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	<title>laterza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Stato di minorità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2015 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alan Poloni]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alan Poloni Uno potrebbe tranquillamente vivere di editoriali e amache, magari ritagliandosele per farsene un bel quadernetto a fine anno, ma un libro è un libro. Rabdomantico o randomantico quanto volete, un libro è un libro: se un giornalista e un saggista appaiono accomunati dall’avere Amedy Coulibaly o la sclerosi della comunicazione al centro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-54552" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/daniele-giglioli-stato-di-minorita.jpg" alt="daniele-giglioli-stato-di-minorita" width="183" height="275" />di <strong>Alan Poloni </strong></p>
<p>Uno potrebbe tranquillamente vivere di editoriali e amache, magari ritagliandosele per farsene un bel quadernetto a fine anno, ma un libro è un libro. Rabdomantico o randomantico quanto volete, un libro è un libro: se un giornalista e un saggista appaiono accomunati dall’avere Amedy Coulibaly o la sclerosi della comunicazione al centro della sintassi, in realtà le differenze del loro lavoro sono sostanziali: al primo la realtà si concede da vicino, sotto le suole di una corsa violenta e impetuosa che sa di assalto al nemico, al secondo è dato sedersi al tavolo del quartier generale e ordinare gli scatti fotografici che la ricognizione aerea gli ha fruttato. Come dire: senza l’impellenza di dover conquistare un centinaio di metri giornalieri, lo scrittore svolge un lavoro di largo spettro, probabilmente più decisivo. Il quartier generale in questo caso si chiama <i>Stato di minorità</i>, di Daniele Giglioli. (<em>Solaris</em>, Laterza) <span id="more-54551"></span></p>
<p>Nella notte del mondo, hegeliana e foucaultiana, “il soggetto non è altro che un brancolamento” ed il libro di Giglioli si domanda cosa sia diventato l’uomo che, uscito dallo stato di minorità su esortazione di Kant, ha potuto disporre della facoltà dell’agire politico. Ebbene: l’uomo democratico, che si è ritrovato comunque con un sovrano, l’economia (sovrano che in qualche modo ha speculato sul conflitto), ha finito per abdicare rinunciando al diritto di azione.</p>
<p><i>Stato di minorità</i> è stereoscopico e rende la profondità. Giglioli ha ben chiaro che il compito della critica non è più dire la verità ma “individuare e rimuovere nel soggetto ciò che gli impedisce un rapporto produttivo con il mondo”. Questa chirurgia del soggetto Giglioli la porta avanti da anni: entra nel tessuto, incide, asporta (ad esempio, a pagina 11 di <i>Senza trauma</i>, un saggio del 2011 sullo stato della narrativa italiana, giace inesploso un residuato bellico, un elenco di scrittori di genere e autofiction impantanati fra stilemi e manierismi nella scrittura dell’estremo). In <i>Stato di minorità</i> ce n’è per tutti: per il renzismo (“ogni dissenso è violenza, ogni contrapposizione è guerra, ogni critica è partito preso. Occorre invece <i>fare squadra</i>, <i>tendersi la mano</i>, <i>lavorare insieme</i>”), xenofobi vari, verdi e neri (“chi non ha conflitti non è necessariamente in pace con  sé stesso. Ma chi li rimuove è di certo dominato dalla paura, ossessionato dalla sicurezza, incapace di riconoscere ciò che lo costituisce”), marxisti dell’eterno ritorno (“c’è il socialismo, dunque non è possibile che non siate felici: e comunque è un ordine”), tv e social (“lo sterile dibattito delle opinioni”).</p>
<p>Inazione, paralisi, impotenza: l’impossibilità dell’agire postmoderno viene declinato con dispositivi e reagenti vari, dalla depressione secondo Ehrenberg ai disvelamenti di Zizek, e per chi si perde nella tortuosità rabdomantica (una novantina di pagine ad alta densità) vengono lanciate decine di citazioni-salvagente (forse l’età d’oro dell’aforisma è ancora da venire, e in ogni caso trova in Giglioli un autore prolifico): “anche la più sfrenata <i>deregulation</i> in materia di finanza o di diritto del lavoro è pur sempre il risultato di un provvedimento legislativo. Di solito la si chiama riforma”; o ancora: “quanto più una società è vitale, tanto più è in grado di rendere produttive le sue contraddizioni”; e poi “che l’agire politico dei più si sia svuotato di senso è un bene per chi ne trae vantaggio”. Ma per chi non si smarrisce, <i>Stato di minorità</i> è ben altro. Anzitutto è la sintesi di categorie come terrore, trauma e vittima, robusti immissari del saggio, che se per ovvie ragioni non possono essere considerate proprie dell’autore, di certo, da qualche anno a questa parte, Giglioli ha contribuito a ridefinire. Inoltre, tenendosi a debita distanza dalla saggistica apocalittica, Giglioli costruisce un testo dotato di un suo rigore e allo stesso tempo benjaminiano (forse una delle qualità migliori del libro), un testo che senza la retorica delle campagne in difesa di, mostra come sia possibile servirsi ancora della letteratura per gettare un po’ di luce su ciò che ci sta intorno. Al centro del lavoro c’è in fatti un romanzo, <i>Saggio sulla lucidità</i> di Saramago, che ha per protagonista la scheda elettorale bianca. Ecco, leggere <i>Stato di minorità</i> in questi giorni (anni) di rinuncia al diritto di voto può risultare straniante e allo stesso tempo euforizzante: la letteratura c’è, è lì, con tutta la sua forza, basta usarla, e Giglioli ce lo fa intendere passando in tutta logica dalla strage di Parigi alle elezioni di una città immaginaria. Dà un certo sollievo pensare che in realtà basta una storia, un intreccio ben costruito e sanamente romanzesco, per far venire giù tutto e lasciarci a bocca aperta, anzi, con in bocca il sapore della profezia. (Che poi: è la letteratura ad essere preveggente o la realtà ad essere troppo banale?)</p>
<p>“La scheda bianca rappresenta anche figurativamente il grado zero della facoltà simbolica, un punto cieco del linguaggio”. Moriremo tutti Bartleby. La balena bianca ha vinto.</p>
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		<title>il Sottofondo italiano di Giorgio Falco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2015 12:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio falco]]></category>
		<category><![CDATA[laterza]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Solaris]]></category>
		<category><![CDATA[Sottofondo italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta &#8220;Avvertivo tutta questa infinita cupezza, e così, non volendo suicidarmi alle scuole elementari, pregavo in spiaggia, a otto anni invocavo bisbigliando sotto l’ombrellone, inventavo una lingua che non fosse l’italiano per farmi ascoltare da un dio straniero. Portami via, imploravo nella lingua inventata che doveva uccidere l’italiano; portami via da qui, dalla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-54152" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/cover-200x300.jpg" alt="cover" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/cover-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/cover-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/cover-900x1350.jpg 900w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Avvertivo tutta questa infinita cupezza, e così, non volendo suicidarmi alle scuole elementari, pregavo in spiaggia, a otto anni invocavo bisbigliando sotto l’ombrellone, inventavo una lingua che non fosse l’italiano per farmi ascoltare da un dio straniero. Portami via, imploravo nella lingua inventata che doveva uccidere l’italiano; portami via da qui, dalla mia famiglia, da questa nazione, da coloro che scrivono <i>in questo Paese</i> e riescono a commentare e giustificare qualsiasi cosa.&#8221; <span id="more-54150"></span></p>
