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	<title>La Camera Ardente &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mauro Santini: di tutto il trucco, solo una lacrima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[conversazione]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; in collaborazione con La Camera Ardente &#160; &#160; Incrinare la sistemazione dello sguardo, ma come chi non se ne accorge. Farlo magari passeggiando, con sottilissima furia d&#8217;anfratto, oppure con trasognata, &#8220;neghittosa&#8221; indolenza (lo insegna Walser). Porgere cerniera tra tremore e tremore. Coltivare guizzi vegetali per tramutarli nell&#8217;involucro di un nuovo cinema. Venire incontro a un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">in collaborazione con <strong><a href="https://www.facebook.com/LaCameraArdente/">La Camera Ardente</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-83946" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/87946953_10221889699622187_2668307028878819328_o-1024x558.jpg" alt="" width="860" height="469" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/87946953_10221889699622187_2668307028878819328_o-1024x558.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/87946953_10221889699622187_2668307028878819328_o-300x163.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/87946953_10221889699622187_2668307028878819328_o-768x418.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/87946953_10221889699622187_2668307028878819328_o-250x136.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/87946953_10221889699622187_2668307028878819328_o-200x109.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/87946953_10221889699622187_2668307028878819328_o-160x87.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/87946953_10221889699622187_2668307028878819328_o.jpg 2048w" sizes="(max-width: 860px) 100vw, 860px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Incrinare la sistemazione dello sguardo, ma come chi non se ne accorge. Farlo magari passeggiando, con sottilissima furia d&#8217;anfratto, oppure con trasognata, &#8220;neghittosa&#8221; indolenza (lo insegna Walser). Porgere cerniera tra tremore e tremore. Coltivare guizzi vegetali per tramutarli nell&#8217;involucro di un nuovo cinema. Venire incontro a un volteggio di tempo. Raccoglierlo nella stessa lente dove frena il bacio della mano che la copre. Vedere con la mano, con le mani: lasciarle andare <em>attraverso</em>. Mostrare il mondo <em>ancora sconcluso</em>. Mostrare il mondo <em>organismo senziente</em>: questo nostro senziente battere un colpo per sentire se le cose attorno rispondono. Concepire solo il leggerissimo spostarsi delle cose, cioè vederne la commozione, che è anche parabola: «per istaurare il regno della pace, non è necessario distruggere tutto e dare inizio a un mondo completamente nuovo; basta spostare solo un pochino questa tazza o quest&#8217;arboscello o quella pietra, e cosi tutto quanto».  Stare alle stelle come rasoterra.  Progettare un levarsi di passi accordati con la neve. Seguire l&#8217;intreccio delle rondini. Annodare le palpebre alla lacrima. Riversare il non manifesto, <em>l&#8217;arrotolato</em>. Dare l&#8217;oscurità, perché trattenga limpidezza. Non rimettere i debiti che si dovranno scontare con l&#8217;invisibile. Dire soltanto che vi è ancora dell&#8217;invisibile.</p>
<p style="text-align: right;">Questo, per me, il cinema di <strong>Mauro Santini</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">A distanza di due anni, ripropongo qui una conversazione che abbiamo avuto all&#8217;inizio del progetto <em>Le passeggiate</em>, accompagnata da una mia riflessione (a chiusura).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ciao Mauro. Vorrei iniziare questa conversazione da un tuo precedente rifiuto, da una tua ritrosia a prendere parte a questa serie di ritratti. Perché tradire ora questo silenzio?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo per cui ho accettato la tua proposta, a distanza di un anno, è perché ora so che in questa conversazione parleremo dei miei lavori del decennio precedente solo come una traccia o come un indizio per parlare di altro, di questo “altro” che sono i miei nuovi film e cioè “Qualcosa nei passi e nello sguardo” (che va a concludere una ipotetica trilogia sulle vacanze iniziata con “Attesa di un’estate” e “Fine d’agosto”) e gli altri due progetti ancora in itinere: “Le passeggiate” e “Vaghe Stelle”. Per tornare a dialogare sul mio lavoro era necessario che il mio sguardo elaborasse un’evoluzione rispetto ai “videodiari” ed ora che è avvenuta, o che comunque sta avvenendo, eccomi qua…</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una delle questioni che abbiamo già avuto modo di discutere insieme è congiunta alle modalità di presentazione di questi lavori, che tu stesso continui a definire come minuti, “piccoli film” (c’è, in questo attributo, non tanto una dichiarazione di distanza dal gigantismo straparlato di certe opere sperimentali, ma piuttosto un tentativo di custodia di quella dimensione taciuta della realtà dove spesso il tuo sguardo si trova ad indugiare). Ti chiedo: c’è vita fuori dai festival?</em></p>
