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	<title>La scelta &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La scelta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jun 2016 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni dozzini]]></category>
		<category><![CDATA[La scelta]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Dozzini (Pubblichiamo un estratto dal nuovo romanzo di Giovanni Dozzini &#8211; La scelta, Nutrimenti &#8211; per gentile concessione dell&#8217;editore. Nel giugno del 1944 l&#8217;Italia è divisa in due. I tedeschi continuano a dettare la loro legge spietata di occupatori, ma gli alleati li costringono a ritirarsi progressivamente verso nord. Nel cuore del paese, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Dozzini</strong></p>
<p>(<em>Pubblichiamo un estratto dal nuovo romanzo di Giovanni Dozzini &#8211; </em><strong>La scelta, Nutrimenti</strong><em> &#8211; per gentile concessione dell&#8217;editore. Nel giugno del 1944 l&#8217;Italia è divisa in due. I tedeschi continuano a dettare la loro legge spietata di occupatori, ma gli alleati li costringono a ritirarsi progressivamente verso nord. Nel cuore del paese, poco sopra la linea del fronte, uno sparuto numero di ebrei scampati alla deportazione ha trovato rifugio su un&#8217;isola. Nel vicino villaggio gli abitanti sanno della loro presenza e hanno sempre fatto finta di niente. Ma quando incombe il pericolo imminente di una rappresaglia tedesca dovranno decidere cosa fare di sé e degli ebrei.</em>)</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-62302 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/lascelta-200x300.jpg" alt="lascelta" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/lascelta-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/lascelta-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/lascelta-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/lascelta.jpg 1400w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />Il giorno in cui la guerra dilaniò Isola cominciò con un sole tremolante e notizie di buona pesca che si spargevano velocemente lungo l’unica via del paese. La notte, sopra Castiglione, era stata tutto un circo di bengala e di bombe, aerei scuri nell’oscurità che sputavano fiamme di luce e d’esplosivo, facevano tremare i cristiani e spingevano i pesci nelle reti. Le barche erano partite poco prima che il cielo cominciasse a prender fuoco, e avevano assistito allo spettacolo ferme d’impotenza in mezzo al lago. Un’ora prima dell’alba era finito tutto, e i pescatori tiravano a bordo i carichi di persicaccio, e quando fecero ritorno già dimenticavano il bombardamento cantando le loro canzoni. Le donne lavavano i pavimenti e preparavano le zuppe del pranzo, quelle con meno bocche da sfamare avevano già sbrigato gli affari di casa e s’erano messe ai ferri, qualcuna sulla strada, qualcuna alla finestra. Nella piazza ancora non riecheggiava il fischio di Ercolino, il calzolaio, che da quando aveva smesso di pescare, mezza vita prima, aveva preso a svegliarsi, diceva lui, a un’ora da signore. Era silenzio, quindi, perché i pescatori risparmiarono presto il fiato per sistemare il pesce e portarlo alla cooperativa. Chi rimaneva si dedicava alle reti, le ripuliva e le stendeva al sole e cercava le falle e i nodi più allentati, mentre i gatti s’avvicinavano invocando gli avanzi mozzati della pescata. Quanto era accaduto il giorno precedente, e quanto era accaduto due notti prima, sembravano dimenticati, o ignorati senza sforzo. Quella era la normalità, o almeno la normalità della guerra, perché il pesce si vendeva meno e peggio, e la fatica di vivere si faceva sempre più sentire.</p>