<p style="text-align: justify;">“Portami via!” è l’appello accorato che funge da leitmotiv, e che si fa sentire bene, con più o meno prepotenza, in tutto il <i>Sottofondo italiano</i> di Giorgio Falco, recentemente edito da <i>Laterza</i> nella bella collana <i>Solaris</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">“Portami via!” dice il protagonista bambino, mentre rinuncia precocemente al sogno di diventare un calciatore; ripeterà quello stesso mantra da adulto, quando si troverà imbrigliato nelle maglie di un’alienante macchina aziendale; chiederà ancora “Portami via!”, perfino una volta rimasto da solo, mentre tenta di portare avanti una lotta urbana, fuori tempo massimo, per i diritti dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuerà, il nostro lucido e vivo protagonista, a sognare l’esilio volontario da uno Stato che non sa riconoscere affatto come tale, desidera ardentemente la fuga da una realtà che non gli è mai appartenuta, auspica un allontanamento, a tratti distopico, da una routine fastidiosa, posticcia, ingombrante, e da ultimo tende, costantemente, con veemenza, al silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Un silenzio impraticabile, tuttavia, un silenzio che starebbe a significare armonia, pacificazione, o &#8211; peggio ancora! &#8211; perfetto inquadramento negli schemi e stilemi di una società borghese, cieca e opprimente, che è quella che sta diventando l’Italia industriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricorda, il protagonista, di quando suo padre tornava a casa dal lavoro, la sera, e era solito sbuffare: “sta diventando una cosa impossibile”. E quel sentimento di impossibilità, di impraticabilità del vivere quotidiano, quella visione così negativa e senza scampo nei confronti di un futuro a dir poco indecente, invece che annichilire quel bambino, invece di scoraggiarlo, o di umiliarlo, o giustamente preoccuparlo, no, quel sentimento di impossibilità panica lo rassicurava. Lo faceva sentire a casa, padrone dei suoi spazi, dei suoi ricordi, dei suoi &#8211; stavolta sì! &#8211; silenzi indotti, familiari, sociali, universali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco la ricerca della via di fuga, il bisogno di separazione intima, discreta, eppure netta e senza appello, l’incontentabile desiderio di rifugiarsi in uno spazio altro, scevro dai conflitti troppo macchinosi della politica mafiosa, libero dalle catene usuranti di un lavoro spersonalizzante, distante dai ragionamenti oziosi del marketing, della pubblicità, che ostentano la pretesa di un finto benessere, l’impostura di un qualche tipo di crescita, soprattutto economica.</p>
<p style="text-align: justify;">La lingua, soprattutto: il linguaggio trito e ritrito degli slogan per famiglie, i trend motivazionali dei lavoratori sfruttati, la bieca virtualità dei social network, che restituiscono un gergo asfittico, insieme a una sequela di immagini, tra le più grottesche e torbide, di perfetti sconosciuti o colleghi sodali di una vita. Una lingua che non sa reagire, che non sa sopperire, ancora, alla ricerca di uno spazio altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo spazio altro, alla fine, in cui “non c’era più il rischio di pericolose vicinanze”, si scopre ancora invaso dal un velo ottenebrante e traslucido, che è il rumore di fondo, il rumore dei nostri stessi pensieri, delle nostre stesse cicliche azioni minuziose, del nostro chiacchiericcio sempre in fieri, della nostra coscienza e autocoscienza sfinita, sempre percepita come secondaria rispetto a un orizzonte d’attesa più alto, più luminoso, un orizzonte misticheggiante che ovviamente non arriverà mai; resta giusto la nostra consapevolezza superficiale, propriamente (e tenacemente&#8230;) italiana.</p>
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		<title>caro sindaco, parliamo di biblioteche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 13:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antonella agnoli]]></category>
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		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
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					<description><![CDATA[(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su l&#8217;Unità e a firma di Christian Raimo su Il Manifesto riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica) di Chiara Valerio e Christian Raimo #1 (Chiara Valerio) [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/idea-store-2/" rel="attachment wp-att-41339"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-41339" title="idea store 2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg" alt="" width="363" height="314" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg 363w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2-300x259.jpg 300w" sizes="(max-width: 363px) 100vw, 363px" /></a></p>
<p><span style="color: #800000;">(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su <em>l&#8217;Unità</em> e a firma di Christian Raimo su <em>Il Manifesto</em> riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica)</span></p>
<p>di Chiara Valerio e Christian Raimo</p>
<p>#1 (Chiara Valerio)</p>
<p>“La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati. Copre un arco di interessi vastissimo e quindi è un sostegno vitale anche per altre strutture culturali come i musei, i teatri, i cinema. Occorre promuovere il coordinamento e l’integrazione fra tutti questi servizi.” <strong><em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em></strong> (Editrice Bibliografica, 2011) è un altro tassello che Antonella Agnoli, bibliotecaria et alia in un paese in cui (quasi) nessuno legge, sottrae al muraglione ideologico che sta intorno all’idea di cultura, di intellettuale e di privilegio culturale e che è il principale fortilizio che soffoca la mobilità tra le classi sociali nel nostro paese. Ed è quindi un altro tassello aggiunto al concetto di democrazia. Se ne <strong><em>Le piazze del sapere. <span id="more-41336"></span> Biblioteche e libertà</em></strong> (Laterza, 2009), Agnoli ha scritto che prima di fare cultura è necessario fare alfabetizzazione – e che entrare in una biblioteca in Italia significa, invece e troppo spesso, essere costretti a valutare la situazione sociale nella quale ci si trova, in base all’esperienza in altri ambienti pubblici e all’arredamento e che dunque “occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia” –, in questo pamphlet si rivolge direttamente alle amministrazioni locali per spiegare e dimostrare come, anche in tempo di crisi, sia possibile e pure necessario investire nelle biblioteche di pubblica lettura. Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione. Le biblioteche di pubblica lettura, al contrario delle biblioteche di conservazione – che pure “sono state sempre un oggetto di valore collocato nelle nostra città come un vaso cinese in salotto, che potrebbe esserci oppure non esserci” – dal 1972 sono una responsabilità degli enti locali e spesso sono vissute come un “optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione” e non come la risorsa energetica che sono. “Nella crisi, la biblioteca è un’ancora di salvezza per i ceti più deboli, i giovani che non riescono a trovare un lavoro, i bambini che hanno bisogno di crescere in un ambiente stimolante e di fare esperienze culturali che in famiglia non potrebbero avere”. Tuttavia per essere davvero una risorsa energetica la cultura – continua Agnoli – ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare. Tutto il lavoro saggistico, e tutto il lavoro che Antonella Agnoli ha fatto e fa sul territorio – la direzione della biblioteca di Spinea (Venezia), l’ideazione della Biblioteca San Giovanni di Pesaro, il capillare giro di presentazioni de <em>Le piazze del sapere </em>in ogni minimo comune, biblioteca, circolo di lettura, presidio del libro italiano, scuole – gira intorno al concetto che il libero accesso ai libri è condizione necessaria e sufficiente alla salute, al mantenimento e all’adattamento, in epoca di accelerazione e manipolazione dell’informazione, del concetto di democrazia e della democrazia in sé. “Non si riflette abbastanza sul paradosso di un pianeta dove l’informazione è (relativamente) alla portata di tutti mentre l’impoverimento culturale della vita collettiva è palese”. Antonella Agnoli, come tutti coloro che sono padroni di un’ortodossia, è una vera eretica, le sue proposte per le biblioteche di pubblica lettura in tempo di crisi spaziano dalla possibilità di usare i locali delle biblioteche – di conservazione e di pubblica lettura – per matrimoni, feste di compleanno, mercatini di libri usati, come location per pubblicità, tutte proposte che rappresentano la reale possibilità di aprire un luogo considerato storicamente per studiosi, studenti, curiosi e intellettuali, a tutti. La sopravvivenza di una biblioteca garantisce – e leggendo Agnoli si esclama “è vero!” – la possibilità, a chi non può consentirselo per ragioni economiche o di lingua, di accedere alla rete, alla modulistica per bollette, pensione, alla possibilità di compilare un curriculum vitae. “Come i sindaci di un secolo fa non avevano dubbi sulla necessità di realizzare le foglie e di portare l’acquedotto nei loro comuni, così oggi si deve guardare alle connessioni a banda larga come a un diritto basilare dei cittadini, un <em>bene comune</em> importante quanto l’acqua”. La biblioteca, è insomma un luogo di confronto, discussione, alfabetizzazione e cultura. “La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto”.</p>
<p><strong>Odio la parola vocazione, tuttavia mi pare che per lei la diffusione della cultura somigli abbastanza a una vocazione… sono stati la scuola, l’università, i libri, le persone?</strong></p>
<p>Se sono quello che sono lo devo alla politica, non certo alla scuola. Non so bene chi mi abbia insegnato a leggere e scrivere, ma sono sicura che dai 14 ai 18 anni l’unica cosa che mi interessava era andare a ballare. Se dicessi che la cultura è stata per me una vocazione fin dall’infanzia penso che finirei nell’ultimo girone dell’inferno dantesco: dopo la maturità sono andata a Roma e invece che fare l’università frequentavo giovani artisti e la cellula di Potere Operaio (prima che fosse messo fuori legge). L’università, ripresa più volte, non l’ho mai finita, c’era sempre qualche cosa di più importante da fare. Penso che negli anni Settanta  il PCI sia stato l’università di un’intera generazione.</p>
<div>
<p><strong>Perché ha deciso di lavorare su, con e per le biblioteche?</strong></p>
<p>La biblioteca l’ho scoperta quando me ne hanno data una da fondare: prima non ci ero mai entrata. Avevo fatto la campagna per il referendum sul divorzio, e poi quello sull’aborto e così avevo conosciuto il sindaco di Spinea, una città-dormitorio alla periferia di Venezia. Non sapevo nulla, ma a me piace fare cose nuove, organizzare luoghi e attività dove le persone possano stare insieme quindi ho iniziato dalla biblioteca per bambini, scommettendo che i genitori che accompagnavano i figli si sarebbero prima o poi accorti che era un posto piacevole anche per loro. Ho cercato di raggiungere le giovani coppie con figli, comprato i libri di Munari e sperato che funzionasse. Ha funzionato. Quando me ne sono andata, nel 2000, era passato in biblioteca il 50% di cittadini.</p>
</div>
<p><strong>#2</strong> (Christian Raimo)</p>
<p>Antonella Agnoli ha scritto un libretto semplice e bellissimo. S&#8217;intitola <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, l&#8217;ha pubblicato l&#8217;Editrice Bibliografica (in una collana d&#8217;introduzione alle biblioteche che comprende altri titoli utilissimi), costa dodici euro, è lungo un centinaio di cartelle non di più. È un libro-manifesto: puntuale nelle sue rivendicazioni come una <em>Lettera a una professoressa</em>, documentato e efficace contro l&#8217;ideologia dei social network come <em> Tu non sei un gadget </em>di Jaron Lanier, difensore di una prospettiva umanistica come <em>Non per profitto</em> di Martha Nussbaum. Leggendolo &#8211; ci si impiegano un paio d&#8217;ore &#8211; si imparano (o si fa mente locale su) diverse cose: che esistono due tipi di biblioteche pubbliche (quelle di conservazione tipo quelle della tradizione umanistica italiana; le <em> public libraries</em> tipiche di una tradizione protestante), che solo il 2% di italiani legge più di due libri al mese, che all&#8217;estero gli intellettuali non hanno il feticcio di costruirsi biblioteche domestiche e utilizzano quelle pubbliche, che a pensarci una biblioteca è un luogo di socializzazione e googlebooks no, che i volumi cartacei garantiscono meglio l&#8217;integrità e la permanenza di un testo rispetto ai loro corrispettivi digitali, che i supporti informatici cambiano nel tempo e diventano spesso non utilizzabili (leggere una cinquecentina oggi sarebbe possibile, provate a fare lo stesso con un floppy), che per trovare un testo che ci serve non abbiamo bisogno di un&#8217;infinità di possibilità ma di una selezione ragionevole, che  spesso un bibliotecario riesce a trovare quello che ci occorre meglio di un motore di ricerca, che i computer non possono essere un sostituto della scuola né di una biblioteca perché se accedo a più contenuti non è per niente detto che ne comprenda di più, che affinché arrivi la democrazia anche in Egitto o in Tunisia non bastano twitter o facebook ma serve scendere in piazza coi propri corpi e qualche volta morire, che Wikipedia non ce la fa già più a reggersi solo sul volontariato o sull&#8217;entusiasmo e che quindi tocca alle istituzioni mantenere nel tempo le grandi spinte collettive, che in Italia c&#8217;è un arretratezza culturale che sta diventando immobilismo (percentuali di lettori in diminuzione, tassi di laureati metà di quelli europei, grandi sperequazioni tra scuole rurali e scuole cittadine), che la cultura ha un bisogno vitale di infrastrutture intangibili tipo la capacità di dare valore a contesti di esperienze ricchi e complessi (e va letto o riletto il molto citato <em>Italia reloaded </em> di