<p style="text-align: justify;">La mia generazione si è formata, se così posso dire, anche attraverso la dimensione dei festival, luoghi nei quali crescere e coltivare la propria idea di cinema, per ritornarvi poi come autori con i propri film. È dunque innegabile l’affetto nei confronti delle tante rassegne cui ho preso parte in questi anni. La domanda che oggi potremmo porre è: c’è ancora spazio per questo tipo di “piccole” opere nei festival più o meno grandi? Da alcune difficoltà riscontrate negli ultimi anni risponderei con un certo pessimismo; una riflessione autocritica mi porta però a chiedermi se non sia invece stato io incapace di fare il salto verso quel cinema considerato “maggiore” e ospitato nelle rassegne a cui facevi riferimento (o se abbia volutamente evitato di farlo…). Certo è che il cinema fragile e non narrativo che pratico richiede una diversa attenzione, un grado maggiore di percezione e di ascolto: sono film che chiedono allo spettatore di specchiarsi nelle immagini e nei suoni, di interiorizzare sensazioni e memorie per arrivare a superare il mio biografico, facendo divenire “la mia famiglia, i miei ricordi” qualcosa di collettivo. Vivono della partecipazione emotiva e sono come “completati” da chi guarda: ecco allora che la condivisione in sala rende a volte il film diverso rispetto alla visione “in solitario” nel buio della propria abitazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-83949" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/91675786_443639649764639_715658181350522880_n-1024x575.jpg" alt="" width="762" height="417" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per quanto mi riguarda, una parte del problema è quello della concezione del film come opera chiusa, come compartimento stagno incapace di confrontarsi e di reagire, di volta in volta, agli spazi che si trova ad incontrare (l’idea stessa di “anteprima” andrebbe quanto meno ridiscussa). Forse la rete, a differenza dei festival, può essere uno strumento per affrontare la “geografia vivente” di un film…</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho alcuna preclusione alla diffusione dei film in spazi alternativi come la rete, che anzi può essere uno strumento importante per superare certe gerarchie rigide dei festival e che ritengo particolarmente adatta ad accogliere questi lavori che possiamo definire “minori” (anche se, ripeto, non ritengo sufficiente questa sola dimensione…). Rispetto poi alla concezione del film come opera chiusa sono d’accordo nel tentare di superarla, al punto che i due progetti in realizzazione sono concepiti proprio come lavori aperti: “Vaghe Stelle” è un film in sette movimenti (dal numero delle stelle che compongono l’Orsa Maggiore) che possono però essere proiettati anche singolarmente (come puoi ascoltare le canzoni di un album musicale) o addirittura mostrati insieme ma in un ordine di volta in volta diverso, modulato a piacimento da un curatore; “Le passeggiate” sono invece potenzialmente infinite, non avendo un numero prestabilito, e sarebbe bello se il gesto del passeggiare si tramutasse in qualcosa di fisico, in una carovana di proiezioni sparse per il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto il mio cinema è poi un cinema di piccole epifanie dello sguardo che si trova a sorprendersi dei propri deragliamenti e per quanto io possa tentare di dare una struttura, la componente del caso è parte fondamentale del mio modo di girare.</p>
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<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-83951" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/91942851_1165666240441968_5076888018044846080_n-1024x576.jpg" alt="" width="753" height="453" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una delle indicazioni fondamentali del tuo cinema l’ho trovata quasi nascosta in “Qualcosa nei passi e nello sguardo”, dove con tenera austerità rimproveri Giacomo, tuo figlio (il film è girato nel 2004), esortandolo a fare silenzio per ascoltare i suoni dei Monti Sibillini. Quanto è importante per te questa dimensione dell’ascolto?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quella sequenza che tu citi racconta molto del mio cinema, dell’attenzione che ripongo in ogni ripresa, perché è fondamentale raccontare con la maggiore intensità possibile quell’istante che sto cercando di restituire. Non c’è set né messa in scena, non c’è retake: ho sempre girato affidandomi a questa partecipazione totale e sincera al momento filmato. Luce naturale e camera a mano, capace di deviare ad ogni istante.</p>
<p style="text-align: justify;">“Qualcosa nei passi e nello sguardo” è un film nel quale i passi e gli sguardi di un figlio e di un padre si sovrappongono ed incrociano e ad oggi mi sembra il mio film più sincero, quello dove metto in campo una visione indisciplinata, quella di Giacomo, che nonostante il mio continuo guidarlo dal fuoricampo (“riprendi il campanile, la montagna, fai stop…”) procede di testa propria, con la sua telecamera e con quella naturale individualità che un figlio ha rispetto al padre. E allora il film racconta proprio di questa distanza e di questa verità che il girato in qualche modo già custodiva in sé e che sono tornato a comprendere solo ora. Che poi questo sguardo quasi anarchico di Giacomo è a ben vedere il mio modo di intendere il cinema, nella sua totale libertà (non è un caso: sono