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	<title>La città dei vivi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lagioia e il male</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/13/lagioia-e-il-male/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Dec 2020 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[La città dei vivi]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Ciarrocchi]]></category>
		<category><![CDATA[nicola lagioia]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Ciarrocchi Una città dove il sangue dei ratti cola sulle biglietterie del Colosseo; dove la mancanza di un sindaco trova una risposta asimmetrica nella presenza di due papi; dove le dinamiche cittadine sembrano rispecchiare il caos totale di una città coperta da una coltre di fascino e spazzatura; una metropoli che, per usare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_87318" aria-describedby="caption-attachment-87318" style="width: 522px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-87318 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/p-l_artedellacittà0-1024x1024.jpg" alt="" width="522" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/p-l_artedellacittà0-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/p-l_artedellacittà0-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/p-l_artedellacittà0-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/p-l_artedellacittà0-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/p-l_artedellacittà0-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/p-l_artedellacittà0-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/p-l_artedellacittà0-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/p-l_artedellacittà0-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/p-l_artedellacittà0.jpg 1808w" sizes="(max-width: 522px) 100vw, 522px" /><figcaption id="caption-attachment-87318" class="wp-caption-text">ph. Mimmo Jodice &#8211; Roma, 2006</figcaption></figure>
<p>di <strong>Lorenzo Ciarrocchi</strong></p>
<p>Una città dove il sangue dei ratti cola sulle biglietterie del Colosseo; dove la mancanza di un sindaco trova una risposta asimmetrica nella presenza di due papi; dove le dinamiche cittadine sembrano rispecchiare il caos totale di una città coperta da una coltre di fascino e spazzatura; una metropoli che, per usare Rilke, «esala un fetore di patatine fritte e angoscia»: questa è Roma, <em>conditio sine qua non </em>della vicenda narrata da Lagioia in <em>La città dei vivi</em> (Einaudi, 2020), l’omicidio di Luca Varani avvenuto nel marzo 2016. Un romanzo che non si ferma al reportage di una vicenda di cronaca nera ma che elabora un’intensa riflessione sul rapporto collettivamente represso nei confronti del male.</p>
<blockquote><p>Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. È più difficile avere paura del contrario. Preghiamo Dio o il destino di non farci trovare per strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?</p></blockquote>
<p>In <em>La città dei vivi</em> il male viene riportato alla sua condizione razionale; la figura del mostro immaginata come un’esistenza concreta, distante, altra, viene costantemente frantumata e redistribuita. Questa frantumazione avviene nei momenti in cui l’essere umano si aggrega in non-luoghi, in eterotopie dove, percependo di essere parte della massa, chi si sente attaccato dal mostro coglie l’occasione per sottolinearne la propria distanza. La ricchezza di informazioni del romanzo mostra infatti, oltre agli aspetti più tecnici dell’indagine, anche la <em>vox populi</em> della vicenda:</p>
<blockquote><p>«Se chiedessi la pena di morte per questi maledetti mostri, la cosiddetta intellighenzia mi darebbe addosso. Bene, fatelo tutti, perché io questa volta la pena di morte la vorrei. Fortissimamente la vorrei». (Rita dalla Chiesa)<br />
<em>Luca Varani ucciso da gay pervertiti.</em><br />
<em>Froci demmerda #lucavarani</em><br />
<em>Chi usa gli strumenti del demonio si illude di acquisire poteri che altri non hanno.</em><br />
<em>Maledetti, esseri spregevoli, seguaci di Satana</em>.</p></blockquote>
<p>Quando si tratta di analizzare le reazioni sui social a fatti di cronaca nera dove lo sciacallaggio dei media e il feticismo per il macabro hanno la meglio, è fin troppo facile vedere quanto sia immediata l’inversione dei ruoli tra vittime e carnefici, dove l’irrazionalità della massa, almeno a parole, non farebbe fatica a macchiarsi del sangue dell’assassino. Tuttavia, la profondità del ragionamento di Lagioia trascende la portata della reazione “a caldo” evidenziando ogni nervo scoperto della vicenda, e rendendo chiunque inevitabilmente partecipe. È qui che, dopo la frantumazione del male, si innesta la sua redistribuzione.</p>
