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	<title>La dodicesima nota &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La dodicesima nota</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 May 2017 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carteggi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[La dodicesima nota]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura israeliana]]></category>
		<category><![CDATA[Lev Matvej Loewenthal]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lev Matvej Loewenthal [Pubblichiamo un estratto La Dodicesima Nota, Carteggi Letterari Le Edizioni, 2017.] Premessa Non un precetto (Dio me ne guardi!), piuttosto un consiglio: evitate di morire a Me’a She’arim durante un’eclissi di sole prima dello shabbat; sempre che, per una qualche ragione, non vogliate essere ritrovati, leggermente decomposti, solo all’alba della domenica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><span style="margin: 0px; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Lev Matvej Loewenthal</span></span></strong></p>
<p>[Pubblichiamo un estratto <em>La Dodicesima Nota</em><strong>, </strong>Carteggi Letterari Le Edizioni, 2017.]</p>
<p><em>Premessa</em></p>
<p>Non un precetto (Dio me ne guardi!), piuttosto un consiglio: evitate di morire a Me’a She’arim durante un’eclissi di sole prima dello shabbat; sempre che, per una qualche ragione, non vogliate essere ritrovati, leggermente decomposti, solo all’alba della domenica successiva.<span id="more-68071"></span></p>
<p>Lo dico, perché all’altra estremità del cielo è già sorta la macchia biancastra della stella del mattino, quando, all’altezza del civico 23 della Avodat Yisra’el, in un vizzo cortile, è stato rinvenuto il cadavere di un uomo dall’età indefinibile, deceduto il pomeriggio di tre giorni prima.</p>
<p>Accanto al corpo un qualcosa che, inizialmente scambiato per un voluminoso <em>shtreimel</em> bordato di morbida pelliccia di zibellino, si è rivelato essere un cane, vivo.</p>
<p>Intendiamoci: confondere un bonario cane acciambellato con un pregiato tondo copricapo ricavato da una trentina di code di sventurati mustelidi – implicito apprezzamento del pelo del cane, il quale, commosso, ringrazia – non è poi così bizzarro quanto non notare, per tre giorni buoni, dal venerdì alla domenica, il corpo senza vita di un pover’uomo in un cortile.</p>
<p>Eccomi, nondimeno, costretto a fare l’avvocato del diavolo.</p>
<p>Alla negligenza degli onesti cittadini del rione ultraortodosso di Me’a She’arim hanno indiscutibilmente contribuito quei due elementi raramente coincidenti: l’eclissi totale di sole del venerdì e l’inizio dello shabbat. Tre ore ininterrotte di oscurità totale, durante le quali si è scatenato il diluvio. Gerusalemme è stata avvolta dalle tenebre in pieno giorno e così c’è stato chi non ha visto, chi non ha voluto vedere e chi, ammesso che, una volta tornato il sole, abbia visto, non ha proprio potuto muovere un dito.</p>
<p>Dalle sei del pomeriggio del venerdì e durante tutto il sabato, qualsiasi gesto che comporti un’intenzionale volontà di agire è proibito: anche telefonare alla polizia se c’è un morto stecchito sotto casa.</p>
<p>Domenica 6 giugno 1999, la notizia dell’anomala eclissi viene riportata dai giornali della sera <em>Ma&#8217;ariv</em> e <em>Ye Dioth Ahronoth</em>. In un trafiletto si accenna al cadavere della Avodat Yisra’el: l’identità dell’uomo resta, tuttavia, ignota, si è potuto solo stabilire che, chiunque egli sia, è stato derubato.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>I. La nazione invisibile</em></p>
<p style="text-align: right;">5 giugno 1999</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un’unica idea nella mente di Hassan: che la polizia, armata di odio verso suo figlio, sia già dietro alla Toyota amaranto che arranca verso il porto di Ashdod.</p>
<p>È l’alba di sabato: il sole immobile, bianco, la luce opaca, c’è un bambino che guarda. In piedi, sulla spiaggia. Nell’aria è rimasto l’umido della notte.</p>
<p>Tutto, per un attimo, si tinge di color zafferano: il bambino dai pantaloni larghi che guarda – forse per l’ultima volta il proprio padre –, il padre, il porto, il mare, la nave.</p>
<p>È l’attimo in cui il sole si sveglia e si dà la prima spinta verso l’alto, poi la sabbia diventa arancione. Il caldo torrido.</p>
<p>Essendo Nadim ancora al principio della vita – ha solo dodici anni –, c’è da supporre che il futuro gli riservi ore più allegre o più tristi di questa, anche se lui non dimenticherà facilmente quest’alba.</p>
