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	<title>John Fante &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>John Fante e Arturo Bandini. Il romanzo di una vita di strade e di polvere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/03/john-fante-e-arturo-bandini-il-romanzo-di-una-vita-di-strade-e-di-polvere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[castelvecchi]]></category>
		<category><![CDATA[Editrice Morcelliana]]></category>
		<category><![CDATA[John Fante]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Fancesco Minervino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Scholé]]></category>
		<category><![CDATA[strade]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Francesco Minervino </strong>  <br /> Solo la strada, come la scrittura, contiene “l’intera storia”, il fiotto umano del tempo che scorre via come fenomeno liberato dalla dialettica tra finzione e verità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Fancesco Minervino</strong></p>
<p><em>quello che segue è il capitolo “La diritta via” del saggio di Mauro Minervino &#8220;<a href="https://www.morcelliana.net/collane-schole/saggi/le-strade-la-vita-9788828407331.html">Le strade, la vita. Storie, luoghi, antropologie</a>&#8220;, pubblicato di recente da Scholé (<a href="https://www.morcelliana.net/">marchio dell&#8217;Editrice Morcelliana</a>), che ringraziamo</em></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118942" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-704x1024.jpg" alt="" width="380" height="553" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-704x1024.jpg 704w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-768x1117.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-289x420.jpg 289w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-150x218.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-300x436.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-696x1012.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></em></p>
<p style="padding-left: 80px;">Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle nella biblioteca di Los Angeles, nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva un rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva. Poi, un giorno, presi un volume e capii di essere arrivato in porto. Cominciai a leggerlo e mi parve di che mi fosse capitato un miracolo, grande, inatteso.</p>
<p>Così Charles Bukowski, alla ricerca di uno stile narrativo in prima persona, racconta l’incontro folgorante, del tutto casuale, con Arturo Bandini, protagonista di <em>Chiedi alla polvere</em>, il capolavoro di John Fante, pubblicato nel 1939 ma rimasto sconosciuto al grande pubblico fino alla fortunosa ristampa del 1980, sollecitata proprio da Bukowski che del libro scrisse una prefazione entusiastica, al punto da dichiarare di Fante: «Lui è il mio Dio».</p>
<p>Il pretesto narrativo offerto dal racconto autobiografico dell’esperienza della strada che compare tra gli elementi centrali nella narrazione di John Fante, si affronta principalmente nel romanzo <em>La strada per Los Angeles</em>, che rappresenta il primo fondamentale incastro della saga autobiografica di Arturo Bandini. A Los Angeles, Fante vive in alberghetti fatiscenti e spesso per strada, alterna la sua attività di scrittore a lavori precari come il lavapiatti, il fattorino d’albergo, l’operaio nelle fabbriche di scatolame di pesce. Anche se in ordine cronologico <em>La strada per Los Angeles</em>, più volte rifiutato dagli editori e poi uscito postumo, rappresenta il secondo capitolo della saga autobiografica dell’aspirante scrittore Arturo Bandini, completata da <em>Aspetta primavera, Bandini </em>(1937), <em>Chiedi alla polvere </em>(1939) e <em>Sogni di Bunker Hill </em>(1982). Questo romanzo-trilogia, scritto da fante a partire dal 1933 ma pubblicato postumo nel 1985, racconta le vicende di un giovane italo-americano Arturo Bandini, avventuriero e aspirante scrittore, e rappresenta un’esplorazione dei suoi sogni, frustrazioni e ambizioni nella Los Angeles degli anni ’30. Bandini è impegnato a rincorrere il successo in un viaggio per le strade di questa enorme metropoli-mondo, in cui il protagonista esplora la sua crescita e il suo sviluppo come narratore. Un’esperienza mobile e avventurosa che getta le basi per la creazione del personaggio di Arturo Bandini e per l’esplorazione di temi chiave nella narrativa di Fante.</p>
<p>Da quando negli USA fu riscoperto da Bukowski negli anni ’80 il romanzo divenne un bestseller, un cult della letteratura americana con milioni di copie vendute anche in Europa. Tradotto per la prima volta in Italia da Elio Vittorini nella celebre collana “Medusa” di Mondadori, già nel febbraio 1941, il romanzo passò però quasi ignorato col titolo <em>Il cammino nella polvere</em>. Molti anni dopo, quando una nuova generazione di artisti, principalmente californiani, e di scrittori come Pier Vittorio Tondelli aveva ormai riconosciuto in Fante un maestro, l’editore Marcos y Marcos propose una nuova traduzione, affidata a Maria Giulia Castagnone, del suo romanzo-culto. Nel 2003, l’edizione in allegato al quotidiano «la Repubblica», con la distribuzione in edicola, raggiunse tirature e vendite da capogiro e nessuno si stupì più della ennesima consacrazione italiana del narratore “dimenticato” più famoso del mondo. «Anch’io come Bukowski ho scoperto John Fante prendendo per caso un volume dallo scaffale di una libreria, e come lui ne sono rimasto folgorato. <em>Chiedi alla polvere </em>è un romanzo dalla struttura semplice, con pochi personaggi, ma è un libro intenso e ricco di suggestioni che non si dimenticano», ha scritto il critico e americanista italiano Angelo Cennamo.</p>
