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	<title>joxe &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Meditazioni joxiane #5</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 May 2004 23:46:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Alain Joxe]]></category>
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					<description><![CDATA[di Dario Voltolini La funzione di Israele, popolo fiero al servizio dell&#8217;impero, o dell&#8217;impero a servizio di Israele sulla minuscola, riarsa e desertica Palestina mandataria non è più utilizzabile rispetto all&#8217;equilibrio regionale. L&#8217;unico ruolo di Israele, dunque, sembra risiedere nella creazione di un prototipo di guerra urbana di periferia, priva di prospettive di pace ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong></p>
<p><img loading="lazy" alt="war-paint.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/war-paint.jpg" width="300" height="260" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" />La funzione di Israele, popolo fiero al servizio dell&#8217;impero, o dell&#8217;impero a servizio di Israele sulla minuscola, riarsa e desertica Palestina mandataria non è più utilizzabile rispetto all&#8217;equilibrio regionale. L&#8217;unico ruolo di Israele, dunque, sembra risiedere nella creazione di un prototipo di guerra urbana di periferia, priva di prospettive di pace ma in grado di delimitare perimetri di sicurezza in stile apartheid, modello che potrebbe servire a livello globale nella maggior parte delle metropoli del Sud del mondo e tecnicamente interessante per i militari statunitensi. L&#8217;asservimento di Israele a un simile interesse imperiale è ormai del tutto suicida.<br />
<span id="more-420"></span><br />
<strong>Il paragrafo riportato qui sopra si trova nella prefazione all&#8217;edizione italiana al <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838348030/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838348030&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">libro</a> di Joxe [pag.19]. Siccome è stata scritta nel luglio del 2003, è la parte più recente del volume. Sono passati alcuni mesi e l&#8217;unica cosa che mi sembra sia cambiata nella situazione che Joxe analizza è che a quel tempo la guerra in Iraq poteva dirsi conclusa, mentre oggi non sappiamo più cosa dire.</strong><br />
<strong><br />
Israele è il punto cruciale. Si dice che Israele sia l&#8217;unica democrazia da quelle parti. Bene. Vediamo una questione attinente alla democrazia (alle democrazie):</strong></p>
<p>La situazione odierna pone alle democrazie nate dalle rivoluzioni antimonarchiche (inglese, francese o americana) e a tutta la loro discendenza un problema molto serio: decapitando il re (oppure cacciandolo), le democrazie perseguivano l&#8217;obiettivo del trasferimento della sovranità al popolo, ai cittadini, diventati per sempre autonomi, liberi dinnanzi allo stato, uguali rispetto ai nobili e persino fraterni con il clero. Questa rappresentazione strategica della pace di stato viene messa in discussione: oggi la sovranità sottratta agli stati-nazione viene per ciò stesso sottratta tanto ai popoli quanto ai re. Non appartiene neppure ai &#8220;tecnocrati&#8221;, bensì alle grandi imprese e all&#8217;interno di queste – per il momento – ai dirigenti piuttosto che agli azionisti, ossia al parlamento delle imprese in cui si vota per censo. Gli azionisti possono sanzionare l&#8217;impresa vendendone le azioni, i mercati rifiutando di acquistarle, ma la vera strategia opera attraverso la diplomazia delle fusioni e acquisizioni, una diplomazia più segreta e spettacolare di quella dei re del passato [pag. 38].</p>
<p><strong>Il Potere è dunque per ora in mano ai dirigenti d&#8217;azienda. Le dinamiche diplomatiche del Potere sono movimenti di acquisizione e fusione (e fallimento, sovrastima, e così via, verrebbe da dire; o è tecnicamente sbagliato? non lo so). Il potere dei tecnocrati sembra ancillare al Potere, quindi. I tecnocrati per un verso, gli azionisti per un altro verso, non possiedono sovranità. E i militari?</strong></p>
<p><strong>L&#8217;evoluzione bombardesca della strategia clintoniana dell&#8217;allargamento del mercato delle imprese pone la questione se esista un Potere finanziario e un suo braccio militare, oppure due Poteri, uno finanziario e uno militare, o un solo Potere finanziario e militare e così via. Il fatto principale però resta questo, che sia le imprese, sia i bombardieri, sia la tecnologia, vedono una supremazia totale degli Stati Uniti. L&#8217;identificazione degli Stati Uniti con il Potere è dunque quasi impossibile da evitare. Eppure concettualmente bisogna mantenere una distinzione. Infatti in quanto democrazia gli Stati Uniti sono nella condizione delle altre democrazie (tra cui Israele, l&#8217;Argentina, noi), che è quella di una perdita di sovranità. La democrazia americana, con tutto il suo indotto simbolico e politico e le sue fondamenta storiche e le ramificazioni nell&#8217;immaginario e nella vita culturale dell&#8217;occidente e chi più ne ha più ne metta, è ancora sovrana? Pensiamo agli Stati Uniti con schizofrenia palese tutti quanti, destra sinistra sopra e sotto, pensandola come democrazia nei giorni pari e impero nei giorni dispari. L&#8217;esito di questa schizofrenia è soltanto riempire palinsesti e colonne, invitare ospiti e dare o togliere la parola. Ma se invece fosse che gli Stati Uniti come concentrazione di aziende leader sono il principale nemico delle democrazie, compresa quella degli Stati Uniti? Quali Stati Uniti starebbero quindi esportando quale democrazia all over the world? </strong></p>