autodidatta e non vengo da alcuna scuola di cinema, bensì da studi pittorici…). Forse il punto è che lo sguardo non si insegna? non so… Credo però che si possa svelare un metodo, un’attitudine: all’attesa, all’attenzione verso ciò che sta davanti a noi e che dovremmo reimparare a vedere ogni volta con occhi vergini. E all’ascolto: perché quando in questo caso dico a Giacomo di fare silenzio, sto in qualche modo sottolineando un altro aspetto importante, cioè che non mi è sufficiente registrare immagini, ma che l’atto della ripresa debba includere anche i suoni. In questa ricerca quasi ossessiva dell’eliminazione della menzogna, è importante che il suono appartenga integralmente alla verità di quel momento; ricrearlo in seguito sarebbe già finzione. Qualcuno potrebbe obiettare che il cinema è altro e non mi sentirei neppure di contraddirlo; ma ciò che a me interessa è testimoniare un vissuto, il tempo che ho passato e che passerò ancora su questa terra ed il suo fuggire via: forse è troppo poco, ma a me poco importa. Se non sentissi l’urgenza di restituire questa verità non farei cinema e tornerei probabilmente alla fotografia, o alla pittura dei miei vent’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace poi l’idea che questo “frammento di vita trascorsa” chiuda quella trilogia de “Le  vacanze” di cui parlavo prima, dove la perdita materna di “Attesa di un’estate” e la ricerca paterna di “Fine d’agosto” incontrano questo passaggio di ruolo figlio/padre, nella sospensione della stagione estiva che qui diventa anche una stagione di sparizioni, di essere “vacanti”, appunto. Ma già mi sto intristendo…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-83955" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/91548207_308293230151115_1887375648255639552_n-1024x765.jpg" alt="" width="655" height="537" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pure, questa solo apparente nitidezza viene tradita, nel tuo ultimo film (Prima passeggiata), da un aereo che taglia il cielo, proprio come una lacrima, un velo celeste che ridiscute i bordi del fotogramma: non nitidezza allora, ma velo di lacrime che trasfigurano il mondo?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, mi hai smascherato… [ride, n.d.r.] Sì, è proprio così: di tutto il trucco (i videodiari) rimane oggi solo la lacrima. E la trasfigurazione non è più esteriore, bensì rivolta verso l’interno.</p>
<p style="text-align: justify;">[&#8220;Aspetta, ti mando un&#8217;immagine ripresa stamattina&#8221;, mi dice a questo punto Mauro]</p>
<p style="text-align: justify;">Questa mattina sono uscito per una nuova “passeggiata”, tra la neve, sperando di <em>registrare cose prive di interesse, </em>come scrive Georges Perec. Ad un tratto ho notato questo merlo che cercava del cibo. Ho iniziato a riprenderlo, ma non avendo un obiettivo tele avevo la necessità di avvicinarmi. Naturalmente, più mi avvicinavo più lui si allontanava. Il racconto che avrei voluto fare della sua ricerca del cibo era subito diventato altro, ovvero il racconto della relazione tra me e lui, della nostra distanza, impossibile da colmare, fino al suo inevitabile volo. Non ho mai concepito i miei film sulla base di verità precostituite ed irremovibili, poiché per me la teoria è sempre la conseguenza di una ricerca pratica. In passato ho sperimentato il tele per avvicinarmi a cose e persone rimanendo a distanza, per cogliere quelle verità che la prossimità non mi avrebbe permesso di raccontare, perché <em>non appena io mi sento guardato dall’obbiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di ‘posa’, mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine*</em>. Oggi invece preferisco usare ottiche brevi e possibilmente fisse, che mi costringano ad un altro rapporto con l’ambiente: l’ottica dunque diventa strumento per stabilire una relazione, un dialogo (o un dialogo mancato, come nel caso del merlo…).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-83948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/91581256_1153367445005598_4915169180656861184_n-1024x632.jpg" alt="" width="730" height="457" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Luigi Ghirri, un pensatore di soglie che a tratti sento molto vicino a te, ha scritto dello sguardo come “un sentire etico, la modalità possibile per indagare e raccontare luoghi che sembravano avere perso ogni riconoscibilità.” Quanto, nel tuo cinema tutto abitato di sparizioni e di zone dal quale sporgersi sul mondo, è possibile avvertire questo sentire etico, questa possibilità di restituire allo sguardo una verità possibile su quei luoghi divenuti estranei? </em></p>
