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	<title>kurt Vonnegut &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Citazioni sulla natura instabile dell’informazione (Darnton, Cristianini, Vonnegut)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Sep 2023 05:10:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Latour]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Robert Darnton]]></category>
		<category><![CDATA[storia del libro]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong>  <br />Sono sempre parecchio scettico non nei confronti di chi addita l'estrema gravità di situazioni presenti o a venire - il male umano e sociale è un pozzo senza fondo - ma riguardo a chi vanta le grandi virtù di epoche passate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Sono sempre parecchio scettico non nei confronti di chi addita l&#8217;estrema gravità di situazioni presenti o a venire &#8211; il male umano e sociale è un pozzo senza fondo &#8211; ma riguardo a chi vanta le grandi virtù di epoche passate. La prevalenza di uno sguardo &#8220;discontinuista&#8221;, l&#8217;accelerazione effettiva degli eventi portati dai mutamenti tecnologici, e un rimodellamento &#8220;in rosa&#8221; del passato da parte della nostra immaginazione, fa sì che sia difficile accedere a una prospettiva sufficientemente obiettiva rispetto alla nostra condizione storica. Per questo, mai come oggi, mentre il futuro incombe su di noi in modo prepotente, con un volto che, a seconda dei giorni, o dei minuti, muta da minaccioso a salvifico, è sacrosanto ristabilire un minimo di “proporzioni storiche”, ossia fare l’esercizio di guardarci non solo dal futuro, ma anche da quello che sappiamo del nostro passato. Ci esorta a farlo <strong>Robert Darnton</strong> in un libro del 2009, <em>The Case for Books. Past, Present, and Future</em>. (In Italia è apparso nel 2011 per Adelphi, con il titolo <em>Il futuro del libro</em>). Darnton studioso di storia delle idee e del libro, specializzato nell’inquieto XVIII secolo francese, direttore della biblioteca universitaria di Harvard dal 2007 al 2016, fa parte di quegli studiosi reticenti a forzare la moltitudine disordinata dei fatti in schemi anelastici ma puliti. Anche se poi proprio i fatti sono così difficili, per uno storico, da stabilire. Ma questo è già un tema interno alla ricerca di Darnton. In ogni caso, m’interessa fissare l’attenzione su un preciso passaggio del suo libro del 2009.</p>
<p>“L’informazione non è mai stata stabile. Può sembrare una banalità, ma merita riflessione. Questo potrebbe fungere da correttivo alla credenza che l’accelerazione delle mutazioni tecnologiche ci ha proiettato in un’età nuova dove l’informazione sfugge a ogni controllo. Suggerirei piuttosto che le nuove tecniche di comunicazione dovrebbero costringerci a riconsiderare la nozione stessa d’informazione. Non bisogna comprenderla come se essa avesse la forma di fatti duri o di pepite di realtà pronti e essere estratti dai giornali, dagli archivi, e dalle biblioteche, ma piuttosto come messaggi rimaneggiati di continuo nel corso del processo di trasmissione. Noi abbiamo a che fare con testi molteplici e mutevoli, piuttosto che con documenti solidamente stabiliti. Studiandoli con sguardo scettico sugli schermi dei nostri computer, noi possiamo apprendere a leggere i giornali quotidiani nella maniera più efficace – e anche imparare ad amare i vecchi libri”.</p>
