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	<title>L&#8217;altra voce Poesia e fine del secolo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La pietra di scandalo della modernità. Octavio Paz e la poesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jul 2024 05:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[L'altra voce Poesia e fine del secolo]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Neil Novello </strong> <br /> "Leggere è una pratica nemica della dispersione; leggere è un esercizio mentale e morale di concentrazione che ci porta in mondi sconosciuti che a poco a poco si rivelano la nostra patria più antica e più vera: è da lì che veniamo. Leggere è scoprire strade insospettate verso noi stessi: è riconoscersi."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-108812" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/unnamed-1.jpg" alt="" width="420" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/unnamed-1.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/unnamed-1-300x268.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/unnamed-1-150x134.jpg 150w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Su Octavio Paz, <em>L&#8217;altra voce. Poesia e fine del secolo</em>, a cura e con un saggio di Massimo Rizzante, Milano, Mimesis, 2023 (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/11/28/cose-da-paz/">qui</a> ne avevamo pubblicato l&#8217;introduzione).</p>
<p>di <strong>Neil Novello</strong></p>
<p>Quando Octavio Paz si interroga sull&#8217;atto poetico, sulla poesia come prassi, la domanda immette l&#8217;autore di <em>L&#8217;altra voce</em>. <em>Poesia e fine del secolo</em> in una terra «assai ambigua». Così la dubbiezza di Paz, scaturita da un quesito riguardante la pratica della scrittura versale, pur apparendo infine meno compromessa con l&#8217;ambiguità rimane pur sempre irrisolta. Se l&#8217;atto poetico è un «esercizio», la poesia resta una forma indefinita, un «mistero». L&#8217;atto scrittorio del poeta, dal lato dell&#8217;esperienza esprime un&#8217;<em>azione</em>, dal lato del suo significato profondo dà vita a un enigma. Allora la parte di «attività», il poetare, è un esercizio misterioso, qualcosa che richiama il lavoro dell&#8217;artista e lo statuto dell&#8217;arte. È qui espressa una realtà esperienziale innominabile perché limitrofa al «sacro». Alla fine del volume, nel saggio <em>I pochi e i molti</em>, pensando alle «<em>poesie</em>» Paz scrive che «si tratta di oggetti fatti di parole destinati a contenere e a secretare una sostanza impalpabile, refrattaria a ogni definizione, chiamata <em>poesia</em>».</p>
<p><em>L&#8217;altra voce </em>è un libro in cammino nella sacralità poetica. Quel che però chiarisce in Paz la logica dell&#8217;itinerario critico, fin dal primo contributo del volume, <em>Raccontare e cantare </em>(<em>Sulla forma lunga della poesia</em>) del 1976, illumina il lettore sulla volontà di capire la sacralità del verso osservando il testo, la sua forma al di qua del significato. Intorno all&#8217;interpretazione tecnica della cosiddetta «poesia lunga», Paz compie un&#8217;incursione verso le origini risalendo al «poema epico» di Omero. Qui la poesia &#8211; l&#8217;omerica o anche l&#8217;esiodea e la virgiliana &#8211; espone una forma «lunga» e un contenuto, l&#8217;espressione di un contenuto, che si manifesta nell&#8217;«oggettività del racconto». Così il poeta «oggettivo» guarda al mondo come a una realtà in sé compiuta, perché il reale gli appare come qualcosa di finito, di confinato entro il perimetro dell&#8217;impersonalità.</p>