<p>«Facile la discesa all’Averno», così Virgilio introduce la quarta parte del romanzo. Lo stesso Lagioia, interrompendo la narrazione dei fatti dell’omicidio Varani, confessa quale sia stata la sua vicenda personale che lo ha legato così fortemente al caso che sta seguendo; un accadimento della sua gioventù, apparentemente marginale, che non ha nulla a che vedere con l’efferatezza del caso Varani: ma proprio qui si sofferma lo scrittore, chiarendo come spesso la discesa verso l’abisso possa essere un semplice inciampo che, approfittando di complessi personali e situazioni irrisolte, fa rotolare in maniera incontrollata nella perdita più totale di sé. Una volta sprofondati, dove maggiore è la repressione più pericolosa sarà la reazione. La risalita avviene solo tramite delle «sregolatezze» e il segno indelebile che queste lasciano sulla nostra pelle: tuttavia, esiste chi la tragedia riesce solamente a sfiorarla e chi invece, mancante di appigli a cui aggrapparsi, abituato al buio, si trova a esserne protagonista, come Manuel Foffo e Marco Prato. Traumi e abissi che esplodono con estrema violenza dopo essere stati sublimati per anni, e che prescindono dalla condizione sociale di ciascun individuo, la cui trasversalità caratterizza tutta la vicenda. Tre classi sociali diverse, tre contesti familiari diversi e tre rapporti con la propria identità sessuale diversi. Un solo comun denominatore: vuoti affettivi. Mancanze familiari nascoste per anni che trovano il loro sfogo in una vicenda che viene assimilata a un omicidio rituale. Nessuno di quelli che si sono approcciati al caso Varani ne è uscito indifferente: poche vicende come queste, se approfondite, portano a galla una parte di noi che chiunque vorrebbe soffocare ma che si è costretti ad accettare e che non appartiene a una componente irrazionale e incomprensibile. Il male viene perciò restituito da Lagioia a ciascuno di noi rendendoci partecipi dell’orrore supremo, l’omicidio efferato, la cui indecifrabilità affonda le sue radici in un passato di cui tutti facciamo parte, di cui tutti riconosciamo il segno, la scheggia del male frantumato.</p>
<p>Presenza necessaria che percorre silenziosamente tutto il romanzo è la città che fa da sfondo alla vicenda: la Roma del 2016, intossicata dai rifiuti ed eternamente contraddittoria; la città del cinismo, dove nessuno è destinato a lasciare il segno. Monumenti eterni dell’antichità che, oltre a essere un terreno di lotta per ratti e gabbiani, fungono da monito per i viventi: l’unica cosa eterna è la transitorietà.</p>
<blockquote><p>Ci sono le città dei vivi, popolate da morti. E poi ci sono le città dei morti, le uniche dove la vita abbia ancora un senso.</p></blockquote>
<p>Una città che crea dipendenza per la sua mancanza d’ordine, per il suo afflato vitale che si traduce in una costante precarietà. Lagioia ne elenca i posti e dialoga con essi, chiedendosi se ne sia ancora degno e descrivendo come la parte più remota della borgata possa incrociarsi e guardarsi in faccia con la parte più benestante della città, dove tutto crolla da sempre ma tutto rimane al suo posto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Inno a Lagioia (prima parte)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/11/22/grande-citta-bastardo-posto-nicola-lagioia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Nov 2020 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Clément Rosset]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Jaspers]]></category>
		<category><![CDATA[La città dei vivi]]></category>
		<category><![CDATA[Loin de moi Étude sur l’identité]]></category>
		<category><![CDATA[nicola lagioia]]></category>
		<category><![CDATA[tragico]]></category>
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					<description><![CDATA[di Effeffe Grazie a Rocco Pinto , libraio e amico, sono riuscito a partire per Parigi con sottobraccio la copia de La città dei vivi, di Nicola Lagioia. In treno ho staccato lo sguardo dalle pagine aperte sul tavolinetto, in quei momenti che Fernando Pessoa aveva definito intervalli tra il sé e il sé stesso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-86933" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/978880623333HIG-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/978880623333HIG-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/978880623333HIG-768x1217.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/978880623333HIG-646x1024.jpg 646w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/978880623333HIG-250x396.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/978880623333HIG-200x317.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/978880623333HIG-160x254.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/978880623333HIG.jpg 1000w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" />di</p>
<p><strong>Effeffe</strong></p>
<p>Grazie a <a href="http://www.ilpontesulladora.it/">Rocco Pinto </a>, libraio e amico, sono riuscito a partire per Parigi con sottobraccio la copia de <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/la-citta-dei-vivi-nicola-lagioia-9788806233334/">La città dei vivi</a>, di Nicola Lagioia.</p>
