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	<title>lanfranco caminiti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:02:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[[Pubblico questo saggio che trovo di grande interesse. Affronta un problema cruciale, ma del tutto sottovalutato, che è quello delle forme di narrazione in grado di costruire un&#8217;immagine accessibile, davvero pubblica, della crisi finanziaria, mobilitando immaginazione e affetti, oltre che pretese contabilità economiche e imperativi politici. In un mio articolo apparso anche qui, facevo sopratutto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico questo saggio che trovo di grande interesse. Affronta un problema cruciale, ma del tutto sottovalutato, che è quello delle forme di narrazione in grado di costruire un&#8217;immagine accessibile, davvero pubblica, della crisi finanziaria, mobilitando immaginazione e affetti, oltre che pretese contabilità economiche e imperativi politici. In un mio articolo apparso anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/costruire-mondi-comuni-crisi-finanziaria-e-democrazia/">qui</a>, facevo sopratutto riferimento a forme di narrazione audio-video tipiche del documentario. Caminiti prende invece in considerazione un ampio spettro di letteratura di finzione. ]</em></p>
<p>di <strong>Lanfranco Caminiti</strong></p>
<p>* Nella <em>Compagnia degli uomini</em>, Edward Bond, drammaturgo inglese, mette in scena il conflitto tra padre e figlio nella cornice di uno spietato gioco di finanza. <span id="more-41573"></span>Il figlio, disprezzato dal padre contro cui trama e complotta, viene aggirato e schiacciato dagli intrighi degli altri personaggi e finisce per impiccarsi. Colpisce – il testo è del 1990 – il riverbero nella storia reale di Bernard Madoff, l’uomo della più clamorosa e colossale truffa americana ai danni di investitori che si erano fidati di lui, esplosa nel dicembre del 2008 con il suo arresto, inchiodato dalle accuse del figlio, Mark, che, tormentato, ha finito proprio per impiccarsi. I giochi e gli intrighi del denaro sono altamente drammaturgici, tragici e grotteschi nello stesso tempo. Non è una scoperta del teatro contemporaneo: in fin dei conti, cos’altro è <em>Il mercante di Venezia</em> di Shakespeare se non la riflessione tragica e grottesca su un’obbligazione, sulla riscossione di un’assicurazione su un credito, su – diremmo oggi – un Cds? C’è un momento in cui le navi di Antonio sono date per disperse forse naufragate, la sua ricchezza è sfumata, lui è in bancarotta: la libbra di carne richiesta da Shylock non è come uno swap?</p>
<p>* Recentemente la rete televisiva americana HBO ha prodotto <em>Too big to fail</em>, un film per i circuiti televisivi internazionali con un cast stellare: ci sono William Hurt, James Woods, Bill Pullman, Paul Giamatti, Matthew Modine e tanti altri, che interpretano Henry Paulson (allora, Segretario del Tesoro), Ben Bernanke (capo, allora e oggi, della Federal Reserve), Tim Geithner (allora, presidente della Fed di New York, oggi Segretario del Tesoro), Warren Buffett, e vari membri del Congresso. Il film ricostruisce nel dettaglio i retroscena del fallimento della Lehman Brothers dopo il salvataggio della banca Bear Sterns, di Fannie Mae e Freddie Mac, della Aig. Il crollo della Lehman Brothers è considerato ormai universalmente il topos della crisi finanziaria del 2007-08. Senza cedere a alcun manierismo, nel film quel momento cruciale è ricostruito nel maggior dettaglio possibile, per quanto oggi ci è noto da audizioni, inchieste giornalistiche, memoir: il conflitto tra Tesoro americano e privati, le contraddizioni sul piano normativo, le pressioni debite e indebite, l’azzardo morale, il bazooka del <em>quantitative easing</em>, cioè dell’immissione di liquidità senza limite, la dura divergenza con gli inglesi e la sfiducia dei fondi sovrani (i coreani, nel caso). I dialoghi sono fulminanti: uno dei personaggi, il capo di un’importante banca privata di investimenti, precettato, come gli altri, per essere coinvolto nel tentativo di salvataggio della Lehman, viene tratteggiato da Paulson così: «Quando eravamo assieme in Goldman Sachs, ogni tanto lo si sentiva gridare nei corridoi: “C’è del sangue oggi nell’acqua, andiamo a azzannare”. Uno squalo». La società, il mondo degli uomini e delle donne, rimane sullo sfondo, evocato ma mai visibile. Eppure, la certezza che qualsiasi decisione, qualsiasi mossa accada dentro quel mondo chiuso, quell’inner circle fatto di incarichi pubblici che sono stati Ceo di grandi fondi privati e viceversa, avrà effetti enormi sulla vita degli uomini comuni è chiarissima. Davvero, una narrazione notevole.</p>
<p>Anche <em>Margin call</em>, con uno strepitoso Kevin Spacey e Paul Bettany, Jeremy Irons, Stanley Tucci, tra gli altri, è un film sulla crisi finanziaria. Margin call, in finanza, è il margine di garanzia richiesto da un broker (un dealer, una banca) a un investitore per operare sul mercato dei futures o delle opzioni. Dall’andamento del mercato il broker accredita o addebita i guadagni o le perdite giornaliere su un conto. Ma se il conto su cui opera il broker scende sotto una soglia minima, il broker farà un margin call, cioè un ordine perentorio di ricostituzione del margine originale di un future, pena la chiusura del contratto. Succede, spesso, che il broker operi in perdita coi soldi dei clienti. Ed è qui che succedono i pasticci. Il film inizia con il licenziamento di uno dei capi servizio di una grossa banca di credito finanziario. Prima di andare via l’uomo lascerà nelle mani di un giovane analista una chiavetta usb contenente dei dati allarmanti. A causa di un folto pacchetto di azioni virtuali e tossiche la banca è destinata a fallire nel giro di 24 ore. Da quel momento il film si svolge nel corso di una sola notte in cui viene organizzata una riunione d’urgenza per cercare di trovare una soluzione al problema. Si scontrano le vite