<p>Con il suo prepotente ibridismo linguistico e la sua ricca e caotica problematicità antropologica e sociale, il romanzo di Fante è un documento letterario vivo e incandescente, scaturito da un’esperienza alienante come quella migratoria; e la strada, tutte le strade percorse ossessivamente da Arturo Bandini all’interno del complesso e labirintico palinsesto simbolico che disegna il romanzo rappresentano il <em>luogo comune </em>in cui si imprime la forma mobile di questo processo fondamentale di ibridazione. La strada è la spaziatura di un miraggio, opaco o sfavillante a seconda degli stati d’animo, in cui si producono sradicamento, smarrimento, conflitto, bramosia, speranza; dalla strada sorgono le molteplici traslazioni culturali e le identità provvisorie a cui i personaggi fondamentali forgiati da Fante per popolare la sua celebrazione mobile della vita, vengono sottoposti di continuo come a una serie continua di ordalie. Il loro posto nel mondo sembra solo quello, la strada e la sua impermanenza, solo quella è la destinazione certa: «Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti».</p>
<p><em>Chiedi alla polvere </em>racconta la storia di un giovane scrittore di origini italiane (l’autore italo-americano era figlio di emigrati abruzzesi), alter ego di Fante, che dal Colorado si trasferisce a Los Angeles in cerca di successo, di donne, di sesso. «Non è colpa tua, ecco cosa pensi; tu sei nato povero, figlio di contadini miserabili, la tua città natale ti ha respinto perché eri povero, costringendoti ad andare ramingo per le strade di Los Angeles». Quella del viaggio e delle peripezie affrontate nel corso di questo passaggio dallo scrittore alter ego è un espediente letterario al quale ricorrono molti autori nordamericani, basti citare il Daniel Quinn della <em>Trilogia di New York </em>di Paul Auster; il Nathan Zuckerman di Philip Roth o l’Hank Chinaski dello stesso Bukowski. Arturo Bandini è un girovago, uno spiantato, caratterizzato da comportamenti rovinosi e sprezzanti, è maniacale e molto sicuro di sé ma senza ispirazione. Vive di espedienti e ha infatti pubblicato un solo racconto dal titolo bizzarro: <em>E il cagnolino rise. </em>I pochi dollari guadagnati gli sono finiti e non sa più come pagare il fitto della camera dove alloggia, e neppure come nutrirsi decentemente senza dover ricorrere a penosi stratagemmi del tipo rubare il latte da un camioncino mentre il garzone è impegnato a fare il giro dell’isolato.</p>
<p>Vagabondando per le strade della città, il «mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto», Arturo in cerca di esperienze, conosce in una delle sue scorribande una giovane cameriera messicana, Camilla Lopez, e intreccia con lei una difficile e tormentata storia d’amore, passionale e burrascosa, incongrua e faticosa come la sua esistenza. Su entrambi gli amanti incombe lo spettro della precarietà, della povertà e dell’infima condizione sociale. Camilla sopravvive facendo la cameriera in una birreria. Bandini se ne innamora spericolatamente, ma sul più bello gli manca la giusta passione per possederla. Come quella sera al mare – nella scena più poetica del romanzo – quando tutti e due, nudi, nuotano tra le onde dell’oceano al chiaro di luna. Camilla è una ragazza misteriosa, attratta da Bandini ma innamorata di un altro uomo che però di lei non vuole saperne. E proprio quando Arturo sembra averla conquistata definitivamente, lei scompare di nuovo come inghiottita dal deserto. La storia è un continuo rincorrersi, tra strade caotiche e periferie polverose, con la ragazza che precipiterà fatalmente in un destino di droga e autodistruzione. Può essere che qualcuno l’abbia tirata su e l’abbia portata in Messico. Può darsi sia tornata a Los Angeles e sia morta per strada o in una stanza sudicia di qualche motel ai margini di una highway. Nessuno da allora l’ha più vista.</p>
<p style="padding-left: 80px;">Così l’ho intitolato <em>Chiedi alla polvere</em>, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo senza speranze alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro.</p>
<p><em>Chiedi alla polvere </em>è il romanzo sommario di tutte le vitali passioni di Arturo Bandini. Quella per la scrittura lo spingerà di continuo per le strade di Los Angeles in cerca di vita da mettere sulla pagina. E sempre la strada lo porterà ad una disperata inconciliante e fervente conoscenza amorosa: «Ecco che parto, ed è una sensazione bella e dolce e calda, morbida, deliziosa, delirante»; dalla mobilità della strada sorgono gli incontri che porteranno Bandini a intrecciare con la sua giovane cameriera messicana una relazione fatta di ossessione, di fughe, tradimenti e ferite immedicabili. Camilla la sbeffeggia e la denigra, ma alla fine Arturo è l’unico che se ne prenderà cura quando lei si annienterà per un altro.</p>
<p>Fante ha la grande capacità di parlare di cose profonde in modo apparentemente leggero: l’amore non corrisposto, le strade di un mondo ostile ed estraneo, il senso di sradicamento, la paura del futuro, il razzismo e le ingiustizie sociali, il senso di colpa legato al peccato, le difficoltà dei rapporti tra uomini e donne, le inquietudini della gioventù che esce per strada non per ritrovarsi ma per perdersi.</p>
