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	<title>la Montagna Incantata &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Padri, cameriere e purgatori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 12:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Non ricordo la prima volta che ho avuto in mano la Commedia. Il fatto che non lo ricordi significa che non ho mai avuto una vera relazione con Dante? Può darsi. Però Dante mi era vicino quando alcune cameriere m’iniziarono all’amore, o meglio alla sfera sessuale dell’amore, che non ha niente a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Drawing+on+the+Last+successes+arrogance+Superbia-1024x768-2658.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-40578 alignleft" title="Drawing+on+the+Last+successes+arrogance+(Superbia)-1024x768-2658" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Drawing+on+the+Last+successes+arrogance+Superbia-1024x768-2658-300x225.jpg" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Drawing+on+the+Last+successes+arrogance+Superbia-1024x768-2658-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Drawing+on+the+Last+successes+arrogance+Superbia-1024x768-2658.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Non ricordo la prima volta che ho avuto in mano la <em>Commedia</em>. Il fatto che non lo ricordi significa che non ho mai avuto una vera relazione con Dante? Può darsi.<br />
Però Dante mi era vicino quando alcune cameriere m’iniziarono all’amore, o meglio alla sfera sessuale dell’amore, che non ha niente a che fare con l’amore, sebbene sia un buon punto di partenza, un punto da cui bisogna partire, per poter poi salire la montagna del purgatorio erotico e approdare alla trasfigurazione del volto dell’amata, alla sua divinizzazione, al paradiso, alla preghiera che tutto duri in eterno.<br />
Così il sesso sarebbe l’inferno, lo smarrimento, il perdersi nella selva, il sentirsi risucchiati dal mulinello della paura, i fare i conti con l’imperfezione terrena, con la caduta, i guasti della carne. Può darsi.<span id="more-40577"></span><br />
Eppure nel mio ricordo l’inferno non ha nulla di ferino, ma è una grande camera da letto in una dépendance di un hotel in riva al mare. Una camera per cameriere stagionali, senza pretese, dove, questo sì, in assenza d’aria condizionata, si soffocava per il caldo infernale.<br />
Mio padre frequentava una cliente dell’hotel. Io avevo quattordici anni. Un’età in cui non si è né carne né pesce, e mio padre non sapeva se buttarmi a mare o farmi cucinare dall’amico chef, con cui si intratteneva di solito alcuni minuti prima di imboccare una porta sul retro e salire le scale fino al secondo piano, dove una giovane viennese lo aspettava in costume da bagno.<br />
Un pomeriggio decise di lasciarmi in custodia a Erika, che a fine servizio, dopo aver sbarazzato i tavoli della sala da pranzo, mi portò per mano fino alla dépendance. Erika aveva ventidue anni. Non mi sembrava un tipo sofisticato. I suoi gesti erano ruvidi. La sua voce l’avevo paragonata a uno sfregamento di carta vetrata su un muretto di calcestruzzo. Insomma non aveva grilli per la testa.<br />
Le sue due amiche, con cui condivideva la stanza e la corvée ai tavoli, si chiamavano Elsa ed Eleonora. Erano un po’ più anziane. Elsa, soprattutto, aveva superato la trentina. Faceva la cameriera da molto tempo e sembrava essersi rassegnata al suo destino. Era alta e portava una lunga coda di cavallo. Ma non era la sua sola caratteristica equina. Aveva una dentatura pronunciata, e quando rideva mi veniva voglia di prendere una zolletta di zucchero e infilargliela in bocca. Era una cavalla mansueta, che un giorno era stata azzoppata, ma che invece di essere abbattuta, aveva miracolosamente ricominciato a trottare. E da quel giorno il miracolo della vita si trasmetteva ogni volta che sorrideva. Eleonora era una rossa ramata dagli occhi azzurri, dai seni felliniani e le mani piccole alla fine delle quali, al posto delle unghie, c’erano piccoli artigli smaltati di rosso. Emanava desiderio, aspirazioni, e una certa volontà di fuggire. Per lei quel lavoro era una prigione, si capiva, soprattutto dai suoi silenzi, e da come guardava fuori dalla finestra che dava sul giardino dell’hotel. Un giardino di azalee e oleandri. Un piccolo Eden. Ma vicino al mare, senza fiumi dove bagnarsi per dimenticare. Un’altra prigione, almeno da come Eleonora all’improvviso smetteva di inebriarsene.<br />