e le idee di persone completamente diverse tra loro. Ci sarà chi si preoccuperà solo del proprio tornaconto, chi della propria dignità professionale e chi del futuro dei colleghi destinati a perdere il lavoro. Magnificamente scritto. Una materia ostica, difficile, specialistica, diventa un dramma straordinario. Mi è venuto in mente il David Mamet di <em>Americani </em>[<em>Glengarry Glen Ross</em>, 1992], sulla prima grande crisi immobiliare americana e le trasformazioni del mercato e dei venditori. L’ultima grande performance di Jack Lemmon, Shelley «The Machine» Levene. Con la sua frase memorabile contro il nuovo dirigente che vuole rendimenti più alti a qualunque costo, pronto a far firmare contratti di mutui anche ai morti, che aizza i venditori l’uno contro l’altro, facendo le pagelle e mettendo in palio una Cadillac: «In questo mondo non c&#8217;è più posto per gli uomini. Questo non è un mondo per gente come noi. È un mondo di passacarte, di burocrati, di mezzemaniche. Non fa per noi. Non c’è più gusto. Siamo alla fine. Ecco cosa siamo, noi siamo una razza in estinzione!» Beh, dieci anni dopo, i mutui erano ormai solo un derivato finanziario e i subprime non li facevano firmare ai morti, ma poco ci mancava.</p>
<p>Il capostipite di questi film recenti sulla finanza è <em>Wall Street</em> di Oliver Stone, del 1987, con al centro la figura di Gordon Gekko, spietato giocatore della finanza. Peraltro, dopo il crollo e il carcere, Gekko è tornato, con <em>Wall Street. Il denaro non dorme mai</em>, del 2010, dove Michael Douglas fa prima a pezzi il giovane broker Jacob che si è intanto fidanzato con sua figlia, che lo odia imputandogli il suicidio del fratello più giovane e fragile, poi riconquista il suo tesoro nascosto e mentre il mondo finanziario crolla, con la crisi dei subprime, riprende a guadagnare alla grande, proprio perché aveva intuito quello che stava per accadere. Alla fine però, un certo sentimento prevale. L’avidità – la <em>greed</em>, osannata per anni dalla politica americana prima con Reagan e ora con più prudenza dal partito repubblicano e con misticismo dal Tea party – si arrende davanti a un’ecografia, il bimbo che sta per nascere ai due giovani. Quanto era cinico e convincente il primo film, è debole e speranzoso il secondo.</p>
<p>*Il mondo anglosassone ha da tempo messo in scena il mondo finanziario, ne ha fatto drammaturgia, e negli Stati uniti – come potrebbe essere altrimenti, visto che buona parte dell’immaginario occidentale si costruisce là – sono stati lesti nel trasformare la crisi dei subprime e la crisi finanziaria in sceneggiature. Se per un qualsiasi spettatore è difficile riconoscersi nei personaggi, a meno di non essere un broker di Wall Street o il gestore di un hedge fund, queste sceneggiature hanno svolto una funzione didascalica, utile e nient’affatto catartica, molto più che un docufilm di Michael Moore o il pur bello <em>The Corporation</em> [entrambi canadesi, come la rivista «Adbusters» che ha inventato lo slogan Occupy Wall Street]. Perché i crolli della Borsa, i fallimenti dei fondi pensione, il gioco degli swap e di una infinita varietà di derivati fino a diventare incomprensibile, fino a perderne il conto e la ragione, vengono ricondotti a quello che effettivamente <em>anche</em> sono: azioni umane, volontà soggettive, passioni, desideri, lotte di potere, frustrazioni. La crisi, cioè, <em>si capisce narrativamente come non succede altrimenti</em>.</p>
<p>Il circuito finanziario era già entrato di recente nel cinema con un personaggio di <em>La 25<sup>a</sup> ora</em> di Spike Lee: il broker, amico del pusher (Edward Norton) che ha ventiquattr’ore di tempo per salutare il suo mondo prima di andare in prigione, che ha giocato allo scoperto milioni di dollari di un fondo pensione e, mentre il suo capo gli intima di richiamare gli ordini e coprirsi, continua imperterrito e ormai fuori da ogni regola la sua scommessa che si fonda su un solo dato in arrivo su un monitor, il numero trimestrale dei disoccupati. È agghiacciante: il mondo del lavoro, uomini e donne, ridotto a un dato sul monitor per inventare denaro. Il film è del 2002, ma il romanzo di David Benioff, da cui il film è tratto, era stato scritto prima dell’undici settembre, mentre Lee decide di proiettare sul racconto il fascio della luce della tragedia proiettato verso il cielo. È una delle scene più angoscianti: gli amici, raccolti in un appartamento che affaccia su Ground Zero, guardano l’enorme voragine dove le ruspe lavorano senza sosta sotto i riflettori. Questa era l’America di quei giorni: una voragine, uno smarrimento. E un vitalismo senza regole, senza prospettive, senza senso, avvitato su se stesso: fermo sul posto. Una simile voragine, un simile smarrimento si riaprì con la crisi del 2007-08.</p>
<p>* Negli Stati uniti la crisi finanziaria del 2007-08 è stata un’esperienza di vita personale – la crisi dei subprime ha significato la perdita della casa per centinaia di migliaia di mutuatari, la crisi della Lehman Brothers ha comportato la perdita del lavoro per migliaia di addetti che uscivano con gli scatoloni degli effetti personali dai grattacieli luccicanti –, mentre in Europa, in Italia, è rimasto un episodio lontano, impersonale. Non che in Europa non sia arrivata l’onda di quella crisi, ma è rimasta confinata in un ambito inattingibile, quando non incomprensibile alla vita degli europei. <em>Inenarrabile</em>. Le banche, i governi, i tecnici se ne interessavano e vi erano coinvolti e preoccupati. Loro sapevano, non proprio tutto, ma molto di più degli altri, della gente comune. La maggior parte degli europei, degli italiani, ne era informata, ma non ne faceva immediata esperienza. E senza esperienza, non c’era narrazione.