<p>«Muovendomi con il traffico, mi domandavo quanto altri come me prendevano la strada semplicemente per sfuggire alla città. Giorno e notte, la città formicolava di traffico ed era impossibile credere che tutte quelle persone avessero una ragione purchessia per guidare», scrive è John Fante, nel libro <em>Sogni di Bunker Hill</em>, l’ultimo romanzo del ciclo su Arturo Bandini, dettato dallo scrittore alla moglie, poco prima di morire. Fante ha scritto dal quartiere di Bunker Hill quasi tutti i suoi libri, sotto la funicolare di Angel’s Flight, tra le case vittoriane dello storico distretto di Downtown LA, scenografia prediletta dalle pellicole noir degli anni Cinquanta. Arturo Bandini in <em>Chiedi alla polvere</em>, resta ad osservare la città dall’hotel St. Paul, percorrendo le vie di Bunker Hill, da solo: «vagavo per quelle strade e m’impregnavo di loro e della loro gente, come fossi fatto di carta assorbente», insieme alle sue fantasie, pronte per essere messe sulla pagina, per diventare materia del suo primo romanzo: «Bandini, assurdamente impavido, che non teme nulla se non l’ignoto in un mondo di stupefacente mistero. Sono risorti i morti? I libri dicono di no, la notte grida di sì».</p>
<p>Non si capiscono le ambizioni di Arturo Bandini, i suoi sogni di Bunker Hill, le sue velleità di scrittore, la sua esigenza di liberarsi dell’ossessione per una città rinchiudendola in una pagina, se non si comprende la sua incorreggibile e calamitosa ossessione per quel regno della polvere della metropoli che sono le strade: «Los Angeles, dammi qualcosa di te! Los Angeles, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, triste fiore nella sabbia».</p>
<p>Il Bandini dalle facili disperazioni e dagli altrettanto rapidi entusiasmi, quello ansioso di vita, quando questa sembra sempre nascondersi altrove, «fame di vita in una terra di polvere, fame di cose da fare e da vedere», lo si ritrova solo a patto di incontrarlo sbandato e delirante in mezzo a una di quelle lunghissime strade americane, infinite come la morte, che si annuncia come una calamita con la paura del deserto: «Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare». Più di ogni cosa conta il viaggio, la prova della strada. Basta poter illudere ancora una volta la fuga, anche se quella che abbracci è l’unica strada, e non vedi vie d’uscite, e non ha più neanche speranze di arrivare alla fine: «a quelli che sono rimasti a casa potrete sempre mentire, tanto non amano la verità, non vogliono conoscerla, preferiscono credere che, prima o poi, anch’essi vi raggiungeranno in paradiso». La strada è la scena indispensabile di quella “poetica della solitudine” sorretta da una prosa mimetica che come la strada è superficie imprevedibile e visionaria in cui Fante/Bandini sprofonda in se stesso, stabilendo attraverso la strada una relazione univoca e paranoica con il mondo esterno, con il presentimento sempre incombente della fine, e della sua inutilità che sommerge tutti: «ora sono vecchi e stanno morendo sotto il sole e nella polvere calda delle strade».</p>
<p>E tuttavia, «Non tiratevi mai indietro di fronte a una nuova esperienza. Vivete la vita fino in fondo, prendetela di petto, non lasciatevi sfuggire nulla». Tutta la polvere che si alza e ricade sui marciapiedi della vita viene dalle strade. «Ero arrivato in autobus ed ero tutto impolverato. Strati di polvere del Wyoming, dello Utah e del Nevada mi si erano depositati fin nei capelli e nelle orecchie». Dalle strade sale il richiamo incessante e caotico della vita, seducente e mendace sino alla sua consunzione finale, il pulviscolo ardente della vita e lì anche quando il mondo esterno non si accorge di nulla, o fraintende completamente questa passione incenerita: «Arturo, va’ a cercarti un lavoro. Va’ là fuori a cercare ciò che non troverai mai». È emblematico in questo senso l’episodio in cui Bandini si invaghisce sfrenatamente di una donna che indossa un cappotto rosso, una sconosciuta incontrata per strada. Inizialmente la segue, e quando riesce ad avvicinarla gli manca il coraggio di farsi presente e scappa di nuovo via, su quella stessa strada.</p>
<p>Nel <em>Prologo </em>che Fante scrisse per la prima edizione americana della trilogia, scritta nel 1939 ma rimasta a lungo inedita, c’è una nota in cui lo scrittore spiega con la stessa voce di Arturo Bandini la sua esperienza e l’importanza generativa della strada nella sua scrittura narrativa: «Così l’ho intitolato <em>Chiedi alla polvere</em>, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro».</p>
<p>E infatti la caratterizzazione ossessiva del quartiere della città è offerta attraverso la strada e la polvere, soprattutto nei capitoli <em>Sei </em>e <em>Sette</em>: «Mi diressi verso la mia stanza, su per le scale polverose di Bunker Hill […]. Polvere, vecchie case e vecchia gente seduta alle finestre, vecchi che uscivano traballando dalle porte, e che si trascinavano lungo le strade buie […]. Con la polvere di Chicago, di Cincinnati, di Cleveland sulle scarpe».</p>