<p style="text-align: justify;">È tutto lì, in questo sentire etico, e nell’<em>attivare un campo di attenzione diverso**</em>. Che per me diviene anche un sentire empatico, aptico (come ha definito Nicole Brenez i Videodiari), quasi tattile. Amo molto lo sguardo di Ghirri, così come quello di Guido Guidi, il loro tentativo di ridare una dignità a luoghi divenuti anonimi ai più. E quando si riesce in questo, poi quell’immagine ‘raccolta’ va tutelata, protetta ad esempio da narrazioni capaci di comprometterla, perché la sua dignità riconquistata è sufficiente a sostenere il film. Ritornando al discorso da cui siamo partiti, ho quasi l’impressione che alcuni film debbano essere protetti da un eccesso di visibilità: fare questi piccoli film significa anche tornare a custodire certi gesti, serbarli, meditarli, registrarne la presenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-83952" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/92023438_274194433573501_4893395689330966528_n-1024x576.jpg" alt="" width="747" height="437" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Torniamo una volta ancora ai luoghi dove non siamo stati. Prendendo in prestito da Eric Pauwels (un autore che entrambi amiamo molto) uno dei suoi titoli, ti chiedo: quali sono i tuoi “film sognati”?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, amo molto quel film come l’intera sua trilogia… Mi ha sempre affascinato lavorare su immagini girate da altri. Sto pensando allora di chiedere ad amici di inviarmi materiali girati in luoghi “dove non sono mai stato” e che magari non visiterò mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro progetto è quello che sto rimandando ed elaborando da ormai quasi dieci anni: già “Dove non siamo stati” ne era testimone, con la figura assente di Corso Salani e la sua voce che vagava su terre di confine e di migranti, tra la Francia e la Liguria (o sulla costa adriatica ed il suo confine slavo, altra ipotesi di location). Un film che mi porti ad una riflessione nuova, diventando straniero a me stesso e battendo un sentiero che mi porterebbe a riappropriarmi della parola, non più solo taciuta ma anche parlata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/251886555" width="640" height="360" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://vimeo.com/251886555">prima passeggiata : trailer</a> from <a href="https://vimeo.com/maurosantini">mauro santini</a> on <a href="https://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">[Qualche ora dopo la nostra conversazione, torno a visitare la “Prima Passeggiata<em>“</em> di Mauro, opera chiusa nella sua nitidezza digitale fino a che un aereo non piange (e non più solo taglia) il cielo nella sua obliquità di lacrima: neanche più come divagazione celeste, ma come profondità di superficie, come modo di guardare attraverso il velo degli occhi e negli occhi, facendo così del bordo fertile il luogo eletto del (suo) cinema da dove le immagini dipartono -limo e limite dello sguardo-, e insieme destituendo la cornice come demarcazione tra campo e fuori campo, come separazione netta tra film e vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cinema continua allora a respirare nello splendore breve di questa cecità che per vedere non ha più bisogno soltanto di pupille tagliate di luna, ma di lacrime come destinazione dello sguardo: “Ora, se le lacrime vengono agli occhi, se dunque possono anche velare la vista, forse rivelano, nel corso di questa stessa esperienza, un’essenza dell’occhio. (…) In fondo, in fondo all’occhio, questo non sarebbe destinato a vedere, ma a piangere. Nel momento stesso in cui velano la vista, le lacrime svelerebbero il proprio dell’occhio.***” <em>Il proprio del cinema?]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE</p>
<p>*Roland Barthes, <em>La Camera Chiara</em>.</p>
<p>**Luigi Ghirri, <em>Lezioni di Fotografia</em>.</p>
<p>***Jacques Derrida, <em>Memorie di cieco (l’autoritratto e altre rovine)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>&#8220;Wandering lines.&#8221; Conversazione con Andrew Kötting</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/01/06/wandering-lines-conversazione-con-andrew-kotting/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Jan 2019 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alan moore]]></category>
		<category><![CDATA[Andrew Kötting]]></category>
		<category><![CDATA[cinema sperimentale]]></category>
		<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Girogiomaria Cornelio]]></category>
		<category><![CDATA[La Camera Ardente]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Giorgiomaria Cornelio</b><br /><br />
L’arte di Andrew Kötting è fulgido esempio di come l’indirizzo cinematografico non possa mai pienamente appartenere a se stesso, al laccio stretto dei propri luoghi marcati o rilevati, finendo così per <i>spillare</i> altrove, per mischiarsi con gesto del vagare, alimentando altri vasi traboccanti. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center>a cura di <strong>Giorgiomaria Cornelio</strong><br />
in collaborazione con il progetto di ricerca cinematografica ⇨ <a href="https://www.facebook.com/LaCameraArdente/" rel="noopener" target="_blank"><strong>La Camera Ardente</strong></a></center></p>
<p><figure id="attachment_77308" aria-describedby="caption-attachment-77308" style="width: 500px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ARK-ERK.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ARK-ERK.jpg" alt="" width="500" height="602" class="aligncenter"/></a><figcaption id="caption-attachment-77308" class="wp-caption-text">Andrew Kotting and Eden Kotting, taken in Hasting using Sebastian Edge 18&#215;22&#8243; Wet Collodion and the Darkvan on 22/11/09</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