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>* Gli americani hanno reso narrativa la crisi finanziaria attraverso il cinema. L’hanno resa raccontabile. Va detto che già la letteratura se ne era interessata, ne aveva scritto le avvisaglie: Don DeLillo, nel 2003, pubblicò <em>Cosmopolis</em>, un ambizioso romanzo che racconta ventiquattr’ore [è strana questa ricorrenza di un tempo fissato a una sola giornata, e ben più che a un’influenza ormai spensierata di Joyce fa credere che dipenda dalla rapidità e caducità della vita dei movimenti della finanza, <em>overnight</em>] di Eric Parker, un ventottenne multimiliardario gestore di investimenti che attraversa la città – e i suoi ingorghi, qui per una visita presidenziale, lì per il funerale di un rapper, là per un riot – su una limousine superaccessoriata ma non per questo meno fragile e in balia degli eventi. Nel corso di queste ventiquattr’ore Parker perderà una somma incredibile di denaro scommettendo contro il rialzo dello yen, firmando la sua rovina, che è finanziaria e umana. Ma il cinema, e ancora di più il cinema per le reti televisive, è molto più popolare della buona letteratura. Così, gli americani hanno potuto capire le scelte – giuste o sbagliate, giuste e sbagliate – degli uomini che stanno dietro i meccanismi del potere distante, che stanno dentro quei meccanismi lontani. Ciò che è distante è inenarrabile, non riusciamo a attingerlo. La narrazione ha permesso loro di comunicarsi l’esperienza. È difficile sottrarsi alla suggestione che proprio questa narratività, cioè la capacità di raccontare l’esperienza, di condividerla, si sia in realtà riflessa nel movimento di Occupy Wall Street. Il racconto della crisi finanziaria era già comunità linguistica e si è trattato di dare la forma di una comunità politica. Occupy Wall Street è contemporaneamente un movimento di narratori e di lettori di quello straordinario dramma che è la crisi finanziaria. Benjamin ne sarebbe rimasto stupito.</p>
<p>In un testo su «Die Zeit», <em>La fine del capitalismo</em>, Wolfgang Uchatius scrive: «Possiamo immaginare una rappresentazione teatrale all’aperto. C’è un’opera che va in scena dal settembre del 2008, quando la banca d’investimento statunitense Lehman Brothers è fallita. S’intitola <em>Crisi finanziaria</em>». Ecco, Uchatius parla di una rappresentazione teatrale e di un’opera come metafora. Negli Stati uniti, invece, accade proprio questo.</p>
<p>* Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto una narrazione della crisi finanziaria. Forse sta qui uno dei motivi per cui un movimento come quello di Occupy Wall Street rimane inconcepibile. Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto esperienza della crisi finanziaria, e senza esperienza non c’è narrazione. La crisi finanziaria è rimasta confinata tra i tecnici, nell’inner circle, gente che va e viene tra incarichi pubblici e consigli di amministrazione privati di banche o fondi di investimento. L’introduzione di termini tecnici, a volte paradossale, a volte grottesca, come quella dello spread, nel linguaggio giornalistico prima e nella chiacchiera pubblica dopo, non ha modificato questa realtà, anzi l’ha resa ancora più impermeabile, più distante. Lo spread non comunica nulla, se non un dato che sembra oggettivo e bizzarro come il tempo: accanto alle informazioni meteo, le televisioni e i quotidiani vanno introducendo le informazioni spread. Lo spread non appartiene alla nostra esperienza umana quotidiana, a meno di non essere uno che tutti i giorni interviene sul mercato secondario dei titoli. La continua reiterazione dei movimenti dello spread ha finito per uccidere qualsiasi narrazione possibile. Forse, è proprio questo il punto: l’informazione, ossessiva, espropria la narrazione. Siamo inzeppati di analisi, grafici, ragionamenti, statistiche e sequenze, ma piuttosto di facilitarci nel comunicare <em>qualcosa</em>, una qualsiasi esperienza, questa mole di dati diventa disumana, un paesaggio di macerie, una voragine. Non ci sono eroi, nello spread, non ci sono codardi, non ci sono passioni, amori, tradimenti. Lo spread non potrà mai essere un personaggio. E senza personaggi non ci sono storie. Penso alla più recente prosa di Eugenio Scalfari [repubblica.it del 16 gennaio 2012], tipo: «Il Tesoro tuttavia, come la stessa Bce ha suggerito e dal canto nostro abbiamo raccomandato, dovrebbe aumentare il numero dei titoli in scadenza a breve durata, che il mercato vede con favore. Dovrebbe altresì azzerare il fabbisogno con un’operazione che rientra agevolmente nelle sue attuali capacità». Per chi scrive Scalfari? Chi è il lettore di Scalfari? Monti, Draghi, Vittorio Grilli? L’inner circle? Davvero esiste una narrazione comune, sociale – si può essere insieme narratori e lettori – che passa attraverso la differenza che andrebbe sollecitata tra le emissioni e i rendimenti dei titoli a breve, media e lunga scadenza?</p>
<p>Eppure, gli uomini comuni dell’Europa, dell’Italia stanno facendo esperienza della crisi.</p>
<p>* È proprio così? In realtà, quello di cui noi stiamo facendo esperienza non è la crisi finanziaria, ma <em>delle misure varate dai governi europei contro la crisi</em>. In Romania, ieri l’altro, a Bucarest, a Cluj, a Iasi a Targu-Mures, ci sono state manifestazioni di piazza e scontri durissimi con la polizia. La Romania, per rientrare nei livelli di deficit concordati con il Fmi e l’Unione europea, ha dovuto fare i tagli più duri dell&#8217;intera Unione europea. Il 25 percento in meno negli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Oggi un pensionato romeno con 37 anni di lavoro prende in media 160 euro al mese. Pur con tutte le debite proporzioni con il costo della vita, sembrano proprio pochini. In questo senso, anche la Grecia è emblematica. La protesta sociale – quella che gli analisti dei rating definiscono «reform fatigue» e a cui probabilmente assegnano un punteggio e di cui disegnano un grafico – si è intensificata e è lievitata a partire dalle misure imposte dall’Europa al premier Papandreou prima e ora a Papademos <em>per uscire</em> dalla crisi. Tagli agli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Come in Romania. Petros