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	<title>l&#8217;anno del fuoco segreto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto: L&#8217;Ombelico dell&#8217;Arno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2022 06:03:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Zandomeneghi]]></category>
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					<description><![CDATA[La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segreto, si può leggere QUI. di Andrea Zandomeneghi Conoscevo crackomani che si preoccupavano (seriamente) per la mia salute perché mangiavo – cosa a loro dire sicuramente folle e probabilmente assai dannosa – quello che pescavo nell’Arno. Spesso erano anguille (ci facevo uno spezzatino al sugo di pomodoro), qualche volta carassi (ottimi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La descrizione del progetto</em> <strong>L’Anno del Fuoco Segreto</strong>, <em>si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/"><strong>QUI</strong></a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-95057" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/15-Copertina-Andrea-Zandomeneghi.jpg" alt="" width="600" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/15-Copertina-Andrea-Zandomeneghi.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/15-Copertina-Andrea-Zandomeneghi-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/15-Copertina-Andrea-Zandomeneghi-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/15-Copertina-Andrea-Zandomeneghi-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/15-Copertina-Andrea-Zandomeneghi-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/15-Copertina-Andrea-Zandomeneghi-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><strong>di Andrea Zandomeneghi</strong></p>
<p>Conoscevo crackomani che si preoccupavano (seriamente) per la mia salute perché mangiavo – cosa a loro dire sicuramente folle e probabilmente assai dannosa – quello che pescavo nell’Arno. Spesso erano anguille (ci facevo uno spezzatino al sugo di pomodoro), qualche volta carassi (ottimi per la zuppa) o altri ciprinidi imbastarditi che sfuggivano alle classificazioni ittiche canoniche ma che secondo me vantavano tra i propri antenati i pesci rossi, raramente – strano a dirsi per i profani – tartarughe d’acqua, ma non le nostrane, quelle stronze con le guanciotte dorate provenienti dalle vaschette dei bimbi e poi rilasciate. Tinche non l’ho mai prese, nonostante pescassi col lombrico, idem cavedani e barbi. In ordine ai siluri, premettendo che comunque non avrei avuto l’attrezzatura da combattimento adatta per pescarli, posso dire che prima di quel giorno non l’avevo mai nemmeno visti. C’era questa leggenda che se ne catturavi uno eri obbligato a non ributtarlo, perché infestante e mortifero, non ho mai saputo se fosse vera. Non mi ponevo il problema. Nell’Arno ci facevo anche il bagno, nudo, di notte, ma questa è un’altra storia.</p>
<p>Quel giorno, nel pomeriggio, m’incontrai con Vitellozzo Vitelli in Piazza dell’Isolotto per andare a pescare alle Cascine. Portava il suo solito cappello a cilindro (abbinato a una tuta acetata), puzzava di sudore stantio a cinque metri di distanza e aveva tre sorprese: una nuova canna da catfishing con mulinello rotante, dei palloncini colorati gonfiati e una gabbietta per pappagalli con tre piccioni vivi. Mentre attraversavamo la passerella pedonale, allungandomi un tre grammi di funghetti, iniziò a spiegarmi. In pratica mi disse – ma questo già lo sapevo – che sua madre, la moglie del Conte Vitelli, era irlandese e calvinista e che discendeva dalla stessa stirpe di William James, solo che la sua diramazione familiare non era emigrata negli Stati Uniti a causa di non so quali guai giudiziari – forse prigione per debiti o truffa o ambo, non era chiaro – sorti a seguito d’una fallimentare esperienza editoriale, nello specifico legata a dei – falsi lo si accusava, e la filologia avrebbe dato ragione all’accusa – inediti di Emanuel Swedenborg sulla demonologia acquatica. In sostanza, continuò Vitellozzo con la sua voce inconfondibilmente adulterata dalla sinusite da ketamina, la lontanissima parentela – facendo leva sulle suggestioni della consanguineità che solo i nobili (certi nobili, soprattutto se massoni) conoscono e che per gli altri son oscure e deliranti – l’aveva indotto a leggere <em>Le varie forme dell’esperienza religiosa</em>, ne era rimasto in qualche modo deluso e ne aveva parlato – e questo avrei dovuto saperlo, ma lei non me lo aveva detto e del resto io non vedevo né sentivo Vitellozzo da tipo cinque settimane – con Daniela, la mia ragazza, o meglio la mia compagna. Daniela – che era una hegeliana di ferro di quelle che a ventiquattro anni già sono cultrici della materia e ti fanno fare l’esame al posto del professore – gli aveva detto di essersi imbattuta in un testo – pubblicato sulla rivista<em> Mind </em>e reperibile nella biblioteca di Novoli – molto curioso di James l’anno prima, si trattava di un’appendice di <em>On some Hegelisms</em> dal titolo <em>Subjective Effects of Nitrous Oxide </em>nella quale c’erano due cose notevoli: in primo luogo un riferimento a un libercolo che consigliava – <em>The anaesthetic revelation and the gist of philosophy</em> – sulla mistica filosofica del gas esilarante e che aveva anche recensito anni prima, in secondo lungo l’affermazione che grazie al protossido d’azoto aveva capito Hegel e aveva visto che il mondo funziona sulla base delle categorie della metafisica dialettica hegeliana. Chiesi a Vitellozzo di arrivare al punto. Il punto è che questi palloncini son gonfiati col protossido d’azoto, mi disse. L’ho gonfiati io con un sifone per panna montata.</p>
<p>C’eravamo sistemati tra le rane che gracidavano infoiate poco dopo lo scivolo delle Cascine, su quella pedana asfaltata dove in estate le genti si mettono a giocare a carte. Il piano di Vitellozzo era degno della sua eccentricità sguaiata: aspirarsi il protossido d’azoto che voleva che provassi abbinato ai funghetti, rigonfiare i palloncini d’aria, fissarne uno a un piccione innescato vivo con tre grossi ami, lanciare il tutto in acqua, lasciare il malcapitato volatile a dibattersi sanguinante e semiagonizzante sulla superficie e attendere che un siluro abboccasse. Vicino a Ponte Vecchio li pescano così, mi disse. Saranno stati i funghetti e il gas, ma non ce la facevo a smettere di ridere per quest’assurdità. Non aprii nemmeno la mia canna, mi misi seduto a terra a gambe incrociate e iniziai a sfottere Vitellozzo che preparava la montatura e litigava goffamente col piccione seviziandolo. Dopo circa mezzora però ci fu la mangiata: piccione e palloncino scomparvero inabissandosi, la canna si piegò quasi a novanta gradi, partì la frizione e iniziò il combattimento. Vitellozzo se la prese comoda, da ottimo pescatore qual era fece sfiancare il pesce per una ventina di minuti abbondanti dandogli sì un po’ di filo (per non farlo strappare) ma mantenendolo sempre in tensione cosicché non avesse lo spazio di manovra per andarsi a rintanare nei limacciosi baratri cunicolari suoi sul fondale, poi iniziò pian piano a recuperare senza mai forzare. A cinque metri dalla riva ricomparve per un attimo il palloncino e sotto di lui l’ombra allungata del mostro fluviale. Ebbi un brivido solo intravedendolo: mi parve avesse la stazza d’un bimbo di quarta elementare. Quando poi s’avvicinò ancora presi il coppo e m’accinsi a guadinarlo. Lui bollò in superficie, la testa gli uscì fuori dall’acqua e prese aria. Mi guardò fisso negli occhi ed ebbi uno svarione, come una vertigine che mi faceva sprofondare in quello sguardo triste eppure fiero. E allora, quasi ipnotizzato, invece di sistemare il guadino sotto di lui in modo che Vitellozzo ce lo guidasse dentro, lo roteai in aria e ci colpii il filo a tutta forza. A Vitellozzo sfuggì la canna di mano, perse l’equilibrio e cadde in acqua. Il filo si tranciò e il siluro fu di nuovo libero, per quanto con un amo in gola.</p>
<p>A mezzanotte passata mentre rientravo a piedi a casa dallo Yag tremando per il freddo mi si rovesciò addosso un nubifragio all’altezza di Ponte alla Carraia. Vitellozzo, che era pagano, doveva aver invocato per vendetta contro di me Giovepluvio adunator di nembi, pensai e mi strappai un sorriso a mezza bocca, poi mi tornò in mente l’immagine dell’amico mio psiconauta obeso e fulvo che cercava di riguadagnare l’argine stringendo il cilindro in mano dopo essere finito nell’Arno e iniziai a sghignazzare. La risata fu stroncata da un primo colpo di tosse del tabagista incallito a cui seguirono molti altri che quasi si accavallavano soffocandomi finché non vomitai: ero gonfio d’alcol come non mai, del resto se non lo fossi stato non avrei mai messo piede allo Yag. Vitellozzo aveva preso davvero male la vicenda del siluro scappato e dell’indesiderato bagno, avevamo smesso di pescare e passato il pomeriggio a bere vino rosso e litigare ma di brutto al bancone del chiosco del lampredottaio in Piazza dell’Isolotto. Poi ero rincasato verso l’ora di cena barcollando. Daniela stava limando un articoletto seminarrativo suggestivo e piuttosto fantasioso (avevo letto le bozze il giorno prima e c’era un’incuria filologica veramente degna d’una filosofastra) sulla personalità atrabiliare dello Xanto e del Simoenta per una di queste rivistucole online sdoganate dai guru della scrittura creativa. Nel frattempo spippolava al computer su Annunci69 in cerca d’una tizia per fare una cosetta a tre: da qualche mese c’era stato tra di noi un infiacchimento del desiderio e così c’eravamo aperti a nuove variazioni. Quando si voltò verso di me con quella faccetta da faina psicotica con le treccine e s’accorse ch’ero ubriaco fradicio s’incazzò come non mai. Dimmi che è uno scherzo, mi disse, io ho trovato questa ragazzetta tanto graziosa che dopo cena passerebbe volentieri qui da noi e tu mandi tutto a puttane presentandoti in queste condizioni? Come minimo nemmeno ti viene duro… Ma poi ci possiamo presentare così? Sei un idiota.</p>
<p>Nemmeno le risposi, detti da mangiare ai pescioletti belli nell’acquario mio, salutai i <em>Corydoras aeneus </em>in frenesia alimentare, uscii di casa, imboccai Via Pisana (noi stavamo accanto alla Esselunga di fronte al Parco di Villa Strozzi) e m’incamminai verso il centro. Passai la serata sotto l’Arco di San Pierino da Eby’s a scolare Daiquiri all’ananas mentre nazzicavo con il telefono. Non mangiai nulla, ma in compenso scaricai Grindr: avevo sempre portato avanti un’eterosessualità lineare e piatta, ma da quando due settimane prima Daniela s’era comprata uno strap-on e avevamo iniziato a fare pegging mi s’erano risvegliate fantasie ambigue come se quel fallo-feticcio nero (che a ripensarci bene alla luce di tutto mi ricordava non poco un siluro) mi avesse aperto e avesse dato la stura alle foie nascoste seppellite in me dall’adolescenza quando comunque – come tutti del resto – m’ero limitato a una masturbazione reciproca in palestra con Stefano, il mio compagno di banco al liceo. Poi tutta fica senza nemmeno ripensarci o pormi il problema. Su Grindr mi misi a scorrere i profili altrui e scrissi ciao a tre quattro ragazzi. Uno con i boccoli biondi e il nasino all’insù mi rispose quasi subito e mi chiese d’incontrarci, era allo Yag. Io saldai il conto di Eby’s e c’andai col cuore che pompava a mille facendomi quasi fischiare le orecchie. Nel locale c’era una confusione pandemonica e riuscire a rintracciare il biondino (che non vedevo) si rivelò operazione al di sopra delle mie capacità, probabilmente anche perché ero ingoffito e rincretinito dall’imbarazzo. Gli riscrissi e non ottenni risposta. Dopo un po’ mi resi conto che sonavano la colonna sonora di Donnie Darko, ordinai un Long Island Iced Tea e mi sedetti da solo a un tavolo. La gente pareva stranamente normale, non così schiava dell’inchecchimento tirannico come pensavo. Nessuno mi calcolava finché una lesbica cicciona che ballava con le amiche non inciampò cadendomi addosso e rovesciandomi sulla maglietta la bevuta. Questa demente invece di scusarsi disse che le avevo fatto lo sgambetto e si mise a urlare. Una sua compare mi dette uno schiaffo e io la presi per i capelli senza pensarci due volte. L’ovvio risultato fu che i buttafuori mi dettero il benserivito senza sentire cazzi. A quel punto decisi di porre fine all’infausta giornata e m’incamminai d’orrendo umore verso casa.</p>
<p>Come dicevo, il diluvio mi colse in prossimità di Ponte alla Carraia. Inutile correre: mi sarei fradiciato ugualmente. Attraversato l’Arno imboccai Borgo San Frediano, all’altezza della Citè che a quell’ora era chiusa, sul marciapiede, se ne stava appoggiato al muro manco fosse un marchettaro un tipo vestito tutto di nero con gli anfibi che mi guardava zuppo dalla testa ai piedi. Lo fissai e vidi che aveva l’incarnato pallido, occhi scuri e lineamenti piuttosto attraenti dell’Europa del Est, danubiani pensai. Dopo poco che l’avevo superato mi trillò il telefono, era un messaggio su Grindr. <em>Ciao sono Nepomuk, che fai a quest’ora sotto la pioggia?</em> L’app diceva che il mittente mi stava a 10 metri. Mi voltai e lo slavetto continuava a guardarmi. <em>Sì, sono io a scriverti</em>. A quel punto ritornai sui miei passi e gli andai incontro salutandolo e porgendogli la mano, lui la strinse ma invece di rispondermi si mise a scrivere sul telefono. Altro messaggio: <em>Sento quello che dici, ma non posso rispondere a voce, son muto</em>. Stavo per dirgli che mi dispiaceva quando mi prese la testa, m’appiccicò al muro e m’infilò la lingua in bocca. Era il mio primo bacio a un ragazzo, inizialmente rimasi immobile, pietrificato, poi pian piano iniziai a succhiargli il labbro superiore. Ero frastornato e beato a pomiciare lì sotto la pioggia, non so quanto tempo passò così, poi iniziò a leccarmi il collo e scese fino a inginocchiarsi, m’aprì la patta, mi sfoderò il pisello, lo scappellò e se lo ficcò in gola (non tanto per dire: lo ingollò proprio da subito fino in fondo). Lo presi sotto le ascelle, gli sfilai il cazzo e lo ritirai su. Vieni, ti porto a casa mia, vuoi?</p>
<p>Mi scrisse che voleva, ma che prima dell’alba sarebbe dovuto andar via. Si mise addirittura una sveglia sul telefono alle 5 e 30 per essere sicuro. Gli spiegai che da me ci sarebbe stata Daniela, ma che non sarebbe stato un problema. Annuì, mi fece l’occhiolino e c’incamminammo verso Via Pisana in silenzio sotto quel nubifragio mano nella mano. Ogni cento metri ci fermavamo per pomiciare. Molto raramente m’è capitato di sperimentare un’euforia così strabordante: sentivo le ali ai piedi e saltellavo dall’eccitazione. A casa trovammo Daniela intenta in un sessantanove con la tipa tanto graziosa disposta a passare da noi dopo cena che aveva rimorchiato sul sito nel pomeriggio. Quando ci videro non furono per nulla turbate, si staccarono e sedettero nude sulle poltrone vicino al camino acceso invitandoci a liberarci dai panni fradici e a riscaldarci. Nepomuk non se lo fece ripetere due volte e io gli andai dietro. Aveva un bel fisichetto longilineo del tutto glabro, anche sotto le ascelle e sul pube. Non portava slip e quando tolse i pantaloni sfoderò una mazza circoncisa che rivaleggiava per dimensioni con lo strap-on di Daniela. Lei lo guardava ipnotizzata, si alzò dalla poltrona e glielo prese in mano con la destra più accarezzandolo che smanettandolo, con la sinistra si mise a massaggiargli i coglioni, delicatamente. La ragazza tanto graziosa mi si avvicinò, con l’indice mi percorse il petto soffermandosi sui capezzoli inturgiditi dal freddo, si diresse poi verso il basso fino all’ombelico. Subito dopo si chinò sul tavolinetto da fumo tra le poltrone e dal portafoglio estrasse un cartoncino flessibile che divise in quattro francobolli dandocene uno ciascuno. Il lupo giacerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncino pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà, recitò con fare ieratico invitando tutti alla comunione con LSD.</p>
<p>Trasferiti sul letto vi fate due raglie di katamina (prontamente tirata fuori dal comodino di Daniela e stesa su un vecchio cd dei Velvet Undergroud) ciascuno, una per narice. La ragazza graziosa mentre si masturba ti succhia il cazzo dando colpetti decisi sul frenulo con la lingua, Daniela ti cavalca la faccia tenendoti le mani bloccate contro il materasso allungate sopra la testa, mentre la penetri con la lingua si dimena strusciandoti il clitoride sul naso, sulle labbra, sulle guance. Senti un sapore salato e un odore di pesce lacustre e Saugella. Quando Nepomuk ti fa tirare le gambe indietro e ti incula lento ma deciso, sbuffi e senti un bruciore doloroso, un senso di lacerazione, è tutto dentro e ti senti pieno e aperto, indifeso e in balia del suo glande che ti fruga le pareti del retto. Serri la mascella e volgi un attimo lo sguardo verso l’acquario sul comò: i tuoi amici <em>Hypostomus plecostomus</em> stanno immobili con la ventosa appiccicata al vetro e si godono lo spettacolo. Poi inizia a stantuffarti, ansimando leggermente, vorresti gridare da principio, perché fa male, ma quel male acuendosi e diventando da rosso che era ciclamino e poi verde e poi vinaccia vira sempre più verso un godimento uncinato che sbocciandoti nelle viscere assume la forma di un fiume di lava rovente che ti scorre dentro, le ondate di piacere risalgono vibranti lungo il tronco per poi convergere verso il cazzo ben lavorato. Sei così felice che ti commuovi, perché sai che questa vetta realizzante finirà e che poi riprenderà tutto il resto. Non rimarrà che un ricordo. Ma vivitela questa benedetta scopata, ti dici, e trancia via le formazioni mentali. Ormai però piangi e hai la sensazione che le tue lacrime blu stiano bagnando il materasso, che dal materasso sgocciolino sul pavimento, che dal pavimento scolino sulla strada passando dal terrazzino, che sulla strada formino una pozza da cui si diparte un ruscello che va a confluire nell’Arno attraversando stradoni e vie, marciapiedi e larghi, piazze e incroci. Dove il rio di lacrime blu – di un blu sempre più elettrico e pulsante – entra nel fiume si crea un mulinello caleidoscopico che diventa un gorgo – l’ombelico dell’Arno! – al centro del quale sta un demone siluro che t’è amico dacché eri un bambino, anche se lo avevi scordato, ma ora ricordi tutto, e questo demone siluro ha gli occhi scuri di Nepomuk e anche il suo fallo totemico attorno al quale nuotano danzanti e gioiscono cantando in coro l’anguilla e la carpa e la scardola e il carassio e la tinca e il luccio e il persico trota e le rane. Non conosco nemmeno il tuo nome, pensi. Il nome è ciò che ci separa, ti risponde il demone da dentro il tuo cervello galvanizzato. Poi vieni in bocca alla graziosetta mordendo il clitoride di Daniela che ti squirta in faccia e contraendo la muscolatura anale attorno al randello di Nepumuk che dà gli ultimi colpi più forti e ti schizza in corpo l’orgasmo. Vi staccate, stiracchiate e sdraiate esausti sul letto, accarezzandovi e abbracciandovi beati.</p>
<p>Mi svegliò il sole che entrava dalla finestra, saranno state almeno le nove. Fuori il traffico mattutino delle genti operose guardiane del decoro del tempo. L’acquario era cheto, gli <em>Hypostomus plecostomus</em> non si vedevano, riposavano forse sul fondale, tra i <em>Micranthemum umbrosum</em> e i <em>Ceratophyllum demersum</em>; un <em>Corydoras aeneus</em> s’affacciò pascolando placido. Sul letto, nel groviglio di braccia e gambe mie, di Daniela e della graziosa non c’era più Nepomuk, al suo posto un siluro morto con un amo in bocca, aveva la stazza d’un bimbo di quarta elementare.</p>
<p><strong>**</strong></p>
<p><strong>Immagine di Francesco D&#8217;Isa.</strong></p>
<p><strong>Andrea Zandomeneghi</strong> sopravvive a Capalbio. Ha pubblicato<i>Il giorno della nutria </i>(Tunué, 2019) e ha condiretto CrapulaClub.</p>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto: Gli impuri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Dec 2021 06:00:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La descrizione del progetto</em> <strong>L’Anno del Fuoco Segreto</strong>, <em>si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/"><strong>QUI</strong></a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-94663" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko-1024x1024.jpg" alt="" width="500" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko-1920x1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/14-Copertina-Claudio-Kulesko.jpg 2000w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p><strong>di Claudio Kulesko</strong></p>
<p>I</p>
<p>L&#8217;uccello color grafite se ne stava appollaiato sul lampione, la testa appena reclinata, lo sguardo vitreo puntato sull’albergo in rovina. Semicoperto com’era dalla luce artificiale assomigliava a un grumo d’acciaio, quasi un prolungamento naturale del lampione. Più grosso e meno maestoso di quanto ricordassi.<br />
Rimasi a fissarlo per un po’ dal marciapiede, aggrappandomi a quel che restava della sigaretta. Più per abitudine, che per pretesto. Era la terza di fila. La mia regola prevedeva di non fumare fino a mezzogiorno e mai in camera da letto ma, quando attaccavo, ne dovevo fumare almeno due o tre. Nel gettare via il mozzicone, gli lanciai un&#8217;ultima occhiata.<br />
«Tu sai chi è stato, vero?»<br />
Sibilai tra i denti.<br />
Rimase immobile, come uno di quei volatili impagliati che riempiono i musei.<br />
Alzai i tacchi e mi diressi alla porta. Le grandi ante pendevano dai cardini, divelte e spiegazzate, come se una forza micidiale vi si fosse abbattuta contro senza esitazione.<br />
Pensai subito all’impatto con un camion o un furgone blindato.<br />
Entrando fui investito dall’odore di vecchio e dal puzzo di urina. Una miscela che pareva adattarsi alla perfezione allo stato di abbandono in cui versava l’ex-Fitzgerald.<br />
Una miriade di frammenti di vetro, sparsi sulla moquette grigio topo, descrivevano un cono ideale che, dalla cornice della porta, si estendeva lungo tutta la prima parte della hall. Qua e là,  sparute macchie di sangue conferivano alle schegge un ché di astratto.<br />
Peccato che i poveri stronzi investiti da quella cosa non potessero apprezzarne, al par mio, la sottile grazia formale.<br />
In fondo alla hall, tra la reception e l’ascensore, due agenti di polizia piantonavano le scale.<br />
Alzai una mano in segno di saluto, senza smettere di avanzare.<br />
Lo sbirro più anziano e corpulento si girò a guardarmi, proprio mentre l’altro si faceva avanti, mano sulla fondina.<br />
«Non può entrare, l’edificio è posto sotto seq&#8230;»<br />
Il più vecchio lo agguantò per una spalla e lo tirò indietro, con la stessa facilità con cui avrebbe spostato un bambino. In una frazione di secondo, il novellino si ritrovò al punto di partenza, a un passo dalla carta da parati ammuffita.<br />
«Dan, santo Peril, togliti quella scopa dal culo!»<br />
Lo ammonì il più anziano. una mia vecchia conoscenza, Torvik. Per certi versi, mi era mancato.<br />
«Ciao Vas, l’ispettore è di sopra con la scientifica. Che ti serve?»<br />
Mi chiese, tastandosi la pancia prominente.<br />
«In realtà sono qui per caso. La persona che sto cercando frequenta questo posto.»<br />
«Frequentava, vorrai dire!»<br />
Mi corresse, sfoggiando un sorrisetto furbo.<br />
«Se n’è salvato solo uno. L&#8217;abbiamo trovato sul tetto, nascosto in una cisterna come un topo di fogna.»<br />
Aggrottai la fronte e parve cogliere al volo la mia incomprensione.<br />
«Squatter. Vivevano qui, tutti quanti. Se lo vieni a chiedere a me, i tossici se lo meritavano, eccome. Ma gli altri…», parve soppesare le parole, «&#8230;Non avevano nessun altro posto in cui andare.»<br />
“Tossico”. Chissà quante volte si sarà rivolto a me allo stesso modo, negli ultimi anni, spettegolando coi colleghi nei bar dove si radunano gli sbirri.<br />
Lanciò un’occhiataccia spaventosa al ragazzo e si fece da parte, indicandomi le scale con la punta del mento.<br />
«Vai, e attento a dove metti i piedi. Pravus aspetta solo l’occasione giusta per sbatterti dentro.»<br />
Annuii e imboccai alla svelta la ripida scala tappezzata di moquette. Gente del genere cambia idea facilmente.<br />
Non avevo ancora oltrepassato la seconda rampa, che la voce di Torvik rimbombò per la tromba delle scale.<br />
«Ehi! L’hai visto quel coso là fuori?»<br />
Non mi degnai neppure di rispondere.<br />
<em>Come potrei non averlo visto, brutto panzone? È grosso come un tacchino.</em><br />
<em> </em><br />
<em> </em></p>
<p><strong>Estratto da <em>Vita di Gil. Avventura di uno spirito libero</em>, di Gil Ramachandran, La Fenice editore, Domersk 257 d.I.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi spostai a poppa per scrutare il tramonto.<br />
Il sole pareva liquefarsi nell’oceano, tingendolo di un rosso vivo e intenso che, per un istante, mi fece scordare di essere su di un rottame arrugginito, nel bel mezzo del nulla, in compagnia di un centinaio di altri disperati come me.<br />
Per un attimo, mi sentii come uno di quei miliardari in yacht che avevo visto su Instagraph, anche se dubito che qualcuno di loro avesse mai patito la stessa fame che mi attanagliava lo stomaco in quel momento.<br />
Alle mie spalle, udii un pigolio sommesso, esile rispetto al vasto silenzio che ci circondava.<br />
Il pianto di un neonato. Neppure lui pareva in grado di strillare più forte di così.<br />
Ripensai a una vecchia battuta di una sitcom domerskiana, <em>I MacKlusky</em>.<br />
I due protagonisti, i fratelli MacKlusky, sono sperduti su un gommone in mare aperto, dopo una battuta di pesca finita male. Su di loro batte da ore un sole implacabile. Harry, il più sveglio dei due, solleva la testa. Negli occhi ha lo sguardo velato di chi muore di stenti. Harry si guarda attorno e con voce lamentosa fa: «Ho sete!». L’altro, Brandon, il più stupido, ancora intento a pescare con un filo di plastica privo di esca, si gira a guardarlo con aria supponente e dice: «Di certo qui non manca l’acqua!», dando il via a uno scroscio di risate preregistrate.<br />
A pensarci bene, mancavano solo quelle per rendere la nostra situazione ancor più surreale.<br />
Le voci inflessibili che, nei giorni scorsi, erano giunte dalla radio di bordo parevano una parodia di quella di Brandon. A ogni nostra richiesta di aiuto, la capitaneria di porto, i militari e persino i medici rispondevano: «Non ci vorrà ancora molto, abbiate pazienza. I soccorsi stanno per partire.»<br />
I giorni passavano e ogni qualvolta chiedevamo «Come faremo per bere, dove prenderemo il cibo?», le voci rispondevano: «Dovete resistere». Ed ecco partire le risate.<br />
Fui costretto ad affrontare la realtà dei fatti: tutto quello che internet, i libri e la televisione ci avevano detto del Domersk non era, a rigor di logica, falso. Peggio ancora. Era tutto vero, col solo intoppo che quella verità ci era preclusa.<br />
Mentre i crampi della fame mi stringevano le budella in una morsa, realizzai di essere io Brandon, il fratello stupido. Avevo lasciato l’Ham’leh portandomi dietro solo uno zaino colmo di cibo e una zucca piena di illusioni.<br />
Sognavo un appartamento a Zendar Park, le serate ai café, un lavoro part-time e la possibilità di scrivere e pubblicare, con la segreta speranza di poter, un giorno, diventare famoso come il mio idolo di sempre: Sigur Gilead, il sommo poeta delle <em>Amare Vette</em>.<br />
Mi voltai da sopra la spalla a guardare il bambino, un fagotto avvolto in una modesta copertina grigia, ben stretto tra le braccia della madre. Aveva smesso di piangere.<br />
Mi rigirai e puntai lo sguardo all’orizzonte, nel tentativo di cancellare dalla mente il barcone e tutti i suoi occupanti. Estesi il mio spirito lungo superficie dell’acqua e, subito, prese forma tra i flutti una distesa di sagome rettangolari di pura luce, attorniate da figure più scure, in perpetuo movimento. La proiezione mentale di un tramonto al Windsor Bar, la culla di alcune delle migliori penne del secolo; una sorta di teatrino d&#8217;ombre, composto da uno stuolo di organismi bioluminescenti.<br />
Di colpo, mi vergognai dei miei effimeri sogni di gloria.<br />
Domersk non ci voleva. E chi ero io per rifiutarmi di essere l’ennesimo cadavere in fondo all’oceano?<br />
Ci avevano costretti a rinnegare i nostri  sogni, le segrete speranze che ci rendevano, a tutti gli effetti, <em>umani</em>.</p>
<p>II</p>
<p><em> </em></p>
<p>La terza volta in una settimana. La prima poco dopo aver incontrato la mia cliente.<br />
Saranno state le nove e mezza. Ero appena uscito dal supermarket, stringendomi per il freddo nel cappotto striminzito. Con la coda dell’occhio, vidi qualcosa, in fondo alla strada, appollaiato tra i tiranti del ponte. Poco più che una macchia nel buio.<br />