L’arte di Andrew Kötting è fulgido esempio di come l’indirizzo cinematografico non possa mai pienamente appartenere a se stesso, al laccio stretto dei propri luoghi marcati o rilevati, finendo così per <em>spillare</em> altrove, per mischiarsi con gesto del vagare, alimentando altri vasi traboccanti. Erede di Derek Jarman, Kötting porta la sua carovana di fotogrammi attraverso la fitta notte della storia umana. Gli fanno compagnia (in questa <em>nomadia</em> edificata di opera in opera) altri viandanti: Alan Moore, Iain Sinclair, Stewart Lee, Ben Rivers&#8230; quasi una comunità impegnata a far cantare sentieri. E poi c’è sua figlia Eden, che è ospite privilegiato in questa conversazione&#8230;<br />
&nbsp;<br />
<em><strong>Salve, Andrew. Inizierei questa conversazione dalle linee vaganti che attraversano la superficie della tua arte. Non mi riferisco soltanto ai viaggi o ai pellegrinaggi dei tuoi film (il cammino di 90 miglia percorso da John Clare in “By our Selves”, per esempio), ma anche ai disegni di tua figlia Eden che tu hai elaborato per altri lavori (come il magnifico “Dog Ate Dog”) e ai vostri libri quasi animati. Il cinema ha un luogo, o è forse una soglia tra le cose?</strong></em><br />
&nbsp;<br />
Da dove incominciare? Forse i “Journey Works” (Jaunt &#8211; Gallivant &#8211; Swandown &#8211; Offshore &#8211; By Our Selves e Edith Walks) potrebbero essere visti come la mia versione delle “songlines”, le vie dei canti di Bruce Chatwin:<br />
&nbsp;<br />
<em>“Il nostro errare ha sparso le vie dei canti per tutto il globo (generalmente da sud-ovest a nord-est), raggiungendo infine l’Australia, dove ora sono preservate nella cultura più antica del mondo”</em><br />
&nbsp;<br />
I “Journey works” sono il mio tentativo di definire, descrivere, disporre e delineare i paesaggi attraverso i quali mi muovo con la mia famiglia e i miei amici. Essi sono psicogeografici nella natura e attingono dalla mia esperienza nell’emisfero settentrionale (ma soprattutto qui in UK). Sono pertanto influenzati dal folkloristico, dal reale, dall’irreale, dal mitologico e dall’allegorico, e dipendono dalla mia fascinazione verso il comporre le cose direttamente mentre si procede nel cammino, verso l’improvvisazione, il collage e, in ultimo, verso il processo di editing e d’ingegneria inversa per produrre senso e ordinare l’evento, sia esso un pellegrinaggio o un happening.<br />
&nbsp;<br />
Sono anche attirato dal carnale, dal corporeo e dall’elementare come mezzi di produzione. Devi esserci resistenza, risonanza, assurdità e difficoltà in egual misura, ed è attraverso questo processo che il lavoro viene realizzato.<br />
&nbsp;<br />
Ho creato un mio ⇨ <a href="http://www.andrewkotting.com/ak%20web/words.html" rel="noopener" target="_blank"><strong>“alphabetrarium”</strong></a> che potrebbe essere d’aiuto per comprendere quanto sto dicendo&#8230;<br />
&nbsp;<br />
E per quanto riguarda il lavoro che sto facendo con mia figlia Eden, posso dire che è un modo di celebrarla e stimolarla come essere umano e come artista. Nonostante la sua severa disabilità e i suoi limitati mezzi di comunicazione, io spero di trasportare il pubblico nel regno dell’Altro dove nuove maniere di osservare ed ascoltare possono essere vissute. I suoi disegni e i suoi dipinti sono connessi tematicamente ai vari progetti ai quali sto lavorando singolarmente, ma i film che realizziamo insieme riguardano tanto “un’atmosfera” quanto l’atto di raccontare storie.<br />
&nbsp;<br />
Esiste certamente un luogo per il cinema ma nel mio lavoro sono molto più interessato a rompere le convenzioni di ciò che il cinema “mainstream” è divenuto. Voglio condurre il mio pubblico in luoghi dove le persone non sono mai state. Il suono è la chiave&#8230;<br />
<em><br />
<strong> Nel tuo alphabetrarium scrivi: &#8220;M sta per realtà multiple, disfunzioni audio / visive, fessurazioni in sequenza e tagliar via il lineare per scoprire che molte cose sono possibili&#8221;. Cosa significa tagliare e perforare il &#8220;lineare&#8221; nell&#8217;era dell&#8217;immagine digitale e di Internet, che potrebbe essere già considerato un dispositivo nomade?</strong></em><br />
&nbsp;<br />
Sospetto che intendessi: “girovagare e vagabondare come meditazioni organizzate ma scadenti &#8211; con gli Angeli del Caso come guida o bussola &#8230;!”<br />
&nbsp;<br />
<em><strong> Quali sono le altre maniere di osservare ed ascoltare che tua figlia Eden ti ha indicato?</strong></em><br />
&nbsp;<br />
Eden disegna, dipinge e crea collage perché ciò le porta felicità, gioia e senso di realizzazione. È anche una terapia per entrambi, tiene cioè il cane nero lontano dalla porta: se non avesse interesse per queste cose penso che sarei impazzito molto tempo fa. Eden è entusiasta nel guardare i suoi disegni prendere vita &#8211; il fatto che si muovano la fa ridere -, e anche se ha ben poca consapevolezza della complessità della mia ambizione (quando sovrappongo il suono e le voci nel tentativo di dare al lavoro un &#8216;significato&#8217; o una messa a fuoco), a lei piace il fatto che ci sia molto da fare&#8230;forse un buon esempio di questo processo è il film che ho fatto insieme al mio amico Ben Rivers, che Eden conosce oramai da molto tempo e ama impressionare.<br />
&nbsp;<br />