<p><strong>Parliamo dei morti americani in Iraq, che Joxe non poteva contare quando scriveva il suo libro. Non sono forse i morti della democrazia americana voluti dall&#8217;impero? Quanti dovranno essere prima che la sindrome del Vietnam ritorni a fare capolino nell&#8217;elettorato americano?</strong></p>
<p><strong>Un giorno dello scorso anno fui chiamato a &#8220;incontrare gli studenti delle scuole&#8221; in piena mobilitazione pacifista sventolante dalle finestre delle case italiane. Una cosa organizzata dalle istituzioni (un assessorato, credo all&#8217;istruzione, se ricordo bene). Alla massa vociante e pacifista non sapevo cosa dire. Siccome ero contrario all&#8217;intervento in Iraq, sono andato a fare quello che ritenevo un atto coerente. Certo che il collega scrittore Tawfik aveva più cose da dire di me, lui che è iracheno (è nato in quella che si chiamava Ninive: questa cosa mi fa sempre una certa impressione). Ma insomma, anche se ormai nessuno ascoltava più – le masse vocianti, pacifiste o no, non hanno mica intenzione di ascoltare niente – borbottai qualcosa di sufficientemente irrilevante da non dovermene vergognare fino al termine dei miei giorni. Ma una cosa mi venne in mente come un&#8217;illuminazione, e provai a dirla. Dissi: &#8220;Tra qualche tempo, mesi, anni non so, tutte le diverse anime che oggi sono unite nel comune movimento pacifista dovranno confrontarsi non solo tra di loro, ma anche con il problema di come fare a uscire da questo culo di sacco in cui ci stiamo andando a mettere&#8221;. Si trattava di mesi.</strong></p>
<p><strong>Oggi persino Silvio è alle prese con questo problema. Figuriamoci i pacifisti.</strong></p>
<p><strong>E Israele?</strong></p>
<p>Di fronte alla &#8220;barbarie&#8221; delle guerre del nostro tempo, ammettendo che le loro cause siano attuali, si deve anche riconoscere che il peggio è sempre possibile: si può immaginare che in certe condizioni la violenza politica si sviluppi come un inferno razionale, organizzato con una logica fredda, e che i suoi responsabili siano disposti ad accettare di praticare la crudeltà senza odio e senza timore. Il ricordo del nazismo deve aiutarci a immaginare tale evoluzione come globalmente possibile, così come lo fu in Europa sotto il tallone di Hitler, delle Ss, dei campi e della Shoah [pag. 25].</p>
<p><strong>Io ammetto una volta ancora la mia difficoltà a vedere una linea di continuità nella difesa dei valori democratici che passi pel la Shoah e arrivi a vedere Israele come nemico. Questo passaggio mi riesce quasi impossibile. Ma forse intravedo nella dinamica di sottrazione della sovranità agli stati-nazione da parte dell&#8217;impero la possibilità di considerare Israele (in quanto democrazia) e gli Stati Uniti (in quanto democrazia) vittime loro pure delle strategie imperiali (degli Stati Uniti come impresa-tecnologia-esercito e di Israele come suo esperimento sul campo). Qual è il soggetto che può opporsi alla politica dell&#8217;impero? Secondo Joxe – e qui ammetto di non riuscire a immaginare come – deve rientrare in gioco il concetto di &#8220;repubblica&#8221;:</strong></p>
<p>&#8230;oggi si pone la questione di uno spirito repubblicano di sinistra su scala europea, se vogliamo che l&#8217;Europa sia una democrazia e agisca efficacemente sul tipo di globalizzazione imposto attualmente dall&#8217;impero [pag. 54].</p>
<p><strong>Joxe si dichiara ottimista. Come conseguenza a una premessa. Ecco premessa e conseguenza:</strong></p>
<p>Già per Aristotele, è sempre la giustizia, nata da un rapporto di forza, che genera la fratellanza, non è la fratellanza che genera la giustizia. Ma secondo Clausewitz, le forze morali concorrono alla costituzione delle forze politiche allo stesso titolo di quelle militari. Le convinzioni etiche veicolate dalle religioni o da qualunque altro sistema di valori fanno certamente parte dei rapporti di forza. Non sono le forze che mancano, si tratta di ripensare la loro organizzazione, a dispetto della rottura del patto tra i popoli e gli stati e malgrado i nuovi patti segreti tra gli stati e le imprese.</p>
<p>Per questa ragione, a dispetto del carattere atroce del mondo contemporaneo, continuo a pensare che si possa fondare una ricerca ottimista, a partire dalle origini stesse della repubblica come protezione del popolo sovrano. Questa definizione di Hobbes è &#8220;predemocratica&#8221; [pag. 57].</p>
<p><strong>Prima di vedere più da vicino cosa intende Joxe, vorrei citare ancora due passaggi, a mo&#8217; di pensieri della notte. Sono due pensieri sul socialismo.</strong></p>
<p><strong>Il primo:</strong></p>
<p>I populisti e i socialisti di oggi sono pronti ad affermare, tanto in linea di principio quanto nei fatti, la loro solidarietà con le classi sfruttate del Terzo mondo? Con i gulag cinesi? Con i bordelli thailandesi? con le ragazzine malesi? Con le prigioni dell&#8217;Alabama? Non ne sarei per niente sicuro [pag. 53].</p>
<p><strong>Il secondo:</strong></p>
<p>L&#8217;analisi imperiale manca di strumenti di analisi a memoria lunga, e coltiva sistematicamente la convinzione che la caduta dell&#8217;Urss abbia rappresentato la fine del socialismo reale, mentre si può egualmente pensare che ne costituisca l&#8217;inizio [pag. 162].</p>