Rimasi a guardarlo a lungo, sfidando il vento gelido, finché non dispiegò le enormi ali grige e svanì nella notte.<br />
La seconda, mentre seguivo le tracce del mio uomo, tra la Ruther e la Consolare. Era in cima a un palazzo, in pieno giorno, immobile come una statua.<br />
Lo riconobbi subito: il Roc, il traghettatore di anime in paziente attesa della sua prossima preda. Intuii di colpo che qualcuno, in quel preciso istante, era stato ucciso. Semplice come guardare un orologio.<br />
Quando abbassai lo sguardo, nessun altro pareva avervi fatto caso. La vita continuava a scorrere come al solito, frenetica e indolente.<br />
Due giorni dopo, scorrendo le pagine di un quotidiano, scoprii che si trattava di un vagabondo. Un vecchio alcolizzato, finito in mezzo alla strada per molestie sul posto di lavoro.<br />
L’avevano strangolato con un cavo elettrico e lasciato lì, a marcire tra i cassonetti.</p>
<p>Quand’ero bambino, mia nonna me ne aveva parlato spesso. Fino a quaranta, cinquant’anni fa, non era poi così insolito incontrarlo, a quanto pare. Lo stesso si può dire delle naga, dei vortigan, delle silfidi e di chissà quante altre creature.<br />
Ma oggi&#8230;oggi è diverso. Una manticora è abbastanza da far rabbrividire persino il criminale più incallito. Per non parlare dei nagual.<br />
La gente si limita a far finta di niente. Si crogiola tra gli agi, in costosi appartamenti al ventesimo piano di un grattacielo vista skyline. Molti neppure immaginano che ogni televisore, ogni console, ogni singolo fottuto LED che risplende nelle loro case, è alimentato da elementali intrappolati in reattori da sei miliardi di quill.<br />
Era <em>questo </em>che mia nonna cercava di dirmi, la ragione per cui mi imbottiva di favole e leggende di eroi e di mostri. “Non dimenticare, Vas, non dimenticare mai da dove veniamo”.<br />
Mi ci erano voluti vent&#8217;anni per capirlo.</p>
<p>Mi strinsi nelle spalle e continuai a salire le scale del vecchio hotel, facendo mentalmente il punto della situazione. Le tracce dell’uomo che stavo cercando mi avevano condotto nel bel mezzo della scena di un massacro.<br />
Quante possibilità c&#8217;erano che si trattasse solo di una coincidenza?</p>
<p><strong>Da <em>Il dono del Nagual</em>, di Isaac Karelian, Sottobosco editore, Brugel 142 d.I.</strong><br />
<strong> </strong></p>
<p>[&#8230;] A quel tempo, i canalizzatori erano considerati messaggeri di un mondo “altro” e i nagual, i loro animali totemici, venerati al pari degli dèi. Tali creature, unitamente alla casta sacerdotale che ne interpretava e diffondeva il verbo, costituirono per millenni l’unico punto di contatto tra essere umano e magia.<br />
[&#8230;] Sebbene, nel corso dei millenni, le scienze si siano andate a sostituire all’antica fede nelle forze primigenie della natura, ciò non deve trarre in inganno l’osservatore più attento. Le più recenti ricerche condotte dagli antropologi (cfr. Stinson, 122 d.I.; Malaki, 135 d.I.) hanno ormai dimostrato la profonda affinità di principi tra magia e tecnica.<br />
Come i moderni scienziati, i canalizzatori erano soliti svolgere lunghi periodi di apprendistato, dedicando buona parte del proprio tempo allo studio empirico della biologia e del comportamento delle creature dalle quali traevano il loro potere. Una consuetudine conservatisi attraverso i secoli – nonostante la diffusione di surrogati chimicofarmacologici in grado di simulare lo stato di canalizzazione.<br />
Vuole la leggenda che Shin-Kah, Gran Maestro del Culto del Basilisco, abbia trascorso due anni in un eremo montano, in totale solitudine, circondato unicamente da rettili. Stando al <em>Libro della Medusa</em>, ne ricavò la straordinaria facoltà di richiamare a sé, ovunque si trovasse, uno stuolo di serpenti, che era solito carezzare e vezzeggiare alla stregua di cuccioli di cane.<br />
Allo stesso modo, Gebort il Rosso fu noto per la facoltà di elencare, rigorosamente in ordine alfabetico, i nomi delle migliaia di specie di aracnidi e artropodi che popolano il quadrante orientale del Domersk.<br />
Fu solo in epoca imperiale che il popolo domerskiano cominciò a diffidare della magia. Lo strapotere dei canalizzatori, nonché l’indifferenza aristocratica di questi ultimi nei confronti della legge dell’Imperatore, giocarono un ruolo decisivo nella formazione di vari organismi di controllo.<br />
Nel 572 a.I., l’Editto di Serath ‒ che regolamentò e sottopose a rigido controllo istituzionale i rapporti tra canalizzatori e Nagual ‒ costituì il primo passo in direzione di un superamento di quello che i ricercatori hanno denominato “Antico Ordine” (Tullen, 126 d.I.). La creazione di un primo ordine di “Cacciatori” (500 a.I.) fu l’inevitabile corollario di un conflitto che oltrepassa persino la fatidica soglia tra la caduta dell&#8217;Impero e la fondazione della Repubblica federale.<br />
Il 118 d.I., anno di fondazione del Movimento Neo-Imperiale (di cui partiti politici quali Risorgiamo e Terra Pura non sono che emanazioni), rappresenta una sorta di spartiacque storico. L&#8217;ultimo trentennio, di fatto, ha visto la rapida diffusione di una nuova forma di emarginazione sociale, più violenta e più subdola delle precedenti. Mai come oggi, le creature magiche, i Nagual e i canalizzatori sono stati additati come fautori di una degenerazione sociale onnipervasiva.<br />
È tuttavia necessario ricordare che la moderna diffidenza nei confronti dei popoli e degli individui che ancora fanno ricorso ai poteri dei Nagual ‒ quali gli Alioubor e gli Hamaliti ‒ non è che un prodotto tardivo del conflitto di cui questo libro indaga le origini.</p>
<p>III</p>
<p>Dell’antica gloria del Fitzgerald non restava che una vaga ombra. Ovunque, sulle pareti, i nuovi occupanti avevano lasciato segni della loro presenza.<br />
Una scritta tracciata sul muro con la bomboletta spray, riassumeva la nuova natura dell’edificio in rovina: <em>kibbah</em>, “casa”.<br />
Salii l’ultima rampa e mi ritrovai in un lungo corridoio costellato di porte.<br />
Pravus era in piedi al centro dell’andito. Indossava abiti civili, con la cravatta allentata all’altezza del petto e le maniche della camicia aperte e rimboccate fin sopra i gomiti. Dovevano averlo buttato giù dal letto in piena notte.<br />
Se la hall, al piano di sotto, era stata ripulita, lo stesso non si poteva dire del piano superiore. Ovunque, gli agenti della scientifica si affannavano nelle loro tute bianche, inciampando, di quando in quando, in brandelli di cadavere. Sparsi lungo il corridoio c’erano braccia, gambe, teste e organi non meglio identificati, come se qualcuno avesse fatto a pezzi un gigante e ne avesse sparpagliato i resti per tutto l’albergo.<br />
Pur non essendo nuovo a scene del genere, mi sorpresi a ingoiare un denso grumo di saliva.<br />
Mi fermai alle spalle di Parvus e annunciai la mia presenza.<br />
«Sull’attenti, ispettore!»<br />
Esclamai, sperando di risultare simpatico.<br />
Quando Pravus si passò una mano tra i capelli brizzolati e si voltò a guardarmi, mi resi conto di aver commesso un errore. Era pallido, le labbra contratte in una smorfia di disgusto.<br />
«Ci mancavi solo te!»<br />
Notai che aveva gli occhi rossi.<br />
«Guarda che casino&#8230;»<br />
Aggiunse, tra sé e sé.<br />
Ritentai, stavolta con maggior delicatezza.<br />
«Cos’è successo?»<br />
«Arrivi qua, coi tuoi modi da cinico bastardo, e poi mi chiedi &#8220;cos’è successo?&#8221; Cosa ci fai qui, Vasily, cosa vuoi da me? Chi ti ha fatto passare?»<br />
<em>Mi chiama per nome, gran brutto segno.</em><br />
Riflettei, optando per una linea più morbida.<br />
«È stato Torvik. Come ho già detto a lui, sono qui per caso. Sto cercando una persona, un tipo sulla tren&#8230;»<br />
Mi interruppe di colpo, indicando il corridoio con la mano aperta.<br />
«No, Vas. Stai cercando guai. Guardati intorno! Credi che siano finiti così giocando a Jenga?»<br />
Tacque, per un lungo istante, quasi fosse tentato dall’ipotesi.<br />
«No.»<br />
Ripeté, scuotendo la testa.<br />
«Questo non c’entra niente con le tue storie di corna e gatti smarriti. Non dovresti essere qui. E neppure io, se è per questo.»<br />
Non si poteva di certo dire che Parvus fosse un tipo pacato, ma ben di rado lo avevo visto così su di giri. Ignorai le allusioni, decidendo di far leva sul senso del dovere.<br />
«Perché un commando dovrebbe accanirsi contro dei poveracci del genere?»<br />
Domandai.<br />
«Non si è trattato di un commando.»<br />
Mi voltai di scatto a guardarlo, incredulo.<br />
«Cosa?!»<br />
L’espressione con cui accolse il mio sguardo lasciava intendere che si fosse messo l’anima in pace già da un pezzo.<br />
«Sono stati tutti uccisi a mani nude. Gli arti sono stati strappati all’altezza delle giunture. Costole rotte, teste spaccate&#8230;»<br />
Spostai lo sguardo verso il corridoio, figurandomi la scena nella testa.<br />
«C’è un nagual qua fuori.»<br />
Sugerii, non sapendo cos&#8217;altro dire e sentendomi subito un idiota.<br />
Ma Parvus non mi riservò lo stesso trattamento che avevo riservato a Torvik un minuto prima. Fece un cenno con la testa in direzione degli agenti in tuta bianca.<br />
«Già, è per questo che hanno mandato loro.»<br />
Mi ci volle qualche secondo per accorgermi che i distintivi appuntati sulle loro spalle non erano quelli del dipartimento di polizia. Sulle placche d&#8217;alluminio spiccava un martello, sorretto tra gli artigli da un’aquila avvolta da spire di saette.<br />
«Cacciatori!»<br />
Parvus annuì.<br />
«Non si tratta di un banale regolamento di conti. C’è altro di mezzo. Roba magica, stronzate del genere, altrimenti…»<br />
«&#8230;Altrimenti qui ci sareste solo voi. Un colpo di spugna e via, come ai vecchi tempi, no?»<br />
Chiosai. Mi balenò in mente il motto di Torvik: “A chi importa, finché si ammazzano tra di loro?”.<br />
Parvus arricciò le labbra, infastidito, ma non disse niente.<br />
«Piuttosto, chi stai cercando?»<br />
Domandò, facendosi di punto in bianco più calmo, come se si fosse appena ricordato di non essere più un mio superiore.<br />
«Qualcuno che avrebbe dovuto trovarsi qua.» Replicai. «Jacob von Hilsegrund. Sulla trentina, alto, pelato, tatuaggi, precedenti per spaccio e aggressione.»<br />
Parvus abbassò lo sguardo. Fece scivolare la mano nel taschino della camicia, ne estrasse un pacchetto di sigarette e me ne offrì una.<br />
<em>Dalle stalle alle stelle.</em><br />
Pensai, accettando l&#8217;offerta.<br />
«Dovresti andare a parlare con il testimone. Lo trovi in fondo al corridoio, ultima porta a sinistra. Dì all’agente di guardia che ti mando io.»<br />
Mi accesi la sigaretta, riflettendo per un po&#8217; sulla proposta.<br />
<em>Cosa c’entro io col testimone? Non sono mica un dannato poliziotto.</em><br />
Parvus mi sfilò lo zippo di mano.  La luce della fiamma gli balenò sotto il naso, illuminandone il volto stanco e rugoso.<br />
«Tra un quarto d’ora lasceremo tutto in mano ai cacciatori. Vedi di non metterti nei casini e, se scopri qualcosa, chiamami.»<br />
Disse, restituendomi l’accendino. Poi, si allontanò, senza attendere una risposta.<br />
Mi fu subito chiaro che aveva già deciso per conto mio.<br />
Lo seguii con lo sguardo.<br />
Raggiunse l’altro capo del corridoio e scambiò qualche parola con un tipo in completo marrone. Li colsi a lanciarmi delle lunghe occhiate. L’uomo in marrone, in particolare, pareva farsi sempre più interessato.<br />
<em>Ma che diavolo&#8230;? </em><br />
Diedi loro le spalle e mi avventurai nel corridoio, tra le sagome tracciate sul pavimento con il gesso, ben attento a non ostacolare i cacciatori, tutti presi dai loro meticolosi e imperscrutabili rilevamenti. Riuscivo quasi a sentire i loro occhi da serpente scivolarmi addosso, carichi di sospetto. Ma <em>dovevo </em>sapere, dovevo scoprire in mezzo a cosa stavano per buttarmi. E, magari, sarei riuscito a cavarne fuori qualche informazione utile.</p>
<p><strong>Da “Gimme back my wings”, di Sonjia Kossiakov e Klavu Babe, <em>Vanity </em>n. 46, Gelante 145</strong><br />
<em>Per strada non c&#8217;è più traccia dei fan accalcati davanti al locale. Sono tutti usciti dal retro, dando l’impressione che l’intero evento non sia stato che una sorta di allucinazione collettiva. </em><br />
<em>L’ingresso del Triptych, scolpito nel cemento grigio polvere di un vecchio condominio, non anticipa nulla di quel che si nasconde dietro la porta a vetri. </em><br />
<em>Esito, per un istante, sopraffatta dall&#8217;idea di star per incontrare la più grande star aliou-pop del decennio, prima di afferrare la maniglia e spingerla verso l&#8217;interno. </em><br />
<em>Non faccio in tempo a mettere il naso nella hall che Erik, lo storico buttafuori del Triptych, mi si para davanti. Allungo una mano per mostrargli il pass, ma quando i suoi occhi color magnetite si posano sui miei, mi sembra di sprofondare in un lago ghiacciato. Rimango paralizzata, mentre lui mi sfila il pass dalle dita con un gesto delicato e ne tasta la consistenza con i polpastrelli, in cerca di segni di contraffazione. Il completo nero e i lunghi capelli bianchi lo rendono simile a un fantasma. </em><br />
<em>Non mi era mai capitato di provare sulla mia stessa pelle l&#8217;antica magia alioubor. Un piccolo show di mesmerismo, che mi lascia intendere di non aver ancora visto niente. </em><br />
<em>Il volto da gargoyle di Erik si infrange in un sorriso: «Prego, signorina Kossiakov, può passare». Lo ringrazio e ricambio il sorriso. Vorrei essere più cordiale di così, ma le gambe mi trascinano all’altro capo del corridoio più rapidamente di quanto vorrei.</em><br />
<em>Sciami di roadie e tecnici affollano la sala dove si è appena tenuta la performance di Klavu. Il palco è identico a quello che ho visto nelle foto: una specie di altare, cosparso di spuntoni dall’aria minacciosa e decorazioni floreali. Un arcobaleno di colori risplende sotto i riflettori, alternandosi a cupe scenografie nero pece; l’inconfondibile trademark di Klavu. </em><br />
<em>Sotto il palco, nascosto dietro a delle tende, avvisto il backstage. Attraverso la giungla di corpi, cavi, microfoni, amplificatori e, finalmente, la vedo. Se ne sta seduta a gambe incrociate su di un enorme cuscino, davanti a uno specchio rotondo. È intenta a struccarsi, anche se ha ancora addosso il costume di scena: un body rosa; cinghie di pelle verde acido; una criniera di treccine colorate cosparse di LED. Gli stivaletti borchiati che indossava fino a mezz’ora prima sono stati sostituiti da un paio di pantofole a forma di coniglio.</em><br />
<em>Resto sulla soglia, imbarazzata, ma lei deve avermi già scorto allo specchio. Si gira a guardarmi, sfoggiando il sorriso più sfavillante che abbia mai visto. Mi indica una poltrona in un angolo della stanza.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>SK: Ciao Klavu.<br />
KB: Hi, Sonjia! Ti stavo aspettando.<br />
SK: Com’è andata?<br />
KB: Alla grande, come sempre! (alza entrambi i pollici). Tutto merito dei miei piccoli mostri.<br />
SK: I tuoi fan ti adorano.<br />
KB: Sono meravigliosi. Non so come farei senza di loro.<br />
SK: Da alcune vecchie interviste mi è parso di capire che hai un rapporto particolare con Domersk.<br />
KB: Come non potrei? Sono cresciuta in un villaggio a nord dell’Alioub, tra le montagne. Ogni giorno, percorrendo la strada da casa a scuola, fantasticavo su come sarebbe stato vivere a Domersk. Mia madre, poi, è sempre stata una super fan di Anissa; quand’ero piccola l’ascoltavamo sempre insieme.<br />
SK: Se non sbaglio, il tuo nome è un tributo a un suo brano?<br />
KB: esattamente, il pezzo è “Dying for you”: “As the Roc flies on, I&#8217;ll meet my klavu babe”.<br />
SK: Una frase decisamente sibillina.<br />
KB: (Scoppia a ridere) Yeah! Non so perché ma non sono mai riuscita a togliermela dalla testa.<br />
SK: Un segno del destino, forse?<br />
KN: &#8230;Forse.<br />
SK: Il tuo ultimo album, <em>Misfits in Heaven</em>, parla proprio di questo, no?<br />
KB: Si, è un concept album su una silfide che si ritrova in città, da sola, con i Cacciatori alle calcagna. È lì che incontra un Nagual, la Salamandra, che la aiuta a ricostruire la Sorgente, il luogo da cui proviene, e a ritrovare se stessa.<br />
L&#8217;idea è che il destino sia sempre con noi, anche quando ci sembra che non ci sia più via d&#8217;uscita. Sono le persone che incontriamo che ci aiutano a scoprire dove ci condurrà, un po&#8217; come quando si osserva il collasso della funzione d&#8217;onda nella meccanica quantistica.<br />
SK: Se non ricordo male, hai una laurea in fisica pratica&#8230;<br />
KB: (ridacchia) No, no, ho mollato a due giorni dalla discussione della tesi. Per poco mia madre non si strappava i capelli. Però non ho mai smesso di studiare per conto mio.<br />
SK: Ascoltando i tuoi ultimi album, direi che il tema delle differenze è diventato sempre più importante per te.<br />
KB: Ci sono solo differenze. Nessuno è uguale a qualcun altro. Tutto muta costantemente. Dobbiamo solo aprire la mente, lasciarci invadere e comprendere che il nostro corpo è un veicolo di evoluzione interiore.<br />
Oggi la maggior parte delle persone fatica ad ammettere che il movimento femminista e quello LGBTQ+ fanno parte di questa evoluzione, ma è così.<br />
SK: Ne fanno parte anche i Nagual e le creature magiche?<br />
KB: (Punta entrambi i piedi a terra, sporgendosi verso di me) Non solo ne fanno parte, ne sono la fonte. Sono loro la Sorgente! “<em>Nich Sorgen um&#8217;lah, gesich&#8217;t fraü burd”</em>: quando la notte esaurisce la Sorgente, si spegne il canto degli uccelli.<br />
SK: Sono parole di Holger Kutsch, il poeta classico del terzo secolo.<br />
KB: Si! Lui per primo ha intuito che stava succedendo qualcosa nell&#8217;animo umano. In molti, ormai, hanno capito che tecnologia e magia sono compatibili, e che la magia, il contatto con l&#8217;essenza più profonda del mondo, è qualcosa a cui tutti e tutte hanno diritto.<br />
Il governo e i Cacciatori pretendono di poter essere i soli a controllare la magia, ma non ci riusciranno ancora per molto. Stiamo entrando nell&#8217;eone di un Nuovo Ordine, un risveglio collettivo che trasfigurerà il mondo.<br />
(Alza le braccia al cielo, come se stesse pregando) venite, miei piccoli mostri!</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>IV<br />
Il ragazzo si aggrappò con entrambe le mani alle maniglie della poltrona e schizzò indietro.<br />
«È lui, cazzo! È lui!»<br />
Bingo. Avevo fatto appena in tempo a mostrargli la foto del mio uomo. A quanto pare l’idea di Parvus stava dando i suoi frutti.<br />
«Sei sicuro? Al cento per cento?»<br />
Chiesi, sventolandogli la fototessera davanti alla faccia.<br />
«Si!»<br />
Mi fermai a riflettere e lo vidi roteare i grandi occhi verdi. Incastonati su quella pelle rosso vivo, tipica degli hamaliti, rassomigliavano a due smeraldi adagiati su un panno di velluto. Rotearono ancora, stavolta in senso opposto, percorrendo il soffitto da parte a parte.<br />
Ora, ci sono due tipi di persone in grado di dirvi, con il minimo margine d’errore, se qualcuno è un tossico e di che roba si fa: gli sbirri e gli ex-tossici. E io ero tutt’e due le cose. L’avrei capito anche senza guardarlo in faccia, senza aver visto quella pelle solcata da innaturali venature celesti. Polvere di sogno.<br />
D’istinto, mi portai la mano alla guancia, come se temessi che le stesse striature fossero ancora visibili sul mio corpo.<br />
Sapevo bene cosa stava seguendo con così tanta attenzione. Le eccitazioni, i flebili spasmi che, per brevi istanti, fanno vibrare la materia, alludendo a qualcosa al di là della materia stessa.<br />
È per questo che si prende la polvere. Per vedere la magia, con il tarlo costante, che ti scava nella testa, di non poterla mai toccare, di non poterla mai raggiungere. Così vicina, eppure così lontana.<br />
Ai tempi, ero così infottato che a volte mi capitava di tirare direttamente col naso, “all’amazzone”, nel gergo dei tossici, senza neanche preparare la botta.<br />
Guardai l’orologio da polso. Avevo solo undici minuti.<br />
«Come ti chiami?»<br />
Gli domandai a bruciapelo.<br />
Di colpo, spostò lo sguardo su di me.<br />
«Jeet, signor&#8230;»<br />
«Vas, chiamami solo Vas. Come hai fatto a scappare, Jeet?»<br />
Chiesi.<br />
«Ero seduto in fondo alle scale, di sotto. Ero con mio fratello, Rashid, e Serhat, il suo miglior amico. Eravamo appena tornati da lavoro.»<br />
«Dove lavori?»<br />
«Al porto. Faccio lo scaricatore. Anche Rashid e Serhat erano scaricatori.»<br />
«Poi, cos’è successo?»<br />
«La porta è esplosa, come se qualcuno avesse lanciato una bomba. Volevo correre ad aiutarli. L’ho fatto, mi sono alzato, poi&#8230;»<br />
Gli occhi gli si gonfiarono di lacrime.<br />
Fu solo allora che mi resi conto che non doveva avere neppure vent’anni.<br />
«Poi l’ho visto. C’era luce, tanta luce. E quell’uomo. Ha preso Rashid per il collo. Serhat ha urlato qualcosa, ha provato a colpirlo ma quello gli ha tirato un pugno. Serhat è caduto a terra. C’era sangue dappertutto. Non ce l’ho fatta, ho avuto troppa paura. Sono scappato e li ho&#8230;»<br />
Fu attraversato da un tremito convulso, come se stesse rivivendo quel momento, e la voce gli andò a morire in gola.<br />
«&#8230;li ho lasciati lì.»<br />
Affondò le mani tra i lunghi capelli neri e scoppiò a piangere.<br />
Spensi la sigaretta sulla gamba del tavolo e la lasciai cadere a terra. Attesi qualche secondo prima di porre la domanda successiva, vagando con lo sguardo per la stanza.<br />
Su di un minuscolo tavolo c’erano delle pentole e un fornello a gas. Alcuni piatti sporchi giacevano ammassati in una bacinella piena d’acqua.<br />
Mantenni un tono freddo, inespressivo, ignorando i violenti singulti che gli gonfiavano il petto.<br />
«Non ha detto niente? È entrato e ha cominciato ad ammazzare la gente, e basta?»<br />
Sollevò la testa, di scatto, le labbra contratte in un’espressione di puro furore.<br />
«No!»<br />
Mi sporsi in avanti, impaziente di udire il seguito.<br />
«Era qui per noi. Era con noi che ce l’aveva.»<br />
«Con voi tre?»<br />
Domandai, confuso.<br />
«Con noi dell’Ham’leh! L’ho sentito gridare dalle scale. Cose tipo “Schifosi rossi”, “Parassiti”, “Scimmie”.»<br />
«Se ce l’aveva con voi, allora perché ha ucciso tutti quanti?»<br />
Mi fissò per un lungo istante, perplesso, scavandomi dentro con quegli occhi lucidi e iniettati di sangue.<br />
«Non lo sai? Qua tutti erano dell’Ham’leh.»<br />
V</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eccolo il mio uomo, sullo schermo di un vecchio televisore appeso alla parete di un bar.<br />
Nel video Jacob sorrideva. Un sorriso amaro, pieno di tristezza. I suoi occhi vagavano di continuo dall’obiettivo del telefono a un punto imprecisato alla sua destra, oltre il finestrino dell’auto. Come se qualcosa, fuori campo, lo stesse infastidendo. Si passò entrambe le mani sulla faccia e rimase a lungo immobile, in silenzio, coi palmi premuti sulle orbite. Le venature celesti sui suoi zigomi e agli angoli degli occhi si gonfiarono, come se stesse trattenendo il respiro.<br />
Mi portai la tazza di caffè alle labbra, senza staccare neppure per un istante lo sguardo dallo schermo.<br />
Dopo un’intera giornata di martellamento incessante da parte di TV e giornali, erano cominciati a trapelare i primi video pubblicati da Jacob sui profili social. Decine e decine di dirette, dalla durata complessiva di svariate ore. Ore nel corso delle quali, passo dopo passo, giorno dopo giorno, von Hilsegrund completava la sua tortuosa metamorfosi da tossico paranoico a soldato dell’Imperatore.<br />
Tra i clienti del bar, nessun’altro, a parte me, pareva interessarsi alla cosa. Le immagini continuarono a scorrere sullo schermo, nell’indifferenza generale.<br />
«Devo fare qualcosa. Non posso continuare così.»<br />
Mormorò Jacob, rivolto alla fotocamera.<br />
Per un attimo, mi parve quasi che stesse parlando con me.<br />
«Devo fare qualcosa!»<br />
Ripeté, in tono più deciso.<br />
La cameriera attraversò il bancone e mi si parò davanti. Una hekret sulla trentina, dalle lunghe corna caprine che le spuntavano da sotto il berretto giallo.<br />
«Dimenticavo, solo per oggi c’è un&#8217;offerta speciale sui pancakes, per sette quill&#8230;»<br />
La bloccai con un cenno della mano.<br />
«No. No, grazie.»<br />
Il bello veniva proprio ora.<br />
Di punto in bianco, Jacob scese dall’auto, scomparendo dall’inquadratura. In lontananza, si sentiva una voce sbraitare: «Chi è questo tizio? Ehi, pelato di merda&#8230;Che cazzo?!»<br />
Rumori di colluttazione. Grida.<br />
Dopo alcuni secondi, la sirena di una volante emise due brevi ululati.<br />
Jacob riapparve al centro dell’inquadratura, trafelato, sporco di sangue, con un occhio nero. Il motore dell’auto si accese e il veicolo partì a tavoletta, scaraventando il telefono a terra.<br />
A questo punto, il video si interruppe, sostituito dal volto posticcio e sornione di Thierry Duval, il portavoce di Risorgiamo, partito di minoranza vicino agli imperiali ma abbastanza ripulito da essere stato eletto al Consiglio.<br />
L’inviata del telegiornale gli avvicinò il microfono alla bocca.<br />
«Segretario Duval, cosa risponde a chi sostiene che il massacro di ieri sera è il frutto di anni di propaganda d’odio da parte di Risorgiamo?»<br />
Il sorriso di Duval si allargò come una trappola per topi pronta a scattare.<br />
«Jacob Von Hilsegrund non è uno di noi. Risorgiamo è un movimento politico non violento, legato ai valori democratici sui quali si fonda la Federazione. Prendiamo assolutamente le distanze dai fatti di ieri sera, unendoci a tutte le forze politiche nell’esprimere cordoglio nei confronti dei familiari e amici delle vittime.»<br />
Il microfono guizzò dalla bocca di Duval a quella della reporter.<br />
«Signor Duval, lei stesso, negli scorsi anni, ha espresso perplessità nei confronti delle occupazioni abusive, in particolar modo quelle hamalite. Non pensa che vi possa essere un collegamento tra le sue passate dichiarazioni, come quella del mese scorso, quando ha definito i profughi come “uno sciame di ratti, pronti a fiondarsi sulle nostre dispense”, e la strage compiuta da von Hilsegrund?»<br />
Il sorriso di Duval assunse proporzioni inaudite, allargandosi fin quasi ai lobi delle orecchie.<br />
«Gli spregevoli crimini di von Hilsegrund non rendono meno importanti la lotta all’immigrazione clandestina e ai crimini d’origine magica. Temi che Risorgiamo porta avanti ormai da più di vent&#8217;anni. Per quanto disgustose e deprecabili, le azioni di von Hilsegrund e di quelli come lui hanno come unico movente l’esasperazione. La gente è stanca e questo è il risultato.»<br />
Lo schermo si oscurò di colpo.<br />
Mi voltai verso la cameriera. Aveva ancora la mano sul telecomando.<br />
«Meglio spegnere. Qualcuno potrebbe farsi venire in mente strane idee.»<br />
Disse, distogliendo lo sguardo dal televisore spento.<br />
Mi alzai e andai a pagare.<br />
Fuori faceva più caldo del solito ma non avevo tempo di godermi la giornata. Montai in macchina, misi in moto e scivolai nel traffico isterico della Capitale.<br />
La caccia era appena cominciata.<br />
<strong>**</strong></p>
<p><strong>Immagine di Francesco D&#8217;Isa.</strong></p>
<p><strong>Claudio Kulesko</strong> è filosofo, traduttore e ricercatore indipendente. Suoi saggi sono apparsi su Aut Aut, Liberazioni – Rivista di critica antispecista e Studi Culturali, ma anche su riviste online quali Not, l’Indiscreto e Singola. E’ tra gli autori di “Demonologia rivoluzionaria” (Nero 2020). Assieme ad Andrea Cassini è autore di “Blackened” (Aguaplano 2021). Suoi racconti sono stai pubblicati su L’Indiscreto, Nazione Indiana e nel primo volume della serie antologica “Trema” (Arcoiris 2021).</p>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto: Su Monomeri e Futuro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/19/lanno-del-fuoco-segreto-su-monomeri-e-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Nov 2021 06:17:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[dario valentini]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Rialti]]></category>
		<category><![CDATA[fiabe]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco D'Isa]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Merlini]]></category>
		<category><![CDATA[l'anno del fuoco segreto]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[weird]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gabriele Merlini</strong>

«E comunque, se ti interessa, lascia perdere e ascolta me.»