<p>I discorsi fatti da Don a Torresi e agli altri avevano tranquillizzato tutti, ma il prete in realtà non era tranquillo affatto. Il fronte correva, la faccenda dei polli dimostrava quanto i tedeschi fossero nervosi, e poi c’era la gente del Castello lasciata al proprio destino, e quindi pericolosissima. Lo stesso Cenci, il capo delle guardie, il giorno prima gli era sembrato indeciso, quasi disorientato: era rimasto da solo, e non sapeva cosa fare di sé e della sua famiglia. Da quando i ragazzi della guarnigione lo avevano mollato aveva lasciato la casa in paese e s’era portato tutti al Castello, la moglie, il padre anziano e i due figli, più per non dover rispondere alle domande degli isolani, pensava il prete, che per qualche forma di prudenza o di progetto. La strada dal Castello al paese non l’aveva percorsa nessuno nelle ultime trentasei ore, da prima della fuga nella pioggia, nessuno tranne lui, e a questo punto quella gente aveva bisogno di scendere per procurarsi un po’ di cibo. L’allarme per gli spari dei tedeschi per loro s’era già esaurito, la fame reclamava la sua parte, e una giornata intera, per come stavano messe le cose, era molto più di una giornata. Adesso Don si rammaricava per non aver portato con sé perlomeno una sporta di pane e un po’ di pesce, quando era andato a parlare con Cenci subito dopo l’incidente. Sarebbero scesi, quindi, come erano scesi sempre, di tanto in tanto, e ancor di più nei pochi giorni da quando erano partite le guardie. A meno che non li avesse anticipati lui, andandogli perlomeno incontro. Fece colazione col formaggio, si alzò di scatto e chiese ad Amalia di radunare del cibo. Lasciaci il necessario per un paio di giorni, le disse, il resto lo porto su. Quando le due borse di pelle furono pronte le imbracciò e s’avviò. Prese per San Salvatore e per San Michele, in modo da non dover attraversare tutto il paese. Era bene che nella testa degli isolani frullassero meno idee possibili.<br />
Nel frattempo Enrico era già passato a bussare alla finestra di Clara, nella sua casa al centro del borgo. Lei aveva risposto bussando a sua volta, dall’interno, e poi era corsa fuori, sul retro, per dargli la mano. Di giorno, per suo volere, non osavano ancora di più.</p>
<p>“C’è da stare tranquilli”, aveva detto lui. “Torresi c’ha spiegato tutto”.</p>
<p>E via con la storia del prete e delle sue rassicurazioni: sulla fuga della gente del Castello non aveva saputo dir niente, ma sui tedeschi aveva garantito di possedere informazioni confortanti. Più s’avvicina il fronte, meno tempo e voglia avranno di venire a darci noia.</p>
<p>“E tu che di me non ti fidi mai”, aveva ammiccato Enrico rubandole un mezzo bacio sulla guancia. Poi era corso via, ad aiutare suo zio e gli altri alla cooperativa. Sandro Bozzi, a quel punto, aveva già pronte le sue cassette nuove per il mercato da portare a terra prima di pranzo. Non era giorno di spartizione, quello, ma di spedizione.</p>
<p>Si fecero così le dieci del mattino, il lattaio dei Nebbiai venne e tornò a terra, da dietro i colli di Magione e ancora più a sud si sentirono colpi e scoppi, un paio di aerei passarono sulla linea dell’orizzonte ma non s’avvicinarono, né si capì dove fossero diretti di preciso. Si battagliava a poche decine di chilometri da Isola, ma per le cose di Isola non cambiava niente.</p>
<p>La barca dei tedeschi tornò a metà mattina, più o meno alla stessa ora del giorno prima. Stavolta non si fece annunciare dalle grida e dai canti marziali, e attraccò un po’ più a nord del pontile, come peraltro succedeva quasi sempre. La dinamica fu la solita: tre soldati sbarcarono, uno rimase a bordo di guardia. Insieme al sergente e a quello che aveva sparato ai polli stavolta c’era un ragazzo più scuro di capelli e di pelle, e sicuramente più giovane. La sentinella, invece, per quanto riuscivano a vedere i pescatori e i bambini che assisterono all’arrivo dell’imbarcazione, poteva essere la stessa, o un’altra, o chiunque. I tre attraversarono a passo svelto lo spiazzo d’erba che separava la riva dalle prime abitazioni, costeggiarono sul retro la Casa del Capitano del Popolo e