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		<title>Meditazioni joxiane #4</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Apr 2004 23:40:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Dario Voltolini Voglio ora riportare direttamente alcuni brani di Joxe. Si trovano alle pagine 103-106 del suo libro (terzo capitolo, intitolato Violenza e globalismo). Considerando, a prescindere da qualunque teoria, l&#8217;epoca attuale come uno spettacolo, si percepirebbe immediatamente una gerarchia: si vedrebbero i regni e le repubbliche, più o meno minacciati da una blanda [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong></p>
<p><img loading="lazy" alt="bomb.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/bomb.jpg" width="120" height="202" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /><strong>Voglio ora riportare direttamente alcuni brani di Joxe. Si trovano alle pagine 103-106 del suo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838348030/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838348030&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">libro</a> (terzo capitolo, intitolato <em>Violenza e globalismo</em>).</strong></p>
<p>Considerando, a prescindere da qualunque teoria, l&#8217;epoca attuale come uno spettacolo, si percepirebbe immediatamente una gerarchia: si vedrebbero i regni e le repubbliche, più o meno minacciati da una blanda balcanizzazione, aggrappati ai piedi dell&#8217;impero del caos americano che li globalizza. I reucci, i nobili eroici o vili, i popoli sbalorditi, inquieti, talvolta indignati, osservano grazie alla televisione gli abominevoli massacri che colmano le coscienze del mondo intero di un sentimento di impotenza sempre crescente. Non che i massacri siano più numerosi di un tempo, ma la maggior parte di essi (non tutti) viene conosciuta ed esibita, come se si trattasse di minacce valide per tutti i popoli, o come una droga, simile ai giochi circensi condannati dai padri della chiesa alla fine dell&#8217;Impero romano.<br />
<span id="more-414"></span><br />
Torture, violenze, mutilazioni, cadaveri a brandelli sono stati banalizzati dagli exploit dei vari Tudjman, Boban, Karadžić, Milošević o Putin, zar saliti al potere grazie a pogrom. In Israele-Palestina, <em>apartheid</em>, umiliazioni, lenta distruzione dell&#8217;identità dei vicini conquistati, ridotti allo stato di subuomini, sub-donne e sub-bambini, costituiscono i metodi più pazienti dei vari Netanyahu, Barak e Sharon. Nei continenti &#8220;poveri&#8221;, le tirannie militari o civili minacciano di stabilirsi di nuovo, dopo la cosiddetta fase della &#8220;transizione democratica&#8221;, fondando la propria legittimazione sull&#8217;eliminazione della legislazione sociale e sul fallimento economico. Lo spirito naturale di resistenza, ridotto all&#8217;impotenza a causa dell&#8217;estrema disuguaglianza della guerra asimmetrica, si rivolge verso il terrorismo, la cattura di ostaggi, la controcrudeltà.</p>
<p>Allo stesso tempo, come per antifrasi, si proclama l&#8217;avvento dei diritti dell&#8217;uomo: la futura Corte penale internazionale che si farà carico dei crimini contro l&#8217;umanità rappresenta in tale contesto una compensazione. Alcuni criminali saranno puniti, ma si è rinunciato alla prevenzione attiva dei crimini. Nel disordine, i diritti dell&#8217;uomo vengono dovunque violati, in quanto la loro protezione non è più regolata né dal centro dell&#8217;impero del caos, che anzi sabota gli interventi dell&#8217;Onu e rifiuta di firmare convenzioni internazionali cogenti, né dalle istanze politiche realmente sovrane, né dalle istituzioni competenti per la difesa del diritto internazionale, che risultano completamente disarmate. La violazione, in effetti, viene molto spesso delegata a commando di militari mascherati o di paramilitari assassini, servitori locali di una logica finanziaria mafiosa e deterritorializzata, e talvolta delle mafie globali prive di radici, un fenomeno, questo, del tutto nuovo.</p>
<p><strong>Ora riporto alcuni passi su Israele e sulla funzione degli intellettuali oggi, secondo me molto illuminanti e purtroppo assai realistici. Non faccio alcun commento per ora, metto solo carne al fuoco. Nonostante questo, devo riconoscere che gran parte della mia visione del mondo è appunto una &#8220;visione&#8221; nel senso di &#8220;costruzione separata dalla realtà&#8221;. Nel profondo nucleo di questa mia visione, vuoi per educazione, vuoi per scelta, vuoi per storia, vuoi per qualunque altra condizione, esiste e opera un programma di &#8220;salvataggio di Israele&#8221; che non si lascia né sopprimere né modificare. Lo riconosco in me, e non lo ripudio. Ma certo che un conto è pagare un dazio alla propria sensibilità, alla propria psicologia politica, un conto è vedere le cose come stanno. Mi preoccupa questa nostra condizione. Quella cioè di persone che hanno dentro di sé le prerisposte e le prefigurazioni utilizzabili di fronte ai quesiti e agli scenari che si trovano di fronte. Frutto di possenti spinte introiettive, le nostre (generalizzo retoricamente: sto parlando delle mie, e sto considerando me come un animale su cui faccio un esperimento) visioni ideologiche sono pronte allo scontro con visioni ideologiche opposte, o anche solo dissimili, altrettanto introiettate. Tutto questo non conduce a nulla. Non esiste la possibilità di progredire di un millimetro confrontando e riconfrontando e facendo confliggere costruzioni introiettate che non hanno più nulla a che vedere con la realtà. Io mi tengo il mio programma di pathos protettivo nei confronti di Israele implementato nel profondo di me, ma non posso più riconoscere alcuna realtà alla visione che da esso scaturisce. Perché la realtà credo che sia piuttosto questa (riprendo a citare Joxe):</strong></p>
