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	<title>L&#8217;Aquila &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Habitat – Note personali # 3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2015 05:00:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Chiappanuvoli interventi di Emiliano Dante &#160; Vedere un film sull’Aquila a sei anni dal terremoto con tutto ciò che nel frattempo è stato detto è masochistico, questa l’opinione comune. Il film, però, è di un regista aquilano che conosco, Emiliano Dante, allora, mi faccio coraggio e vado, lo proiettano nell’auditorium di Renzo Piano, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Manifesto-Habitat.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-55893" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Manifesto-Habitat-212x300.jpg" alt="Manifesto Habitat" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Manifesto-Habitat-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Manifesto-Habitat.jpg 526w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a></p>
<p>di<strong> Alessandro Chiappanuvoli</strong></p>
<p>interventi di<strong> Emiliano Dante</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vedere un film sull’Aquila a sei anni dal terremoto con tutto ciò che nel frattempo è stato detto è masochistico, questa l’opinione comune. Il film, però, è di un regista aquilano che conosco, Emiliano Dante, allora, mi faccio coraggio e vado, lo proiettano nell’auditorium di Renzo Piano, sfondo rosso e acustica perfetta.</p>
<p><em>(Più sfondo rosso che acustica perfetta: mancavano i subwoofer all’amplificazione. Poca cosa, se si considera che abbiamo proiettato in 15/9 per adattare la proiezione a uno schermo fatto a cazzo.)</em></p>
<p>Il film s’intitola <em>Habitat – Note personali </em>e parla della vita all’Aquila nel periodo post emergenziale: Progetto C.a.s.e., M.a.p., autonoma sistemazione, anni 2010, 2011…2014. Emiliano ha già diretto un altro film, <em>Into the blue</em>, ambientato nelle tendopoli, che vidi a suo tempo e mi piacque, o meglio, lo trovai tollerabile, degno, diverso dalla gran parte delle testimonianze, spesso di scarsa qualità e obiettività, dal retrogusto vittimistico o beceramente speculative.<span id="more-55867"></span></p>
<p><em>(Into the Blue è un film fatto in tenda, in tre mesi, per dimostrare a noi stessi e al mondo che eravamo vivi. Anche se non era per niente retorico nei contenuti, era comunque un film di punti esclamativi. Habitat è stato fatto in cinque anni, quindi è per forza di cose molto più meditato. E meditabondo. È un film di punti di sospensione e qualche punto interrogativo.)</em></p>
<p>Di là del masochismo e della sovrapproduzione culturale, credo, però, che di questa catastrofe molto ancora debba essere raccontato, e compreso. Orbe vittime di parole, penso me e gli aquilani.</p>
<p>Su come cambia la vita di un cittadino senza città e su come cambiano non solo le abitudini, quanto gli schemi mentali, le emozioni persino è puntato l’occhio della telecamera, ripercorrendo la vita di alcuni compagni della tenda 3 nel campo di Collemaggio, quell’estate, e del regista stesso. Qualcuno è andato via, qualcuno è restato. E chi è restato per lo più non vive dove viveva prima, ma si aggrappa ad altre mura, ad altri posti, lontani dai propri ricordi.</p>
<p>Nello spazio disgregato in cui si è sciolta L’Aquila ci si muove in auto, il tempo passato tra periferie di capannoni e immondizie ai bordi delle strade è moltiplicato. I progetti C.a.s.e. sono lontani dal centro e un Centro per il tessuto urbano non c’è più, si vaga sempre da un margine all’altro, di rotonda in rotonda, naufragando.</p>
<p>Le immagini scorrono in tonalità di grigio, non c’è colore in una città così; assurdo sembra, infatti, riprendere i colori, perché? quali? di quale vita? Il bianco e il nero, invece, meglio rappresentano, quasi confortano, nel paradosso che ormai siamo ormai, sembriamo più veri.</p>
<p><em>(Wenders lo fa dire a un suo personaggio, in un suo vecchio film. Io non credo che il bianco e nero sembri più vero, credo che sembri più ciò che desidero esprimere.</em><em> </em><em> L&#8217;Aquila in sé ha colori saturi, puri, intensi.</em><em> </em><em>Sono i colori della forza e dell’indifferenza della natura, sono i colori del terremoto: non possono essere anche quelli del terremotato, di chi quell’indifferenza l’ha subita.</em><em>)</em></p>
<p>E tetri sono i Progetti C.a.s.e. da cui Emiliano parte per poi raggiungere i suoi amici, luoghi asettici sono, “non-luoghi in una non-città”, apostrofa. L’impianto scenografico voluto dal Governo, passare dalle tende alle case per offrire una sistemazione più dignitosa ai terremotati, crea un effetto contrario, perverso: a perdersi è la realtà, e la dimensione del vissuto, l’attesa del ritorno alla normalità in uno stato di alienante precarietà diventa uno iato senza tempo. E la dignità che dovrebbero donarci quelle case, invece, ce la strappano, tolgono noi l’essenza di ciò che siamo, di quel che abbiamo passato, del nostro dolore: per essere dignitoso non devi sembrare ciò che sei, un terremotato.</p>
<p><em>(Devi dissimularlo, come qualcuno dissimula l’età o la calvizie. È uno dei passaggi più veri del film, secondo me, ma anche più difficili da capire, per un certo tipo di persona. Per molti</em><em> </em><em>il terremoto è</em><em> </em><em>solo</em><em> </em><em>una questione di case e di edilizia, non di storia e di esperienza.  Ma la questione dell’autenticità dell’esperienza è centrale nel nostro periodo storico, così come la capacità di accettare il dolore per elaborarlo. In una situazione come la nostra è davvero importantissimo, molto più importante del resto. Almeno dal mio punto di vista, affrontare il terremoto con l’idea di farti vedere il meno possibile le macerie di casa è una follia.)</em></p>
<p>Cos’è questo buco con la periferia intorno, si domanda il regista, e cosa tutti questi frammenti sparpagliati, questi frammenti d’esistenze, frammenti che più si prova a rimettere assieme e più si sbriciolano tra le mani? È rubando, però, pezzetto pezzetto alla sua vita e a quella dei protagonisti che qualche straccio di significato sembra emergere, resistere all’entropia, al caos, alla distruzione emotiva che segue inesorabile quella materiale, e non un vuoto, ma una mancanza appare L’Aquila: la mancanza di passato, di certezza, che porta alienazione nel presente e disperazione, se si volge lo sguardo al futuro.</p>
<p>Accettando l’oblio, stringendo ciò che resta e ci resta, seguendo il flusso del vortice abbracciati al poco che possiamo stringere tra le braccia, accogliendo il fallimento della vita, la sua fragilità, la nostra, la sua inevitabile parzialità e incompletezza, pare suggerire Emiliano, si può forse difendere almeno se stessi, il proprio piccolo spazio, e solo così coltivare quelle semplici, piccole speranze, essenziali alla vita.</p>
<p><em>(Non vorrei che si pensasse che dopo cinque anni ho trovato una morale ombelicale e un po’ intimista al tutto. Credo che nella parzialità si trovi l’antidoto a gran parte delle stronzate retoriche di cui ci siamo sommersi sin qui, questo sì.  Credo anche che nella parzialità si trovi  un senso profondo del vivere all’Aquila – che è un posto in sé parziale e frammentario, sia fisicamente che socialmente. Paradossalmente, quindi, l’adozione di uno stile frammentario è parte del processo di adattamento al nostro nuovo Habitat.)</em></p>
<p>Si resta, quindi, per senso di colpa o di appartenenza, ci si chiede infine, a tentare di ricomporre i frammenti delle nostre esistenze e i cocci della nostra città? E quale senso di colpa, quale appartenenza? Si resta per ridurre l’entropia, dice il regista aquilano, per resistere comunque, è inevitabile, sembra. Si sopravvive, si deve.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il film è stato presentato al Torino Film Festival 2014. Per saperne di più <a href="http://www.dansacro.org" target="_blank">www.dansacro.org</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Habitat-2.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-55894" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Habitat-2-300x169.jpg" alt="Habitat 2" width="300" height="169" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Habitat-2-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Habitat-2-1024x575.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Habitat-2-900x506.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Habitat-2.jpg 1100w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>News Town #2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2015 05:12:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Continua la ricognizione su l&#8217;Aquila, città di frontiera, cominciata qui e continuata qui.] &#160; di Alessandro Chiappanuvoli &#160; Cominciai a sentirne parlare da Mattia, uno dei fondatori, con cui vivevo insieme all’epoca. Mi disse che stavano cercando di mettere su un giornale, e aggiunse poco altro sullo stato dell’informazione in città, sulla necessità di fare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/home-page-NT.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-55632" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/home-page-NT-300x283.jpg" alt="home page NT" width="300" height="283" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/home-page-NT-300x283.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/home-page-NT-900x848.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/home-page-NT.jpg 1007w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>[Continua la ricognizione su l&#8217;Aquila, città di frontiera, cominciata <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/06/13/la-citta-di-frontiera/">qui</a> e continuata <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/07/04/off-site-art-artbridge-per-laquila-1/">qui</a>.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di<strong> Alessandro Chiappanuvoli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cominciai a sentirne parlare da Mattia, uno dei fondatori, con cui vivevo insieme all’epoca. Mi disse che stavano cercando di mettere su un giornale, e aggiunse poco altro sullo stato dell’informazione in città, sulla necessità di fare qualcosa a riguardo. Io rincarai la dose sostenendo che i media locali fin dai primi giorni dopo il terremoto sono stati troppo passivi, decisamente poco critici su quanto avveniva. Dopo un anno e mezzo, quel proposito era online: <em><a href="http://www.news-town.it">NewsTown – le notizie dalla città che cambia</a></em>, il nome del quotidiano, la pagina web a incidenza rossa, nera e grigia e il logo formato da una N e una T con un braccio di gru nel mezzo che sposta un pezzo della N.</p>