Eden ha poca comprensione del sottotesto filmico, della sua ambizione esistenziale o della critica dei sistemi di credenze religiose creati dall&#8217;uomo monoteista, ma se lei è con un pubblico che ride è felice della reazione divertita, ed è questa innocenza che mi fornisce un ingrediente vitale per la collaborazione: la nostra relazione funziona come se stessi  lavorando con del materiale d’archivio o found-footage, ma naturalmente sono in grado di incoraggiare Eden a lavorare su di un tema specifico. Quando sono presente nella colonna sonora o quando -vestito da Orso di Paglia-  le stringo la mano mentre camminiamo lungo una spiaggia, allora il potere della nostra relazione padre / figlia inizia a prendere piede e un&#8217;altra serie di emozioni viene vissuta dal pubblico. C&#8217;è il paradosso di una collaborazione tra un &#8220;artista insider&#8221; e un &#8220;artista outsider&#8221; al lavoro, e questo elemento è qualcosa che manifesta nuove e  &#8220;altre&#8221; qualità.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/BEACH-EDEN-STRAW-BEAR-SMALL.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/BEACH-EDEN-STRAW-BEAR-SMALL.jpg" alt="" width="500" height="602" class="aligncenter" /></a><br />
&nbsp;<br />
<em><strong> Nei tuoi film, la critica dei “sistemi monoteistici” che hai citato è attivata attraverso una coagulazione di immagini le cui radici si intrecciano, quasi fossero zone indiscernibili tra di loro. È possibile &#8220;superare&#8221; questa realtà monoteistica attraverso il cinema? </strong></em><br />
&nbsp;<br />
Tutto può essere superato nella vita e non solo nel cinema, anche se alcune cose richiedono molto più tempo!<br />
La gioia di essere nati!<br />
Una vita piena di anatemi e ammirazioni!<br />
Continuiamo a prescindere a dire sciocchezze &#8211; le parole sono vitali &#8211; specialmente quando tentano di indebolire i sistemi monoteistici (<strong>monotheisticemansystems</strong>) che si riappropriano continuamente di tutti i cambiamenti in un disperato tentativo di fingere che tutto fosse già nel loro grande Libro fin dall&#8217;inizio perché il profeta ha detto così e così!<br />
&nbsp;<br />
<em><strong> Le collaborazioni (Alan Moore, Iain Sinclair, Stewart Lee &#8230;) sono una componente cruciale del tuo cinema. L&#8217;atto di fare un film è l&#8217;invenzione di una comunità a venire? </strong></em><br />
&nbsp;<br />
Le collaborazioni sono sempre state una parte vitale del mio processo: meno l&#8217;invenzione di una comunità a venire quanto piuttosto la base della mia evoluzione. Senza di loro mi sento privato di qualcosa, forse perché avendo Eden nella mia vita sono sempre aperto all’apparire dell’Altro.<br />
&nbsp;<br />
Le varie abilità che i collaboratori apportano al lavoro sono allo stesso tempo positive e stimolanti. La loro generosità di spirito e la fiducia nelle mie ambizioni è anche molto rassicurante. Potrebbe essere perché sono consapevole che ogni progetto è sempre e solo un&#8217;approssimazione di ciò che pensiamo o vogliamo. I risultati non sono prescrittivi e la loro contingenza significa che c&#8217;è sempre spazio per permettere che le cose accadano. C&#8217;è molto spazio anche per l&#8217;improvvisazione, perfino se sto lavorando con una sceneggiatura, e ciò ci consente di perfezionare o aggiungere altri passaggi.<br />
&nbsp;<br />
Stewart Lee riassume perfettamente tutto ciò alla fine del film “Swandown”, quando dice: “Penso che Andrew Kötting veda solo quello che succede, invertendo poi l’ingegneria del significato una volta che ha collezionato e messo insieme i frammenti dell&#8217;evento &#8230;”<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/EDITH-ALAN.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/EDITH-ALAN.jpg" alt="" width="600" height="600" class="aligncenter" /></a><br />
&nbsp;<br />
<em><strong>Dato che &#8220;c&#8217;è molto spazio per l&#8217;improvvisazione&#8221;, pensi che un film debba essere un progetto senza fine, qualcosa sempre aperto all&#8217;essere rovesciato? </strong></em><br />
&nbsp;<br />
Certamente! In effetti tutte le opere finiscono per alimentarsi a vicenda. Le immagini traboccano. Il lavoro è senza fine sino a quando decido di portarlo a termine; ma anche in quel momento il film potrebbe andare avanti ancora un po’, per poi spegnersi definitivamente. La finitudine abbonda:<br />
&nbsp;<br />
<em>“<strong>N</strong> sta per narrativa <strong>N</strong>on finita, né una cosa e neppure l’altra. <strong>N</strong> sta per ‘da una parte all’altra’ dentro le <strong>N</strong>everneverlands dello spillamento, oltre le polemiche e la critica storica. <strong>N</strong> sta per <strong>N</strong>uovo e <strong>N</strong>omadico, ma anche per continuare a far girare la storia creativa dell’umanità. <strong>N</strong> sta per i <strong>N</strong>uovi racconti dalle end-zones e per le storie <strong>N</strong>otturne tessute dal fuoco per scavare nella torba più oscura!” </em><br />
&nbsp;</p>
<p align="right"><strong>Conversazione a cura di Giorgiomaria Cornelio</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ALL-IN-THE-MIND7.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ALL-IN-THE-MIND7-1024x568.png" alt="" width="860" height="477" class="aligncenter size-large wp-image-77311" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ALL-IN-THE-MIND7-1024x568.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ALL-IN-THE-MIND7-300x166.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ALL-IN-THE-MIND7-768x426.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ALL-IN-THE-MIND7-250x139.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ALL-IN-THE-MIND7-200x111.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ALL-IN-THE-MIND7-160x89.png 160w" sizes="(max-width: 860px) 100vw, 860px" /></a><br />