<p>Le forme di repressione moderne, all&#8217;avanguardia, vengono perfezionate mobilitando le competenze &#8220;tecniche&#8221; degli eserciti occidentali. Un ruolo chiave, in proposito, è svolto da Israele, che sperimenta nuovi metodi sulla popolazione palestinese occupata militarmente contravvenendo a tutte le risoluzioni dell&#8217;Onu: bombe speciali a implosione (che non distruggono le case, ma &#8220;stordiscono&#8221; gli abitanti e rendono inutilizzabili le apparecchiature tecnologiche), distruzione di interi quartieri con i bulldozer (70 case, 700 persone in strada il 10 gennaio 2002), omicidi mirati di rappresentanti politici e sociali, uso semi-incontrollato di milizie organizzate dai coloni armati, blocchi stradali arbitrari e mobili.</p>
<p>Tutto ciò è destinato a uccidere o ad annientare psicologicamente un&#8217;intera popolazione civile. Lo scopo è quello di ottenere che la popolazione non desideri più che una sola cosa: la fine della repressione. Servirsi di una popolazione occupata come campo di addestramento per le possibili violazioni della Convenzione di Ginevra è una pratica che dura da più di trent&#8217;anni, con lo scopo di fare entrare nella consuetudine, in nome della lotta al terrorismo, la negazione del diritto di un popolo a disporre di se stesso.</p>
<p>La resistenza palestinese ha una lunga storia , ma può apparire come un fenomeno recente in quanto siamo passati a una nuova forma di mondo. L&#8217;invisibilità delle atrocità della strategia israeliana si spiega a partire dall&#8217;amnesia che si è costruita intorno a essa.. Si tratta di un fenomeno allarmante non solo per l&#8217;avvenire del diritto, ma anche perché costituisce parte integrante di un possibile scivolamento generale verso una nuova legittimazione dell&#8217;oppressione di tipo coloniale e fascista, che poggia allo stesso tempo sulla manipolazione delle informazioni e la violenza quotidiana dell&#8217;immaginario mediatico. Potremmo prendere allo stesso modo come esempio i massacri in Cecenia o in Colombia, che sono ancora più violenti e criminali e altrettanto protratti nel tempo. Ma la principale impressione che possiamo trarre da questa tragica deriva è che il disprezzo dei diritti dell&#8217;uomo, nel presente e a breve termine, rappresenta uno degli attributi della globalità imperiale.</p>
<p><strong>Joxe continua con un piccolo ma importante salto tematico. Qui il discorso diventa secondo me importantissimo. Il succo e la morale mi pare che siano facili da capire, ma difficili da concretizzare. Occorre, in altre parole, una mutazione culturale. Io almeno la vedo così. Direi anzi che la vedo come una mutazione psico-culturale: non si tratta di una variazione dello spirito del tempo, che ci coinvolge tutti volenti o nolenti. No. Mi sembra che debba essere qualcosa di più igienicamente vicino alla singola persona, un processo che traccia una distinzione tra i volenti e i nolenti. Riprendo a citare.</strong></p>
<p>È passato il tempo in cui, contro questo &#8220;fascismo globale&#8221; e i suoi piccoli servitori locali, gli intellettuali potevano limitarsi a fare appello alla superiorità dell&#8217;intelligenza e della ragione contro la brutalità della bestia. Diversamente, oggi è necessario mettere l&#8217;intelligenza al servizio delle forze capaci di combattere direttamente una dinamica globale che trascina il XXI secolo verso la generalizzazione dell&#8217;orrore.</p>
<p><strong>Concludo per ora con questo paragrafo che mi sembra toccare in un unico movimento tutte le cose che sto cercando di dire sulle introiezioni, la consapevolezza, la visione ideologica, quella realistica eccetera. Un paragrafo importante, su cui tornerò varie volte.</strong></p>
<p>Coloro che non vorranno guardare in faccia la realtà, possono continuare a far finta di niente. Se si ritroveranno a essere parte della spazzatura sociale globalizzata (come è successo alle classi medie argentine), alcuni potranno accusare se stessi di stupidità o di avere commesso errori strategici. Gli altri dovranno fare l&#8217;inventario dei mezzi per resistere a questa inumanità diffusa, forse ancora più grave, per via della sua estensione, della follia nazista che ha tormentato la mia infanzia con un incubo localizzato, che venne spazzata via in dieci anni.</p>
<p>Per stabilizzare una formazione politica è necessario fissare delle gerarchie. È possibile farlo, nell&#8217;impero del caos?</p>
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		<title>Meditazioni joxiane #3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Apr 2004 21:55:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Dario Voltolini Prima di guardare a cosa può significare il concetto di Europa nell&#8217;attuale momento di crisi, vorrei puntualizzare ancora una volta la questione di cosa sia per Joxe &#8220;il mercato&#8221; soprattutto nella versione che nei fatti ne dà l&#8217;amministrazione statunitense (come abbiamo visto non solo l&#8217;attuale amministrazione, ma anche quella precedente). Nella riflessione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong></p>
