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	<title>Laboratori critici &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Angelo Andreotti: sottratti alla grazia.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/18/sottratti-alla-grazia-la-produzione-poetica-di-angelo-andreotti-2006-2023/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Sep 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Andreotti]]></category>
		<category><![CDATA[CLAUDIA MIRRIONE]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratori critici]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Claudia Mirrione</strong><br />
Sottratti alla grazia. La produzione poetica di Angelo Andreotti (2006-2023) Alla trentaseiesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino è stato presentato in anteprima il numero speciale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>CLAUDIA MIRRIONE</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-109772 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/Copertina_Andreotti-688x1024.jpeg" alt="" width="392" height="650" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Sottratti alla grazia. </strong><strong>La produzione poetica di Angelo Andreotti (2006-2023)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alla trentaseiesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino è stato presentato in anteprima il numero speciale della rivista “Laboratori critici”, <em>Per Angelo Andreotti: sottratti alla grazia. Poesie 2006-2023</em>, edito da Samuele e dedicato alla figura del poeta e saggista ferrarese, prematuramente scomparso nel maggio dello scorso anno e distintosi per i propri meriti culturali, in quanto già direttore di diversi musei e istituti di studio, tra cui il Centro Studi Bassaniani e, successivamente, delle Biblioteche e degli Archivi del Comune.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sottratti alla grazia</em>, però, non è solo un omaggio a questa personalità di spicco nel panorama culturale nazionale, è anche una profonda riflessione sul suo contributo artistico e intellettuale. Infatti, successivamente all’editoriale di Matteo Bianchi e Daniele Serafini, che è in realtà un vero e proprio saggio critico concernente i temi fondanti della poetica di Andreotti (la differenzia, già weiliana, tra «essere attenti» e il «prestare attenzione», il valore del silenzio, «l’attitudine quasi panteistica» dell’io verso la natura, la “sacralità” della parola), vi è una nutrita sezione antologica che presenta 75 componimenti tratti dall’intera opera poetica di Andreotti, mentre invece, nella terza ed ultima sezione trova spazio una raccolta di interventi curati da studiosi e critici di rilievo, nonché colleghi e amici di Andreotti, inframmezzati da diverse note critiche sull’opera del poeta, già precedentemente apparse su altre riviste di letteratura contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti i contributi sono rimarchevoli e colgono aspetti differenti sia della poesia andreottiana sia della riflessione teorica sottesa alle raccolte in versi. I saggi di Sergio Bertolino e Niccolò Nisivoccia ragionano, innanzitutto, sul concetto di tempo nell’opera andreottiana, e mentre il primo si sofferma sul ruolo della poesia quale “farmaco”, in un presente per lo più costituito – come ricorda anche un filosofo caro ad Andreotti, Byung Chul Han – da raffiche di istanti scollegati tra loro e sprovvisti di un ritmo e di una struttura, il secondo tratta proprio del tentativo di Andreotti di recuperare e reinterpretare il tempo presente, conferirgli quel giusto ritmo, per coglierlo, per viverlo, epicureamente, come una dimensione in cui è ancora possibile riguadagnare «tutto il bene che si perde». Il passaggio – coincidente con la raccolta <em>Nel verso la vita</em> (Este Edition, 2010) – da una poetica contrassegnata dalla metafora filosofica del cammino, della <em>Wanderung</em> di goethiana memoria, alla poetica del silenzio e della contemplazione, è invece indagato negli interventi di Duccio Demetrio e di Giuseppe Ferrara; dal 2010 Andreotti