<p>Non vi è dunque faglia nel mondo chiuso della scrittura versale impersonale, non un&#8217;apertura in cui il poeta che scrive sia anche colui che si scrive. È un problema di assenza antilirica o di presenza, di scrittura impersonale oppure personale. Quest&#8217;ultima determina una concezione del poetare come terra non più separata, straniera, ma come scena dell&#8217;«io». Per Paz, l&#8217;allegoria nella<em> Commedia </em>è proprio quella faglia in cui la «storia di Dante», l&#8217;emblema dell&#8217;<em>homo viator</em>, il pellegrino singolare e universale, si fa sostanza nell&#8217;«io» del poeta, quel «corpo» vivo di Dante-personaggio dell&#8217;<em>Inferno </em>che nella <em>Poesia della Divina Commedia </em>così tanto sbalordisce Singleton. L&#8217;Ulisse omerico o l&#8217;Enea virgiliano o più indietro nel tempo il viaggio di Gilgameš nell&#8217;altro mondo, anche al momento della <em>nekyia</em> non genera allegoria. Nella <em>fictio</em> letteraria si resta radicati alla letteralità. Alla luce dell&#8217;epica classica, Paz legge la letteratura rinascimentale, l&#8217;<em>Orlando furioso </em>di Ariosto e la <em>Gerusalemme liberata </em>di Tasso, quali capostipiti dell&#8217;«epica fantastica italiana». Le opere figurano l&#8217;esito di una metamorfosi in confronto alla concezione epica classica determinando così un confine tra due mondi. Da un lato, troviamo l&#8217;epoca greco-latina e l&#8217;umanistico-rinascimentale, dall&#8217;altro la modernità letteraria.</p>
<p>Nella storia della forma poetica «lunga», la modernità inizia con il <em>Paradiso perduto </em>di Milton. Il <em>topos</em> della caduta di Lucifero permette al poeta messicano di cogliere l&#8217;avvento del moderno, perché l&#8217;«infinito cosmico», l&#8217;infinito precipitare di Satana non appare un mero volo celeste. Esso esprime soprattutto una caduta nell&#8217;«infinito psichico» del grande peccatore di Dio. Anzi la modernità letteraria si identifica alla maniera di una ferita nel cuore del finito, del concluso, perché decreta una nuova apertura estetico-ontologica. In essa, il creaturale è un resto, quel che resta di una realtà colta dopo l&#8217;infinito geografico, quando diviene infinito interiore. Il Romanticismo inaugura la modernità. E la poesia romantica è moderna, perché l&#8217;«elemento soggettivo» non è più neanche l&#8217;«io» allegorico di Dante ma qualcosa di diversamente creaturale. Paz porta al centro della scena il <em>Don Juan </em>di Byron. L&#8217;allegoria qui è diventata una «maschera simbolica», perché il «tema» dell&#8217;opera ora è il «poeta stesso», e Don Juan è la «persona» di quel poeta. La modernità romantica di Byron è colta dunque nell&#8217;inedita sovrapposizione di «poesia del poeta» e «poesia della poesia». In altre parole, essa sta in una nuova e duplice soggettività. Ma il mutamento che Paz definisce «radicale», e che costituisce il centro stesso della nuova poesia simbolista, si colloca in una concezione e insieme in un altrettanto nuovo sentimento. Il verso simbolista non «racconta» né «dice». Perde in letteralità disarticolando dall&#8217;interno la forma «lunga» in luogo di un&#8217;«estetica della poesia breve». E la stessa parola parlante è sostituita da una parola più silente. La poesia simbolista, anziché dire, «suggerisce». E il suo luogo estetico, il frammento, abolisce sia l&#8217;ecfrasi sia la narratività. Se il «miglior esempio della nuova poetica» è la calligrammatica <em>Un colpo di dadi non abolirà mai il caso </em>(1897) di Mallarmé, con la sua vertiginosa <em>mise en abîme </em>tutta infinitamente aperta a una versificazione riflessa in se stessa, al «polo opposto» Paz colloca la soggettività di <em>Canto di me stesso </em>(1855) di Withman, con la sua vertiginosa «<em>espansione</em> dell&#8217;io poetico». Se <em>Un colpo di dadi </em>mallarmeano è il «canto del poeta solitario di fronte all&#8217;universo», il <em>Canto </em>whitmaniano è un testo corale, l&#8217;atto di «fondazione di una libera comunità di eguali».</p>
<p>Nel saggio del 1986, <em>Rottura e convergenza</em>, Paz guarda alla modernità entro un quadro dialettico tra la «critica» e l&#8217;«utopia». L&#8217;epoca in cui le due cognizioni definiscono un&#8217;esemplare cifra culturale è il Settecento. Se è vero che le «utopie sono i sogni della ragione», agli albori dell&#8217;età moderna la «critica» riguarda lo <em>status quo </em>ma anche un&#8217;idea di «futuro non dell&#8217;altro mondo ma di questo» mondo. Così se il Romanticismo opera per un «cambiamento» contro il corso culturale della modernità, per Paz l&#8217;«età Contemporanea» inizia propriamente dalla crisi del moderno. Anzi quella crisi si cristallizza nello «Stato burocratico totalitario» e nella formidabile accelerazione del progresso scientifico. Quando Paz scrive che l&#8217;«arte e la letteratura sono forme di rappresentazione della realtà» rivela lo specifico della modernità. È pertanto la «rappresentazione della realtà» a dare luogo alla poesia moderna.</p>