Markaris, lo scrittore greco inventore del commissario Charitos, ci va scrivendo una trilogia, sugli effetti di queste misure. Markaris ha deciso di raccontare le crescenti difficoltà sociali e individuali di questo periodo greco attraverso la forma del “giallo”, che, a ben pensarci, sembra la forma attuale del romanzo europeo. Ma trovo anche interessante che Yanis Varoufakis, del Dipartimento di Economia dell’Università di Atene, abbia scelto per spiegare la globalizzazione una figura mitica della cultura ellenica e fondativa dell’occidente [lo si capisce senza bisogno di scomodare Karl Jung o James Hillman], <em>The Global Minotaur</em>. Come anche che abbia fatto riferimento a Esopo e alla favola delle formiche e delle cicale, per parlare di debiti pubblici e avanzare una <em>Modest proposal for overcoming the euro crisis</em>. Il titolo <em>Modest proposal</em> è un evidente richiamo a Jonathan Swift, e al suo libro del 1729 in cui proponeva, per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione dei cattolici irlandesi, di ingrassare i loro bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. Non so quale possa essere la strada della narrazione della crisi, tra miti e gialli, ricorrendo alle proprie radici linguistiche o praticando una forma europea. Certo, la metafora delle sette fanciulle e dei sette fanciulli dati in pasto al mostro è facilmente comprensibile coi sacrifici economici imposti: resta da capire chi sarà Teseo e quale il filo rosso di Arianna che lo guidi fuori dal labirinto.</p>
<p>* Qui in Europa quindi la situazione è rovesciata rispetto gli Stati uniti: noi non stiamo facendo esperienza della crisi, ma delle misure contro la crisi, della <em>controcrisi</em>. Sembra quasi la stessa cosa, ma <em>in questo lieve slittamento c’è esattamente tutto di diverso</em>. A partire da questa considerazione: a parte la Germania, i paesi europei, in particolare quelli dell’area mediterranea, vivevano già da tempo, da circa un decennio, che è più o meno il tempo dell’introduzione dell’euro, anche se non è solo addebitabile alla moneta unica, un periodo di stagnazione, di mancanza di crescita e sviluppo. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non ha niente a che vedere con lo scoppio di una bolla speculativa immobiliare o di titoli tossici o con l’impazzimento dei derivati finanziari. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non fa che stringere ulteriormente la produzione, verso la recessione. È la nostra esperienza quotidiana: se spendiamo di meno, se stiamo più attenti ai consumi, se aumentano una serie di pagamenti assolutamente improrogabili [in Grecia le tasse sulla casa arrivano insieme alle bollette del gas e della luce], ci rendiamo conto che si produrranno meno oggetti, circolerà meno denaro, ci sarà una minore distribuzione nel commercio, e che tutto questo si traduce poi in minore occupazione.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>* È questa affabulazione che sta dietro i governi tecnici, in Italia come in Grecia: per principio narrativo, per <em>convenzione narrativa</em>, essi incarnano la soluzione del problema, sono la <em>riforma</em>. Ma mentre negli Stati uniti, dove la crisi finanziaria è esplosa, tutte le misure hanno il segno di tentativi per alleviare lo smarrimento [la disoccupazione, il credit crunch, il calo degli ordini, lo stallo industriale], in Europa le misure, le riforme hanno preso il segno del rigore, dell’austerità, dato che la crisi, impersonalmente, ha preso il segno del debito pubblico. Non, quindi, quello di un inner circle che ha profittato – contro cui gridare: We are the 99% –, ma quello di una colpa universale. Un peccato originale trasmesso a tutta l’umanità europea. O almeno a quella cicaleccia, mediterranea.</p>
<p>Questo passaggio, dalla crisi finanziaria alla crisi dei debiti pubblici non ha avuto alcuna narrazione. È rimasto patrimonio della nomenklatura – mi ha colpito molto il fatto che Monti abbia detto di essere stato già informato in privato del downgrade deciso da Standard e Poor’s per l’Italia, eppure negli stessi giorni esortava in conferenza-stampa a comprare Bot –, su cui l’informazione, giornalistica perlopiù, apre lampi che rendono ancora più oscuro il buio momentaneamente squarciato.</p>
<p>In un certo senso ci troviamo a ripetere l’esperienza e il pensiero di Benjamin del 1936: «Mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione», anche se dovremmo aggiornare l’espressione. Così, adesso: mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle economiche contro la crisi. Rispetto alle misure contro la crisi di adesso, alla <em>controcrisi</em>, non c’è esperienza storica che valga, si sia più o meno innamorati convinti di Keynes o, all’opposto, di von Mises. I governi europei adottano contro la crisi misure che non hanno alcuna narrazione. Il loro arco temporale ha il valore di ventiquattr’ore o poco più, giusto il tempo tra l’apertura delle borse asiatiche e la chiusura di quelle europee, una sorta di odissey joyciana, ma invece di costruire un’epica – il New Deal rooseveltiano, per dire, è stato un’epica – si limitano a una reiterazione coattiva degli stessi meccanismi discorsivi, degli stessi dialoghi: sale lo spread col Bund, interviene la Bce sul mercato secondario, scende lo spread, la Bce rallenta, fino alle ventiquattr’ore successive. Il plot, la trama prevede solo questo acme narrativo, questo happy end: la Bce deve diventare prestatore di ultima istanza, ci vogliono gli eurobond. L’unico arco temporale in cui i governi europei intervengono è quello delle misure del rigore, che si dilata in maniera assolutamente inverosimile, con scadenze al 2027, al 2043, per le pensioni a esempio: nessuna narrazione può tenere un qualsiasi passaggio di esperienze su un futuro così discrezionale; nessun personaggio, nessuna azione può essere narrativamente <em>credibile</em>. Bisogna avere davvero fede nella potenza del capitalismo o nella sussistenza eterna del denaro, per accettare lo scambio – è la proposta sul tavolo in Grecia – dei bond precedenti con un concambio di nuove emissioni al valore del 50/60 percento [nella forbice, sta tutta la trattativa] le cui cedole cominceranno a scadere nel 2043. Avranno ragione loro, nel loro millenarismo, come la Chiesa cattolica crede nel purgatorio e nelle indulgenze?</p>
