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	<title>la linea del cielo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La linea del cielo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2018 06:20:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[la linea del cielo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Per gentile concessione dell&#8217;autore, anticipiamo alcune poesie del nuovo libro in uscita domani, 10 maggio 2018 (hj). Zitelle e tricicli L’Ercole col triciclo consegnava le bombole del gas, La Ebe era una cugina della mamma, Allora si diceva l’uomo di fatica e la cugina zita. Che s’erano sposati lo appresi nell’ora di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968-1-300x455-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-73812" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968-1-300x455-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968-1-300x455-260x394.jpg 260w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968-1-300x455-160x243.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968-1-300x455.jpg 300w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /></p>
<p>Per gentile concessione dell&#8217;autore, anticipiamo alcune poesie del nuovo libro in uscita domani, 10 maggio 2018 (hj).</p>
<p>                      <strong>Zitelle e tricicli</strong></p>
<p>L’Ercole col triciclo consegnava le bombole del gas,<br />
La Ebe era una cugina della mamma,<br />
Allora si diceva l’uomo di fatica e la cugina zita.<br />
Che s’erano sposati lo appresi nell’ora di epica,<br />
Un matrimonio combinato dalla mamma<br />
Celebrato alla Madonna della Ghianda<br />
Nella brughiera di Somma Lombarda,<br />
Lui che arrivava a piedi<br />
Facendo forza su un cancello<br />
Una murella da scavalcare,<br />
Lei persino col bouquet da rilanciare.<br />
E la mamma nell’attesa<br />
Minou Drouet Françoise Sagan<br />
Sfogliava l’Oggi.<br />
<span id="more-73622"></span></p>
<p>                              <strong>Quell’odore di cantina</strong></p>
<p>Itinerari biblici e mariani<br />
Come prassi dolce di ascesi<br />
Coltivata in parrocchie e rettorie:<br />
Cristo del lago, Cristo<br />
Del sasso per cuscino,<br />
Cristo della barca, del monte, della strada<br />
In versione armena etiopica slava,<br />
E Madonne della Guardia e del Consiglio,<br />
Annunziate e Marie Bambine,<br />
Ornate nel giardino chiuso dell&#8217;anima<br />
In melodie appagate.<br />
Ma ci voleva il muschio vero del presepio<br />
Per fare quell&#8217;odore di cantina<br />
Che restava nell&#8217;atrio per un mese<br />
E una bambina si faceva toccare lì.</p>
<p>                 <strong>Ul Sass de Preja Buia</strong></p>
<p>Richiama insieme il movimento e l’immobilità<br />
Ul Sass de Preja Buia in quel di Sesto<br />
Sulla sponda orientale del Ticino<br />
Appena uscito dal Verbano.<br />
Una massa pesante come scheggia di Zumstein<br />
Che in leggera erranza<br />
Sullo strato di ghiaccio precambriano<br />
E’ poi a fondo penetrata nel terreno<br />
Al bivio per Taino.<br />
Come la scheggia quella vera<br />
Del vetro nel mio polso<br />
Di bambino.</p>
<p>                             <strong> Un tocco sulla nuca</strong></p>
<p>Squadre addestrate antiguerriglia centrando<br />
Gerani in vasi ai posti di confine<br />
Per ballatoi recisi da ringhiere,<br />
Appartati combattenti su piastrelle<br />
Dai colori opachi, antichi verdi e rossi<br />
Accesi per giungere al tesoro<br />
Sul pavimento del corridoio.<br />
E d’estate è caldo il micascisto in cortile<br />
Se ci si monta sopra a gambe nude<br />
Lui si fa sentire,<br />
Qualche graffio<br />
E in fondo<br />
A ginocchia ripiegate<br />
Un buffetto<br />
Quasi un tocco sulla nuca.</p>
<p>                <strong>Non gioco</strong></p>
<p>Erano bianche rosse allineate<br />
Le macchinine nel cortile,<br />
Ci giocavo d&#8217;estate all&#8217;ombra<br />
Col pensiero, le spostavo di nascosto<br />
Ogni giorno anche in vetrina.<br />
Finalmente a Natale ne ebbi sei<br />
Tre rosse tre bianche tutte in fila<br />
Da spostare a mia voglia<br />
Sul balcone, ma le dimenticai<br />
Abbastanza presto, e l&#8217;anno dopo<br />
Le regalai a un bambino vero.<br />
Ora qui sopra Linate nel sole<br />
In fase di attesa d&#8217;atterraggio<br />
Mi sembra di toccarle e di giocarci<br />
Bianche e rosse tra i tetti<br />
Piatti e pochi platani<br />
Due pini, una vetrina dall&#8217;alto<br />
Terzo giro e subito riprende quota<br />
Le regalo anche queste<br />
Sono grande non gioco.</p>