<p>Prima del 6 aprile 2009, tre o quattro erano le testate giornalistiche in città, nei mesi successivi invece sono proliferate, tra quotidiani online, redazioni televisive, free-press; senza contare i numerosi blog che, a diverso carattere, hanno provato a testimoniare. È stata un’onda, spinta dal desiderio di raccontare, dal bisogno di dare un senso a quel che accadeva, e mista al sano spirito d’iniziativa o al più becero opportunismo.<span id="more-55407"></span></p>
<p>Roberto mi aspetta al tavolo del pub. Sorride, come sempre. Ha una storia da raccontarmi. Ordiniamo due birre e iniziamo a parlare.</p>
<p>Torniamo ai mesi dopo il terremoto, in collaborazione con Radio Popolare, Nello e Roberto realizzarono una serie di puntate radiofoniche, una sorta di microfono aperto per carpire gli umori della città. L’anno seguente fu la volta della trasmissione A24, offrire una chiave di lettura al resto del Paese era l’obiettivo, e in quell’occasione si unirono anche Mattia e Alessandro. L’esperienza finì nel 2011 ma l’idea di raccontare L’Aquila sotto un’altra luce restò in loro, come una specie di tarlo, dice Roberto.</p>
<p>Poi le loro strade si divisero per qualche tempo, continuando però a sentirsi, a coltivare il loro progetto. La svolta arrivò nel settembre 2012. Finita l’estate si rincontrarono all’Aquila nella difficile eppur favorevole condizione di non sapere cosa fare della loro vita. Iniziarono le riunioni, facciamo un giornale, si dissero, e però c’era da decidere che taglio dare, da quale pulpito far tuonare la loro voce. E c’era pure da fare il sito internet, trovare una sede e i fondi necessari. Vinsero un bando in collaborazione con l’Università dell’Aquila che gli dette un po’ di risorse e respiro; ne nacque il progetto parallelo, il periodico studentesco <em>StudenTown – essere studenti nella città che cambia.</em></p>
<p>Il 13 marzo 2013 il sito è online. Tra i primi pezzi ad apparire ci sono un articolo sui debiti fuori bilancio del Comune e un’inchiesta sulle convenzioni urbanistiche non rispettate tra l’amministrazione locale e gli imprenditori. Delle irregolarità a favore di questi ultimi ovviamente, che diedero persino avvio all’azione della magistratura. Nei giorni successivi, poi, un articolo sulla biblioteca provinciale, un’inchiesta sull’ospedale regionale e lo sguardo sempre attento sull’intricato processo di ricostruzione, gli garantiscono l’immediato interesse dei lettori, nonché le furie di alcune lobby nostrane.</p>
<p>L’obiettivo ora diventa farsi conoscere e ottenere visualizzazioni, costruirsi una credibilità, imparare velocemente le insidie del mestiere e i risultati non tardano ad arrivare. È il dicembre 2013, un’altra loro inchiesta, pubblicata con tanto d’intercettazioni, mette in luce un sistema corruttivo annidato dentro le stanze del Comune stesso. La notizia ha una grande eco e attira di nuovo l’attenzione nazionale sulla città, persino il Sindaco è costretto a dimettersi, salvo poi fare passo indietro. E arrivarono puntali le prime querele e i primi maldestri tentativi d’imbonimento da parte del potere ma al contempo anche i primi lavori privati, ufficio stampa e organizzazione di eventi, commissionatigli come società, e arrivò la pubblicità deva di nota e arrivarono i primi dividendi.</p>
<p>A due anni dalla loro nascita, in città è chiaro a tutti ormai che loro sono i cani sciolti, quelli che non si accontentano di riportare la notiziola, ma verificano, criticano, che loro sono quelli che mordono più degli altri. Abbiamo ottenuto buoni risultati – dice Roberto – ma quel che crediamo sia importante è dare voce alla parte sana dell’Aquila, alle piccole realtà, tenere sempre alta l’attenzione sui processi sociali più delicati, salvaguardare il bene comune e poi stare tra le persone, tra la gente. In fondo, – continua buttando giù l’ennesimo sorso di birra – qui ci sono cose da dire e da indagare più che altrove, L’Aquila è un micro-mondo, stimolante, dove si può unire lavoro e passione.</p>
<p>Oggi godono della legittimazione che meritano, nessuno gli chiede più chi siete, che volete. Faticano sempre a far quadrare i conti, perché si sa che la vita di un giornale è dura senza avere alle spalle un editore e una vera struttura pubblicitaria, ma riescono comunque ad accumulare un cospicuo numero di visualizzazioni che fa del loro sito uno tra i più seguiti in città. La loro linea editoriale, libera e spregiudicata, più rivolta alla politica locale che alla cronaca, li rende un punto di riferimento non solo per i cittadini, ma spesso anche per l’opposizione di Destra che dalle loro inchieste prende spunto. Mi confida Roberto che qualche collega della carta stampata gli ha persino chiesto lavoro, ma le risorse sono quello che sono e non resta che la lusinga della domanda.</p>
<p>Da una rubrica apparsa su <em>NewsTown</em> sotto lo pseudonimo di Ford Perfect, qualche settimana fa, è nato persino il libro <em>Praticamente innocua</em>, una raccolta di articoli sulla memoria dei luoghi aquilani pubblicata poi da una nascente casa editrice cittadina, la Uau edizioni. Insomma, le cose sembrano andare per il verso giusto, tanto da farli sentire pronti a una svolta, al salto di qualità. Verrebbero ingrandire la redazione, strutturarsi sempre di più e aprirsi ad altre forme di comunicazione, come up per smartphone o, perché no, tornare magari al punto di partenza e mettere su una radio. Roberto, però, sulla questione non si vuole sbilanciarsi.</p>
<p>Ci lasciamo aggiornandoci su un paio di amici in comune e sulle prossime presentazioni di libri in città, non prima però di aver fumato una sigaretta insieme. Roberto è stanco, si vede, ma sorride, la storia che doveva raccontarti è finita, ma lui continua a sorridere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La città di frontiera #0</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2015 05:00:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/foto-di-Francesco-Cardarelli.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-54532" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/foto-di-Francesco-Cardarelli.jpg" alt="foto di Francesco Cardarelli" width="800" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/foto-di-Francesco-Cardarelli.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/foto-di-Francesco-Cardarelli-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/foto-di-Francesco-Cardarelli-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
<p>di<strong> Alessandro Chiappanuvoli</strong></p>
<p>La città è una città di frontiera, lo è sempre stata, e mai sarà del tutto conquistata, dunque, continuerà a esserlo. Sorge su un piccolo colle nel mezzo di una grande vallata, alte montagne tutto intorno bloccano gli sguardi dei suoi abitanti, la tentazione dell’oltre li opprime. Prima dell’immane catastrofe che l’ha colpita, l’ultimo confine che ha incarnato divideva il centro del Paese dal sud, e così come la modernità dalla tradizione; queste potenze da sempre la tenevano in scacco.<span id="more-54525"></span></p>
<p>Sei anni fa la catastrofe che tutti conosciamo. E la città fu prontamente soccorsa da eserciti nazionali, eserciti di volontari, invasa, quindi. Oltre che le casette rusticane nei paesini, i condomini impersonali delle periferie e agli antichi palazzi che adornavano il suo centro, la sua identità s’è danneggiata, compromessa, s’è persa. Orde barbariche poi, assieme agli eserciti, hanno straziato la sua terra, e martoriato la sua memoria. Dopo sei anni, le sue ferite sono ancora aperte, la violenza psicologica s’è aggiunta a quella naturale, la sua cultura è stata contaminata da atti inverecondi d’inciviltà, la speranza di risorgere s’è irrimediabilmente fiaccata, l’assedio sembra essere ormai del tutto riuscito.</p>
<p>Ma la città è una città di frontiera e proprio quel suo stare sul confine, lo spirito che violentemente ha incarnato stando per secoli sul confine, è oggi il male suo profondo e la stessa sua cura endogena, una sorta di risposta immunitaria.</p>
<p>La sua struttura non solo materiale ma metafisica s’è andata mutando profondamente in questi anni, dove c’era la piazza, la biblioteca, il mercato ora c’è una transenna, un vuoto, dove c’era identità c’è ora una sostanza liquida, gelatinosa, malleabile. Le invasioni barbariche, gli eserciti, ma soprattutto le visite di cordoglio e amicali, sincere, insperate, hanno portato un rilevante rimescolamento nelle idee: si sa, lo straniero porta con sé una potenza sia devastante che costruttiva, e ciò ha causato una grande destabilizzazione come pure salvifica fecondazione. Ma se da un lato tutti hanno dovuto fare i conti con il caos imperante, dall’altro, soltanto pochi hanno saputo cogliere nella necessità del momento la grandiosa possibilità non solo di ricostruire la propria identità ma di rigenerarla, persino. Pochi l’hanno fatto e continuano a farlo, e sono i più motivati, i più creativi, gli artisti, i folli, i sognatori. Contro la cristallizzazione di un’identità inevitabilmente ferita, zoppa, frammentata, si sono scatenati il genio e la passione: imprevedibili, potenti.</p>
<p>E ancora, se l’oscura violenza della morte, lo spettro gelido della fine, ha segnato per sempre le anime errabonde e spaurite dei suoi abitanti, intaccandone il sorriso, stravolgendone i sensi, pure ha ridato linfa nuova alle essenziali espressioni vitali, ha risvegliato, scatenato e incanalato una straordinaria, inaspettata energia. Qui insomma, ogni cosa, ogni gesto pare, seppur in costante contrasto con la realtà, possibile. Sì, possibile.</p>
<p>La città è una città di frontiera, lo è sempre stata e sempre lo sarà: questa è la sua condanna e insieme la sua salvezza, il suo paradosso, il suo <em>phármakos</em> che è veleno e pure antidoto, male e cura. È in luoghi come questo che avviene una specie di metamorfosi, la metamorfosi della paura, (R. Escobar, <em>La metamorfosi della paura</em>), è qui che è possibile un rimescolio delle carte in gioco, delle regole e che dalla distruzione invece si creino altre opportunità, altre occasioni, un altrimenti altro, vitale. In posti come questo, dove necessariamente i confini sono sempre da ristabilire, e altri ancora saranno i territori da dividere, e altre le esperienze da definire, altri i significati da capire, dove l’altrove sarà sempre al di là, oltre le montagne, disponibile al sogno. È in posti come questo che si esperisce la libertà vera, “non libertà <em>dai</em> confini ma <em>attraverso</em> i confini”.</p>
<p>L’Aquila è la città di frontiera.</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>*</p>
<p><em>Foto di Francesco Cardarelli</em></p>
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		<title>I dimenticati del terremoto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/12/i-dimenticati-del-terremoto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Mar 2014 11:00:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Angelo Mastrandrea da IL PAESE DEL SOLE EDIESSE Marzo 2014 &#160;&#160;&#160;&#160;All’ingresso di San Gregorio c’è una voragine lunga qualche decina di metri e larga un po’ meno. «Lì c’era casa mia, è stata abbattuta perché pericolante, attendo che arrivino i soldi per ricostruirla». &#160;&#160;&#160;&#160;Carlo Cinque abitava dove ora crescono le erbacce, in questo borghetto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Mastrandrea</strong></p>
