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	<title>l&#8217;attesa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>l&#8217;attesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 09:45:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio L’attesa è quel che le cose non hanno: la facoltà di abbandonarsi. Le cose non si abbandonano. L’attesa non vuole niente, non si rappresenta niente, si riposa. Ci sono prose, in forma narrativa o saggistica, che contengono al loro interno la definizione di ciò che per l’autore esiste, di ciò che per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/800px-GustaveDore_She_was_astonished_to_see_how_her_grandmother_looked.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-40016" title="800px-GustaveDore_She_was_astonished_to_see_how_her_grandmother_looked" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/800px-GustaveDore_She_was_astonished_to_see_how_her_grandmother_looked-300x209.jpg" alt="" width="320" height="222" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>L’attesa è quel che le cose non hanno: la facoltà di abbandonarsi. Le cose non si abbandonano. L’attesa non vuole niente, non si rappresenta niente, si riposa</em>. Ci sono prose, in forma narrativa o saggistica, che contengono al loro interno la definizione di ciò che per l’autore esiste, di ciò che per l’autore compone e colora il mondo, dentro e contro le parole. <em><strong>L’attesa</strong></em> (et. al/ edizioni, 2011) di Ginevra Bompiani da questo punto di vista, è esemplare. In quattro sezioni e un’iniziale “nota tardiva” – dove l’autrice specifica che questa è una edizione parzialmente riveduta del testo originale pubblicato per i tipi di Feltrinelli nel 1988 –, Ginevra Bompiani fa la sua dichiarazione di ontologia e di poetica. Esiste solo quello che aspettiamo. L’inatteso, l’ospite, esiste solo in quanto non corrispondente all’atteso. La non corrispondenza di atteso e ospite è il tempo nel quale decidere che accoglienza riservare. <em>Ogni estraneo è un’attesa tradita. Ogni ospite sorprende la nostra impreparazione, e misura la nostra umanità sul tempo che intercorre fra la rinuncia alle rappresentazioni che l’hanno preceduto e il benvenuto sulla porta</em>.<br />
<span id="more-40012"></span><br />
<em>L’attesa </em>ha il passo del saggio e la tensione della narrativa. È attraverso i libri che Bompiani procede, dimostra, confuta, racconta. È attraverso un’elencazione di figure, personaggi, storie e antipodi che Bompiani trasforma la lettura di questo libro piuttosto una visione. L’attesa si vede e si sente molto più di quanto sia detta, e questo vedere è sentire è fatto attraverso le parole intrecciate che, come i vinci di una cesta, vanno componendo uno spazio. Ginevra Bompiani costruisce infatti casse acustiche nelle quali ci si riconosce oppure ci si perde, nelle quali si sta, si è accolti, per un momento, per occasione o per sempre, perché la sua è una scrittura, per la quale, utilizzando parole di Marina Cvetaeva, la testa trae profitto dal cuore. Così chi legge beccheggia tra “attesa” e “sorpresa”, “attesa” e “compimento”, “prigione” e “ripetizione”, “rappresentazione” ed “espressione”, “miracolo” e “morte”, “amore” e “ombra”, “riconoscimento” e “assenza”. <em>Non è questo miracoloso riconoscimento dell’altro come lo stesso, che l’amore festeggia?</em></p>
<p>Con una traslazione del principio di indeterminazione di Heisenberg – è impossibile conoscere contemporaneamente e mediante osservazione la posizione e la velocità di una particella in moto – penso che Bompiani, in questo libro, abbia raccontato, l’impossibilità di conoscere, contemporaneamente e mediante osservazione, desiderio e attenzione, il “quando” e il “chi” di colui che arriva, il “come” e il “chi”, il “quando” e il “come” privi di soggetto. Bompiani passa, con un filo rosso e spesso, per Valery, Wittgenstein, Borges, Caproni, per la morte di un Calvino mai nominato, per Henry James e Stevenson, per Kafka e Novalis, per Leonora Carrington e Tasso, per quelle parole, di avventura, perdita, sovrapposizione e sfasamento che tutte ci hanno cullato nell’idea che non solo qualcosa sarebbe accaduto, ma che qualcuno sarebbe accaduto. Perché l’attesa, al contrario del presente, è lo spazio della vita, la stanza dei sentimenti, il pozzo delle condoglianze. Perché, nonostante nell’attesa il corpo sia deposto – come pure ha osservato Woolf – i fantasmi, gli spiriti, le parole si comportano come i corpi – negli spazi conchiusi si moltiplicano, vivono.