<p>Tra Baudelaire e Poe, il <em>topos</em> creaturale del moderno è l&#8217;uomo «solitario nella folla», l&#8217;uomo solo socializzato alla macchina. E anche qualcosa in più. A riguardo, Paz intende la possibilità tecnica di riprodurre, secondo l&#8217;arcinota categoria di Benjamin, la <em>facies</em> tecnica dell&#8217;arte<em>.</em> Ma l&#8217;arte del XX secolo non si riproduce soltanto, riproduce lo spirito del nuovo secolo. In pittura, tra il Cubismo o la decostruzione dello spazio e l&#8217;avanguardia futurista o la dilazione del tempo, la riproduzione del moderno non riguarda soltanto la possibilità tecnica della produzione seriale, richiama anzitutto l&#8217;evoluzione tecnica dello stile artistico in sé.</p>
<p>L&#8217;arte ora espone lo <em>Zeitgeist</em>. Ma lo spirito del tempo, la parte di critica al progresso nel discorso di Paz, guarda alla modernità, all&#8217;idea di «futuro come terra promessa», per trovare che la crisi di tale cognizione nasca dall&#8217;empito scientifico proprio al moderno. Esso, con le «armi atomiche» e la «bomba» fa «evaporare letteralmente la nostra idea di progresso». E ciò perché se la «bomba non ha distrutto il mondo», nell&#8217;idea di Paz certamente ha «distrutto la nostra idea del mondo». Per il poeta messicano, l&#8217;illusione del progresso, l&#8217;inganno della modernità, nel XX secolo si è riflessa e rivelata nell&#8217;impossibilità di naturalizzarsi nell&#8217;arte moderna. E ciò perché la «fine dell&#8217;<em>idea </em>dell&#8217;arte moderna» si manifesta nel rinnegamento di una «promessa», alla fine rivelatasi una colossale impostura. Tra il postmoderno e l&#8217;«ultramoderno» si gioca dunque la partita terminologica per identificare l&#8217;età contemporanea, lo scorcio del XX secolo. Per Paz, che scrive nel 1986, l&#8217;epoca di fine secolo non viene dopo il moderno ma è la plastica rappresentazione della sua agonia. Così «ultramoderno» vuol dire estenuazione del moderno, sua crisi determinata dall&#8217;inettitudine al rinnovamento: è la riduzione dell&#8217;opera a serialità, a prodotto di iterazione.</p>
<p>Nel 1989, quando Paz riceve il Premio Tocqueville, scrive il «discorso» per la cerimonia, <em>Poesia</em>,<em> mito</em>,<em> rivoluzione.</em> Qui si fornisce, in senso retrospettivo e autobiografico, l&#8217;immagine riassuntiva sia di <em>Raccontare e cantare </em>(1976) sia di <em>Rottura e convergenza </em>(1986). È il modello di una figura intellettuale rivissuta, in particolare, nella «libera partecipazione del poeta agli affari della città». Soprattutto <em>Rottura e convergenza</em>, nella sua critica alla modernità, sintetizza il ruolo del poeta al di là della poesia o, attraverso essa, dinanzi alla realtà. «L&#8217;Età Moderna ha rotto l&#8217;antico vincolo che univa la poesia al mito, ma solo per unire la poesia all&#8217;idea di Rivoluzione» scrive Paz. Alla poesia non è più affidata la rivoluzione ma la sua «idea». Anzi il poetico diviene pensiero, la possibilità stessa di pensare in modo rivoluzionario ciò che cade entro il perimetro epocale dello <em>status quo.</em> Perché «attraverso la bocca del poeta parla – e sottolineo <em>parla</em>, non scrive – l&#8217;<em>altra voce</em>» scrive Paz, la parola, il monito di un oracolo alla fine del mondo, una parola di risveglio nel sonno della menzogna.</p>