<p><img loading="lazy" alt="Guttuso-Vucciria.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/Guttuso-Vucciria.jpg" width="300" height="300" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /> Prima di guardare a cosa può significare il concetto di Europa nell&#8217;attuale momento di crisi, vorrei puntualizzare ancora una volta la questione di cosa sia per <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838348030/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838348030&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Joxe</a> &#8220;il mercato&#8221; soprattutto nella versione che nei fatti ne dà l&#8217;amministrazione statunitense (come abbiamo visto non solo l&#8217;attuale amministrazione, ma anche quella precedente). Nella riflessione sul &#8220;divide et impera&#8221; americano, Joxe ribadisce la sua tesi sul caos però introducendo una variabile stocastica di grande inquietudine, cioè la possibilità dell&#8217;autodistruzione di stati nazionali come l&#8217;Argentina.<br />
<span id="more-408"></span><br />
Dice Joxe: &#8220;<em>Lo scopo della loro </em>[degli Stati Uniti] <em>azione non è il controllo politico, che rappresenta ai loro occhi solo un mezzo, ma il dominio dei mercati. Il totale disordine di uno stato rappresenta quindi per il loro disegno imperiale non una catastrofe ma, eventualmente, un passaggio obbligato in direzione del neoliberismo. Tuttavia, l&#8217;autodistruzione finanziaria dell&#8217;Argentina avvenuta nel 2001, una crisi realmente nuova e moderna, non è certo stata auspicata e cade in un vuoto teorico assoluto. Si sarà obbligati ad aggiustare rapidamente le cose. La catastrofe semialeatoria fa gravare ovunque la propria minaccia</em>&#8221; [1].</p>
<p>&#8220;Gravare ovunque&#8221; significa veramente &#8220;ovunque&#8221;? Non possiedo alcuno strumento per valutare la stabilità e la robustezza di uno stato rispetto al parametro finanziario (chissà poi se è davvero un aspetto separabile dal resto: forse in prima approssimazione e in teoria sì, ma in realtà?), quindi non so individuare stati più o meno &#8220;a rischio&#8221; di autodistruzione finanziaria. In particolare, non so valutare il rischio che corriamo noi, cioè l&#8217;Italia.</p>
<p>Nel libro di Gallino [2] sulla perdita di importanza industriale italiana si descrivono implosioni locali del nostro capitalismo, cioè dismissioni di industrie fiorenti o decotte, ma soprattutto fiorenti, anzi addirittura &#8220;picchi di eccellenza&#8221; svenduti e quasi regalati a chi? Al diretto concorrente di mercato. Il declino industriale del nostro Paese (ma non siamo nei G8? Se sì, perché?) nella visione di Gallino è la conseguenza di incapacità imprenditoriale non meno che di incompetenza politica.</p>
<p>Che i nostri capitalisti non siano nemmeno capaci di fare i capitalisti, è un sospetto che in tantissimi abbiamo. La questione politica mi sembra più incasinata. Quella dell&#8217;Italia dal dopoguerra in poi non è stata una politica di sostegno industriale, sia economico che ideologico e talvolta persino poliziesco? Non ha funzionato oppure il difetto sta nel manico? Il difetto nel manico è leggibile (nonché realmente letto da una parte della destra) come una mancanza di libertà di mercato. Proprio perché la politica ha finanziato l&#8217;industria, l&#8217;industria è andata a rotoli. Questa è una tesi sostenuta da molti, e introiettata da larghi strati della popolazione, anche non omogenei.</p>
<p>Un&#8217;altra tesi è che non è vero che la politica abbia sostenuto l&#8217;industria. Sostenere lo sviluppo industriale di un Paese significa fare delle scelte, e spesso non sono state fatte, o sono state fatte in base a criteri non politici. Quali? Questa tesi, a seconda che si consideri il Sindacato (CGIL, CISL e UIL) come un&#8217;organizzazione italiana del Potere, oppure una forma reale di Opposizione, può sorgere sia a destra sia a sinistra. La differenza sta solo nella scelta di quali criteri non politici sono stati adottati per non fare scelte favorevoli allo sviluppo industriale (se si fosse potuto licenziare le fabbriche non avrebbero chiuso / se si fosse seguita la concertazione i padroni avrebbero fatto meno cazzate).</p>
<p>Altra tesi ancora: l&#8217;industria ha fatto il suo tempo, ora siamo in un&#8217;epoca postindustriale che è comune a tutto l&#8217;Occidente, dunque anche a noi. Il sapore misto di &#8220;lettura dei processi reali&#8221; e di teleologia rende questa tesi poco falsificabile, e a mio parere pochissimo esplicativa. Però ha una notevole diffusione, anche a livello locale (intendo dire a livello cittadino, per esempio nella mia città che è Torino la sento spesso ribadire, senza però che si sappia come fare a diventare Milano).</p>
<p>Ce ne sono altre, di tesi. Ma qui voglio segnalare solo una posizione che ho sentito esprimere da un settore della sinistra: non è una tesi, non la segnalo come tesi, né come spiegazione, né come lettura di qualche cosa, ma solo come sintomo di un atteggiamento. La posizione è: <em>finalmente l&#8217;industria si leva dai coglioni; peccato per il conflitto sociale che diminuisce, per fortuna per l&#8217;inquinamento, che diminuisce pure lui</em>.</p>
<p>C&#8217;è poi da considerare un aspetto della situazione che capovolge la questione come l&#8217;ho posta prima, e cioè che sia l&#8217;industria ad aver determinato la politica italiana e non viceversa. Forse questa ipotesi mi viene in mente solo perché sono torinese.</p>