Quel pomeriggio avevo con me il <em>Purgatorio</em> di Dante. Ero un ginnasiale piuttosto ligio al dovere. Solo qualche anno più tardi sarei diventato un cialtrone. Avvenne allorché la mia prima stagione poetica diede i suoi frutti. Mi sentivo così libero quando scrivevo che non ascoltavo più nessuno. Ma quel pomeriggio il mio talento – così lo chiamavo – se ne stava ancora a cuccia, con una lunga catena al collo. Mancavano pochi giorni alla fine delle lezioni. Per l’indomani dovevo leggere alcuni canti, quelli dedicati ai superbi, e farne un commento.<br />
Mio padre, che pur essendo un professore di filosofia, non riuscì a insegnarmi mai nulla, aveva abbandonato anche l’idea di essermi d’esempio. Tuttavia sulla superbia, qualcosa m’insegnò senza volerlo. Che cos’è c’è infatti di più sottilmente immodesto che vantarsi della propria umiltà?<br />
Era quello che mio padre faceva con tutti, me compreso. Gli veniva spontaneo dichiarare che lui aveva smesso di pubblicare perché si era reso conto che era meglio restare anonimi, non entrare in quel circo delle vanità che era la letteratura in cui tutti s’insuperbivano in fretta e cominciavano a starnazzare come galletti in un pollaio pieno di merda. Meglio restare fuori da quell’inferno. Il discorso poteva avere un suo fondamento se non fosse che mio padre mentre lo pronunciava davanti allo specchio cercasse disperatamente una cravatta da abbinare con il suo gessato nuovo di zecca. Mio padre possedeva centinaia di cravatte e centinaia di modi diversi di instillarmi spremute di umiltà, solo che lo faceva ogni volta pavoneggiandosi della sua scelta di restarsene ai margini, in segreta ammirazione di se stesso.<br />
Steso sul letto di Erika, che con la sua crudele assenza di pudore si era svestita e mi si era allungata accanto, avevo cominciato a leggere il canto XI del <em>Purgatorio</em>.<br />
Ora la prima cosa da fare era capire che cosa Erika avesse in mente. Non ci volle molto. Non che a Erika mancasse la capacità di ragionare. Solo che il suo pensiero le era del tutto indifferente. Agiva come sotto dettatura. E chi dettava era il suo corpo. Così il risultato fu che mi ritrovai una mano dentro i pantaloncini. La seconda cosa da fare era capire come Dante avesse punito i superbi, e in fondo se stesso.<br />
Avevo quattordici anni, ma non ero completamente uno sprovveduto. Appartengo a una generazione, l’ultima, che a quell’età si era già divorata il romanzo russo e francese, Hermann Hesse, <em>La montagna incantata</em> e <em>Così parlò Zarathustra</em>. Perciò le tossine della grandezza e perfino il virus dell’onnipotenza avevano già colonizzato le mie fibre, per altro non ancora del tutto sviluppate. Bastava vedere come Dante si comportava con Virgilio per capire che si sentiva più importante.<br />
Per quanto i superbi fossero schiacciati dal peso dei loro massi e a malapena riuscissero a trascinarsi avanti e a biascicare qualche parola – era questa la punizione – Dante non mi è mai sembrato particolarmente preoccupato della loro condizione. Lui, il suo macigno, la sua opera immensa, la portava sulle spalle con leggerezza. Nessun problema di cervicale, sebbene fosse costretto dalle circostanze a chiedere scusa e a tarparsi le ali dell’orgoglio che lo avrebbero fatto volare senza troppi saliscendi e cornici dritto al cospetto di Dio. Dante con il capo chino! Non riesco a immaginarlo. Certo il nobile Omberto, piegato dalla colpa, lo costringe per ascoltarlo a faccia in giù. E proprio in quel momento Dante riconosce Oderisi da Gubbio, un grande miniaturista, «onor» dell’arte dell’«alluminar». E qui inizia una tirata un po’ sospetta sull’«onor» artistico, terreno che niente ha a che vedere con la «gloria» eterna. Perché sospetta? Per la stessa ragione per cui mio padre pontificava sulla vanità dell’arte gingillandosi davanti allo specchio prima di un appuntamento con la sua giovane viennese. «Non è il mondan romore altro ch’un fiato/di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,/e muta nome perché muta lato». L’onore dell’arte non è che un «fiato di vento», una brezza di mare passeggera che muta nome a seconda dei luoghi da cui proviene.<br />