<p>Al di là dell’amore dei vecchi libri, possiamo trarre una lezione da Darnton. Sì, è indubitabile, la nostra società della comunicazione globalizzata (istantanea e diffusa) ha reso immensamente più accessibile l’informazione alle persone, ma non le ha strappato, né potrà mai farlo, il suo carattere di “costrutto sociale”, esposto alle più varie diffrazioni ideologiche, culturali, politiche. Solo un’assoluta ingenuità nei confronti di un accesso diretto e trasparente ai “fatti puri” e “oggettivi” – mito ampiamente decostruito dal pensiero novecentesco –, può a un tratto trasformarci in disgustati e offesi sostenitori della falsificazione totale, a cui l’era di internet ci avrebbe sottoposto. Siamo costretti ad essere ancora una volta “post-moderni”, anche perché – come ci ha ricordato Bruno Latour – non siamo mai stati moderni. Ma il nostro post-moderno non è quello di una “società trasparente” – per riprendere il titolo di un celebre libro del 1989 di Gianni Vattimo. Si è in qualche modo creduto che la velocità dell’informazione costituisse un fattore di traslucidità: più un’informazione scorre velocemente nel suo canale, meno “tempo” sarà concesso ai fattori di diffrazione, mediazione e intorbidamento, per intervenire su di essa. Ma così non è. Questa è anche la lezione che ci viene oggi dal funzionamento degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale: il <em>dato</em>, che entra in un processo di “pulita” automazione, è già stato ampiamente “costruito socialmente,” e quindi inevitabilmente intorbidato dalle ideologie. Questo processo d’intorbidamento del “fatto” o del “dato”, è ciò che rende l’informazione instabile – sia nella sua circolazione sia nel suo calcolo. Nell’ambito dell’intelligenza artificiale si parla di <em>bias</em>, di un vizio a monte del funzionamento di un algoritmo, che riproduce un pregiudizio – ossia non un fatto statistico, ma una proiezione ideologica sui fatti.</p>
<p>Per costituire un parallelo tra l’instabilità dell’informazione, intesa come notizia, e di quella intesa come dato, faccio riferimento a un passaggio di <em>La scorciatoia</em> (il Mulino, 2023) di Nello Cristianini, professore d’Intelligenza Artificiale all’Università di Bath (Regno Unito).</p>
<p>“Il 23 maggio 2016 il giornale investigativo ‘ProPublica’ descrisse un sotware usato in alcuni tribunali americani per stimare la probabilità che un imputato diventi un recidivo. Il sotfware si chiama COMPAS (<em>Correctional Offender Management Profiling for Alternative Sanctions)</em> ed è usato in diversi Stati, inclusi New York, Winsconsin, California e Florida, per assistere alcune decisioni giudiziarie. Ricevere un punteggio alto può avere conseguenze pratiche per la libertà di un imputato, per esempio influenzando la sua possibilità di essere rilasciato ‘sulla parola’ in attesa di processo. L’articolo affermava che quei punteggi avevano un <em>bias</em> contro imputati afroamericani, dopo aver comparato i tassi di ‘falsi positivi’ e ‘falsi negativi’ in diversi gruppi etnici. La sua conclusione era: ‘gli imputati neri hanno probabilità quasi due volte superiore a quelli bianchi di essere etichettati ad alto rischio senza poi rioffendere in realtà’ e ‘quelli bianchi […] hanno una probabilità più alta di quelli neri di essere classificati a basso rischio e poi di commettere altri crimini’.”</p>
<p>Un acuto esperto (e dileggiatore) di intelligenza umana, ossia Kurt Vonnegut, tra i massimi scrittori satirici statunitensi dello scorso secolo, aveva già nel 1990 capito l’inghippo. Nel suo romanzo <em>Hocus pocus</em>, immagina un gioco elettronico – GRIOT – costantemente aggiornato “con notizie d’attualità riguardanti idraulici, podologhi, falegnami, riguardanti i profughi vietnamiti e gli immigrati clandestini messicani, gli spacciatori di droga, i paraplegici, insomma riguardanti ogni sorta di gente pensabile e immaginabile entro i confini di Stati Uniti e Canada”. Il giocatore deve fornire a GRIOT tutta una serie di dati sulla sua età, mestiere, città di provenienza, razza, famiglia d&#8217;origine, ecc., e l’oracolo elettronico gli restituisce una biografia completa, ossia la storia della sua vita così come potrebbe andare a finire. Se un giocatore riprova più volte, ottiene delle biografie diverse, ma globalmente sottoposte a uno stesso impietoso determinismo. Quando i detenuti – in maggioranza neri – del carcere dove lavora il protagonista, scoprono l’esistenza di GRIOT, si precipitano a presentargli tutti i dati che li riguardano, e ripetono la stessa azione svariate volte alla ricerca di un biografia minimamente decente. “A uno a uno gli fornirono i dati relativi alla loro razza e età, ai loro genitori, se li conoscevano, alle scuole frequentate e alle droghe prese e così via, e GRIOT li mandò tutti in galera, a scontare lunghe condanne”.</p>