<p><em>Poesia e fine di secolo </em>è la terza e ultima parte del libro. Quattro i testi di Paz: <em>I pochi e i molti</em>, dedicato al libro, al lettore di versi e al lettore generico; <em>Quantità e valore</em>, riguardante il destino contemporaneo della poesia; <em>Bilancio e pronostico</em>, sugli antidoti per la sua auspicata rinascita, e <em>L&#8217;altra voce</em>, su un sogno palingenetico o soteriologico, la scrittura poetica come «fraternità cosmica». A differenza dei precedenti, <em>sine data</em>, Paz termina di scrivere <em>L&#8217;altra voce</em> a Città del Messico il primo dicembre 1989. È il tempo in cui in Europa un mondo sta finendo per rivelarne un altro. A proposito della lettura, l&#8217;esperienza che implica l&#8217;intero discorso di Paz sulla letteratura sia come esplicito statuto ontologico sia come implicita proiezione verso la «fraternità cosmica», si legge:</p>
<blockquote><p>Leggere è una pratica nemica della dispersione; leggere è un esercizio mentale e morale di concentrazione che ci porta in mondi sconosciuti che a poco a poco si rivelano la nostra patria più antica e più vera: è da lì che veniamo. Leggere è scoprire strade insospettate verso noi stessi: è riconoscersi.</p></blockquote>
<p>Se è vero che i «poeti sono i figli ribelli della modernità», lo stesso lettore ricapitola l&#8217;atto di ribellione del poeta e della sua opera. Così un contributo come <em>Quantità e valore </em>si pone in continuità al discorso di <em>I pochi e i molti</em>. Paz riannoda cognizione a cognizione e ritorna ai «lettori di poesia», alla loro «quantità». Si ha l&#8217;impressione che si attribuisca all&#8217;opera in versi, e al lettore che ne permette l&#8217;esistenza, un valore appunto palingenetico, qualcosa di paragonabile a una terra promessa, a una venuta in salvamento dell&#8217;intera umanità. Ma <em>Quantità e valore</em>, oltre la «questione quantitativa» pone la domanda su «chi» legge versi. Non sorprende che Paz pensi, con riferimento all&#8217;antichità e all&#8217;età premoderna, al lettore come alla «testa» e al «cuore della società», al suo «nucleo pensante e dinamico». Ma l&#8217;età moderna, e ancora di più l&#8217;età «ultramoderna», nel nuovo attore dell&#8217;«industria editoriale» elegge anche l&#8217;effetto principale di una causa ancora misteriosa. Così se il «valore supremo» dell&#8217;industria editoriale è il «numero di acquirenti di un libro», il destino della poesia risiede nella distinzione tra la «logica del mercato» e la «logica della letteratura». Una distinzione improba, poiché la «logica del mercato» tende a «uniformare», a produrre, insieme al libro, anche il modello economico di un «solo e unico pubblico». E la scrittura poetica, la sua agonia e la stessa agonia del suo lettore, per Paz sono fenomeni da ricercare proprio nello strappo compiuto dall&#8217;«ultramoderno», dall&#8217;apertura allo «scientismo», alla religione del «qui e ora». Tutto ciò infligge un&#8217;impietosa etichetta di disvalore a un fondamentale valore culturale. La poesia &#8211; si legge in <em>Bilancio e pronostico &#8211; </em>non risponde al «criterio del profitto». È una via umana. Degradata ad «attività inutile» e a «passatempo obsoleto», in <em>Bilancio </em>Paz guarda a una sua auspicata rinascita partendo dalla funzione cosiddetta non multinazionale delle «case editrici indipendenti». Anche però da una pedagogia sociale, comunitaria e appunto fraterna cui si delega il compito di recuperare e la funzione di riattualizzare un cruciale valore culturale.</p>
<p>Allora un argine al «processo economico senza volto, senza anima e senza direzione», nell&#8217;ultimo scritto del volume, <em>L&#8217;altra voce</em>, potrà essere eretto da quegli «esseri solitari e anticonformisti» che per Paz sono i lettori di poesia. E i poeti. Coloro che leggendo e scrivendo versi si collocano accanto, anzi dentro un mondo poetico, identificano la «pietra di scandalo della modernità». Perché la «poesia è una voce antimoderna», una diversa realtà e un&#8217;altra esperienza. Il lettore e il poeta finalmente sono i portatori di una nuova ontologia, di un immaginario veramente umano, nell&#8217;auspicio di Paz non più e non solamente «anteriore» al nostro mondo ma proprio di questo nostro mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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