<p>* Eppure, la narrazione del capitalismo sembra in crisi. Sul «Financial Times», su «Policy Affairs», sul «Wall Street Journal», su «Die Zeit», sul «Guardian», su giornali popolari e riviste pensose fa ormai stabile presenza un dibattito sulla “fine del capitalismo” col punto interrogativo. Non so, a me pare una questione complessa (anche al mio amico Giancarlo, con cui al mattino presto, ormai scevri di sogni, chiacchieriamo di queste cose). Se per un verso è vero che l’opzione sul futuro sembra drammaticamente in crisi, come la capacità di programmazione che però era più propria del socialismo coi suoi piani quinquennali, ma certo anche di un’idea indefettibile del progresso, la forza del capitalismo sta nel suo spirito animale di distruzione, e quindi della possibilità della ricostruzione (con la guerra o con la crisi), nel suo ciclo. E questa – la distruzione, la scomparsa, la perdita – è sicuramente una <em>situazione altamente narrativa</em>. Fa parte della nostra condizione umana rimpiangere ciò che perdiamo – cui finiamo per affidare un valore nel tempo – molto più di ciò che non abbiamo ancora. La perdita del passato è una situazione fortemente drammatica più che l’assenza di futuro e l’incertezza del domani. Come pure, la conoscenza del futuro prossimo – non solamente in un “giallo” – toglie proprio ogni aura narrativa. È nel nichilismo del capitale la sua forza di narrazione, come stava tutta nell’irenico domani la debolezza delle magnifiche sorti e progressive. L’incertezza di stare al mondo, che è tutta la nostra possibilità di avere un arbitrio e un destino, è la molla del nostro desiderio: cosa potremmo mai desiderare se già conosciamo le possibilità del nostro domani? Essersi affidato tutto alla tecnica sembrava aver fatto smarrire, al capitalismo, capacità drammatica: la tecnica è per principio priva di errori e scarti, di principi di soggettività. Il crollo della tecnologia – momentaneo, certo –, anche di quella militare, o la sua riconversione riapre però la sostanza narrativa. Da questo punto di vista, il capitalismo sembra proprio in gran forma. Ma lo è, al contrario, anche dove è stato da poco scoperto. Come scrive Wolfgang Uchatius in «Die Zeit»: «La macchina capitalistica non ha prodotto solo un’opulenza apparente e a tratti oscena, ma ha anche salvato dalla povertà centinaia di milioni di cinesi, indiani, sudcoreani, vietnamiti, e brasiliani». Per loro, è proprio una grande epopea, qualcosa che tra poco i nonni racconteranno ai nipoti.</p>
<p>* Le misure contro la crisi sono spiegate attraverso la forma del saggio accademico, della <em>lectio</em>, i numeri, i dati, le statistiche e le sequenze: non ci sono passioni, personaggi, frustrazioni, ambizioni. È questo grigiore, questa neutralità, questa tristezza che dovrebbero dare credibilità e verosimiglianza: se c’è un debito, per prima cosa vanno ridotte le spese. Non bisogna neanche essere padroni della partita doppia, per saperlo, per capirlo. La riforma del debito è così vestita di <em>ragionevolezza</em>, d’incontrovertibilità, dell’impossibilità della falsificazione, della mancanza di profondità e spessore, della assenza di imprevedibilità, di scarto, mentre qualsiasi esperienza che facciamo delle misure contro la crisi – la disoccupazione, la recessione, la contrazione del credito, la precarietà – assume il carattere della passione, del sentimento, della occasionalità, dell’impeto. Dell’umore. Rimane, cioè, singolare, marginale.</p>
<p>La catastrofe finanziaria americana – la voragine, lo smarrimento – è stata la condizione da cui l’immaginario negli Stati uniti ha sviluppato una narrazione possibile [l’industria che ritorna forte, l’<em>insourcing</em>, l’orgoglio di produrre americano, lo stigma dell’avidità sfrenata], e può anche avanzarsi la suggestione che abbia agito muovendosi sulle linee guida del dopo undici settembre. Mentre la catastrofe europea è un’evocazione che oscura e mette a tacere l’esperienza che quotidianamente facciamo. È una fiaba, rassicurante e terribile come le fiabe. Restano come <em>salvezza</em> le riforme, le misure. Pollicino, misurato, sapiente, ragionevole, nel suo disseminare sassolini, contro l’orco della crisi.</p>
<p>La domanda che possiamo adesso porci è: davvero non riusciamo a costruire narrazione, quindi a scambiare la nostra esperienza della voragine causata dalle misure contro la crisi? Davvero gli Stati uniti stanno ripetendo il miracolo letterario che li attraversò prima, durante e dopo la crisi del ’29 – per tutti, cito <em>Manhattan Transfer</em> di Dos Passos, o Sherwood Anderson – [forse pensava a quello straordinario periodo Vargas LLosa, quando nel 2009 disse che: «La crisi economica avrà almeno un effetto positivo, quello sulla letteratura»], oggi nella crisi finanziaria con linguaggi espressivi diversi e quindi una circolazione diversa, più ampia e capillare, e noi europei scambiamo lucciole per lanterne [le misure contro la crisi come fossero la salvezza, la recessione come fosse la crescita, l’austerità come fosse lo sviluppo]?</p>
<p>* «La lettura», l’inserto domenicale del «Corriere della sera», sembra farne un’imputazione alla scrittura italiana. Gli scrittori italiani si sono impantanati nel raccontare il precariato – questo più o meno dice –, ormai cucinato in tutte le salse, e non colgono l’occasione d’oro della crisi [è proprio questo il titolo dell’articolo, di Alessandro Beretta]. Suggerisce, Beretta, di cercare «altri soggetti», che so, i mutuatari di case, come fa Paul Auster utilizzando la crisi dei subprime come fondale in <em>Sunset Park</em>.</p>
