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	<title>La vita in tempo di pace &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Spitfire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2013 19:17:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Cortellessa «Non è un romanzo storico, ma la vicenda di un uomo che si guasta». Così definiva un anno fa, Francesco Pecoraro, il libro cui da molto ormai attendeva – il suo primo romanzo – sino ad aver fatto, di quel manufatto riottoso e debordante, una vera e propria malattia. Un guasto aveva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">di<strong> Andrea Cortellessa<br />
</strong></p>
<figure style="width: 800px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" alt="" src="http://whitney.org/image_columns/0029/1115/crewdson_efl_guide_800.jpg" width="800" height="629" /><figcaption class="wp-caption-text">Gregory Crewdson (b.1962), Untitled (beckoning bus driver), 2001–2002.</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><em></em><span style="font-size: medium;">«Non è un romanzo storico, ma la vicenda di un uomo che si guasta». Così definiva un anno fa, Francesco Pecoraro, il libro cui da molto ormai attendeva – il suo primo romanzo – sino ad aver fatto, di quel manufatto riottoso e debordante, una vera e propria malattia. Un </span><span style="font-size: medium;"><i>guasto</i></span><span style="font-size: medium;"> aveva finito per essere, cioè, l’opera stessa che in quel </span><span style="font-size: medium;"><i>guasto</i></span><span style="font-size: medium;"> frugava – come un bisturi spietato. Il coltello e insieme la piaga, la cura che affligge e consola. Ora che il telo finalmente è caduto, e possiamo contemplare nella sua interezza </span><span style="font-size: medium;"><i>La vita in tempo di pace</i></span><span style="font-size: medium;">, si capisce il perché di tanta ansia, di quell’insofferenza pungente. <span id="more-46943"></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Dei suoi scritti precedenti – i racconti dell’esordio tardivo (nel 2007, a più di sessant’anni) </span><span style="font-size: medium;"><i>Dove credi di andare</i></span><span style="font-size: medium;">, i flash estirpati dal blog di </span><span style="font-size: medium;"><i>Questa e altre preistorie</i></span><span style="font-size: medium;"> – aveva potuto scrivere Massimo Raffaeli che erano sparati, contro il presente, «ad alzo zero». Quell’orizzontalità, quella frontalità erano la loro forza, e il loro limite. Già nelle poesie di </span><span style="font-size: medium;"><i>Primordio vertebrale</i></span><span style="font-size: medium;"> (uscite l’anno scorso da Ponte Sisto) si era cominciata a vedere, questa scrittura, finalmente nella sua terza dimensione: e si capiva allora come la dimensione “autobiografica” non ne fosse cifra unica e auto-appagante (come in molta, troppa scrittura odierna, ancorché “di qualità”). Ora in copertina figura, come in </span><span style="font-size: medium;"><i>Questa e altre preistorie</i></span><span style="font-size: medium;">, un disegno dell’autore: un paesaggio di mare, irto di scogli aguzzi, visto però da una prospettiva “zenitale”, a piombo. E si capisce, così, la dicotomia psichica che è all’origine di tutte le altre: quella fra un demone della vicinanza alle cose, di una loro </span><span style="font-size: medium;"><i>intrusione</i></span><span style="font-size: medium;"> – a pelle e sotto pelle –, di un’empatia viscerale, attrattiva e repulsiva insieme, col mondo dei fenomeni (che gli detta la passione per gli elenchi, gli accumuli, i coaguli); e un’opposta ambizione, o meglio una coazione, a forma, ordine e distanza (che al contrario lo spinge all’economia, alla secchezza, all’astrazione). Non un «pathos della distanza» (come una volta, con formula nietzscheana, Cases infilzò Calvino) bensì un opposto, e simmetrico, </span><span style="font-size: medium;"><i>piacere della lontananza</i></span><span style="font-size: medium;">: unica via di fuga dalla </span><span style="font-size: medium;"><i>pesanteur </i></span><span style="font-size: medium;">dell’esistere, dall’«inferno della vita terrestre». Qui in direzione aerea, sublimante; altrove – per lo più, in passato – in direzione subacquea, autoannullante. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Non è un caso che emblema della tensione a una salvezza nella forma di Ivo Brandani – quasi-settantenne ingegnere-filosofo devastato da tutte le illusioni perdute del Novecento e ormai arreso a un «mondo ridotto a diorama di se stesso» (lavora, col sarcasmo che si può immaginare, alla costruzione di una falsa Barriera corallina in luogo di quella, ormai estinta, al largo di Sharm el-Sheikh) – sia un aereo: il «Sacro Inarrivabile Spitfire», il caccia perfetto della Seconda Guerra un cui relitto-monumento figura nella «Città di Mare» dei suoi più sacri ricordi estivi. Emblema del secolo coraggioso e sanguinario che quella forma invincibile ha espresso: un tempo al quale è seguito un Tempo di Pace fatto di rinunce e ripiegamenti, un tempo «che non crede a niente» e s’è ridotto a «</span><span style="font-size: medium;"><i>denaro allo stato puro</i></span><span style="font-size: medium;">» (mentre la violenza, rimossa dalla coscienza d’Occidente, nella sua quotidianità vi si moltiplica microfisica, molecolare). Un altro emblema di quel tempo è l’Uomo della Guerra, colui che Ivo odia col nome di Padre: e i cui lineamenti tormentosi, ogni giorno di più, spia affiorare dallo specchio. Ed è in aeroporto prima, in aereo poi, che Ivo consuma le proprie ultime ore riavvolgendo, come si dice facciano i moribondi, la pellicola della sua vita. La sua nevrosi, il panico che gli lacera le viscere, come aveva capito Winnicott non ha rimedio perché la catastrofe che teme </span><span style="font-size: medium;"><i>è già avvenuta</i></span><span style="font-size: medium;">. E quel che resta della vita di Ivo, ormai, non è altro che un avvitarsi a ritroso, un risalire a «prima e prima»; scavando sempre più, alla radice di se stesso, l’origine di quella ferita che lo uccide.