Coliandro e Sacco), che le biblioteche possono funzionare come luoghi sociali deputati all&#8217;incontro con l&#8217;Altro (questo capita per esempio alle donne musulmane a Whitechapel che utilizzano gli Idea Store per uscire di casa e emanciparsi frequentando un corso d&#8217;informatica all&#8217;insaputa dei mariti), che dalla crisi del 2007 le biblioteche pubbliche fanno da ammortizzatore sociale indispensabile per molti di questi nuovi poveri, che le public libraries sempre di più svolgono un ruolo di accesso alla cittadinanza (ci si va per avere una connessione gratuita a internet, o capire come presentare un documento on-line), che trovare i soldi per le biblioteche in tempi di crisi anche per un piccolo comune non è per nulla impossibile &#8211; qualche concorso Miss Bikini in meno o l&#8217;affitto delle sale magari per un matrimonio o una festa di compleanno sono solo alcune delle idee possibili, che se le biblioteche diventassero  capaci di fornire molti, moltissimi servizi (da uno sportello giuridico alla possibilità di pagare le bollette a una sede per corsi di yoga al bar per l&#8217;aperitivo) si trasformerebbero nei luoghi di riferimento per i cittadini e quindi dei presìdi democratici (<em>piazze del sapere</em>, per usare il titolo del precedente libro di Agnoli), che è basilare coinvolgere dei volontari che amplino lo spettro delle attività socioculturali da offrire, che le biblioteche &#8211; a saperle progettare &#8211; possono diventare come è accaduto in molti casi in Italia i centri propulsori di una strategia di riqualificazione urbana&#8230;</p>
<p>Insomma se io fossi un amministratore pubblico eleggerei questo <em>Caro sindaco </em> a mio libretto rosso per le prossime elezioni e scriverei il mio programma politico a partire da qui, ricavandone uno slogan semplicissimo: una biblioteca pubblica all&#8217;avanguardia in ogni quartiere e tra cinque anni l&#8217;Italia sarà diversa. Se, come racconta Agnoli, ha funzionato a Maiolati Spontini, un comune di 6132 abitanti in provincia di Ancona, perché non dovrebbe funzionare dappertutto?</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/copj170/" rel="attachment wp-att-41337"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-41337" title="copj170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/copj170.jpg" alt="" width="170" height="284" /></a><br />
<strong><br />
A. Agnoli, <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, Editrice Bibliografica (2011), pp. 138, 11 euro.</strong></p>
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		<title>Lavorare un libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 06:23:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[editor]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni carletti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Carletti [E&#8217; terminata oggi sul manifesto la pubblicazione del reportage &#8220;protagonisti dell&#8217;editoria&#8221;, con le testimonianze dirette di chi &#8220;sta dietro&#8221; ai libri. Pubblico quella di Giovanni Carletti, editor di Laterza. Il resto del reportage lo si può trovare sul sito di TQ, qui.] È un giovedì di fine marzo. Il libro è in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Giovanni Carletti</strong></p>
<p><em>[E&#8217; terminata oggi sul </em>manifesto <em>la pubblicazione del reportage &#8220;protagonisti dell&#8217;editoria&#8221;, con le testimonianze dirette di chi &#8220;sta dietro&#8221; ai libri. Pubblico quella di Giovanni Carletti, editor di Laterza. Il resto del reportage lo si può trovare sul sito di TQ, <a href="http://www.generazionetq.org/2011/08/24/protagonisti-delleditoria">qui</a>.]</em></p>
<p>È un giovedì di fine marzo. Il libro è in programma per luglio, ancora non esiste una versione definitiva in mano alla redazione ma l’autore ha ormai completato 7 capitoli su 10. Una gran parte di questi li abbiamo rivisti assieme, eliminando interi periodi, spostando paragrafi, cancellando e aggiungendo. Oggi, però, ci sarà la riunione redazionale per decidere il titolo definitivo e la copertina. All’incontro, che riguarda tutti i libri in uscita a giugno e luglio, sono presenti l’editore, il direttore commerciale, la direttrice della comunicazione, la responsabile del programma, tutti gli editor, la capo-redattrice, il capo ufficio stampa e la responsabile dei diritti esteri.<br />
Su una mensola vengono sistemate 5 o 6 prove di copertina. Tutti abbiamo in mano  la scheda che riguarda il libro e che sarà poi utilizzata nella brochure che i promotori porteranno ai librai per raccogliere le prenotazioni. Gli editor prendono la parola a turno per raccontare e spiegare le caratteristiche del libro che hanno seguito, i punti di forza e quelli di debolezza, le qualità dell’autore e la sua capacità in radio, in tv o sui giornali. L’attenzione si sposta sulle copertine, alcune vengono scartate immediatamente e finiamo per concentrarci sempre su due alternative su cui i pareri divergono in modo piuttosto radicale. La discussione rischia di farsi infinita. Votiamo.<span id="more-39953"></span><br />
A questo giro mi è andata piuttosto bene. L’immagine di copertina mi convince, mi pare rispecchi abbastanza bene quello che spero sarà il libro. Abbiamo soltanto aumentato il corpo del carattere con il quale era presentato il nome dell’autore che altrimenti rischiava di essere illeggibile. Il titolo è sembrato efficace, adatto alla collana ed è piaciuto sia al commerciale che all’ufficio stampa. Si spera che “parli” a chi lo recensirà, al nostro lettore più tradizionale e a quello più occasionale, a chi acquista d’impulso.<br />
La riunione è finita, prendo il telefono e descrivo all’autore la nostra scelta. Silenzio dall’altro capo. Spedisco una mail con il pdf della copertina per chiarire la scelta dei colori e della composizione di testo e immagine. Suona il telefono: “Ci ho ripensato. Mi pare che funzioni e poi siete voi gli esperti”. Insomma, l’entusiasmo non è proprio alla stelle ma ci siamo.<br />
Ormai siamo ai primi di maggio, la prossima settimana in molti saremo a Torino per il Salone. È lunedì e la capo-redattrice è infuriata: le avevo promesso la consegna del testo definitivo per la fine della settimana scorsa, l’uscita rischia di saltare. I capitoli sono tutti pronti ma c’è una conclusione ancora da sistemare, manca un passaggio forte, un esempio che permetta di chiudere con efficacia il libro. È da diversi giorni che ci stiamo accapigliando, io per una strada, l’autore per un&#8217;altra. Mi promette queste ultime pagine per martedì sera. Arriveranno venerdì poco prima della chiusura dell’ufficio, dopo molte mail e diverse telefonate. Però raggiungono lo scopo, non sono un banale compromesso tra le due posizioni. Funzionano.<br />
Siamo alla fine di giugno, a Roma il caldo si fa sentire. Mancano 15 giorni all’arrivo in libreria. Oggi riceviamo le copie finite, quelle che poi andranno ai recensori e ai media. Scendo in magazzino e lo prendo in mano per la prima volta. Cominciano a saltarmi agli occhi le imperfezioni, mi tornano i dubbi sul titolo. Non era meglio quello che A. aveva proposto in riunione all’inizio? Si saranno ricordati di cambiare quel paragrafo che avevamo sostituito in bozze? Che effetto farà a chi se lo trova sul bancone? E se la libreria decide di metterlo nel settore “Viaggi” invece che “Attualità”? Risalgo alla mia scrivania. P. mi chiama, è contento, vede finalmente la forma del suo lavoro. Le aspettative ora sono molto alte. Bene: ci crede, lotterà per sostenerlo, si impegnerà. Poi ci sarà l’ansia per il pezzo che non esce, la presentazione andata a vuoto…<br />