frequenterà sempre più spesso il gruppo dell’Accademia del silenzio di Anghiari, fondata proprio da Demetrio e dalla giornalista Nicoletta Polla-Mattiot. Riconosciamo, inoltre, altri due gruppi di interventi; da un lato quelli di Nina Nasilli, Stefano Raimondi, Massimo Scrignòli, dall’altro, quelli di Flavio Ermini, Antonio Prete, Paolo Vanelli, che si occupano, invece, rispettivamente di lingua e stile e dello statuto del soggetto. La parola poetica andreottiana, dalla palpitante e viscerale esperienza fisico-corporale, trasformandosi in pensiero e astrazione, si fa vero e proprio Ὄργανον, cioé “strumento” conoscitivo della “Cosa” (Nasilli), e, se talora assume una forte carica ragionativa e filosofica (Scrignòli definisce appropriatamente l’opera in versi di Andreotti <em>prose en poème</em>), talaltra abbraccia in sé anche ogni deviazione, intesa come divagazione o come stortura, anomalia (per questo, Raimondi descrive la poesia di Andreotti anche come una lingua dei “titubanti”). La relazione tra soggettività e interlocutore è anch’essa peculiare: ad una soggettività che va oltre i confini dell’io, che varca continuamente i suoi limiti interiori e si pone in ascolto di ciò che è <em>altro</em> da sé (Vanelli, Ermini), fa da contrappunto un “tu” che, però, piuttosto che essere un interlocutore esterno, in Andreotti oscilla sempre tra l’allocuzione interiore e il dialogo tra i sensi e il visibile (Prete). Un posto a parte occupa, infine, il contributo di Giovanna Menegùs che si sofferma sul senso di eticità nell’arte, lungamente investigato da Angelo Andreotti in diverse sue opere teoriche, tra cui <em>Il nascosto dell’opera. Frammenti di un’eticità dell’arte</em> (Italic, 2018). Secondo Andreotti, l’arte, e quindi la poesia, non vivono di per sé, come in una dimensione separata; estetica ed etica si intrecciano, sono tutt’uno. Di conseguenza, la poesia si configura sempre come <em>soglia</em> e orizzonte di possibilità, contemplando insieme – nell’occasione che si viene a creare – un poeta e un lettore, un autore e un fruitore: l’esperienza estetica è per Andreotti l’apertura ad «un’autentica relazione con l’altro».</p>
<p style="text-align: justify;">Nella loro diversità e plurivocità tutti gli interventi critici colgono diverse angolature della scrittura di  Andreotti (per quanto riguarda sia le tematiche che le soluzioni stilistico-formali), e costituiscono di certo il primo passo per cercare di interrogarsi sull’eredità intellettuale che Andreotti ci consegna e di collocarlo giustamente, a partire da Ferrara (il cui perimetro murario è rievocato in copertina dall’opera di Paolo Pollara, “Own Now. Labirintinterrotti”, 2019), in un contesto più propriamente italiano. Bisogna, dunque, rendere merito alla rivista Laboratori critici per aver dato vita a un volume che rappresenta – nella sua struttura atta a offrire un panorama, se non esaustivo, certamente ampio e apprezzabile dell’opera di Angelo Andreotti – un contributo significativo e duraturo nel campo degli studi culturali.</p>
<p> XIX</p>
<p>Essere le parole mute, e quelle dette</p>
<p>attraverso una voce che non si dà pace,</p>
<p>continuamente descrivendo il nostro divenire</p>
<p>che è uno stare nel tempo, durare nel presente.</p>
<p>Essere il respiro che anima la parola</p>
<p>affinché sia la cosa che diciamo. Essere</p>
<p>quella cosa, essere lo sguardo che la vede,</p>
<p>essere nelle dita ciò che tocchiamo per essere</p>
<p>pianta, questa radice, la terra, essere acqua.</p>
<p>Ciò che sarà è un immagine certa nel presente</p>
<p>che dura un tempo nel passato. Ciò che saremo</p>
<p>è già in ciò che siamo. Noi non siamo in cammino,</p>
<p>noi siamo la via che andiamo camminando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(da <em>A tempo e luogo</em>, Manni, 2016)</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Il fraintendimento del reale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Il fraintendimento del reale]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratori critici]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Di Dio]]></category>