la chiesa del Gesù e si trovarono all’imbocco della piazza tra le reti stese al sole. Si fecero largo nella solita formazione, il sergente appena davanti e gli altri due ai lati. Dell’ostentata e fasulla bonomia con cui s’erano presentati il giorno precedente adesso non c’era alcuna traccia. La faccia del sergente era tirata, nervosa, le braccia piegate sui fianchi come il duce, le gambe dritte e dure. Uno degli scagnozzi, quello nuovo, impugnava una piccola mitraglia, il tizio dei polli la portava a tracolla stringendo in mano la pistola. Prima di allora non una sola mitraglia aveva mai fatto comparsa a Isola.</p>
<p>Il sergente scrutò la piazza e prima di parlare radunò i pescatori con dei gesti eloquenti, poi trascorse qualche secondo come domandandosi a chi rivolgere per primo le poche parole di italiano che gli sarebbero servite a chiedere ciò che aveva da chiedere. Cercò il pescatore con cui aveva già avuto modo di fare affari, ma il suo sguardo non lo colse. Mario Tacconi, a quell’ora, era ancora alla cooperativa, come quasi tutti. Quindi ne scelse uno a caso dei pochi presenti. Erano meno di una decina, e i marmocchi se l’erano già data a gambe.</p>
<p>“Radio!”, urlò. “Dofe?”.</p>
<p>Parlando aveva cercato di imitare il gesto della mano con cui gli italiani solevano domandare, le dita unite a becco d’uccello e portate ripetutamente verso la faccia. Gli uomini rimasero a tacere. La maggior parte non spostò gli occhi, sbarrati e vuoti, da quelli del tedesco, ma un paio si scambiarono delle occhiate interrogative che il soldato novizio colse come un cenno di intesa o di timore d’essere scoperti. Fece un passo avanti borbottando qualcosa all’indirizzo del superiore, quindi, e sollevando leggermente la canna della mitragliatrice si rivolse, alternativamente, ai due che s’erano guardati.</p>
<p>“Eh?”, gridò. “Eh?”.</p>
<p>Quelli allargarono le braccia e scossero la testa, e il sergente gli si fece davanti fin quasi a toccargli i piedi coi propri.</p>
<p>“Radio?”, ripeté. “Tu. Radio. Dofe?”, disse a uno dei due, un quarantenne magro e coi lunghi capelli corvini che cominciavano a diradarsi all’altezza delle tempie.</p>
<p>“Radio?”, gli fece eco il pescatore.</p>
<p>“Radio, zì!”, urlò il tedesco, non senza una venatura di sollievo.</p>
<p>Nonostante le grida e il tono perentorio, non pareva essere completamente sprovvisto di condiscendenza. Voleva ottenere ciò di cui aveva bisogno, ma dava l’impressione di sapere come comportarsi coi civili. Terrorizzare, ma gradualmente. Anzi, a singhiozzo. Dovevano fidarsi e poi avere terrore, spaventarsi e poi fidarsi di nuovo. Non dovevano mai sapere cosa aspettarsi, da lui. Ecco, ora c’era da essere accomodanti.</p>
<p>“Dofe?”, disse, stavolta senza urlare.</p>
<p>Il pescatore si grattò la testa, mentre tutti i suoi compari lo guardavano in silenzio. Poi si voltò verso quello che aveva già guardato prima.</p>
<p>“C’è quella di Sepioni, no?”, gli disse.</p>
<p>L’altro annuì.</p>
<p>“Sepioni una radio ce l’ha”.</p>
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		<title>La scelta  </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2009 04:27:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandra galetta]]></category>
		<category><![CDATA[La scelta]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandra Galetta Il 23 maggio, alle otto e un minuto di mattina, un uomo chiuse a chiave una porta fradicia di umidità e si chinò su un water ancora puzzolente di disinfettante. L’uomo ebbe un paio di conati e poi rimase immobile, a occhi chiusi, emettendo respiri lunghi e regolari, infine tirò lo sciacquone e uscì, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.alessandragaletta.com/"><strong>Alessandra Galetta</strong></a><br />