<p>Anche il funzionamento di GRIOT era probabilmente viziato da qualche <em>bias</em>.</p>
<p>All’epoca del suo apprendistato di giornalista, il giovane Darnton lavorava al quartiere generale della polizia di Newark (1959). Non c’erano testate in rete, non c’era la rete, non c’era l’IA a orientare gli utilizzatori di piattaforme digitali. Darnton doveva reperire, tra i resoconti in continuo arrivo alla centrale, quelle notizie suscettibili d’interessare i redattori di cronaca esperti, i quali avrebbero poi trasformato il rapporto giunto alla centrale di polizia in trafiletto &#8220;gustoso&#8221; per il quotidiano del giorno seguente. E, ovviamente, anche Darnton apprese presto che interessa più l’uomo che morde un cane, piuttosto che il solito cane che morde un uomo. Un giorno gli capita sotto gli occhi un fatto ben raro: uno stupro seguito da omicidio. Si prepara quindi a trasmetterla ai redattori di nera, quando il luogotenente di polizia gli indica disgustato una <em>B </em>posta tra parentesi dopo il nome della vittima e del sospettato. Così conclude l’episodio Darnton: “Solo allora mi sono reso conto che tutti i nomi erano seguiti da una <em>B</em> per <em>Black</em>, o da una <em>W </em>per <em>White</em>. Ignoravo che i crimini riguardanti i Neri non avessero valore d’informazione”.</p>
<p>Ricordare che oggi, come per le gazzette del XVIII secolo, l’informazione ha una natura instabile, di “costrutto sociale”, non significa sostenere che l’<em>informazione è finzione</em>, ma che è parte di un processo continuo di negoziazione-interpretazione-elaborazione, in cui è coinvolta la società nel suo insieme, con tutte le tensioni e i conflitti che l’attraversano.  E nonostante l’informazione circoli a grandissima velocità e attraverso passaggi automatizzati – che non implicano l’intervento umano –, essa non per questo si rende più trasparente e univoca. L’Achille della tecnologia è sempre più veloce per acchiappare il “fatto puro”, ma la tartaruga della mediazione sociale l’ha già da sempre inevitabilmente alterato. E questo non è un fatto nuovo.</p>
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		<title>Vonnegut, Nabokov, Handke. Lezione, declamazione, rabbia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Dec 2012 08:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Günter Grass]]></category>
		<category><![CDATA[kurt Vonnegut]]></category>
		<category><![CDATA[peter handke]]></category>
		<category><![CDATA[Siegfried Unseld]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio LEZIONE (VONNEGUT) Nel 1965 Kurt Vonnegut tenne un corso di Teoria e forma della fiction in un laboratorio di scrittura. Una sua studentessa, Suzanne McConnell, ha conservato il compito che Vonnegut le aveva assegnato per le sue esercitazioni (ne parla Slate in questo articolo). È scritto in forma di lettera (ed è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-44292" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/lolita.jpg" alt="" width="645" height="357" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/lolita.jpg 645w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/lolita-300x166.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/lolita-96x53.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/lolita-38x21.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/lolita-388x215.jpg 388w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/lolita-128x70.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/lolita-450x248.jpg 450w" sizes="(max-width: 645px) 100vw, 645px" /></p>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>LEZIONE (VONNEGUT)</strong><br />