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					<description><![CDATA[Il fraintendimento del reale, tra pressapochismo e mancata autocritica: l’anteprima del numero 4 (anno III) del semestrale “Laboratori critici”, edito da Samuele e pubblicato in occasione dell’ultimo BookCity Milano. Un estratto trasversale della rivista che mette volutamente in relazione l’editoriale di Matteo Bianchi, Per una critica meno assertiva e una poesia più incisiva, con l’intervento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-106598" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Di-Dio-e-Bianchi-1024x683.jpg" alt="" width="696" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Di-Dio-e-Bianchi-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Di-Dio-e-Bianchi-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Di-Dio-e-Bianchi-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Di-Dio-e-Bianchi-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Di-Dio-e-Bianchi-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Di-Dio-e-Bianchi-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Di-Dio-e-Bianchi-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Di-Dio-e-Bianchi.jpg 1210w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il fraintendimento del reale</em>, tra pressapochismo e mancata autocritica: l’anteprima del numero 4 (anno III) del semestrale “Laboratori critici”, edito da Samuele e pubblicato in occasione dell’ultimo BookCity Milano. Un estratto trasversale della rivista che mette volutamente in relazione l’editoriale di Matteo Bianchi, <em>Per una critica meno assertiva e una poesia più incisiva</em>, con l’intervento firmato da Tommaso Di Dio sulla deriva narcisistica – consapevole quanto no – dei poeti contemporanei, <em>La coda del pavone</em> terminale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Vanitas vanitatis<em>, dall’editoriale di Matteo Bianchi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un dialogo intergenerazionale è stato favorito da <em>Poesie dell’Italia contemporanea</em> <em>1971-2021</em> (Il Saggiatore, 2023) di Tommaso Di Dio, che da mesi arroventa i dibattiti tra i beati ammessi e i dannati esclusi, confermandosi un esperimento antologico, poiché non risponde a un’esigenza legittima di canonizzazione autoriale, bensì propone un racconto plausibile di paesaggi testuali, tentando di disinnescare il narcisismo soffocante che pervade l’ambito poetico, ma di più, l’intero sistema culturale italiano. Il curatore ha eliminato la soglia dell’autore quale primo ingresso nel panorama poetico contemporaneo, offrendo così una prospettiva disturbante proprio perché inconsueta. Di Dio, che ha iniziato il percorso non da una serie di nomi che aveva in testa, ma dalla scansione di testi che a suo avviso testimoniavano l’epoca e, più precisamente, la decade in cui erano apparsi: da una parte riconoscendo quelli capaci di descrivere la ricchezza polifonica di linguaggi, perciò gli sperimentali convivono coi lirici, dall’altra causando dolorose esclusioni – e assai polemizzate – che non rientravano nella struttura narrativa del paesaggio ponderato, per conservare la coesione delle sequenze decennali articolate secondo una progressione esemplificativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia <em>Poesie dell’Italia contemporanea</em> non è stato l’unico <em>casus belli</em> dell’ultimo triennio: hanno scaldato gli animi pure <em>L’ultima poesia</em> (Mimesis, 2021) di Gilda Policastro e <em>Mappa immaginaria della poesia italiana contemporanea</em> (Il Saggiatore, 2021) di Laura Pugno, senza tralasciare il precursore <em>La poesia italiana degli anni Duemila</em> (Carocci, 2017), a cura di Paolo Giovannetti. E sono i titoli presi in esame da Alberto Fraccacreta per formulare la fatidica domanda che ha contrassegnato lo speciale dedicato al 24esimo festival di Pordenonelegge; domanda sottoposta a una pletora di docenti e critici, alcuni dei quali hanno risposto nelle pagine seguenti senza indugi, né esclusione di colpi: «oggi è veramente possibile definire dei criteri univoci e condivisibili per tracciare dei percorsi? O l&#8217;entropia è ormai tale che sta arrivando a soffocare l&#8217;identità autoriale?»</p>
