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	<title>kalooki nights &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Wow!- Howard Jacobson</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Nov 2008 10:20:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni cargo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/copertona-top1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/copertona-top1.jpg" alt="" title="copertona-top1" width="200" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-11484" /></a></p>
<p>Da qualche tempo una ossessione abita le mie riflessioni sulla letteratura e sugli autori. Certo, lo stile, i personaggi, le storie, il senso ultimo di una creazione letteraria e la lingua che i pensieri parleranno, ritengo siano questioni imprescindibili per chiunque tentasse di penetrare il mistero della scrittura. Ma quando leggo un libro, dalle prime frasi che esplodono all&#8217;apertura delle pagine, la prima cosa che cerco è la voce. Si badi bene, non la voce del romanziere che &#8220;dice&#8221;, racconta la storia che si sta per leggere, no, o almeno non necessariamente. A me interessa sentirlo parlare, magari cazzeggiare o leggere l&#8217;elenco delle cose da comprare al supermercato, una dichiarazione d&#8217;amore. Perché nella voce di un autore si trova la terra, il background, l&#8217;indicibile luogo d&#8217;origine delle storie, la materia informe da cui si liberano i fumi del rècit. Ecco perché la prima cosa che ho fatto, quando ho avuto tra le mani <a href="http://www.edizionicargo.it/kalooki-night/">Kalooki Nights</a>, è stata di andarmi a cercare la voce del suo autore: <a href="http://www.open2.net/writing/howardjacobson.html">Howard Jacobson </a><br />
<span id="more-11479"></span><br />
Si tratta di un&#8217;intervista alla BBC in cui Jacobson si interroga sui flussi di esperienza che legano i personaggi alla vita dell&#8217;autore. Ci sono considerazioni che vale la pena ascoltare, difficili da non condividere soprattutto alla luce dei recenti, annosi dibattiti in Italia su realismo e antirealismo in letteratura. Come dicevo prima, però, la mia attenzione si è concentrata sulla lingua, sul tono della voce dello scrittore, sul suo incedere inarrestabile e sulle pause &#8220;teatrali&#8221;, ad effetto. Una voce che per gradi ma sempre in modo inaspettato e sorprendente ti accompagna passo dopo passo in tanti piccoli mondi, storie che hai come l&#8217;impressione di sentire per la prima volta, nonostante si parli di madame Bovary o di Dickens.</p>
<p>L&#8217;ossessione di Jacobson? I personaggi. Alla fine del libro di 560 pagine &#8211; l&#8217;aggettivo voluminoso mi sembra mai come  in questo caso appropriato &#8211;  non troviamo i soliti ringraziamenti ma l&#8217;elenco dei <em>characters</em>. Ne conto ben 50. Cinquanta nomi (e cognomi) spesso realmente esistiti, il più delle volte di fantasia. Nell&#8217;intervista che  vi ho linkato lo scrittore insiste sull&#8217;importanza dei nomi da dare ai propri personaggi. All&#8217;elenco, dimenticavo mancano, ovviamente tutti gli altri nomi, in primis dei protagonisti, Max Glickman, fumettista e io narrante della storia e Manny Washinsky, autore di un duplice omicidio, pretesto dell&#8217;intera narrazione.<br />
Il vero titolo di Kalooki è probabilmente quello dell&#8217;opera cui il fumettista ha dedicato tutte le sue energie e che gli è costato  tra gli altri, il fraintendimento  della sua comunità, di ebreo d&#8217;Inghilterra, <strong>Cinquemila anni di amarezza</strong>. </p>
<p><em>Eravamo tutti fottuti. Ci sono cinquanta capitoli sull’argomento in <strong>Cinquemila anni di amarezza</strong>– il cui sottotitolo è Come gli ebrei sono stati fottuti nel corso dei secoli– uno per ogni cento anni di fregature. Lo so, non dovrei essere io a dirlo, ma non è un’impresa da poco: raccontare una cosa del genere ricorrendo esclusivamente al disegno, senza avvalersi delle nobilitanti grazie della prosa. Solo immagini: una serie ininterrotta di inculate, una tavola dopo l’altra. Comprese le autoinculate, anche se queste ultime per lo più le stavo volutamente tenendo in serbo per un altro volume.</em></p>