Il 23 maggio, alle otto e un minuto di mattina, un uomo chiuse a chiave una porta fradicia di umidità e si chinò su un water ancora puzzolente di disinfettante. L’uomo ebbe un paio di conati e poi rimase immobile, a occhi chiusi, emettendo respiri lunghi e regolari, infine tirò lo sciacquone e uscì, schiarendosi la voce e armeggiando con la cerniera dei pantaloni.  Dopo aver verificato che il locale fosse vuoto, l’uomo sollevò il viso verso l’alto, notò che la  telecamera era in funzione e si domandò se la sua immagine fosse andata in onda o fosse stata archiviata insieme alle centinaia di altre che erano state riprese in quei minuti. Alla fine concluse che se pure uno dei vigilanti l’avesse guardato non avrebbe avuto sospetti: era un impiegato qualunque che aveva appena pisciato e soprattutto era in orario. Il pavimento di plastica  grigia  era lucido d’acqua, ma c’era qualche tratto già asciutto su cui spiccavano impronte di diverse dimensioni.   Poggiando i piedi su quelle, l’uomo &#8211; che si chiamava Tonino Pinna ed era  impiegato alla fabbrica Motori&amp;Co, il luogo  da dove comincia questa storia – si avvicinò al lavandino con l’intenzione di sciacquarsi la bocca, ma la sua mano si fermò poco prima di arrivare al rubinetto: c’era un capello, lungo e nero sulla ceramica giallognola.  Il capello aveva la forma di un  punto interrogativo. A pochi centimetri di distanza ne individuò altri due, corti, spessi e di colore più chiaro, che parevano le setole di un il maiale.  Tutti riescono a rubare qualcosa in questo luogo in putrefazione, persino nell’anticamera di un cesso, tranne io, sussurrò fissandoli come se potessero rivelargli a chi appartenessero e quali azioni avessero compiuto i loro proprietari poco prima. <span id="more-17159"></span></p>
<p>Poi si ricordò di nuovo della telecamera, si schiarì ancora la voce, e si chiese se fosse stato visibile il movimento delle labbra.  Cazzate! Imprecò nel pensiero. Questo posto mi stimola sempre più la paranoia e sto prendendo l’abitudine di bisbigliare a me stesso, come i matti.  Avvicinò il viso allo specchio quadrato, sbeccato negli angoli,  ma quello che vide non gli piacque e si ritrasse di scatto.  Se almeno non fossi costretto a radermi tutte le mattine! Potrei mimetizzare meglio  questo colorito da limone e tutto quello che c’è sopra!  Si tolse gli occhiali, di una montatura sottile e metallica, e si avvicinò ancora.<br />
Gli occhi di Tonino Pinna erano verdi,  di un verde intenso piuttosto inusuale, con il contorno che sfumava nel  nocciola. Anche del naso si considerava soddisfatto: non imponente ma nemmeno minimo, con un’incurvatura lieve che gli conferiva personalità, ma da lì in giù iniziava la catastrofe che aveva segnato il suo destino.  La bocca aveva la forma di un uovo, la grandezza di un uovo di quaglia per la precisione, con labbra carnose e lucide per la sua mania di bagnarle in continuazione con la punta della lingua, ma a rovinare  la sua immagine era soprattutto il mento, curvo come una virgola.  Durante gli anni del liceo era stato perseguitato con il soprannome di Grande Scucchia e anche il giorno dell’uscita dei risultati degli esami di quinta, quando si erano salutati con grida gioiose, promesse d’incontrarsi ancora, ma ansiosi di lasciarsi alle spalle quella scuola di preti, c’era stato un coro di &#8220;Ciao grande Scucchia&#8221; anche se il tono era ormai affettuoso più che canzonatorio.  Grande per la triste allusione alla sua statura che misurava ora che era un uomo adulto centosessantotto centimetri e che con le scarpe col tacco che aveva cominciato a portare a un certo punto della sua vita impiegatizia, svettava a centosettantatre.  Sollevò le labbra e scoprì i denti.  Denti dritti, candidi, leggermente aguzzi, su cui non c’erano dubbi: costituivano il suo cavallo di battaglia, ma si possono fare conquiste grazie alla dentatura se uno non ride, anzi non sorride praticamente mai? E come se non bastasse si era trovato una donna che gli faceva crescere il complesso pure per ciò di cui avrebbe dovuto essere fiero.</p>