<p>In treno ho staccato lo sguardo dalle pagine aperte sul tavolinetto, in quei momenti che Fernando Pessoa aveva definito <em>intervalli tra il sé e il sé stesso , </em>e mi è venuto in mente un viaggio fatto anni prima da Roma dove si era appena conclusa la fiera della piccola e media editoria, a Torino, città in cui allora risiedevo. Per puro caso, in quello stesso scompartimento, avevo incontrato Giorgio Vasta e per vincere la <em>noia</em> c&#8217;eravamo avventurati in  una lunga conversazione su temi a noi cari. Non so come, ma solo perché non me ne ricordo la transizione, Giorgio mi cominciò a parlare dello sceneggiato, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=QRQBs0j7W2E">L&#8217;amaro caso della Baronessa di Carini</a> e più particolarmente dell&#8217;omonima ballata della sigla d&#8217;apertura che, mi faceva notare Giorgio, diceva allo spettatore, d&#8217;emblée, come sarebbe andata a finire la storia.</p>
<p>Il romanzo inchiesta di Nicola Lagioia, questa sua ballata dal ritmo incalzante, perentorio, come ogni narrazione che si dedichi a una storia veramente successa, e sufficientemente raccontata dai media, non può riservare sorprese al lettore su <em>come vada a finire </em>perché la realtà non si cambia. Il solo &#8220;spazio&#8221; aperto rimane quello dell&#8217;interpretazione dei fatti, una genealogia degli eventi che sia in grado di illuminare le zone d&#8217;ombra, centrali o periferiche che siano, di una storia umanamente inspiegabile se non si accoglie un&#8217;idea dell&#8217;umano più complessa di quanto l&#8217;etica comune ci faccia credere.</p>
<p><strong>I fatti</strong>:</p>
<p><a href="https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/02/21/luca-varani-delitto-che-sconvolse-roma_ZGDooLuBkBTErSA2UYbL4L.html">L&#8217;omicidio Varani</a>, risale al 2016. <em>Manuel Foffo e  Marco Prato si resero responsabili di un delitto caratterizzato da particolare crudeltà, uccidendo Luca Varani nell&#8217;appartamento di Foffo nel quartiere Collatino a Roma,</em> <b>colpendolo con oltre 100 tra martellate e coltellate</b>. (Adnkronos)<span id="more-86930"></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-86949" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/715oP5RSRmL._AC_SL1000_-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/715oP5RSRmL._AC_SL1000_-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/715oP5RSRmL._AC_SL1000_-250x353.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/715oP5RSRmL._AC_SL1000_-200x282.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/715oP5RSRmL._AC_SL1000_-160x226.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/715oP5RSRmL._AC_SL1000_.jpg 708w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></strong></span><span style="color: #000000;"><strong>Loin de MOI. Dalida e Clément Rosset</strong></span></p>
<p>Nelle prime pagine scopriamo dell&#8217;amore/ossessione di Marco Prato, uno degli assassini &#8211; a rose is a rose &#8211; per la cantante Dalida e così sono andato a cercarmi il titolo della sua canzone preferita, <em>Loin de moi</em>, per leggerne le parole.</p>
<pre><a href="https://www.youtube.com/watch?v=7o_G7RLa5pA"><strong>Loin De Moi</strong></a> 
L'ennui m'enchaîne
Je n'y peut rien
Quoi qu'il advienne
L'ennui me tient

(...)

L'ennuie me ronge
Tout doucement
Il me replonge
Dans mes tourments</pre>
<p>La parola noia, ennui, che in francese quasi si sovrappone per suono a quella di notte, nuit, ricorre per ben tre volte ogni volta associata allo stato d&#8217;animo di una vittima, di un prigioniero. La noia m&#8217;incatena (&#8230;) mi tiene in pugno,(&#8230;) mi rode dentro. Un dato questo che è per me rivelatore e come vedremo paradigmatico per tutta la vicenda da come ce la racconta Nicola Lagioia. <a href="https://www.ibs.it/lontano-da-me-saggio-sull-libro-clement-rosset/e/9788890094163"><strong>Loin de moi</strong></a>, <em>Etude sur l’identité</em> è anche il titolo di un magnifico saggio di <strong>Clément Rosset </strong>e rileggendolo per questa occasione mi sono reso conto di come <em>La città dei vivi</em> vada letto come un essai/roman sulla questione dell&#8217;identità ai tempi dei <em>social</em>.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-87186" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/hNYaYdGnUHJqkJvBqicuLSYitRgdH-7EI0uIRuUmBI76QrEauCOvjwGV8XfYa1FrlCtmWTSmLQ9KHnjeRuJKf69MWPUmTxAyHWF31tcyNJJQnNyIacx-gA16VlsO-190x300.jpg" alt="" width="234" height="360" /></p>
<p>La tesi di Clément Rosset è che, per quanto ci si ostini a pensare ancora all&#8217;individuo come una persona la cui &#8220;vera&#8221; identità è nascosta dalla sua identità sociale, non esiste nessuna identità al di fuori di quella sociale. Particolarmente felice, a mio avviso, un passaggio del secondo capitolo intitolato &#8221; <em>l&#8217;identità in prestito</em>&#8221; in cui la questione viene posta in modo estremamente chiaro.</p>
<p>Scrive Rosset:</p>
<pre>D'altronde, quando diciamo di qualcuno che "lo conosciamo bene",
stiamo solo dicendo che ne abbiamo riscontrato il carattere 
ripetitivo del suo comportamento e che di conseguenza 
sapremmo quasi a colpo sicuro prevedere come questi si comporterà in date circostanze. 