<p align="right">da <a href="http://www.ediesseonline.it/catalogo/carta-bianca/il-paese-del-sole" target="_blank"><strong>IL PAESE DEL SOLE</strong></a><br />
EDIESSE Marzo 2014</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;All’ingresso di San Gregorio c’è una voragine lunga qualche decina di metri e larga un po’ meno. «Lì c’era casa mia, è stata abbattuta perché pericolante, attendo che arrivino i soldi per ricostruirla».</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Carlo Cinque abitava dove ora crescono le erbacce, in questo borghetto di case in pietra che piange il cuore a vedere così malridotto: ferito a morte dal terremoto di quattro anni e mezzo fa, abbandonato, destinato a essere cancellato dalle cartine geografiche. San Gregorio è una delle 59 frazioni dell’Aquila, neppure la più lontana dal capoluogo. Troppo piccole per avere la pretesa di assurgere alla dignità di comune autonomo, ma ognuna con una vita propria, una sua storia, un’identità e una fisionomia uniche. Bisogna prendersi la briga di venire fin qui, fuori dalla città e lontano dallo scandalo del centro storico senza vita, per comprendere fino in fondo in che modo vivono i dimenticati del terremoto abruzzese, come interi paesi siano stati uccisi, e con essi un intero tessuto economico e culturale sia stato lasciato marcire. Il loro cuore si è fermato alle 3 e 32 del 6 aprile 2009, quando una tremenda scossa – magnitudo 6,3 della scala Richter – ha cambiato per sempre l’assetto urbanistico e sociale di un pezzo di Italia appenninica. Il resto lo hanno fatto gli uomini.</p>
<p><center><iframe loading="lazy" width="640" height="360" src="//www.youtube.com/embed/PHJ3Ne5KeZU?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Carlo Cinque oggi vive in uno dei moduli abitativi provvisori costruiti dal Genio militare sulla collina che sovrasta San Gregorio, una delle 19 <i>new towns</i> sorte a margine dei centri abitati distrutti, vere e proprie «non-città», come le definirebbe l’antropologo francese Marc Augè, o ancora peggio «anti-città», come le ha definite Barbara Spinelli su «Repubblica» sottolineandone la cancellazione di un elemento costitutivo fondamentale: la <i>polis</i>, ossia quella forma di organizzazione civile, politica, urbanistica che trasforma gli individui in cittadini. La casetta provvisoria del signor Cinque è un’abitazione di 40 metri quadri in legno e dalle pareti in cartongesso, poggiata su una superficie in cemento armato. Prima o poi dovrà lasciarla per tornare ad abitare una casa vera, ma quel giorno pare ancora lontano. Nell’attesa, ogni mattina il nostro interlocutore esce per andare al lavoro, da geometra all’Agenzia delle entrate, e ritorna quando ormai è sera. Così fan tutti, nel dormitorio di San Gregorio.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nessuno sa quanto eterna sarà la provvisorietà. Queste casette non sono fatte per reggere a lungo, da queste parti il tempo è inclemente e le infiltrazioni di umidità sono comuni come i raffreddori invernali. Ma lo scandalo peggiore non sono tanto le condizioni in cui versano le abitazioni, la loro fragilità, la sproporzione evidente tra soldi spesi e servizio fornito, quanto il non aver neppure immaginato la possibilità di una vita sociale. A San Gregorio non c’è un bar, un negozio o un luogo di ritrovo per i suoi trecento abitanti. È stato costruito un centro civico ma rimane chiuso «per diatribe sulla gestione», e le panchine nella piazzetta antistante sono desolatamente vuote. Un po’ di movimento c’è solo quando il bus scarica i ragazzi di ritorno da scuola e i pochi senza patente. «Qui devi avere la macchina per spostarti, altrimenti sei finito», spiega Cinque. Nelle 19 <i>new towns</i> che circondano L’Aquila come una corona di spine sono stati trasferiti poco più di 15 mila terremotati – su 60 mila sfollati complessivamente – e l’unico problema che non esiste è quello del parcheggio.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per comprendere appieno cos’è stato il berlusconismo vale la pena farsi un giro da queste parti, entrare nelle case, osservare la vita nei suoi aspetti più minuti. Alle vittime del sisma è stata fornita un’abitazione con tutti i confort: la televisione, la lavatrice, il ferro da stiro, persino lo schiaccianoci e una bottiglia di spumante come segno di benvenuto, poi sono stati abbandonati al loro destino. All’esterno, il deserto. Carlo Cinque aspetta che arrivino i soldi per ricostruire la sua casa laddove era prima del terremoto. «Per ora stanno solo demolendo le case pericolanti», sono passati quattro anni e mezzo e la ricostruzione appare una chimera. Facciamo una passeggiata nelle stradine dell’antico borgo, violando con facilità le transenne della “zona rossa”. A San Gregorio il terremoto ha fatto otto vittime, le case hanno retto abbastanza e, a girare tra i vicoli, si ha quasi un’apparenza di normalità. A un balcone ci sono dei panni stesi ad asciugare. Stanno lì da quattro anni e mezzo, nessuno è venuto a riprenderseli. Il paese è morto: su settecento abitanti ne sono rimasti una decina, gente che abitava ai margini del centro storico e che per questo ha potuto ristrutturarsi l’abitazione o autocostruirsi una baracca in legno nella quale poter risiedere. Chi poteva lo ha fatto, preferendo il proprio giardino a una asettica <i>new town</i>.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Giusto a fianco alla voragine che un tempo ospitava la casa di Carlo Cinque si lavora alla ristrutturazione di un edificio religioso: «È la chiesa di Putin», intitolata a San Gregorio Magno. Leggo sul cartello che indica la data di inizio dei lavori, i progettisti, ecc: «Intervento finanziato dal governo della Federazione russa, importo 1.957.288,37 euro». È l’eredità del G8 voluto da Berlusconi proprio a L’Aquila, nel 2009: la Russia ha «adottato» l’edificio religioso e pure un palazzo settecentesco nel centro della città, mentre il governo del Kazakistan – lo stesso del caso Shalabayeva – ha ristrutturato a sue spese l’Oratorio di San Giuseppe dei Minimi.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Camarda è un piccolo borgo arroccato su una roccia lungo la strada che porta al Gran Sasso. L’Aquila è distante una ventina di chilometri, di cui la prima metà sono tornanti che attraversano un suggestivo canyon. Il paese ha retto meglio di altri l’urto sismico, forse perché le case nascono come appendici alle grotte, che generalmente erano usate come cantine. In una di queste, Anna Barile ha portato due bombole del gas e un fornello, e organizza di tanto in tanto qualche serata “clandestina” con gli amici, riportando per qualche ora un po’ di vita in un paese-fantasma. Mentre Camarda si spopolava lei vi si è invece trasferita. Romana, trapiantata all’Aquila da vent’anni e sfollata a causa del terremoto, dopo otto mesi in una tendopoli è riuscita a farsi assegnare un appartamento di 40 metri quadri nella <i>new town</i> costruita sulla collina di fronte all’antico borgo grazie al fatto che il suo compagno Paolo è originario di questi luoghi. A dirla tutta, una parte dei terreni sui quali hanno costruito la città nuova era di sua mamma, gliel’hanno espropriata «e non hanno ancora pagato». «C’erano vigne, boschi, cave di tartufo, alberi secolari. Hanno abbattuto tutto», racconta. Ora ci sono file ordinate di case a due piani, circondate dall’asfalto. Anche qui, come a San Gregorio, non c’è un bar, un negozio o un qualsiasi altro punto di ritrovo, la posta apre due volte a settimana e per far la spesa bisogna attendere che passino i venditori con i furgoncini. Alcuni girano porta a porta, un camioncino che trasporta latticini parcheggia in un piazzale deserto in attesa di qualche raro passante. Chi soffre più degli altri, in queste <i>new town</i> che non hanno più nulla di quelle <i>old</i> e da cui prendono il nome, sono gli anziani, sradicati, più che dalle loro vecchie case, dal tessuto di relazioni del paese. Li vedi uscire solo quando passano gli ambulanti. Fanno la spesa e rientrano nelle loro case, spesso senza scambiare tra loro neppure una parola. «Qui a Camarda morti per il sisma non ce ne sono state. Sono arrivate dopo, sotto forma di infarti, depressioni, suicidi», sostiene la mia interlocutrice.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nelle “anti-città” del dopo-terremoto in Abruzzo si vive così, rintanati come topi nelle proprie tane. Si esce solo per andare a scuola o al lavoro, e ogni giorno scendere verso la città e poi rientrare è un piccolo viaggio. Anna Barile ci tiene a farmi vedere quello che è diventato l’unico spazio di socialità di questa <i>new town</i> sotto il Gran Sasso. È quello che definisce un «orto insorto»: un quadrato di terra con piccole coltivazioni, un tavolone per pranzi e cene, una capanna di legno e uno spazio giochi per bambini. «Si è trattato di un atto di ribellione, la dimostrazione che anche senza risorse economiche si può fare qualcosa di meglio di quello che è stato fatto», dice.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I soldi buttati al vento nella ricostruzione dell’Abruzzo sono stati tanti. L’europarlamentare danese Soren Sondergaard ha appena consegnato al Parlamento europeo un dettagliato dossier che mette in fila tutte le assurdità della gestione del post-terremoto: ogni appartamento di quelli che mi stanno di fronte è costato il 158 per cento in più rispetto ai prezzi di mercato, diversi appalti sono finiti a società in contatto diretto o indiretto con la criminalità organizzata, il calcestruzzo è stato pagato quattro milioni oltre il previsto e i pilastri degli edifici hanno sforato di 21 milioni il prezzo preventivato.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anna Barile ci aggiunge i costi del pacco dono berlusconiano: 10 mila euro per i tozzetti alle mandorle, 9 mila per i portachiavi con lo stemma della Protezione civile, 24 milioni per l’irrigazione artificiale dei giardini «che non funziona perché mancano le cisterne» e così via per altre inutilità servite solo ad alimentare l’ideologia individualista della «tana casalinga» – rubo il termine ancora una volta a Barbara Spinelli – e il culto della finzione, prerogativa essenziale del berlusconismo. Come per i limoni finti fatti piantare a Genova per il G8 del 2001, mentre attorno si scatenava l’inferno.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il centro storico di Camarda è stato abbandonato anche da qualcuno che, sfortunatamente, aveva ristrutturato l’abitazione poco prima del sisma. Come si fa ad abitare in un paese-fantasma, senza servizi e attività? Le bollette però continuano ad arrivare, nonostante il gas sia stato staccato all’indomani del 6 aprile e le case siano state dichiarate inagibili e dunque inabitabili. Il contenzioso va avanti da mesi: le agevolazioni previste dall’Autorità per il gas e l’energia elettrica non sono state prorogate ed è accaduto che l’Enel abbia richiesto anche gli arretrati, dal giorno del terremoto.