<p>Ecco, questo è esattamente scambiare lucciole per lanterne. La narrazione italiana ha <em>già</em> parlato della crisi. Non fa altro da dieci anni. La crisi del lavoro, il precariato, nelle storie minime, nei reportage, nei testi per il teatro o nei monologhi, nei racconti d’invenzione, aveva esattamente questo senso della catastrofe per una generazione, della voragine, dello smarrimento. Che abbia scelto a volte la vena del comico o del grottesco o della sperimentazione linguistica, non cambia poi molto. Perché gli scrittori italiani dovrebbero scrivere della crisi dei subprime o dei gestori degli hedge fund? Cioè, di cose americane? Le misure contro la crisi, la controcrisi, che è quello che noi viviamo, non modifica la materia narrativa finora già elaborata. La amplifica e la approfondisce. Potrà tutt’al più precarizzare ulteriormente le nostre vite. Lo sta già facendo. O deprimere ancora di più quel po’ di produzione che facciamo: forse il libro di Edoardo Nesi – <em>Storie della mia gente</em> – che ha vinto lo Strega ha fatto solo da apripista. <em>La dismissione</em> il bel libro di Rea che raccontava la fine di un luogo industriale simbolico, l’acciaieria Ilva di Bagnoli, è del 2002. <em>Il declino dell&#8217;impero Whiting</em> [<em>Empire Falls</em>] il romanzo di Richard Russo in cui si descrive la caduta di una famiglia una volta potente, proprietaria delle industrie tessili di una zona del Maine, l’arrivo delle multinazionali, il degrado delle Empire Falls, un luogo industriale simbolico, è Pulitzer 2002. Perché Nesi o Rea avrebbero dovuto scrivere invece di subprime come Paul Auster?</p>
<p>* Per una qualche ragione che io non so spiegare, sembra che mentre negli Stati uniti in crisi si sviluppi una narrazione democratica, nell’Europa in crisi si pongano le premesse di una narrazione totalitaria. Uso questo termine con cautela: il totalitarismo è l’assenza della narrazione. Anzi, contro il totalitarismo – basti pensare all’<em>Arcipelago Gulag </em>o a <em>Una </em><em>giornata di Ivan Denisovič</em> di Aleksandr Solženicyn o a Primo Levi, a Bruno Schulz – può resistere solo la speranza della narrazione. Il totalitarismo è proprio la morte della narrazione, l’incapacità, l’impossibilità di comunicarsi l’esperienza.</p>
<p>Viviamo già in questa impossibilità?</p>
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		<title>Ictu oculi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 08:13:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[lanfranco caminiti]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lanfranco Caminiti Forse, come dice Berlusconi – a cui piace ricorrere al suo repertorio di latino salesiano – parlando della crisi economica, non è evidente ictu oculi cosa fare. Ma a colpo d’occhio, la stravittoria elettorale di Berlusconi in Sardegna e la crisi apertasi nel Partito democratico con le dimissioni di Veltroni segnano il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lanfranco Caminiti</strong></p>
<p>Forse, come dice Berlusconi – a cui piace ricorrere al suo repertorio di latino salesiano – parlando della crisi economica, non è evidente <em>ictu oculi</em> cosa fare. Ma a colpo d’occhio, la stravittoria elettorale di Berlusconi in Sardegna e la crisi apertasi nel Partito democratico con le dimissioni di Veltroni segnano il completamento di un processo e l’instaurazione di una nuova fase, di un nuovo periodo. Il berlusconismo – ormai è senso comune – è stato, è per sua costituzione e suoi strumenti invasivo e pervasivo, assoluto. Non è solo un partito, né solo una coalizione ma la progressiva costruzione di un regime intorno un uomo. Quest’uomo ha sinora stravinto e conquistato gli italiani. Ha stravinto nei periodi di vacche grasse, stravince nei periodi di vacche magre, quando, per paura, insicurezza sull’oggi e il domani e per mancanza di credibili alternative, gli si affolleranno intorno, come sempre accade, con consenso convinto o riluttante, delega assoluta o relativa, fede plaudente o ritrosa.<br />
<span id="more-14938"></span></p>
<p>Berlusconi è il re dei nostri tempi, di una democrazia italiana ormai logorata. Lo era già prima in forma di immaginario sociale prevalente, maggioritario, di <em>imitatio</em>, lo è di più adesso in forma di consultazione elettorale e rappresentanza. Il bipolarismo rimane sulla carta, una velleità, in un processo di composizione e scomposizione continua di una opposizione impossibile. Non c’è mai stato in Italia, in tutta la storia del novecento – se si esclude il fascismo, che però era una dittatura con una lista uninominale –, un uomo con i suoi numeri parlamentari, con i suoi voti, dalle Alpi allo Stretto, e isole comprese. Quantunque la sua coalizione sia il risultato di una composizione di forze radicate diversamente in territori diversi, solo la sua persona ne è il collante indissolubile e la vera forza motrice.</p>
<p>La crisi del Partito democratico è sostanzialmente la forma propria in cui la crisi della rappresentanza si è espressa in Italia, una crisi della sinistra – la destra ne sembra immune. Forse anche perché è stata la forma propria in cui la democrazia parlamentare a suffragio universale si è instaurata in questo paese, contro la destra – la destra ha sempre coltivato tentazioni autoritarie, e fino a non molto tempo fa, anzi, operava in tal senso. O, per meglio dire: a sinistra si è più radicata convintamente che la democrazia parlamentare, rinvigorita o difesa a seconda dei momenti, fosse la strada della modernità, della buona gestione e del cambiamento: il Partito democratico, d’altronde, con la congiunzione delle due componenti fondative, «costituzionali» di questa democrazia, quella cattolica moderna e quella comunista riformata, rappresenta e conclude proprio visivamente questa storia. Rimane il convincimento, anche nelle sue componenti più estreme, cioè la forma e le parole, ma non c’è più la «forza», né di persuasione né di dissuasione.<br />