<p>In ogni caso, il nostro assetto industriale è profondamente manomesso e deficitario. Io questo lo vedo come un pericolo. Anzi, credo di poter dire che è da sinistra che lo vedo come un pericolo.</p>
<p>Un pericolo di argentinizzazione (ripeto, non so però valutare questo in termini concreti, e nemmeno se sia possibile farlo).</p>
<p>Le nostre industrie sono state spesso (s)vendute al diretto concorrente, ripeto con Gallino. Questo significa che la politica di sostegno industriale in quei casi avrebbe dovuto essere più marcatamente protezionista? Ma allora il liberismo? Dobbiamo credere che proprio all&#8217;industria faccia male l&#8217;apertura del mercato?</p>
<p>Significa che nelle faccende italiane decidono forze che italiane non sono, come anche sovente si sente dire (&#8220;le privatizzazioni italiane sono state decise su uno yacht una sera fuori dalle nostre acque&#8221;: ah, come vorrei poter risalire a chi disse questa frase che ricordo sì di aver letto, ma né quando, né dove)?</p>
<p>Io credo che il mercato di cui parla Joxe potremmo chiamarlo <strong>metamercato</strong>, nel senso che è un mercato in cui si comprano e si vendono mercati, non prodotti o merci o altre cose di tipo tradizionale come queste. Con l&#8217;adesione del 1° maggio dei paesi orientali all&#8217;Europa, non stiamo acquisendo mercati? Non è quello che si dice?</p>
<p>Allora: chi sta comprando mercati? Qual è il mercato in cui si vendono e si comprano i mercati? Quali sono le regole e le finanze e gli attori del metamercato? Il mercato dei mercati è un mercato con caratteristiche diverse dai semplici mercati. I semplici mercati o esistono o non esistono. Il metamercato invece lo si &#8220;amplia&#8221;, cioè lo si fa esistere dove non c&#8217;è. Il mercato dei mercati quando acquisisce un mercato, acquisisce qualcosa che &#8220;era sul mercato&#8221; o no? Io credo di no. Io credo che lo acquisisca senza comprarlo. E questa forma di acquisizione non segue, mi pare, una legge di mercato. O forse invece sì, ci sono dei mercati che a un certo punto vanno sul (meta)mercato. Qualcuno decide di andare al (meta)mercato a venderli. Come i vecchi buoi, le uova, le oche. Tutto bene. Cosa ricava in cambio il venditore del mercato? E chi è costui? Un&#8217;oligarchia? Una classe dirigente? Un Potere dello Stato? Chi decide di vendere il mercato italiano, per esempio, mettendolo sul (meta)mercato? Chi ci guadagna? Dove vanno a finire i soldi?</p>
<p>Chi ha messo il mercato argentino in vendita sul (meta)mercato? Chi ci ha guadagnato? Chi è ora il padrone? Di che cosa esattamente è padrone uno che ha acquistato un mercato, se ora quel mercato così come lo si conosceva non esiste più?</p>
<p>Il mercato è identificato (non da me) con la democrazia. Ammettiamolo, per amore di discussione. Ma allora la domanda è: che ne è della democrazia in un Paese che metta sul (meta)mercato se stesso in quanto mercato? Non metterà in vendita la democrazia stessa insieme con il suo mercato, se le due cose vanno davvero così insieme?</p>
<p>Il declino industriale dell&#8217;Italia mi preoccupa in questo senso, cioè nella prospettiva di un&#8217;argentinizzazione che, essendo per definizione semialeatoria, potrebbe prima o poi anche riguardarci.</p>
<p>Potrebbe riguardare anche altri Paesi europei?</p>
<p>Potrebbe riguardare addirittura l&#8217;Europa in toto?</p>
<p>Siamo di nuovo al punto di prima: l&#8217;Europa.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>[1] Joxe, pag. 176<br />
[2] Luciano Gallino, <em>La scomparsa dell&#8217;Italia industriale</em>, Einaudi 2003</p>
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		<title>Meditazioni joxiane #2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Apr 2004 14:58:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Dario Voltolini Il brano del generale Ralph Peters che ho ripreso dal libro di Joxe esprime credo con chiarezza una visione della situazione mondiale e del tipo di azione per intervenire su di essa da parte dell&#8217;unica potenza rimasta sul pianeta. Si tratta di una visione di destra. Di una destra, come dice Joxe, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong></p>
<p><img loading="lazy" alt="welt.gif" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/welt.gif" width="300" height="353" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /></p>
<p>Il brano del generale Ralph Peters che ho ripreso dal <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838348030/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838348030&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">libro</a> di Joxe esprime credo con chiarezza una visione della situazione mondiale e del tipo di azione per intervenire su di essa da parte dell&#8217;unica potenza rimasta sul pianeta. Si tratta di una visione di destra. Di una destra, come dice Joxe, &#8220;pessimista&#8221;. Ma Joxe cita questo brano all&#8217;interno di un discorso che ha come tema la politica clintoniana, con al centro il concetto di &#8220;enlargement&#8221;, visto come strategia &#8220;ottimistica&#8221;. Dice Joxe: «Sotto Bill Clinton , il concetto <em>politically correct </em>adottato dall&#8217;establishment per esprimere il rinnovamento dell&#8217;impero non è il tetro e pessimista <em>clash of civilization </em>di Samuel Huntington ma l&#8217;<em>enlargement </em>di Antony Lake che, con ottimismo, affida agli Stati Uniti il compito di estendere e consolidare la &#8220;libera comunità delle democrazie di libero mercato&#8221; (<em>market democracies</em>)[1]. L&#8217;<em>enlargement</em>, pur essendo soprattutto di carattere politico-economico, propone tuttavia alle alleanze militari degli Stati Uniti un contenuto diverso dalla difesa di un territorio statico, come l&#8217;area Nato del passato o la cristianità di Samuel Huntington, in quanto si rapporta a un territorio in espansione.» [2]<br />