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Felice invece non ha voluto saperne di andarsene e continua ad abitare nella casa puntellata e piena di crepe nella piazzetta di fronte alla chiesa. È l’unico abitante del paese antico. Poco più su, in cima a una torre, l’orologio del Treo continua imperterrito a sbagliare l’ora con estrema precisione: la vendetta postuma dell’orologiaio cui non fu corrisposto il compenso pattuito – «l’orologio del Treo è sempre matto per cinque lire mancate al patto fatto», recita un proverbio locale – ha resistito all’usura del tempo e alla violenza del sisma. All’ingresso del paese, ai piedi della collina, Pasqualina non ha chiuso neppure un giorno il suo negozietto di generi alimentari. E così ogni sera il negozio si trasforma in punto di ritrovo per i dimenticati di Camarda.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Arrivo a Pescomaggiore avendo negli occhi le immagini delle <i>new</i> <i>towns</i> visitate e nella mente le parole del dossier di Sondergaard: i moduli abitativi provvisori come quello in cui vive Carlo Cinque sono costruiti con «materiale generalmente scarso, impianti elettrici difettosi, intonaco infiammabile». Quassù, invece, a oltre mille metri di altitudine, nel nevischio incombente, le case hanno deciso di ricostruirsele da soli, dimostrando che si poteva fare diversamente.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sarebbe bastato dare ascolto a quel gruppo di architetti esperti di bioedilizia arrivati a L’Aquila all’indomani del sisma animati da tanta buona volontà per creare dei villaggi a misura d’uomo e d’ambiente. Invece sappiamo com’è andata: troppo ghiotto l’affare per le <i>ienae ridentes</i> della <i>shock economy</i>, l’“economia dei disastri” i cui meccanismi globali sono stati svelati dalla giornalista canadese Naomi Klein.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli unici che hanno dato loro credito sono stati un gruppo di abitanti di questa frazione aquilana in piena montagna. Così in cima a tutto, alle porte del paese semiabbandonato e con una vista mozzafiato sulla vallata, è nato Eva, un acronimo che vuol dire Ecovillaggio autocostruito. Sono sette abitazioni che qui chiamano “le case di paglia” per via della loro composizione: la paglia è nei muri, compressa da una rete zincata sulla quale viene gettato l’intonaco.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le travi e tutta la struttura delle case sono invece di legno. Il risultato è eccezionale: ogni abitazione rispetta l’ambiente ed è perfettamente isolata dalle intemperie.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli abitanti di Eva, non più di una dozzina di persone, hanno messo su anche un orto sinergico, un impianto per la fitodepurazione e un altro per il compostaggio. L’obiettivo è raggiungere l’autosufficienza alimentare. L’ecovillaggio edificato su questa punta d’Abruzzo, per le sue caratteristiche e la lontananza anche geografica dalla modernità, è diventato in breve tempo una sorta di città ideale per neoruralisti, territorialisti, seguaci del filosofo della “decrescita felice” Serge Latouche ed ecologisti radicali, per cui gli abitanti hanno costruito anche una casa per gli ospiti, che arrivano da tutto il mondo. «Un giorno si è presentato qui persino un giapponese da Fukushima», ricordano. La porta è sempre aperta: all’interno ci sono pomodori messi a maturare e arnesi da lavoro. In un’altra abitazione Evandro, un operaio edile, sta finendo il bagno di quella che sarà la casa del figlio. «Se avessero fatto tutti come noi, sa quanto si sarebbe risparmiato?», dice. Per costruire il villaggio sono bastati 150 mila euro, raccolti attraverso una sottoscrizione via web. Nel frattempo, i costi delle case nelle <i>new towns</i> lievitavano a 2.800 euro al metro quadro.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il paese non è stato completamente distrutto, però è abbandonato. Il terremoto non ha fatto altro che accelerare, qui come in altri piccoli borghi sperduti dell’Abruzzo, un processo di spopolamento già in corso da tempo. Ormai Pescomaggiore è abitato non più di qualche decina di persone. La vita quotidiana, quassù, non è agevole. Senza negozi e attività produttive, e con una produzione agricola quasi inesistente, per qualsiasi necessità bisogna scendere a valle fino a Paganica. Vengono alla mente le immagini di un celebre documentario di Vittorio De Seta: <i>I dimenticati</i>. </p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="n3iwkzkpphM"><iframe loading="lazy" title="Vittorio De Seta - I dimenticati (1959)" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/n3iwkzkpphM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>L’anno era il 1959 e ne erano protagonisti gli abitanti di Alessandria del Carretto, un borgo del Pollino ai confini tra Basilicata e Calabria, dove si arrivava solo a dorso di mulo. A Pescomaggiore è stato rimesso in funzione solo un forno sociale, dove si fa il pane in comune, soprattutto d’estate, quando spesso si organizzano tavolate all’aria aperta. Gli anziani del paese hanno così ritrovato un pezzo di tempo perduto e gioiscono: così si faceva fino a quarant’anni fa. C’è voluto un devastante terremoto per far riaffiorare una cultura sepolta.</p>
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		<title>La dissoluzione familiare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Sep 2012 06:30:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro chiappanuvoli]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Macioci]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Alessandro Chiappanuvoli &#160; Enrico Macioci, La dissoluzione familiare, Indiana editrice, 2012 &#8220;Dubitare sempre o quasi dalle recensioni degli amici&#8221; è una regola aurea. Scrivere, quindi, la recensione, non solo del libro di un caro amico ma anche di un concittadino che ha vissuto sulla sua pelle gli stessi drammatici eventi da me vissuti all’Aquila [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-43458" title="LDF - fotografia di Alessandro Chiappanuvoli" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/LDF-foto-Chiappanuvoli1.jpg" alt="" width="448" height="311" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/LDF-foto-Chiappanuvoli1.jpg 448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/LDF-foto-Chiappanuvoli1-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/LDF-foto-Chiappanuvoli1-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" />di <strong>Alessandro Chiappanuvoli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Enrico Macioci</strong>, <em>La dissoluzione familiare</em>, Indiana editrice, 2012</p>
<p>&#8220;Dubitare sempre o quasi dalle recensioni degli amici&#8221; è una regola aurea. Scrivere, quindi, la recensione, non solo del libro di un caro amico ma anche di un concittadino che ha vissuto sulla sua pelle gli stessi drammatici eventi da me vissuti all’Aquila il 6 aprile 2009 e nei lunghi mesi a seguire, sposta, se possibile, l&#8217;ago della bilancia qualche tacca più in là, nella zona ancora più impervia della critica soggettiva, inevitabilmente di parte. È bene che questo Le sia chiaro, lettore, è bene che Lei sappia che l&#8217;unica difesa che posso mettere in campo è la mia (presunta) onestà intellettuale. Il libro in questione è <em>La dissoluzione familiare</em> di Enrico Macioci.</p>
<p>Ho avuto il libro in regalo da Enrico in persona lo scorso aprile. Fin dal primo sguardo una bolla di calore mi ha invaso la gola. Ho capito subito che quello che avevo tra le mani non era un semplice volume, ma un&#8217;opera, un testo su cui l&#8217;Indiana ha deciso di puntare seriamente. Copertina rigida, formato quasi quadrato 20&#215;22 cm per 336 pagine, illustrazioni di Maurizio Rosenzweig, impaginazione certamente particolare per inserire l&#8217;enorme quantitativo di note (dichiarata da parte dell&#8217;autore l&#8217;influenza di <em>Infinite Jest</em> di D. F. Wallace), progetto grafico del design studio <em>515 creative shop</em>. Non un libro qualsiasi, ma una sfida editoriale, un progetto. Davanti al sorriso timido di Enrico, la bolla di calore è presto esplosa nella mia bocca, ne ho assaggiato il sapore, era invidia, umanissima invidia. C&#8217;è gente (Bernardino Sassoli de&#8217; Bianchi e Giulio Mozzi su tutti) che crede in questo aquilano un po&#8217; schivo ma dolce, ho pensato; e di colpo la felicità ha lavato via il sapore cattivo.</p>
<p>Ci sono voluti due mesi perché iniziassi a leggerlo e altri due mesi per concluderlo. So che potrebbe essere una prospettiva non proprio allettante, ma <em>La dissoluzione familiare</em> non è un libro facile, non lo è per un generico lettore, non lo è, a maggior ragione, per un lettore aquilano. La chiave di lettura sarcastica diventa comprensibile solo con l&#8217;andare avanti nei capitoli e la &#8220;merda&#8221; di cui tratta, l&#8217;immondo rifiuto organico manipolato da Enrico è ancora troppo &#8220;fresco&#8221; perché non generi in un terremotato quale io sono un’angosciosa repulsione difensiva. Pian piano però i nodi in gola si sciolgono, l&#8217;abitudine e la trama prendono il posto dell’istintivo rigetto e del dolore.</p>
<p>Ne <em>LDF</em> c&#8217;è una città squassata da un terribile terremoto. C&#8217;è la nascita di un bambino, il piccolo Poppy. C&#8217;è l&#8217;Ospedale della Sacra Frattura, principale teatro della narrazione, con i suoi degenti e i suoi reparti, metafore dissacranti della nostra società. C&#8217;è una famiglia, una famiglia come tante le altre, dilaniata da nuovi e antichi rancori, sempre indissolubilmente legati. C&#8217;è il Governo Centrale che deve far fronte alla catastrofe, guidato da un losco mitomane di bassa statura (morale) e dal suo braccio destro, un certo Bert Lassative. C&#8217;è il sempiterno ronzio sul fondo della televisione di Stato, giudice incontestabile, guida indiscutibile. Ci sono i vari personaggi che arricchiscono con il loro sapere specifico la trama della vicenda. C&#8217;è Don Sisma, un prete colosso che deve portare a compimento il battesimo del piccolo Poppy. C&#8217;è Silvanus, enigmatico naturalista che torna alla civiltà per far visita al nascituro. C&#8217;è San G., maestro di vita dai poteri sovrannaturali che rimpingua le dissertazioni del protagonista, il Principe Ham Bank, padre del piccolo Poppy, con la sua immensa conoscenza filosofica. C&#8217;è Ham Bank, la cui paternità lo spingerà a confrontarsi con l’intrinseca catarsi del miracolo della vita. C&#8217;è questa nascita appunto, qualcosa di nuovo dentro qualcosa di rotto, una fragile vita in una città distrutta, un ossimoro che forza tutti i protagonisti al confronto, al ripensare se stessi e la propria esistenza, in un tempo ormai materialmente e culturalmente fin troppo decadente, in un tempo nel quale ognuno di noi, nel proprio piccolo, è ormai costretto ad agire per una ricostruzione necessaria.</p>