Il che significa che abbiamo capito  perfettamente quale
sia il suo "ruolo"(la lingua spagnola lo traduce 
con papel, documento, testo) e la sua logica 
ripetitiva.
Va da sé che tale ruolo concerne il suo comportamento sociale
e che  dunque la persona che diciamo di conoscere non è
un'identità personale bensì sociale. 
</pre>
<p><strong>La costruzione di un orrore</strong></p>
<p>A proposito di questo libro è stato scritto troppo spesso e, a mio avviso, in modo scriteriato che si inseriva in quella tradizione di grandi romanzi d&#8217;inchiesta inaugurata da Truman Capote con <em>A sangue freddo </em>fino a quel piccolo capolavoro che è <em>L&#8217;avversario </em>di <span class="aCOpRe">Emmanuel Carrère. Come ha rilevato in una nota Helena Janeczeck si tratta invece &#8220;<em>di </em></span><em>un libro molto autonomo da tanti modelli, anche per dire da &#8220;L&#8217;avversario&#8221; che è l&#8217;altro titolo tirato in ballo a raffronto. Può piacere o no, ma epigonale non lo è per nulla</em>.&#8221; Se infatti nei primi due casi siamo di fronte a una ricostruzione dei fatti attraverso l&#8217;indagine condotta &#8220;corpo a corpo&#8221; con i protagonisti, nel caso di Nicola Lagioia ogni esplorazione delle vite dei due assassini e della vittima non avviene mai in modo diretto &#8211; le circostanze del processo non lo permettevano- ma solo e sempre attraverso la mediazione di testimoni di quelle vite, sia che si tratti di familiari o di personaggi, amici e no, dei rispettivi entourage. Sul finale soltanto abbiamo la corrispondenza che l&#8217;autore intrattiene con Manuel Foffo ma anche in questo caso mediata dal mezzo di comunicazione. Insomma Nicola Lagioia non guarda mai dritto negli occhi gli autori del crimine, ma si immerge totalmente nel magma sociale che ne ha bruciato i destini.</p>
<p>Ecco perché il termine &#8220;costruzione&#8221; mi sembra più valido di quello di ricostruzione, dispositivo che è il vero motore di quei romanzi citati in apertura e a cui aggiungerei lo Sciascia dell&#8217;<em>Affaire Moro</em> e del caso Roussel. Nicola Lagioia con uno stile ancor più che neutro direi neutralizzato dalla dimensione quasi sovrannaturale dell&#8217;eccidio, mai ostentatamente empatico e ancor meno estetizzante- tentazione in cui si imbatte sempre colui che abbia deciso di scandagliare gli abissi dell&#8217;animo umano, la sua parte più insopportabile e perfino banale- assolve il compito di costruire un tempo, un luogo, i personaggi di questa vicenda, in poche parole le tessere grazie alle quali sarà possibile per il lettore &#8220;ricostruire&#8221; le vicende, in un mosaico che è essenzialmente sociale.</p>
<p>Quelle tessere c&#8217;erano già, in forma di articoli, documenti, testimonianze, flussi di coscienza più o meno impigliati nella rete dei social ma sono qui riproposti <em>en vrac </em>allo stato brado e allo stesso tempo composti ritmicamente in una narrazione che si fa sequenza dopo sequenza naturalmente. Le cose, insomma, sono andate così perché non potevano andare diversamente.E a renderci consapevoli di questo <em>determinismo sociale</em> saranno soprattutto i padri dei tre ragazzi: Ledo Prato padre di Marco, Valter Foffo padre di Manuel e Giuseppe Varani padre di Luca. E le madri? Quasi del tutto assenti.</p>
<p>( à suivre)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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