Tutto era cominciato diversi mesi prima, in una giornata già autunnale vicino alla Stazione Centrale di Milano. Avevo un appuntamento con P., fino ad allora mai visto di persona, per parlare di un’idea che già da tempo mi girava per la testa. A differenza della narrativa, infatti, nella saggistica molto spesso sono gli editor a commissionare il libro o quantomeno a stimolare gli autori in una certa direzione. Raramente ci sono dattiloscritti già pronti o abbozzati da valutare o su cui intervenire. Al massimo c’è un progetto, un indice + una cartella di presentazione, per farsi un’opinione e giudicare interesse e potenzialità. Nel nostro caso l’agente letterario, presenza ormai centrale nel rapporto tra autore ed editore, non ha un prodotto finito, un romanzo, da vendere e su cui realizzare aste al rialzo. Più semplicemente seguirà, se l’incontro andrà a buon fine, gli aspetti contrattuali cercando di strappare un buon anticipo. Ma ora è ancora presto per questo.<br />
P. è contento dell’incontro. Perché ho pensato a lui? La scelta lo ha un po’ spiazzato (“La casa editrice di Croce”) ma il progetto gli interessa. Vorrebbe dargli una direzione un po’ diversa, che sente più sua. Ne parliamo a lungo, anche al telefono, nei giorni successivi. Studiamo e confrontiamo gli altri volumi che esistono sull’argomento. Lo schema del lavoro gira tra gli altri editor, fioccano le obiezioni. In quale collana lo facciamo uscire? Che dimensioni avrà? Un taglio del genere è in linea con il nostro catalogo e la nostra impostazione? Secondo A. l’indice non è sufficientemente coerente e strutturato. L. e G. pensano che sia necessario aggiungere un capitolo finale. Mi rendo conto di essermi appassionato e affezionato molto ad un’idea e di aver sorvolato su molte questioni.<br />
Ridiscutiamo a fondo il progetto con l’autore e lo ricalibriamo. In riunione editoriale all’editore piace. Ma quale sarà il titolo? P. non è molto soddisfatto dall’anticipo che gli propongo. Ci crediamo veramente? Quante copie ci aspettiamo di venderne? Alla fine però l’accordo lo troviamo. Finalmente si parte.<br />
Il primo capitolo non funziona, il tono non è giusto, in alcuni punti i passaggi sono troppo bruschi e in altri si scende in dettagli inutili. Da un lato sceglie una scrittura letteraria, quasi da romanzo, e dall’altro inciampa in vezzi accademici. Provo a dare indicazioni, elimino frasi e chiedo integrazioni. Leggono anche gli altri editor e le perplessità sono comuni. P. si blocca, si sente messo in discussione. Ci rivediamo a casa sua e lavoriamo assieme tutto il giorno. Poi di nuovo in un bar ad un tavolino. È preoccupato dai tempi stretti, un po’ deluso dai commenti anche duri. Per due mesi silenzio. Risposte secche ai messaggi, poche telefonate, blande rassicurazioni. Temo che tutto possa saltare.<br />
Poi, all’improvviso, arrivano 70 pagine. Stampo e porto a casa per leggere con più attenzione. Sorpresa. Me lo ero immaginato diverso, è molto personale e forse per questo appassionante. Ci sono imperfezioni, frasi da eliminare, errori, sviste. Però è buono, originale, non banale. Finalmente sta prendendo senso, una sua forma, si intravede cosa diventerà alla fine.  Non è mio, non ne ho scritto una parola ma in qualche modo mi appartiene. È un “mio” libro.<br />
Intanto dobbiamo preparare la riunione per le uscite di settembre e di ottobre e poi c’è quell’idea, molto bella, su cui ritorniamo sempre ma non riusciamo ad immaginare chi potrebbe scriverne in maniera sensata e consapevole. G. ha pensato ad un nome niente male, e se lo sentissimo prima delle vacanze?</p>
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		<title>Parigi val bene un best seller</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 13:00:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Allo stesso modo, molti scrittori non si mettono al lavoro con l’idea di scrivere un semplice libro, ma direttamente un best seller. Questo ha comportato una piccola rivoluzione copernicana: da categoria di mercato il best seller è diventato un vero e proprio genere letterario. Come scrivere un best seller in 57 giorni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-25409" title="cornwell_NI" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/cornwell_NI.JPG" alt="cornwell_NI" width="312" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/cornwell_NI.JPG 312w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/cornwell_NI-249x300.jpg 249w" sizes="(max-width: 312px) 100vw, 312px" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Allo stesso modo, molti scrittori non si mettono al lavoro con l’idea di scrivere un semplice libro, ma direttamente un best seller. Questo ha comportato una piccola rivoluzione copernicana: da categoria di mercato il best seller è diventato un vero e proprio genere letterario</em>. <strong>Come scrivere un best seller in 57 giorni</strong> di <strong>Luca Ricci</strong> (Laterza Contromano, 2009) è un manuale di sopravvivenza al mondo letterario italiano. Anche se è ambientato a Parigi. Non saprei come altro definirlo. Forse un anestetico allo snobismo o una sacca di apnea nei fumi del sistema culturale. Forse un pamphlet fintamente non polemico sulla critica letteraria. Forse ancora un trattato di entomologia su come, se un impiegato può trasformarsi in uno scarafaggio, quattro scarafaggi possono trasformarsi in uno scrittore. Il viceversa rimane tuttavia un problema aperto. Se uno scrittore, calpestando il suo ego, negando la sua ossessione di essere uguale a se stesso o simile a un altro scrittore (sempre morto), saltando a piè pari l’imbarazzo di porsi domande non retoriche, e ammesso che ci riesca, decidesse di trasformarsi… quanti scarafaggi ci vorrebbero?<br />
<span id="more-25218"></span><br />
Fuori di metafora <em>Come scrivere un best seller in 57 giorni è davvero un romanzo</em> su quattro scarafaggi, che si chiamano come gli scarafaggi di Liverpool. Paul, George, John e Ringo condividono l’appartamento, una soffitta parigina, con Briac. Briac fa lo scrittore e sta per essere sfrattato, perché non ha un soldo bucato. Briac per mantenersi un tetto sulla testa dovrebbe scrivere un libro e un libro che fosse un best seller, ma non vuole. Briac non vuole scrivere un libro, vuole scrivere un capolavoro. Prima o poi. E quindi pensa. E se pensa non scrive. E se non scrive né lui né Paul, George, John e Ringo avranno più di che stare al caldo. Solo che Briac è troppo impegnato per preoccuparsene. Anzi no, una volta compra una sequela di grattaevinci e tenta la fortuna. <em>Paul, George e Ringo mi guardarono con terrore. Non capivo se a spaventarli fosse l’idea di morire o la prospettiva di diventare scrittori.</em></p>