Alla crisi della democrazia rappresentativa in Italia, già scoppiata con Tangentopoli, la destra si è fatta avanti con un nuovo progetto e un uomo nuovo, Berlusconi; la sinistra si è affidata in buona misura ai magistrati e comunque non è mai riuscita a mettere in campo un progetto credibile in grado di reggere e modificare i tempi. Veltroni conclude Martinazzoli.<br />
La scomparsa di una pratica d’opposizione credibile parlamentare, di una vita democratica del parlamento e delle istituzioni, sotto i colpi del berlusconismo trionfante e della crisi della sinistra, configura una situazione davvero nuova. Che affonda nella nostra storia specifica, italiana, così come specifiche sono state e sono sempre le crisi e le risposte d’ogni nazione.<br />
Berlusconi è un sovrano, e non il presidente di consiglio d’una democrazia parlamentare. Non esercita il potere come il presidente d’un consiglio d’amministrazione d’una azienda come la si immagina nei manuali di management, ma – come già in Mediaset, e come in buona parte e ovunque di questo tipo ‘particolare’ di industria della comunicazione – secondo i suoi umori, le sue intuizioni, i suoi capricci, le sue determinazioni. Un sovrano «costituzionale», che non si perita peraltro di esternare le sue scalpitazioni in tal senso.<br />
La sua monarchia democratica si esercita attraverso alleanze con «piccoli regni» territoriali: la Lega lombarda di Bossi, il Mpa di Lombardo in Sicilia, principati e granducati qui e là. Il ciclo non è compiuto del tutto: resta, importante, la Campania – peraltro già governata come un protettorato locale, ma tutti gli indicatori lasciano credere che la conquisterà. E restano enclavi: Torino, Venezia, il triangolo economico e politico delle Cooperative rosse, tra l’Emilia-Romagna, la Toscana e l’Umbria. Isolate e circoscritte – e molto lascia pensare che loro stesse oggi preferiscano così –, come circondate da dazi doganali, possono anche sopravvivere come sono, o forse no, non è importante. Non cambia la situazione generale.</p>
<p>È una situazione geo-politica simile a quella precedente l’unità d’Italia, a personaggi e condizioni più «ammodernate». Ma, in più, c’è, eccome, un sovrano.<br />
Che tutta la costituzionalità e la democrazia e la rappresentanza elettiva di questo paese possano gravare sulle spalle dell’attuale presidente della Repubblica, è davvero una «trincea» politica di nessuna consistenza: i suoi poteri sono limitati a dei rituali di «garanzia» – come d’altronde la costituzione redatta dai suoi padri fondatori si preoccupò di fare, dopo l’esperienza del fascismo, concentrandosi piuttosto sulle forme e le regole di una democrazia larga e partecipata. Ma quando i poteri sono indeterminati più che squilibrati, quali mai garanzie possono esercitarsi?<br />
Berlusconi potrebbe già modificare la Costituzione, ne ha la forza e progressivamente ne potrebbe avere il sostegno di popolo; potrebbe già convocare <em>ad horas</em> il parlamento e cambiare l’inno nazionale, in qualcosa di più ottimista e meno cupo. Che so, sull’eco attuale di Sanremo, e dell’iniziativa rigorosamente bipartisan di annoverare tra i padri della patria anche Mina, potrebbe sostituire l’inno di Mameli con <em>Le mille bolle blu</em>, di sicuro più adatto ai tempi.<br />
Per chi, come me, è convintamente repubblicano, e repubblicano di un nuovo repubblicanesimo a petto di una nuova monarchia, si prospettano non poche difficoltà. Un potere così «nudo e crudo», così dispiegantesi in una forma di vita nazional-popolare, è sconcertante.<br />
Ecco, si potrebbe dire così, e di sicuro a Berlusconi piacerebbe: <em>hoc opus, hic labor</em>: questo il da fare, qui la fatica.</p>
<p><em>(Roma, 20 febbraio 2009)</em></p>
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		<title>C&#8217;è fannullone e fannullone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Sep 2007 11:01:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[lanfranco caminiti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lanfranco Caminiti Incontro, a luglio, Raffaella in un ascensore della Regione Lazio. Siamo stipati, la ventola interna di aerazione non funziona, si suda. Lei viene su dal bar, ha dell&#8217;acqua e un vassoio con dei caffè, sta andando a non so quale piano per non so quale incarico &#8211; magari sta solo portando un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lanfranco Caminiti</strong></p>
<p>Incontro, a luglio, Raffaella in un ascensore della Regione Lazio. Siamo stipati, la ventola interna di aerazione non funziona, si suda. Lei viene su dal bar, ha dell&#8217;acqua e un vassoio con dei caffè, sta andando a non so quale piano per non so quale incarico &#8211; magari sta solo portando un ristoro ai colleghi: ho sempre avuto difficoltà a capire esattamente i suoi compiti, ma d&#8217;altronde questo vale per buona parte dei «regionali» che conosco. Non la vedevo da tempo &#8211; Raffaella scompare letteralmente dal lavoro per lunghi periodi. E&#8217; abbronzantissima, i denti le splendono in bocca, freschissima e fichissima con il suo fisichino ancora asciutto a dispetto degli anta e di due figli. <span id="more-4388"></span> Nell&#8217;esasperante lentezza dell&#8217;ascensore davanti al mio sguardo sorpreso e compiaciuto trova modo di civettare un po&#8217; &#8211; è allegra, gesticola, fa l&#8217;occhiolino, lo spettacolino è gratuito per tutti &#8211; e di raccontarmi che è stata «costretta» ad andare al mare &#8211; la generosa scollatura non lasciava comunque dubbi -, altrimenti avrebbe perso tutte le ferie maturate. Rimango a bocca aperta e pallido come un cencio. Ho davanti ancora un mese buono di lavoro e un&#8217;incertezza sul futuro grande come l&#8217;ascensore &#8211; lei è una «regionale», io non so neppure più che pesce sono. Mi dico che se nasco un&#8217;altra volta e ho l&#8217;opportunità di scegliere cosa diventare voglio essere Raffaella.<br />