<p>Lo sguardo che Jacobson  porta sulle cose raccontate nel libro si avvale di una coralità di voci e lingue, impressionante. (Impressionante e riuscito il lavoro della traduttrice  Milena Zemira Ciccimarra)  Un susseguirsi di ambienti, situazioni, provocazioni lungo tutta una narrazione che non solo travolge il lettore ma anche ogni tentativo di riduzione della storia a un plot. Sicuramente centrale è la storia d&#8217;amore del protagonista &#8211; almeno una- con Zoë. Lo è almeno per una ragione. Jacobson riesce con il suo doppio registro, comico e tragico, a interrogarsi sul concetto stesso di diversità, quella generale di uomo e donna, e quella specifica del suo personaggio di ebreo con una non ebrea. A proposito di questa mixité, valore su cui vale la pena interrogarsi anche in Italia, il romanzo mi ha fatto pensare a  <a href="http://www.screenonline.org.uk/film/id/476121/index.html
">Sammy and Rosie Get Laid (1987)</a> di Stephen Frears ( sceneggiatura di Hanif Kureishi), film in cui un ragazzo pakistano e una ragazza inglese si trovano a vivere tutte le contraddizioni e difficoltà che si incontrano quando si appartiene a  storie e comunità differenti. Così Jacobson fa dire a Max:<br />
<em><br />
Mi diede un colpetto da sopra le coperte. «Perché devi sempre fare così, Max? Perché non lasci mai che qualcuno dica una storiella in santa pace?».<br />
Davvero lo facevo sempre? Non me n’ero mai accorto. «Va bene, raccontami la tua storiella» dissi.<br />
«Ora non posso».<br />
«Sì che puoi. Avanti».<br />
Si levò a sedere sul letto, ben sapendo che la vista dei suoi meravigliosi seni a forma di granata perfettamente bilanciati aveva sempre avuto su di me un effetto tranquillizzante.<br />
Erano di un tenue colore dorato, simile a burro fuso; e i capezzoli avevano un contorno preciso, che li distingueva nettamente dall’aureola: arrivavano fin qui e non oltre. Io e Zoë avremmo anche potuto venire da due pianeti differenti, tanto eravamo diversi fisicamente. I miei arti e le mie membra si combinavano senza impedimenti, ogni curva trovava il suo prolungamento nella successiva, ogni tonalità digradava in un’altra. Zoë invece no: tra ciascuna parte del suo corpo e quella adiacente non c’era nessuna continuità. Dovevano esser venute al mondo una dopo l’altra, una dopo l’altra e singolarmente.<br />
Era lo stesso con frasi e parole. Niente veniva considerato già detto. Doveva sempre ricominciare dal principio.<br />
«Sai quanti ebrei entrano in un Maggiolino Volkswagen?» mi domandò.<br />
Fui tentato di rispondere esattamente come prima. Nemmeno uno. Nessun ebreo entrerebbe mai in un Maggiolino. Ma sapevo stare allo scherzo io, non mi piaceva rovinare le barzellette spassose; e inoltre la povera Zoë aveva già terribilmente sofferto per mano del popolo ebraico. «Non lo so»<br />
dissi. «Quanti?».<br />
«Millequattro. Due davanti, due dietro e mille nel portacenere». </p>
<p>Immagino che un negazionista l’avrebbe trovata divertente.<br />
O forse l’avrebbe interpretata – anche se veniva da una donna gentile istupidita dagli ebrei – come un altro esempio della tendenza del popolo ebraico a gonfiare le cifre? «Dopo aver svolto accurate ricerche, ci sentiamo di escludere nella maniera più categorica l’ipotesi che sia possibile fare entrare mille ebrei, o persino un quarto di tale numero, per quanto passivo sia il loro atteggiamento, nel portacenere di una Volkswagen».<br />
Dunque siamo un popolo smodato, esageratamente enfatico e con un’esasperata propensione all’eccesso. E allora? Sapete come lo chiamo io questo? Attribuire a se stessi il giusto valore. Voi ci punzecchiate e noi sanguiniamo a profusione. Voi ci appiccate il fuoco e noi bruciamo ben bene per voi. Almeno, però, non fate finta che siamo andati a inventarci le fiamme che ci consumano.</em>&#8221;</p>
<p>Un romanzo dicevo che mescola continuamente le carte in tavola, talvolta bara, esagera, e nella diversità dei registri usati emerge una energia che fa pensare più alla vita che alla letteratura. Un misto di dissacrante e tenero, di disinibito e pudico, come quando all&#8217;inizio del libro Max Glickman racconta la sua iniziazione alla Shoah.</p>
<p><em>Eppure, in mezzo all’erba alta del giardino, non mi feci alcuno scrupolo a farmi iniziare da lui alla versione illustrata del Flagello della svastica. Deve aver fatto un buon lavoro, perché non soltanto ricordo nel dettaglio tutte le fotografie, ma riesco addirittura a rammentare l’ordine nel quale le vidi&#8230;<br />