<p style="text-align: justify;">A definire la critica “embedded”, cioè una “non critica” addomesticata dalla cordata di colossi editoriali e mezzi di informazione, e finalizzata non alla qualità della prova poetica, dell’opera d’arte, ma a una risultante borghese, nell’accezione di compiacente e decorativa al pari del Keith Haring brandizzato sugli scaffali dei centri commerciali, è stato ancora Matteo Marchesini nella puntata di “Critica e militanti” dello scorso 13 ottobre, su “Radio Radicale”. Squadernare le controversie del caos più attuale, contro i compromessi stilistici che si sostituiscono ammiccanti ai punti di riferimento onestamente scomodi, e contro il conseguente personalismo mediatico dilagante, resta uno degli intenti della redazione di “Laboratori critici” sin dal numero Zero.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>La coda del pavone<em>, dall’intervento di Tommaso Di Dio</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il re è nudo: da almeno cinquant’anni, nessuno studioso serio può parlare di poesia, al singolare, se non in cattiva coscienza. Dopo il Duemila, dopo la radicale diffusione della libertà di presa di parola e dei dispositivi di cattura, di creazione e di riproduzione estetica (social network, YouTube, smartphone ecc.) le tradizioni sono moltiplicate esponenzialmente, multimedializzate e ibridate, in modo talmente vertiginoso e acritico che nessuno può più pretendere di avere la Poesia, né che la lotta per la propria “Poesia SVG” (Sola Vera Giusta) possa avere più valore di quella per un’altra. È questo «l’astro esploso» di cui parlava profeticamente Berardinelli, alla cui luce tutti oggi scriviamo. Ormai esistono così tante tradizioni, fra loro divergenti, che le poesie <em>non si riconoscono più</em>. Ma attenzione: non solo, in molti casi, non si riconosce più la poesia da ciò che poesia non vuole essere (si prenda il caso limite del rapporto fra poesia e prosa, in autori come Anedda e Neri, Broggi e Bortolotti), ma intendo la frase in un senso forse meno radicale, ma le cui conseguenze sono e saranno forse più dirompenti: ciò che un poeta fa il poeta accanto non lo sa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel saggio introduttivo di <em>Parola plurale</em>, dal titolo <em>1975-2005:</em> <em>Odissea di forme</em>, già si parlava apertamente come da tempo ormai (proprio dalla metà degli anni Settanta) ci si trovasse in una dimensione di convivenza caotica fra scritture diverse, che si trovavano a condividere la dicitura “poesia”, «pur ignorandosi bellamente» una con l’altra. Mazzoni ha provato a descrivere questa condizione evocando il terribile verso di Eugenio Montale («ognuno riconosce i suoi»). Mazzoni scrive che a animare la poesia moderna è «il desiderio di parlare a chi condivide certi presupposti, il desiderio di stare con chi ci assomiglia». La tensione alla frammentazione, al clan, all’idioletto di micro-comunità, così tipico dell’estetica moderna, però, ha assunto una misura radicalmente nuova negli ultimi vent’anni: ormai esiste una pluralità di tradizioni divergenti e la memoria culturale non è più “una”, ma divisa in mille rivoli a cui i mille di rivoli della scrittura contemporanea si appella, ciascuna dalla propria parte, l’una ignorando del tutto i presupposti e i risultati della scrittura dell’altra, tanto da apparire l’una all’altra sostanzialmente incomprensibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui nascono due tendenze della poesia contemporanea, da osservare con la massima attenzione. Da un lato, in un contesto di così divergenti e intricati rimandi, la carne umana e sociale del poeta occupa tutto lo spazio di riconoscibilità, a discapito dei testi. Il narcisismo totalizzante e totalitario di questi anni, se non affonda qui le proprie radici, trova in questo terreno il nutrimento per crescere a dismisura: nell’impossibilità di