Vicino al materasso la lampadina ha la silhouette della befana e il telefono trasparente, nel caso provi a inclinarlo, emette ancora quello strano rumore di oggetti che scoppiano per inattese pressioni dei polpastrelli.]]></description>
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<p><em>La descrizione del progetto</em> <strong>L’Anno del Fuoco Segreto</strong>, <em>si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/"><strong>QUI</strong></a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-93959 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini.jpg" alt="" width="960" height="960" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p><strong>di Gabriele Merlini</strong></p>
<p>«E comunque, se ti interessa, lascia perdere e ascolta me.»<br />Vicino al materasso la lampadina ha la silhouette della befana e il telefono trasparente, nel caso provi a inclinarlo, emette ancora quello strano rumore di oggetti che scoppiano per inattese pressioni dei polpastrelli. «Sono tutto orecchi» ripete il giovanotto dal capo opposto del ricevitore quando, come da tradizione, il tono della sua voce si fa dogmatico e condiscendente. Fuori dalla finestra è settembre, <em>l’estate che finisce: tempo di ballare</em>, o almeno così sottolinea la TV in quel servizio patinato sulla bella stagione appena conclusa. In modo del tutto tradizionale lei si misura in una veloce apnea e un sorriso a nessuno prima di riproporre la solita giustificazione che già puzza di soffitta. «Beh» è quanto sibila alla specchiera che andrebbe fissata meglio, «in ogni caso non avevo niente di speciale da dirti. <em>Tutto qui</em>.»<br />«Ah. Tutto qui?»<br />«Sì. Tutto qui.»<br />Dal pianerottolo il suono di un rutto. «Solo boh. Mi sembra <em>tutta</em> una grande montatura. Alcune volte. Non trovi?»<br />Lei trova. Il giovanotto dal capo opposto del ricevitore solleva l’accendino agli occhi scuri come stesse vedendolo per la prima volta, dopodiché allontana dal petto il portacenere con le piramidi egizie. Gratta il ginocchio, ci pensa un altro po’ e tossisce tra le pieghe del calzino appiccicoso. «Sia come sia» va avanti la ragazzina nel momento in cui per innato senso del decoro viene abortito uno sbadiglio, «pensavo ti avrebbe fatto piacere riassumermi la chiacchierata per rinfrescarla anche a te stesso» e il braccio viene teso allo scaffale di legno scuro. Annuisce al flacone di crema idratante, si aggiusta un sopracciglio, incrocia sulle coperte le gambe che restano grissini, quindi torna ad aspettare il segno.</p>
<p>I</p>
<p>D’altronde, a differenza del giovanotto al capo opposto del ricevitore all’estero per un complesso sistema di corsi di lingua destinati a studenti neodiplomati, come al solito lei è in Italia ad ammuffire dentro quell’insulso pigiama a cuoricini e questo la spinge a domande scomode. I capelli colore del miele legati dietro la nuca da una coppia di elastici sfilacciati mentre, oltre il vetro della finestra ogivale, ancora presta la minuziosa, patologica attenzione alle nuvole nere della contadinella timorosa sorpresa dal diluvio in mezzo a un prato. A strane linee elettriche, al buffo pulviscolo, al suono musicale del vento. «Ok. Va bene. Te l’ho già detto» dice lui riannodando il filo della discussione. «Quella matta mi ha proposto un incontro non formale quando tornerò da voi, ché secondo lei sarebbe saggio da parte mia <em>affrontare con serietà</em> il tema del lavoro e…niente. Tutto qui.»<br />Altra minima pausa scenica.<br />«Quella matta?»<br />«Già. <em>Quella matta</em>. Ci sei?»<br />Assaporando il gusto osceno della terminologia, lei c’è.<br />«Voglio dire. Die Mutter disporrebbe di una considerevole somma di denaro da investire e troverebbe <em>saggio</em> se riuscissi a inventarmi qualcosa di sensato per il futuro sfruttando, come puoi immaginare, il lascito del nonno.»<br />«Interessante. Quale nonno?»<br />«Quello morto il mese scorso, se ricordi.»<br />«<em>Interessante</em>.»<br />«Non essere cinica.»<br />«Pardon» allorché la vista riprende a smarrirsi nella semioscurità della stanza da letto e ricomincia a borbottarle la pancia. «Questa fissazione di chiunque <em>per il futuro</em>» ripete lui quando verifica l’ora sulla sveglia, ridacchia allo zaino, tortura il piede martoriato dai lividi. I genitori che rientreranno nel breve da una cena e per un istante nella ragazzina si fa spazio il pensiero che ogni cosa nata morirà, separata si unirà e comparsa scomparirà. Tra i pomelli alla fine del materasso, attorno la figura del suo corpo disteso sono sempre le nove di sera e la successiva domanda è inaggirabile in quella scatola cranica così geometricamente, armonicamente, eternamente perfetta: quanti mesi è indietro, il mondo lì fuori?</p>
<p>II</p>
<p>«Circa un secolo. Più o meno.»<br />«Ok. Comunque dicevi. Cosa faccio <em>io </em>adesso? Beh, non faccio niente, sai?»<br />Il disco lunare annerito da una buffa striscia verticale.<br />«Capisco.»<br />«Giusto provo a non farmi sentire dalle spie mentre rovescio la benzina dentro al pianoforte a coda, e ti sto ad ascoltare. Ecco cosa faccio, io. In questo momento: <em>niente</em>. Affascinante. No?»<br />L&#8217;alluce tondeggiante sbatte sul legno del comodino. Operazione non facile, raggiungerlo. «Ché potrebbero inalberarsi da matti, se mi vedessero.»<br />«Ok. Senti. <em>Loro</em> sono a casa?»<br />«Negativo. Ancora no. Piuttosto mi hanno accennato di una festicciola insieme a personaggi illustri arrivati da non so dove con lo scopo di risolvere l’annoso problema della fame nel mondo, o almeno così mi sembra di ricordare. Ma tra poco apriranno la porta sani e salvi, stai tranquillo.»<br />«Dio ti ringrazio.»<br />«Già. Una garanzia per il nostro domani, vero?»<br />«Sì. Per il <em>futuro</em>.»<br />Sull’ombelico del giovanotto dal lato opposto della cornetta un grumo dalle sfumature biancastre in una custodia per occhiali, una bilancia e due mucchi di cenere accatastati.<br />«Comunque, se ti interessa, adesso so cosa farò tra due miliardi di anni. Finito questo strazio della scuola. Te l’avrò detto un milione di volte però sono certa che non ricordi un tubo. Vero?»<br />Verissimo.<br />«Perdonami. La crocerossina?»<br />«No. Genetica. Studiare gli alleli. Idiota.»<br />«Ok. Scusa. Gli <em>alleli</em>.»<br />«La biologia. Le cellule somatiche, i concetti di dominanza e di recessività. Gli equilibri. Se capisci cosa intendo.»<br />Ai piedi del letto il gatto è zuppo di saliva, protetto da un curioso odore di cavolfiore. «I cromosomi. I ribosomi. I <em>qualcosa</em>somi. Mi sa che è più pratico rispetto al ricercare l&#8217;Alta Gioia tra le montagne dell’Indocina. Lo pensi anche tu?»<br />Lui lo pensa. Il calendario sul computer segna la data appena cambiata e le nuvole nel cielo anche dalle sue parti stanno diventando sempre più sbuffi porosi. Mezzanotte trascorsa da poco, ai TG – finiti i videoclip musicali e prima delle telefonie erotiche – i funerali della principessa del popolo e le condoglianze dei capi di stato per la dipartita di quell’assurda, spaventosa suora albanese.<br />«Ma andiamo avanti, se ti resta un po’ di tempo.»</p>
<p>III</p>
<p>A lui ne resta.<br />«Endocrinologia, Peloso Bisonte della Pianura. Mi segui?»<br />Il giovanotto dal lato opposto della cornetta annuisce tenendo ancora il telefono tra orecchio e spalla. Dietro la chiesa il boato di un tuono.<br />«Mo-no-me-ri e roba del genere. Mica lavorare in fonderia. Ecco cosa voglio fare dopo la scuola, <em>tra cinquemila anni</em>. Ma prima un viaggio all’estero…la vedi bene?»<br />Lui la vede bene.<br />«Potrei venirti a trovare vestita da bramina e innaffiare di mattina gli uomini santi sul tuo balcone, se sceglierai di stabilirti lì per tutta la vita. No?»<br />(Quale era poi la dottrina della sofferenza di cui leggevano da piccoli per addormentarsi, quando avvitavano a turno il naso della befana sul comodino? Il giovanotto dal capo opposto della cornetta ogni tanto ci ripensa ma mica la ricorda. L’interlocutrice scuote la testa a tanta distrazione, poi inspira. <em>Duhkha</em> o <em>dukkha</em>, in lingua pāli?) Il dito a trafficare negli slip e la radio che trasmette l’ennesima scemenza commerciale. In parete il primo piano di uno yak, le fiammelle mistiche tibetane del Jokhang, il circuito devozionale del Barkhor e qualcosa che sembra iniziarsi a muovere senza neppure sfiorarla. Un tremolio elettrico che è adesso dentro la stanza, un soffio che non comanda e stenta a comprendere: la prima età adulta inevitabilmente odora di bouquet?<br />«Ad ogni modo un giorno sarò in grado di analizzare tutti i tuoi malatissimi casi, ma adesso devo chiederti un favore. Posso?»<br />«Certo.»<br />«Bene. Lasciami in pace e attacca, visto che domani ho il primo compito dell’anno e mica posso restare sveglia fino all&#8217;alba per le tue idiozie da psicopatico. Non trovi?»<br />Lui trova così, riagganciandosi, il telefono torna a fare quel rumore di oggetti che scoppiano per brutte pressioni dei polpastrelli. Il cornicione affacciato ai rami già secchi degli alberi, sul marciapiede foglie ingiallite che creano spirali concentriche e fischia la grondaia di spifferi. La vasca da bagno divorata dalla ruggine, la siepe spelacchiata e il materasso davanti abbandonato ai cassoni che potrebbe attutire l&#8217;atterraggio. «Ehi. Ma mi ascolti?» quando tuttavia l’umore è già variato in modo inverso alla distanza del suo busto dalle tende sottili. Lo sguardo di lui poco motivato, ché tanto lei ha già attaccato dunque per forza, con i piedi che penzolano in basso, il respiro si fa equanimità, compassione e consapevolezza. Superato il vetro, lungo il viale, tra gli alberi del parco il vento che non si aspettava sorprende le luci spente, le feritoie ossidate, i camini e le onde increspate del fiume mentre la stanza di spalle ancora puzza un po&#8217; di fumo. Come in quelle pubblicità terribili con le piscine lussuose e le collane d’oro che oscillano sulla superfice immobile dell’acqua, alla fine lui aggrotta la fronte borbottando qualcosa alla parete di vernice che piano piano viene giù: <em>io ti ascolto sempre.</em></p>
<p>Epilogo</p>
<p>Ma, anche sulla base del fatto che niente in effetti la sorprende più, nemmeno lei si stupisce poi tanto quando realizza di starsene impettita davanti la finestra semiaperta. Come fosse stata una forza attrattiva mai sperimentata in precedenza a sollevarla, spingerla fuori dalle coperte, renderla impalpabile e trasparente e immobilizzarla. Un tremolio elettrico, un soffio che non comanda e stenta a comprendere. Stanotte che come al solito ha (quasi) sedici anni, sfoggia ancora quella tunica a cuoricini che usa da pigiama e dalla testa le ciondola il residuo di corona hawaiana sfoggiata all’uscita di pallavolo con l’unico scopo di sollevare il morale alle truppe. La luna oscurata e la stasi nei refoli d’aria fredda. Terminata la breve chiacchierata su monomeri e futuro con lui che si trova all’estero per cretini corsi di studio, e atteso il rientro dei genitori; di sua madre che sembrerebbe essersi un po’ ripresa dai problemi che l’hanno afflitta l’anno scorso (ogni tanto lei ci pensa a quante sciagure potrebbe avere ereditato. Le strane ferite sul volto di quella donna, i sanguinamenti e le nottate spese a girovagare in circolo nel buio) o di suo padre, dal quale viceversa avrà preso la propensione all’odioso autocompiacimento e alle menzogne in società. Pensieri sensati e maturi eppure buoni solo a nascondere la domanda più importante e ineludibile di questa sua – al momento – breve esistenza ancorata a terra; la molla che innesca i gesti più assurdi e leggeri ovvero, se vogliamo percepire l’autentica essenza dell’anima, è più saggio ascoltare con pazienza o porsi quesiti in continuazione?<br />E chissà perché è sul termosifone in camera da letto, adesso; quello con gli elementi (si chiamano davvero <em>elementi</em>) che gocciolano e i buchi trasparenti sulle giunzioni (la paura dei buchi si chiama invece <em>tri-po-fo-bi-a</em>.) Una forza attrattiva incredibile che le ha permesso di aprire i vetri senza nemmeno toccarli, fino a spalancarli davanti al suo naso e filtra la luce tenue sul giardino dal viale desertico lì davanti. I piedi nudi che si sono del tutto staccati dal tappeto per la meditazione (<em>dandasana</em>) in sospensione, ondulanti tra le piante da interno (<em>monstera deliciosa</em> e <em>maranta leuconeura</em>) che in parallelo – con un cenno del suo dito indice – hanno preso a sfiorire, a spegnersi. Le narici dilatate, ogni lampadina che salta se strizza gli occhi, i capelli nemmeno smossi e lo sguardo che non può distogliere dall’est, lì dove sorge quell’alba che nelle pagine ingiallite del libretto che le veniva letto da piccola sta a simboleggiare l&#8217;Onnipotente Principio di Qualcosa, il <em>Mah</em><em>ā</em><em>y</em><em>ā</em><em>na</em> o Supremo Veicolo di Redenzione. Il sé esteriore e la chiusura che, le è stato garantito, alla fine ci farà tutti secchi.<br />«Ehi. Pronto. Pronto. Sei ancora lì?»<br />L’inchino che ricorda un passo di danza, la sensazione di un nuovo piumaggio – roba più consapevole e adulta, finalmente – lungo la schiena dritta da nuotatrice e le correnti d’aria che prendono a scuoterla dal basso quando, nella fase conclusiva del decollo, le sue labbra sottili, sullo stile di certe bandiere sventolanti a poche dune dalla battigia, dissolvendosi dietro uno spesso cumulonembo nero a sgranocchiare il disco lunare, nemmeno la smettono più di muoversi.</p>
<p><strong>**</strong></p>
<p><strong>Immagine di Francesco D’Isa.</strong></p>
<p><strong>Gabriele Merlini</strong> (Firenze 1978) è autore del romanzo <i>Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa</i> e del saggio <i>No Music On Weekends. Storia di parte della new wave </i>(Effequ 2013 e 2020.) Ha inoltre curato le antologie di racconti <i>Selezione Naturale. Storie di premi letterari </i>e <i>Odi. Quindici declinazioni di un sentimento</i>. Scrive di musica e cultura per il mensile <i>Rockerilla</i>. Sue recensioni, reportage e interviste sono state pubblicati su numerosi magazine, riviste online e quotidiani.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto: Verso Montsalvat</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/14/lanno-del-fuoco-segreto-6/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2021 05:08:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segreto, si può leggere QUI. di Andrea Morstabilini Era nato, come il re suo nonno, il 25 agosto, giorno di San Luigi. Anche l’ora coincideva, e i due si ritrovarono a condividere non solo un compleanno, ma anche un nome: Ludwig, che è poi un altro modo, alla germanica, per dire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La descrizione del progetto</em> <strong>L’Anno del Fuoco Segreto</strong>, <em>si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/"><strong>QUI</strong></a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-93358" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/14-Copertina-Andrea-Morstabilini.jpg" alt="" width="650" height="650" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/14-Copertina-Andrea-Morstabilini.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/14-Copertina-Andrea-Morstabilini-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/14-Copertina-Andrea-Morstabilini-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/14-Copertina-Andrea-Morstabilini-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/14-Copertina-Andrea-Morstabilini-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/14-Copertina-Andrea-Morstabilini-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p><strong>di Andrea Morstabilini</strong></p>
<p>Era nato, come il re suo nonno, il 25 agosto, giorno di San Luigi. Anche l’ora coincideva, e i due si ritrovarono a condividere non solo un compleanno, ma anche un nome: Ludwig, che è poi un altro modo, alla germanica, per dire Luigi.</p>
<p>Anno: 1845, anno di corvi e di violini, navi sperdute fra i ghiacci. Da bambino, a Ludwig piaceva ascoltare la madre mentre leggeva la bibbia, costruire modelli in scala del santo sepolcro e vestirsi da suora, ma quello che più gli piaceva era starsene da solo a stanare la realtà coi segugi della fantasia, più grande della sua generosità, poco più piccola della luna che sognava ogni notte, alta, bianca, triste sopra le cime dei pecci.</p>
<p>Spesso si svegliava, a mezzo di quei sogni della luna, e si alzava dal letto per ammirarla, appesa appena oltre il vetro della finestra. Allora, al buio, nel silenzio legnoso del palazzo, era semplice credere alla verità che il suo animo bisbigliava alla memoria. Sono antico, diceva quello, già vecchio quando il mondo era più giovane di te adesso. Oggi sono nel tuo corpo che cresce, diventerai alto e bello e tutti ammireranno i tuoi occhi blu, ma non sei la prima carne che mi tiene al caldo. Siamo stati eroi, una volta, imperatori e costruttori di meraviglie, cavalieri della croce e della coppa: siamo stati Lohengrin figlio di Parzival, abitavamo a Montsalvat, il castello del Graal. Non vorresti tornarci?</p>
<p>Ludwig non desiderava niente di più. Che anni, quelli in cui gli toccava di vivere; anni senza magia e senza mistero, senza onore, senza sangue. Dicevano di lui che era disinteressato, distaccato, che questa indifferenza al mondo e alla vita rendevano la sua bellezza ancora più imperiosa, il suo sguardo ancora più enigmatico, ma, anche, il suo cuore più triste. Avevano ragione, perché era solo, e destinato a esserlo sempre di più.</p>
<p>Travolto da uno scandalo di nessuna importanza per questa storia, il nonno abdicò. Il padre, di salute fragile come fragile era il suo amore per i figli, che aveva sempre trascurato, morì. Il fratello impazzì, alla madre non restò che rinchiudersi nelle preghiere. Così, poco più che ragazzo, Ludwig si ritrovò al centro di un palcoscenico deserto: era re.</p>
<p>Allora iniziarono i guai.</p>
<p>Nonostante tutti dicessero che offriva, in divisa, uno spettacolo maestoso, egli non aveva interesse per i doveri militari cui i suoi ministri volevano obbligarlo, e niente lo annoiava quanto gli intrighi bizantini che i suoi segretari gli tessevano incessantemente intorno, perché i cortigiani sono ragni ballerini dalle gambe infaticabili. Quanto poi a quello che più di ogni altra cosa ci si aspettava da lui… la possibilità di produrre un erede era un pensiero che lo riempiva di raccapriccio. E Monaco! La pompa, la frenesia, i pettegolezzi, gli occhi di tutti che a teatro, raddoppiati dai binocoli, guardavano soltanto lui. Detestava la città, sporca, fangosa, affollata; sua era la solitudine rocciosa dei laghi di montagna, delle foreste fredde, delle corse notturne in carrozza.</p>
<p>Ma una sera il sentiero si interrompe bruscamente, i tronchi si aprono come un sipario: c’è una casetta di pietra al centro di una radura argentata. Il cocchiere crolla dal sonno, ma è troppo desolato per appisolarsi: promette che riprenderanno subito la via, occorre solo sistemare il ferro di un cavallo e torneranno a correre come piace al re; il re scende dalla vettura, bussa alla porta: desidera un po’ d’acqua, un mestolo di stufato, allungare i piedi gelidi – nevica – davanti al camino.</p>
<p>Ad aprire la porta, quella notte fatale, non fu però un taglialegna, né un mandriano i cui figli giocavano sul tappeto davanti al fuoco, bensì un vecchio dalla complessione itterica, atticciato ma gobbo, con una grossa voglia verdastra sul naso: Victor Erlking, per servivi, Vostra Maestà. Entrate.</p>
<p>Il povero cocchiere ebbe finalmente tempo per dormire, perché il re e Herr Erlking si intesero subito alla perfezione. Non c’era frase che il re iniziasse che l’altro non sapesse concludere come se gli leggesse nel pensiero, tale era l’amorosa corrispondenza tra di loro: parlarono tutta la notte, e quando fu tempo per Ludwig di andarsene, Herr Erlking prese da sotto un tavolo un baule dall’aria pesante e, sollevatolo con la facilità con cui voi e io potremmo alzare da terra un sacco di piume di anatra, lo issò nella carrozza del re. Un regalo per Vostra Maestà; apritelo di ritorno al castello.</p>
<p>E così Ludwig fece, e pianse come non aveva fatto sulla salma del padre. Lacrime di gioia e di impazienza, perché nel baule c’era un grande cigno meccanico.</p>
<p>Presto! Portatelo all’Alpsee, ordinò Ludwig ai servitori, e corse a chiamare l’unico amico che avesse, il suo <em>aide-de-camp</em>, principe Paul von Thurn und Taxis, che dormiva nella camera accanto alla sua. Il re non bussò, si tuffò sul letto, afferrò le coperte, le gettò a terra e, preso fra le braccia Paul che ancora sognava, lo scosse baciandogli gli occhi per farglieli aprire. Se mi vuoi bene, ti spoglierai e indosserai il costume di Lohengrin: c’è una sorpresa per te, disse Ludwig; ma intendeva per sé. Paul non poteva rifiutargli alcunché, così si spogliò, indossò l’armatura e via, di corsa, giù dal castello e sulla riva del lago, dove il cigno meccanico aspettava solo che Paul salisse a bordo per animarsi: piegò il collo, frullò le ali, mulinò le zampe e iniziò a scivolare sull’acqua. La nebbia fece il resto.</p>
<p>Per Ludwig, steso sulla riva, Paul cessò di essere il suo amico: diventò il suo eroe.</p>
<p>Vorrei non dovermene mai andare da qui, pensò; la Prussia dichiarò guerra all’Austria. I suoi ministri misero Monaco a soqquadro per trovarlo, ma cercavano nei posti sbagliati: il re era sempre lì, sul lago, con Paul, a far scoppiare fuochi d’artificio nella notte che, altrove, copriva due eserciti in marcia. Ma non importava; non finché la notte era scura e i fuochi d’artificio d’oro e il volto di Paul, di fianco al suo, così bello. Una sera, le cime di due abeti rossi presero fuoco e una brigata fu chiamata sul posto, ma Ludwig e Paul erano già lontani: correvano su cavalli neri al galoppo e ridevano, Paul perché era giovane e il suo sangue caldo, Ludwig perché aveva cessato di essere un enigma a se stesso. Sapeva chi era: un ragazzo innamorato.</p>
<p>Ma il ragazzo era anche un re, e il tempo non è gentile con re e amanti.</p>
<p>Prima perse Paul, che lo abbandonò per sposarsi; poi perse l’ultima cosa che, perduta la famiglia e perduto l’amore, gli restasse: il suo paese. La guerra era finita e l’intero affare non richiese che una firma in calce a una lettera scritta da altri: la Baviera passò alla Prussia, la Prussia radunò la Germania, un nuovo Kaiser fu festeggiato a Berlino, e a Ludwig non rimase che una corona vuota. Non lo sono forse tutte? Era sempre re, almeno di nome, ma contava meno d’un giullare. Lui, discendente diretto di Ludwig il Saltatore, che aveva eretto la rocca di Wartburg in Turingia! lui, nel cui petto ruggiva lo spirito di Luigi il Re Sole, che aveva sognato Versailles! Rimaneva una cosa soltanto da fare: costruire castelli come, bambino, aveva costruito sepolcri.</p>
<p>Credete di sapere dove va a finire questa storia, ma vi sbagliate.</p>
<p>Perché il re ebbe un’idea.</p>
<p>Walpurgisnacht, notte di streghe e tradimenti. Avvolto in un grosso mantello nero, col favore del buio e uno scopo ben preciso in mente, ripercorse i passi di molti anni prima: lo stesso sentiero, la radura, la porta. La tuba e il bavero alzato cospiravano per nascondergli il volto, ma non servì. Entrate, Vostra Maestà, disse non appena ebbe scostato l’uscio Herr Erlking, la cui voglia verde era cresciuta: gli copriva ora metà del volto, ma il re non vi badò. Aveva una preghiera da rivolgere all’amico; e quello la ascoltò.</p>
<p>Albeggiava quando uscì di corsa dalla capanna – ormai detestava la luce del giorno – e si rifugiò in carrozza: al castello, ordinò e, subito, si addormentò.</p>
<p>Un mese più tardi, due forzieri d’oro e d’acciaio furono recapitati a Hohenschwangau. Il re dispose che il più piccolo fosse portato nella sua cappella privata, davanti all’altare presso il quale, un tempo, si era spesso inginocchiato, quindi congedò tutti i servitori e si chiuse a chiave nella propria camera da letto, con l’istruzione precisa che nessuno lo disturbasse. Finalmente solo, e solo dopo aver controllato di esserlo davvero, aprì il forziere più grande.</p>
<p>Con uno sbadiglio e uno stiracchio, come un animale che si risvegliasse dopo un lungo torpore invernale, un secondo re uscì dal baule. Sembrava di scrutare in uno specchio: come promesso, Herr Erlking aveva superato se stesso: l’automa rassomigliava al sovrano fino all’ultimo punto nero sul lungo naso imperioso; era persino vestito come lui: lo stesso panciotto di seta, blu come gli occhi, la camicia a balze, i lucidi stivali da cavallerizzo. Il re fece un passo indietro: osservava la macchina con qualcosa di simile a una profonda malinconia nello sguardo, mescolata però alla meraviglia che già una volta aveva provato, quel giorno sul lago, quando Paul era salito sul cigno meccanico. Sollevò una mano, accarezzò la guancia del suo doppio, la sua stessa guancia.</p>
<p>“Mi dispiace” disse.</p>
<p>“Lo so” disse l’automa, e da quel giorno, ogniqualvolta il re doveva apparire in pubblico – a qualche funzione di stato alla quale i suoi ministri insistevano stizzosamente che il sovrano non poteva mancare, o a teatro, quando non riusciva a organizzare spettacoli privati alla sua residenza –, era la macchina a tirarsi a lustro, a stringere mani, applaudire, redarguire il parlamento. Tale era la perfezione con la quale imitava i ticchi del re, compresa la sua ben nota riluttanza a partecipare a simili attività, che nessuno sospettò mai nulla. D’altronde, chi avrebbe potuto immaginare?</p>
<p>Col tempo, le occasioni private s’assommarono alle pubbliche: cene sontuose con lontani cugini coronati, udienze segrete con l’archivista di stato, le sporadiche visite alla madre, le lunghe riunioni con gli architetti che si occupavano chi di Linderhof, chi di Neuschwanstein, chi di Herrenchiemsee: ogni mattina, dopo aver finto di ascoltare gli impegni della giornata, che un servitore gli leggeva da una lunga lista, il re sgattaiolava nelle sue stanze, tirava l’automa fuori dal baule dove ogni sera quello tornava a riposare e, rimboccatosi le maniche, caricava il meccanismo nascosto finché nella gola meccanica non iniziava a gorgogliare un canto: <em>Hojotoho! Heiaha!</em></p>
<p>“Mi dispiace” ripeteva il re ogni giorno.</p>
<p>E ogni giorno l’automa rispondeva: “Lo so”.</p>
<p>Del resto, era stato costruito per quello; perché il re fosse libero di ritirarsi in un mondo tutto per sé, un mondo notturno di musica e poesia, castelli, contrafforti, monti, boschi, barbe ruvide che gli graffiavano il collo per morderlo o baciarlo, neve che gli luccicava bianca nei capelli scuri dopo una corsa di mezzanotte fra gli alberi: gli piaceva andare veloce, perché allora gli sembrava di volare. Fra le ombre, i suoi occhi blu brillavano così forte che la luna pareva avesse finalmente ritrovato una gemella lungamente perduta; ma era lui ad averlo, un gemello: la macchina di Herr Erlking, che ingrassava al suo posto perché quelle budella di metallo non erano fatte per la selvaggina, i pasticci e la birra, né lo erano i denti di porcellana, che presto iniziarono a cadere.</p>
<p>Guardate che cosa capita al re. Era così bello, un tempo, dicevano tutti.</p>
<p>Al re, quello vero, non importava. Anzi, traeva da quelle voci sul suo disfacimento uno strano piacere: forse, finalmente, gli occhi degli altri lo avrebbero ignorato quando, a teatro, ascoltava un’aria; forse, finalmente, i suoi sudditi e i ministri si sarebbero dimenticati di lui e lo avrebbero lasciato in pace a fare quello che amava fare: costruire castelli.</p>
<p>Neuschwanstein. Herrenchiemsee. E Falkenstein, che pure in quel momento era solo uno schizzo. Ma per quanto scegliesse le montagne più alte che gli riusciva di trovare, le foreste più fitte, nessun castello era mai imprendibile abbastanza, solitario abbastanza, lontano abbastanza: dal mondo, dalla vita che si consumava laggiù. Così, mentre pure ordinava che continuassero i lavori su quei progetti – dando fondo a tutte le fortune che gli rimanevano –, decise che ne avrebbe costruito un altro; un ultimo castello, il suo Montsalvat. Sapeva dove; là dove non l’avrebbero mai trovato.</p>
<p>Sulla Luna.</p>
<p>La sognava fin da quando era bambino, e, nei sogni, sapeva sempre ritrovarla. La vedeva di lontano, incorniciata di comete, e laggiù scendeva, come un angelo, planando sulla grande pianura bianca, il cui terreno sembrava neve secca, simile a zucchero. Sopra la testa, il cielo era nero, vasto quanto la pianura stessa. Non era mai solo, nei sogni della luna, perché non era certo l’unico, al mondo, a sognarla. Fra quegli spiriti fraterni, teneva corte: anime notturne e antiche, a cui, per trovare un po’ di ristoro, non era restato che andarsene lassù, dove la diversità è norma, la normalità eresia.</p>
<p>Fra loro abbondavano architetti, tagliapietre, fabbri, carpentieri, persino taglialegna, e quanto serviva, cave e querce, forge, la Luna dava loro. Il re lavorava sodo, come e più degli altri, uomini, donne, giovani e vecchi, e presto il castello fu ultimato.</p>
<p>Guarda: il bianco dongione alto di torrette e guglie, circondato di mura merlate, le feritoie invisibili dalla distanza, quando qualcuno si avvicina, a piedi o a cavallo, passando di fianco al rivellino e al fossato profondo, pieno di un’acqua tanto nera quanto il cielo che riflette. All’entrata, il cancello di ferro battuto presenta motivi di cigni. Mancano solo gli ultimi ritocchi, qualche arredo, i soprammobili.</p>
<p>Verso la fine, perché una fine ci deve pur essere, il re non faceva ormai che bere vino scuro come sangue e ballare nelle sale deserte con chiunque volesse essere gentile con lui quella notte, un cameriere o un cavaliere; e dormiva: dormiva e sognava il castello che stava costruendo. Montsalvat sulla Luna. Per far ciò – per sognare senza tema che un rumore lo destasse proprio mentre ultimava le decorazioni nel corridoio degli specchi, là dove si riflettevano Algol e Azelfafage – si era fatto approntare una stanza imbottita in cima alla torre più alta di Neuschwanstein.</p>
<p>Era lì quando vennero a prenderlo.</p>
<p>Erano in molti: il dottore che infine lo aveva dichiarato pazzo, i cospiratori – ministri e dignitari spaventati dalle casse sempre più vuote dello stato – che lo avevano costretto a farlo, gli inservienti con l’ordine di tenerlo fermo.</p>