&nbsp;<br />
<center><strong>ENGLISH VERSION<br />
In collaboration with ⇨ <a href="https://www.facebook.com/LaCameraArdente/" rel="noopener" target="_blank">La Camera Ardente</a></strong></center><br />
&nbsp;<br />
Andrew Kötting&#8217;s art is a luminous example of how the cinematographical project could never fully belong to itself and to its narrow boundaries, thus spilling elsewhere, becoming one thing with the act of wandering. Like Derek Jarman, Kötting leads his caravan of frames through the thick night of humanity. In this nomadic travel built &#8220;film after film&#8221;, there are other wanderers that make the paths sing a never-ending poem:  Alan Moore, Iain Sinclair, Stewart Lee, Ben Rivers, and of course Eden Kötting, who is a special guest of this conversation.<br />
&nbsp;<br />
<em><strong> Hello, Andrew. I would like to begin this conversation from the wandering lines that pass through the very surface of your art. I am not referring only to the journeys or the pilgrimages of your films (the 90-mile walk of John Clare in &#8220;By Our Selves&#8221;, for example), but also to the drawings of your daughter Eden that you edited for other works (like the marvellous &#8220;Dog Ate Dog&#8221;) and to your quasi-animated books.  Does cinema have a place? Or -maybe- is it a threshold between things? </strong></em><br />
&nbsp;<br />
Where to begin?! Perhaps the &#8216;Journey Works&#8217; (Jaunt &#8211; Gallivant &#8211; Swandown &#8211; Offshore &#8211; By Our Selves and Edith Walks) might be seen as my versions of &#8216;songlines&#8217;.<br />
&nbsp;<br />
<em>&#8220;Our wanderings spread &#8220;songlines&#8221; across the globe (generally from southwest to northeast), eventually reaching Australia, where they are now preserved in the world&#8217;s oldest living culture&#8221;.</em><br />
&nbsp;<br />
They are my attempt at defining, describing, deliberating and delineating the landscapes that I move through with friends and family. They are psychogeographical in nature and draw upon my own experiences here in the northern hemisphere, but perhaps more importantly here in the UK. They are informed by the folkloric, the real, the unreal, the mythological and the allegorical and they are dependent on my fascination with making-things-up-as-I-go-along, improvisation, collage and ultimately at the edit stage, the process of reverse engineering to make sense and order of the event, pilgrimage or <em>happening</em>.<br />
&nbsp;<br />
I&#8217;m also drawn to the physical, the corporeal and the elemental as a means of making. There has to be endurance, resonance, absurdity and difficulty in equal measure, and it is through this process that the work gets made&#8230;.<br />
&nbsp;<br />
I&#8217;ve created &#8216;an ⇨ <a href="http://www.andrewkotting.com/ak%20web/words.html" rel="noopener" target="_blank"><strong>alphabetrarium</strong></a> of kötting&#8217; that might help.<br />
&nbsp;<br />
And as far as the work that I have been making with my daughter Eden, it is a way to activate, stimulate and celebrate her as an artist and human being. Despite her severe disability and limited means of communicating I hope to transport the audience into the realms of the &#8216;other&#8217; where new ways of looking and listening might be experienced. Her drawings and paintings are thematically connected to the various projects that I might be working on but the films that we make together are as much about &#8216;atmosphere&#8217; as they are about story telling.<br />
&nbsp;<br />
There is a place for cinema in my work but I am more interested in breaking with the conventions of what mainstream cinema has become. I want my audiences to be taken to a place that they have not been before. The sound is key&#8230;.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/50TOBY-STRAW-BEAR-FIELD-copy.jpeg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/50TOBY-STRAW-BEAR-FIELD-copy-823x1024.jpeg" alt="" width="500" height="621" class="aligncenter" /></a><br />
&nbsp;<br />
<em><strong> In your alphabetrarium,  you write: &#8220;M is for Multiple realities, audio/visual dysfunction, fissures in sequence, and cutting away from the linear to discover that most things are possible&#8221;.  What does it mean to cut and pierce the &#8220;linear&#8221; in the age of the digital image and the Internet, which could be already considered a nomadic device? </strong></em><br />
&nbsp;<br />
I suspect that I meant:<em> meanderings and wanderings as organised yet shoddy musings &#8211; with the Angels of Happenstance as guide or compass&#8230;!</em><br />
&nbsp;<br />
<em><strong>What are the &#8216;other&#8217; new ways of looking and listening that your daughter Eden has indicated to you? </strong></em><br />
&nbsp;<br />