<p>Questo libro, come detto, non è un libro facile. Il linguaggio a tratti può essere ostico, si alternano in continuazione lunghissime boccate d&#8217;aria descrittive ad asfittiche elucubrazioni mentali, deliranti e filosofiche. Lo spazio di libertà lasciato dall&#8217;autore è ridotto. Per il lettore ci sono due possibilità: 1) abbandono totale alla scossa del flusso di coscienza e fiducia incondizionata nelle derive verso cui il testo può <span style="text-decoration: line-through;">far</span> approdare; 2) confronto partecipato, lettura attiva, disponibilità a mettere in discussione prima di tutto se stessi, poi le proprie certezze. Come un terremoto però, proprio come un terremoto, <em>LDF</em> quando arriva ti scuote, ti trascina, ti distrugge, lascia in piedi solo ciò che è realmente costruito a regola d&#8217;arte. Che si riesca a resistere o si venga sopraffatti, dopo il colpo, si è costretti, giocoforza, a tirare su le maniche e rimettere in ordine se stessi, sempre che non se ne sia rimasti schiacciati. Anche il complesso di note prevede una scelta da parte del lettore, una partecipazione: «Leggerle o non leggerle? Leggerle durante lo svolgimento della trama principale o attendere il primo capoverso o, ancora, leggerle a fine capitolo?» Io ho adottato una strategia mista, secondo i casi, secondo la curiosità del momento, ma ho deciso di leggerle tutte e posso garantire che ho riso, ho riso tanto. La trama è come se diventasse tridimensionale. <em>LDF</em>, dunque, è un libro solido.</p>
<p><em>La dissoluzione familiare</em>, in definitiva, è una presa di coscienza. È la decisione lucida di mettersi davanti a uno specchio e la volontà coraggiosa di trascinarci tutta la propria realtà, le certezze, macerie e persone (più o meno care) incluse. Non ingannino i toni onirici e burleschi, <em>LDF </em>è uno sguardo critico e violento sulla pochezza della realtà umana, sulle paure dalle quali ci lasciamo soggiogare e condizionare, sull&#8217;egoismo che desertifica le nostre esistenze e che siamo abituati a chiamare &#8220;individualismo&#8221; solo per redimerci. E dopo la scossa, dopo la distruzione, dopo lo sberleffo, dopo la critica spietata non c&#8217;è il silenzio, non l&#8217;oblio ma il tentativo riuscito o meno, comunque ammirevole, di fare un passo in avanti, di andare oltre, di trascendere, il tentativo ardito di ricostruire partendo dal poco che resta in piedi, dal poco che rimane, in fondo, dal poco che siamo.</p>
<p>Sono convinto che in questo libro ci sia tutto l’Enrico Macioci, tutto l’essere umano che conosco. Sono sicuro che non si sia risparmiato nella scrittura. Sono certo che, tra la gioia per la nascita di suo figlio e il dolore (condiviso) per la perdita della propria città e quindi della propria identità, Enrico Macioci si sia davvero dissolto.</p>
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		<title>Stella d&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 May 2012 10:31:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[cammina cammina]]></category>
		<category><![CDATA[il primo amore]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[Stella d'Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[11 maggio – 5 luglio 2012 (6 maggio anticipazione del cammino da Mantova alle Grazie) Un cammino a piedi per ricucire l’Italia con i nostri passi L’Italia ha bisogno di risorgere. Ha bisogno di tirare fuori dalla sua testa, dalla sua pancia e dal suo cuore le energie che pure conserva dentro di sé e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/02/stella-ditalia/italia_stella_laquila/" rel="attachment wp-att-42409"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/Italia_stella_Laquila-300x298.jpg" alt="" title="Italia_stella_Laquila" width="300" height="298" class="alignright size-medium wp-image-42409" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/Italia_stella_Laquila-300x298.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/Italia_stella_Laquila-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/Italia_stella_Laquila-1024x1017.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/Italia_stella_Laquila-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/Italia_stella_Laquila.jpg 1978w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>11 maggio – 5 luglio 2012</strong> (6 maggio anticipazione del cammino da Mantova alle Grazie) </p>
<p><strong>Un cammino a piedi per ricucire l’Italia con i nostri passi</strong></p>
<p><em>L’Italia ha bisogno di risorgere. Ha bisogno di tirare fuori dalla sua testa, dalla sua pancia e dal suo cuore le energie che pure conserva</em> <em>dentro di sé e che ‐come è successo altre volte in passato‐ possono farla risorgere. C’è bisogno di gesti, individuali e collettivi, che diano una spinta verso questa rigenerazione. C’è bisogno di unire sentimento e visione. C’è bisogno di mettere al mondo e rendere visibile questa urgente necessità e questo desiderio diffuso attraverso gesti significativi e prefiguranti da compiere insieme. C’è bisogno di un incontro non solo mentale e ideale ma anche fisico, che renda visibile e che faccia vivere l’immagine e la possibilità di un’unione dinamica riconquistata, dopo anni di intossicazione, di avvilimento e di mancanza di prospettive, di lacerazioni e di divisioni, territoriali e sociali, in cui c’è stato chi ha creduto di prosperare agitando e acuendo proprio queste divisioni e queste lacerazioni, fino a portarci nel vicolo cieco in cui ci troviamo e da cui è questione di vita o di morte uscire per poter finalmente imboccare altre strade.</em><br />
Antonio Moresco</p>
<p>Dopo l’esperienza di <strong><a href="http://camminacammina.wordpress.com/">Cammina Cammina</a></strong> dello scorso anno, realizzata grazie a oltre 700 persone tra donne e uomini che dal 20 maggio al 4 luglio hanno compiuto un viaggio a piedi da Milano a Napoli per ricucire l’Italia con i propri passi (http://camminacammina.wordpress.com), ora proponiamo un’impresa che sembra più impossibile ancora. Stella d’Italia ‐ questo il nome della nuova iniziativa ‐ sarà un grande spostamento a piedi, di menti e di corpi, che partirà da diverse zone geografiche del nostro Paese: dal nord, dal centro e dal sud, con percorsi che assumeranno la forma dei bracci di una stella e che convergeranno su <strong>L’Aquila</strong>. Città che, oltre a trovarsi in una posizione centrale nel nostro Paese, rappresenta anche il nostro bisogno e desiderio di ricostruzione. Dal prossimo 11 maggio (con un’anticipazione il 6 a Mantova con la partecipazione alla Giornata Nazionale dei Cammini) e fino al 5 luglio 2012 attraverseremo molti comuni grandi e piccoli e cercheremo, in dialogo con Associazioni e Amministrazioni sensibili a questo bisogno di rigenerazione, di far vivere ‐anche attraverso incontri pubblici da tenere alla fine di alcune tappe ‐ tutta la forza antica e nuova del tessuto comunale del nostro Paese.</p>
<p>Il cammino muoverà da Messina, da Reggio Calabria, da Venezia, da Genova, da Santa Maria di Leuca e da Roma (grazie alla collaborazione con la Lunga marcia per L’Aquila organizzata per il 30 giugno dal comitato Lunga Marcia per L’Aquila) secondo un preciso calendario che prevede una marcia distribuita su circa 60 giorni tra la primavera e l’estate 2012.  </p>
<p><strong>Stella d’Italia</strong>, oltre a essere un “cammino” alla scoperta dei luoghi meno noti e meno frequentati della penisola, fornirà anche l’occasione a tutti i camminanti e alle persone che vedranno attraversati i loro luoghi, di raccontarsi e raccontare, denunciare o decantare problemi o eccellenze del proprio territorio così da utilizzare questo come un contenitore in grado di fare da cassa di risonanza all’intero territorio. Non sarà semplice turismo o rivalutazione del territorio, <strong>Stella d’Italia</strong> sarà un potente motore nella cui scia potranno inserirsi tutti coloro che abbiano in comune una visione più ampia del loro essere al mondo.</p>
<p>• <strong>Stella d’Italia</strong> partirà dalla Sicilia, dalla Calabria, dal Veneto, dalla Liguria, dalla Puglia e dal Lazio in questo ordine: 11 maggio da Messina – 12 maggio da Reggio Calabria – 25 maggio da Venezia – 27 maggio da Genova ‐ 2 giugno da Santa Maria di Leuca – Inoltre, grazie al fortunato incontro con l’iniziativa promossa dal Comitato Lunga Marcia per L’Aquila, ci sarà anche un braccio della Stella che partirà il 30 giugno da Roma (Montecitorio)<br />
• <strong>Stella d’Italia</strong> è un progetto totalmente basato sul volontariato: sul servizio volontario degli uomini e delle donne che accettano di contribuire liberamente all’impresa. Per questo, sostenere Stella d’Italia significa contribuire alla riuscita del progetto e partecipare alla sua realizzazione. Chiedi informazioni su come sostenerci mandando un email a stelladitalia12@gmail.com;<br />
• Durante il cammino sono previsti eventi speciali di coinvolgimento del territorio, di racconto e raccolta delle esperienze (per questo si chiederà l’impegno delle Istituzioni di riferimento e delle Associazioni del Territorio). In particolare a Cosenza, Lamezia Terme, Bologna Aulla, Taranto, Lucca, Matera, Monselice, Monteriggioni, Camaldoli, Assisi e L’Aquila dove dal 5 all’8 luglio 2012 si svolgerà un evento dal titolo “I fuochi dell’Aquila”: http://camminacammina.wordpress.com<br />
• La comunicazione di <strong>Stella d’Italia</strong>, oltre a quella stampa, avverrà prevalentemente attraverso mail e social network. Attiva una mailig list di oltre 3000 contatti e presto nelle librerie l’esperienza‐diario di <strong>Cammina Cammina,</strong> che lo scorso anno, da Milano a Napoli ha visto la partecipazione di circa 700 persone scaglionate in ogni tappa della via Francigena e dell’Antica Appia, da Roma a Napoli.<br />
• Stella d’Italia partecipa alla 4° Giornata Nazionale dei Cammini Francigeni con la Stella in anteprima il 6 maggio a Mantova. – http://camminacammina.wordpress.com ‐ www.ilprimoamore.com</p>
<p><strong>I fuochi dell’Aquila<br />
</strong>da terremotati a terremotanti<br />
L’Aquila, 5 – 8 luglio 2012<br />
Alla fine del lungo cammino che ci porterà da ogni parte del Paese nella città di L’Aquila, facendola diventare la capitale sentimentale d’Italia e la sua prefigurazione, <strong>Stella d’Italia</strong> si trasformerà in un fuoco che vuole rispondere al grido muto della città. Un qualcosa che non si perda e che continui a crescere e a sedimentare anche quando questo nostro sogno collettivo sarà finito. Che sia di aiuto alla rigenerazione della città e che impedisca che venga dimenticata e ibernata. Perché quello che ci dice e ci sta gridando rimanga di fronte ai nostri occhi e a quelli dell’intero Paese, incancellabile, fino a quando non resterà che ascoltare la sua voce.<br />