<p>Ma il re non li sentì; dabbasso, il valletto continuava a rifiutare all’altro re – l’automa, il golem – la chiave della torre, poiché temeva che quello volesse uccidersi, quando la povera macchina non desiderava altro, invece, che posare un ultimo sguardo sull’amato sovrano di cui Herr Erlking gli aveva dato l’aspetto, il suo signore. L’ultimo, perché di lì a poco sarebbe morto.</p>
<p>Pazzo. Incapace di regnare. La sentenza è pronunciata; non rimane che eseguirla.</p>
<p>Ecco che lo conducono dal castello alla rocca che gli servirà da prigione. Non è più re neanche di nome – questo vanto tocca ora a suo zio, principe fra i traditori –, ma non osano comunque ammanettarlo; non serve nemmeno: l’automa ha imparato la rassegnazione della gentilezza. Lo spogliano dei suoi vestiti – dove finisce il panciotto di seta blu? –, gli impediscono di ricevere la comunione in chiesa, della quale va ghiotto perché il pane dell’ostia non irrita il suo intestino di titanio, ma il dottore è caparbio: no, non si può. Troppe emozioni fanno male a Vostra Maestà. Ma forse una camminata? Perché no. Dovrebbe piovere, nel primo pomeriggio, ma schiarirà, e lo Starnberger See non è proprio bello nelle sere di giugno? Buon uomo, tieni il mio ombrello: non mi servirà, dove sto andando.</p>
<p>Qualche ora più tardi è morto nelle fredde acque del lago, a faccia in giù, e con lui il dottore.</p>
<p>Nel torace meccanico, il cuore d’oro brunito sotto la cui superficie polita si muovevano in continuazione cerchi sottili come sfere celesti finalmente si è fermato. Tutta quell’acqua. Non era che un robot, alla fine. Eppure il re lo amava come un fratello; più del fratello. Per questo pianse quella notte, l’ultima che trascorse sulla terra, quando capì che l’automa era morto: un’eco suonò improvvisa sotto la volta di legno della torre – <em>Hojo… to… ho!&#8230;</em> – e il re seppe. Era ora di tirare fuori il secondo forziere, l’ultimo dono di Herr Erlking.</p>
<p>Dentro: un paio di ali meccaniche, un intricato, complesso, delicato meccanismo di pulegge e ingranaggi, leve. Le penne di metallo luccicante mandano bagliori bianchi nella notte nera quando il re sale sul davanzale e si sporge di sotto, pronto a spiccare il volo. I sogni non bastano più.</p>
<p>Un angelo, diranno, perché viene visto mentre salta nel vuoto, ma solo per un momento: il tempo necessario all’occhio per dubitare sé stesso e subito Ludwig sparisce, dietro le nuvole e la polvere delle stelle. Vola verso il suo castello, verso Montsalvat. Sulla Luna la sua corte è già riunita: aspetta soltanto il Re.</p>
<p>**</p>
<p><strong>Immagine di Francesco D&#8217;Isa</strong></p>
<p><strong>Andrea Morstabilini</strong> è uno scrittore, traduttore e editor. Ha esordito con il romanzo <i>Il demone meridiano</i> (2016), cui è seguito <i>Aldilà</i> (2020). Ha tradotto opere di H.P. Lovecraft, Camilla Grudova e Malachy Tallack.</p>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto: Il Periodo Balsamico della Bardana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Sep 2021 05:03:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[Edoardo Rialti]]></category>
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					<description><![CDATA[La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segreto, si può leggere QUI. di Giovanni Ceccanti Arno, a cosa pensi prima di dormire? Arno si girò dando le spalle a Mordirosso e al fuoco bofonchiando qualcosa di incomprensibile. Non pensi proprio a nulla? Arno non parlava. Arno per lo più bofonchiava. Se dovessi scommettere qualcosa direi la fica. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La descrizione del progetto</em> <strong>L’Anno del Fuoco Segreto</strong>, <em>si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/"><strong>QUI</strong></a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-92271" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9-Copertina-Giovanni-Ceccanti.jpg" alt="" width="600" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9-Copertina-Giovanni-Ceccanti.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9-Copertina-Giovanni-Ceccanti-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9-Copertina-Giovanni-Ceccanti-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9-Copertina-Giovanni-Ceccanti-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9-Copertina-Giovanni-Ceccanti-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9-Copertina-Giovanni-Ceccanti-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><strong>di Giovanni Ceccanti</strong></p>
<p>Arno, a cosa pensi prima di dormire?<br />
Arno si girò dando le spalle a Mordirosso e al fuoco bofonchiando qualcosa di incomprensibile.<br />
Non pensi proprio a nulla?<br />
Arno non parlava. Arno per lo più bofonchiava.<br />
Se dovessi scommettere qualcosa direi la fica.<br />
Il fuoco scoppiettò.<br />
Sì, tagliò corto. Prima di dormire penso alla fica.<br />
Mordirosso si tastò con cura le gambe da cima a fondo e ricominciò.<br />
È tanto tempo che non ne vedo una che non la riconoscerei neppure se me la sbattessero in faccia.<br />
Mordirosso pensava che Arno dovesse essere stato un professore o qualcosa del genere perché ogni tanto parlava delle stelle o diceva cose tipo comburente o alienazione.<br />
Non era gonfia come una sughera matura?<br />
Non so perché ma penso a degli strati. Mi vengono in mente un sacco di strati.<br />
La verità è che ci penso così tanto che non ci penso mai sul serio. Nel dormiveglia però si trasforma e si espande, invade gli spazi. Mi oscilla sopra la testa in sogni che non le appartengono. O forse sono io che invado i suoi.<br />
Qualche volta è un’enorme pianta grassa nel deserto.<br />
Arno teneva gli occhi chiusi cercando di vedere.<br />
Per me è dappertutto. È nei serbatoi delle macchine. È quello che ordiniamo ai ristoranti. Sono le notizie di guerra.<br />
Sì, le spine me lo ricordo ce le aveva. Gli strati no, gli strati non me li ricordo.<br />
Pensa a una rosa o una lasagna.<br />
Ti prego, non parlarmi di cibo.<br />
Se me la sbattessero davanti adesso non saprei dove infilarlo. Con tutti quegli strati, come facevamo? Mi ci perderei dentro come un bambino.<br />
Mordirosso si tastò le ginocchia.<br />
Forse, nella vita prima, Arno era stato un professore o un cameriere in un ristorante. Uno prestigioso, però.<br />
Ti ricordi che odore aveva?<br />
L’odore no ma giurerei sulla consistenza.<br />
Ne hai mai mangiata una?<br />
Di giorno di solito Arno andava in città e Mordirosso lo aspettava guardando la silhouette degli ultimi palazzi spengersi contro il tramonto. Arno chiamava quella parte di mondo la frangia urbanorurale. Quando Mordirosso gli chiedeva perché non dormivano in città lui gli diceva che preferiva la frangia urbanorurale.<br />
La frangia urbanorurale non era più città e non era ancora campagna. In città ci sono gli uomini, in campagna ci sono gli animali, spiegava.<br />
E qua ci siamo noi, deduceva Mordirosso.<br />
A volte, sempre alla stessa ora, soffiava un vento basso, che s’infilava ovunque, entrava nelle pieghe e faceva di pietra le coperte. Allora Mordirosso rabbrividiva e Arno metteva un altro legno sul fuoco e in maniera poco plateale soffiava nel punto giusto.<br />
Attraverso le palpebre il fuoco era una macchia di luce dai bordi sfumati e Arno ci soffiava sopra senza farsi notare, quasi di nascosto.<br />
Arno tirò un lungo sospiro.<br />
La fica, ripeté.<br />
Poi guardarono il nero del cielo mentre Mordirosso tentava inutilmente di afferrarsi i piedi.</p>
<p>All’alba furono svegliati da alcuni camion che facevano manovra oltre il crinale, dietro il bosco.<br />
Rieccoli, disse Mordirosso.<br />
Non sono quelli dell’altra volta. Questi hanno rimorchi più grandi, disse Arno alzandosi e coprendo la stufa con un paio di assi.<br />
La stufa era una struttura di sua invenzione che permetteva al fuoco di bruciare più piano o più forte a seconda del bisogno.<br />
Vado a controllare, disse.<br />
Mordirosso annuì e lo guardò allontanarsi.<br />
Iniziò a cadere una pioggia leggera, così leggera che sulle foglie non faceva rumore.<br />
Quando la pioggia aumentò Mordirosso si trascinò sotto l’olmo. In quel punto, anche quando pioveva forte, l’acqua non poteva raggiungerlo. I rigagnoli formavano una O in mezzo alla quale la terra si era fatta lucida e compatta per l’abitudine.<br />
I camion scendevano allineati nella cava. Venivano giù dalla strada battuta dalle ruspe nell’argilla rossa.<br />
Una volta uscito dal bosco Arno aveva raggiunto il crinale e si era disteso a pancia in giù sull’erba, sporgendosi.<br />
Man mano che arrivavano sul fondo della cava i camion si disponevano uno accanto all’altro e restavano accesi. Il rumore di tutti quei motori vicini rimbombava nella cava e usciva come un bolero per venire riassorbito dal muro di pioggia battente che cadeva dal cielo bianco.<br />
Uno dei camionisti saltò giù chiudendosi la portiera alle spalle, il rumore arrivò ad Arno solo qualche istante dopo.<br />
Indossava un’incerata verde militare lunga fino ai piedi. Il cappuccio aveva una tesa che gli copriva il volto. Il camionista si agitò davanti alle teste dei camion scandendo una serie di ordini, l’ultimo dei quali Arno dedusse essere perentorio, visto che tutti i motori si spensero.<br />
Rimase il rumore della pioggia come il fruscio di una radio senza segnale.<br />
Allora anche gli altri camionisti scesero e con la stessa incerata del primo si radunarono poco alla volta nel punto prescelto.<br />
Arno non poteva sentire quello che dicevano. L’acqua gli colava giù dai capelli, nel collo e nella schiena.<br />
Uno degli autocarri aveva una cisterna al posto del normale vano da carico e il simbolo dietro diceva merce pericolosa, il che poteva significare infiammabile, corrosiva, tossica o radioattiva.<br />
La pioggia batteva sulle cabine e sui vani da carico.<br />
Una rana con la pelle traslucida saltò sulla mano di Arno. Aveva ancora la coda da girino.<br />
Arno non si era mai concentrato sulla forma della cava. Aveva però subìto la meraviglia delle sue dimensioni fin dalla prima volta che l’aveva vista. Quel vuoto era così vasto da esasperarlo.<br />
Osservò i camionisti disperdersi di nuovo e raggiungere ognuno il proprio mezzo. Mentre sganciavano i teloni dei vani da carico, alcuni pickup scesero giù dalla stessa strada ricavata sul fianco della cava.<br />
Gli operai si misero quindi a scaricare sacchi di materiale, quasi che la pioggia non avrebbe mai più fornito ritagli di tempo utile.<br />
La rana saltò giù e scomparve nell’erba.<br />
Prima di rialzarsi per tornare indietro, Arno si accorse che gli aveva lasciato la coda sul dorso della mano.</p>
<p>Mordirosso aveva smesso di camminare un poco alla volta. Le giunture gli si erano come saldate, i muscoli irrigiditi.<br />
Una malattia ereditaria, magari. Non sapeva. Il passato gli era sconosciuto quanto il futuro. Non aveva scelto di nascere, non avrebbe scelto di morire.<br />
Aveva trascorso gran parte della sua vita in strada sotto i ponti di diverse città. Poi era iniziata la fatica e era salito al livello stradale.<br />
Alla fine l’unica possibilità fu dormire nei pressi di bar e ristoranti, azzerando lo spazio percorribile a piedi.<br />
Eludere la prossemica cittadina. Abbandonare il pudore per sopravvivere. Defecarsi addosso per mantenere il riserbo.<br />
Arno lo vide una mattina mentre brigava nel suo regno di stracci. Erano entrambi solitari. Nessun compagno di bevute, nessun circolo dello scaracchio.<br />
Così cominciò a portargli lui le cose da mangiare, a lavargli i vestiti e a rifornirlo di coperte e giornali quando arrivava il freddo.<br />
Quando le cose si misero male, una notte lo caricò su una carriola e lo portò fuori città.<br />
Attraversarono in silenzio tutta la città finché le luci non scemarono e iniziarono i rumori degli insetti.<br />
Si stabilirono vicino a una zona di stoccaggio rifiuti. Negli anni guadagnarono metri. Poi smisero di portare i rifiuti e il puzzo finì.<br />
Smisero anche di passare le macchine sull’autostrada, riconoscerne il modello era stato un gioco come un altro.<br />
Smisero di passare i treni e per Arno era un fatto che non passassero più neppure gli aerei.</p>
<p>Arno preparava impacchi di bardana da applicare sulle gambe di Mordirosso. Mantengono la circolazione attiva e ridanno elasticità ai muscoli, diceva.<br />
Speranza e disperazione di un atto.<br />
Mordirosso lo lasciava fare.<br />
Una volta l’anno Arno faceva scorta.<br />
È ora, disse una mattina. È il periodo balsamico della bardana. Vado a raccoglierne un po’.<br />
Mordirosso annuì e lo guardò allontanarsi.<br />
Il sole filtrava con le sue spade attraverso le fronde degli alberi.<br />
Dopo un pò di perlustrazione Arno decise di superare la cava. Al di là della cava, pensò, troverò la bardana.<br />
Così passò accanto al cantiere e vide che i macchinari erano aumentati. Autobetoniere, rulli compattatori, gru. Di operai non c’era l’ombra.<br />
Le fondamenta della costruzione ricoprivano il fondo della cava per intero. File interminabili di barre d’acciaio spuntavano dai casseri.<br />
Arno percorse tutto il bordo. Arrivato quasi in fondo vide una donna con una tuta blu che usciva dalla radura e gli veniva incontro.<br />
Aveva in mano uno strumento.<br />
Lei vive qua?, chiese la donna.<br />
Arno non rispose. Guardò il cielo e si scostò i capelli dal volto rigato dal sole.<br />
Sto cercando qualcuno che conosca la zona. Una parte sta franando e abbiamo dovuto fermare il cantiere. È a conoscenza di fenomeni carsici?<br />
Una nuvola passò velocemente da una forma familiare a una mostruosa.<br />
I due scesero giù passando dalla strada battuta dalle ruspe.<br />
Guardi, gli diceva. Noti. Veda.<br />
Arno guardava, notava, vedeva.<br />
Più tardi accompagnò la capocantiere alla macchina parcheggiata nella radura. Era un modello che non aveva mai visto.<br />
Se è interessato ho dell’altra documentazione a casa, disse la capocantiere. Visure, conteggi analitici dei volumi, planimetrie, titoli edilizi.<br />
Arno pensò alle notizie di guerra.<br />
In lontananza le rane iniziarono a gracidare.</p>
<p>Quando scendeva la sera Mordirosso teneva alcuni sassi vicino, da usare in caso che un animale si facesse avanti.<br />
Il crepuscolo era l’ora di passo. Prima gli insetti e i serpenti, quindi l’istrice e la donnola, infine il lupo, il capriolo e il fiero barbagianni.<br />
Quando il sole calava una miriade di bestie si avvicendava intorno al regno di stracci in cerca di prede o di compagni.<br />
Accendere il fuoco era soprattutto segnare una distanza.<br />
Mordirosso si tastò con cura le gambe da cima a fondo mentre la silhouette degli ultimi palazzi si spengeva contro il tramonto.<br />
Le lucciole iniziarono le loro intermittenze amorose e i grilli accordarono le elitre.<br />
Quando si vive in strada la prima cosa è rispettare la notte. Imparare a viverla come un inevitabile cambio di quinte.<br />
È soltanto un ricordo, nella radura, il ritmo circadiano. Poi sfuma anche quello e rimane il tempo registrato dai capelli e dalle unghie.</p>
<p>La prima cosa che Arno notò fu la sofisticazione degli odori. Bandite le note forti, l’acido e l’amaro dei fiori rancidi e degli ormoni, nella casa trionfava uno statico vaniglia.<br />
La capocantiere gli offrì una sedia. Poi si mise dietro di lui, dentro alla sfera del suo afrore così netto in opposizione al vaniglia.<br />
Il suo afrore ritagliava uno spicchio di radura nel salotto.<br />
Gli infilò le mani nel cespuglio di capelli e non senza fatica raggiunse la testa. Quindi prese a massaggiare con trasporto il derma crostoso e ruvido.<br />
Vogliamo andare in bagno?, chiese.<br />
Mentre lo lavava nella vasca Arno ripeté alcune nozioni di meccanica dei fluidi e mentre gli tagliava i capelli espose l’articolata arringa di Keplero in difesa di sua madre accusata di stregoneria.<br />
Verso ora di cena lo vestì con un abito di lino bianco che gli calzava a pennello e lo portò al ristorante.<br />
Tornarono a casa a notte fonda ma Arno non si addormentò che un paio d’ore dopo, quando finalmente si decise a abbandonare il letto per sistemarsi sul tappeto, vicino alla finestra.</p>
<p>Al mattino la capocantiere si rimise la tuta e uscì per andare a lavorare.<br />
Ci vediamo stasera, disse prima di uscire.<br />
Aveva lasciato un mazzo di chiavi e una ventiquattrore sulla porta.<br />
Arno si toccò la pelle liscia del volto sbarbato e non la finiva di passarsi le mani sul suo nuovo taglio di capelli.<br />
Poi uscì in strada con l’abito di lino e la ventiquattrore e attraversò la grande rotonda con la fontana. Arrivò in ufficio appena in tempo per il briefing.<br />
Si occupava di bollettazione. Aveva la possibilità di emettere bolle di accompagnamento per fatturazioni differite o per trasferimento di materiale da un magazzino all’altro.<br />
Fatture accompagnatorie, fatture immediate, ricevute fiscali.<br />
Alla pausa pranzo andò al bar in fondo alla strada con alcuni colleghi che si lamentavano delle rispettive mogli e delle loro manie di controllo.<br />
Non avete idea, disse Arno. I colleghi scoppiarono a ridere. Quando finiva uno iniziava l’altro e sembrava che la cosa potesse durare all’infinito. In generale i colleghi pendevano dalle labbra di Arno ogni volta che bofonchiava una battuta.<br />
Alla fine, dopo i caffè e gli ammazzacaffè, ci fu una mezza baruffa per stabilire a chi toccasse offrire il pranzo.</p>
<p>Mordirosso si svegliò prima che sorgesse il sole quando il barbagianni si avventò su un topolino che razzolava alla base della stufa.<br />
Il rumore possente dello sbattere d’ali fu seguito da un fastidioso polverone.<br />
Il fuoco si era spento e Mordirosso stava congelando. Inoltre i morsi della fame iniziavano a farsi sentire.<br />
Il barbagianni si appollaiò in cima all’olmo e iniziò a maciullare il topolino con il suo forte becco.<br />
Tremando, Mordirosso afferrò un sasso e cercò di lanciarlo verso l’uccello ma riuscì a colpire soltanto il tronco dell’albero.<br />
Riprovò altre volte senza successo. Le braccia, come le gambe, gli si stavano paralizzando.<br />
Allora pensò di trascinarsi lontano da quella fiera bestia e dal suo sgranocchiare appassionato, ma per la paura non riuscì a contrarre un solo muscolo.<br />
Il cielo oltre il bosco aveva tinte color titanio.<br />
Finito di mangiare, il barbagianni rigurgitò sulle gambe di Mordirosso un piccolo bolo contenente le ossa del topolino e volò via.<br />
In quel momento un cardellino iniziò a cantare seguito da uno scricciolo. Quindi la sezione delle capinere e quella dei passeri si aggiunsero al concerto dell’alba per evocare il sole da est.<br />
Mordirosso immaginò che fosse giunto il suo momento e lo accettò di buon grado. Vide la sua anima separarsi dal corpo. Allora si ricordò di quando da piccolo dava fuoco alla lana d’acciaio che sua madre usava per pulire lo sporco dai fondi delle pentole. Quel baluginio di minuscole scintille era la sua anima. La sua anima saliva restando impigliata alle fronde.<br />
Un fringuello eseguì il suo assolo spensierato mentre il tordo lo contrappuntava con un tema più solenne.</p>
<p>Finito il turno di lavoro Arno si sgranchì le gambe facendo un giro in centro.<br />
In piazza c’era un mercatino di cose antiche e di libri. Un unico ragazzo stava sbaraccando il suo banco di verdure e prodotti biologici e Arno si ricordò di dover fare la spesa.<br />
Che cosa offre la stagione?, gli chiese.<br />
Il ragazzo gli mostrò i pomodori, le zucchine e un tipo particolare di insalata riccia. Poi tirò fuori da sotto il banco una cesta piena di erbe medicamentose.<br />
È il periodo balsamico della bardana, gli disse. È tardi ormai, e nessuno l’ha comprata. Se vuole gliela regalo.<br />
Arno acconsentì, poi usò i soldi che aveva nella ventiquattrore per comprare anche tutto il resto e salutò il ragazzo.<br />
Nonostante la folla di gente riuscì a salire sull’ultimo treno. Rimase un po’ in piedi finché non gli offrirono di sedersi. C’erano molte facce stanche appese a corpi che scendevano via via alle loro fermate.<br />
Al capolinea Arno era rimasto da solo e scese portandosi dietro i sacchi pieni di verdure e di erbe.<br />
Attraversò in silenzio quel che restava della città finché le luci non scemarono e iniziarono i rumori degli insetti.<br />
Quando arrivò al regno di stracci, Mordirosso, che era rimasto tutto il giorno disteso ai piedi dell’olmo, sollevò prima una palpebra e poi a malapena un braccio per farsi vedere. Non gli ci volle molto per riconoscere il vecchio Arno anche vestito così, sbarbato e con quel nuovo taglio di capelli.<br />
Arno riaccese la stufa e preparò gli impacchi con la bardana.<br />
Mentre glieli applicava alle gambe e alle braccia, Mordirosso pensò che Arno dovesse essere stato un fuochista alla caldaia di un treno a vapore o di qualche industria. Una prestigiosa, però.<br />
I due mangiarono in silenzio, quindi si distesero a guardare il nero del cielo.<br />
Arno, a cosa pensi prima di dormire?</p>
<p>All’alba furono svegliati da alcuni camion che facevano manovra oltre il crinale, dietro il bosco.<br />
Arno si alzò e coprì la stufa con un paio di assi.<br />
Vado a controllare, disse.<br />
Mordirosso annuì e lo guardò allontanarsi.<br />
Al posto della cava sorgeva adesso una gigantesca torre a base quadrata che si rastremava, aggiungendo lati, man mano che saliva.<br />
Le pareti di calcestruzzo erano lisce e gli operai nei ponteggi più alti sembravano tante formiche capaci di comunicare per labili contatti, gli idrocarburi secreti sulla cima delle antenne.<br />
Gli operai si lamentavano delle rispettive mogli nell’aria rarefatta.<br />
Una rana con la pelle traslucida saltò sulla mano di Arno. Aveva ancora la coda da girino.<br />
Poi saltò giù e scomparve nell’erba.<br />
Prima di rialzarsi per tornare indietro, Arno si accorse che gli aveva lasciato la coda sul dorso della mano.</p>
<p><strong>**</strong></p>
<p><strong>Immagine di Francesco D&#8217;Isa.</strong></p>
<p><strong>Giovanni Ceccanti</strong> è nato a Firenze nel 1987. Laureato in Scienze Naturali, ha vissuto a Roma dove ha iniziato a scrivere. Ha pubblicato su varie riviste tra cui Colla e L’Indiscreto. Un suo racconto è apparso nell’antologia “Odi”, edizioni effequ. Ha cofondato il sito di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila. Lavora presso la libreria TodoModo di Firenze.</p>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto: Iniziativa di Ordine Superiore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/28/lanno-del-fuoco-segreto-iniziativa-di-ordine-superiore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jun 2021 04:55:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dario valentini]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Rialti]]></category>
		<category><![CDATA[fiabe]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco D'Isa]]></category>
		<category><![CDATA[l'anno del fuoco segreto]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segreto, si può leggere QUI. di Edoardo Rialti Bisogna pure cominciare da qualche parte, tanto vale farlo dalla Pawa. Ce n’erano almeno tre migliori, in zona. Alla Runner ci stava pure la spa, a Skoda e Azzurra giravano le ragazzine, con tutti quei corsi coi nomi inglesi, la Pawa invece non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La descrizione del progetto</em> <strong>L’Anno del Fuoco Segreto</strong>, <em>si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/"><strong>QUI</strong></a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-91499" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/11-Copertina-Edoardo-Rialti-1.jpg" alt="" width="730" height="730" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/11-Copertina-Edoardo-Rialti-1.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/11-Copertina-Edoardo-Rialti-1-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/11-Copertina-Edoardo-Rialti-1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/11-Copertina-Edoardo-Rialti-1-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/11-Copertina-Edoardo-Rialti-1-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/11-Copertina-Edoardo-Rialti-1-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 730px) 100vw, 730px" /></p>
<p><strong>di Edoardo Rialti</strong></p>
<p>Bisogna pure cominciare da qualche parte, tanto vale farlo dalla <em>Pawa</em>.</p>
<p>Ce n’erano almeno tre migliori, in zona. Alla<em> Runner</em> ci stava pure la spa, a <em>Skoda</em> e <em>Azzurra</em> giravano le ragazzine, con tutti quei corsi coi nomi inglesi, la <em>Pawa</em> invece non cambiava pesi e macchinari da dieci anni, persino la musica pareva più vecchia. Un po&#8217; come certe palestre delle città di mare, che in qualche modo sembrano ferme sempre agli anni ’90. Un’unica sala grande, più altra mezza ricavata da un garage, luci al neon per gli zompi di qualche vecchia la mattina e la boxe alla sera. Il proprietario adesso era un filippino che non spicciava parola, e pareva infastidito a ogni nuova iscrizione. Roba per chi non vuol spendere, barbe bianche in canotta col ventre gonfio e tony, altri filippini, ragazzi che in posti così si sentono più cazzuti ancora. Il Bomba li aveva conosciuti lì, Massimo a tirare di sacco pure lui e quell’altro, Lele, sempre in sala, invece. Massimo si attaccava con un braccio solo alla sbarra, raccoglieva le gambe al petto e guardava Lele alle trazioni. Perché non fa boxe pure lui, gli aveva chiesto il Bomba mentre correvano in cerchio, sembra fatto apposta, quanto cazzo sta sollevando laggiù, cento-centoventi? Quanto è alto, due metri? Che massello porcodio. L’altro, secco e olivastro che pareva uno zingaro, aveva sbuffato un sorriso e scosso indietro i capelli neri, lunghi e sottili pure loro, tastandosi il lobo e accorgendosi che non s’era tolto l’orecchino di brillante. Non ne ha bisogno.</p>
<p>Il sole è già alto ma la nebbia fuma ancora dall’acqua dei canali, lo vela e ne fa una macchia bianca, pulsante. Presto la luce si farà strada, squarcerà ogni velo e i colori diventeranno accesi e belli. Il rosso dei castagni nel boschetto del palazzo sotto di me. Il verde e il giallo dei templi e delle case. Il blu chiazzato di scuro dell’acqua sporca. Chiudo gli occhi sul balcone, inspiro a fondo. Sono nudo, eccetto la corona e i gioielli. Il pettorale di smeraldo è freddo sulla curva piena del petto, lo copre fino ai capezzoli. Ancora ieri sera, al banchetto, gli ospiti lo sfioravano e lodavano, lucido d’olio rosso alla luce delle fiaccole. Ancora ieri notte, le tre dee lo strizzavano e percorrevano con la bocca. Nonostante fosse l’ultima notte, non me n’è venuta alcuna tristezza. Dormono ancora, sul grande letto bianco. Da qui posso vedere le gambe snelle, intrecciate. Ho dato il seme a ciascuna, e adesso il mio pene e i testicoli riposano al tepore della pietra della balaustra, che si scalda. Come tutto è giusto e bello. Sopra di me, Nanauatl stende le braccia in cielo, diffonde il suo calore su tutta la terra. Sotto di me, Tonantzin respira piano sotto e dentro la pietra, adorna di case alberi acque che le gocciolano tra i seni e nelle pieghe del ventre immenso, smagliato da innumerevoli parti. Maishi mi soffia gentile su schiena e natiche. Xochipilli e Xochiquetzal stanno alla mia destra e alla mia sinistra, adorni di fiori bianchi e neri, mi tengono per mano prima di lasciarmi per sempre. Il mio corpo è un libro, le parole frusciano e fremono su cosce e braccia, su fianchi e collo, sulle mie palpebre chiuse.</p>
<p>Per un po’ li si vide spesso insieme, il Bomba e Massimo e Lele, si davano appuntamento alla <em>Pawa</em> e poi uscivano tutti e tre. Di sicuro il Bomba e Massimo, che chiacchieravano entrambi a manetta, Lele non lo si sentiva parlare quasi mai. Il Bomba era magro pure lui, più basso di Massimo, trentacinque anni, napoletano, capelli corti che già mostravano la pelata, tratti minuti che lo facevano sembrare più giovane, occhi tondi. Poi il Bomba non lo si vide per qualche settimana, e quando tornò lo fece a orari diversi, e qualche tempo dopo Massimo e Lele non vennero proprio più. Gli si chiese che facevano. Lui disse che non lo sapeva, non li sentiva. Sembrava volesse cambiare argomento. Si mise pure a parlare con quella coppia di finocchi, uno giovane e l’altro che pareva il babbo. E dire che di solito non se li sarebbe filati di striscio. Lo spogliatoio puzzava di vernice e legno umido. Meglio così, fece chi aveva domandato, con quella pertica d’omo in sala la panca te la scordavi. Oh non si schiodava.</p>
<p>Il Bomba lo chiamavano così perché le sparava sempre altissime e poi faceva <em>Boom</em> agitando il pugno chiuso. Anche l’ultima volta ch’erano usciti insieme, per incontrare una di cui gli aveva scritto Massimo, entrando in macchina aveva appena detto ciao che era già partito. Oh, stasera cazzi durissimi. <em>Boom</em>. Era novembre, faceva freddo, le luci gialle del viale tra gli edifici grigi erano fasci sformati nella nebbia.</p>
<p>Il mio corpo è un libro, strumento di profezia, proclama le imprese di vento e luce del futuro. Il sole adesso brilla in cielo, la foschia sfavilla, l’esercito degli spettri è imperlato di rugiada. Allungano le braccia al cielo, benedicono e si fanno benedire. Le stelle sono gocce di sangue. Non le vedo più, ma premono sulla pelle come spilli, oltre il velo azzurro. Anche loro sono un libro. C’è una canzone, dentro la mia nuca, che si lamenta piano, lontana. Avanza su un corridoio lunghissimo. Presto mi arriverà alla bocca, prenderò a scandirla senza suono, come i bambini che imparano a parlare. Per tutta la settimana ho fatto piovere sulla città, tranne ieri che è stato limpido e fresco. I preti dicono che è una buona cosa, come la pausa per il balzo del guerriero e del leone di montagna, come Mextli che flette le braccia prima di lanciare il giavellotto. Un atto commendevole e gradito a tutti. Sono stato un buon dio, mi dicono. È strano fare qualcosa, e non sapere come. Faccio piovere, sostengo il sole, massaggio le giunture legnose di Omechiuathl, eppure non so ancora come. È legge comune, mi dicono i preti, per bestie uomini e dei. Nessuno controlla davvero il respiro, o il fluire del sangue, le combustioni interne e il sudore sotto le ascelle. Adesso non so come eppure lo faccio. Presto lo saprò, confronterò libro con libro, alto come l’inimitabile falco e continuerò a farlo.</p>
<p>Ohi, spero questa sia troia per davvero, l’altra volta mi son fatto leccare solo le palle mentre ve la giravate, manco in culo se l’è fatto mettere. Il Bomba si accese una sigaretta. Dietro Massimo succhiò l’aria, chiese a Lele se avesse del deodorante nel borsone, perché puzzava. Forse, guarda un po’, disse Lele. Teneva spesso gli occhi socchiusi, come fissasse il sole.</p>