<em> L’attesa, come il desiderio, è uno dei luoghi in cui il pensiero batte più accanitamente contro i muri del linguaggio</em>. L’attesa è l’intervallo, di tempo e spazio, tra il passato di quello che avrebbe potuto essere e il futuro di ciò che potrebbe. L’attesa non è il presente indicativo dello stare al mondo, ma l’imperfetto che è contemporaneamente un tempo e uno stato. Con l’abilità e la fede – fosse pure solo fede narrativa – di qualcuno a cui sia stato chiesto di aggiungere ai tarocchi una carta che da sola possa contenere la vocazione e la tensione di una vita, Bompiani aggiunge l’atteso. Montale d&#8217;altronde ha scritto <em>L’attesa è lunga, e il mio sogno di te non è finito.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/BompianiP.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-40013 aligncenter" title="BompianiP" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/BompianiP.jpg" alt="" width="193" height="271" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/BompianiP.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/BompianiP-214x300.jpg 214w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>G. Bompiani, <em>L&#8217;attesa</em>, et al./ edizioni (2011), pp. 102, eu. 12.</strong></p>
<p><strong>a latere</strong></p>
<p>In <em>Chi non ha il suo Minotauro?</em> di Marguerite Yourcenar, Teseo e Autolico sono in strada, come due giovanotti in strada, confabulano. Giunge Arianna. Teseo dice “Aspettavo te,” Arianna risponde “Non aspettavi me, aspettavi quella che doveva arrivare.” Per questo breve dialogo, letto molto prima di capire, quando solo mi sembrava divertente e sbruffone, scritto per il gusto mio di ripeterlo agli amici incontrati in giro, le mie attese sono pure presenti. E le mie rappresentazioni narrative non si quietano davanti all’ospite né davanti all’atteso. L’atteso e l’ospite si scambiano, si perdono, si ritrovano. Stanno. Per questo motivo il mio senso di realtà è perduto e le mie attese sono sempre affollate. Spesso affollate dalle rappresentazioni distopiche, sfasate, iterate, della stessa cosa. <em>(…) lo stato di attesa è (…) un imparare ad abitare la propria casa sopportandola: sia questa casa il sé o il mondo.</em></p>
<p><em><br />
Chi è oggi un seduttore? (…) i seduttori sono diventati gli oggetti. Essi infatti hanno tutte le qualità necessarie: sono fermi, sono indolenti, non amano, non vogliono e sicuramente si annoiano. Per questo ispirano desideri immoderati. Oggi siamo tutti sedotti dagli oggetti e solo da loro. In loro speriamo perché ci cambino la vita, ci diano la felicità tanto sognata, ci siano fedeli e leali. Da loro vogliamo tutto. Proprio da loro, che non possono darci niente, perché non hanno niente, se non un gran silenzio, finché qualcosa come un palcoscenico non presta loro una voce. Come i seduttori.</em> (G. Bompiani, <em>Seduzione</em> in <strong><em>Parola di donna</em></strong>, Ponte alle Grazie, 2011). Gli oggetti seducono ma non hanno abbandono. Qual è la differenza tra seduzione e abbandono, o qual è la differenza tra cosa e oggetto?</p>
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		<title>le quattro stagioni di Jonathan Littell</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2009 08:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Ma chi dice conversazione dice scena, è una convenzione del genere. Quindi la conversazione si svolge in un parco, sulle rive di uno stagno grigio, nel frastuono delle automobili e dei tram che passano proprio accanto, tra due file di alberi alcuni dei quali castagni, riconoscibili dalle foglie a forma di melanzana [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-17512" title="jesselittell_1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/jesselittell_1-291x300.jpg" alt="jesselittell_1" width="291" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/jesselittell_1-291x300.jpg 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/jesselittell_1.jpg 296w" sizes="(max-width: 291px) 100vw, 291px" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Ma chi dice conversazione dice scena, è una convenzione del genere. Quindi la conversazione si svolge in un parco, sulle rive di uno stagno grigio, nel frastuono delle automobili e dei tram che passano proprio accanto, tra due file di alberi alcuni dei quali castagni, riconoscibili dalle foglie a forma di melanzana e soprattutto dalle castagne sparse al suolo</em>. Quando rileggo Jonathan Littell, o lo leggo ex novo, come mi capita oggi con questi <em>Studi</em> (nottetempo, 2009) mi accorgo di quanto la sua penna sia capace di mutare il plausibile in artificiale, il reale in razionale, e nel contempo di rendere le costruzioni autentiche.</p>