<p>Arturo scende in strada; non può fare altro se vuole scrivere, se vuole vivere, se vuole innamorarsi. Arturo Bandini è pur sempre Arturo Bandini, dovunque vada o vorrebbe andarsene, e sempre si rimette in viaggio per andare o tornare a Los Angeles, la città dove conducono tutte le sue strade, le strade che penetrano il labirinto di questa nuova “città eterna”. Alla fine Bandini dopo averlo così faticosamente e dolorosamente concluso prende il manoscritto intero del suo romanzo e lo scaraventa rabbiosamente nel deserto; lo lascia lì a consumarsi. Altre strade, altra polvere, per sempre.</p>
<p>Solo la strada, come la scrittura, contiene “l’intera storia”, il fiotto umano del tempo che scorre via come fenomeno liberato dalla dialettica tra finzione e verità. L’unica cosa che resiste alla polvere, alla fine di una strada, è il sogno. E Fante lo sapeva bene, lui che non ci ha mai rinunciato: «uscì per la strada con la profonda soddisfazione che gli veniva dalla convinzione d’essere il padrone della terra».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nel nome del padre, del figlio e dell&#8217;umorismo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/08/26/104492/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Aug 2023 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Passi]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Pettener]]></category>
		<category><![CDATA[John Fante]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa americana]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo americano]]></category>
		<category><![CDATA[saggi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Corrado Passi </strong>  <br /> Pettener, con passione, indaga le cause dell'assenza, durata decenni, delle opere di John Fante dal panorama letterario internazionale. Il maggior imputato di questo scarso successo in terra americana è proprio l'umorismo e la conseguente assenza, nei romanzi di Fante, di un messaggio, di un insegnamento, di una risposta.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-104494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-200x300.jpg" alt="" width="250" height="376" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-150x226.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-300x451.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-279x420.jpg 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75.jpg 536w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></em></p>
<p>di <strong>Corrado Passi</strong></p>
<p><em>Nel nome del padre, del figlio e dell&#8217;umorismo. I romanzi di John Fante</em>, il saggio di Emanuele Pettener pubblicato nel 2023 da Oligo Editore, è un libro a più dimensioni, un bassorilievo scolpito da una luce intensa, californiana, che ne pone in risalto le numerose sfaccettature e ne modella il gioco di chiaroscuri. Pettener, romanziere e docente di Lingua e Letteratura Italiana alla Florida Atlantic University, USA, indaga criticamente gli aspetti peculiari – alcuni dei quali inesplorati o fraintesi dalla critica ufficiale &#8211; di un autore rimasto per troppo tempo nell&#8217;ombra e i cui meriti sono quasi del tutto postumi.</p>
<p>John Fante, nato a Denver, Colorado, nel 1909, figlio di un muratore abruzzese e di una casalinga americana di origini lucane, iniziò a pubblicare negli anni Trenta; per quasi cinquant&#8217;anni, in America, le sue opere furono guardate con diffidenza e solo negli anni Ottanta, soprattutto in Europa, iniziò a crescere l&#8217;attenzione del pubblico e della critica verso la sua vasta produzione letteraria che include generi quali il romanzo, il racconto e la sceneggiatura cinematografica.</p>
<p>L&#8217;umorismo, evocato nel titolo del saggio, è per Pettener il dispositivo narrativo centrale nella produzione di John Fante. L&#8217;autore si riferisce all&#8217;umorismo di pirandelliana memoria, distinto dall&#8217;ironia in quanto basato su quel &#8220;sentimento del contrario&#8221;, avvertito sia dallo scrittore sia dall&#8217;autore, che sottolinea la bipolarità della vita, la sua relatività; l&#8217;ironia, al contrario, implica un inganno, è una figura retorica che sottende una contraddizione fittizia tra ciò che si dice e ciò che il lettore deve intendere. L&#8217;analisi relativa all&#8217;umorismo viene approntata da Pettener considerando le scelte lessicali di Fante, le sfumature del testo, le ambiguità narrative. «In un lavoro umoristico sorriso e amarezza sono quasi simultanei, mentre in un&#8217;opera ironica o satirica sono sempre separati: si ride o si piange…», si legge nel saggio (p.33). Si tratta di un umorismo genuino, insito nella scrittura di Fante, connaturato ad essa: egli, come spiega Pettener, si sofferma sulla realtà non per giudicarla né per ritrarsi, sdegnato; suo intento è cogliere l&#8217;intrinseca contraddizione dell&#8217;esistenza, la sua incoerenza, e narrare con spontaneità e freschezza, generando riso e amarezza insieme, inducendo nel lettore sentimenti diversi, contrari.</p>