Dal 5 all’8 luglio prossimo si svolgerà, in collaborazione con le tante associazioni e Istituzioni aquilane e abruzzesi che hanno aderito, un grande incontro nazionale e internazionale che avrà al centro l’esperienza del terremoto. Ma non solo quella dimensione del terremoto che ogni tanto scuote le nostre città e le nostre vite in ogni parte del mondo, ma anche quella più generale in cui si muove la nostra vita e quella che attende in futuro la nostra specie in questo passaggio d’epoca pieno di incognite in cui è tutto da ripensare e da reinventare.<br />
Saranno invitati (in forma assolutamente volontaria e gratuita e chiedendo per di più di meritarsi la propria presenza facendo almeno l’ultima tappa a piedi) persone che già adesso si muovono in questa frattura di faglia, nel campo scientifico, culturale, economico, dell’architettura, della medicina, in quello giornalistico, musicale, nelle altre arti.<br />
In quest’ottica si è pensato di organizzare una kermesse che declini il termine “terremoto” in cinque aree tematiche individuate (anche queste come le punte di una stella):</p>
<p>Ognuna delle macroaree occuperà un luogo fisico diverso del Centro storico della città (all’aperto o in luoghi eventualmente individuati con la collaborazione degli Enti preposti) e ospiterà eventi di diverso tipo: incontri con personaggi di spicco, letture, concerti, spettacoli, racconti di esperienze, feste, semplici momenti di riflessione collettiva su aspetti singoli delle problematiche che attraversano quotidianamente la nostra esistenza. Quattro giorni di incontri e di manifestazioni artistiche e musicali all’interno del centro storico, non solo con persone e membri di associazioni che hanno dovuto far fronte alla vostra stessa terribile esperienza in altre parti dell’Italia e del mondo (Giappone, Cile, California…), per costituire un bacino di esperienze e di conoscenze e una banca di idee, ma anche con chi ha compreso, nei vari campi, che il terremoto è la forma stessa della nostra vita e che bisogna saperci convivere, qualcosa che ci può indicare persino nuove possibilità e nuove strade.<br />
L’Aquila sarà il luogo dove nascerà un nuovo modo di incontrarsi tra persone che vogliono rigenerarsi e rigenerare il territorio e il rapporto con gli altri. Tra persone che da terremotati si trasformeranno in terremotanti per diventare il centro di questo sentimento del mondo, di questa consapevolezza e di questa ricerca.</p>
<p>Eventi intermedi di <strong>Stella d’Italia<br />
</strong>Lungo il cammino <strong>Stella d’Italia</strong> entrerà in alcune piccole o grandi città, borghi e paesi e in qualcuno si stanno programmando momenti di incontro tra la Stella e gli abitanti locali.<br />
Auspichiamo che queste occasioni si moltiplichino ma intanto comunichiamo quelli già in fase organizzativa:<br />
l’8 giugno a <strong>Lucca</strong> si svolgerà un incontro con Claudio Puccinelli – (pomeriggio) e al mattino con Pia Pera.<br />
il 9 giugno a <strong>Taranto</strong> in collaborazione con l’Associazione Presidi del Libro e in particolare con la Libreria Dickens si svolgerà un incontro con le realtà culturali della zona;<br />
il 13 giugno a <strong>Matera</strong>, nei Sassi, si svolgerà una lettura diffusa di autori e lettori. L’evento è aperto alla città e a tutti i cittadini;<br />
il 25 giugno ad <strong>Assisi</strong>, presso la Rocca Maggiore, si svolgerà una lettura collettiva di alcune tra le pagine più suggestive della letteratura italiana. L’evento è aperto alla città e a tutti i cittadini.<br />
Inoltre sono previsti incontri a Cosenza, a Lamezia Terme, ad Aulla, a Messina, a Camaldoli, Monselice, Dolo…<br />
Nelle città da cui si parte saranno via via segnalati gli eventi di presentazione della Stella d’Italia sul sito di Cammina cammina.</p>
<p>Scaletta date <strong>Stella d’Italia</strong> ‐ Nord<br />
<strong>Liguria</strong> Partenza da Genova domenica 27 maggio: Fermi il 7 giugno a Lucca ‐ Partenza da Lucca l’8 giugno ‐ Arrivo ad Assisi il 24 giugno Fermi ad Assisi il 25 giugno<br />
<strong>Veneto</strong> Partenza da Venezia venerdì 25 maggio Arrivo a Bologna il 2 giugno – fermi il 3 ‐ Arrivo a Camaldoli il 13 giugno ‐ Fermi a Camaldoli il 14 giugno Arrivo ad Assisi il 24 giugno Fermi ad Assisi il 25<br />
I bracci dal nord si congiungono il 24 giugno ad Assisi e l’unica colonna parte da Assisi per l’Aquila il 26 giugno<br />
Arrivo a Spoleto il 29 giugno Partenza da Spoleto il 30 giugno Arrivo a L’Aquila il 5 luglio</p>
<p>Scaletta date <strong>Stella d’Italia</strong> ‐ Sud<br />
<strong>Calabria</strong> Partenza da Reggio Calabria il 12 maggio Arrivo a Matera il 12 giugno Fermi a Matera il 13 giugno<br />
<strong>Puglia</strong> Partenza da Santa Maria di Leuca il 2 giugno ‐ Arrivo a Taranto l’8 giugno ‐ Fermi il 9 giugno a Taranto Partenza da Taranto il 10 giugno Arrivo a Matera il 12 giugno Fermi a Matera il 13 giugno I bracci dal sud si congiungono il 13 giugno a Matera e l’unica colonna parte da Matera per l’Aquila il 14 giugno Partenza da Matera il 14 giugno Arrivo a L’Aquila per il Tratturo Magno il 5 Luglio<br />
<strong>Lazio</strong> (a cura di Lunga marcia per L’Aquila) Partenza da Roma il 30 giugno Arrivo a L’Aquila il 5 luglio dal Lago Rascino</p>
<p>Per le <strong>iscrizioni</strong>:<br />
Potete scrivere per info e iscrizioni a iscrizionistelladitalia@gmail.com oppure telefonare ai seguenti referenti<br />
<strong>Puglia</strong> Emma Cortellini 3703037876 Irene Greco – 3355892711 Il tratto Santa Maria Di Leuca – Taranto è a cura di SpeleoTrekkingSalento di Lecce<br />
<strong>Liguria</strong> Tina Imbriano – 3404079594 Roberta Medini ‐ 3342683069<br />
<strong>Sicilia e Calabria</strong> Laura Mutti ‐ 3487313027 Fabiola Zanetti ‐ 3397444911<br />
<strong>Veneto</strong> Maurizio Netto ‐ 3357816416  Beatrice Bertolo ‐ 3498786929<br />
<strong>Lazio</strong> Enrico Sgarella del Comitato Lunga Marcia per L&#8217;Aquila 3929135419</p>
<p>Per<strong> adesioni</strong> o sostegno a Stella d’Italia o info sugli eventi, per l’ufficio stampa e la segreteria scrivere a: stelladitalia12@gmail.com,<br />
Per la comunicazione al sito http://camminacammina.wordpress.com ‐ tribuditalia@gmail.com<br />
La partecipazione a Stella d’Italia non prevede alcuna tassa di iscrizione. E’ richiesta invece la quota assicurativa obbligatoria di 3 euro liquidabile all’inizio di ogni tappa o (per più di una quota contemporaneamente) con versamento sul conto corrente postale (info da richiedere a stelladitalia12@gmail.com). La quota permette anche di diventare “Amici di Stella d’Italia”, ovvero aderenti e sostenitori di Stella d’Italia. Le persone che faranno il versamento della sola quota di iscrizione o di sostegno più ampio (da 3 euro in su) saranno aggiunti ai nostri Amici e potranno seguire come vengono eventualmente impiegati i fondi donati direttamente sul nostro sito.</p>
<p><strong>Chi siamo</strong><br />
L’Associazione Culturale <em><a href="http://www.ilprimoamore.com/blog/">Il Primo amore</a></em>: Andrea Amerio, Sergio Baratto, Carla Benedetti, Maria Cerino, Gabriella Fuschini, Serena Gaudino, Giovanni Giovannetti, Teo Lorini, Antonio Moresco (presidente), Sergio Nelli, Tiziano Scarpa, Andrea Tarabbia, Dario Voltolini.<br />
I volontari che organizzano <strong>Stella d’Italia</strong>:<br />
Coordinamento generale ed eventi ‐ rapporti con le Istituzioni: Serena Gaudino Giovanni Giovannetti Antonio Moresco<br />
Marketing e Fund raising: Renata Moresco e Emma Cortellini<br />
Ufficio Stampa e Comunicazione: La redazione del Primoamore.com insieme a Sergio Baratto Segreteria di supporto: Irene Greco, Tiziano Colombi<br />
Referenti braccio Nord Est: Venezia ‐ L&#8217;Aquila: Beatrice Bertolo, Tina Imbriano e Maurizio Netto<br />
Referenti braccio Nord Ovest: Genova ‐ L&#8217;Aquila: Tiziano Colombi, Giacomo D&#8217;Alessandro, Roberta Medini, Tina Imbriano<br />
Referenti braccio Sud Est: Santa Maria Di Leuca – Taranto: Raggio Speleo Trekking Salento, Taranto – L’Aquila: Irene Greco e Emma Cortellini<br />
Referenti braccio Sud Ovest: Messina ‐ Reggio Calabria ‐ L&#8217;Aquila: Fabiola Zanetti, Laura Mutti<br />
Referente Braccio Ovest – Est: Roma L&#8217;Aquila: Enrico Sgarella (Comitato Lunga Marcia per L&#8217;Aquila) Collaborano inoltre alla buona riuscita di Stella d’Italia Alberto Vesprini, Dina Albrizzi, Erica Locatelli, Giovanni Tundo, Grazia Sanna, Maria Pace Ottieri, Marina Marani, Antonio Cerullo, Chiara Rossi, Lulù Izzo, Rachele Moscatelli.</p>
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		<title>3 anni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/04/06/3-anni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 06:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro chiappanuvoli]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto dell'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[terzigno]]></category>
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					<description><![CDATA[Il 30 marzo scorso, allo Spazio Baluardo, nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro, abbiamo parlato con Alessandro Chiappanuvoli del terremoto dell’Aquila, di Terzigno, di No-Tav, di emergenze democratiche e di tanto altro. Pubblico un’intervista video fatta ad Alessandro quella sera, che ho trovato qui. Oggi. Per ricordare che sono già passati 3 anni. Qui sotto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/LAquila_prefettura.jpg" alt="" title="L&#039;Aquila_prefettura" width="591" height="361" class="alignnone size-full wp-image-42144" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/LAquila_prefettura.jpg 591w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/LAquila_prefettura-300x183.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/LAquila_prefettura-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 591px) 100vw, 591px" /><br />
Il 30 marzo scorso, allo <a href="http://www.spaziobaluardo.it/">Spazio Baluardo</a>, nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro, abbiamo parlato con <a href="http://chiappanuvoli.wordpress.com/">Alessandro Chiappanuvoli</a> del terremoto dell’Aquila, di Terzigno, di No-Tav, di emergenze democratiche e di tanto altro.<br />
Pubblico un’intervista video fatta ad Alessandro quella sera, che ho trovato <a href="http://www.dialogotv.it">qui</a>.<br />
Oggi. Per ricordare che sono già passati <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Terremoto_dell'Aquila_del_2009">3 anni</a>.<br />
Qui sotto il link all&#8217;intervista:<br />
<a href='http://www.dialogotv.it/notizia/METTI_UN_AQUILANO_A_TERZIGNO.aspx'>METTI_UN_AQUILANO_A_TERZIGNO.aspx</a></p>