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">In questo modo Pecoraro ha però scritto, forse al di là delle sue intenzioni, davvero un </span><span style="font-size: medium;"><i>romanzo storico</i></span><span style="font-size: medium;">: agli antipodi, s’intende, della cartapesta di consumo. Il mareggiare della sua scrittura travolgente riesce a catturare, nella filigrana delle ossessioni di un singolo, il trauma storico di quel «groviglio» che chiamiamo Italia: sprofondando dal «tutti-contro-tutti della vita in Tempo di Pace» sino al cuore di tenebra della Guerra (il </span><span style="font-size: medium;"><i>buco nero</i></span><span style="font-size: medium;">, la «Buca di Bomba» di un Assoluto Passato che, nella psiche, non è mai davvero passato), transitando per le contraddizioni del Sessantotto (bellissima la scena di guerriglia a Valle Giulia, durante la quale Ivo prova il primo dei suoi attacchi di panico: e che riscrive il </span><span style="font-size: medium;"><i>tòpos</i></span><span style="font-size: medium;"> di Archiloco che getta lo scudo nel fuoco della battaglia) e il disincanto, il cinismo di quelli che, dopo gli anni di piombo, hanno meritato l’epiteto di «anni di merda» (e trovano una sintesi memorabile, trasudante imbarazzo e vergogna, nell’episodio della vacanza in barca offerta a Ivo dal persecutorio manager per cui lavora). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Si sono già fatti, per questo libro mirabile e spaventoso, tanti nomi, tanti possibili modelli. Ma uno solo mi appare l’etimo di questa cognizione, dolorosa quanto progressiva e </span><span style="font-size: medium;"><i>inesorabile</i></span><span style="font-size: medium;"> (questo l’aggettivo-stimmate che perseguita Ivo): l’ingegnere-filosofo che nelle trincee dell’</span><span style="font-size: medium;"><i>altra </i></span><span style="font-size: medium;">Guerra si diceva «annientato» dal «pasticcio» e dal «disordine» (così come Ivo prova una sofferenza </span><span style="font-size: medium;"><i>fisica</i></span><span style="font-size: medium;"> a «vivere nella privazione dell’ordine geometrico, nell’inesattezza diffusa, in un disordine a cui tutti sembravano abituati e non parevano farci caso»). Impressionanti le coincidenze – tanto più sorprendenti considerando la non meno che longitudinale distanza stilistica: dall’invettiva contro il gliuòmmero urbanistico della Città Eterna, il suo «tracima</span><span style="font-size: medium;"><i>re</i></span><span style="font-size: medium;"> […] immense colate di palazze, palazzine, villine» (che non può non ricordare la sfuriata della </span><span style="font-size: medium;"><i>Cognizione del dolore</i></span><span style="font-size: medium;"> su Pastrufazio-Milano… «Di ville, di ville! di villette otto locali doppi servissi») all’immagine della stessa Roma, nel capitolo meraviglioso intitolato alla «Città di Dio», come sprofondamento geologico, immane stratificazione di memorie «lungo le radici del Tempo Profondo»: risalendo (nel </span><span style="font-size: medium;"><i>Pasticciaccio</i></span><span style="font-size: medium;">) giù, giù, sino al «suggerimento cristallografico di Dio». Soprattutto analogo è l’algoritmo, il pantografo </span><span style="font-size: medium;"><i>storico</i></span><span style="font-size: medium;"> appunto, che – applicato a un’intolleranza individuale, a un’epidermide di continuo urticata dai «microtraumi della vita quotidiana», a una «perenne vulnerabilità preventiva» (per tempo diagnosticata, in Pecoraro, da Daniele Giglioli) – progressivamente ne fa, lungo i circoli concentrici d’una sofferenza sempre più iperbolica, la diagnosi – esattissima proprio in quanto irriducibilmente idiosincratica sino alla visionarietà – del «male oscuro» di una Nazione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">A differenza di Gadda, però, che nel Barocco del Mondo finiva per tuffarsi, orripilato e insieme euforico, per meglio aderire alle cose, al pari del suo personaggio Pecoraro si ostina ad aggirare le sue volute, a esecrare nauseato il suo sperpero e la sua «volontà di stupire», appunto </span><span style="font-size: medium;"><i>per fuggire dalla persecuzione delle cose</i></span><span style="font-size: medium;">: così tuttavia ripiombandoci dentro, affogandoci ogni volta di più. Perché davvero la scrittura, le parole hanno qualcosa di </span><span style="font-size: medium;"><i>inesorabile</i></span><span style="font-size: medium;">. E noi, infine, non possiamo che arrenderci. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Una versione molto più breve di questo articolo è stata pubblicata il 2 novembre su «Tuttolibri»</i></p>
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