<p>C’era stato anche un altro, qualche mese prima, che chiacchierava meno ma sapeva comunque far da sponda alle cazzate di Massimo, l’alfabeto minimo dei porno guardati da entrambi, tipo darsi il cinque e sogghignare con tutta la lingua di fuori mentre si spartivano bocca e figa. Ma dopo che si erano visti con due tipe e tornavano in macchina e quello sorrideva ancora beato, s’era improvvisamente fatto serio, la fronte appoggiata al finestrino, e aveva cominciato a raccontare che aveva cambiato lavoro da poco perché al negozio di scarpe di prima ci stava ancora la sua ex, e che quella lui non riusciva a schiodarsela e faceva troppo male. Quello nuovo era un posto di merda, il capo stronzo, ma vallo a spiegare a sua mamma che ogni settimana gli scassava i coglioni perché lo stipendio era da meno. Eh eh. Massimo tendeva il gomito del chiodo sotto la luce dei lampioni. Lele prese l’uscita al cavalcavia che portava verso una piazzetta con una chiesa abbandonata, le case basse a ricordare che trent’anni prima qui era ancora mezza campagna. La chiesa aveva una facciata bianca con un affresco sbiadito e arrossato sulla parte inferiore, le figure ridotte a una fila di gambe e sottane. Scendi, disse al tipo, poi gli mise una mano sulla nuca e gli sbatte la faccia a terra, una due tre volte.</p>
<p>Cinque ore dopo il Bomba tornò a casa che aveva la febbre. Non accese neppure una luce, si buttò a letto a faccia in giù, senza dormire senza pisciare, senza mai girare la faccia per paura di guardare la luna. Passò gran parte del giorno dopo seduto sul divano, con le mani sulle ginocchia e la testa in avanti, come se dovesse alzarsi da un secondo all’altro per il suono di un fischio invisibile. Aveva finito le sigarette.</p>
<p>Quando avevano portato l’americana al casolare per una spaghettata di mezzanotte, lei era già sbronza persa. Ridacchiava. Avrà avuto sui trentacinque, ma il bere la appesantiva parecchio. Orecchini pesanti, quasi un anello per dito. Parlava poco l’italiano. Era venuta a trovare una cugina più giovane che studiava a Milano, e aveva fatto sosta a Firenze perché era appassionata di cucina e seconda guerra mondiale. Il Bomba aveva in camera dei bussolotti ritrovati col nonno in Appennino, dove passava la Gotica. Comunque gli ebrei stavano dietro a tutte le guerre, eh. Forse era l’unico che la ascoltava davvero, anche solo per le tette. Massimo annuiva al ritmo della cagate lounge che rifilavano, e intanto buttava occhiate intorno, valutava le altre, si rigirava l’anello all’indice. Il barista aveva il viso arancione per la camicia a quadri e il riflesso del bancone. Lele guardava l’americana. Non sei brava a dire le bugie, lui sorrise appena. Lei si rimise una ciocca bionda dietro l’orecchio in modo così banale da risultare improvvisamente più piccola e vecchia.</p>
<p>La mia nave è carica di fiori, li getteremo sul fiume man mano che procediamo, assieme alle mie vesti e alla corona di piume, mentre dondolo e lamento che il tempo ci spoglia come un’amante impaziente. Ho le narici bagnate di resina, mi aiuta a piangere. Ho le braccia spalancate, sento tendersi tutta le ossa del mondo. Ecco, i miei amici son tutti spariti, e qualcuno sa dirmi dove sono andati? Se lo chiedi al grano, quello scuote al capo, se alzi la testa al cielo, tace.</p>
<p>Vabbè è una figa all’olio di palma, il Bomba mormorava in italiano, guardando avanti, ma quella non avrebbe capito comunque. E che ti frega? Massimo stava sul sedile posteriore che le toccava le tette, mentre con l’altra mano la massaggiava tra le cosce. Tranquillo, il pisello non c’è più. Il casolare era stato dei suoi nonni, ma adesso lo si sistemava solo d’estate per affittarlo. Agli americani, appunto. Sborsavano qualcosa al vicino perché ogni tanto girasse a controllare le staccionate buttate giù dai cinghiali, poca roba. Il viale che scendeva dal cancello era fiancheggiato da pioppi e castagni. Era piovuto parecchio, come sempre a novembre, ma adesso faceva così freddo che pareva quasi di sentire sulla pelle le vibrazioni emanate da una neve che non era neppure caduta. La città era a venti minuti, dal cancello bastava svoltare un angolo e si vedevano le luci di Rifredi. Massimo era passato la mattina per il riscaldamento. Quando furono tutti dentro e la porta si chiuse, l’americana incrociò le gambe, oscillando un po&#8217;, le mani dietro la schiena per appoggiarsi al bordo del tavolo. Me lo potete mettere dove vi pare, disse, non si sa bene per rassicurare chi. Lele si tolse la maglietta. A differenza di Massimo che aveva tatuaggi su petto e braccia, era così bianco e liscio che pareva luccicare.</p>
<p>Quando si menava il cazzo alla mattina, poi Massimo se ne restava rannicchiato sul fianco intorno alla chiazza di sborra sulle lenzuola, come un ferito accanto a una pozza di sangue che si allarga. Conosceva musica troppo comune per avere un nome per il basso ronzio di archi che gli si prolungava nella testa. Poi si alzava e faceva colazione. Se sua madre era venuta il giorno prima pulirgli casa, trovava nel posacenere le Marlboro succhiate fino al filtro. Fermati prima, che ti fa male, le diceva sempre, ma lei sorrideva e tirava apposta facendogli l’occhiolino. Oh cazzi tua, nana.</p>
<p>Tutta la terra è un’urna e ogni cosa corre al proprio funerale. Però non temete, ho preso tutto il vostro dolore con me, con me. Il legno della barca è caldo sotto i piedi.  L’aria odora di umidità e dolci delle feste. Adesso abbiamo gettato via anche i tappeti. Sulle rive uomini donne bambini mi tendono le dita come tanti occhi. Il mio sorriso è una falce bianca a incontrare le lacrime sulla faccia.  Va bene così. Guardate, ciò che avete dato me lo premo sul petto, ogni mano tesa è il mio cuore, con me. Porto il sole sotto l’ascella. Adesso piangete, ma poi riderete, e nessuno potrà rubarvi la vostra gioia.</p>
<p>Nessuno parlava da un po&#8217;. L’americana biasciava e premeva la fronte sulla spalla del Bomba sotto di lei, che ogni tanto le prendeva la faccia tra le dita e le faceva Che c’è, eh, eh? e la scopava. Massimo la inculava da dietro, a colpi secchi e affannosi, alzando bene le chiappe, la bocca storta come per una battuta che continuasse a farlo sorridere. Poi si sfilò e fece entrare Lele, che si mise a spingere più piano e a fondo. La tizia rabbrividì. Ah ah. Occhio che mi stritoli, fece il Bomba. Poi sentì che Lele premeva con l’indice accanto al suo cazzo, appena fuori della fica. Te ne apro un’altra, disse Lele. L’americana sbavava sulla spalla del Bomba, ma quando Lele continuò a scavare col dito mormorò I dont like it e guardò il Bomba, stringendolo. Basta, squittì lei. Il Bomba sentì qualcosa di caldo colargli sulle palle e senza guardare capì che era sangue. Lele non diceva nulla, neppure respirava più veloce. Li schiacciava entrambi. L’americana si agitava e urlava. Ma che cazzo, il Bomba la guardava con tanto d’occhi, il pisello smoscio di colpo. Lele adesso le mordeva l’orecchio e lei sanguinava pure da lì. Lei aveva la bocca spalancata e strillava così forte che quasi non si sentiva. Massimo stava in piedi sul letto e si segava, sbuffando quasi fosse incredulo. Quando lui schizzò e Lele finì in culo, si scostarono entrambi e lasciarono la tipa a singhiozzare addosso al Bomba immobile. Lele fumava una sigaretta al tavolo. Massimo riscaldava il caffè. Poi lei si pulì come una bambina che l’abbia fatta grossa, obbedendo senza fiatare, lucida. Ma la fecero bere ancora, e il ritorno se le fece tutto piangendo. Il Bomba pensava che da un momento all’altro le avrebbero detto di stare zitta, ma non lo fecero. La fecero scendere quando furono al Warner Village. Appena fuori della macchina, lei si mise a urlare e sembrò raccogliere qualcosa che voleva tiragli addosso. Loro si allontanarono. I travelli fan sempre casino, disse Massimo, guardando verso lo specchietto di lato. Adesso sedeva lui accanto a Lele.  Portarono il Bomba a casa. Quando ripartirono, lui rimase lì, quasi dondolando sulle punte, e una parte del cervello che fischiava si mise a contare le macchine che passarono in quei cinque minuti alle quattro circa di mattina. Comunque trentasette.</p>
<p>Questa non è morte, è più sicura e più calda. È un abbraccio che mi culla, un panno fresco sulla fronte, un ventaglio che tiene lontani uccelli e mosche.</p>
<p>Ne uccisero due, un’altra ancora sbagliò coi denti mentre succhiava in ginocchio e Massimo cacciò un urlo e si scostò come per un dito schiacciato mollandole un ceffone secco dall’alto. Guardò Lele seduto sul divano a giocare alla play, che però non si mosse. La lasciarono andare. Una la strozzarono con una cintura. Era una filippina bassa e lucida, che si era fatta combinare di tutto, incassando i pugni su costole e coccige storcendo appena la mascella sudata. Guaiva banalità. Daddy, daddy, qualunque cosa le facessero. Però ogni tanto, quando non vedeva uno di loro, i suoi occhi guizzavano, come per cercarlo ed ecco, come un messaggero subito scomparso, la paura. Mentre Massimo le stava addosso da dietro e la teneva per i fianchi, fissandosi il cazzo bagnato che entrava e usciva dalla fica, Lele le passò la cintura intorno al collo, e si mise a stringere mentre l’altro le schiacciava la testa sul cuscino. Quando lei finì di sussultare, Massimò prese a spingere più forte ancora, gridando come spaventato che le spinte andassero avanti per conto loro. Poi si buttò di lato e alzò le braccia verso il soffitto, soffiando forte, girando appena i pugni come fosse al volante. Suo nonno lo faceva sempre quando si sdraiava per la pennica. Era morto due anni prima. Aprirono le finestre per rinfrescare, tanto c’erano le zanzariere. Gli alberi frusciavano, a luci spente la luna sarebbe stata un faro.</p>
<p>Lele lavorava all’Ikea di Campi. Tecnicamente era caporeparto ma di fatto agiva perlopiù da libero battitore, gestendo quasi da solo alcuni settori. Nessuno gli stava troppo intorno, e comunque il suo lo faceva. Alle donne piaceva proprio perché sentivano che non gliene importava niente di loro, ogni scambio o battuta una concessione che confondeva e faceva vergognare, come se il flusso costante di una cascata nella sua indifferenza improvvisamente scandisse il tuo nome, e resti sempre il dubbio che sia stato tu a sentircelo. La tabaccaia vicino al magazzino si sorprese una volta ad addentarsi appena una mano e appoggiare la fronte sul bancone, dopo che lui sorrise e fu uscito.<br />
Aveva lineamenti piccoli nel viso grande, che però non lo facevano apparire brutto. Capelli biondi a punte minute, magliette e tony bianchi e grigi, cosce e braccia enormi, dita tozze. A fine turno andava direttamente in palestra per un paio d’ore, e poi a casa. Era un bilocale in una palazzina piuttosto grande. Le stanze bianche e vuote, un paio di mobili degli inquilini precedenti, un grosso schermo per la tv e i videogiochi, le uniche confezioni a riempire gli scaffali subito sotto. Aveva solo ingrandito la doccia a vetri, e quando ne usciva a volte si buttava sul divano e guardava le strisce di luce sulla parete bianca che, percorse dal calore che usciva dal riscaldamento sotto la finestra, sembravano dei rivoli d’acqua. Guarda i documentari di storia, le famiglie mafiose, catastrofi naturali, gli animali. È aggiornato sui tentativi di costruire una città su Marte. Gioca a Rainbow Six, Ace Combat. Nessuna giostra di foto e ricordi a girargli intorno, niente sguardi diretti, e i vicini ignoravano che un simile sole si aggirasse sotto o accanto a loro, a irradiare la sua pigra luce pallida.</p>
<p>Questa non è morte, è più sicura e più calda. È un abbraccio che mi culla, una mano che spiega le grinze del rotolo. Tra indice e pollice reggo un fiore nero di vaniglia, gentile e fermo come le fauci del leopardo sul collo spezzato della capra. Lo vedo riflesso nell’acqua, come il mio braccio e il mio volto. Tra poco mi specchierò nel cielo, come un grande lago rovesciato sulla testa, rintraccerò lo stesso fiore che mi viene offerto con dita di nuvole bianche e carnose.</p>
<p>Un paio non salirono neppure in macchina, inventarono qualche scusa. Una andò in bagno e non tornò più. La seconda, forse la più bella, sicuramente la più giovane, gambe lunghe, davanzale che ci potevi appoggiare un bicchiere, aveva trent’anni. Rossa, con un tatuaggio a farfalla sul collo e un gran sorriso che non arrivava agli occhi grigi. Troppo fard a ringiovanire la faccia. Era arrivata al chiosco già ubriaca. Doveva essersi appena sfilata da un appuntamento deludente, o qualcosa di più triste ancora. Leggings neri, felpa bianca con un negativo di Rigoberta Menchù che nessuno dei due conosceva. Non c’entrava niente con quel posto. Gli si gettò praticamente addosso. Li fece ridere quando chiese alla barista brasiliana come avesse trovato lavoro lì, e quella strinse le spalle e disse che il proprietario voleva scoparsela ma lei non gliela aveva mai data. A non dargliela, scandì lei alzando il gin tonic. Chiacchierava di libri e film a manetta. Son tutta sudata, odio sudare, è colpa di sto piumino. Più tardi le tagliarono la faccia mentre la tenevano premuta contro il tavolo di cucina. Massimo voleva farle la svastica come in quel film di Tarantino, ma non si ricordava da che verso fosse. Lele stava appoggiato con la guancia sul piano accanto a lei, e la guardava fisso. L’ultima cosa che disse, mentre soffiava una bolla di sangue, fu una sequenza di numeri.</p>
<p>Ogni gradino della piramide è di un colore diverso. Grigio mare, rosso pomodoro, giallo senape. Una ghirlanda stesa ai miei piedi, il ponte dell’arcobaleno. A ogni gradino piango, rido. Serro la faccia come una tomba, la schiudo nella promessa della primavera. Giglio, corolla, danza, morte, stella. A ogni passo mi offrono i bambini, le sterili sporgono i ventri secchi. Com’è bello, com’è bello, lamentano le vergini. Non piangete per me, rispondo loro. Ogni tre gradini suono il flauto. In alto il sole pulsa calmo dietro le nubi che passeggiano lente come capre.</p>
<p>Le seppellirono tutte sul fianco d’una collina troppo ripida e smossa e che non si poteva mettere a coltura, poco sopra il ruscello. Confinava con un vicino piantaiolo che vendeva pure statuette da giardino e usava la sua parte di pendio per ammassare copie o pezzi rotti, ma ci veniva solo d’estate. Se avesse avuto più senso dell’umorismo, Massimo avrebbe potuto agitare una mano verso quei nani e cani e Veneri sporchi e silenziosi.</p>
<p>Massimo aveva lavorato al bancone di un forno vicino casa, ma una volta aveva litigato col ragazzo che faceva pratica di notte e il tipo gli aveva dato uno spintone davanti a tutti. Adesso faceva i pomeriggi alla rosticceria dello zio, un ex-pugile coi capelli tinti color ruggine, e nei fine settimana pure ci veniva pure suo fratello, che stava finendo il Tecnico e giochicchiava a calcio. Aveva una smart per cui lo zio lo prendeva sempre per il culo. Quando faceva un passaggio lungo accompagnava la parabola strascicando un Belloooo. Ogni tanto pure Massimo tirava un po&#8217; con lui, nel giardino vicino al negozio. A un canestro da basket giocavano un ragazzo e quella che pareva la sorella, molto più brava di lui. Massimo li guardava. Lei aveva la coda e due macchie di sudore sotto le ascelle della maglietta verde, con le maniche arrotolate. Lui quando faceva centro chinava la testa come per un applauso, e allargava le braccia quando scazzava. Oh, sei sempre tu, gli avrebbe voluto dire Massimo. Agli amici del fratello Massimo piaceva. Commentavano le tipe su tinder o instagram, sotto le macchie d’alberi intorno allo spiazzo giallastro delimitato da zaini e cappotti, gliele facevano vedere e lui succhiava la sigaretta elettrnoica, socchiudeva gli occhi e sentenziava figa, figa.</p>
<p>È possibile vivere senza danzare mai. È questo che disse lei allungandosi tra loro col braccio steso per prendere il whisky. Ci credereste? Era un po&#8217; che non tornavano a questo pub, e quella sera era pieno. Fuori faceva freddo e c’era odore di cappotti umidi. Lei indossava una camicia rossa a scacchi, aveva un capellino bianco a visiera e i capelli lunghi e crespi, tinti di nero. Jeans e stivali. Culo e tette reggevano. Naso grosso, zigomi alti, pelle scura e rugosa di chi passa tutta l’estate ad abbronzarsi, labbro inferiore pieno e sporgente, forse rifatto. il khol sotto l’occhio sinistro e basta. Orecchini d’oro a cerchio ampio. Un anello a fiore nero che le copriva indice e medio. Cinquant’anni o giù di lì. Con la mano del bicchiere indicò verso il piano rialzato dove c’erano una decina di tipe con cappellini come il suo, sotto dei festoni. L’addio al celibato della grassona al centro. Una lì mi ha appena detto che non ha mai ballato in vita sua. Un po&#8217; tardi per cominciare, fece Lele. Quel che dico anch’io, perciò ora mi finisco questo e taglio la corda. Perché hai truccato un occhio solo? Chiese Massimo. Perché, stella stellina, e lei si batté sul khol, con questo non ci vedo. Quindi è il mio lato artistico, guarda carino. E sì scostò i capelli dall’orecchio sinistro, e in cima alla mascella c’era quella che pareva una B tatuata. Che tu sei, una che dipinge? Lei fece una mezza linguaccia e rovesciò gli occhi. Scherzi? Sono agente immobiliare, però faccio anche un po&#8217; di radio. Figo, allora una volta mi ci inviti. Massimo teneva gli occhi socchiusi come fosse nella nebbia, un sorriso blando che gli penzolava in faccia.  S’era già fatto due canne. E sei sposata? Lele stava sullo sgabello col gomito poggiato sul bancone, la guardava a sua volta con un accenno di sorriso. Ho sposato la miseria, che vuoi che ti dica. Lei si passò un indice dal collo al seno, dove correva una cicatrice che proseguiva sotto. M’hanno tolto uno stronzo grosso come un pugno. Aperta dalla testa ai piedi, due volte. Ce l’ho uguale sul retro manco fosse una zip. Lele aggrottò appena la fronte bianca. Non sei di qui. Lei alzò il bicchiere e inclinò la testa, con un gesto che non voleva dire niente. Ho viaggiato. Tipo? Lisbona, Nairobi, Bangharth, parecchia Turchia, posti così. A ogni nome, Massimo annuiva come ci fosse stato. E voi chi siete, miei cari? Avete niente per salvarmi la serata? Qualcosa ci si inventa, Massimo la fissava occhi socchiusi, la mano sulla fronte. Lei sbuffò. Nella mia esperienza, quando mi si dice così è probabile non si cavi gran che, ma magari voi due qui, pupazzetti segnatempo, col sole in tasca mi fate cambiare idea. Ti va del fumo? C’ho della roba che in due tiri ti fa vedere Bob Marley. Non che Massimo l’avesse mai ascoltato, ma ripeteva quel che gli diceva il suo pusher, un peruviano che spostava le macchine dei calciatori. Ah, tesoro, se non mi fa sudare rugiada azzurra non è che mi interessi. Oh ma come parla questa? Massimo guardò Lele con un sorriso incredulo. Riempio i vuoti, stella stellina. A volte dietro il nulla c’è il nulla e basta. Anche tu lì, gigante biondo, pesca e nocciolo, non è che siccome stai zitto ci acquisti in fascino. Lele la fissò più attentamente. Ecco spiegato il trucco, proseguì lei, magari ti credi un oracolo, portavoce di chissà che dio. Però diamo un’occhiata a quello che nascondi sotto tutto quel gilet di carne. Massimo si ficcò le mani sotto le ascelle e arricciò le labbra per un lento fischio senza suono, eccitato e spaventato come un bambino cui insultino il babbo per strada.</p>
<p>Non sono mai stato su questa cima prima d’ora. Per un anno il tetto squadrato è stato coperto da panni bianchi che adesso sono arrotolati ai bordi come grossi tronchi umidi. L’altare di pietra è stato bagnato con acqua calda più volte, persino adesso. Fuma ancora. Intorno stanno i preti, così ridicoli e bravi coi loro mascheroni. Le zanne, le lingue penzoloni, gli occhi cavi dovrebbero farmi paura, invece ho un groppo in gola, come la madre che senta recitare il proprio bambino nel coro. Stendo una mano a benedirli, per l’ultima volta sento il calore sui polpastrelli. Poi sulla cima soffia il vento e anch’io sono freddo e vuoto. Raggrinzisco come un verme mentre mi spogliano, mi stendono sulla pietra, mi legano i piedi e le mani sopra la testa. È giusto che abbia paura, è amore anche questo.</p>
<p>Nel bagno degli uomini, i bordi dello specchio quadrato sono percorsi da citazioni scritte col bianchetto. Vasco Rossi, Irene Grandi, Negramaro, Muse e Green Day. Altri hanno aggiunto sticker e frasi a pennarello subito sotto. <em>Dino cisi</em>. <em>Maria ha le gambe di iuta</em>. <em>Viva España</em>. Un tizio piscia ingobbito nell’orinatoio mentre Massimo si lava le mani, sciacqua la faccia. La musica e il vocio fuori sono uno sciabordio come di risacca. Si guarda nello specchio, osserva la fossetta sul naso per la cicatrice della varicella. Pensa se farsi un secondo buco all’orecchio. Il vetro non si accartoccia in un grappolo scuro. Non c’è alcun messaggio tra le strofe e le iniziali, nessun accordo in minore nella pausa tra due respiri. Ci siamo così abituati che la terra sia tonda e ogni passo avanti ha il conforto di riportarci comunque indietro. Per un attimo semmai il fumo gli dà l’impressione che il tipo stia curvo e dondoli manco trattenesse una risata. Che appena fuori della porta l’intero pub lo aspetti in silenzio per vociargli sul muso. Si fissa con un sorriso immobile. Sbuffa. Madonna puttana. In strada la tipa e Lele lo aspettano davanti alla loro macchina. Lei fuma col gomito della destra poggiato sul dorso della sinistra, lo guarda col naso sollevato, gli occhi accesi d’una lucina divertita, come due ciliegie lucide. Lui tiene le mani tasca, la supera di tutta la testa.</p>
<p>Le paludi lontane rilucono come un mare. Le barche nei canali sono foglioline vizze. L’aria è percorsa da uccelli trasparenti, preghiere, fili tenui e invincibili. Li colgo con la coda dell’occhio, mentre cielo e terra si capovolgono e mi stendono come un panno teso. Ora tutto l’azzurro è un grande occhio spalancato a incontrare i miei. Sento delle mani a coppa sulla nuca. Questa non è morte, è più sicura e più calda, un fiume vasto, profondo.</p>
<p>In macchina lei puzzava di profumo troppo forte e sigarette. Chiese di sedere davanti, abbassò il finestrino e continuò a fumare fino alla villa. A quella distanza da Massimo e con Lele che guidava, lei faceva loro qualche domanda, parlava di scarpe, delle api che sparivano, un’estate passata in un <em>theyyam</em>, il Tibet che è come l’Abetone ma con le scimmie, guardava le luci gialle e arancioni, il cielo d’inchiostro, gonfio. Mi piace fumare insieme al vento, diceva, pare che te la succhi via pure lui.</p>
<p>Questa non è morte, è più sicura e più calda. È un abbraccio che mi culla, una mano che spiega le grinze del rotolo. Conosce tutte le mie ossa, le numera nel segreto. Già la stipa per il salto nel sole.</p>
<p>Quando furono nel vialetto e scesero di macchina, lei si mise a guardare il bosco e il pendio, le mani sui fianchi, pensosa. Faceva meno freddo, sarebbe potuto essere ottobre, aprile. Lele la osservava con un sorrisino incuriosito. allora, chiese, entriamo o ti riportiamo a casa? Massimo si arrestò sulla soglia e lo fissò incredulo. Lei si girò. Scherzi, dopo tutta questa strada? Si tolse le scarpe e immerse i piedi nel ghiaino. Sospirò come li stesse lavando nel bidè. Allargò le braccia, una scarpa per mano e si diresse verso la porta, un piede davanti all’altro quasi fosse una sfilata. Fai strada, nottolo.</p>
<p>Gli astri sono mosche, i pianeti sono ragni. Premono invisibili oltre la corte azzurra. Ripenso a quando bambino facevo torte di terra, vicino al fiume. Non sapevo allora che  zanzare e tafani mi parlassero già di oggi e che il brivido per quel coccio nel piede e il sangue che arrossava il fiume freddo, mi sarebbero rimasti compagni silenziosi, sempre accanto, solo la prima lettera del discorso a venire, infinito, avanti e indietro lungo tutta la danza, gli occhi sbarrati come quelli dei cavalli, il calcagno che batte, le mani a intrecciare volute di fumo. Ho un singhiozzo per tutto ciò che non conosco e non avrò mai.</p>
<p>Quando furono in casa, lei tirò il fuori il cellulare per fargli sentire Andy Scott. Massimo le scoccò uno sguardo. Lascia stare, qui il telefono non prende. Lei lo appoggiò al tavolo e il pezzo partì. Un ronzio che faceva avanti e indietro, il beat in 4/4. Abracadabra, lei gli fece l’occhiolino. Lei diede loro le spalle e prese a girare piano per la stanza, ondeggiando spalle e culo, i gomiti stretti al fianco. Guardava le foto accanto al camino. La prima comunione d’una bambina, un matrimonio. Un pranzo con parecchia gente sotto un gazebo in estate, cocomeri, probabilmente ferragosto. Sapete che ai bambini si dilatano le costole quando si eccitano? Lei guardava le foto, sempre ondeggiando le anche. Ricordo una figlia di mia cugina, come se ne stava a cavalcioni del babbo e si strusciava contro la testa, aveva già afferrato il concetto. Lui ovviamente non aveva capito nulla, ma io sì. Puttanella, Massimo la fissava sorridendo a bocca schiusa, Me la presenti? Nah, non sei il tipo, troppo sbatti, colle bimbe ci vuole tatto. Pozzangherine delicate. Hai visto troppi porno scadenti, le faresti scappare a gambe levate. Oh ma che sei una sbirro? Massimo tornò a fissare il cellulare. Ora mi offendi. Massimo guardò Lele. Se lui ci aveva pensato, non pareva preoccupato. Lei adesso aveva proseguito lungo la stanza, esaminava il vecchio poster stinto della Forestale coi vari tipi di funghi. Mi piace fargli il solletico, ai bambini, improvvisamente siete da tutta un’altra parte, solo tu e loro. Porte che danno su altre porte. Massimo dondolava sul posto, quasi in punta di piedi, gli occhi guizzavano verso Lele. Lui aveva una sigaretta accesa in bocca, e aveva aperto il frigo e tirato fuori una birra. Non la guardava. Vi siete fatti proprio un bell’ambientino qui, sì sì. Invulnerabile, compiuto, diceva lei, studiando il tetto a travi, la cesta della legna. Bello pieno, bello sodo. Lele poggiò la lattina sul lavandino, spense la sigaretta. La gente segue il ritmo delle canzoni, proseguì lei, ma dovrebbe essere il contrario. Ne dici di stronzate. Lele le diede un calcio sulla schiena che la buttò a terra con uno sbuffo. Massimo sussultò. Lele continuava a prenderla a calci, facendola strisciare intorno al tavolo, le chiedeva piattamente Hai viaggiato, sì? E dove? E giù un altro calcio. Lei a ogni colpo singhiozzava un gemito. Una mano salì su per  una gamba di legno, come fosse cieca. La tirò su senza sforzo e schiacciò sul tavolo. Lei respirava forte, l’occhio sano fissava l’incerata bianca con la frutta. Massimo si era calato i pantaloni e si toccava nei boxer. Lele le tirò giù jeans e  mutande. Aveva un sedere grosso è un po’ sformato, abbronzato pure quello. Lele prese a sbatterla da dietro, e quando lei gli rivolse il lato cieco lui disse Che cazzo guardi? e le abbatté un pugno sulla faccia. Da allora lei tenne faccia sprofondata nel tavolo come bevesse da superficie d’acqua. Massimo s’era tolto la maglietta e le scarpe e si menava, tenendosi un po&#8217; lontano. Aveva i piedi venosi come le mani. Non gli veniva particolarmente duro e continuava a sorridere scialbo, quasi imbarazzato. La musica andava avanti, Ulvo, Sombre Lux, roba così. Sotto pareva fischiasse un bollitore. Lele spingeva meccanicamente, la fronte lievemente corrugata, come fissasse un’equazione o un intaso nel traffico. Improvvisamente lei taceva, ma dopo un po&#8217;, sempre nascosta dai capelli, la voce di lei rimbalzò impastata su dal legno. Io sarò una pollastra vecchio stile, ma qua sotto comincio a far la lista della spesa. Chiudi quella roba, disse Lele a Massimo e come le due cose fossero collegate le diede un altro pugno sulla nuca. Ci fu un verso acquoso. Quando la tirò su lei aveva il nasso rosso e c’era una macchia scura sul tavolo. Massimo stava sul divano e Lele gliela buttò addosso. Lei soffiò una risatina. Pavana e rigodone, proprio, biascicò sulla sua spalla. In culo, fece Lele. Massimo armeggiò, eseguì e lei cacciò uno strillo che pareva quasi un nitrito allegro e raddoppiò quando Lele da dietro aggiunse pure il suo e le si buttò addosso. I due cazzi sfregavano a ritmi diseguali, la testa di Lele era una palla scura. C’era un odore acre, di sudore, un filo di merda. Semilasciateoradimenticotutto, urlò lei tutto di fila, a scossoni. Nonètroppotardipertornareindietro. Lele la strinse più forte e Massimo la tenne per i polsi. Lei espirò manco quella reazione l’avesse sollevata. Massimo ebbe un tremito, le fissava le tette sulla maglietta alzata, i capezzoli grossi e scuri come acini, come occhi di vacca. Premuta sulla pancia, sentiva la fica pulsare, come una boccuccia che scandisse muta qualcos’altro. Poi lei si raddrizzò di scatto tra loro e prese a ondeggiare con la testa e la faccia tutta rossa, le mani che sbattevano sui polsi, come una bambola pazza. Pure Lele si scostò un poco. Bello sodo, bello pieno! Urlò lei. Dio maiale, a Massimo faceva male l’uccello, la guardava tenendo indietro la testa. Cavale l’occhio, disse Lele. Eh? Massimo faticava a restare dentro. Il cazzo gli pizzicava, quello più tozzo e grosso di Lele gli premeva sotto il glande. Cavalo. Un po&#8217; incerto Massimo alzò una mano in faccia a lei e spinse con l’indice. Lei urlò e provò a scuotere la testa, ma Lele le bloccava il collo col gomito. Lei si pisciò addosso. Urlava come le si schiudessero i polmoni dopo un’immersione. Il sangue le scorreva sulla faccia, gocciolava sui tatuaggi di Massimo. Lele le morse il collo e di riflesso Massimo il naso. Adesso lei respirava forte, con voce più bassa. Si sentì uno schiocco quando Lele le spezzò il collo. Un lampo bianco. Cazzo! In risposta schizzarono entrambi, o qualcosa di simile, perché Massimo urlò portandosi le mani in faccia e Lele si sfilò di scatto sbuffando come si fosse scottato. Dondolava la testa bassa, gli occhi chiusi. Per qualche istante nessuno dei due ci vide più. Ma porco dio. Massimo la rovesciò di lato sul divano e si alzò barcollando, tirandosi su i pantaloni. La stanza puzzava di zucchero e sangue. Senza neppure guardare Lele, trovò la porta quasi a tentoni e uscì.</p>