Nel 1965 Kurt Vonnegut tenne un corso di <em>Teoria e forma della fiction</em> in un laboratorio di scrittura. Una sua studentessa, Suzanne McConnell, ha conservato il compito che Vonnegut le aveva assegnato per le sue esercitazioni (<a href="http://www.slate.com/articles/arts/books/2012/11/kurt_vonnegut_term_paper_assignment_from_the_iowa_writers_workshop.html" target="_blank">ne parla Slate in questo articolo</a>). È scritto in forma di lettera (ed è stato pubblicato in <a href="http://www.amazon.com/Kurt-Vonnegut-Letters-ebook/dp/B009T66UKU/ref=tmm_kin_title_0" target="_blank"><em>Kurt Vonnegut: Letters</em></a>):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Vorrei che le tue tesine fossero ciniche e religiose allo stesso tempo. Voglio che adori l’universo e che sia facile piacerti, ma che tu sia pronta anche a trattare con impazienza quegli artisti che offendono le tue convinzioni più intime riguardo a cosa è o dovrebbe essere l’universo. Ti invito a leggere i 15 racconti in <a href="http://books.google.it/books/about/Masters_of_the_modern_short_story.html?id=BA8jAAAAMAAJ&amp;redir_esc=y" target="_blank"><em>Masters of the Modern Short Story</em></a> (&#8230;). Leggi per il tuo piacere e soddisfazione, cominciando ogni racconto come se, solo sette minuti prima, avessi bevuto un bicchiere di liquore prelibato.</p>
<p style="text-align: justify">(…) Riproduci l’indice del libro su un foglio di carta bianca, omettendo i numeri di pagina e sostituendo a ogni numero un voto dalla A alla F. I voti dovrebbero essere la misura infantilmente egoista e impertinente della tua gioia, o della sua assenza. Non m’importa che voti dai. Ma insisto che alcune storie ti debbano piacere più di altre. Prosegui oltre con l’allucinazione: sei l’editor minore ma utile di un buon magazine letterario non collegato ad alcuna università. Prendi le tre storie che ti sono piaciute di più e le tre che ti sono piaciute di meno, sei in tutto, e fa’ finta che ti siano state proposte per la pubblicazione. Scrivi un parere su ciascuna di esse immaginando di doverlo sottoporre a un superiore saggio, rispettato, spiritoso e un po’ stanco del mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Non scrivere come un critico accademico, né come un fanatico (&#8230;). Scrivi come una persona sensibile che abbia un paio di intuizioni pratiche su come le storie possono avere successo o fallire. Elogia o stronca a tuo piacere, ma fallo in modo categorico, pragmatico, con attenzione per i dettagli che disturbano o soddisfano. Sii te stessa. Sii unica. Sii una brava editor. Dio sa quanto l’universo abbia bisogno di bravi editor.»</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify"><strong>FONTI</strong>:<br />
<strong><a href="http://www.slate.com/articles/arts/books/2012/11/kurt_vonnegut_term_paper_assignment_from_the_iowa_writers_workshop.html" target="_blank">Slate</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.news-gazette.com/news/arts-and-entertainment/books/2012-11-25/vonnegut-letters-collection-powerful-personal-look-writ" target="_blank">The News-Gazette</a></strong></p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p style="text-align: justify"><strong>DECLAMAZIONE (NABOKOV)<br />
</strong><strong><a href="http://www.wnyc.org/blogs/neh-preservation-project/2012/nov/26/vladimir-nabokov-1958/" target="_blank">1958, Nabokov declama &#8216;An Evening of Russian Poetry&#8217;</a></strong>. (Al link l&#8217;articolo su <a href="http://www.wnyc.org/" target="_blank"><strong>WNYC</strong></a> e l&#8217;audio della registrazione).</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Immaginate un professore di letteratura russa, ad esempio il professor Pnin, invitato a tenere una lezione in un college femminile da qualche parte nel New England. Di fronte a un pubblico di fanciulle appassionate (<em>eager maidens</em>) che lo interrompono con domande appassionate (<em>eager questions</em>)». «This is going to be an impersonation, in iambic pentameter, with fancy rhymes».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify"><strong><a href="http://www.podtrac.com/pts/redirect.mp3/audio.wnyc.org/archives/archives581027_vladimirnabokov.mp3">L&#8217;AUDIO</a></strong></p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p style="text-align: justify"><strong>RABBIA (HANDKE)<br />