<p>In questo libro ci sono quattro saggi. Uno per ogni stagione dell’anno, ognuno composto in un anno diverso, il primo nel 1995 l’ultimo nel 2002. Non ci sono nomi, solo lettere maiuscole e puntate e problemi, numerati come nei sussidiari elementari, da uno a due, con quattro soluzioni, numerate esse pure, da uno a quattro. C’è una discussione sul genere neutro in francese e in inglese e <em>Non c’è che dire, il sole è pieno di bontà per le povere cose di questo mondo</em>.<br />
<span id="more-17443"></span></p>
<p>Lettere maiuscole e puntate. Quando si scrive degli <em>intorni</em> (destri e sinistri) della guerra, delle granate che rombano nelle orecchie insieme ai motori degli aerei e alle marce dissonanti dei soldati in libera uscita, bisogna prestare attenzione. Specialmente con K. Che da Kafka a Kristof, nomi cose o città, si porta dietro spettri spessi come lenzuoli. Senza scomodare il legame che Agamben, col Kalumniator, indaga tra tortura e verità, in narrativa, tra l’agorafobia di Kafka e la mancanza di consolazione di Kristof, si accomoda l’enigmistica di Littell. <em>Le Parche, dispettose, si divertivano allegramente a scombussolare i nostri spostamenti</em>. Littell e il suo K. puntato sono acrilici (quindi pop), e non evocano che spostamenti combinatori di un uomo innamorato di una donna o anche di un uomo che ha incontrato un nuovo passatempo. O tutte e due le cose a tempi sfalsati. Un <em>Twister</em>. <em>Raramente ho provato un desiderio piú violento ma anche meno fisico: non era a far l’amore con lei che il mio corpo aspirava ma semplicemente a incollarsi al suo</em>. Littell d’altro canto è scrittore di personaggi per i quali i passatempi diventano ossessioni. Prendete Maximilian Aue e i merletti. Prendete Helene e le piscine a Berlino. Prendete <em>quell’innocenza immaginaria</em>.</p>
<p>La meraviglia compositiva di questi piccoli saggi infatti non sta (nemmeno questa volta) in quello che dicono, ma nel come. Sono cartoni preparatori, sono la cinematica della narrativa di Littell. Non ci sono nomi ripeto, non ci sono connotazioni geografiche. Gli <em>Studi</em> somigliano a disegni a matita sanguigna. Corpi senza testa, mani che afferrano, piedi che si torcono, occhi che si chiudono, nature morte che si sfaldano. Tanta impazienza mi pare sconfortante. Sono studi in senso proprio. Esercizi di conversazione, di abbandono, di sesso, di defecazione e di stasi. Di eccesso narrativo e di minimalismo. Il volto o l’oggetto rappresentato in monocromo potrebbe essere di chiunque, del lettore o del personaggio a fianco e i movimenti funzionerebbero lo stesso. Importa assai poco che le recite a soggetto, le tesi dimostrative, siano l’attesa, una domenica in una zona di guerra, una coppia che discute su un bambino o la burocrazia dell’esercito che impedisce lo spostamento da un posto a un altro. Forse non importa proprio niente. <em>Curiosamente, quelle lettere e quelle telefonate, pur non essendo del tutto prive di un certo erotismo, restavano in complesso molto caste, e a volte avevano persino un tono quasi idealistico</em>.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-17782" title="cover_littellweb" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/cover_littellweb.jpg" alt="cover_littellweb" width="145" height="205" /></p>
<p><strong>J. Littell, Studi, nottetempo (2009), i gransassi, pp. 70, € 7,00.</strong></p>
<p><strong>A latere</strong></p>
<p>La <em>cinematica</em> è quel ramo (del lago…) della fisica che si occupa di descrivere quantitativamente il moto dei corpi, senza porsi il problema di prevedere il moto futuro a partire da grandezze note. Lo dice anche wikipedia.</p>
<p>Va detto che l’agorafobia di Kafka, la consolazione mancata di Kristof e l’enigmistica di Littell si portano tutte dietro il concetto di confine, di gesto ritratto ma azzardato e di spergiuro. Quindi forse si torna all’<em>homo sacer</em> di Agamben.</p>
<p>Littell declina <em>Era un sogno molto sciocco la sua infelicità</em> di Clarissa Dalloway in <em>Era un sogno molto divertente la sua infelicità</em>. Anche la tua. <em>Dovevo proprio essere un bello spettacolo nella mia infelicità, impalato sulla pista, con un grosso fiore giallo in mano, cosí incongruo in quel contesto che avevo esitato a lungo prima di trovare il coraggio di portarmelo</em>.</p>
<p>[il disegno in apice è di <a href="http://www.nosuchpaintings.com/pages/indexA.html">Jesse Littell</a> ed è il primo dei sette presenti nel <em>sasso</em> di Jonathan Littell. Di Littell, di Maximilian Aue e del gioco de <em>Le Benevole</em>, di cui questi <em>Studi</em> rappresentano i prolegomeni, ho scritto in <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/27/a-me-gli-occhi/">A me gli occhi</a>. Perché le ossessioni narrative, belle o brutte, si ripetono.]</p>
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