<p>L’altare è ruvido sulla mia schiena, il cielo in parte è schiarito. Stracci tenui lo percorrono come strascichi bianchi. Tutti gli odori spiccano, le pitture sui corpi e le maschere di legno, la pietra bagnata. Sento le voci più in basso, come un mormorio confuso, uno sciabordio di lodi e cordoglio. C’è una canzone, dentro la mia nuca, non mi sforzo più di contenerla, non posso. La mugolo senza parole, mentre mi tendono braccia e gambe. Sento delle nocche corrermi sulla coscia, l’inguine, il ventre, si ficcano sull’ombelico, risalgono, si staccano, una mano verde e avvizzita mi fa ombra sulla faccia, scorgo una maschera di drago piumato, un braccio verde e rattrappito e ho una scarica di panico, perché niente dovrebbe essere storto, qui, nessuno spazio per brutture e imperfezioni. Il sudore mi cola lungo le ascelle. Le costole sobbalzano. La mano ritorta mi struscia sulla guancia, fredda, e mi ci abbandono. È tutto giusto, anche la paura e l’orrore, come potremmo sennò saltare in alto senza questo vuoto nella pancia, questo sasso nella gola che si spacchi all’ultimo singhiozzo del cuore?</p>
<p>Fuori pioveva appena. Gocce grosse e rade. Il bosco oltre ghiaino e staccionata frusciava tutto nel buio azzurro. Massimo stava piegato con le mani sulle ginocchia, fisava la trama dei sassolini bianchi. In qualche momento doveva aver afferrato il chiodo, perché adesso lo indossava sul torso nudo. I rami si scostavano e poi si riunivano di nuovo, come quando uno è contento e fa così con le mani. Era tutto sudato. Gli girava la testa. Troia, troia, diceva. Sputò quello che aveva in bocca. Oplà, ehi. Alzò la testa verso la voce. Appena oltre la staccionata, dove il pendio scendeva verso una conca sotto gli alberi, suo nonno spuntava con la testa, e gli faceva cenno con la mano. Oh nonno, che tu ci fai lì? Massimo era infastidito. Shhh, shhh, vieni giù, shhh. Massimo barcollò fino alla staccionata, la scavalcò e scivolò accanto al nonno. Shh, ecco, stiamo qui, buoni. Il nonno gli spazzolava il chiodo. Aveva cappello e giacca chiara, tutta zuppa di foglie. Le ombre gli mangiavano il nasone, come avesse una pallina scura da pagliaccio. T’ho chiesto che ci fai qui. Stai giù, ti ho detto. Ce la tua mamma dall’altra parte che tira i sassi alle compagne. In effetti ogni tanto si udiva un tonfo. La pigliano per il culo a scuola, perché è nana. Se ne sta lì, mezza nella merda, e tira. Massimo provava a sbirciare oltre il bordo. Ma il problema tanto non è quello, disse il nonno. È che lo sanno. Sanno cosa? Cosa tu combini là dentro. Massimo si sentiva le gambe molli, aveva freddo alla pancia. Chi lo sa? Tutti. Tuo zio, il tuo fratello. Come lo sanno? Il perticone, quello lì, spiegava il nonno, si è messo d’accordo con la donna di plastica, là dentro. A casa non puoi tornare. Troia, disse Massimo e vide la camera del fratello, come fosse dall’angolo, in alto, i poster degli zombie, i rapper tatuati, Atzori, la foto con Pulgar sul Viale Fanti, e suo fratello nudo e con gli occhiali su una biondina tutta bianca, mentre le sfrega e picchiettava il cazzo sulla fica rasata. Non lo vedeva in faccia, solo la nuca e i capelli ricci e biondi pure loro, ma lei faceva la linguaccia sogghignando e Massimo sapeva che pure suo fratello aveva la bocca storta e la lingua fuori, e mentre lei tremava come per il solletico e gli appoggiava i piedi sul petto e lui le tirava le tette tutto soddisfatto, ridevano di lui. Si sentiva accartocciare la pelle della faccia. Tremava pure lui, incazzato e chissà che altro. Negli occhi del nonno c’era un luccichio divertito. Sai com’è, quando si inizia con la stregoneria non si sa dove si finisce, gli diceva quasi scusandosi. Eh? Fece Massimo. Guarda qui, guarda, e il nonno si apriva giacca e camicia e su tutto il petto bianco e floscio aveva una grossa bolla lucida coi bordi rosati, che oscillava come dentro ci si spostasse del liquido.  Se la premeva coi pollici. Oh non si apre, via. Ma Massimo ora non lo guardava quasi più. Sapeva in qualche modo che Lele stava per tagliare la corda, lasciandolo qui nella merda, e una rabbia spaventata lo scuoteva tutto. Stronzo. A me bastava scoparmele, stronzo, ripeteva lamentoso. Teneva le dita ficcate nella terra scura e umida, prese a risalire. Sentiva le formiche zampettargli sul dorso. Scrollò le mani prima che gli si infilassero nelle maniche. Senti &#8211; gli disse il nonno alle spalle, mentre si appoggiava di traverso un indice sull’unghia dell’altro &#8211; giacché vai dentro, non è che puoi portarmi mezzo sigarino? Ma shh, eh.<br />
Le luci nella casa brillavano alle finestre come un fuoco che non ha sfogo.</p>
<p>Questa non è morte, è più sicura e più calda. Oh la punta di selce che affonda è una luce bianca, oh la mano che scava è un’onda rossa sugli occhi. Oh io mi torco, mi sollevo e mi tormento. Oscillo sulla barca del mondo. Brucio. Il sole non mi acceca più. Oh. C’è sangue sulla mia bocca. Sangue nel naso e gli occhi. La luce se ne va, succhiata via. La luce ritorna, mi avvolge come un velo spesso. I mondi sono punti neri. Leoni e gazzelle si inseguono nella scia delle comete. Le mani mi tengono giù, le nocche storte mi strusciano sulle labbra, un’altra mano è dentro, mi fruga sotto le costole. La testa è una nuvola leggera, il corpo trema come le montagne e i mari, il culo trabocca limo fecondo. Mi sciolgo. Chi è che grida con tanto dolore. Io no di certo. Sbuffo e soffio, sì. Soffoco. Tutto si tinge di rosa. Sento le mie ossa. Guarisco. Capisco. Mi rannicchio intorno al cuore come la mano che lo stringe. Sbatto le palpebre come il colibrì. Gliela bacio a ogni battito. E il mio primo ordine è di tirarlo via.</p>
<p>Lele sedeva accanto al tavolo, la testa bassa, come chi si rannicchi e avanzi contro un vento forte. Assorbiva il fragore come di cascata lungo le pareti, il suolo instabile. Registrava con curiosità imparziale la sensazione che la sua macchina fuori fosse in fiamme, e pulsasse scarlatta attraverso il muro, il khol sotto l’occhio socchiuso della donna, adesso a destra, che si spostava a intervalli ora sotto il mento, ora sulla fronte, come delle lancette. Lei stava sul divano con la testa rovesciata, i capelli che ricadevano a terra, la bocca aperta che vomitava un arcobaleno che si stendeva sul pavimento come una nebbiolina. Sentiva scalpicciare al piano di sopra, armeggiare nel salottino accanto, quello col camino. Inalava cauto quella che pareva lacca, mentre il respiro si regolava. Una volta aveva preso della DPT e gli effetti erano stati più o meno questi. In quel caso la pioggia pareva risalire. Voleva alzarsi a prendere del latte in frigo, ma aspettò ancora un po’. Si annusò il collo che profumava come la tipa. Dovevano essere le tre, le quattro. Qualche uccello rovesciava delle scariche di versi, a metà tra una risata e un trapano. Si alzò. In piedi, quel velo colorato sul pavimento si notava meno, in compenso gli alberi fuori si muovevano senza suono e sui vetri delle finestre parevano scorrere come navi scure e fracassate. L’unica cosa a dargli veramente fastidio era il pensiero di essersi beccato qualcosa al cazzo. Guardava la donna sul divano a occhi socchiusi e un abbozzo di piega sulla bocca, il che era quasi un cenno di assenso, per lui. La porta si aprì di colpo e Massimo rimase sulla soglia, battendo col pugno sullo stipite. Merda lì, oh merda che sei. Lo fissava a occhi sbarrati, scalzo e nudo sotto il giubbotto, e batté ancora una volta come per dirgli di farsi sotto. Lele sbuffò una risata incredula. Massimò gli corse contro, agitando i pugni come una scimmia, urlava. Lele gli diede un pugno che lo buttò a terra. Si sarebbe fermato lì, forse, ma Massimo si agitava manco andasse a fuoco, scalciava che pareva lottasse ancora con lui, invisibile e addosso. Vomitava bestemmie una attaccata all’altra. Ti ammazzo ti inculo. Lele lo guardava con la testa un po’ inclinata. Alzò il piede e glielo calò sulla bocca. L’altro fece per prendergli la gamba, aveva l’orecchio tutto rosso. Lele liberò il piede e lo abbatté ancora, più volte. La testa di Massimo scattò all’indietro. Lele gli sfracellò una mano col tallone, e Massimo si chiuse a bozzolo, sbuffando a occhi strabuzzati, come fissasse qualcosa sotto la credenza. Gli sfuggì un singhiozzo. Lele riprese a colpirlo sulla faccia.  L’altro si sgolava, quasi di sollievo, come inalasse aria buona. Tossì una risata. Cazzo. Rattrappiva nella nebbiolina arcobaleno, un vecchio verme bianco con la testa tutta rossa, i lunghi capelli zuppi, il sangue nero sui denti. I tonfi parevano spari che esplodessero di luce bianca nel silenzio. Lele colpì ancora, e l’altro si fermò e il corpo della donna scivolò giù dal divano.</p>
<p>Questa non è morte.</p>
<p>È in piedi su Massimo. La nebbia adesso è sparita. Gli odori risucchiati via. La sneaker sinistra è un pugno rosso di polpa. Un clacson lontano annuncia i camion diretti alla variante di valico. Sta per chinarsi a slacciarsi la scarpa per non gocciolare altrove e dover pulire di più. Non avrà problemi a reggerli entrambi, uno dopo l’altro, Massimo e la tipa, ma vuole comunque usare i divani di salotto e camera da letto. Sta per chinarsi quando nel silenzio, distinte, nella testa gli risuonano le parole <em>miele di vipera</em>. Si ferma mezzo curvo, in ascolto, come guardandole scritte davanti agli occhi. Le smonta e rigira tra le mani, perplesso. Alza la testa verso la donna morta e quella ha la fronte sul pavimento e la bocca storta, chiusa. Tutto tace, e lui sa che nessuno verrà, che li getterà entrambi in una buca vicino alle altre, e poi si guarderà entrare in macchina e partire. Non ci saranno problemi. Magari andasse solo così, non succedesse niente. Il silenzio e il vuoto e lui al centro come un muro bianco di calcina, al sole. Meglio se avessero fatto a cambio, lui e la tipa, e adesso fosse lui a guardarla seppellirlo in quel corpo rotto. La terra gli premerebbe sugli occhi e lui se ne resterebbe lì sotto, a pulsare piano. Meglio se il cadavere sorridesse con la bocca storta. Però ci sono quelle parole, e lui sa che uscire e partire è solo una delle cose che farà. Un’altra è restarsene lì, a succhiarsi le mani, vergognandosi di doversi nutrire di quella crema bianca e spumosa che gli cola fuori da ditoni sbucciati come banane scarlatte. Un’altra è girare per le stanze, e ritrovarsi vecchio e muto in una casa di cura col cazzo ritto che brucia sulla sedia a rotelle e un diospero mezzo mangiato, mentre le infermiere passano e arrovesciano gli occhi. Si guarda i pantaloni. I vetri delle finestre sono pannelli scuri. Vede i corridoi e le voci che si rincorrono, le porte non aperte, già tutte aperte, come un gioco al pc che si allarga e basta e non procede mai. Stanze su altre stanze. C’è un guaito, dentro la sua testa, e sa che talvolta monterà fino a stendergli un velo, rallentare le azioni, e sarà una bambina scopata con una stecca da golf, o una bottiglia, e il vecchio di prima a sputargli sugli occhi improvvisamente troppo duri. <em>Bello pieno, bello sodo</em>. Da qualche parte c’è l’ingresso per una scuola in cui farsi strada col fucile, svuotandolo sulle teste di ragazzi e insegnanti. <em>Pow pow pow</em>. Basterebbe varcala, sfondarla, cavalcare la marea, tutte le urla, i cani sfracellati e i barboni che si agitano bruciati vivi, farsi travolgere, la testa bassa come a incontrare un’onda, integro. Si aprirebbe un varco a testate silenziose. Stringerebbe le vite che strillano in ogni sigaretta che si accende e spegne tra le dita. Invece rivede certi sorrisi sghembi del lampredottaio che pareva nervoso e forse non lo era, una macchia sul soffitto delle docce di palestra, la zingara fuori dell’Ikea la domenica, la voglia pelosa sulla scapola di Massimo. Geometrie insignificanti, trappole, goccioline di sudore sul sorriso che si schiude in discoteca sotto le luci viola e arancio. <em>Cosa credevi, che il sole e mare lavorino tanto per una merda come te?</em> Si vede accennare dei passetti di danza. <em>Bello vuoto, bello pieno</em>. Magari si trovasse quella tintura scura sotto l’occhio, glielo sbarrasse come lo sguardo d’un uccello di pietra. Da qualche parte lui va dalla polizia ancora con la scarpa sporca di sangue, dichiara tutto e finisce in cella, a crogiolarsi sulla branda come fosse su un’amaca. Invece sa che si guarderà uscire e partire, uccidere oppure no, fare cose che detesta o non capisce o crede di capire, mentre il suo corpo si guasta e deperisce oppure no. Si umilierà davanti a dei coglioni, risulterà ridicolo. Tornerà dai suoi a Rovigo. Si beccherà apposta l’aids, lo passerà. Questa non è la morte. Dimagrirà. Sulla panca arriverà a duecento chili, non gliene fregherà nulla. Le donne gli diranno sì o no per un ticchettio che sente nella testa, una specie di secondo squillo nel telefono che non dovrebbe esserci e invece c’è. Avrà il vento gonfio come avesse inghiottito un pallone, pieno di tutte le urla. Le cagherà di corsa quando meno se lo aspetta, ridacchiando tra le lacrime. Finirà alle poste. Stiperà le torture a sciaguattare in secchio di plastica, per recapitarle obbediente dove devono essere posate. Compirà prodigi cui non aveva mai pensato, verrà riposto nel taschino con un buffetto. Perché lo scherzo è bello quando dura sempre.</p>
<p><strong>**</strong></p>
<p><strong>Immagine di Francesco D&#8217;Isa.</strong></p>
<div dir="ltr">
<div><strong>Edoardo Rialti</strong> è editor de L’Indiscreto e scrive per Il Foglio e Minima e Moralia. Per Mondadori traduce J. Abercrombie, R. Morgan, GRR Martin.</div>
</div>
<div class="yj6qo ajU"></div>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto: Il Drago delle Rane</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/11/lanno-del-fuoco-segreto-ildragodellerane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jun 2021 04:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dario valentini]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Rialti]]></category>
		<category><![CDATA[fiabe]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco D'Isa]]></category>
		<category><![CDATA[l'anno del fuoco segreto]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segreto, si può leggere QUI. di Dario Valentini Ci sono storie che non hai mai vissuto, eppure le hai vissute. Mi aveva detto Lorca un pomeriggio, dopo avermi fatto riprovare per la millesima volta un passaggio che non mi veniva delle Variazioni Goldberg. Eh già. Gli avevo risposto distrattamente. Poi mi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La descrizione del progetto</em> <strong>L’Anno del Fuoco Segreto</strong>, <em>si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/"><strong>QUI</strong></a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-91313 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/10-Copertina-Dario-Valentini-4-e1623167347307.jpg" alt="" width="800" height="800" /></p>
<p><strong>di Dario Valentini</strong></p>
<p>Ci sono storie che non hai mai vissuto, eppure le hai vissute. Mi aveva detto Lorca un pomeriggio, dopo avermi fatto riprovare per la millesima volta un passaggio che non mi veniva delle <em>Variazioni Goldberg</em>. Eh già. Gli avevo risposto distrattamente. Poi mi aveva appoggiato una mano sulla spalla e lanciato uno sguardo con gli occhi lucidi. Tutto ok?</p>
<p>«Non so cosa sia peggio» ridacchiò Madeira. «Il fatto che stiamo preparando un concerto per delle piante, o che gli facciamo ascoltare musica fatta con strumenti di legno!»</p>
<p>«Sei proprio una testa di cazzo» Lorca succhiava il fondo della sigaretta, appoggiato con la schiena all’angolo di muro tra il teatro e l’hotel España per proteggersi dal vento. Si era già fatta sera.<br />
«Prova a pensarci vecchio, immagina se a te facessero ascoltare musica fatta con pezzi di carne umana, ti disgusterebbe no?»<br />
«Tipo il canto?» Lorca scoppiò a ridere. «Ne ho sentito parlare! Dicono non sia malaccio.»<br />
«Non intendevo quello» Madeira sistemò l’elastico che teneva faticosamente i capelli, sbuffò. Si ricordava ancora la lezione della Plath sui Kangling tibetani cavati dalle tibie.<br />
«Dai non te la prendere!» Lorca gli diede una bella pacca. «Cosa proponi?»<br />
«Che magari non gli facciamo sentire il solito Beethoven a queste foglioline.»<br />
Lorca lo guardò storto.<br />
«Non fraintendere, Beethoven è&#8230;» Madeira guardò in alto aprendo le mani come in segno di resa.<br />
«Ecco» Lorca si accarezzò la barba folta «e su questo forse la storia non stava aspettando col fiato sospeso il tuo augusto giudizio, stella.»<br />
«Ma dico forse…»<br />
«Forse cosa?»<br />
«Forse potremmo fare qualcosa di più…Moderno.»<br />
«Eh si, d’altronde sono qui solo da milioni di anni! Chissà quante volte l’avranno sentito il Chiaro di Luna. E chissà che versioni di merda si saranno dovute sorbire nei salotti o nei reparti dove pensano di curarti la schizofrenia facendoti sentire Einaudi dalla mattina alla sera» Lorca scosse la testa «vuoi fare qualcosa di Satie o magari…Gershwin?»<br />
«Per me si potrebbe osare anche di più.»<br />
«Allora Rutavaara o…Penderecki?»<br />
«Di più, di più.»<br />
«Ho capito. Ti è andato il sangue alla testa e vuoi fare una di quelle cose <em>contemporanee</em> che provi a propinarmi da quando sei tornato.»<br />
«Si ecco, qualcosa del genere.»<br />
«E allora sai che ti dico?» Lorca si arricciò i baffi. Madeira sentì una morsa allo stomaco, gli tremarono le gambe, si aggrappò al maniglione dell’entrata sul retro. «Vuoi fare l’avanguardia? E allora facciamola! Per una volta ti do carta bianca, e ti lascio chiamare anche i tuoi amichetti della Berkley.»<br />
«Mi prendi in giro?»<br />
«Niente affatto! Sei fortunato che il pubblico di queste serate non può scappare» gli fece una linguaccia «e per di più non paga.»<br />
«Oh grazie Lorca grazie! Non te ne pentirai» Madeira si mise a saltellare.<br />
«Basta che poi non mi rompi le palle quando torniamo alla programmazione normale.»<br />
«Ehm…Certamente.»<br />
«Niente lamentele.»<br />
«Nessuna.»<br />
«Niente esperimenti, niente idee strane sussurrate di nascosto agli altri musicisti tra le vie di palazzo, mi sono spiegato?»<br />
«Sissignore.» Se è strano proporre un Windman ogni morte di papa, tanto vale che ci trasferiamo all’Egizio e tanti saluti, pensò<em>. </em>Quand’è che abbiamo smesso di andare in cerca di guai?<br />
Lorca restò un secondo in silenzio, poi disse «Considerati responsabile creativo del progetto.»<br />
«E mi fai anche dirigere l’orchestra?»<br />
«Forse. Ora torniamo dentro che ho freddo.» Lanciò il mozzicone su Carrer San Pau. A destra si sentivano i soliti schiamazzi della Rambla. A sinistra l’odore del ristorante indiano in cui si era sempre rifiutato di andare a mangiare, e dire che gli altri insistevano tanto. Per Lorca il Gran Teatro Liceu era un posto speciale, ci aveva suonato per la prima volta negli anni settanta e proprio lì aveva esordito come direttore. Vederlo così, tutti i sedili tenuti abbassati dai vasi e occupati da fiori e piante varie, gli faceva un effetto strano. Sorrise e abbozzò un inchino. Calici e corolle dai colori vertiginosi si alternavano a germogli più comuni e ad escrescenze smeraldine, lussuriose. I primi posti erano occupati da rose impettite. Altri da piccoli ciclamini montani. Gerani dall’aspetto dignitoso e ginestre indifferenti. Gelsomini rampicanti dai fiori bianchissimi e profumati. Orchidee di colori ibridi (che sebbene si dicesse molto facili da tenere lui era sempre riuscito a far morire nel suo appartamento a Muntañer). Calle funebri (le preferite di Marta, la numero due). Ma anche girasoli smargiassi e oleandri dalle intenzioni chiaramente malefiche. Piu avanti c’erano arbusti e alberelli. Melie e magnolie imperscrutabili. Limoni, olivi e altri piccoli alberi da frutto. In fondo in fondo si vedevano persino alcuni ortaggi. Pomodori, zucchine fiorite e radicchi. Un po’ fuori posto forse, ma perché escluderli? Di molte altre specie non avrebbe saputo dire neanche il nome. Pareva il giardino diffuso di qualche maharaja eccentrico. Erano spettatori strani di certo, ma silenziosi, e nei brevi intervalli tra un pezzo e l’altro non avrebbero applaudito in maniera incongrua rovinando l’atmosfera: quella tensione che si creava poco prima che iniziasse il passaggio successivo, e che era uno dei suoi momenti preferiti in assoluto, quasi sempre guastata da qualche stronzo che non sapeva stare zitto e qualche altro ancora più stronzo che gli diceva di stare zitto. E poi, di sicuro, non potevano aver portato con loro i cellulari. Eppure non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che li osservassero, con occhi verdi come i raggi del sole tra le foglie. Proprio lì vicino, alla Filmoteca de Catalunya ci aveva conosciuto la numero uno. Rocìo. Un’andalusa bruna e testarda con le tette perfette che aveva amato spietatamente. Questi avverbi alla “Siglo de Oro” saranno i chiodi della tua bara, lo perculava Madeira. Era una donna all’antica che per chiedere il divorzio ci aveva messo parecchio, quando le sue scappatelle erano diventate proprio impossibili da ignorare. Cornuta <em>sontuosamente</em>, sghignazzava Madeira alzando il bicchierino dell’amaro. Si era risposato altre due volte con scarsi risultati e non aveva avuto figli, dedicandosi da un certo momento in poi completamente alla musica. Tra gli studenti che aveva amato di più c’erano state un paio di ragazze particolarmente <em>dotate</em> e il suo pupillo. Esecutore eccellente seppur non straordinario, ma dal tocco e dalla sensibilità singolari, cui aveva perdonato nel corso degli anni troppe mattine in ritardo, visibilmente in hangover e certe scelte estetiche estremamente discutibili (in ordine di gravità crescente i capelli lunghi, i vestiti stravaganti, gli orecchini e per ultimo il rossetto. Il rossetto, Dei abbiate pietà di noi). Infine aveva pure dovuto ingoiarsi la bile per la fuga oltreoceano. Motivi di studio un paio di palle. Avrebbe dovuto essere arrabbiato con lui, ma in tutta onestà, quando ce l’aveva avuto davanti di nuovo, si era scoperto solo contento di rivederlo.</p>
<p>Madeira invece, che aveva suonato a Boston, Chicago e New York, lo odiava il Liceu. Diceva che era pieno soltanto di vecchi Catalani bavosi e che <em>in America invece sì </em>che la grande classica si apriva a tutti, e sul velluto rosso ci trovavi gente di ogni tipo. Dalla band di metallari ai fanatici dell’hip-hop all’appassionato di soul. C’era il nonno che Shostakovich praticamente l’aveva conosciuto e accompagnava il nipotino al primo concerto in assoluto. C’erano gli sconti per i ragazzi del college che arrivavano a piccoli branchi e cercavano di portarsi in teatro qualche schifezza da mangiare infilandola nelle felpone dell’NYU. E le serate più sperimentali, dove andavano principalmente gli addetti ai lavori, compositori di elettronica da tutto il mondo in cerca di suggestioni, e anche rocker famosi. E via raccontava a Lorca di quella volta che ci aveva incontrato il Boss. Sì, intendo proprio Bruce Springsteen. Ah, non ti facevo un fan di quella roba, gli aveva risposto il suo maestro. E di quella musicista Blues di Tampa (Florida) che al tempo non era famosa ma gli aveva fatto un pompino tutt’ora imbattuto. A questo punto della storia di solito si metteva la mano sulla bocca e gli occhi gli si inumidivano. Era davvero incredibile. Ma dici il pompino? No vecchio porco! La <em>scena</em> era incredibile, era così…viva! E allora perché diavolo sei tornato? Perché sono un coglione, ho messo incinta una violoncellista di Badalona quand’era in trasferta e non me la sono sentita di far crescere il fagiolo senza un padre, gli aveva raccontato al primo whiskey insieme dopo tanto tempo. Erano al Bar Jardin, un terrazzo allestito a café a cui si poteva accedere solo passando per un bazar di cianfrusaglie cinesi e salendo una scaletta. Beh congratulazioni! E non sapevo che fossi sposato. Ma che dici, sono il papà del bambino mica un martire, pago gli alimenti e vado a trovarlo il weekend. Quella era una matta, e pure chiatta. Eh si. Aveva detto Lorca poggiandogli una mano sul polso. Le violoncelliste sono spesso così. Però decisamente più facili da portarsi a letto delle violiniste. Decisamente. Madeira non aveva indagato oltre, si era limitato ad annuire.</p>
<p>Il giorno dopo la loro discussione Madeira si era presentato in teatro con pantaloni comodi, capelli sciolti e una giacca sportiva con le maniche tirate su, mettendo in bella mostra i tatuaggi di Sinatra e Miles Davis sull’avambraccio sinistro. Lorca si era sbrodolato il caffè addosso. Il giovane si era avvicinato al palco con falcate che parevano salti e il mento alto.<br />
«Mettiamoci a lavoro.» Aveva estratto dalla valigetta un plico di spartiti e appunti «Guarda qua.»<br />
Lorca aveva sbarrato gli occhi «E questa cos’è?»<br />
Madeira si era limitato a sorridere.<br />
«E il primo movimento lo vuoi tutto fatto così?» aveva rincarato la dose il maestro<br />
«Per non offenderle…Lo capisci?»<br />
«Veramente no! Ma poi chi te la suona? E chi ce li ha questi strumenti?»<br />
«John Ashbery e i suoi»<br />
«Da Londra?»<br />
«No no sono in tour per l’Europa, ha detto che ci raggiungono e portano tutto, non vedono l’ora»<br />
«Contenti loro» Lorca si era messo una mano sulle tempie. «E poi prosegue con tutta l’orchestra?»<br />
«Esatto, e in più ho invitato Ghiannis Ritsos, Jordan Dreyer e Anne Sexton dei Sexton Trio. Saresti sorpreso di sapere quanti di loro si trovano qui in Spagna»<br />
«Mi hai preso seriamente cazzo, e quelli ti hanno pure risposto»<br />
«Non solo mi hanno risposto Lorca, sono <em>entusiasti</em>.»</p>
<p>Questa iniziativa “<em>Plantastica</em>” del comune non aveva scosso particolarmente Madeira, preso com’era dai cazzi suoi. E onestamente della flora non gli era mai interessato molto. Non che fosse uno di quelli che odiano stare nella natura o cose del genere, semplicemente non ci aveva mai pensato. Inizialmente aveva trattato le piante con indifferenza, attraversando su e giù il teatro come se non ci fossero. Erano state una buona scusa per fare la musica che voleva lui e basta. Poi, i giorni che era più nervoso, aveva iniziato a scostare con irritazione le fronde delle acacie più impertinenti e i rametti dei ciliegi. A volte, per scaricarsi, rivolgeva pernacchie ai pitosfori e battutine alle zinie che gli parevano sempre più vapide. E un momento che si era sentito particolarmente giù di corda aveva deciso di raccontare le sue disgrazie allo spelacchiato cedro libanese nell’angolo a destra, ricevendo in cambio solo un ovvio e apprezzabile silenzio. S’era ritrovato ad abbracciare il tronco esile, con un sogghigno e uno sbuffo. Aveva letto da qualche parte che era terapeutico (<em>Forest Bathing: indicazioni pratiche per abbracciare con profitto gli alberi: camminare in un parco o in un bosco, accarezzare la corteccia, sentire il profumo del legno, guardare verso l’alto la cima e, alla fine, scegliere la pianta giusta, cingerla con delicatezza e intensità, fino a sentirsene parte. Abbracciando un albero il suo peculiare “schema vibrazionale” interferirà positivamente con i meccanismi biologici del nostro corpo…</em>) e si era sentito ancora più idiota. Ritraendosi però aveva avuto l’impressione che le maonie educate a siepe li intorno lo accarezzassero con le loro fogliette obovate o gli battessero sulle spalle con tante piccole manine. Ciao poverino ciao. Bah, tutte cazzate forse, ma doveva ammettere che i fiori rossissimi del melograno e quelli di rosa e perla del pesco in terza fila erano davvero uno spettacolo. Una mattina prima delle prove Lorca l’aveva trovato ad accarezzare la rafflesia del posto 7B.<br />
«Ci ho ripensato sai, questo esperimento vegetale tutto sommato mi piace. È una trovata interessante, molto <em>Americana</em>. Bravo sindaco! Ricordami di fargli i complimenti» Aveva detto.<br />
«Allora forse Barcellona non è senza speranza come pensi» l’aveva sfottuto il vecchio.<br />
«Chissà.»<br />
«E comunque <em>farle</em> i complimenti. Il sindaco è una donna adesso»</p>
<p>***</p>
<p>Ashbery tocca la piccola tastiera in mezzo al palco, illuminato da un singolo faretto. I tasti non oppongono alcuna resistenza, non hanno peso, come fossero immersi in un lago formatosi su un cratere lunare. Il sequenziatore proietta un riflesso granulare della composizione. Quattro voci processate da un cervello modulare si intrecciano in una polifonia delicata ed elegante. Alzo i palmi a piccoli scatti. Al mio segnale dal buio entrano altri due sintetizzatori. Cesàr e Salvatore immergono le mani nel liquido scuro e generano piccole onde che si espandono e si moltiplicano. Unisco pollici e indici e li tengo sospesi. Bene così. Ho la fronte umida, chiudo gli occhi.</p>
<p>Tra le fiamme verdi vedo una creatura. Emette versi che non ho mai sentito. Vibrazioni che mi attraversano in ogni punto contemporaneamente. Sono come semi che scivolano e ogni volta che colpiscono qualcosa tintinnano, o come rugiada che gocciola dalle foglie…con un intento preciso? E i suoni si trattengono nell’aria e slittano l’uno nell’altro. Non sono nostri, mi spiega una delle Tre Madri. Tentano una canzone che addormenti l’acqua? Chiedo. Perché si muove così? Se mi muovessi anche io potrebbe aver paura di me e scappare? In quel caso forse i rumori smetterebbero, e non voglio che finiscano. Forse se fossi fatta a sua immagine. Prego che il latte scorra e la polpa stringa, e quando mi stacco da tutti gli altri mi rimane una ferita sulla schiena. Se mai decidessi di tornare. Le Tre Madri mi sorridono e in quel momento rinuncio alle loro voci. Per un secondo il silenzio mi investe e mi fa sentire terribilmente sola. Ma quando ascolto la creatura e quando la guardo, penso che non vorrò tornare. E quando mi sfiora ne sono sicura. Quando mi bacia con quelle labbra calde e pitturate d’orchidea. Mi vergogno delle mie che sono bianche e verdi e fredde. Mi prende in giro mentre mi accarezza, e non smette mai di parlare. Questa è una chiesa, quello è un cane, quella è la luna. Lo so cos’è quella. E quando camminiamo per il quartiere gotico mi prende sotto braccio per spiegarmi come si fa, e io faccio finta di non aver ancora imparato. Quando piove ripete: mettiti il cappotto. Non mi serve il cappotto.</p>
<p>Le note alte rimbalzano, colpiscono prismi di vetro. Piccole crepe li attraversano. I medi sono nuvole di sale che scorrono sotto il ghiaccio e lo graffiano. Soffiano e montano. Poi si inserisce una linea di basso magnetica e ruvida. Alzo un braccio. Le luci si distendono. Ci siamo.</p>