Ad esempio, qui spirava uno scirocco che ammorbava i sensi e le lenzuola. Da dove veniva? Mah… La finestra che dava sul giardino era aperta, ma la sola cosa che ricordo era un profumo nauseabondo di fiori in decomposizione. Erika si era avvicinata con le labbra al mio prepuzio e con la lingua gli infliggeva dei colpetti regolari in modo da aumentare la mia eccitazione. La cosa non mi disturbava. A parte la temperatura, che sembrava aumentare ogni minuto, ero piuttosto tranquillo, e libero. Di quella libertà che avrei sperimentato solo qualche anno dopo scrivendo le mie prime poesie.<br />
Ero sereno, e questo dipendeva, me ne rendevo sempre più conto, dalla natura così poco sentimentale di Erika, dai suoi gesti dettati da un’umiltà tutta terrena, corporea, un’umiltà che non si guardava allo specchio, che non aspirava né all’onore né alla gloria, né a essere ringraziata.<br />
Il contrario di quello che Dante e mio padre, ciascuno a suo modo, continuavano a fare, il primo, grazie alla sua opera, in eterno, il secondo, grazie alla sua scelta di non essere uno scrittore, per il breve tempo che gli sarebbe rimasto…</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Il pezzo fa parte di un libro che uscirà a dicembre 2011 intitolato:<br />
<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889615397/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889615397&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Ombre come cosa salda. Il Purgatorio letto dai poeti Canti X-XXVII</em></a>, a cura di Marco Munaro,Testi di: Mikołajevski, Rizzante, Crico, Crosara, Brancale,<br />
Antonello, Panero, Pravo, Scotto, Rueff, Fo, Arnaudo,<br />
Casagrande, Morre, Panfido, Vallerugo, Dapunt<br />
Immagini di:<br />
Antaridi, Disan, Guerrato e allievi<br />
Il Ponte del Sale, Rovigo 2011<br />
Per ordini scrivere a:<br />
ilpontedelsale@libero.it</p>
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		<title>Walzer del fiore azzurro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Jun 2008 05:22:20 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/alpinecolumbine.gif'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/alpinecolumbine-225x300.gif" alt="" title="aquilegia alpina" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-6196" /></a></p>
<p>Dopo la ballata, tocca al walzer. Thomas Mann, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/29/ballata-del-fiore-azzurro/">si diceva</a>, era della generazione di Jung e di Rilke. E allora un altro precedente dei Fiori blu Queneauiani lo cercherò nella <em>Montagna Incantata</em>, lo <em>Zauberberg</em>, che poi si potrebbe tradurre anche Montagna magica, come lo <em>Zauberflöte</em>, che è il flauto magico, e se c’è un romanzo di Mann in cui tutto è metafora, tutto è trasposizione esoterica, questo è certamente – già il titolo vi allude – la <em>Montagna incantata</em>. L’espediente narrativo è speculare a quello del <em>Decamerone</em>, nel quale il luogo da cui viene visto il mondo è ad esso esterno, e una grave malattia – la peste di Firenze – ammorba il mondo:  nel romanzo di Mann, il punto di vista è il luogo dove la malattia sta: spesso fatale ma non deprimente, in qualche modo spensierata e insieme nascosta, e tale quindi da creare una comunità di adepti con un inviolabile legame di intensa complicità. <span id="more-6195"></span></p>
<p>Hans Castorp è il «semplice giovanotto» amburghese, che si reca in questo recesso tra i monti della Svizzera per trovare il cugino Joachim; dapprima riottoso, s’adegua poi a piccoli passi alla inquietante, ma vagamente <em>belle-époque</em>, atmosfera del <em>Kuratorium</em> e, malgrado i progetti iniziali, vi soggiornerà assai a lungo.</p>