<p>Questa tensione dialettica, uno degli elementi portanti di tutta la produzione letteraria di Fante – fatta eccezione per <em>Full of life</em>, pubblicato nel 1952, suo unico successo editoriale e considerato dalla maggior parte della critica il suo peggior romanzo –, si alimenta attingendo ad alcuni topoi onnipresenti nelle sue opere: l&#8217;ambiguità, l&#8217;incongruenza, il ridicolo. Pettener compie un&#8217;operazione precisa e dettagliata che si articola in modo duplice: analizzando in modo comparativo le teorie di alcuni suoi colleghi, critici americani (Fred Gardaphé, Anthony J. Tamburri), e concentrando l&#8217;attenzione sulle caratteristiche antropologiche dei personaggi. Fante, nonostante sia nato in America, è sempre stato considerato, soprattutto negli USA, uno scrittore italoamericano, e questo aspetto ha notevolmente influenzato, in senso negativo, l&#8217;atteggiamento della critica statunitense. Ma l&#8217;italianità dei personaggi di Fante e gli stereotipi etnici ad essa collegati – l&#8217;ingenuità, il desiderio di affermarsi socialmente, il senso di inferiorità, di rabbia e di ribellione nei confronti di una terra straniera spesso ostile, refrattaria all&#8217;integrazione, che soprannominava gli immigrati italiani con epiteti quali <em>Dago</em>, <em>Wop</em> o <em>Guinea</em> – non sono, afferma Pettener, che tratti descrittivo-coloristici: non rappresentano l&#8217;argomento centrale, nucleare della narrazione, costituito invece dalla rappresentazione di un&#8217;America intesa come luogo immaginato, sognato, rappresentato e vivo nella memoria poetica universale; l&#8217;America carica di valenze culturali ed epiche che interessò Cesare Pavese, Italo Calvino e molti intellettuali; la madre dell&#8217;<em>American Dream</em> e della cosmologia letteraria ad esso correlata. Il protagonista di <em>Ask the dusk</em>, Arturo Bandini, seduto al tavolo di un caffè legge la classifica dei migliori battitori d&#8217;America, i campioni della Baseball National League, e si sente orgoglioso che un italoamericano, Joe DiMaggio, tenga alto l&#8217;onore degli italiani: dietro l&#8217;apparente ingenuità di questo pensiero si cela, stratificata, l&#8217;epica del sogno americano, dell&#8217;appartenenza a un mondo divenuto, in poco tempo, archetipo indiscusso e potente evocatore simbolico.</p>
<p>L&#8217;approccio critico di Pettener apre infatti numerose finestre sulla valenza simbolica, epica, del mondo americano inteso quale cosmo generatore di un mito. L&#8217;autore analizza il rapporto fra padre e figlio, un altro topos fondamentale nei romanzi di Fante e predominante in <em>Aspetta primavera, Bandini</em> e <em>Un anno terribile</em>. Il saggio ci riporta alle figure letterarie di Don Chisciotte e di Sancho e alla loro relazione ambivalente. Si tratta di un rapporto simbiotico, di mutuo soccorso, nel quale si realizza una cooperazione immaginativa: il servitore, reduce da avventure e fallimenti e deluso dal male del mondo, nei momenti di crisi che affliggono Don Chisciotte si sostituisce al cavaliere nella produzione visionaria di scenari, di sogni che possano sostenere cavaliere e servitore nel loro viaggio esistenziale. Allo stesso modo, la figura dei padri – Svevo Bandini e Peter Molise – moderni Don Chisciotte italoamericani, anch&#8217;essi ispirati da un sogno originato da racconti e leggende, è fonte di ispirazione per i figli che li seguono così come Sancho segue Don Chisciotte; i figli, moderni Sancho Panza, si ritrovano a perpetuare il cammino dei padri in un&#8217;America irta di ostacoli e di suadenti canti di sirene. La tensione psicologica padre-figlio, ci spiega Pettener, è nelle opere di Fante un riscontro costante; essa si svela attraverso una narrazione epica, eroica. E non si tratta solo di una dialettica padre-figlio ma di un conflitto che si pone su due temporalità più ampie, antropologiche: una è legata alla differenza di età e di esperienze, appunto, e l&#8217;altra è connaturata al fatto di essere figli di due mondi diversi, della vecchia Europa e del Nuovo Mondo. E, afferma Pettener, dietro la trama e l&#8217;intreccio, oltre il paesaggio, traspaiono le forze ancestrali, totemiche, di due culture contrapposte: l&#8217;una è percepita dai protagonisti come tradizione statica, stratificata, e l&#8217;altra quale dimensione onirica, immaginativa e, per questo, attinente alla libertà e <em>all&#8217;american dream</em>.</p>
<p>Grande attenzione è dedicata da Pettener alla figura della madre: egli indaga in modo approfondito le relazioni familiari dei protagonisti in <em>Full of Life</em>, il maggior successo letterario di Fante e il romanzo più discusso e controverso; l&#8217;autore stesso, in <em>Selected Letters</em>, a pagina 294, a molti anni di distanza dalla pubblicazione confessa: «Scrissi <em>Full of life</em> per soldi. Non è un gran romanzo». In esso l&#8217;elemento etnico, privo di un substrato umoristico, è utilizzato per generare curiosità e interesse nel lettore e resta limitato a questa funzione, creando uno scenario perfettamente compatibile con l&#8217;America degli anni Cinquanta, un ambiente caratterizzato da stereotipi quali la casa borghese, la famiglia, il matrimonio e la fedeltà coniugale. Si tratta di valori indiscutibili, fondanti della società statunitense di quel periodo e condivisi dagli immigrati italoamericani che, in essi, riconoscevano gli strumenti indispensabili per il loro riscatto esistenziale e per la conseguente ascesa sociale. Pettener sottolinea alcune scelte stilistiche e narrative di <em>Full of life</em>, attuate dall&#8217;autore al fine di ingraziarsi il pubblico e suscitare riso, simpatia: la madre del protagonista è infatti descritta in modo caricaturale, forzando l&#8217;elemento etnico fino a renderne il profilo melodrammatico; si tratta di una donna priva di istruzione, subordinata al marito, così religiosa da apparire quasi superstiziosa, innocua e bonaria. Un cliché perfetto della donna immigrata di origini italiane che si guarda le mani callose e, confrontandole con quelle delle modelle ritratte sulle riviste patinate, capisce che non potrà mai essere un&#8217;americana. Questa rappresentazione introduce, come in un gioco di scatole cinesi, la presa di coscienza di una nuova identità etnica acquisibile solo a metà: diventare americani in tutto e per tutto, per un immigrato italiano, appare missione quasi impossibile e foriera, in termini generazionali, di futuri sensi di colpa e di inferiorità, una nemesi che marchierà l&#8217;italo-americano per sempre.</p>