<p>In futuro, specchiandosi, accanto all’iride vedrà una leggera striscia arancione, rimastavi impressa quando si è coperto le palpebre per trattenere le lacrime, perché lui, adesso, è un uomo: una striscia di sabbia lontana.</p>
<p>Devo riferirvi del momento esatto in cui questa vicenda ha avuto inizio. Non intendo dire che sia assolutamente necessario che io lo faccia, ma occorre pur parlare del venerdì, quando, stordita da un pesante scirocco, Gerusalemme stava aspettando un po&#8217; di pioggia alla vecchia maniera.</p>
<p>Non bisogna recarsi alla moschea ogni giorno, se non lo si vuole, tranne il venerdì, per la preghiera comune del mezzogiorno. Tuttavia, il venerdì dell’eclissi e del diluvio, alla moschea di al-Aqsa la <em>khutbat</em> s’è tenuta dopo le tre del pomeriggio, alla ricomparsa del sole.</p>
<p>Nadim e suo padre si stavano dirigendo verso la fontana per le abluzioni, quando uno sconosciuto, incappucciato, si è avvicinato a Hassan, chino, con i piedi bagnati e gli ha sussurrato: “Oggi, durante l’eclissi, tuo figlio ha derubato un vecchio ebreo, forse l’ha persino ucciso, presto la polizia verrà a casa tua e lo prenderà, dammi ascolto, portalo via, oppure nascondilo”. Il padre è rimasto in silenzio.</p>
<p>Il bambino non ha notato lo sconosciuto, ma si è accorto che lo sguardo di suo padre è improvvisamente cambiato. Oggi non saprebbe dire se ci fosse fierezza in quegli occhi, o rimorso. Ai giorni del Tempio, accanto alla Porta della Catena, si trovava il Mahkame, il palazzo che ospitava la corte islamica: chi era sospettato di aver compiuto un crimine doveva toccare la catena e, se era colpevole, questa diventava invisibile.</p>
<p>Siamo sinceri: noi sappiamo che, se Nadim fosse vissuto a quei tempi e avesse toccato la catena, non sarebbe successo proprio niente. La catena sarebbe rimasta al suo posto, pesante e arrugginita.</p>
<p>Padre e figlio sono entrati nella moschea e si sono confusi tra i fedeli. “Il venerdì”, si ripete Hassan, “è diviso in dodici ore: fra queste ve n’è una nella quale il servo musulmano chiede a Dio qualsiasi cosa e la sua supplica viene esaudita. A quell’ora, l’ultima dopo <em>asr</em>, pregherò per la sorte di quest’unico figlio che mi rimane”. Nadim stava ascoltando con attenzione il discorso del predicatore sulla misericordia divina, che in arabo si dice <em>rahma</em>. Nella radice R-H-M – che indica ciò che è dolce e tenero, nutriente e protetto, come un grembo – c’è tutto il carattere materno della misericordia di Dio.</p>
<p>Ecco, il ragazzo si stava crogiolando nella placenta della serenità, quando il padre gli ha detto all’improvviso: “Partirai stanotte, ti accompagnerò al porto di Ashdod”. “Dove andiamo?”, ha chiesto il bambino. “Non importa dove andrai”. “Io da solo?”. “Non parlare ad alta voce!”, “Devo lasciare Gerusalemme? Io non ho fatto niente di male”. “Non voglio sapere cosa hai fatto, da quando hai iniziato a frequentare quel vecchio ebreo, sono stati solo guai e ora che è morto sarà anche peggio!”.</p>
<p>Così Nadim è venuto a sapere che il suo <em>sav</em> non c’è più. Ma non può piangere di fronte a suo padre che, improvvisamente, lo vuole allontanare da sé e dalla madre. “Cosa farò io da solo?”, inizia a domandare, “dove vuoi che vada?”. “Avresti dovuto pensarci prima e non piagnucolare!”. Il padre è deciso. Nadim scoppia a piangere, perché è davvero poco più che un bambino. “Dovrai salutare tua madre, ma non dirle perché parti”. “Ma io non so perché mi mandi via!”, singhiozza.</p>
<p>Il padre non ha sentito quelle ultime parole lamentose, già pensava a cosa raccontare a sua moglie. “Dirò che Nadim ha trovato lavoro su una nave della De Beers, una bella nave tutta blu, che scivola leggera sul Mediterraneo, guadagnerà bene, sai, anche se non ha esperienza, imparerà a essere uomo e a non mugolare come un cucciolo a ogni minima difficoltà, perché il lavoro sarà duro e lui dovrà rimanere a lungo lontano da casa, sì, vedrai, gli farà bene. Tu lo tratti come se fosse sempre uno scervellato, figurarsi che te lo saresti portato ancora ai bagni con te, se non lo avessero fermato sulla porta, facendoti notare che ha già i baffi e potrebbe dare fastidio alle donne!”.</p>
<p>Hassan ha deciso: una bella nave tutta blu. E Nadim ha imparato la bugia a memoria. “Sarà il nostro segreto, mio e tuo”, gli ha detto il padre e lui, pur nel trambusto che ha in testa, è felice di condividere qualcosa con suo padre. Si è sentito adulto e a casa ha recitato la sua parte. “Perché vuoi partire? Resta con la tua famiglia, te lo chiede la tua mamma”.</p>