riconnettere i testi a una tradizione, l’uomo, la sua storia singolare, il suo carisma, assolve a ciò che il testo da sé non sa più fare. O meglio: da ciò che i lettori di un testo non sanno più fare. Quasi nessuno sa riconoscere le storie sottese al testo, nessuno sa più codificare le sottili trame di rimandi e di allusioni, di riconoscimenti (se non una ristretta cerchia di affiliati) e tutto si risolve facilmente nella “storia di una vita”: le sue amicizie, i suoi incontri, le sue frequentazioni prendono il posto dell’analisi stilistica. Dunque la necessità di compiere uno sforzo di ritorno al testo, di stare sui testi, di racconto delle modalità attraverso cui il dispositivo testuale può essere attraversato e messo in funzione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altra conseguenza è l’effetto “coda di pavone”. Mi riferisco alla teoria di un matematico,  studioso di evoluzione darwiniana, Ronald Fisher (1890-1962) che tentò in un celebre saggio di spiegare l’origine del vistoso dimorfismo sessuale presente nei pavoni. Come è noto, il tema tormentava Darwin. Si domandava lo scienziato: perché il maschio è capace di mostrare la fenomenale bellezza della sua ampia coda, mentre la femmina si accontenta di un banale moncherino? La coda del pavone rappresenta un evidente <em>handicap</em> nell’implacabile lotta per la vita. Non è certo di aiuto contro i predatori, né aumenta la <em>fitness</em> alimentare, anzi rende senz’altro più difficoltosi i movimenti dell’animale e la sua capacità di fuga. Per quale procedimento evoluzionistico si è affermata una caratteristica così inutile e dannosa? La risposta di Fisher è interessante: la colpa è stata inizialmente la preferenza sessuale, che ha fatto sì che la scelta delle femmine premiasse la variante, a discapito della sua utilità; il fenomeno, rinforzato dalla base genetica e dal feedback positivo (la continua scelta delle femmine), ha sostenuto la variante e anzi l’ha potenziata anche quando la sua <em>fitness</em> ha iniziato a calare e l’ha sostenuta a tal punto che l’effetto di deriva genetica è divenuto “a cascata”. Questo effetto evolutivo è stato appunto chiamato<em> Runaway selection</em>, selezione “a fuga”. È un meccanismo meraviglioso: la coda di pavone è un organo di straordinaria bellezza, una meraviglia di ingegneristica genetica. Ma attenzione: è un meccanismo tremendamente pericoloso. Se si supera un certo limite, la pressione selettiva non è più controbilanciata dalla preferenza sessuale e quello che è divenuta la principale attrattiva di una classe di individui (e quindi il meccanismo attraverso cui si promuove il proprio patrimonio genetico nella prole) diviene, al contrario, la causa della propria estinzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Che la poesia rischi lo stesso pericolo? Dopo un Novecento di estrema selezione a cascata, la poesia è divenuta una meravigliosa, raffinatissima, bizzarria contro-intuitiva, estremamente poco adatta al contesto mediale in cui ci troviamo. Oggi la sua complessità crescente e le sue criptiche, imprevedibili e disseminate tradizioni, ne fanno una straordinaria e incomprensibile coda di pavone che sempre meno esperti riescono a apprezzare, perché la tradizione non è più unica e condivisa, ma segmentata sempre più. Se le tradizioni non dialogano fra loro, se non si moltiplicano gli strumenti per condividere i rami delle tradizioni e le rispettive evoluzioni significative, il numero delle preferenze sostenute dai lettori dei vari rivoli potrebbe non sostenere più il limite della <em>fitness</em> ambientale. Rotto l’equilibrio, la sopravvivenza della poesia così come l’abbiamo tramandata fino a oggi sarebbe a rischio: altri rami evolutivi dell’esperienza linguistica dell’umano – più orali, più semplici, più visivi, più multimediali – sono già pronti a invadere la sua nicchia ecologica, a prendere il suo posto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma tutto questo forse è solo un incubo.</p>
<p style="text-align: justify;">
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