<p>Accadeva, infatti, che sua moglie  nei momenti intimi si lasciasse andare senza più la vergogna iniziale, purtroppo però nel manifestargli la sua passione gli sussurrava nelle orecchie, procurandogli per giunta un fastidioso solletico, una frase che lo raggelava: il mio squaletto. Il mio squaletto d’oro.  Allo specchio, dimenticandosi della telecamera, Tonino Pinna sillabò la frase.  Già se non l’avesse deformata con un diminutivo, la parola squalo, sarebbe stata meno mortificante. Perché quell’allusione a piccolo lo riportava al passato, a quella piccolezza che gli aveva avvelenato l’adolescenza. Sì, tutto era ripetitivo.  Lui stesso lo era. Ripetitivo nel cervello e nelle azioni, non nelle parole però, alle parole si sforzava di stare attento, dentro e fuori, e pretendeva, almeno dalla donna che l’aveva convinto a sposarsi davanti a un altare, la stessa attenzione.<br />
Aveva pensato di spiegarle quanto lo infastidisse. Ci aveva pensato piùvolte durante il tragitto in pullman, era un viaggio prolifico di riflessioni oltre che di angustie, quello, ma a freddo non ce la faceva ad affrontare l’argomento.  Magari è un’abitudine passeggera, si diceva, che prima o poi sostituirà con un&#8217;altra, e a caldo, quando cominciavano le procedure che li avrebbero portati all’amore, scappava da quel discorso come si fugge da una malattia contagiosa perché aveva un effetto nefasto sulla libido, e il suo Piero, come gli aveva insegnato a chiamarlo sua madre, non rispondeva più ai comandi.  Proprio quella notte, dopo due settimane di rifiuti ostinati, Antonella aveva acconsentito con un sospiro, anzi con un prender aria su cui ci sarebbe stato da indagare, ma lui, Tonino Pinna, invece di chiedere: &#8220;sei sicura, ne hai voglia, perché se non ne hai voglia non insisto&#8221; l’aveva ignorato, aveva esagerato il suo desiderio e aveva proseguito e quando stavano per compiere l’atto finale, lei aveva soffiato fuori quella frase odiosa e Piero e il suo  proprietario si erano afflosciati drammaticamente, senza possibilità di recupero. Dopo un paio di secondi c’era stato il clic dell’interruttore e  Antonella con gli occhi spalancati, un’espressione da pesce di tre giorni, aveva domandato: che succede?  E lui che finalmente poteva liberarsi di quelle due parole insopportabili, aveva balbettato: scusa, è il caldo e la stanchezza insieme. Non riusciva più a opporsi perché era immerso nella depressione fino al collo, ecco che gli succedeva. Amava sua moglie, certo non con l’intensità di quando erano fidanzati, ma era un effetto, quello, che capitava a tutte le coppie e dunque nella norma. A questo si aggiungeva che ogni volta che si deprimeva, cominciava a macerarsi sulle donne che non aveva avuto proprio a causa di quella sua faccia e altezza del cazzo.<br />
Aprì il rubinetto e osservò il capello mentre perdeva la sua forma.  Un punto interrogativo. Non credeva in dio, non aveva fede o fiducia in nulla e nessuno, a  eccezione di una forza misteriosa che si sprigionava dalla natura e dagli oggetti e che, a volte, si manifestava attraverso dei segni per aiutarlo a correggere la rotta. Come adesso.  Quel segno, concluse con un singhiozzo e un rigurgito amaro, lo invitava a riflettere e a prendere una decisione.  Andarsene da questo posto, per esempio.<br />
Sbuffò, esasperato.  Mi devo calmare, si disse, ma mentre cercava di rallentare il respiro, nello specchio gli apparvero le luci al neon, i muri macchiati dall’umidità, le poltrone sbilenche, gli scaffali infestati da zanzare, i computer che ronzavano come elicotteri, gli impiegati che si urtavano uno con l’altro come topi impazziti. E poi ancora: i progetti annullati dal capo o soffiati dal collega che prendeva il suo posto senza guardarlo in faccia, e i sussurri nella stanza delle fotocopie e nei pressi del distributore di caffè. Sussurri malevoli, cinici, irriverenti per l’individuo.  Al fiele, come il contenuto del suo stomaco.<br />