<p>                              <strong>Nelle bocche del Delta</strong></p>
<p>Da Carù Libri a Gallarate<br />
Era la vita vera dei miei anni<br />
Aggrappati allo scaffale.<br />
E quando salivo sulla scalettina<br />
Arrivando anche all’ultimo ripiano<br />
Trovavo Hesse, Mann, il Baron Corvo<br />
E persino Settembrini<br />
Traduttore di Luciano.<br />
Il Po intanto infrangeva<br />
Di Gulliver mira e lineamenti<br />
Con la testa alla Zamboni<br />
E il corpo a ipotenusa sul Ticino.<br />
Il Po era il pazzo<br />
Che impediva al lamento del Tasso<br />
Di farsi udire,<br />
E da Ferrara a Venezia la pianura<br />
Un’unica Gerusalemme<br />
Incapace di affrancarsi dalle nevi del Rosa<br />
Nelle bocche del Delta.</p>
<p>                  <strong>Al Teatro delle arti</strong></p>
<p>                                       I</p>
<p>Teche per monete, sigilli, gioielli<br />
Per prostitute da campo<br />
Di lanzichenecchi appestati…<br />
Bacchino sedeva in prima fila a gambe aperte,<br />
Il Rosso recitò fissandolo<br />
Per tutto il tempo anche negli occhi.</p>
<p>                                      II</p>
<p>Come dopo l’influenza che sembrava<br />
Di non poter più stare<br />
Al Teatro delle Arti<br />
Bene come prima<br />
Coi vecchi attori<br />
Dalla mascella dura<br />
A scandire egregiamente<br />
Il passato di quando un poeta<br />
Era a un tempo architetto ingegnere<br />
Idraulico cartografo pittore,<br />
Cantando e se fu quella<br />
La guerra di cui parla Omero,<br />
Andando in servitù via dal proscenio<br />
E ripassando in pianto nelle vicinanze<br />
Come fosse niente, per ritornare sullo scudo<br />
O con lo scudo avvistati dalla torre<br />
Che domina la valle.</p>
<p>         <strong>Perché lo conosceva</strong></p>
<p>                            I</p>
<p>Proprio perché lo conosceva<br />
Dalle fanghiglie dell’infanzia<br />
E la sera sovrastante proteggeva<br />
Quell’aria in fin dei conti libera<br />
Aria di città<br />
In vista del balenio nel ventre,<br />
La nebbia era un panno logorato<br />
Una ragnatela tra le loro case.<br />
Ma vedeva ugualmente la luce del bagno<br />
Di là della stradina<br />
E persino distingueva la sua sagoma<br />
Da quella di suo padre<br />
Attraverso il vetro smerigliato.</p>
<p>                          II</p>
<p>Di quando vedeva<br />
Appeso al suo balcone<br />
Il costume da bagno,<br />
Lo slippino nero rovesciato<br />
Con la parte più lucida nel sole<br />
E s’era fatto troppo più corto<br />
Dopo quel lavaggio<br />
Il jeans nocciola di velluto a costine.</p>
<p>                        III</p>
<p>Chi ha tirato quel pallone in rete<br />
Scartando due avversari?<br />
E&#8217; la tua maglia la tua velocità<br />
Che ha battuto il tempo della strada,<br />
Non sei ancora uscito quella sera e non rientrato<br />
E la moto è in giardino</p>
<p>       <strong>Silvano il pasticcere</strong></p>
<p>Silvano il pasticcere sedicenne<br />
E Guido diciottenne tornitore<br />
Profittavano a Vizzola Ticino<br />
Delle pause-pranzo per vedersi.<br />
Guido passava con la sua Yamaha<br />
E insieme scendevano sul greto<br />
A mangiarsi il panino dei baci.<br />
Per niente strano l’incidente di ritorno<br />
Per via dell’improvvisa<br />
Retromarcia di un camion.<br />
La foto sulla Prealpina<br />
Mostra due mani di vaniglia<br />
Ancora avvinte alla tuta<br />
Sbiadita su un fianco.</p>
<p>                   <strong>Il Porro Lambertenghi</strong></p>
<p>Oggi che non si studia più la storia del Risorgimento<br />
E le vecchie insegnanti sono in pensione o morte,<br />
Ricordo lo stupore bisbigliato della Martegani Carla<br />
Restia ad aprire i libri<br />
Alla terza menzione degli eroi carbonari<br />
Il Maroncelli il Pellico il Porro Lambertenghi…<br />
“Ma perché? Era un suo parente?”<br />
Ferma all’uso semplice di premettere “povero”<br />
In lombardo al nome del defunto caro.</p>
<p>                          <strong>Per Petrarca Ticino era Tesín</strong></p>
<p>Per Petrarca Ticino era Tesín &#8211;<br />
Vedi il sonetto<br />
Non Tesin, Po, Varo, Arno, Adige et Tebro &#8211;<br />
Per noi ancora oggi è “Tisín”.<br />
Diventa trisillabico il suo nome<br />
Ispessendosi a nuova nascita toscana<br />
Solo per irretirmi nottetempo piano.<br />
Torna Tisín in luce mattutina<br />
Se cerco un Enrico dal tono dimesso<br />
Che venga a pescare al Ticino,<br />
E compatto rilasci frustate<br />
Ritraendo gomito e spalla. Quando<br />
Poi si riassesta vorrei chiacchierare<br />
Magari di letteratura<br />
Perché l&#8217;Enrico che cerco<br />