<p>La vita che Hans conduce lassù è segnata da episodi e avvenimenti che Mann confeziona e dosa accuratamente, e il primo tempo di questo walzer col quale vi voglio ammiccare consiste nella passeggiata che il protagonista si concede quasi all’inizio del suo soggiorno, quando ancora crede di poter fare il visitatore e non il paziente, passeggiata che lo conduce nel primo luogo davvero fatato del romanzo. Camminata felice, almeno all’inizio, per Hans, che trova la forza e la voglia di cantare le canzoni che conosce (<em>Cantino i bardi amore e vino / ma ancor più spesso la virtù…</em>)  e di inerpicarsi sempre più, anche se con crescente sforzo, fino a un «magnifico scenario aperto, a un paesaggio intimamente unito entro una grandiosa inquadratura di pace.»<br />
(Mi avvalgo, con minime variazioni, della traduzione di Ervino Pocar, che spesso utilizza anche termini e giri di frase languidamente desueti, Corbaccio, Milano 1992).</p>
<p>Davanti a Hans, che siede su una panchina, «il terreno azzurreggiava di campanule d’una invadente pianta a cespi» (<em>Der Grund war blau von den Glockenblüten einer staudenartigen Pflanze, die überall wucherte</em>): c’è un’idea di rigoglio quasi eccessivo in questa breve descrizione, e la pianta non è ancora ben individuata, se non per il fatto che ha i fiori a campanella. E Hans, come stremato dalla passeggiata e dalla vista di quella troppo lussureggiante vegetazione, è colpito da una violenta epistassi che lo costringe a terra per molti minuti in un lungo sopore abitato da un vivido e quasi palpabile ricordo di un antico compagno di scuola, Pribislav Hippe, amato da lontano, e gli impone poi un «ritorno pietoso». È questa l’occasione in cui per la prima volta Hans prende coscienza che la sua permanenza nel sanatorio non si configura come una semplice visita, ma comincia ad assumere inquietanti connotati di malattia. </p>
<p>Passa quasi un anno – è il secondo tempo del walzer – Castorp è ormai del tutto ambientato, nei molti sensi di questa ambigua parola, in quel luogo di sofferenza e di distacco, e si dedica, come altri ospiti, oltre che a seguire – oramai anche lui – scrupolosamente la cura, alle attività più varie; e lo troviamo, all’inizio del capitolo dal minaccioso titolo “Dello stato di Dio e della mala redenzione” intento a classificare «una pianta che, mentre l’estate astronomica era cominciata e le giornate si accorciavano, cresceva abbondante in vari posti: l’aquilegia, una ranuncolacea che cresce a cespo, col gambo lungo, fiori azzurri e color viola» (<em>die Akjelei, oder Aquilegia, eine Ranunkulazeenart, die staudenartig wuchs, hochgestielt, mit blauen und veilchenfarbnen…Blüten</em>) , e così il fiore del primo tempo ha un nome, «La pianta cresceva qua e là, ma particolarmente folta nel quieto recesso dove egli l’aveva vista la prima volta, poco meno di un anno prima: nella remota gola silvestre, tra lo scrosciare del rio montano, col ponticello e la panca dove era terminata allora la sua libera, inconsulta e nociva passeggiata, e dove ritornava di quando in quando.»</p>
<p>Ascoltate bene: era finita la sua «libera passeggiata», oltretutto nociva a causa di quella violenta epistassi: un pezzo della libertà di Hans se n’era andato, il <em>Berghof</em> stava ormai prendendo possesso di lui.<br />
Adesso, a distanza di tempo, Hans era capace di raggiungere tranquillamente quella stessa gola silvestre servendosi di una scorciatoia, senza più la fatica che era stata necessaria la prima volta, Hans fa ormai armonicamente parte del contesto e vi si reca abbastanza spesso: «se il tempo era sereno, vi si recava dopo la seconda colazione, talvolta già dopo la prima, e approfittava anche delle ore fra il tè e la cena per visitare quel luogo preferito, sedersi sulla panca dove gli era venuta un giorno quella copiosa epistassi, ascoltare con la testa piegata su una spalla il fragore del torrente e osservare attorno a sé il limitato paesaggio e il tappeto di aquilegie azzurre che erano di nuovo in fiore.»</p>