E scendendo più giù, fino a rintracciare il punto di partenza: la morte del suocero, l’unica persona degna di stima della famiglia Losanga  e il conseguente trasferimento della suocera nella sua casa, un soggiorno che sarebbe stato &#8220;breve, brevissimo!&#8221; e che durava da quattro mesi ormai.<br />
E il bisbiglio di Antonella sotto le lenzuola: facciamo un figlio Tony! Facciamo un figlio con milleduecento euro al mese? Come lo nutri questo figlio con il latte del seno fino a vent’anni?<br />
E quella strega della suocera  che di notte dimenticava le luci accese quando andava a pisciare? E sempre lei, la suocera, che la domenica mattina s’appostava davanti alla loro stanza da letto e camminava avanti e indietro per settemila volte? Aveva provato a farglielo notare  bonariamente: &#8220;ehi, suocera le sentinelle stanno sull’attenti, mica passeggiano&#8221;. E per quella frase scherzosa era stato accusato di averla chiamata passeggiatrice ed era una settimana che lo fissava con la fronte aggrottata e gli occhi piccoli da topo, occhi che gli si piantavano nella mente quando si lavava i denti e gli rendevano difficile prendere sonno.  E il giorno prima, quando si era messo a riordinare i cassetti dell’armadio e aveva ritrovato l’attestazione con cui l’esercito americano rendeva onore a Cesare Losanga per aver salvato tre soldati inglesi. Aveva sospirato, s’era alzato rovesciando la sedia, aveva preso un martello e un chiodo e aveva attaccato sulla parete il ricordo di colui che gli aveva trasmesso la passione per la storia. Era rimasto a contemplarla, commosso. Aveva pensato che era il momento di bersi un tè e un po’ smarrito si era diretto in cucina appena in tempo per catturare questa frase: ogni azione che compie   sfida contro di me. Anche il quadro di Cesarino l’ha attaccato lì apposta, per lanciarmi il messaggio: lui era grande, tu non vali niente.  Era circondato dal pettegolezzo e dalla maldicenza, dentro e fuori, ovunque si trovasse!  Certi momenti, se abbassava le palpebre, rallentava il respiro, gli pareva che il brusio di parole malevoli, di frasi inutili concepite solo con lo scopo di ferire l’altro o di ricavarne un beneficio personale s’alzasse in volo come uno sciame compatto e l’avvolgesse e lo comprimesse. E quello sciame non si quietava fino a che del suo corpo non rimaneva nulla. All’inizio, per liberarsi di questa immaginazione era sufficiente raggiungere un lavandino e sciacquarsi la faccia per essere di nuovo in grado di rientrare in pista, di solito la pista che lo riconduceva alla sua scrivania del quinto piano, la sesta sulla destra. Ultimamente, invece, l’angoscia era divenuta così profonda che sempre piùspesso la nausea era seguita dal vomito.  Questo accadeva proprio a lui, a Tonino Pinna l’ingegnere, e il suo orgoglio gli impediva di confidarsi con qualcuno, persino con sua moglie.<br />
Ogni problema ha una soluzione. Ogni problema razionale ha una soluzione, si correggeva con un sospiro. E aveva cominciato anche a parlarsi dentro la testa. Un’altra fissazione, e le fissazioni sono pericolose perchÈ  stai fermo sempre sullo stesso punto, ignori il resto e vai fuori dalla realtà.  Eppure, ne era sicuro, tutto dipendeva da una serie di elementi che si erano combinati sfavorevolmente insieme, bastava eliminarne uno e avrebbe ripreso a vivere senza dolore. Oppure liberarsi di tutti in un colpo solo.  Andarsene dalla fabbrica, da quella casa, dall’Italia.  Un cambiamento radicale, altrimenti avrebbe continuato a vomitarla la sua vita infelice, tutte le mattine. Spinse il bottone del distributore di caffè e, un poco confortato dalla conclusione dei suoi ragionamenti e dal tepore del bicchierino di plastica, con la faccia rivolta al pavimento, si avviò alla sua scrivania.</p>
<p><em>(Il brano è tratto dal romanzo La scelta, capitolo 1  )</em></p>
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