assioma. Ma il gioco della torre fa esattamente questo. Ci chiede di confrontarci con la nostra autoimmagine ideologica. Non pensiamo, in fondo, che Wolinski e i suoi amici se la siano andata a cercare? Possiamo davvero dirci liberali, dirci occidentali?</p>
<p>Instillare un simile dubbio è certamente (dal punto di vista dei registi della violenza terroristica) una forma di strategia della tensione: se noi occidentali non siamo davvero liberali, perché esitare davanti a nuove versioni del <em>Patriot Act</em> – politiche repressive che ovviamente spingeranno nuove leve a iscriversi nei ranghi del terrore?</p>
<p>Però io vorrei vedere in questo dubbio anche il riflesso non strumentale di un’esperienza vissuta.<br />
Non mi sembra casuale che gli attentatori di Parigi e Copenaghen (come molti altri loro colleghi di questi anni) fossero cittadini dei paesi in cui hanno compiuto le loro violenze. Molti hanno parlato di una violenza nata dall’emarginazione, e certamente questo è vero. Il limite di questa spiegazione (storico-sociale, non morale) è che accetta di fondarsi sulla diversità. Attribuisce all’attentatore un ragionamento di questo tipo: “io che per la mia pelle, il mio accento e la mia religione sono altro rispetto a questa <em>pòlis</em>, vengo trattato come un alieno: addirittura vengono disprezzati i miei valori più profondi: dunque mi vendico”. Il presupposto è che “so perfettamente chi sono io, sono il vendicatore venuto da lontano, in me scorre il sangue guerriero delle mie origini”.</p>
<p>Ma a fianco di questo discorso ne è presente un altro, un discorso di cittadino: “io che sono nato e cresciuto qui, io che faccio comunque parte della mia pòlis, vedo che essa si professa democratica ma non lo è, dunque la punisco”. Qui il presupposto è ben diverso, è uno smarrimento: “chi sono dunque io, cittadino di una città non fondata su alcuna vera legge? non sono forse lasciato all’arbitrio della mia ira?”</p>
<p>Questo secondo discorso – interno, per così dire – mi sembra fortemente sottorappresentato nella lettura che si dà delle violenze di queste settimane (mesi, anni). Forse lo è anche nella coscienza degli stessi attentatori. Ma per quanto le notizie di politica estera ci spingano a tracciare un collegamento sempre più saldo tra l’Is e gli attentati in Europa, dobbiamo – credo – sforzarci di considerare questi ultimi un dramma europeo; che riguarda i rapporti tra europei, e va affrontato in Europa. E che resterebbe urgente e andrebbe affrontato qui anche qualora vi fosse domani un tracollo universale della jihad islamica.</p>
<p>Roma, 16.2.2015.</p>
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