<p>Ancora una volta l&#8217;autore si oppone alla critica ufficiale – americana e italiana &#8211; e sottolinea i rischi di un&#8217;analisi talvolta frettolosa, basata su stereotipi e preconcetti, mettendo in guardia il lettore ed esortandolo a mantenere l&#8217;attenzione sull&#8217;umorismo presente in Fante e sull&#8217;utilizzo dello stesso in altri autori quali Knut Hamsun, Charles Bukowski, Sandro Veronesi, Marco Vichi. John Fante confessò fedeltà assoluta a Knut Hamsun, da lui considerato padre letterario, e Bukowski si dichiarò profondamente ispirato dalle opere di John Fante. Nella propria analisi comparativa Pettener approfondisce la scrittura umoristica di Hamsun e di Fante, sottolineando il loro &#8220;divertimento della scrittura&#8221;, &#8220;l&#8217;istinto giocoso&#8221; che ne caratterizza lo stile (pg. 170), l&#8217;aspetto ludico che potenzia l&#8217;intreccio e l&#8217;architettura narrativa. In Bukowski, al contrario, l&#8217;umorismo è spesso assente (fatta eccezione per <em>Pulp</em>), prevalendo il sarcasmo verso il mondo e il disprezzo verso i suoi abitanti; i protagonisti di Hamsun e Fante sono coinvolti dal mondo, ne sono attratti o respinti e la loro scrittura è un mezzo per comprendere la contraddittorietà del mondo; in Bukowski, al contrario, l&#8217;egocentrismo cinico trova forma, sovente, in una scrittura meccanica, priva di quella forza evocativa che in Fante origina vibrazioni, risonanze.</p>
<p>L&#8217;analisi comparativa – riguardante critici, altri romanzieri, John Fante e Dan Fante, figlio di John e a sua volta scrittore – è certamente un punto di forza del saggio ma il valore di questo libro non si riscontra solo in essa. Pettener, con passione, indaga le cause dell&#8217;assenza, durata decenni, delle opere di John Fante dal panorama letterario internazionale. Il maggior imputato di questo scarso successo in terra americana è proprio l&#8217;umorismo e la conseguente assenza, nei romanzi di Fante, di un messaggio, di un insegnamento, di una risposta. La vita di Arturo Bandini, alter-ego scrittore di John Fante e protagonista di quattro dei suoi romanzi – <em>Wait Until Spring, Bandini</em>, <em>The Road to Los Angeles</em>, <em>Ask the Dusk</em> e <em>Dreams from Bunker Hill</em> &#8211; non offre al lettore alcuna verità né lezione di vita. Il successo tardo, spesso postumo, è avvenuto in epoca postmoderna, in un periodo caratterizzato dal crollo della fiducia nelle verità assolute; il riscontro maggiore, da parte dei lettori, si è avuto in Europa, madre storica dell&#8217;umorismo letterario e lontana anni luce, per tradizioni estetiche e antropologiche, da quel paese romantico che è l&#8217;America, tempio della fede nell&#8217;assoluto, nella verità e nelle certezze politiche ed esistenziali. Milan Kundera, al quale sono dedicate alcune pagine del saggio, afferma che ogni romanzo trova la sua ragione di essere nella scoperta esistenziale; che la conoscenza da esso generata non ha a che fare con una verità assoluta ma con l’incertezza, con il dubbio, le ambiguità. Il genere romanzo non offre risposte ma pone interrogativi; non giudica ma rappresenta; non si pone come affermazione dogmatica, apodittica, ma è relativo, ambiguo.</p>
<p>Il saggio di Pettener è, per il lettore, un viaggio circolare. Esso prende l&#8217;abbrivio partendo dalla poetica di John Fante, dalla Los Angeles di Arturo Bandini e, dopo aver attraversato i territori canonici della letteratura novecentesca – e non solo &#8211; approda nuovamente alla costa californiana tracciando itinerari ampi, rigorosi per il procedimento analitico che li sostiene e per la chiarezza di intenti.</p>
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		<title>Calafiore &#8211; Arturo Belluardo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/04/16/calafiore-arturo-belluardo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2019 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[John Fante]]></category>
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		<category><![CDATA[premio John fante]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Incipit del secondo romanzo di Arturo Belluardo Quando ho aperto gli occhi, gli occhi non mi si sono aperti. Eppure sono certo di aver sollevato le palpebre, ma davanti a me solo un muro nero. Ho difficoltà a respirare, come se un foglio mi si fosse appiccicato alle labbra e alle narici. Provo ad [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>Incipit del secondo romanzo di Arturo Belluardo</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class=" wp-image-78737 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Belluardo_Calafiore_low-191x300.jpg" alt="" width="265" height="402" /></strong></p>