<p>Già. Gli scarafaggi spavaldi decidono di mettersi a scrivere un best seller. Ovviamente gli scarafaggi non sanno che cos’è un best seller ma giacché per loro la scrittura è una attività fisica molto simile alle ripetizioni di saltelli dalle quali tutti siamo stati vessati nella nostra vita scolastica, cercano di capirlo presto. Gli scarafaggi si interrogano sul gusto degli altri, su come la letteratura non sia un autismo ma cerchi eco, su come il mercato sia in fondo democratico, su come la democrazia non sia in fondo un parametro letterario, su come scrivere un libro non sia tanto un atteggiamento mentale ma abbia a che fare sempre, sia in una letteratura nicchia che in una mainstream, con l’intreccio delle parole, le esitazioni dei personaggi, con la <em>diversità apparente</em> tra i libri e la televisione e tra i libri e la vita. E tra la vita e la televisione. <em>(…) c’era lo scrittore che non aveva letto neanche i suoi libri; (…) c’era lo scrittore molto loquace in pubblico ma che continuava a fare scena muta davanti alla pagina bianca; c’era lo scrittore che era un abilissimo traduttore, opinionista, presentatore e che quindi aveva sbagliato mestiere; (…) c’era lo scrittore che mandava ai critici più libri di quanti riuscisse a vendere; (…) c’era lo scrittore che nonostante parlasse male dei talk show ancora non era stato invitato a un talk show…</em></p>
<p>Già. Io voglio essere uno scarafaggio di Ricci. Perché il punto è come è possibile che uno scrittore italiano, sostanzialmente trentenne, che può scrivere ispessimento dei sentimenti senza essere niente altro che uno scrittore, abbia deciso di tenere una laica equidistanza tra scrittura e successo letterario, senza incancrenirsi sulla distanza tra la scrivania ispirata e la bancarella, senza pensare che lo snobismo sia l’ultima cosmesi dell’intellettuale perfetto, o che la paratassi sia la prima chiave per entrare nell’immaginario narrativo del popolo. E quindi vendere. Senza chiedersi soprattutto chi sono gli intellettuali, chi il popolo e se c’è differenza. Il punto è quando è successo che dalle definizioni di epica ed estetica e poetica, nuove e vecchie, cannibalismo o neoavanguardie, grandguignol o neoromantiche, e il resto, uno scrittore italiano, abbia deciso che avere sostanzialmente trentanni significasse basta ideologie, basta categorie, si cambia, si leggono i libri e se voglio tenere in libreria Patricia Cornwell vicino a Winfred Sebald, fregandomene dell’ordine alfabetico, della legge morale dentro di me e del cielo stellato sopra di me, lo faccio e basta. E li ripone appaiati. <em>Preistoria della morte del codice letterario. I libri che non accettano il cambiamento non trovano più lettori. I libri che lo accettano, cercando disperatamente un travestimento, possono ancora trovarne qualcuno…</em> Trentenne è un aggettivo neutro. È un tempo, una comunanza anagrafica, lo specifico perché in un paese di veline e calciatori, trentanni possono sembrare la morte civile.</p>
<p>Luca Ricci ha costruito un apparato narrativo divertente, irriverente e scaleno, con tante penne e registri e toni e sfumature diverse per dimostrare, con a modest proposal, che l’autore non è importante. Che se quattro scarafaggi hanno scritto un libro che è un best seller non importa andare a vedere da dove viene e perché o da chi. Ricci, che di libri pure deve averne letti, e autori pure deve averne amati, racconta che i libri, senza aggettivazioni o categorie, devono essere belli e orfani. E io sono d’accordo. <em>Ma forse vivere in una democrazia comporta che conducente e passeggero abbiano lo stesso punto di vista</em>. E anche scrittore e lettore.</p>
<p><strong>A latere</strong></p>
<p>1. Non so se a Luca Ricci piaccia Patricia Cornwell. A me sì. Quando penso che la sua letteratura l’ha trasformata da una impiegata dell’ufficio del coroner in Kay Scarpetta, nel più grande anatomopatologo forense del mondo, io mi emoziono. Perché la letteratura trasforma la vita. È uno specchio deformante. Io mi emoziono. Io sono Kay Scarpetta.</p>
<p>2. <em>Paul continuava a borbottare che la critica letteraria era lo strumento d’indagine che nel corso dei secoli l’uomo aveva affinato di meno. In cinque minuti chiunque poteva farsi una gastroscopia e invece nel campo dell’analisi letteraria non si andava oltre un manipolo di linguisti russi… Il punto era che ogni sortita critica aveva rappresentato, per quanto ingegnosa, un bel vicolo cieco. La critica letteraria era una cosa personalistica, una rincorsa perenne verso l’eccentricità.</em></p>
<p>3. I dialoghi dei coniugi Picard sono molto Monty Phyton.</p>
<p>4. <em>A un certo punto si avverte come un ispessimento dei sentimenti. In quel momento si può smettere di subire la vita, e si può cercare di riordinarla a nostro piacimento, secondo una struttura, secondo uno schema, secondo una variazione narrativa. E in quel momento si comincia a scrivere sul serio.</em></p>
<p>5. <em>Come scrivere un best selle in 57 giorni</em> è un reportage narrativo con un montaggio sapiente e una collezione irriverente di scherzi e di eco, di ossessioni metaforiche e reali, di luoghi comuni. Ed è un bel parco giochi per tutti i lettori. Entrateci.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-25222 aligncenter" title="comescrivereunbestsellerin57giorni_ricci" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/comescrivereunbestsellerin57giorni_ricci-200x300.jpg" alt="comescrivereunbestsellerin57giorni_ricci" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/comescrivereunbestsellerin57giorni_ricci-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/comescrivereunbestsellerin57giorni_ricci.JPG 267w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>L. Ricci, Come scrivere un best seller in 57 giorni, Laterza Contromano (2009), pp. 110, € 9,50.</strong></p>
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		<title>Ogni cosa è sempre qualcos&#8217;altro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/ogni-cosa-e-sempre-qualcosaltro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 08:00:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[beppe Sebaste]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Qual è l’uso di un relitto aereo, mi chiedo. Forse lo stesso di un corpo morto. E mi accorgo che nella loro concentrazione assorta i vigili del fuoco lavorano al più antico dei rituali della nostra era: la deposizione. Adagiare con cura pezzi dell’aereo di Ustica, amorevolmente ricomposti pezzo dopo pezzo come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-22720" title="foglie morte in autunno" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/foglie-morte-in-autunno-300x200.jpg" alt="foglie morte in autunno" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/foglie-morte-in-autunno-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/foglie-morte-in-autunno.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Qual è l’uso di un relitto aereo, mi chiedo. Forse lo stesso di un corpo morto. E mi accorgo che nella loro concentrazione assorta i vigili del fuoco lavorano al più antico dei rituali della nostra era: la deposizione. Adagiare con cura pezzi dell’aereo di Ustica, amorevolmente ricomposti pezzo dopo pezzo come un collage, è pietà in atto</em>. Beppe Sebaste ha nella penna qualcosa che sempre confina con la nostalgia, e alla nostalgia tende. La nostalgia è infatti per Sebaste una specie di madre patria narrativa. Manda avanti frammenti di memoria a colonizzarla, poi ci trasborda i personaggi e alla fine ci trasferisce le storie. È uno scrittore pieno di altrove. Da Lady Diana alle Panchine agli <strong>Oggetti smarriti e altre apparizioni </strong>(Laterza Contromano, 2009) non fa che muoversi in mezzo a escerti di vita passata, talvolta lacerti, saltare pozzanghere di vita potenziale, e seguire i sentieri delle vite perdute e ricomposte. E a raccoglierle.<br />