Conosce di metrica qualche misura.</p>
<p>NOTE</p>
<p>La mia genealogia “tematica” è più appenninica che lombarda, o meglio, è giuliano-friulana con Saba e il primo Pasolini, poi bolognese, quindi passa per la Perugia di Penna per giungere alla Roma di Bertolucci e Bellezza. Con sintesi efferata potrei forse schematizzare in questo modo: Saba-Pasolini-Penna-Bertolucci-Bellezza vs Sereni-Erba-Risi-Giudici-Raboni? Tentando però una conciliazione, grazie a una definizione che proprio il codificatore di Linea lombarda, Luciano Anceschi, ci ha lasciato: “La riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul proprio fare, indicandone i sistemi tecnici e le norme operative, le moralità e gli ideali” è la poetica. Se dunque le mie moralità e i miei ideali si trovano maggiormente a loro agio nella linea appenninica, i miei sistemi tecnici e le mie norme operative &#8211; la mia officina, insomma &#8211; rimane saldamente legata a “quella faccenda di laghi e di discorsi in un gran parco verdissimo” che è la poesia in re, prosciugata e scabra, dei miei maestri lombardi, Sereni in primis. Non a caso, forse, anche logisticamente, oggi io sono un lombardo che vive a Roma.<br />
Se il risultato più evidente della fusione delle due linee in poesia è costituito da testi quali Il terzino anziano (“Erano invecchiati / Anche quelli della sua età, / Con l’erba verde tra i piedi / E l’odore di maglia a righe. / Ma lui restava, in difesa, / Pesante / A sentirsi i figli / Crescergli contro / E vendicarsi”), questo libro costituisce un più organico tentativo di convogliare le poesie “lombarde” e le poesie “romane” su un unico binario, che vorrei definire di una personale linea “lombardo-appenninica”, secondo un criterio etico &#8211; le mie moralità, i miei ideali &#8211; e secondo un criterio di confezione testuale: i miei sistemi tecnici, le mie norme operative. La Lombardia dei ricordi e dei continui ritorni; e la Roma dei pensieri. Come se dal Buffoni lombardo di una giovinezza che non trova scampo, in dialogo col Buffoni romano che concepisce la poesia come attività sapienziale (“rivelazione di parole espressa in parole” diceva Wallace Stevens), fuoriuscisse un poeta che non miscela ma fonde, cercando di evitare il rischio di pensarla in modo diverso sullo stesso argomento, a seconda che ne scriva da Roma o da Milano. “Egli” a Roma, “lui” a Milano: un po’ come la barista cinese della poesia Confucio con Maometto a San Lorenzo. E forse un po’ anche come la sintesi della lettera di Sereni a Pasolini del 27 gennaio 1954 sul poemetto Canto popolare, poi entrato nelle Ceneri di Gramsci: “… oltre al tuo solito coraggio, c’è anche quello, non so quanto raro in te ma abbastanza raro al di sopra di un certo livello, di correre il rischio di fare dei versi brutti pur di dire una certa cosa che preme e che se non fosse detta toglierebbe buona parte del significato ai versi più belli”. Con bene in vista la stilettata audeniana: “Due poesie mi chiedevano oggi di essere scritte: ho dovuto rifiutarle. Mi dispiace, mia cara, troppo tardi. Mi dispiace, tesoro, non ancora.” E la sorniona grazia zanzottiana: “Nessun diritto è riservato: / magari da me si copiasse / tanto quanto dagli altri ho copiato”.  </p>
<p>Zitelle e tricicli. Marie-Noëlle (detta Minou) Drouet (1947), poetessa-bambina negli anni Cinquanta. Françoise Sagan (1935-2004) scrittrice di successo con il romanzo Bonjour tristesse (1954). “Oggi” era allora un settimanale molto diffuso.</p>
<p>Ul Sass de Preja Buia. E’ un enorme micascisto, un masso erratico, ritenuto sacro fino all’inizio del Novecento per la fertilità delle giovani spose, che contro di esso andavano a strofinarsi. Zumstein è una delle cime del Monte Rosa. Taino è un borgo situato nella brughiera del Parco del Ticino.</p>
<p>Nelle bocche del Delta. Zamboni è un toponimo all’interno della catena del monte Rosa. Da lì inizia la traversata del ghiacciaio delle Loccie. Una fantasia alla Gulliver mi induceva ad appoggiarvi il capo, distendendo il corpo a mo’ di ipotenusa coi talloni alla confluenza del Ticino nel Po. I due cateti erano la pianura padana e il monte Rosa. The Lament of Tasso e Stanzas to the Po sono opere poetiche di G.G. Byron.</p>
<p>Al Teatro delle arti. La mia prima poesia, La Scuola di Atene vista da Caravaggio, pubblicata da Giovanni Raboni su Paragone nel 1978, si concludeva con un invito rivolto da Caravaggio al suo Bacchino a scendere tra i più belli della Scuola d’Atene. In epoca ancora precedente il Bacchino in platea ero io.</p>
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