<p class="primariga"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Quando ho aperto gli occhi, gli occhi non mi si sono aperti. Eppure sono certo di aver sollevato le palpebre, ma davanti a me solo un muro nero. Ho difficoltà a respirare, come se un foglio mi si fosse appiccicato alle labbra e alle narici. Provo ad alzare una mano per passarmela sul viso, ma le mani non ne vogliono sapere di muoversi, quasi fossero tenute ferme dietro la schiena da una morsa di ferro. Anche i piedi sono bloccati e il culo, il mio enorme culo roseo, non riesce a spostarsi da questa sedia. Ne sento il metallo attraverso la ridicola djellaba che Mauro mi ha costretto a indossare.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Mauro, quel finocchietto bastardo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Mauro: ma è stato lui a portarmi qui?</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Mi sento stringere la pancia in rotoli, come quando provo a farmi entrare a forza i pantaloni della stagione precedente.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Non posso muovermi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">E sono sveglio, sono sveglio, non è un incubo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Grido, ma riesco solo a proiettare un rantolo impastato, zucchero filato dalla paura, terrore distillato in purezza.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Tremo, scuoto i miei muscoli, il mio grasso, cercando di liberarmi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Mi sento di nuovo feto nel ventre, minacciato dalla madre che contrae la placenta per schiacciarmi, per espellermi da sé, per condannarmi alla luce.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Voglio piangere, per oppormi di nuovo alla nascita.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Invece rantolo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Poi, d’improvviso. Poi, daccapo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: -.05pt">La bocca e gli occhi mi si spalancano, accecati da un neon verdastro. E uno schiaffo, che mi fa colare saliva e sudore.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Dove sono? Dove sei? Mamma?</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Adesso statti muto, se non ne vuoi un altro”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La voce è femminile, giovane, quasi affettuosa.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Non distinguo le figure, la luce è violenta, non mi accoglie.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Apri la boccuccia, da bravo”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Un batuffolo di ovatta mi danza davanti, giro la faccia di scatto.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“E su, non fare i capricci”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza cerca di artigliarmi le guance, ma il sudore le impedisce la presa.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Ma come?”, con il tono stucchevole di chi si rivolge a un neonato. “Ti sei mangiato tutti quei tramezzini e fai tante storie per un po’ di cotone? E no, no, no, non si fa così”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Mi chiude il naso con le dita e mi costringe ad aprire la bocca.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Il cotone idrofilo mi arriva quasi in gola e le labbra mi vengono incollate con il nastro adesivo marrone da imballaggi. Come quando chiudevo gli scatoloni di pratiche estinte da mandare all’archivio remoto di Anticoli Corrado. Dieci anni, poi il macero.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Respiro rumorosamente dal naso, mi cola muco grigioverde, mi sembra che il cervello mi stia uscendo dalle frogie, gocciolando dai peli sporchi di caccole.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Lo sguardo mi si va schiarendo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .1pt">Sono in un deposito per mobili, enorme, la saracinesca chiusa, un telo impermeabile sotto la sedia a cui sono legato. Cavi elettrici dall’anima di rame mi insaccano davanti e dietro, dall’alto in basso, torno torno la mia pancia, mi chiudono in un viluppo agganciato a un anello di ferro del pavimento.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Vicino alla parete, un ragazzo sta affilando un grosso coltello con una pietra rotonda e grigia, sembra pomice di Lipari. Le labbra increspate rivelano una fessura tra gli incisivi, zigomi e mento dolci, alla Kurt Cobain.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza mi guarda con un sorriso di scherno, la testa inclinata di lato, i ciuffi di capelli, azzurro improbabile, raccolti a ballonzolare, le orecchie curiose, quasi triangolari, da elfo. Sembra la fotocopia in piccolo di Cersei Lannister, una dea crudele nel corpo erotico di una nana. Mi sta riprendendo con un iPhone a pochi centimetri dal mio naso.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Non accendi il fuoco?”, le vocali dilatate e strascicate del ragazzo me ne fanno riconoscere l’origine. È siciliano come me. E questo mi aumenta la confusione, la paura.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“È presto ancora, vero tesoro?”, mi fa la ragazza puntandomi sulla pancia un piede rivestito da un calzino di spugna girocalcagno. Mi ha usato la gentilezza di togliersi l’anfibio bordeaux Dr. Martens. Ciononostante.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Mi piscio addosso.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Le dita di Cersei stringono l’inquadratura sulla pozza gialla che si forma ai miei piedi, sulle gocce che si intersecano ai peli e alle varici dei polpacci.