<span id="more-22716"></span><br />
<em>Bisognerebbe prima di tutto dire lo spazio</em>. Se io fossi stata la Woodman a Roma nel 1978, i canti di Maldoror mi sarebbero sembrate le sirene. Che Sebaste sia un raccoglitore di voci, uno che riesce a catalogare a memoria senza bisogno di teche di legno o acustiche è una sensazione che si ha immediatamente, dall’ufficio oggetti rinvenuti a Milano, in via Friuli fino a <em>Comprai occhiali da sole fuori stagione e passai le ore a guardare il mare fuori stagione, la spiaggia vuota come nelle vecchie cartoline o nelle pagine di Scott Fitzgerald a Nizza</em>. Usa le parole come il rabdomante un bastone e cerca l’acqua con la quale lavare e lavarsi. <em>Ho scritto spesso degli anni Settanta sui giornali, ogni volta opponendomi con forza all’ostinato cliché che li vuole “anni di piombo”. Al contrario, erano anni di carne</em>. Che gli anni di carne siano pure anni di sangue è una notazione immediata, che arriva però dopo, è una conseguenza muta ed evidente. <strong>Oggetti smarriti</strong> non commenta la Storia, e non la studia, la corregge con la lente dei ricordi, la chiude in una casa degli specchi. La storia è la storia è la storia è la storia e non c’è da voltare pagina e nemmeno da farcirla.</p>
<p>La prosa di Sebaste è in effetti scarna senza essere paratattica, è piana senza rinunciare agli aggettivi. È composta in un italiano broccato o in filigrana e la struttura delle frasi le si intravede sotto una lingua parlata. Non lo scrivo per significare che Oggetti smarriti e altre apparizioni sia scritto in un linguaggio di strada, ma per rivendicare la possibilità di un narratore a raccontare storie scritte quasi fossero parlate. <em>Ora, dall’infanzia per me gli zingari erano i giostrai e quelli del circo</em>. O anche. <em>“Extracomunitari”: la formula è giusta se non si riferisce a coordinate geografiche, ma economiche ed esistenziali: la comunità è dei ricchi, i consumatori; gli “extra”, gli esclusi, sono i poveri, rom o rumeni che siano</em>.</p>
<p>Tutti abbiamo amato più cose di quelle che siamo riusciti a portarci a casa o a letto, e di certo pure Sebaste, ciò nonostante, il tono dei suoi racconti liminali, personalissimi, <em>impressionali </em>(se esistesse in italiano e avesse proprio quel suono accentato sulla o) non lascia indietro niente, nemmeno un granello di polvere, o una cicca di sigaretta. Anzi, avvolge. Perché Sebaste evoca i fantasmi. Li chiama, li accarezza, li seduce, li mette in epigrafe insieme a Carmelo Bene. E alla fine li condivide. Nessuno è dentro, ma nessuno, nemmeno è fuori. <em>Alcuni dei nomadi che vi risiedono (si noti l’ossimoro), senza residenza né permesso di soggiorno (i paradossi si sprecano), dimorano qui dal 1968. Quarant’anni senza essere riconosciuti, senza diritto di cittadinanza neppure per chi vi è nato e cresciuto</em>.</p>
<p>Si noti l’ossimoro. Si notino le chiose. <em>Essere viventi: essere di passaggio. “essere eterni: avere vissuto” (Max Frisch)</em>. E i titoli. <em>Oggetti smarriti. Salvare in memoria. Simple twist of fate. Storia con fantasmi. Big Sur. Autostrada. The golden age. Il cane morto. Zero Killed. Fino all’ultimo respiro. La vita in pegno. Non ci piace scrivere sui muri. Strawberry fields. Stelle Filanti. La fabbrica dei palloncini. Il cantiere della memoria. La vita nuda dei rom. Oltretorrente. Il pasto nudo. La polvere di Samarcanda. Danza nel mare. Uomini e topi. Come se venissimo scacciati nei boschi. Guidando verso Bologna sulla via di Damasco. Lista degli oggetti personali appartenuti ai passeggeri del volo IH 870. Nota ai testi</em>. E mia nota a margine. Contromano è una collana che dimostra che una idea di letteratura è possibile. E che le parole, dovunque si trovino, che siano piante di noci come <em>Guerra e pace</em>, o arabeschi alla Flaiano, vanno comunque lette una per una, senza generalizzare, senza chiuderle in etichette diverse da miscellanea. Contromano è una miscellanea.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-22719  aligncenter" title="9788842090373" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/9788842090373.gif" alt="9788842090373" width="266" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/9788842090373.gif 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/9788842090373-199x300.gif 199w" sizes="(max-width: 266px) 100vw, 266px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>B. Sebaste, Oggetti smarriti e altre apparizioni, Laterza, Contromano (2009)</strong></p>
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		<title>La rivoluzione non è una festa letteraria</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/07/la-rivoluzione-non-e-una-festa-letteraria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 07:30:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto. La rivoluzione non è una festa letteraria e questa non è una recensione. Le piazze del sapere di Antonella Agnoli (Laterza 2009) è un libro che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-21140" title="le20piazze20del20sapere" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/le20piazze20del20sapere.jpg" alt="le20piazze20del20sapere" width="200" height="299" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar,<br />
dal parrucchiere<br />
è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia<br />
un guscio vuoto.</em></p>
<p>La rivoluzione non è una festa letteraria e questa non è una recensione. <em><strong>Le piazze del sapere </strong></em>di <strong>Antonella Agnoli </strong>(Laterza 2009) è un libro che una parte di me vorrebbe mettere all’Indice se ancora esistesse, o comunque vorrebbe bruciare. Perché una parte di me, che vive nell’immaginario bellepoque dell’intellettuale settario di sinistra, appena conformista, utopista, elitista, e tanti altri <em>–ista </em>che nemmeno voglio elencare, oltre che snob e la-miseria-del mondo-mi straccia-il-cuore quindi me ne sto fuori a bere finché non piove, suppone, anzi sa, che <em>Le piazze del sapere</em> possono mutarsi in roghi del sapere e soprattutto sono posti dove facilmente, per parafrasare Saramago, il rametto d’ulivo di Pasqua (leggere tutti) diventa la prima frasca per la pira del supplizio (leggere cosa?). Quando ho letto <em>Le piazze del sapere </em>ho sentito molto odore di bruciato.<br />
<span id="more-21133"></span><br />