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		<title>Lapoesiamanifesta che…</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/31/lapoesiamanifesta-che/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 06:04:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro chiappanuvoli]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale della poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Itinerari Armonici]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
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					<description><![CDATA[Giornata Mondiale della Poesia all’Aquila di Alessandro Chiappanuvoli (dal blog WordSocialForum) “Un buco con la periferia intorno”, “una Pompei con i bar”, “un’avanguardia: L’Aquila è l’Italia tra 5 anni” – solo alcune definizioni aggiornate – L’Aquila, sia chiaro, non è più solo una città terremotata. All’Aquila sono passati tre anni.Lo scorso 21 marzo è avvenuto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><em>Giornata Mondiale della Poesia all’Aquila</em></p>
<p>di <strong>Alessandro Chiappanuvoli</strong></p>
<p>(dal blog <a href="http://wordsocialforum.wordpress.com/">WordSocialForum</a>)</p>
<p>“Un buco con la periferia intorno”, “una Pompei con i bar”, “un’avanguardia: L’Aquila è l’Italia tra 5 anni” – solo alcune definizioni aggiornate – L’Aquila, sia chiaro, non è più solo una città terremotata. All’Aquila sono passati tre anni.<span id="more-42065"></span>Lo scorso 21 marzo è avvenuto un miracolo, un <em>vero</em> miracolo, in barba al sig. B. e alle sue cricche imprenditoriali e giornalistiche. L’Aquila ha avuto l’onore di ospitare il principale evento italiano per la Giornata Mondiale della Poesia, con tanto di patrocinio Unesco, delegato in visita e dichiarazioni strappalacrime. L’Aquila, città senza centro, è stata il centro della celebrazione poetica in Italia.</p>
<p>L’evento, ideato e realizzato da Anna Maria Giancarli, Alessandra Di Vincenzo e Isabella Tomassi (associazione Itinerari Armonici), con la collaborazione di Michele Fianco, si chiamava <em><a href="http://lapoesiamanifesta.wordpress.com/">Lapoesiamanifesta!</a></em>. Il concetto semplice e potente: invadere la città di poesia, in ogni forma, con ogni mezzo, in ogni luogo. È così che nei supermercati tra uova e latte gli aquilani si sono ritrovati una poesia, svolantinata nei centri commerciali, all’ospedale, nell’università, a scuola, nei Progetti C.a.s.e. La poesia al centro insomma. E in centro ancora, dove si sono svolti reading, mostre di fotografia, di pittura e di scultura, concerti, dove è passata una <a href="http://lapoesiamanifesta.wordpress.com/carovana-poetica/">Carovana Poetica</a> e si allestito un giardino letterario nel quale raccogliere e seminare poesia. L’Aquila ha potuto tornare per un giorno al centro dei riflettori. Questa è l’impressionante lista di poeti che hanno messo a disposizione i loro componimenti e arricchita dai nomi di grandi maestri purtroppo scomparsi: <em>Gian Maria Annovi, Rossano Astremo, Nanni Balestrini, Franca Battista, Dario Bellezza, Elisa Biagini, Tomaso Binga, Donatella Bisutti, Maria Grazia Calandrone, Ugo Capezzali, Alessandra Carnaroli, Natàlia Castaldi, Alessandra Cava, Franco Cavallo, Alessandro Chiappanuvoli, Tiziana Colusso, Bruno Conte, Ignazio Delogu, Lorenzo Di Marcantonio, Antonella Doria, Michele Fianco, Giovanni Fontana, Biancamaria Frabotta, Giovanna Frene, Anna Maria Giancarli, Marco Giovenale, Alfredo Giuliani, Mariangela Guatteri, Andrea Inglese, Valentina Inserra, Rosaria Lo Russo, Mario Lunetta, Valerio Magrelli, Alda Merini, Giuliano Mesa, Francesco Muzzioli, Vincenzo Ostuni, Elio Pagliarani, Marco Palladini, Paolo Paoletti, Elio Pecora, Lamberto Pignotti, Gilda Policastro, Antonio Porta, Elena Ribet, Lidia Riviello, Amelia Rosselli, Marco Rovelli, Paolo Ruffilli, Edoardo Sanguineti, Maria Luisa Spaziani, Fausta Squatriti, Antonella Taravella, Isabella Tomassi, Gianni Toti, Andrea Zanzotto, Valentino Zeichen, [   ] che fu M.S.</em>. Un evento di risonanza nazionale dunque, tanto che già si prospetta, da parte dell’Unesco e della Giancarli, una nuova edizione per il prossimo anno.</p>
<p>Brutalmente schematizzando: un buco morto, L’Aquila, riempito di materiale morto, la poesia, quella roba strana che si dice non venda più, che si dice non serva più. E invece quanta vitalità, quanto entusiasmo, un terremoto al contrario. Io c’ero. Io ho visto persone leggere e ascoltare poeti fino a quel momento sconosciuti. Ho visto altre persone farsi coraggio e leggere al pubblico i propri scritti chiusi nel cassetto. Ho visto parlare di poesia, come di un’amica non frequentata da troppo tempo. Ho visto gli occhi lucidi di un’anziana signora mentre ripeteva a memoria una poesia studiata sessant’anni fa. Ho sentito tornare rumore di vita per le vie del centro dietro la Carovana Poetica. Ho tremato ascoltando le <a href="http://personedicarta.wordpress.com/">Donne di Carta</a> raccontare con incredibile padronanza le opere che custodiscono a memoria. Mi sono commosso quando un militare in servizio – sì, L’Aquila è ancora militarizzata – si è avvicinato per raccogliere una poesia-fiore dal giardino letterario.</p>
<p>Per un giorno, la poesia e L’Aquila si sono sostenute a vicenda, hanno lenito i propri dolori, hanno dimostrato come al centro di un tumore ci sia più vita di quanta possiamo immaginare. Sono simili, in fondo, la poesia e L’Aquila, espressioni calzanti di un Paese, l’Italia, che conferma di aver sempre meno bisogno di numeri (e numerologi) e più, molto di più, di parole (e parolieri).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Cos&#8217;è L&#8217;Aquila oggi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/07/13/cose-laquila-oggi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 06:30:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Macioci]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto dell'Aquila]]></category>
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					<description><![CDATA[di Enrico Macioci Sono nato all’Aquila 35 anni fa, ho sempre vissuto all’Aquila, ero all’Aquila alle 3,32 del 6 aprile 2009, ero insieme all’oceano d’aquilani durante la manifestazione tenutasi all’Aquila il 16 giugno scorso (di cui quasi non s’è avuta notizia), ero insieme alle migliaia d’aquilani durante la manifestazione tenutasi a Roma il 7 luglio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/terremoto.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/terremoto.jpg" alt="" title="terremoto" width="250" height="256" class="alignnone size-full wp-image-36087" /></a> di <strong>Enrico Macioci</strong></p>
<p>Sono nato all’Aquila 35 anni fa, ho sempre vissuto all’Aquila, ero all’Aquila alle 3,32 del 6 aprile 2009, ero insieme all’oceano d’aquilani durante la manifestazione tenutasi all’Aquila il 16 giugno scorso (di cui quasi non s’è avuta notizia), ero insieme alle migliaia d’aquilani durante la manifestazione tenutasi a Roma il 7 luglio scorso (di cui per motivi non edificanti s’è avuta notizia), e sto scrivendo queste righe dall’Aquila, dove tuttora risiedo. Ciò credo mi legittimi a testimoniare in coscienza ciò che L’Aquila è divenuta nell’ultimo anno e mezzo.  <span id="more-36086"></span><br />
Noi aquilani siamo stati gl’involontari – e sino ad ora almeno in parte inconsapevoli – protagonisti dell’apicale esplicitarsi della forza, dell’influenza e della capacità di distorsione che i massmedia hanno raggiunto in Italia. Un potere tanto più malefico quanto più subdolo, tanto più invincibile quanto più obliquo e, in definitiva, vile. Non posso definire in altro modo una divulgazione in larga parte scientemente mirata alla menzogna o, peggio ancora, all’uso strumentale del dramma. Un tradimento dei diritti non dirò già civili ma realmente e profondamente umani, e dunque un tradimento di tutti noi nella nostra integrità e nel nostro bisogno di giustizia e verità. Il travisamento più o meno clamoroso, da parte di non pochi organi informativi, della manifestazione romana del 7 luglio non è che l’ultimo tassello d’un puzzle che non saprei se chiamare diabolico o ridicolo – sempre che le due accezioni, superata una certa soglia, non si tocchino fino a combaciare.<br />
Io c’ero il 7 luglio, ero a pochi metri dai poliziotti e dai carabinieri, mischiato ai miei concittadini, e nonostante abbia una coscienza lucida del Paese in cui vivo non ho potuto fare a meno d’amareggiarmi davanti a parecchi notiziari della sera e ad altrettanti giornali del mattino successivo. Mi sono sentito raggirato, ingannato e, se m’è consentito usare una parola forte, pugnalato. Come altrimenti dovrebbe reagire il libero cittadino d’una moderna democrazia se nel momento in cui manifesta i propri diritti alla vita la medesima democrazia fa finta di non intendere? Come deve reagire il libero cittadino d’una moderna democrazia se in questa democrazia non gli è consentito esporre le proprie urgenti necessità senza imbattersi in qualche corpo di guardia? Se il contatto con le autorità di tale moderna democrazia è sbarrato dai canali uditivi? Se la lontananza fisica è la regola cui sottoporre colui che ha qualcosa di pacifico ma fermo da obiettare? Mai come il 7 luglio scorso ho provato netta la sensazione d’una lontananza fatale fra l’individuo e l’autorità, d’uno iato doloroso fra noi in strada e loro dietro le persiane chiuse e irraggiungibili di Palazzo Chigi, Palazzo Grazioli e Palazzo Madama.<br />
L’Aquila prima del sisma era una magnifica città che si reggeva su un’osmosi perfetta; il cuore pulsante della comunità era costituito dal centro storico, laddove si svolgeva il novantacinque per cento della vita sociale, laddove sorgevano gli esercizi commerciali, gli uffici, i bar, i ristoranti, le pizzerie, le trattorie, i pub, i gazebo, le piazze, i luoghi d’incontro, di svago, le manifestazioni culturali, il cinema, il teatro, le orchestre, laddove la gioventù del posto e quella universitaria trascorrevano il tempo libero così come le famiglie, i bambini, gli anziani. Questo centro era vasto; partendo dal parco del Castello Cinquecentesco si poteva camminare anche molto a lungo prima di sbucare fra i tigli della Villa Comunale oppure più giù ancora, sino allo sfogo d’erba e marmo della basilica di Santa Maria di Collemaggio e di Parco del Sole – e intanto attraversare il corso vecchio e quello nuovo, i Quattro Cantoni e i portici, e costeggiare Santa Maria Paganica e Piazza Palazzo, San Bernardino e Santa Giusta, Piazza Duomo e Costa Masciarelli, e poi gl’innumerevoli vicoli, gli angoli, i cortili, i campanili, le fontane, le piazzette, le chiese, i ritagli magici d’un tempo remoto giuntoci integro malgrado una storia travagliata. Adesso è dato percorrere sia il corso vecchio che (da alcune settimane) quello nuovo, tramutatisi però in un budello lungo il quale le immagini dei fotografi, ferme a prima di quel 6 aprile 2009, sbiadiscono in un triste e metaforico addio, le vetrine sono cieche, i turisti armati di digitali e telecamere riprendono inesausti i brani sghembi della città in pezzi e gli aquilani, se li si incontra, li si sente parlare soltanto di prime e seconde case, zona rossa, mutui, appalti, permessi, documenti, affitti, autonome sistemazioni; e dove infine gli appelli della cittadinanza scritti su fogli volanti se ne stanno appesi alle transenne che circondano i ponteggi, simili a ergastolani con le dita fra le sbarre. Il resto? Tutto chiuso. Sepolto da milioni di tonnellate di macerie non ancora rimosse. Fradicio per il freddo e il caldo, il sole e la pioggia, la neve e l’afa. Tutto inchiavardato entro gigantesche assi d’acciaio. Incappucciato. Imprigionato. Impacchettato. Messo in sicurezza, così s’usa dire. Messo al sicuro.<br />