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Che cattivone. Alla tua età ancora non trattieni la pipì? Hai bisogno dei pannolini? Un omone così grande, immenso. Hai paura?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza piega la testa, scende con il suo sorriso alla mia bocca, i ciuffi di capelli che mi asciugano il sudore sulle sopracciglia. Faccio di sì con la testa, dilatando gli occhi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza scoppia a ridere, poi il sorriso si contrae in un ghigno, a lasciare scoperti canini di perla.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“E fai bene”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Il neon si riflette sulla lama che mi scorre sulla pancia aprendosi un varco sulla tunica di cotone grezzo, sui peli, sulla pelle. E l’iPhone a due centimetri dallo squarcio che riprende tutto.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Alla prima riga di sangue, cerco di gridare, svengo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">E nel buio che mi risucchia all’indietro, dall’artiglio che mi trascina per la nuca, sento ripetere, soffice, il mio nome.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Calafiore. Calafiore…”.</span></p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Arturo Belluardo</strong> è nato a Siracusa. Vive e lavora a Roma. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da Nottetempo e dal Goethe-Institut e sulle riviste Lo Straniero, Mag O, Succede oggi e Nazione Indiana. Con la sua opera prima, Minchia di mare (Elliot, 2017) è stato finalista al POP 2017, al Premio John Fante e al Premio San Salvo.</p>
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		<title>John Fante: promenade</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 18:52:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Dan Fante]]></category>
		<category><![CDATA[Festival letterario 'Il Dio di mio padre']]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Durante]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanna Di Lello]]></category>
		<category><![CDATA[John Fante]]></category>
		<category><![CDATA[Masolino D’Amico]]></category>
		<category><![CDATA[torricella peligna]]></category>
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					<description><![CDATA[Venerdì 20 agosto inizia la V edizione del Festival letterario &#8216;Il Dio di mio padre&#8217; dedicato allo scrittore italoamericano John Fante. La manifestazione, che si svolgerà a Torricella Peligna (il paese d&#8217;origine del padre dell&#8217;autore), presenta un calendario fitto di incontri. Saranno presenti tra gli altri gli scrittori Melania G. Mazzucco, Fabio Geda, Dan Fante, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/manifesto-fante-a2-1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/manifesto-fante-a2-1-212x300.jpg" alt="" title="manifesto" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-36449" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/manifesto-fante-a2-1-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/manifesto-fante-a2-1-724x1024.jpg 724w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a></p>
<p>Venerdì 20 agosto inizia la V edizione del <a href="http://www.johnfante.org/">Festival letterario &#8216;Il Dio di mio padre&#8217;</a> dedicato allo scrittore italoamericano John Fante. La manifestazione, che si svolgerà a Torricella Peligna (il paese d&#8217;origine del padre dell&#8217;autore), presenta un calendario fitto di incontri. Saranno presenti tra gli altri gli scrittori Melania G. Mazzucco, Fabio Geda, Dan Fante, il giornalista Giulio Borrelli, il vincitore del Premio John Fante &#8216;Autore tra due mondi&#8217; 2010: Jonas Hassen Khemiri, i finalisti del Premio John Fante &#8216;Arturo Bandini Opera Prima&#8217; 2010: Angela Bubba, Paolo Piccirillo, Alberto Mossino, ma anche Vincenzo Costantino Cinaski, Francesco Forlani, Francesco Durante,   Masolino D’Amico, Brunella Schisa e tanti altri.<br />
Oltre a JOHN FANTE, si parlerà di emigrazione italiana, di immigrazione, di letteratura giovane, della famiglia Cecchi-D’Amico, del poeta Clemente Di Leo e molto di più.<br />
Francesco Durante presenterà in anteprima nazionale ‘Bravo Burro!‘, il romanzo per ragazzi di John Fante inedito in Italia, in uscita il prossimo autunno da Einaudi.<br />
<span id="more-36448"></span><br />
Il festival letterario ‘Il Dio di mio padre’ è organizzato dal Comune di Torricella Peligna. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito alla V edizione del festival una propria medaglia di rappresentanza. La manifestazione ha inoltre ricevuto il patrocinio del Ministero dei beni e le attività culturali, della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Univ. ‘G D’Annunzio’ di Chieti, della Comunità Montana Aventino Medio Sangro, i contributi dell’Assessorato alla cultura della Regione Abruzzo, della provincia di Chieti e della Fondazione Carichieti. Con il sostegno della Pro Loco Albert Porreca. Media Partner: Abruzzolive.tv </p>
<p>Il comitato direttivo del Festival è composto dal Sindaco di Torricella Peligna (Tiziano Teti), l’Assessore alla Cultura, (Dott. Carmine Ficca), la direzione artistica (Dott.ssa Giovanna Di Lello) e il presidente della Pro loco “Albert Porreca” di Torricella Peligna (Antonio Di Fabrizio). </p>
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