<p>Tra le fiamme verdi vedo una creatura. Ha la chioma d’oro rosso, e un mantello asimmetrico che le cade su una spalla, un arazzo ocra e arancione. Il tessuto denso si dirada in fazzoletti, simili alle foglie bilobate del ginkgo, che si allungano a coprire il braccio sinistro, quello più lungo. Gli occhi sono sogni d’ambra. E l’aria che ha intorno è come se brillasse e si muovesse ripiegandosi piano come velluto sull’acqua. Ha lo stesso odore che hanno i cuccioli, misto a quello della buccia dell’uva. A volte mi fissa come se non ci fosse altro da guardare, altre mi guarda attraverso. Le prime notti stava tutto il tempo con il viso attaccato all’abatjour vicino al letto. E come mi spingeva la testa fra le cosce! Dentro lamine cribrose, colorate con la densità degli anemoni, mentre spazzate di blu stellare mi inondavano i pensieri. Certi giorni ho la sensazione che morirebbe se la lasciassi sola. O che morirei io. Quando esagero col vino mi tiene su e mi gira le sigarette. Lo vuoi un gelato? Basta che non mi fai ridere se no mi esce tutto dal naso. Questa cosa del respirare non ti riesce ancora bene.<br />
Vladimir attacca il secondo movimento. Leggerissimo sui piattini. Poi ci inserisce i tamburi e un filo di cassa. Sciolto. Gabrièl entra con il contrabbasso. Fa una faccia come se annusasse qualcosa di strano, e al tempo stesso pare estremamente soddisfatto. Gli faccio un gesto con la mano. Piano. Con la sinistra evoco la melodia: appaiono gli archi, trattengo gli ottoni per un soffio. Non ancora. Lancio uno sguardo al batterista, mi sorride. Tienila esattamente così. Con una manata spazzo via gli acuti per un quarto. Con l’altra faccio entrare le trombe. Ora tutti insieme. Cristina è uno spettacolo con quel suo staccatissimo. Respiro, mi giro.</p>
<p>Tra le fiamme verdi vedo un dio. Il cappello piumato, il vestito bianco e dorato. I piedi nudi. Quando mi vede triste si inventa certe stupidaggini solo per strapparmi un sorriso. Toglimi una curiosità, mi chiede, le farfalle erano petali una volta? Si sono staccate dal gambo e adesso volano? A volte rido solo per dargli soddisfazione, ma quella era proprio divertente. Oppure guarda i vasetti sul terrazzo ed esclama: i fiori sono stati a fare festa stanotte! Per questo hanno la testa che ciondola. Ti va se usciamo anche noi domani? Ci sarebbe il concerto di alcuni amici. E quando tocca il pianoforte mi si stringe lo stomaco. Vorrei attaccare l’orecchio a quella carcassa e urlare ti prego ancora, ti prego basta. Come fa ad essere così bella questa musica che viene dalle ossa dei miei morti, che mi fa ballare sul tappeto dell’appartamento come se le setole fossero fili d’erba umida e arrabbiare così tanto da lanciare per aria gli spartiti e scagliare via i vinili dalle mensole. Mentre singhiozzo mi tiene stretta fino a farmi mancare il respiro. Lo so, ripete. Lo so.</p>
<p>Dreyer succhia sull’ancia. Il sax esplode. Per un secondo pare fuori scala ma poi si piega di un semitono e rientra. Mi fa l’occhiolino. L’assolo ruota su sé stesso e sfreccia, salta come un funambolo tra le ottave, senza rete di protezione. Trattengo il fiato.</p>
<p>Tra le fiamme verdi vedo una dea. La pelle iridescente e salmastra. La voce come il drago delle rane. Raccontami ancora quella storia, chiedo. E va bene. Scopre i denti, mandorle ancora acerbe. Appoggio la testa sulla sua pancia, mi infila una mano tra i capelli e tasta le ciocche come se quella consistenza ancora la sorprendesse. Chiudo gli occhi. Bolle bianche e rosse mi inondano il campo visivo, cerchi come di vetro soffiato che si espandono. Nel crepuscolo gli alberi si baciano? Vedo ortensie in fiore che delimitano un giardino per bambini zoppi. Sento come uno sfrigolio, identico in tutti i punti del mio corpo. Poi si interrompe. È sudata fradicia e ansima. Anche tua madre era una strega? Mi chiede d’un tratto. Si, rido. Alziamoci, ti prendo un bicchier d’acqua. Come ti sta bene questo vestito. Lei alza le spalle. A-B, A-B canticchia, cos’è un pentametro? Alcuni giorni sembrano sfilate, altri la fisso e non le importa. Possiamo rimanere a casa stasera? Decidiamo dove mettere la libreria? Ti va se cuciniamo la zuppa? Certo le ricette senza verdure non sono semplici. Senti a Tatiana per la spesa le scrivo così: piante no, frutta no, erbe di qualsiasi tipo no, carne si specialmente rossa, pesce ok.</p>
<p>Anne l’ho conosciuta in un appartamento ad Harlem dove ogni domenica fanno una jam session free jazz. La gente si porta le sedie da casa e quando finisce il posto dentro si piazza in corridoio o sta in piedi pur di rimanere ad ascoltare. Si sente odore di fumo e trench coats umidi. A una certa ora l’edificio è pieno e la musica si sente fino alle lavanderie al piano terra. Le sue dita spintonano l’armonia ai limiti estremi. Poi allargano le grate e la liberano. Fuori dal perno tonale dominante. Seguono secondi di scale spaventose e arpeggi al vetriolo. Stringo i denti. Guardo il pubblico.</p>
<p>Tra le fiamme verdi vedo una furia. Si infila una mano in gola ed estrae una spina bianca. Una lama mutaforma che urla, strappa e scioglie. Parole che si appiccicano addosso e ustionano a lungo. Tu non sei come me. Non sai neanche cosa vuol dire. Non ci provi abbastanza. Torniamo indietro senza parlarci. Le luci dell’autostrada rimbalzano sulla vernice dell’auto e i fari mi bruciano le pupille. Ma se chiudo le palpebre è ancora peggio. La casa pare un castello che ci tiene lontani. E se ci incontriamo è per caso, nel buio e al freddo.<br />
Ritsos non so come faccia, martella su tasti lontanissimi con forza terroristica. Animato da una specie di febbre. Ogni terzo e quinto battito pungola il ritmo con un bastone elettrico e lo stordisce.</p>
<p>Tra le fiamme verdi vedo una furia. Il corpo corazzato da boccioli ossei. Gli occhi fasciati da garofani sanguinanti. Grappoli di bacche e amarene le infestano i capelli. Le orecchie sono protette da licheni appuntiti che si allungavo verso l’alto a formare palchi fioriti. Dalla piaga sulla schiena escono steli, zampe sottili come scheletri di farfalle, spruzzi di aghi di abete rosso, liane spettrali e asparagi dentati. Si sente un odore come di carne in decomposizione. Tu non fai che bere, dire stramberie e spaventarmi. E non ascolti, o non capisci. Non avrei mai dovuto venire qui. Si morde la lingua. Sei <em>tu</em> che non sai cosa vuol dire. Stringe i denti fino a vomitarsi in bocca dalla rabbia. La bava gocciola sul parquet. Penetra le doghe e le macchia di gigli.</p>
<p>Infine si calma, e non è meno pauroso. Le note diventano un vago tremolio di stelle. Fuggono e si nascondono dietro all’arpa labirintica. Ordino all’orchestra di accompagnarle come se le prendessero per mano. Quando capisco che sta per finire ho i brividi.</p>
<p>Tra le fiamme verdi vedo un bambino. Steso sul divano come se avesse la febbre. Non ti avvicinare. Si infila il cappotto e non torna a dormire a casa. Quella notte giro per il quartiere. Il giardino dove giocano a scacchi è chiuso. Mi siedo su una panchina di piazza San Jaume con il viso fra le mani. Un signore anziano mi si avvicina e inizia a bestemmiare contro il palazzo del comune. Questa città non è più come una volta, non c’è spazio per voi giovani. I miei figli sono dovuti andare a lavorare in Germania, dove fa sempre pioggia, e non li vedo mai. Tu di dove sei? Mi limito a scuotere la testa. Mi saluta battendomi delicatamente la mano sulla schiena. Forza dice. Alcuni ragazzi mi lanciano addosso delle lattine e sghignazzano. Un tipo con la barba mi chiede se voglio erba. Quando tiro su la faccia non mi ripete la domanda. A una certa ora ripiego in piazza San Miguel che è più tranquilla. Alle quattro mangio un gatto in un vicolo. Alle cinque torniamo verso casa insieme. Fa un po’ fatica a camminare, ma adesso profuma di arancia.</p>
<p>La nostalgia mi artiglia lo stomaco. Mi aggrappo a quell’ultima pagina. Gli strumenti abbandonano la scena uno dopo l’altro. E vorrei gridare fermi! Stop! Avete sbagliato, la dobbiamo rifare da capo! E invece è perfetta.</p>
<p>Tra le fiamme vedo una bambina. Oggi fissa la strada dalla finestra, c’è un’aria come di campagna. Cosa vuoi per colazione? Guarda quel tipo che strano, con quella maglia lunga e tutta colorata. Indica un passante. Mi rispondi? È uguale, fai tu. Esco dall’appartamento e fumo due sigarette di fila. Poi un&#8217;altra, finchè il sapore in bocca non è schifoso come il mio umore. Cammino fino alla spiaggia e guardo il mare. Penso all’immensa tristezza vegetale. Alla figa. Alla sismica indifferenza della terra. Siamo troppi, siamo pochi. Ogni secondo pare un’eternità. Ficco la mano nella sabbia. Le cose sono così fredde. Alcuni ragazzi giocano a pallone. Ehi amico che ti prende? Mi chiede uno studente erasmus in uno spagnolo stentato. Non lo so, dico io. Stasera c’è una festa al Razzmatazz, pieno di belle ragazze, dovresti venire. La vuoi una birretta? Sono le dieci di mattina. Gli sorrido, e lui pare ancora più preoccupato. A quel punto scatto in piedi e mi metto a correre. Arrivo sotto al portone di casa e quasi rompo la chiave dalla foga. Salto le scale a due a due. Infine entro, ma le rose sono già cresciute. Bianche come la mia pena.</p>
<p>Silenzio. Rimango immobile con le braccia ancora alzate. Stanchissimo e con la nausea.<br />
Lorca si avvicina e mi sussurra all’orecchio «Tutto bene?»</p>
<p>Nelle fiamme verdi vedo tutto questo. Questi momenti sono solo miei e tuoi. Piccoli punti su una linea infinita. Oh ti prego, non dire così.<br />
A volte mi sembra di vedere il tuo viso in posti improbabili, nelle fioriere al mercato o al parco della Cittadella. Anche solo un mezzo sorriso.</p>
<p>Sono passato davanti al mio appartamento dei tempi del conservatorio in Calle Escudellers e seduta lì davanti, su una sedia di plastica ingiallita, c’era la signora grassa del quarto piano. Mi ha allungato un volantino come a tutti gli altri passanti. Ma io mi ricordo di lei! Ho detto ad alta voce. Anch’io mi ricordo di te, tesoro. Mi ha risposto come fosse ovvio, sostenendo il mio sguardo.</p>
<p>Anche tu rivivi quegli istanti? All’improvviso sono lì e non riesco ad andarmene. Sei seduta in soggiorno, è pomeriggio. Stai leggendo <em>Il Pescatore e la sua Anima</em> di Oscar Wilde. O qualche altra raccolta di fiabe. Il sole filtra tra le finestre. E si vede che te lo stai godendo tutto. Metti giù il libro e alzi gli occhi, come per cercarmi.</p>
<p>Non diciamo niente ad alta voce, eppure ci diciamo tutto. L’universo trema sul suo stelo.</p>
<p><strong>**</strong></p>
<p><strong>Immagine di Francesco D&#8217;Isa.</strong></p>
<p><strong>Dario Valentini</strong> (1993) ha pubblicato racconti per L&#8217;Indiscreto, Nazione Indiana, Minima&amp;Moralia, Sugarpulp e altre riviste letterarie.</p>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto &#8211; Il camicino da morto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/05/14/lanno-del-fuoco-segreto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 May 2021 05:00:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segreto, si può leggere QUI. di Loredana Lipperini Il camicino da morto non era una vera e propria camicia: era una maglietta bianca di lana fine con un paio di ghette in tinta, sempre candide come capelli di demone. La zia di Camilla l’aveva preso grande, 3-6 mesi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La descrizione del progetto</em> <strong>L’Anno del Fuoco Segreto</strong>, <em>si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/"><strong>QUI</strong></a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-90070 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Coperina-Loredana-Lipperini.jpg" alt="" width="960" height="960" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Coperina-Loredana-Lipperini.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Coperina-Loredana-Lipperini-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Coperina-Loredana-Lipperini-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Coperina-Loredana-Lipperini-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Coperina-Loredana-Lipperini-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Coperina-Loredana-Lipperini-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p><strong>di Loredana Lipperini</strong></p>
<p>Il camicino da morto non era una vera e propria camicia: era una maglietta bianca di lana fine con un paio di ghette in tinta, sempre candide come capelli di demone. La zia di Camilla l’aveva preso grande, 3-6 mesi e non 0-3, perché, diceva, ai bambini i vestiti sfuggono, neanche il tempo di metterglielo una volta e già non entra più. Dovrai, diceva, rimboccargli le maniche e rigirare in vita l’elastico delle ghette, ma vedrai che lo sfrutterà. E’ roba buona, diceva ancora, una bella lana morbida, che non irrita la pelle.<br />
Camilla aveva passato la mano sulla lana: effettivamente era morbida, effettivamente era di qualità, ma le sue dita sopra quel bianco sembravano di cera, e dovette chiedere scusa e sedersi. “Mi manca l’aria”, aveva sorriso. La zia aveva sorriso a sua volta: “Eppure sei nel trimestre migliore. Il sesto mese è il più bello: meno disturbi, tanto appetito, bei sonni filati. Approfittane”. Camilla avrebbe voluto alzarsi, prendere il coltello per il pane che sporgeva dalla brocca blu e piantarlo nella gola della zia. Il camicino da morto non sarebbe stato più bianco ma rosso scuro e il suo bambino si sarebbe salvato. Perché è questo che aveva visto nella maglietta e nelle ghette: un neonato livido in una bara bianca, con le piccole mani chiuse a pugno sul petto, gli occhi serrati, vestito con quell’orribile regalo che sicuramente era dovuto a buone intenzioni, perché tutti hanno sempre buone intenzioni quando vanno a trovare una donna incinta e portano regali, che poi i regali non si dovrebbero fare prima della nascita, Camilla aveva un cassettone pieno di camicine della fortuna scarlatte, tute gialle e verdi e azzurre, scarpine, magliette così piccole che la riempivano di costernazione.<br />
Come avrebbe potuto tenere in braccio una creatura minuscola come quella che stava per venire al mondo? Lei non era capace di far nulla, o quasi, non sapeva girare una chiave nella serratura senza il terrore di non riuscire a compiere il giro, e l’avrebbe sicuramente spezzata e sarebbe arrivato un fabbro brontolone che l’avrebbe guardata malissimo (e non avrebbe, allo stesso modo, spezzato il bambino?). Era arrivata a trent’anni pencolando in un corpo che non sapeva manovrare, e infatti a lungo l’aveva trattato malissimo, quel corpo, affamandolo fino allo sfinimento e rifiutando altro che non fosse uno spicchio mela a pranzo e uno a cena. Poi però se l’era ripreso, il corpo, anche se ancora oggi, quando invitavano amici a cena, continuava a dimenticare le portate. Serviva un vassoio di mozzarella fresca e pomodori (la pasta no, la pasta mai) e doveva alzarsi per prendere l’olio, e di nuovo per portare a tavola il sale, e poi ancora il basilico che pure aveva colto e lavato con cura, ma che misteriosamente era rimasto in cucina. La testa funzionava, quello sì, funzionava benissimo, due lauree, una in filosofia e una in psicologia, che non riusciva a mettere a frutto, se non scrivendo saggi poco accademici e molto onirici che nessuno pubblicava, ma serviva a tenersi occupata, quell’attività inconcludente, fin quando, così diceva Marco, sarebbe arrivato il bambino, e tutto sarebbe andato a posto, la testa congiunta al corpo, saldata, finalmente, dopo tutti quegli anni in cui fluttuavano ognuno in reami separati.<br />
Da quando era rimasta incinta, in effetti, aveva vinto il corpo. Era stato un sollievo. Aveva dormito e mangiato e fatto tutto quello che non si era permessa di fare per anni (persino divorare una pizza a giorni alterni) e aveva cominciato a pensare che finalmente aveva trovato quel che cercava da quando era nata.<br />
Finché non era arrivata la zia, col camicino da morto. Il camicino da morto era, in origine, una fiaba dei fratelli Grimm che le aveva sempre fatto paura: c’era questo morticino, un bambino bello e buono di sette anni, che continuava ad apparire in giardino, in casa, ovunque, perché la madre continuava a piangere e il camicino si inzuppava e lui non poteva dormire, e finalmente la madre smette e il bambino muore del tutto, e la Camilla bambina non se ne capacitava. Piangere doveva, quella madre, per tenere il bambino fantasma nel giardino, in cucina, dovunque volesse restare, invece di lasciarlo andare nella terra per l’eternità. Quindi, davanti al regalo della zia aveva avuto quello che si chiama presagio, e adesso, lo sapeva, il presagio si sarebbe avverato, e naturalmente sarebbe morta anche lei, subito dopo, perché a nulla sarebbe servito avere un corpo a quel punto. Una strega, la zia. Lo aveva sempre pensato, con quella faccia grassa e gentile, tutti i grassi e gentili nascondono cose orribili. Dunque, quel coltello. Dicevamo.<br />
***<br />
Non c’erano quando la casa è stata costruita. Sono arrivati sul colle piuttosto tardi, all’inizio della pensione, che li ha colti di sorpresa perché si sentivano ancora i ragazzi che erano stati quando si erano conosciuti, o i giovani genitori nervosi in cui si erano trasformati, e invece si trovavano a studiarsi, le caviglie gonfie di lui, i colpi di tosse da fumatrice di lei, e a rimproverarsi finché non si innervosivano a vicenda, e quello che prendeva il rimprovero più forte usciva di casa per non litigare. E’ stato proprio per smettere di uscire di casa e di litigare che una mattina &#8211; la tosse di lei era più cavernosa e le caviglie di lui violacee &#8211; , si sono seduti al tavolo della cucina, davanti a una tazza di caffè. Ha preso lei l’iniziativa.<br />
Dovremmo andarcene, ha detto. Lui l’ha guardata subito, attento, mentre abitualmente doveva ripetergli la frase due o tre volte perché era distratto, lo era sempre stato ma ultimamente di più, quindi significava che stava pensando la stessa cosa e non aveva ancora trovato il modo di dirglielo. Si è sentita incoraggiata, e l’ha incalzato. La casa è troppo piccola. Abbiamo fatto bene a traslocare qui e a lasciare quella grande a nostra figlia. Adesso però ci diamo sui nervi a vicenda. Siamo quasi in pensione. Amiamo la montagna, ci andiamo tutte le estati, trasferiamoci.<br />
Era cominciata così, poi era diventata un’occupazione divertente, simile a quando, da sposi giovani, sceglievano i mobili per le loro prime case. Lei immaginava una cosa, lui un’altra. Lui disegnava piantine precise, lei assemblava nella sua testa colori, tessuti, velluti incompatibili con la praticità. Avevano deciso subito la regione: dovevano essere le Marche, dove erano sempre andati, le Marche delle colline, fresche d’estate, secche e nevose d’inverno, con curve dolci e sentieri da percorrere, e anche città dove andare in cerca di una libreria o di un cinema, se ne avessero sentito il bisogno.<br />
Partirono a fine marzo, passarono per Castelluccio di Norcia, addolorandosi per il paese ancora in rovina dopo il terremoto e per la brutta struttura che ospitava i ristoranti. Si fermarono a mangiare un panino pensando che stavano consegnando la vecchiaia a una terra che tremava ogni dieci, vent’anni. Pazienza, si era detta lei. E poi si chiese da dove nascesse il desiderio di sentirsi al sicuro. Facevano parte di una generazione che aveva avanzato controvento, era solo l’età? No, non lo era. Condividevano tutti la stessa incertezza. Lo stesso terrore, diciamolo pure. Ma sul terrore non si costruisce nulla.<br />
Arrivarono nel piccolo borgo sopra Vallescura per comprare ricotta fresca e una forma di formaggio da riportare a casa. La pecoraia disse che c’erano due case in vendita, non molto lontano. Una era, disse, spettacolare, l’altra era una villetta comoda, con un piccolo giardino, non lontano dall’altra. Ma dovete vedere la prima, disse. L’ha costruita un famoso architetto spagnolo negli anni Settanta. Non c’è niente di simile qui. E’ tenuta su da enormi sostegni di cemento armato, sembra la casa delle streghe. E non viene giù neanche a cannonate. Il terremoto non le fa niente, a quella là.<br />
Era bellissima, è vero. Ma finirono per comprare la villetta comoda, perché qualcosa nella casa spettacolare la rendeva inquieta, come se da quei tiranti giganteschi potesse emergere qualcosa che aveva dimenticato. Era proprio una casa stregata: una casa di spettri, ma senza spettri, piuttosto uno specchio riflettente del passato, aveva pensato, che per curve insondabili ti riporta indietro anche quando vuoi dimenticarlo. Marco era comunque contento. E lei pensava addirittura che avrebbe ritrovato quella serenità torpida che aveva provato durante la gravidanza del loro primo figlio e che era finita per sempre dopo la sua morte, trasformandosi in accettazione. Oh, certo, erano andati avanti, lei non era morta e non era impazzita, anche se nel primo anno aveva sviluppato una dipendenza da Valium che era stata difficile da vincere. Però era passata, e aveva trovato uno strano equilibro, una conversione alla normalità che sembrava impossibile per la creatura terrorizzata e nervosa, ma a suo modo geniale, che era stata in giovinezza. Si era trasformata, come gli animali che mutano il pelo, o le crisalidi, o semplicemente come gli umani, che cambiano perché non possono fare altro. E pensare che era stata a un passo dal rimanere com’era. Se avesse davvero preso il coltello, tanti anni fa, e avesse ucciso la zia. Se si fosse uccisa, quando il bambino era nato e dopo pochi giorni era morto ed era stato davvero sepolto con la maglietta e le ghette bianche. Non era avvenuto, e non aveva neanche pianto.<br />
Non voleva piangere, questa era la verità. Aveva paura che piangendo il bambino le sarebbe tornato davanti, correndo con piedini leggeri come polvere nella stanza che aveva preparato per lui, e che le sarebbe salito in braccio mentre sedeva a leggere, e lei non se ne sarebbe accorta perché in quanto spettro non aveva peso, ma a un certo punto una piccola mano fredda le avrebbe accarezzato la guancia. Per vivere, non doveva avere fantasmi intorno. Neanche quello di suo figlio.<br />
Un anno dopo il trasloco, decise di arrivare fino alla casa misteriosa. I tiranti in cemento armato spiovevano diagonalmente, rendendola simile a una baita interrata per metà nel terreno, in cima alla collina. Era ancora vuota. Venivano a vederla, questo sì, ma poi non se la sentivano di prendere un impegno troppo grande, in un punto così isolato. Ma lei sapeva cosa respingeva i visitatori, invece. L’aveva saputo fin dall’inizio, e forse era per questo che, dopo aver tossito tutta la notte e aver sentito nelle ossa i dolori di quella che non poteva che essere vecchiaia, aveva deciso di andare.<br />
Sapeva anche dove, mentre saliva lentamente, ansimando quando la salita si faceva più ripida. Appena sotto la porta d’ingresso, chiusa da anni, c’erano strani, piccoli tumuli di terra. Come tombe. Le talpe, le avevano detto quando erano andati a visitare la casa. Non erano talpe, pensava. E’ che ognuno di quei tumuli aspettava il visitatore giusto. Avrebbe riconosciuto il suo.<br />
Era quello più lontano dalla porta, infatti, e più minuscolo ancora degli altri. Si inginocchiò a terra, scavò con le mani, nulla di difficile, la terra sembrava persino fresca. La trovò quasi subito: non era neanche troppo sporca, la maglia bianca di lana fine, e neppure le ghette candide che erano subito sotto. Se la portò al viso, cercando l’odore dolce del latte che per quel bambino non c’era stato.<br />
“Non hai mai pianto”, disse una voce, ed era una voce di uomo, dietro lei. “Non una sola lacrima”.<br />
Camilla scosse la testa e poi, come era giusto, si sdraiò e chiuse gli occhi.</p>
<p><strong>**</strong></p>
<p><strong>Immagine di Francesco D&#8217;Isa.</strong></p>
<p><strong>Loredana Lipperini</strong> è una scrittrice e conduttrice radiofonica (Fahrenheit su Radio3). Tiene corsi di letteratura fantastica e fa parte del comitato editoriale del Salone del Libro di Torino. Gli ultimi libri pubblicati sono <em>L&#8217;arrivo di Saturno, Magia nera</em> e <em>La notte si avvicina</em> (Bompiani). Il suo blog si chiama Lipperatura.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto &#8211; La primavera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Apr 2021 05:00:01 +0000</pubDate>
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<p><strong>di Carla Fronteddu</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.<br />
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?</em><br />
Karin Boye</p>
<p>Quel giorno un grosso cavolfiore bolliva in pentola, rilasciando una terribile puzza di zolfo e impregnando la stanza di umidità, ricordi? La vecchia c’era abituata ma il tuo povero nasino si sarà arricciato infastidito. Riuscì con la sua sensibilità ferita, a distrarti dalla scena? Da quelle manacce deformate dall’artrite che stringevano il canale blu dell’utero, facendo ricadere le ovaie ai lati come tulipani appassiti? Capace che tu neppure sapessi che cosa fosse un utero.<br />
Tua madre era una furia a quei tempi, andava pur fatto qualcosa, ma le tue sorelle non si sarebbero prestate manco morte. Piuttosto l’avrebbero fatta impazzire. La tua docilità, invece, rende sempre tutto una passeggiata. Fai quasi passare la voglia.<br />
Le povere labbra raggrinzite di tua nonna non hanno smesso di fremere neppure per un attimo. Era contraria, eppure, si era presa la croce di accompagnarti, mentre quell’altra se ne stava a strillare a casa.<br />
Quando vi siete sedute a tavola, quella sera, nessuna ha parlato dell’accaduto e non lo ha fatto neppure in seguito.<br />
Quanto le piaceva curarti e lisciarti adesso! I piaceri della maternità ritrovati d’un colpo. La mia tenera piantina, ti chiamava. E diceva bene perché ti tirava su proprio come si fa giardinaggio; una stecchetta qui, una potatina lì. Il pensiero di quel che ti aveva imposto le disturbava per caso il sonno? Se glielo avessi chiesto avrebbe sgranato gli occhi; neppure se lo ricordava. In compenso, però, ringraziava tutti i giorni il cielo per il dono di una bambina tanto buona e devota come te.<br />
Tutte brave a mettersi fette di prosciutto sugli occhi e a farcele marcire sopra. Si sente ancora la puzza. Ma, in fondo, in fondo, tu lo sapevi che non era finita lì e che nella tua pancia c’era un buchino che cresceva e sgranocchiava a destra e sinistra, facendosi un po’ più largo a ogni compleanno. Non avrai mica creduto che le mestruazioni bastassero a barattare la tua verità con un brutto sogno, piccola ingenua? Dovevano solo renderti un perfetto inganno per gli uomini là fuori.<br />
E quanto ci hai messo poco ad accalappiarne uno. Ci sono ragazze che finiscono per beccarsi una bronchite in attesa che qualcuno si accorga di loro. Tu non ti sei neppure dovuta affacciare sul giardino di casa che, dlin dlon, eccoti servito lo sposo; il giovane assistente del dottor D., che quel giorno non poteva far visita alla vecchia matriarca. Arrivato giusto in tempo per il tè e per interrompere quell’insopportabile cicaleccio di tua madre. Lei l’ha capito subito che si trattava dell’uomo giusto, gliel’ha letto nei polsini lindi e inamidati. Oltretutto, i medici parcheggiano dappertutto.<br />
Ma cosa ti vuoi ricordare tu. É capace che di quella giornata ti sia rimasta in mente solo la fatica che hai fatto per resistere alla tentazione di grattare i pizzichi di zanzara. Del resto a te non salta fuori un sentimento neanche se ti prendono a pugni. Non hai avuto dubbi però quando si è trattato di farti mettere l’anello al dito; ti sei fidata subito di quel che aveva detto mammina, che saresti stata tanto, ma tanto felice con quell’ometto lì. Vero? Eccola, gioca con la tua nuova casetta per le bambole. E che fidanzamento corto! Avrai dato soddisfazione a qualche pettegola di paese. C’è da scommetterci che quella impaziente non fossi tu. Tua mamma, in compenso, non vedeva l’ora di liberarsi di te, e quell’altro, quell’anima vecchia del tuo futuro marito, era impaziente di atteggiarsi da uomo di famiglia dai tempi delle elementari.</p>
<p>Non ero preparata quando sulla soglia della chiesa fui colpita dalla prima raffica di chicchi di riso. Non ho mai assistito a una lapidazione, ma è stata la prima cosa che mi è venuta in mente. Sentivo alla mia sinistra la sua risata rumorosa, una risata che nasceva dal petto e usciva nel mondo senza cercare complici. Mi spingeva, con la mano sulla vita, a seguirlo sulla piazza. Stavo scendendo un gradino, con il braccio ancora sollevato per proteggermi da quella sassaiola bianca, quando notai, tra gli invitati, una vecchia. Al posto degli abiti da cerimonia indossava una camicia di tela grigio-topo infilata in una lunga gonna a quadri. Mi incuriosì e indugiai su di lei con lo sguardo. Fu allora che notai che stringeva nel pugno sinistro un utero bluastro da cui pendeva la coppia di ovaie dello stesso colore. Mi voltai di scatto verso mio marito, ma quando feci per indicare nella direzione della vecchia, era già sparita. Al suo posto una delle mie cugine di terzo grado agitava nervosamente un ventaglio di piume intorno al viso, cercando inutilmente di impedire al trucco di liquefarsi sotto il sole. Il prete, considerato lo scarso preavviso, aveva offerto come unica disponibilità per le nozze una domenica di inizio agosto, a mezzogiorno.<br />
Quella notte, dopo aver eseguito il copione per cui ero stata preparata da mia madre, sognai di trovarmi sull’orlo di una grande macchia scura che non riuscivo a distinguere. Percepivo l’umidità del terreno attraverso i piedi nudi. La sentivo entrare nelle ossa e risalire su per lo scheletro, rabbrividendo. Non osavo fare un passo avanti per la paura di trovarmi sull’orlo di un immenso cratere, eppure dovevo combattere contro l’impulso nelle gambe che mi spingeva a procedere in avanti. Mi svegliai con il cuore che martellava nella cassa toracica. Mio marito dormiva supino con le mani incrociate sul petto. Sembrava già pronto per il proprio funerale.<br />
Non mi sentivo ancora a mio agio per andare in cucina a notte fonda a preparare una camomilla, così provai a calmarmi facendo respiri profondi e ripetendomi che si trattava di un incubo di nessuna importanza causato dall’ansia per le nozze.<br />
Mi sbagliavo. Da quel momento, ogni volta che mi addormentavo tornavo contro la mia volontà su quell’orlo spaventoso e ogni volta era più faticoso strapparmi da lì e spalancare gli occhi. Provai a farmi bastare dei brevi pisolini per non allontanarmi troppo dallo stato di veglia, ma a volte era impossibile resistere alla tentazione di abbandonare la testa sul cuscino. Salvo poi ritrovarmi dove non avrei voluto.</p>
<p>Perché non allunghi quel piedino?</p>