<p>Vi andava, Hans, per stare solo, per pensare con calma a idee e avventure recenti e lontane, tuttavia  «per spaventare così bizzarramente il suo nobile cuore bastava la razionale considerazione che l’aquilegia, lì dove un giorno, in uno stato di diminuita vitalità, gli era apparso Pribislav Hippe in carne e ossa, non fioriva ancora, ma presto sarebbe tornata a fiorire, e tra pochissimo le “tre settimane” sarebbero diventate un anno tondo intero.»</p>
<p>Hans fa ormai parte di quella comunità isolata dal resto del mondo, non gli appaiono più i fantasmi della sua adolescenza, si dedica invece a «domande e distinzioni, …  delle quali … in quanto borghese aveva cominciato a sentirsi responsabile, benché anche lui laggiù in pianura non le avesse mai … scorte, ma lì sì, in alta montagna, donde, dal contemplativo isolamento di cinquemila piedi d’altezza, vedeva il mondo laggiù e le creature, e faceva le opportune riflessioni … » come i dieci giovani che, distanti da Firenze, ne narrano con divertita e distaccata allegria le segrete storie. </p>
<p>Alla fine delle sue meditazioni Hans «rievocò le immagini dei due nonni, l’uno accanto e contro l’altro, il ribelle e il ligio, che vestivano di nero per ragioni diverse, e ponderò la loro dignità, meditò e cercò di chiarire accoppiamenti come forma e libertà, spirito e corpo, onore e infamia, tempo ed eternità, … e provò una breve ma violenta vertigine al pensiero che l’aquilegia era fiorita di nuovo e l’anno [s’intende della sua permanenza al <em>Berghof</em>, ndr.] si stava conchiudendo.»</p>
<p>Ed ecco il terzo tempo del walzer. Joachim, il cugino di Hans, che questi era andato a visitare al sanatorio, è un militare di carriera e vuole tornare al suo reggimento, sia completa o no la sua guarigione. Hans lo accompagna nell’ultimo colloquio col medico capo, il Hofrat Behrens, perché in un certo senso, ancorché superficiale, si sente partecipe della stessa sorte del cugino. Il medico ci oppone alla partenza di Joachim, ma questi è irremovibile, il dovere viene prima della malattia, e impone la propria volontà. A quel punto il medico si arrende e Hans chiede a sua volta con voce tremante se il suo caso possa dirsi risolto; e quando il medico lo dichiara guarito Hans si ribella e  gli chiede se per caso stia scherzando, al che segue, da parte del medico, uno scoppio d’ira terribile.<br />
Ma quando i cugini si allontanano, terminato il colloquio, e Joachim vanta la vittoriosa affermazione della propria volontà, Hans tace e tacitamente ri-assume la pratica quotidiana della cura «si avvolse nelle due coperte di cammello, con gesti brevi e sicuri, secondo quella sacra pratica della quale laggiù al piano non si aveva un’idea, e giacque, cilindro regolare e senza pieghe, sulla sua eccellente sedia a sdraio nella fredda umidità del pomeriggio di primo autunno … sentiva che il viso e le dita gli si irrigidivano a causa del freddo e dell’umidità. C’era avvezzo e provava un senso di gratitudine verso quel tenore di vita, che ormai considerava l’unico possibile, per la prerogativa di poter stare lì isolato [<em>in Geborgenheit</em>, dice l’originale, <em>al sicuro</em>] a ripensare ai fatti suoi.»</p>
<p>Hans deve restare, malgrado riconosca l’apparente opportunità di andarsene offerta dalla partenza del cugino, perché più integrato di Joachim nella società del <em>Berghof</em>, perché deve aspettare il ritorno di Clavdia Chauchat – che ha gli occhi da kirghisa come quel suo amato amico di scuola, Pribislav – e perché avvertirebbe come una diserzione l’abbandono della situazione al sanatorio, «diserzione da larghe responsabilità che lassù gli erano imposte dall’eccelsa figura detta homo dei, tradimento contro gravi e accaloranti doveri di “regno”, che, a rigore, trascendevano le sue forze naturali, ma lo rendevano bizzarramente felice, mentre li adempiva, sia lì nella loggia sia tra l’azzurra fioritura del suo recesso.»</p>
<p>[non vorrei dare l’impressione, a chi non ha letto <em>La montagna incantata</em>, che il romanzo si concluda così; così non è infatti, e questo è solo un walzer ricavato al suo interno. <em>a.s.</em>]</p>
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