&#8211; Eden draws and paints and makes collage because it brings her happiness and joy and a sense of achievement &#8211; it is also <em>therapy </em>for the both us &#8211; it keeps the black dog away from the door &#8211; if she had no interest in these things then I think I would have gone mad a long time ago &#8211; with the films that we make together she is also excited by watching her drawings come alive &#8211; the fact that they move makes her laugh &#8211; she has very little understanding of the complexities of my ambition when layering the sound and voices in an attempt to give the work &#8216;meaning&#8217; or focus BUT she likes the fact that there is a lot going on&#8230;.perhaps a good example of this process is a film I made together with my friend Ben Rivers &#8211; who Eden has known for a very long time and likes to impress.<br />
&nbsp;<br />
Eden would have little comprehension of the film&#8217;s subtexts or its&#8217; existential ambition or critique of monotheistic <em>man</em>made religious belief systems &#8211; BUT if she is with an audience and they laugh she is just happy that they laugh &#8211; and it is this innocence that provides me with a vital ingredient for the collaboration &#8211; the relationship works in a similar way to the way in which I might work with archive or found-footage BUT of course I am in a position to encourage her to work to a specific brief or theme. When I am present on the soundtrack or dressed as a Straw Bear and holding her hand as we walk along a beach, then the power of our father/daughter relationship begins to take hold and another set of emotions are experienced by the audience. There is the paradox of a collaboration between an &#8216;insider artist&#8217; and an &#8216;outsider artist&#8217; at work and this is something that offers the work new and &#8216;other&#8217; qualities.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ARK-ERK-JACK2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/ARK-ERK-JACK2.jpg" alt="" width="600" height="600" class="aligncenter" /></a><br />
&nbsp;<br />
<em><strong>In your films, the critique of the &#8220;Manmade monotheistic mansystems&#8221; is activated  through a coagulation of images whose roots are intertwined like areas of indiscernibility.  Is it possible to &#8220;overcome&#8221; this monotheistic reality through cinema?  </strong></em><br />
&nbsp;<br />
Everything can be overcome in life and not just in cinema, some things just take a lot longer!<br />
The joy of being born!<br />
A life full of anathemas and admirations!<br />
We blunder on regardless &#8211; words are vital &#8211; especially when they attempt to undermine the ongoing <em><strong>monotheisticemansystems</strong></em> which continually re-imagine and re-appropriate all THE changes in a desperate attempt to pretend that ALL was there in THEIR BIG book from the get-go because THE prophet said so!<br />
&nbsp;<br />
<strong>Collaborations (Alan Moore, Iain Sinclair, Stewart Lee&#8230;) are a crucial component of your cinema. Is the act of making a film the invention of a community-to-come?</strong><br />
&nbsp;<br />
Collaborations have always been a vital part of my process &#8211; less <em>the invention of a community-to-come</em> rather the bedrock of my evolution. Without them I feel bereft, perhaps it is because having Eden in my life I&#8217;m always open to the &#8216;opening up&#8217; of the &#8216;other&#8217;. The various skills that the collaborators bring to the work is both life-affirming and inspiring. Their generosity of spirit and indeed trust in my ambition is also very reassuring. It might be because I&#8217;m content in the knowledge that each project is only ever an approximation of what I think I/we want. The outcomes are not prescriptive and their contingency means that there is always room to allow things to happen. There is much room for improvisation, even if I am working with a script and this affords plenty of room for adjustment and addition. Stewart Lee sums it up perfectly at the end of the <strong>Swandown</strong> film when he says: <em>I think Andrew Kötting, he just sees what happens and reverse engineers the meaning once he&#8217;s collated the event&#8230;.</em><br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/EDITH-@-BATTLE.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/EDITH-@-BATTLE.jpg" alt="" width="600" height="602" class="aligncenter" /></a><br />
&nbsp;<br />
<em><strong> Since &#8220;there is much room for improvisation&#8221;, do you think that a film should be a never-ending project, something always open to being upturned? </strong></em><br />
&nbsp;<br />
YES &#8211; indeed all works feed in and out of each other. Spillage abounds. The work is never-ending up until the point that I end at which point it might well blunder on for a little longer and then end. Endness abounds!<br />
&nbsp;<br />
“<strong>N</strong> is for <strong>never</strong> a finite narrative, neither one thing nor another. <strong>N</strong> is for hither and dither within the Neverneverlands of <em>spillage</em>, post polemics and critical histories. <strong>N</strong> is for <strong>NEW</strong> and <strong>Nomadic</strong> and keeping the creative human story turning. N is for new tales from the end-zones and night-time fire-yarns for folk to dig into like the darkest peat.”<br />
&nbsp;</p>
<p align="right"><strong>Interview by Giorgiomaria Cornelio</strong></p>
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