<p>Tolto questo inconveniente la mia nuova vita non era poi così diversa dalla precedente. Certo, adesso passavo lunghe giornate in solitudine, mentre mio marito era a lavoro. Nell’attesa però avevo tante nuove responsabilità con cui tenermi occupata, come la spesa, l’arredamento, lo studio dei ricettari di mia suocera. Con mio marito le cose erano andate proprio come aveva previsto la mamma. Nei suoi occhi grigi potevo leggere senza sforzo di cosa avesse bisogno; distrarsi, lamentarsi, ricever prova della sua virilità. Potevo leggerci anche l’aspettativa di diventare padre ma, ogni mese, tornavo a sanguinare.</p>
<p>E ti stupivi pure. Uno splendido inganno, ti avevo avvisata. Alla fine, con questo fagotto da marchiare con il proprio nome che non arrivava, il nostro dottore ha cominciato a fare due conti. Lo sentivi che c’era qualcosa di nuovo nel modo in cui ti soppesava con lo sguardo? E soppesa, soppesa è arrivato alla conclusione che senza prole e vuota e passiva al di sopra delle sue aspettative (e ce ne voleva!) non ti eri rivelata un grande affare. Rispedita al mittente. Che roba signora mia. Non si capisce più come vestirsi di questi tempi, non trova? A casa ti aspettava (si fa per dire) soltanto la nonna ammutolita, ché tua mamma, prevedibilmente, se l’era data a gambe. Le avevi mai sentito dire che sognava di rifugiarsi in un convento sui Pirenei lontano da tutti, te inclusa? Preparava il piano da quando era ancora nubile, poi tuo padre aveva avuto il cattivo gusto di metterla incinta tre volte prima di tirare finalmente le cuoia. Ad ogni modo sei stata fortunata, perché aveva pensato alla servitù. Per occuparsi di tua nonna, aveva ingaggiato una straniera incontrata per strada la mattina in cui era uscita per donare alla Casa della Solidarietà abiti e gioielli (o i suoi travestimenti, come aveva preso a chiamarli). Vedendola aveva notato che camminava a piedi nudi e con quel suo fare pomposo da sciura le aveva chiesto «La offendo se le offro un paio di scarpe di cui mi sto liberando?» Al ritorno dalle sue commissioni l’aveva ritrovata seduta sul bordo di una fontana a contemplare i pesci rossi e osservandola più attentamente le si era accesa una lampadina. Quanti matti conosci che farebbero entrare in casa propria una sconosciuta di cui non capiscono la lingua? Beh, tua madre dopo trentasei ore di supervisione (di cui la metà trascorse a dormire e a leggere guide per viaggiatrici solitarie), aveva concluso che sarebbe potuta partire tranquilla. E puoi scommetterci, che dopo essersi messa l’anima in pace per aver sistemato così bene madre e figlia, si sia dimenticata di entrambe. Certo, tu hai rischiato di romperle le uova nel paniere proprio per un pelo.</p>
<p>Quando feci ritorno a casa la trovai molto cambiata. L’edera era entrata dalle finestre e continuava a arrampicarsi lungo le pareti delle stanze, attorcigliandosi intorno ai lampadari e coprendo i soggetti dei quadri. Una gallina beccava briciole e sporcizia dal pavimento della cucina e i ragni avevano nascosto gli stucchi dei soffitti con i loro fragili tendaggi grigi. Trovai la nonna seduta in terrazza accanto alla straniera. Entrambe contemplavano un gatto rosso che si leccava tra le zampe. Guardandosi intorno mio marito, che si era offerto di accompagnarmi, aveva detto «Se hai bisogno di qualcosa, soldi o un giardiniere, chiamami. Vedrò cosa posso fare.» Aveva i lineamenti contratti in un’espressione che non avevo mai visto prima. Pensai che si sentisse in colpa, ma mi sbagliavo, perché dopo aver depositato le valigie in salotto ha girato i tacchi e non si è più fatto vedere.</p>
<p>Auuuuf Wiedersheeeeen!</p>
<p>Non fu facile ambientarsi. Non che mi mancasse la sua compagnia, ma mi sentivo terribilmente disorientata. La nonna era uscita dal mutismo in cui si era chiusa negli ultimi anni, tuttavia le poche parole che le uscivano di bocca suonavano sibilline. La straniera elargiva gran sorrisi, ma parlava ancor più raramente. Io mi sforzavo di ricambiare silenzi e sorrisi e intanto mi trascinavo nelle stanze in cui ero cresciuta sperando di trovare, nascosto tra le fotografie e i vecchi abiti tarlati, un indizio su chi ero stata o chi avrei potuto essere d’ora in avanti.</p>
<p>Che spettacolo avvilente eri! L’avrà pensato anche la straniera, quella mattina, quando ha provato a distrarti montandoti in testa una buffa acconciatura, come si fa con le bambine. Mentre su quello sgabello ti ingobbivi senza decenza sotto il peso della tua autocommiserazione, quella stringeva la lingua tra i denti e affondava con grinta il pettine nei tuoi capelli e cotonava, attorcigliava e scioglieva. Quando poi un’invisibile Arcimboldo le sussurrava alle spalle, tirava su una spiga di grano e un papavero da un vaso lì accanto e li appuntava con una forcina. Gliel’hai fatto almeno un sorrisetto di gratitudine quando ha iniziato a battere le mani soddisfatta per l’impresa appena compiuta?</p>
<p>Gli eventi cominciarono a precipitare a partire da quel pomeriggio. La straniera mi aveva piantata a sedere sullo sgabello girevole del pianoforte senza che potessi protestare e si era messa a giocare con i miei capelli. L’avevo lasciata fare; la lotta contro il sonno mi aveva allenata all’apatia. Quando le sue mani smisero finalmente di tirare ciocche e ferirmi la cute con delle vecchie forcine arrugginite, mi comunicò con un gesto di non alzarmi e corse in bagno a staccare lo specchio dalla parete. Avrei dovuto aiutarla. Tornando verso di me, era inciampata su una piega del tappeto e quello si era frantumato. Quando corse di sotto a prendere una scopa, e mi ritrovai sola a osservare le schegge ai miei piedi, si affacciò il ricordo della superficie del lago ghiacciato che avevo visto da bambina, e qualcosa mi spinse ad alzarmi e a camminarci sopra.</p>
<p>Ah, non eri completamente sorda allora.</p>
<p>Osservai la mia immagine frammentata e mi accovacciai per dare un’occhiata allo stato dei miei capelli. Mentre cercavo di scorgere il profilo destro e il profilo sinistro, un altro impulso mi fece abbassare lo sguardo e guardare il riflesso sul frammento di specchio tra le mie gambe. Vidi la macchia nera che mi capitava di sognare e, all’improvviso, avvertii lo stesso freddo nelle ossa che da sempre accompagnava quell’immagine. Una pennellata rossa si affacciò sulla superficie scura e subito scomparve, come il dorso di un pesce rosso. Con la coda dell’occhio notai la straniera che mi osservava appoggiata allo stipite. Mi precipitai sotto le lenzuola e lasciai che portasse via quel che restava dello specchio. Prima di uscire la straniera posò sul comodino il frammento più grande, e io mi girai sul fianco opposto. Quella visione tra le gambe mi aveva turbata. Mi addormentai e in sogno tornai al confine di quella vastità nera. Questa volta resistetti all’impulso di scappare verso lo stato di veglia. Restai sul bordo aspettando una traccia del guizzo colorato che avevo visto nello specchio e osservando la superficie ebbi l’impressione che non si trattasse del cratere di un buco nero come avevo sempre creduto. Sembrava piuttosto un lago.</p>
<p>É un peccato che il buco abbia avuto origine nella pancia e non nel cervello. Negli anni ti saresti risparmiata un sacco di ruminio mentale di nessuna utilità. La mattina dopo eri già pronta a dare la colpa a tua nonna e alla straniera. Erano loro, con la loro presenza, le responsabili della tua irrequietezza. Era certamente la loro presenza a causare le immagini che si producevano nella tua testa e che ti spaventavano tanto. Come no. Mammina? Dov’è la mammina? Il piagnucolio tremolante, pronto a tuffarsi dal bordo del labbro inferiore. Cosa avrebbe detto la tua indispensabile genitrice? L’avresti tanto voluto sapere, vero?</p>
<p>Mi resi conto che da quando era tornata a casa non avevo più messo piede in un centro estetico. Mia mamma non avrebbe creduto ai suoi occhi; non faceva che ripetermi che ero la ragazza più curata che si fosse mai vista. Decisi di provvedere subito, per scrollarmi di dosso la sensazione di paralisi che la casa e le mie due strane coinquiline mi ispiravano.<br />
Tra la ceretta e la permanente, mi capitò di trovare, all’interno di una rivista che mi era stata offerta, il volantino di una tale che vantava di saper trasformare zucche in carrozze e offriva il suo aiuto per realizzare i desideri altrui. Quel messaggio mi dette da pensare. Cosa desideravo? Non mi ero mai posta la domanda e non riuscii a rispondermi. Sentii che avrei potuto far sanguinare le tempie senza per questo tirar fuori un’intuizione su cosa potessi volere. Quanto ci vuole poco a rovinarsi una giornata. Rificcai con stizza il volantino nella rivista. ma subito dopo mi pentii e ricopiai il numero di telefono nella mia agendina vuota.</p>
<p>«Non vorrei che mi scambiasse per una maga. Quella della zucca era una metafora. Mi definirei piuttosto una levatrice.» Ma dai, e noi che pensavamo che tu fossi la fatina di Cenerentola! Se avessi avuto un briciolo di cervello&#8230;Ma in quel caso non ci saresti neppure andata da quella svalvolata. Una con due occhi a palla da competere con quelli di un gufo impagliato. A questo punto, perché non baciare i rospi quando spuntano al chiardiluna.</p>
<p>«Cosa vorresti dunque?»<br />
Quella domanda mi fece immediatamente sentire scomoda sulla sedia. Esitai, giusto il tempo di ricordarmi quanto mi stava costando quella consulenza, e svuotai il sacco.<br />
«Non lo so»<br />
«Cominciamo male. Bisogna pur averlo uno scopo. Che so&#8230;inventare qualcosa che non esiste ancora, fare un viaggio intorno al mondo. Anche un desiderio generico come diventare ricca, ma devi darmi qualcosa da cui partire.»<br />
Le lacrime mi punzecchiarono gli occhi, ma capii subito che non avrei trovato braccia carnose a consolarmi in quella stanza. La donna seduta di fronte a me, all’altro capo della scrivania, aveva già smesso di guardarmi per infilare un foglio azzurrino nella macchina da scrivere.<br />
«Non facciamo tragedie adesso. Forse la mancata gravidanza e la separazione ti hanno spenta un pochino.»<br />
Cominciò a battere velocemente entrambi gli indici sulla tastiera sillabando dalla prima all’ultima parola e prima di liquidarmi rilesse il testo a alta voce per accertarsi che avessi capito bene le istruzioni. Dal mattino seguente e ogni giorno fino al nostro incontro successivo, avrei dovuto:<br />
Arieggiare e tenere pulito l’ambiente in cui vivevo.<br />
Mangiare frutta e verdura tutti i giorni.<br />
Lavarmi e vestirmi come se avessi dovuto ricevere visite.<br />
Fare esercizio fisico mattina e sera. Ma niente passeggiate che avrebbero potuto rendermi malinconica e pensierosa; ci volevano salti con la corda, corse, esercizi che mi facessero mettere su una bella massa muscolare.<br />
Sarebbe stato impossibile pulire l’intera casa, che ormai era diventata estensione dell’orto, ma questa osservazione la tenni per me. Cominciai dalla mia stanza e dalla cucina.</p>
<p>Cos’è che penzola dal lampadario, saranno mica le tue ov&#8230;?</p>
<p>Strappai con decisione i fiori che crescevano tra le crepe del pavimento, sfrattai a uno a uno i ragni che dondolavano dal soffitto, rispedii nelle loro gabbiette conigli e galline recalcitranti. Spazzai, lavai e lucidai con una foga sconosciuta. Quando incontravo il mio riflesso in uno specchio sentavo a riconoscermi, con le gote rosse e i capelli avvolti da una nebbiolina di sudore.<br />
L’acqua nel secchio si scuriva rievocando la visione della macchia nera, che ormai mi perseguitava anche nelle ore di veglia. Di tutta risposta svuotavo il secchio dalla finestra.<br />
Non c’era un momento della giornata in cui non fossi impegnata a svolgere o pianificare una delle attività della lista.</p>
<p>Brava bambina. Vuoi questo? Un bel quaderno con i compiti da fare e una maestrina che ti dica brava? Piantala e vieni qui!</p>
<p>Dopo la prima settimana, la straniera mi pregò di lasciarla cucinare per una sera. Da quando avevo parlato con la levatrice ero riuscita, con una scusa o l’altra, a non farla più avvicinare ai fornelli. Promise che li avrebbe lasciati puliti come uno specchio. Quel modo di dire riaccese la memoria di quello su cui avevo camminato alcuni giorni prima, facendomi rabbrividire, ma scacciai il pensiero e le accordai il permesso, a patto che cucinasse verdure.<br />
Preparò una zuppa. Quando me la trovai davanti ci soffiai sopra e mentre il vapore si spostava vidi nel piatto un guizzo, come quello del pesce rosso che era apparso tra le mie gambe. Spinsi istintivamente la sedia dal tavolo e, per la prima volta, mi voltai verso la straniera con un senso di inquietudine. Attraverso il fumo caldo della zuppa, quella sorrideva come sempre.<br />
Il giorno dopo mi concentrai con ancor più convinzione sulla mia routine. Saltai la corda così a lungo che al termine dell’esercizio ebbi qualche difficoltà a camminare in equilibrio. Quando fu il momento di lavarmi, evitai di riempire la vasca da bagno. Ero ancora turbata dalla sera prima. Pur sapendo che non avrei dormito sonni tranquilli, sentivo l’urgenza di chiudere gli occhi e rilassare i muscoli del corpo; cedetti alla tentazione e mi infilai sotto le coperte. Al mio risveglio, sul comodino accanto a me era appoggiato il frammento di specchio che la straniera aveva conservato il giorno dell’incidente. Era stata lei a metterlo nuovamente lì?</p>
<p>Dai una sbirciatina S.</p>
<p>Corsi al piano di sotto con il pezzo di vetro in mano. «Cosa vuoi da me?» le gridai appena mi si parò davanti. Quella sgranò gli occhi e si irrigidì alla vista del frammento tagliente. «Cosa volevi che ci facessi eh? Da dove le tiri fuori quelle immagini?»<br />
La spinsi verso la porta continuando a brandire il pezzo di specchio e la cacciai di casa senza darle il tempo di raccogliere le sue cose. Mi sentivo come una bestia feroce pronta a sbranare per difendersi, una sensazione nuova che mi diede il capogiro.<br />
Senza la straniera nei paraggi mi sembrò che la casa e i suoi oggetti si fossero liberati dell’aria sinistra che aleggiava su di loro da qualche tempo. Finalmente li vedevo per quel che erano, stanze e mobilia abbandonate a sé stesse e invase dalla vegetazione. Decisi di proseguire con le pulizie e restituire alla casa il decoro che meritava.<br />
Trascorsi alcune giornate in gran movimento, con il giardiniere e il suo aiutante impegnati a far indietreggiare e contenere le piante, il muratore a rinforzare i muri su cui si erano aggrappate le edere e l’imbianchino a ritinteggiare interni e esterni. Mi sentivo coraggiosa e forte e coordinavo tutti con un’energia che mi rendeva orgogliosa. La nonna si era nuovamente chiusa nel suo silenzio e non servì a molto il tentativo di spiegarle che quella donna ci avrebbe reso pazze. Trovai inutile raccontarle che, nella stanza in cui dormiva, avevo trovato delle scodelle piene di acqua melmosa nascoste sotto il letto. Sulla superficie galleggiavano macabramente zanzare morte e batuffoli di polvere e capelli. Le avevo svuotate nel lavandino del bagno osservando con orrore il liquido sporco sparire nel tubo di scarico. Dopo quel ritrovamento avevo chiesto al giardiniere di bruciare un sacco pieno degli oggetti che la straniera non aveva fatto in tempo a portare via con sé, sperando che le fiamme ne cancellassero il ricordo e purificassero la casa dalle sue tracce.<br />
Al termine dei lavori stesi sul tavolo della sala da pranzo la tovaglia di lino bianco del corredo e andai a fare spese in una rinomata gastronomia. Volevo premiarmi con qualcosa di speciale, ma non avendo delle preferenze optai semplicemente per i piatti più cari, fiduciosa che fossero quelli che chiunque avrebbe voluto mangiare. Sebbene tutto quel lavoro fisico avesse rimesso in moto la circolazione sanguigna, ancora non erano affiorati desideri o segni di personalità. Ma questo non mi rattristava più. Ero giunta alla conclusione che non fosse poi così importante avere dei desideri propri; quel che contava era funzionare, tenere lontana quella macchia nera che voleva attirarmi a sé e ingoiarmi.<br />
Feci accomodare la nonna davanti a me; una compagnia silenziosa, ma anche l’unica su cui potessi contare in quel periodo.<br />
«Vuoi uno spicchio di limone per le ostriche?»<br />
In risposta allungò sul tavolo il frammento di specchio.<br />
La guardai inorridita.<br />
Per quella sera il salmerino deliziò i gatti di casa e la mousse alla frutta si sciolse sul tavolo a beneficio delle mosche.<br />
Mi sentivo ingannata. Perché mi spingevano verso quella voragine? Mi volevano morta?<br />
«Voragine&#8230;c’hai mai guardato dentro?»<br />
Una figura femminile stava attraversando l’ingresso. Era la vecchia che avevo scorto tra la folla il giorno delle mie nozze. Questa volta aveva le mani vuote.<br />
«Ci siamo conosciute molto prima del tuo matrimonio, non barare.»<br />
«Non mi ricordo di te.»<br />
«Non dire sciocchezze.»<br />
«Tu hai qualcosa di mio.»<br />
«Allora ti ricordi?»<br />
Mi sembrò di riconoscere il movimento di un sorriso sulle labbra della vecchia e provai di nuovo la rabbia feroce con cui avevo cacciato la straniera di casa.<br />
«Mi hai svuotata», gridai «mi hai fatto un buco dentro in cui rischio di cadere in continuazione!» Mentre le parole mi uscivano di bocca mi stupivo di possedere quei pensieri.<br />
«Sei venuta tu da me.»<br />
«Ero una bambina.»<br />
«Certo. Una bambina orgogliosa di sacrificarsi. Ne vedo tante sai? E fate tutte la stessa fine. Basta farvi spuntare una coda e vi credete subito un gatto.»<br />
«&#8230;»<br />
«Alzati la gonna.»<br />
«&#8230;»<br />
«Alzala.»<br />
Prima che potessi protestare sentii un liquido fresco scorrere attraverso le gambe. In men che non si dica, quel rivolo si fece abbondante e frettoloso come un ruscello, precipitandosi sul pavimento. Fui costretta a sollevare il vestito. Dalla vulva pesciolini rossi guizzavano verso la pozza d&#8217;acqua a terra. Inaspettatamente scoppiai a ridere.<br />
La vecchia mi stava già dando le spalle, dirigendosi verso l’uscita.<br />
«Bene. Non c’è bisogno di allagare casa, sei piena di specchi del resto.»</p>
<p><strong>Immagine di Francesco D&#8217;Isa. </strong></p>
<p><strong>**</strong></p>
<p><strong>Carla Fronteddu</strong> (1984) vive e lavora a Firenze. I suoi racconti sono apparsi su L&#8217;Indiscreto, Altri Animali, Tuffi Rivista.</p>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto &#8211; La serpe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Apr 2021 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dario valentini]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Rialti]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Giorgiana Mirabelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco D'Isa]]></category>
		<category><![CDATA[l'anno del fuoco segreto]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La descrizione del progetto </em><strong>L’Anno del Fuoco Segreto</strong><em>, si può leggere </em><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/">QUI</a></strong><em>.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-90067 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli--1024x1024.jpg" alt="" width="696" height="696" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli--1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli--300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli--150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli--768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli--1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli--696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli--1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli--1920x1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli--420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/Copertina-Elena-Giorgiana-Mirabelli-.jpg 2000w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><strong>di Elena Giorgiana Mirabelli</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>… e per un mese intero suonarono e ballarono</em></p>
<p>È mia madre ed è nel bosco.<br />
Ci sono le primule viola, l’odore di fiori e di sterco, il suono dell’acqua sulle pietre, una lunga gonna bianca. C’è la luna e una brezza di terra, lei è scalza. I capelli sulle spalle, sciolti, ciocche mosse e lucide; lascia dietro di sé l’odore dei balsami alle erbe che usa. Gli occhi sono piccoli e chiari, le labbra sottili, il viso senza grazia.<br />
Ilda, la donna dai capelli rossi, racconta una storia fatta di desideri e preghiere, di danze notturne e di rettili, di caviglie e gole blu. Quella storia arriva a me, al mio corpo di squame e al veleno che ho fra i denti. È la storia di mia madre che ha pregato ogni notte gli dèi del cielo e della terra, le nuvole e la luna: vedeva donne diventare madri, animali deporre uova, fiori riempire il giardino di profumi.<br />
Indossava la sua veste bianca, e mentre mio padre dormiva, scendeva giù verso il giardino, prendeva il sentiero e andava verso la radura. Lì, a piedi scalzi, sedeva sul masso, il masso dei segreti, degli umori e dei sussurri. Si sdraiava a terra, respirava, copriva i seni di sassi. Ingoiava erbe, seguiva le luci, pregava. Nessuno sa, neanche mia madre, per quante notti andò lì, nel bosco, scalza.</p>
<p>Nacqui che ero senza ossa. Una serpe lucida e piena di squame.</p>
<p>Nella mia stanza c’erano velluti e cuscini, felci e alloro. In un angolo, la gabbia con i topi bianchi che squittivano alla luna e battevano sul metallo. Quando all’alba Ilda entrava per svegliarmi, si sedeva accanto a me, le leccavo le mani e le succhiavo i seni, scivolavo fra le sue spalle, mi attorcigliavo alle sue caviglie. E lei intrecciava i tessuti e le storie.<br />
Ingoiavo le bacche rosse del biancospino e pensavo che altrove, a sud, un re serpe era ridiventato uomo.* Ilda diceva che anche per me l’incantesimo si sarebbe spezzato.<br />
«Come?», le chiedevo.<br />
«Devi solo sposarti. Lui si toglierà sette vesti e tu sette strati di pelle. E avrai le ossa e i capelli, avrai i seni e così dovrà accadere per tre notti».<br />
Doveva, però, essere bello e ricco. Figlio di un imperatore o di un re. Se così non fosse stato avrei potuto affondare il mio veleno in quella gola di uomo. Come accadeva nella storia.</p>
<p>Passavano gli anni e le mute. Lasciavo gli involucri in giro, sui tappeti, sui miei cuscini, sulle pietre.<br />
Una volta, al fiume, l’ho lasciata accanto ai talloni delle donne. Mia madre intrecciava i rami di salice. Ilda era seduta accanto a lei. Mio padre era via, chissà dove, lo vedevo sempre meno. Ricordo le sue spalle, la sua nuca, il suo viso no. Ilda diceva che lui non sopportava me e che viaggiava per tutte le terre conosciute e ignote alla ricerca di una soluzione al problema che ero. Quel giorno, Ilda bisbigliava perché non voleva che mia madre sentisse e soffrisse. Ma mia madre non soffriva. Intrecciava selci e masticava le bacche e poi si illuminava sempre quando Lui era presente. Lui, unico uomo che le donne ammettevano al fiume, era senza ciglia e capelli. Di solito, quando Lui arrivava, Ilda mi portava lontano da mia madre, diceva che era meglio così e che prima o poi avrei capito, quel giorno invece prese a bisbigliarmi la storia del serpente, dei sette strati di pelle e del grande ballo.<br />
«Anche per te ci sarà un grande ballo. Tuo marito non danzerà, rifiuterà gli inviti di contesse e marchesi, di principesse vestite di organza e principi vestiti di lino. Poi arriverà una dama dal lungo abito d’oro: quella dama sei tu, ma nessuno lo saprà. Al secondo ballo sarai vestita di blu. Al terzo sarai coperta di velluto».<br />
«E poi?» chiedevo.<br />
«Ci sarà festa».</p>
<p>L’indomani, eravamo nella radura. C’erano le primule viola, l’odore di fiori e di sterco, il suono dell’acqua sulle pietre. C’era la luna e una brezza di terra, presi a guardare con più attenzione le donne. Le vesti erano trasparenti e chiare, le gambe erano scoperte, i talloni screpolati e duri. Non avevo mai notato quanto i polpacci possano essere pieni di vene e cicatrici, quanto siano i piedi a definire la fatica. Mia madre ha i piedi piccoli e senza graffi. I polpacci non sono gonfi, ha le caviglie sottili. Quando abbraccio le sue gambe sento l’odore delle creme e degli oli. Queste donne sono robuste, muscoli in tensione, nervi abituati allo sforzo. Le vesti che indossano sono macchiate di terra, umori e sudore. Hanno croste e calli. La pelle dei talloni è una ragnatela di crepe e tagli. Sono belle perché diverse. Alcune sono piccolissime e nerborute, altre immense e piene di carne, altre ancora hanno capelli radi, ciocche scomposte e stoppose. Mi accorgo di non averle mai guardate davvero.</p>
<p>Raccolgono malva e ortiche, striscio fra le loro caviglie, Ilda mangia more, mia madre è rimasta a casa con Lui.</p>
<p>Ilda beve e poi mi mostra la sua lingua, mostra la sua gola. È blu e ride. Anche le altre bevono e ridono. Cominciano a cantare una canzone fatta di sole consonanti, poi di vocali apertissime, ma non c’è nessun significato in quello che dicono. Intonano catene di suoni, variando il volume a seconda delle indicazioni di Ilda perché è lei che ha chiamato il rito. Si muove fra le donne, le sfiora, a volte bacia la fronte o la guancia. A volte scende giù fra le gambe. Quando lo fa, quando decide di scendere con la testa fra le gambe di qualcuna, il ritmo accelera e le altre battono i piedi così forte che sento la terra vibrare. E allora comincio a strisciare sempre più veloce per evitare che mi schiaccino. Sono sul masso dei segreti, degli umori e dei sussurri. E le vedo che si avvicinano e si allontanano, girano attorno a Ilda e girano girano girano ognuna attorno al proprio asse. I vestiti si gonfiano e poi aderiscono alle gambe e ai busti. I seni cominciano a mostrarsi.<br />
Sono fiori che sbocciano, pianeti che orbitano, fiammelle che brillano.</p>
<p>E attorno tutto muta.<br />
L’odore del bosco si mischia al selvatico delle loro ascelle. Le vesti sono a terra e vedo i corpi graffiati, pieni di croste, splendidi come solo alcune storture sanno esserlo. Vedo schiene dritte, ricurve, seni gonfi di latte e grasso, vedo una donna con una lunga cicatrice al posto di un seno, delle pance slabbrate, capelli che cominciano ad appiccicarsi su fronti sporche e sudate.<br />
Una donna si accovaccia e sento salire l’odore acre dell’urina. E quell’odore è l’odore di vita, di sporco, è un odore che mi chiama.<br />
Comincio a strisciare e a risalire su per le loro gambe e sento un odore ferino che cambia e cambia e cambia ancora. Ilda è l’odore del bosco dopo la pioggia.<br />
Le salgo su per il corpo, Lei mi chiede di passarle fra le gambe, io le disegno una traiettoria lungo il fianco, fin su, fra le scapole e il collo. Le avvolgo la gola per tre volte. Lei comincia a danzare. A muovere i fianchi in modo morbido. Chiude gli occhi. Le sue mani sulle mie squame. Il ritmo di tutte è rallentato. Vedo lingue e braccia e seni e danze. Ilda vibra fra le mie spire.<br />
E poi arriva Lui. Si avvicina a Ilda mentre le altre donne hanno iniziato a intrecciare i capelli con i fiori. Sono stanche, alcune sono sedute e poggiano la schiena sul masso, altre preferiscono rimanere sdraiate a terra. Hanno gli occhi chiusi, le braccia abbandonate. La donna senza il seno ride. Io avvolgo il collo di Ilda che mi tiene ferma perché non vuole che io mi allontani. Lui si accovaccia accanto, nel silenzio del bosco l’unico suono, ora, è il respiro di Ilda. Le accarezza la fronte. Accarezza me. Dice che non esistono formule giuste, ma esistono formule. Non esistono storie esatte, ma esistono storie piene di errori. Dice che mia madre ha solo bisogno di luce, e che non c’è alcun incantesimo da spezzare. In quel momento il respiro di Ilda è un grido che mi frantuma.<br />
E accade.<br />
Tutti i sette strati di pelle scivolano via, l’uno dopo l’altro senza che io l’abbia deciso. E sono carne e sangue. Ossa e pelle. E gli involucri sono abbandonati e Lui li mangia, uno dopo l’altro.</p>
<p>Quando va via, le altre si rivestono lasciando me e Ilda sdraiate lì, da sole. Non ci sono più le fiamme a illuminare la radura. Sono completamente nuda. Guardiamo verso l’alto, ho le mani sulla pancia. Ilda ha un braccio dietro la nuca e le gambe sopra le mie. Sente la consistenza delle mie ossa. Le sento anch’io. Le chiedo cosa accade al re dopo il terzo ballo. Mi dice che lui è vestito da monaco, che i sovrani suoi genitori hanno bastonato sua moglie perché non doveva danzare con degli sconosciuti. Mi dice che allora la donna svela che quel monaco è il re serpente, che con quelle bastonate hanno impedito che si trasformasse in uomo, per sempre. Ilda quando racconta fa le voci. Stridule per i sovrani, la voce della moglie è roca, quella del re serpente è piena di toni bassi.<br />
Dice che dopo quelle bastonate, il re serpe si trasforma in un altro animale.<br />
«Ora è un uccello che vola via. La moglie lo cerca e lo riconosce. Ma lui le mozza le mani e le cava gli occhi».<br />
«Perché?»<br />
«Per spezzare l’incantesimo».<br />
E Ilda racconta che lei avrà di nuovo mani e occhi grazie all’intervento del divino. Le basta immergere i moncherini in una pozzanghera e passare le nuove mani sul viso. E con le nuove mani e i nuovi occhi costruirà un palazzo di fronte a quello del re. E alla fine i due si riconosceranno e danzeranno. E saranno felici.<br />
Poi, il suo entusiasmo si smorza.<br />
«Lui ha dovuto farlo. Ha dovuto mozzarle le mani, ha dovuto levarle gli occhi, perché solo così avrebbe rotto l’incantesimo e sarebbe rimasto uomo», mi dice.<br />
«Io non voglio mozzare mani né cavare occhi». Sono finalmente calma.<br />
Ilda si mette su un fianco e mi ascolta.<br />
«Non voglio nessuno a cui mozzare mani, non voglio gole in cui affondare veleno. Non voglio togliere strati, non voglio nascondermi. Non voglio attendere che arrivi chi spezzi l’incantesimo».<br />
«E allora, cosa vuoi?»<br />
«Voglio solo danzare ogni notte».</p>
<p>*<em>Il Re serpente</em>, in Italo Calvino, <em>Fiabe italiane</em>, vol. II, Einaudi, Torino 1956.</p>
<p><strong>Immagine di Francesco D&#8217;Isa. </strong></p>
<p><strong>**</strong></p>
<p><strong>Elena Giorgiana Mirabelli</strong>, nata a Cosenza nel 1979, laureata in Filosofia, ha curato volumi per Carocci, Laterza e altri editori. Collabora con la rivista dedicata all’arte e alla letteratura erotica <em>Queef Magazine</em>. È redattrice della rivista <em>Narrandom</em> e dell’agenzia Arcadia b&amp;s di Cosenza. Ha esordito a febbraio 2020 con il romanzo <em>Configurazione Tundra</em> (Tunué).</p>
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