<span id="more-389"></span><br />
Ora, il fulcro del discorso di Joxe è che sotto il coperchio dell&#8217;<em>enlargement </em>clintoniano ottimista già vive il conflitto preventivo di destra e pessimista. C&#8217;è una continuità strategica e di autorappresentazione americana, cioè da un lato il mercato sostituisce la nazione, il mercato è in espansione, il mercato va difeso come andava difesa la nazione, ergo l&#8217;espansione del mercato va difesa. Qui si saldano la difesa e l&#8217;attacco, mi pare in modo evidente e soprattutto privo di precedenti storici, come è esplicitato nella visione di Joxe (il quale appunto cerca di costruire interpretazioni e concettualizzazioni adeguate a un presente che non ha precedenti qualitativamente analoghi). Dall&#8217;altro lato, l&#8217;incubo di riflessi interni del disordine esterno permette di evocare la militarizzazione come vettore dell&#8217;attacco-difesa apparentemente fondato su questioni a-ideologiche quali quelle del mercato.</p>
<p>Qui voglio essere esplicito: secondo me il mercato non è certo una nozione a-ideologica, bensì precisamente l&#8217;ideologia dominante oggi; tuttavia uso la qualificazione che ritengo errata di &#8220;a-ideologico&#8221; rispetto al mercato perché questa mi sembra che sia esattamente la percezione che se ne ha, in maniera generalizzata e mediaticamente ribadita, almeno dalla fine dell&#8217;Unione Sovietica in poi: il mercato sembra essere una condizione se non proprio &#8220;naturale&#8221; almeno &#8220;naturalmente evolutasi nella società&#8221;, cioè una condizione verso cui la società, liberata dalle ideologie, per sua natura tende. Questa è la visione del mercato che il mercato stesso produce, mi pare. Ora, vedere il mercato come ideologia non è in effetti una cosa semplice, perché secondo me lo è ma in modo differente dalle ideologie come le abbiamo conosciute. Anche il mercato, come la potenza militare e la leadership planetaria e in ultima analisi <strong>Il Potere </strong>è oggi in condizione di pensarsi come <em>unicità</em>. Non ha l&#8217;economia pianificata come contraltare, per esempio. Il che &#8211; ci tengo a dirlo &#8211; è secondo me un bene, ché non sono mica un economista comunista! Ma non ha nemmeno altri mercati in contrapposizione. E il concetto di &#8220;mercati contrapposti&#8221; non so nemmeno se sia coerente o non piuttosto autocontraddittorio. Vero è che lo spazio di mercato è percorso da attori che non sono più <strong>Il Potere </strong>che conoscevamo, e quindi non sappiamo cosa possa prendere il posto di &#8220;poteri contrapposti&#8221; in questa situazione dove gli attori sono cambiati, dove – come dice Joxe a più riprese – il concetto di sovranità nazionale (uno dei principali candidati alla definizione di cosa sia <strong>Il Potere</strong>, o almeno <em>un potere</em>) è reso inutilizzabile proprio dall&#8217;espandersi sovranazionale – e spesso <em>contro</em>nazionale – del mercato e dei suoi attori.</p>
<p>Nel nuovo assetto di mercato e di attori che ne occupano e gestiscono lo spazio in espansione, sembra esserci una certa fluidità fra capitale e forza militare, fra l&#8217;azienda e il bombardiere. Il passaggio dall&#8217;uno all&#8217;altra, cioè dall&#8217;ottimismo clintoniano al pessimismo di destra, abbiamo visto che è realmente un fatto. In questo trascolorare di toni dal roseo al terreo non c&#8217;è spazio per una vera speranza, credo. Il nostro povero ruolo in Iraq non ha bisogno di altre considerazioni, credo: l&#8217;azienda, il mercato, la democrazia, la prevenzione, la difesa, l&#8217;occupazione, la liberazione&#8230; tutto si mescola in un torbido non-colore. La sovranità nazionale al tramonto – più da noi che altrove, ma da noi in modo accelerato dal 12 settembre 2001, con una cambialona in bianco firmata dal tricolore alla stars&amp;stripes dalla sera alla mattina – è una realtà che conosciamo bene, ma che forse non concettualizziamo in maniera adeguata. A sinistra si evoca spesso la deriva autoritaria e dittatoriale dell&#8217;attuale governo, ma forse ha più ragione (dal suo punto di vista) Berlusconi a lamentarsi via video che lui <em>purtroppo </em>non è un dittatore. Se lo fosse sarebbe più efficace e efficiente! dice lui. Abbiamo quindi in Italia il peggio delle due condizioni: un potere che opererebbe con modalità di dittatura se ne avesse il&#8230; <strong>Potere</strong>. Ma il potere questo <strong>Potere </strong>non ce l&#8217;ha perché è in mano a un nuovo soggetto (il mercato) che comporta l&#8217;abbattimento del potere nazionale. Questo nuovo soggetto ha un volto finanziario e un volto militare, come minimo. Siamo dunque in mano a una combinazione inedita di poteri verso la quale non esiste un&#8217;altrettanto nuova combinazione di opposizioni.</p>
<p>Ma sembra di capire dall&#8217;anima del libro di Joxe che se un potere senza mandato, o comunque con mandati non ancora pienamente concettualizzati, può esistere, non può esistere un potere senza un&#8217;opposizione. Sarebbe questo un fatto strutturale, un sorta di relazione figura-sfondo, di polarità tipo pari-dispari. Il momento attuale sarebbe allora di attesa sia di nuove concettualizzazioni del <strong>Potere </strong>così come è diventato e sta diventando, sia di un&#8217;opposizione che ne sia all&#8217;altezza (all&#8217;ampiezza?).</p>