</strong>Il 10 agosto del 1965 Siegfried Unseld, grande capo di Suhrkamp, annuncia per lettera al giovane Peter Handke che pubblicherà il suo romanzo d’esordio, probabilmente nel 1966, sempre che l’autore sia disposto a rivedere rapidamente certi dettagli ed eliminare alcuni austriacismi.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Sono convinto che il suo lavoro non sfigurerà accanto a quelli di Peter Weiss e Ror Wolf e che porterà avanti la prospettiva di questi due autori.»</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify">Il 25 agosto del 1965 Peter Handke risponde a Unseld dichiarandosi «felice oltre ogni misura» e pronto a intervenire sui dettagli segnalati dall’editore. Viaggerà al più presto da Graz a Francoforte per discuterne di persona.</p>
<p style="text-align: justify">Passa circa un anno. Il libro di Handke esce: <em>I calabroni</em>. Escono anche le prime recensioni. Non tutte positive. Ed ecco che il 20 giugno del 1966 lo scrittore riprende il carteggio con l’editore per denunciarne una, che l’ha fatto arrabbiare, <a href="http://www.zeit.de/1966/25/schreibmuster" target="_blank">uscita sulla <em>Zeit</em></a>. Handke non si capacita che il suo libro sia stato affidato in lettura a «persone prevenute e che neanche si premurano di nasconderlo». Denuncia le «critiche insensibili, stupide e scritte male» apparse non solo sulla <em>Zeit</em>, ma anche sulla <em>Welt</em>. Avvisa di volersi difendere per dimostrare che le recensioni sono «bugiarde e avventate».</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Vorrei scrivere un “grande” articolo contro tutti questi critici che pretendono di elevare a norma la letteratura di consumo, come ad esempio i romanzi di Günter Grass. Vorrei riabilitare il mio libro.»</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify">Due giorni e Unseld risponde. La lettera è tutto uno “sconsiglio”:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify">«Non ha alcun senso reagire direttamente alle critiche. Ogni critico ha il diritto a esprimere la propria opinione e, se essa non contiene nulla di oltraggioso, chiunque entri nel dominio pubblico è tenuto ad accettarla».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify">Unseld invita Handke a non scrivere nulla, a non replicare né attaccare i recensori, le cui opinioni non sono «bugiarde né avventate». L’autore della recensione sulla <em>Zeit</em>, Wolfgang Werth, tra l’altro è «molto giovane» e «per nulla prevenuto».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>FONTI</strong>:<br />
<strong><a href="http://www.zeit.de/2012/49/Briefwechsel-Peter-Handke-Siegfried-Unseld" target="_blank">Die Zeit</a></strong><br />
Per il 70mo compleanno di Handke, <strong><a href="http://www.suhrkamp.de/buecher/der_briefwechsel-peter_handke_42339.html" target="_blank">Suhrkamp ha pubblicato il suo carteggio con Unseld</a></strong>. 35 anni di corrispondenza. Circa 600 lettere.</p>
<p style="text-align: justify">P.S. «Vorrei scrivere un “grande” articolo contro tutti questi critici che pretendono di elevare a norma la letteratura di consumo, come ad esempio i romanzi di <strong>Günter Grass</strong>.» = Dal 1966 a oggi il concetto di &#8220;letteratura di consumo&#8221; è piuttosto cambiato.</p>
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		<title>Dieci buone ragioni per amare un romanzo: la prima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 13:11:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Florina Ilis]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[kurt Vonnegut]]></category>
		<category><![CDATA[la crociata dei bambini Isbn Edizioni.]]></category>