I corpi carbonizzati ritrovati nella chiesa di Oradour.<br />
Il massacro di Autun.<br />
Il villaggio di Lidice, immerso nella calma quiete della neve, simile a un paesaggio invernale di Brueghel.<br />
E poi Lidice dopo la strage, con gli edifici sventrati, i corpi allineati supini dappertutto, come scolari stesi sul pavimento della palestra, in attesa del permesso di rialzarsi.<br />
La foto di un’esecuzione di massa rinvenuta addosso a un prigioniero tedesco.<br />
Birkenau prima della costruzione del crematorio, i corpi nudi che fumavano nelle fosse.<br />
Patrioti impiccati a Tulle, di fronte a ufficiali tedeschi che sorridono.<br />
Arbeit Macht Frei– il cancello d’ingresso ad Auschwitz.<br />
Un forno crematorio a Buchenwald, con un teschio carbonizzato al suo interno.<br />
Le membra sfigurate delle cavie umane ad Auschwitz.<br />
I mucchi di arti artificiali sottratti alle vittime delle camere a gas.<br />
Ilse Koch. Ilse Koch, moglie del comandante di Buchenwald, che dopo la sua cattura non appariva più così attraente come prima (giudizio, questo, formulato con il senno di poi).<br />
In basso, un paio di teste rimpicciolite che si dice avesse commissionato per la sua collezione.<br />
La patente di guida di Josef Kramer.<br />
La confessione di Rudolf Hess: «Ho organizzato personalmente, in base agli ordini ricevuti da Himmler nel maggio del 1941, l’uccisione di due milioni di persone nelle camere a gas&#8230;».<br />
Una fossa comune a Belsen – i cadaveri quasi belli nella loro astrattezza, sempre che la mente abbia il coraggio di astrarsi di fronte a una simile vista.<br />
Un soldato britannico con un fazzoletto premuto sul naso, mentre rimuove con un bulldozer tutte quelle astrazioni per sgomberare il campo.<br />
Un carico di cadaveri a Buchenwald: stivali, piedi, volti, fonte d’ispirazione di Philip Guston per i suoi folli disegni cartoonistici di ignominia e morte (vedete, persino in un luogo del genere c’è spazio per la grande arte del fumetto).<br />
E per concludere, una delle immagini più celebri e vergognose, quella che fissammo più a lungo: le donne ebree nude che sfilano per la visita medica correndo nel cortile della prigione, mentre le guardie tedesche, alcune con le mani nelle tasche dell’uniforme, stanno a guardare. La prima volta che ho visto, Dio mi perdoni, del pelo pubico in un libro.<br />
Se non sbaglio, quest’ultima foto è tra quelle per le quali gli ebrei ortodossi in Israele, seguendo l’esempio precursore dei genitori di Manny Washinsky, hanno richiesto che venisse proibita una pubblica diffusione. Che non venisse esposta da nessuna parte, nemmeno a scopi educativi, neppure allo Yad Vashem. È un oltraggio, sostengono, al pudore di quelle donne, affermando così in maniera implicita che il pudore è qualcosa che potrebbe sopravvivere alla morte. L’immortale pudore di una donna. Anch’io la penso così. Quella foto non dovrebbe essere mostrata a nessuno. Di certo non avrebbe dovuto essere mostrata a me, né a nessun ragazzo della mia età. Avrei preferito non vivere un tale risveglio. È vero, persino nelle famiglie più attente c’è la possibilità che un bambino si trovi a vedere più carne e ossa e peli del dovuto; ma la visione veloce e confusa di un istante non è la stessa cosa di una fotografia su cui ci si possa soffermare con lo sguardo per l’eternità. E fu un risveglio, senza dubbio, ancor più sgradevole, perché condivisi quell’esperienza con Errol Tobias.<br />
Quali che fossero le nostre conoscenze in merito, sapevamo che non avremmo dovuto guardare. Perché c’era una cosa più sconvolgente di tutto il resto: la nostra consapevolezza del fatto che quelle donne erano pietrificate, e stavano probabilmente per subire tutti i tipi di degradazione che la fantasia di un ragazzo può figurarsi, delle quali la morte era forse la più mite.<br />
E se pensate che questo sia indice di pazzia, avreste dovuto sentire quel che Errol aveva da raccontarmi di Buchenwald ai tempi di Ilse Koch, la collezionista di uomini<br />
rimpiccioliti.<br />
Se intendo dire teste rimpicciolite?<br />
Sì, anche quelle.</em></p>
<p>Oggi pomeriggio alle 18,30 Howard Jacobson sarà a Roma, alla libreria <a href="http://www.notebookauditorium.it/notebook2/index.php?act=fotosmall1">dell&#8217;Auditorium </a>. Se volete ascoltare la voce&#8230;</p>
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