<p>Nadim ha scansato la madre con una manata, da adulto, poi si è pentito, le ha sorriso e a malapena è riuscito a trattenere le lacrime e noi sappiamo quanta fatica gli costi. La madre, in silenzio, ha iniziato a preparargli un’enorme valigia, in cui si rannicchierebbe volentieri lei stessa. Durante la notte, ha creduto che se si fosse lasciata prendere dal sonno, la sciagura le sarebbe entrata in corpo. Ha sentito i tarli rodere il legno con colpetti simili a quelli della pioggia che ticchetta sulle foglie. Ha cercato di tenere la mente occupata. È andata a guardare Nadim nel suo letto. Le ombre lo avvolgevano. “Amore, gioie, affanni ora devono dormire, rinasceranno domani”, si è detta. “Quante volte, in notti come questa, sveglia, ti ho cullato e ora vuoi farti cullare da una nave, tu che hai paura dell’acqua. Scervellato d’un bambino!”.</p>
<p>Di stanza in stanza, è andata districando le preoccupazioni, come fossero le maglie d’un telaio e, pensando a questo suo figlio rimastole, s’è addormentata. Intanto il vento, lentamente, ha spazzato via la notte.</p>
<p>E all’alba Hassan è al porto, pronto a far imbarcare il piccolo, dopo una folle corsa su quel rottame di Toyota. “Non vuoi proprio sapere come sono andate le cose?”, insiste ancora Nadim. “Non ho questa curiosità”, taglia corto il padre. “Ragazzo, mi raccomando, qualsiasi cosa ti chiedano, tu rispondi sempre e solo: sono figlio della nazione invisibile”. Nadim è certo che la nazione dove è nato, alla luce calda del sesto giorno di ottobre del 1987, presto non sarà più invisibile, anche grazie a persone come il suo sav. Ora, un’unica idea nella mente di Hassan: che la polizia, armata di odio verso suo figlio, sia già dietro alla Toyota amaranto che ha appena raggiunto il porto di Ashdod.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>II. Ascolta la Verità</em></p>
<p style="text-align: right;">Sabato, Givat Yonah, città portuale di Ashdod</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nadim è distratto.</p>
<p>Giunta su uno sperone roccioso, la macchina si è fermata, tra giardini di cedri</p>
<p>e di palmizi.</p>
<p>Lì, sulla collina, il bambino ha appena visto qualcosa di scuro che si sposta con la rapidità di una cometa.</p>
<p>Scende dall’auto, sotto la prima sferza afosa della giornata, lascia cadere le braccia lungo i fianchi e guarda, impietrito. Tutto è immobile, tranne la cometa. Anche Nadim pare una statua di gesso. Solo le sue labbra abbozzano un sorriso. L’ombra di una mosca, fissa, sembra disegnata al suolo.</p>
<p>La cometa è uno scompigliato cane barbone, col caos in corpo: un’informe massa di pelo, setoso come quello d’uno zibellino. Il cane è stanco, ha sete: ha camminato a lungo, a volte ha corso dietro alla macchina, che a sua volta accelerava per non farsi raggiungere dalla tanto temuta polizia israeliana che, in verità, ancora neppure sa del cadavere nel cortile.</p>
<p>Muscoli forti, profilo diritto, vista, udito e olfatto ben sviluppati, la splendida bestia guaisce. Indugia. Si accuccia sul ventre. Scodinzola festosa.</p>
<p>“Partirai con me?”, gli chiede Nadim.</p>
<p>Il cane ha come un colpo di tosse. Il bambino odora di paura, di preoccupazioni e di pensieri disordinati. “Tu solo conosci la verità, perché non la racconti a mio padre?”. È vero: solo il cane sa come sono andate le cose.</p>
<p>Eppure, la realtà, come era solito ripetere il vecchio <em>sav</em>, è come un dipinto: puoi darle voce solo osservandola da lontano, altrimenti rischi di perderti nei dettagli, equivocare, sentirla solo bisbigliare, sebbene sia quella sinfonia di minuscoli particolari a creare l’insieme. E tu devi ancora imparare a leggere, perché le minuzie sono quasi sterminate e le tue conoscenze, il più delle volte, restano superficiali e imperfette, in continui cambi di scenario.</p>
<p>Devi rimanere concentrato! L’impresa è estenuante e non a tutti è dato di comprendere. Puntelli di pennello, reticoli di luce, guizzi d&#8217;acqua variano di tono. Prova ad alzare o abbassare di un’ottava e cambia il punto di vista. E tu sei perso, irrimediabilmente.</p>
<p>Sei un padre troppo sospettoso, credimi, Hassan, tu che non hai fiducia in quest’unico figlio rimastoti!</p>
<p>Ascoltami, sai che non sono certo filosionista: sono solo un cane, io, e posso raccontarti quello che vedo e sento. Ma è bene che tu apprenda sin d’ora che a Me’a She’arim, le ore dodici segnano l’alba, o il tramonto.</p>
<p>Adesso, per qualche minuto almeno, smetti di pensare alla polizia e seguimi con la mente: fintanto che mi starai accanto, la tua testa sarà limpida e leggera.</p>
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