Al cuore pulsante del centro storico rispondeva, in un contrappunto impeccabile per  semplicità ed efficacia, la periferia; non particolarmente bella ma ordinata, non pulitissima ma dignitosa, non attraente ma tutt’altro che repellente; non minuscola ma nemmeno enorme, a misura d’uomo, tranquilla, screziata di verde, coi monti a sporgerle sopra come giganti benigni e curiosi. Ma ecco che lo svuotamento del centro storico s’è scagliato per l’appunto sulla periferia, tramutandola in quell’alveare confuso e alienante che sta diventando, che è già diventata; ecco il traffico impazzito, le code chilometriche, la dispersione dei servizi, le baracche sorgere ovunque (un’autentica epidemia di baracche) e ovunque strappare alla terra il metro quadro, il decimetro quadro pur d’affermare, in un malinteso e delirante rigurgito di vita: io ci sono. Mi trovate qua. Io sono qua.<br />
E oltre questa nuova periferia – che intanto è divenuta centro – la periferia nuovissima, che poi è l’attuale vera periferia: c’è chi la chiama progetto case, chi moduli, chi (forse in maniera più appropriata) new town; consiste in diciannove nuclei lontani dalla città (ovvero dalla vecchia periferia divenuta centro) e l’uno dall’altro, privi di negozi e luoghi d’aggregazione, dove chi non ha la macchina si rimette agli orari degli autobus oppure si rassegna a trascorrere la giornata in un’abitazione non sua, fra gente che non conosce, ingannando il tempo come può un ospite coatto a scadenza indeterminata: un trapianto d’umanità in piena regola, che poteva e doveva essere mitigato nella quantità e accorciato nella durata. Dentro le new town vivono decine di migliaia di persone; ma laddove i numeri rappresentano per alcuni un vanto – l’intera società si va riducendo a numero, con quel che di gelido e feroce un concetto del genere implica – io vedo alcune incontestabili realtà: isolamento, alienazione, noia, depressione, rabbia, frustrazione, ansia, coazione, nevrosi. E’ chiaro che lo stupro urbanistico/geografico – per cui il centro è stato trasfuso in periferia e la periferia è stata trasfusa in un’ultra-periferia – comporta i suoi costi da un punto di vista squisitamente umano; una società non può prescindere dalla terra su cui si fonda, né dal metodo che durante i secoli ha elaborato per rapportarvisi; il coniuge, il migliore amico, i genitori, i parenti, i conoscenti, persino le facce vagamente note contribuiscono a impastare l’esistenza e la psiche di ciascuno di noi; e subito dopo ci sono i posti, il bar all’angolo, il panettiere, il barbiere di fiducia, il dentista, l’ottico, la tavola calda, la biblioteca dove si conobbe la tal persona, e la sala studio dove si conobbe la tal altra, e poi ancora il marciapiede dove si sono macinati chilometri e ore, la colonna dove ci s’appoggiava a fumare, e poi il portone, la banchina, il tratto di strada, il sampietrino, l’aria; anche i posti respirano, e l’aria d’un posto non è mai uguale all’aria d’un altro posto, né tanto meno all’aria di quel medesimo posto violentato, squarciato e poi trasferito,<em> portato via di peso</em>.<br />
Un ultimo concetto mi preme sottolineare, mentre il Governo sta decidendo se ripristinare le tasse a carico degli aquilani al cento per cento già da adesso, e mentre il Capo di questo Governo continua a ribadire che all’Aquila è stato compiuto un miracolo mai avvenuto nella storia dei disastri naturali, che il peggio è alle spalle e le cose volgono al sereno, e mentre l’opposizione non sa far di meglio che tenere dietro al Capo di questo Governo sul medesimo terreno inconcludente, relativista e parolaio: il concetto di futuro. In una società globalizzata che corre sempre più veloce – anche se non per forza sempre più avanti – dove il lavoro si fa mobile e rapido e sommamente incerto e le relazioni si liquidano e polverizzano, mi rendo conto che una pretesa di futuro possa apparire quasi patetica. Per un esecutivo che innalza a proprio vessillo la bandiera dell’agire, il feticcio ambiguo ma ideologicamente robusto dell’efficacia questi sono concetti fumosi, addirittura fastidiosi; una specie di starnuto nel bel mezzo d’un devoto silenzio. Qualche onorevole ha affermato in Parlamento che dovrebbero essere loro, i politici, a venire a protestare all’Aquila, dopo tutto quello che hanno fatto per noi e di cui noi non ci siamo nemmeno accorti. E’ sin troppo chiaro che chi parla così ragiona, ancora una volta, per numeri; ma i numeri al contrario di quel che si pensa sono corruttibili, è facile e comodo portarli dalla propria parte con un po’ di retorica, di faccia tosta e d’incoscienza. I numeri sono opinabili, specie quando figurano in mano a chi ce li fornisce. I numeri, in bocca a chi detiene il potere, possono benissimo tramutarsi in capricci. Allora io torno al concetto di futuro perché si tratta d’un concetto non monetizzabile né passibile di sondaggi, perché l’essere umano si nutre di futuro, perché l’essere umano deve poter dire a se stesso in ogni momento d’ogni santo giorno: domani farò questo, dopodomani tenterò quest’altro. Senza che tali auspici significhino un’automatica garanzia di successo, ma con la ragionevole speranza di poterli almeno declinare, di poterli pensare, <em>d’averne il diritto</em>.<br />
All’Aquila il futuro non esiste più; al suo posto c’è un caos di burocrazia, imprecazioni, proteste, risentimenti e confusione. Le vecchie generazioni, sgomente e piombate in un brutto sogno difficile persino da raccontare, in un incubo appiccicoso e fangoso che nessuna parola e nessuna promessa può più lavar via, si rifugiano nel passato e paiono svanire come fantasmi; le nuove temono di dover cercare nella fuga una nuova possibilità che non le falci a mezzo; le nuovissime sbandano tra una difficile situazione scolastica e relazionale e una lunghissima fila di bar tirati su furiosamente lungo Via della Croce Rossa, una delle principali arterie di traffico diurno e notturno, piena di fari e fumo e clacson. Ci stiamo abituando a convivere con l’indistinto, il nebuloso, il si vedrà, il magari, il chissà; stiamo divenendo ontologicamente insicuri; noi siamo, nell’epoca del precariato, i precari per eccellenza; e la nostra colpa è misurabile al ragguardevole grado di 6,3 della scala Richter. Una società cosiddetta civile, una moderna democrazia ci sta spingendo sull’orlo d’un baratro esistenziale: non sapere non soltanto cosa sarà di noi ma neppure come, o perché, o per chi, o quando, o se. Perfino il Gran Sasso lassù mi pare che frema, al di sopra dei boschi, quando a sera scende il sole.</p>
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		<title>Ho dovuto prenderla</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 12:00:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-18700" title="pianta_in_vaso" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/pianta_in_vaso.jpg" alt="pianta_in_vaso" width="250" height="250" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/pianta_in_vaso.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/pianta_in_vaso-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></p>
<p>di <strong>Anna Tellini</strong></p>
<p>Ho dovuto prenderla, con quel boccio volenteroso dopo 54 giorni: senz’acqua. Questa volta ero persino più forte del terremoto e potevo salvarla, lei piantina sempre un po’ stenta, che presto avevo imparato più che altro a tollerare, visto che ormai c’era.</p>
<p><span id="more-18701"></span><br />
“Recupero beni”, si chiama, quando, un po’ umiliata, ti metti in fila aspettando che i pompieri, come si chiamavano una volta, ti accompagnino nelle tue quattro mura trafitte, e speri che ti lascino un po’ di più, un po’ di più dell’altra volta, a strappare ai calcinacci qualche pezzo della tua vita precedente. Attraversi qualche strada che ricordi tua e di cui non sospettavi la capacità di agonizzare come corpo vivente.</p>
<p>Sì, tale è tutto quel che ti circonda, nella surrealtà dello scempio, dell’offesa. Tutto è un corpo ansante, e lo sono le pietre e gli edifici che non riescono più a consistere, perché una specie di lebbra li ha attaccati – lo chiamano sciame, e come questo può produrre la morte. Ma una morte dilatata, strisciante, è come quando spii nel canceroso i segni progressivi dello sfaldamento, e sai che non ci puoi fare niente.</p>
<p>Sì, dev’essere per questo che l’hanno isolato, non dico il palazzo, no, e neanche il quartiere, ma il centro stesso di quella che fu città, per sottrarti allo sguardo questa tanatomorfosi distillata ed esperta che si insinua con la pioggia e coi sussulti di ogni scossa, e con la dimenticanza e l’incoerenza e l’insipienza del fare. E così sei in fila, e ti chiedi cosa dovrai prendere e cerchi una razionalità agghiacciante che ti suggerisca una priorità da rispettare tra quel mobile che ti è stato trasmesso e il libro che non potrai ritrovare e il vestito fighetto con cui contavi di giocarti le tue ultime cartucce e quell’oggetto sopravvissuto a viaggi aeroplaneschi per poi finire in queste fauci.</p>
<p>E non glielo puoi spiegare, ai pompieri, figuriamoci ai soldati che presidiano come neanche un golpe, che tu sei tutto questo, la tua vita è questo, e non c’entra col recupero beni, non sei un esattore di te stesso e non ti pensi nemmeno in debito con qualcuno, figuriamoci con la vita, e che così invece, per poterla rispettare, la scaletta di priorità, devi entrare nella tua casa con movenze ladresche e stomaco peloso e occhio ottuso che mira solo al sodo ed elimina dal suo campo tutto quello che non serve, che non serve, ma che è, ma che c’è, oddio ieri non c’era, ieri il pavimento qui non era spaccato e le mattonelle non pensavano di scoppiare, e continui a muoverti con gesti innaturali e anche un po’ cautelosi perché tutto allude alla decomposizione guarda lì è affiorato un affresco e il respiro ti avvolge di muri stuprati che non sanno ancora implodere e senti che è meglio non sperare niente per non avere poi altre ferite però forse sarebbe bello pensarlo che ce la può fare, che tu ce la puoi fare, e poi vedi quel boccio così incongruo e anche lui così stupito che non puoi non prenderlo con un sorriso beota e furbo.</p>
<p>Gliel’hai fatta, sì, non era questo che intendevano per “recupero beni”.</p>
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