Incontro poi, ad agosto, in Calabria &#8211; anch&#8217;io sono andato in ferie, dopotutto &#8211; un caro amico che è diventato presidente di un&#8217;importante istituzione locale. Mi racconta che va al lavoro tutti i giorni, un po&#8217; perché ha bisogno di impratichirsi del nuovo ruolo, un po&#8217; perché vuole dare un &#8220;segno&#8221; ai dipendenti, che però non sembrano cogliere molto: sono tutti in vacanza &#8211; il dirigente tecnico lo chiama con scrupolo quasi quotidianamente dalle Baleari per sincerarsi che tutto sia sotto controllo, i faldoni, le scartoffie, le password, la posta -, tranne uno che ha un pastore tedesco ormai vecchio e malandato che non sa mai a chi lasciare. Così, si fanno compagnia, il cane e il dipendente, e il mio amico e il dipendente. Un giorno il dipendente ha portato il cane all&#8217;istituto, ma il mio amico l&#8217;ha convinto che il ménage non è cosa, anche se è agosto. Il mio amico ha scoperto che il presidente suo precedessore &#8211; ora passato ad altro prestigioso incarico, con prestigioso emolumento, la politica lo sistema sempre &#8211; aveva l&#8217;abitudine di monetizzare le ferie maturate: negli ultimi due anni si è liquidato ventimila euro a botta. Ventimila euro. A botta. E durante l&#8217;anno veniva in sede quando gli pareva, nessuno stava lì a controllarlo, scompariva letteralmente per intere settimane.<br />
Così, intesso fili: Raffaella e l&#8217;ex presidente d&#8217;istituto sono due abilissimi manovratori di permessi, malattie, fogli presenza. Due fannulloni. Nonostante un&#8217;inveterata attitudine a non fare assolutamente un beato cazzo sul lavoro, a sottrarsi con programmata scientificità a qualunque mansione a cominciare da quella minima del recarsi, sul lavoro, riescono pure a cumulare ferie. L&#8217;invidia mi stravolge i sensi.<br />
Raffaella guadagna sugli ottocento euro al mese, è in part-time e credo faccia difficoltà a tirare avanti &#8211; talvolta me n&#8217;ha accennato -, con due figli poi, anche se prende gli alimenti dall&#8217;ex marito. Da quando s&#8217;è separata sta con certi parenti, dei cugini, dei fratelli, non so, periferia est di Roma. Immagino si arrangi in qualche modo, un qualche lavoretto in qualche negozio, o un qualche innamorato che la aiuta. Il part-time è una sua scelta, vuole la sua libertà &#8211; dice &#8211; e, stesse in me, io la pagherei solo per venire qualche volta in ascensore a tirare su quelle facce da mortorio. Se cumula ferie, va al mare &#8211; il gesto è conseguente a una sua filosofia di vita.<br />
L&#8217;ex presidente d&#8217;istituto guadagna sui duecentomila euro l&#8217;anno, tra una cosa e l&#8217;altra. Se cumula ferie, monetizza &#8211; il gesto è conseguente a una sua filosofia di vita.<br />
C&#8217;è fannullone e fannullone, quindi: se la «forbice» dei comportamenti sul lavoro e del «rendimento produttivo» tra alto e basso livello tende a stringersi verso lo zero, quasi fino a sovrapporsi, quella del compenso economico tende a divaricarsi sempre più. A uguale lavoro, anzi a uguale non-lavoro, corrispondono stipendi ben diversi. Dicono sia impossibile, o quasi, mandare a casa un lavoratore nullafacente, e difatti Raffaella sguazza in una complicità generale o tutt&#8217;al più c&#8217;è un mormorio; ma provateci voi a mandare a casa un dirigente fannullone: il loro potere di interdizione e di ricatto è altissimo, la mobilitazione delle associazioni di categoria, delle lobby, dei rapporti informali scatta immediatamente, e si capisce anche facilmente: un dirigente sta al proprio posto per nomina politica, i bandi di reclutamento sono una barzelletta, la sua prebenda è il «saldo» di tanti lavoretti fatti per la propria cordata e a quella deve dare conto e ne è protetto. La «tabella di rendimento» dei manager, di cui talvolta parla Pietro Ichino come fosse il programma d&#8217;allenamento d&#8217;un atleta rigoroso e inflessibile, è una boiata: se la fanno tra loro dirigenti, la «tabella», e ce ne fosse mai uno che non ha raggiunto la soglia massima di prestazione. In più, spesso si diventa dirigente a fine carriera, come «premio» d&#8217;una vita spesa a servire questo o quel padroncino politico; ma questo significa che si va in pensione con il massimo dello stipendio e per trent&#8217;anni ci tocca mantenere a livelli altissimi oscuri burocrati incapaci e le loro famiglie.<br />
E allora. Un uomo di un&#8217;ora non vale più un altro uomo di un&#8217;ora. Soprattutto, un&#8217;ora di non-lavoro non vale più un&#8217;altra ora di non-lavoro. Quella che era scienza operaia di resistenza all&#8217;organizzazione capitalistica della produzione e dello sfruttamento, quello che era sapere operaio sulla produzione, quello che era, insomma, il «rifiuto del lavoro» s&#8217;è rovesciato nel suo senso opposto: totale accettazione della follia del capitalismo, o di quel che l&#8217;è adesso il «sistema» &#8211; ingrassarci dentro, è questa la filosofia di vita del manager-dirigente, ricavarci una nicchia per sopravvivere è la filosofia di vita del lavoratore. La liberazione di tempo sociale, di tempo non immediatamente produttivo, è talmente alta che c&#8217;è una greppia ottima e abbondante. Il capitalismo &#8211; o quel che l&#8217;è adesso il «sistema» &#8211; non ha bisogno del nostro lavoro. Il fannullonismo è la malattia senile del capitalismo.<br />
A petto di questo, Raffaella, col suo dilettante e artigianale train de vie mi sembra un fulgido esempio di attaccamento al lavoro, o quanto meno a un «luogo» del lavoro, i colleghi, le chiacchiere, la socialità, lo scambio di idee e opinioni &#8211; una giornata un po&#8217; meno merdosa.<br />
Se c&#8217;è un solo motivo convincente per cui a settembre torno in Regione, è che spero di rivederla in ascensore. Sono pure convinto di non essere il solo ad aspettare di incontrarla. Prima o poi.</p>
<p>__________</p>
<p><em>pubblicato precedentemente su Liberazione e su www.lanfranco.org</em></p>
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