Già perché mentre il mio problema (nel caso io avessi mai guardato il mondo) è sempre stato cosa leggono le persone, il problema (risolto) della Agnoli è invece come far arrivar loro i libri in mano. Come avvicinare le persone alle biblioteche pubbliche, come farle rimanere, come eliminare le difettività nel gesti di un individuo che non ha mai allungato le mani su un libro. E incredibilmente, Agnoli non vuole cambiare le persone, non ci pensa nemmeno, non vuole parlare di generali astratti in un salotto con i divani a righe e braccioli, vuole (e lo ha fatto) cambiare i luoghi affinché risultino accoglienti. Agnoli che il mondo lo guarda e lo studia da più di trenta anni, attraverso lo specchio convesso del lavoro in biblioteca, non ha paura di usare statistiche e di procedere per approssimazioni successive. Di aggiustare il tiro, di costruire scaffali di romanzi rosa e di lasciare i libri per bambini nelle ceste sul pavimento. Antonella Agnoli è una empirista, una umanista e tanti altri <em>-ista</em> che non voglio nemmeno elencare ma che fanno di lei una maledetta, pericolosissima, rivoluzionaria. Rivoluzionaria pure perché contraddicendo Mao Tze Tung, la rivoluzione di Agnoli è proprio <em>un disegno o un ricamo</em>. È provare a sedurre i passanti, siano professori, casalinghe, bambini o pensionati, siano di destra o di sinistra, e trasformarli in lettori, aggregarli in forma di insieme. Potete capire che per me che vivo ancora come un adolescente nel mito di Ulisse, imbattersi in Circe che trasforma i libri in mezzane, e che potrebbe trasformarci me, è un incubo. <em>L’impoverimento della lingua usata anche dai giovani inseriti nel sistema scolastico è tale che la comprensione dei testi è difficile per molti di loro, il che significa essere persone che non possono leggere un libro o un giornale, e soprattutto, cittadini a rischio nei loro diritti elementari perché in difficoltà a capire una bolletta della luce o un estratto conto. La drammaticità del problema nasce dal fatto che Nella società dell’informazione l’alfabetizzazione è una necessità fondamentale in quanto funzionale ai fin del consumo dell’informazione stessa, e dunque dell’intero volano economico sul quale si regge l’Occidente contemporaneo</em>. Pensare che le biblioteche pubbliche possano servire, anche e in un paese come il nostro soprattutto, alle persone per leggere le bollette del gas o dell’acqua. O per interpretare le offerte delle televisioni via cavo mi fa venire la pelle d’oca. Siamo forse un paese di analfabeti? <em>Le biblioteche devono qualificarsi come luoghi dove si fanno esperienze comuni: questa deve essere la dimensione nuova delle loro azioni sul territorio.</em> Perché?</p>
<p>Perché finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di scrivere, partendo dai libri, che prima di fare cultura, bisogna fare alfabetizzazione. Ho scritto alfabetizzare. La biblioteca per tutti di Antonella Agnoli, come <em>La fisica per tutti </em>di Lev Landau. Siamo forse un paese di analfabeti (di ritorno?).</p>
<p>Ma come è possibile che una casa editrice solida, accademicamente di riferimento come Laterza (e il motto dell’accademia è <em>Fa che nulla cambi</em>), abbia deciso di pubblicare un libro sovversivo, irriverente, che schiaffeggia tutta la sinistra italiana (dovunque si nasconda) e parli con consapevole e arguta veemenza, di classi sociali, di scuola pubblica, analizzi e progetti una urbanistica culturale e dica che se le biblioteche devono somigliare a centri commerciali purché la gente ci vada, allora che si faccia, che si pensi, che si cambi. <em>Ciascuno di noi viene addestrato fin dalla più tenera età a valutare con esattezza la situazione sociale in cui si trova: anche chi non è mai entrato in biblioteca, sulla base della sua esperienza in altri ambienti pubblici, capirà ugualmente il messaggio implicito nell’arredamento dei locali. Occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia. Il nostro compito, all’ingresso, è convincerlo che la biblioteca è anche per lui</em>. Io parlo di sinistra italiana perché la cultura è un sistema che è stato gestito dal dopoguerra a oggi (con le eccezioni ministeriali della democrazia cristiana) dai partiti di sinistra. Perché la cultura è sempre stato un punto di forza dei loro programmi elettorali. Io che sono nata nel millenovecentosettantotto (da genitori comunisti e in una casa piena di libri, anche nel vano ferro da stiro) posso solo dire che da quando sono entrata all’università mi è sempre sembrato che le cattedre fossero utilizzate dalla sinistra come l’impiego alle poste dalla destra. Collocamento puro. Per questo mi accanisco, per questo una parte di me è innamorata di questo libro e un’altra vorrebbe che non esistesse, che non mi sbattesse in faccia la mia idea (anacronistica) di cultura, che non mi dicesse che io posso dire che la bellezza, e i bei libri salvano il mondo perché io so che i libri esistono e so che esistono le biblioteche pubbliche, che mi facesse sentire una privilegiata che ha scelto sì di leggere, ma leggere apparteneva comunque allo skyline culturale che ha sempre avuto di fronte. Ed è per questo che in barba a tutti i collocamenti accademici, alle pagine culturali dei quotidiani appannaggio di una certa sinistra, reazionaria e non sempre meritocratica, <em>Le piazze del sapere</em> mi pare veramente, finalmente, definitivamente un libro di sinistra, di quella sinistra che ben lungi dallo starsene seduta in qualche luogo ben ventilato si preoccupa di far studiare tutti.</p>
<p>Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione.</p>
<p>Io non so cosa voti Antonella Agnoli e non mi interessa, perché ho letto che cosa ha fatto. E anche se io non farei che immaginarmi felice a fumare discettando di Huysmans, Satyajit Ray, le sfumature degli aggettivi, Blob, e a pensare che un mondo nuovo è possibile ma che lo facciano altri, e a convincermi che prima o poi tutti leggeranno tutto perché i libri sono la salvezza del mondo, devo ringraziare con sdegno Antonella Agnoli per avermi sbattuto in faccia le mie pochezze, la mia natura meticcia e apostata. <em>Il pubblico fischiava, applaudiva, partecipava: solo a fine Ottocento la strategia di imporre una contemplazione totalmente passiva si impose, segmentando i pubblici e trasformando un divertimento comune a tutte le classi sociali in una pratica culturale delle sole persone colte. Nel novecento, Shakespeare fu “trasformato da un autore per l’intero pubblico in uno per una audience specifica. La metamorfosi fu da cultura popolare a cultura educata, da intrattenimento a erudizione, dalla proprietà dell’uomo della strada al possesso di circoli elitari.</em></p>
<p><em>Si può diventare eretici solo se si è padroni dell’ortodossia</em> (Carla Ida Salviati, <em>Poesie e antologia contemporanee per la scuola media</em>). Non che mi piaccia essere un eretico, avrei preferito essere donna di una sinistra colta e intellettuale, di una sinistra da biblioteche di marocchino e <em>blasoni che comportano terre e residenze di campagna; che generano semplicità, eccentricità, agio; e una tale sicurezza del proprio stato che ci si può circondare il piatto di orologi di Waterbury e dare con le mani ossi sanguinolenti al cane</em> (V. Woolf, Sono una Snob?).</p>
<p>Ma mio nonno faceva il muratore.
</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-21142  aligncenter" title="DE HE BUCHMESSE" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/frankfurter_buchmesse_buchmesse20081008144420-300x180.jpg" alt="DE HE BUCHMESSE" width="300" height="180" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/frankfurter_buchmesse_buchmesse20081008144420-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/frankfurter_buchmesse_buchmesse20081008144420.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>A. Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Laterza (2009), € 18,00.</strong></p>
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