		<category><![CDATA[mattatoio N 5]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani uno. non cambiare una virgola &#8221; È tutto accaduto, più o meno.&#8221; Così comincia il romanzo di Kurt Vonnegut, Mattatoio N 5. Un titolo così non lo trovi per eccesso di zelo, o di alcol, ma, quasi come un profumo francese, perché è lui a trovarti. Curiosa la storia di lui prigioniero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/la-crociata-dei-bambini_800x600.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/la-crociata-dei-bambini_800x600-197x300.jpg" alt="" title="la-crociata-dei-bambini_800x600" width="197" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-37843" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/la-crociata-dei-bambini_800x600-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/la-crociata-dei-bambini_800x600.jpg 526w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></a><br />
<strong>uno. non cambiare una virgola<br />
</strong><br />
&#8221; È tutto accaduto, più o meno.&#8221; Così comincia il romanzo di Kurt Vonnegut, Mattatoio N 5.  Un titolo così non lo trovi per eccesso di zelo, o di alcol, ma, quasi come un profumo francese, perché è lui a trovarti. Curiosa la storia di lui prigioniero americano a Dresda, in un mattatoio, ovvero dentro quando poi è fuori la mattanza, il famoso bombardamento della città tedesca avvenuto tra il 14 e il 15 febbraio e in cui gli aerei delle forze alleate scaricarono sulla <em>Firenze dell&#8217;Elba</em> ben  2702 tonnellate di bombe. Kurt Vonnegut diede a mattatoio N 5 il sottotitolo di &#8220;La crociata dei bambini&#8221;. Il titolo ce lo racconta in un passaggio in cui Mary, la moglie del suo compagno d&#8217;arme, O&#8217;Hare, è contrariata dalla presenza dell&#8217;autore, e quando lui cerca di capirne il motivo, lei esplode dicendogli:<br />
<em>&#8221; Eravate solo dei bambini durante la guerra&#8230;Come quelli che stanno giocando di sopra&#8221;</em><br />
Eppure.<br />
È tutto accaduto (virgola) più o meno. C&#8217;è come una rottura, un precipizio che si apre dopo la virgola, quella virgola messa da Vonnegut. Nel romanzo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/12/13/train-de-vie-florina-ilis/#comments">di Florina Ilis</a>, per tutte le 850 pagine non c&#8217;è un solo punto. Ci sono capoversi, maiuscole, ma nessun punto. Solo virgole, Come se tra un personaggio e l&#8217;altro,<span id="more-37819"></span> (diverse decine e con un ruolo importante nella storia), tra un tempo e un altro, (quando un paese ha avuto la fortuna sfortuna di essere stato comunista c&#8217;è sempre un prima e un dopo in cui dovrà rendere conto ai suoi sudditi) perfino tra i due treni  (Nella stazione di Cluj ci sono due treni: il rapido in partenza per Bucarest e l’accelerato speciale con i bambini diretti alla colonia estiva) che il lettore insegue per quanto se ne stiano belli fermi, c&#8217;è un tale flusso di vita che nessun punto avrebbe potuto fermare. La virgola si sa, sta a indicare un intervallo minimo della voce, ma ha anche funzione, in matematica, di separare le cifre intere da quelle decimali. Ecco allora che <em>La crociata dei bambini</em> sembra di colpo declinare, svolgere, scandagliare ogni spazio possibile e profondità  di scarto della storia come successione di cifre tutte intere. E dopo la virgola se ne stanno storie minuscole, piccolissime, forse perché i bambini non hanno, per definizione, un granché da raccontare, in apparenza, forse perché la Romania è un paese di orfani alla ricerca della propria storia. La crociata dei bambini, del resto, è il fuoco che farà brillare la polveriera dell&#8217;<em>affaire</em> dei bambini rumeni abbandonati nelle fognature delle città o deportati nel losco giro delle adozioni internazionali. Alla domanda di un cronista che indaga sulle ragioni di quella rivoluzione, i bambini rispondono:<br />
<em>Noi vogliamo dei genitori, non un paese!<br />
</em></p>
<p>&#8211; to be continued-</p>
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