<p>Un&#8217;ulteriore linea non disfattista del pensiero di Joxe è rappresentata dalla riflessione che sebbene il potere come sovranità nazionale sia al tramonto, poiché lo sono le nazioni, non necessariamente alla sua scomparsa può essere opposto solo un vuoto di potere, dal momento che tra le nazioni e il mercato potrebbe sorgere un soggetto intermedio e storicamente nuovo dotato di un <strong>Potere </strong>storicamente nuovo. Joxe pensa all&#8217;Europa. Dove porta questa linea?</p>
<p>&#8212;-</p>
<p>[1] Antony Lake , in &#8220;International Affairs&#8221;, 30 settembre 1993.<br />
[2] Joxe, p. 168.</p>
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		<title>Meditazioni joxiane #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2004 14:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Alain Joxe]]></category>
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					<description><![CDATA[di Dario Voltolini Ho deciso di darmi alla meditazione. Il testo su cui mediterò è il libro di Alain Joxe L&#8217;impero del caos. Guerra e pace nel nuovo disordine mondiale, Sansoni 2003. Io non ho né la cultura, né l&#8217;inclinazione per discutere dei temi affrontati in questo libro, tuttavia mi sembra così importante che mi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong></p>
<p><img loading="lazy" alt="Alin Joxe.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/Alin%20Joxe.jpg" width="96" height="124" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /> Ho deciso di darmi alla meditazione. Il testo su cui mediterò è il libro di Alain Joxe <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838348030/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838348030&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>L&#8217;impero del caos. Guerra e pace nel nuovo disordine mondiale</strong></a>, Sansoni 2003.</p>
<p>Io non ho né la cultura, né l&#8217;inclinazione per discutere dei temi affrontati in questo libro, tuttavia mi sembra così importante che mi ci provo.</p>
<p>Comincio riportando uno stralcio di un testo di Ralph Peters che Joxe cita incorniciandolo.<br />
<span id="more-374"></span><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Siamo entrati in un&#8217;era di conflitto costante&#8230; Finora, la storia si è presentata in termini di ricerca di informazioni. Oggi, la sfida consiste nel gestire l&#8217;informazione. Coloro che sono in grado di scegliere, dirigere, sintetizzare e applicare le conoscenze adeguate risulteranno vincenti dal punto di vista professionale, finanziario, politico, militare e sociale. Noi, i vincitori, saremo una minoranza.</p>
<p>Per le masse mondiali devastate dall&#8217;informazione che non possono gestire e interpretare efficacemente, la vita è difficile, brutale e corto-circuitata. Il ritmo generale del cambiamento ci sommerge, e l&#8217;informazione ne rappresenta, allo stesso tempo, il motore e il segno. In ogni paese, coloro che non sono in grado di comprendere il nuovo mondo, di trarre profitto dalle sue incertezze, di adattarsi alla sua dinamica, diverranno nemici violenti dei loro governi, dei loro vicini più fortunati e, in ultima istanza, degli Stati Uniti. Stiamo entrando in un nuovo secolo americano, nel corso del quale diverremo ancora più ricchi, ancora più preponderanti dal punto di vista culturale e sempre più potenti. Susciteremo odi che non hanno precedenti [&#8230;]</p>
<p>Non ci sarà la pace. In ogni momento, durante tutta la nostra vita, avranno luogo numerosi conflitti, in forme mutevoli, sparsi per tutto il mondo. Le prime pagine dei giornali parleranno dei conflitti violenti, ma le lotte culturali ed economiche risulteranno costanti e, in definitiva, più decisive. Il ruolo che <em>de facto </em>dovranno svolgere le forze armate americane sarà quello di rendere il mondo un luogo sicuro per la nostra economia e uno spazio aperto per la nostra dinamica culturale. Per ottenere simili risultati ci toccherà assumerci la responsabilità di un certo numero di massacri (<em>a good amount of killing</em>).</p>
<p>Stiamo costruendo un sistema militare fondato sull&#8217;informazione che sia in grado di realizzare questi massacri. Necessiteremo senza dubbio di una discreta quantità di potere muscolare, tuttavia buona parte della nostra arte militare consisterà nel sapere del nemico più di quanto egli sappia di se stesso, nel manipolare i dati allo scopo di ottenere una maggiore efficacia della nostra azione, nel privare i nostri avversari della possibilità di comportarsi in maniera analoga. Ciò necessiterà di un notevole apporto tecnologico, che tuttavia sarà costituito dai vampiri budgettari quali i bombardieri o i sottomarini d&#8217;attacco, quanto da strumenti di supporto alla fanteria o ai marine che operano sul terreno. Si tratta di tecnologie che permettono in ogni momento di prendere la decisione giusta, che aiutano a uccidere in maniera adeguata e a sopravvivere nei [&#8230;] campi di battaglia multidimensionali della guerra urbana.</p>
<p>Ralph Peters, <em>Constant Conflict</em>, in &#8220;Parameters&#8221;, estate 1997, pp. 4-44</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p><em>da <strong>Joxe </strong>p. 161</em></p>
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