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	<title>laura mancini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La storia di F.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/28/la-storia-di-f/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br />
Perversione in fin di vita dice la mia amica quando le racconto la storia di F., gli alberi assentono frusciando compatti intorno alla panchina che ci costringe l’una accanto all’altra e tutto, ogni suono del parco, sembra convenire sul verdetto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-118151 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1024x757.png" alt="" width="618" height="457" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1024x757.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-300x222.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-768x568.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1536x1136.png 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-568x420.png 568w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-150x111.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-485x360.png 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-696x515.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1068x790.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red.png 1766w" sizes="(max-width: 618px) 100vw, 618px" /></p>
<p>Perversione in fin di vita dice la mia amica quando le racconto la storia di F., gli alberi assentono frusciando compatti intorno alla panchina che ci costringe l’una accanto all’altra e tutto, ogni suono del parco, sembra convenire sul verdetto. Non sapendo come risolvere l’amarezza in cui lei si contorce per non potermi dire il suo sprezzo sghignazzo, frugo nella borsa, ribatto può essere, scalcio una pigna e rido stavolta più forte come per essermi convinta, la conversazione assume un tono sfrontato da tenzone un po’ sciocca. L’amica sorride interdetta e tentenna, da quando ho smesso di parlare si alza e risiede, tocca il naso e i capelli, accende una sigaretta dopo l’altra, le basta così poco per animarsi. Sediamo a due passi dal bar del parco, in un giorno feriale di metà settimana. Non ci sono che coppie di pensionati, amanti dei cani e un personal trainer che stantuffa il cornetto nel caffellatte fissandolo serio con aria omicida. L’ho visto arringare una squadra su e giù per la collina, sopra e sotto l’arco, più veloce ancora più veloce, cash o paypal e ci vediamo venerdì. L’amica accenna un verso di scontento ma dovrà contenersi, lasciare all’implicito l’errore morale di cui mi fa carico. Il vento, banalmente, fischia “sarà”.</p>
<p>La villa è curvilinea, multiforme, intima e piena di anfratti bizzarri che ne fanno il carattere isolato, l’intenzione boschiva, l’accenno labirintico. Quando la perimetro a razzo oppressa dai podcast bofonchio insolenze contro l’utenza – liberi professionisti di zona, borghesia commerciale, ciclisti della domenica. Gente tanto inabile a godere dell’ozio da ridursi a pagare qualcuno da cui farsi urlare pronti partenza via, ginocchia alte, correre correre, e stop, recupero, recupero. Nei boschetti periferici che non mi stanco di fotografare ma di rado percorro intendo un’atmosfera, un’idea: di natura in città, di altro mondo a portata.</p>
<p>La storia di F. è figlia di questo luogo, gli è legata in modo scabroso. Io che ne sono l’unica testimone l’ho appena ripetuta con la nonchalance dei fatti; belli o brutti, essi sono accaduti. All’amica ho riportato i dettagli affinché la vicenda deflagri e significhi <em>qualcosa</em>, movimenti una situazione altrimenti dimenticabile. È iniziata così ed è finita colà. Confido in un dignitoso risvolto: prima o poi giungeranno i chiarimenti, le esegesi, le teleologie, il caso sarà sbrogliato e archiviato. Per questa ragione non mi imbarazzano gli sguardi sarcastici, le scosse di dissenso, i commenti a rinculo come <em>perversione in fin di vita</em>. Ma la vita di chi?</p>
<p>Dal giorno in cui mi è stato asportato un sospetto sarcoma per la biopsia di cui mi diranno, ogni istante è droga più di quando pensavo: farò come voglio, lo farò fino in fondo, ma poi correvo in ufficio, rispondevo alle e-mail ed ero una pavida ingloriosa pedina, schiava sociale al soldo dei mostri. Ora non più, il terrore di finire mi ha conferito coraggio, rancore, molto entusiasmo. Del binomio edonismo e malanno sarà banale l’idea ma è benefico l’effetto: in questo tempo sospeso, mentre gli alberi frusciano uguali a sé stessi e gli animali si infrattano ignari di tutto, agisco con più ritmo che cura e, nella certezza della morte, vivo convinta senza perdermi in chiacchiere. Dunque eccola qui, la storia di F.</p>
<p>Vidi F. per la prima volta senza sapere chi fosse. Passeggiavo rapida e senza meta con l’unico fine di battere un record, ma non è semplice avanzare a nastro tra buche e tombini, bar e boutique, vicoli mozzi ingolfati dalle orde turistiche del giubileo permanente in cui questa città lentamente muore. Dunque procedevo a strappi e nervi e spallate scontente sperando di non schiantarmi sul gruppo di colleghe perbene che aveva ricevuto in risposta all’invito a pranzo la mia consueta gelata su un incontro, un caffè, il ritiro di un pacco, qualunque cosa purché suonasse bugiarda e loro capissero, una volta per sempre, di non dovermi scocciare. Bloccata in coda dietro una comitiva di donne dell’est con la pettorina gialla intercettai un soggetto eccentrico – blazer sartoriale camicia in seta lavata mocassini calzini occhiali in titanio orecchino astuccio da pipa e la nota pazza dei bermuda avvitati, da cadetto o giovane di montagna. Rideva sicuro di sé tenendo una mano in tasca e l’altra a mezz’aria, con le dita un po’ aperte nel numero tre, si stringeva il naso d’aquila tra l’indice e il pollice soffiandovi dentro per ridersela ancora e si assestava schiaffetti affettuosi come a dire che tipo che sono, spacciato ma in gamba, poi passava a scompigliarsi il mullet nello stesso impeto di auto-tenerezza e insomma tutto il suo corpo esprimeva col ballo il grande spasso della conversazione. Registrai la presenza invidiando quello stare a proprio agio nel mondo senza gruppi da schivare né gruppi dietro a cui accodarsi, quell’inconsapevole tip tap tra una cosa e l’altra per riaversi dalla mediocrità settimanale. Detestabile <em>e</em> desiderabile, pensai riprendendo la foga della marcia, diametralmente opposto all’intrico di rabbie in cui mi contorcevo enumerandone le fonti: l’orrore per il carisma del mio ex marito, il fallimento del dialogo emotivo col mio bambino, il sadismo del capo che mi tratteneva in ufficio con improvvise consegne del tramonto da smontare al cospetto della mia schiera per congedarmi con un riparliamone domani, quando ci avrai pensato meglio.</p>
<p>Ti presento mio marito F., disse V., la madre del nuovo compagno di classe di mio figlio. I bambini erano alle prese con una prova di atletica non proprio brillante, sempre lì al parco, all’ora in cui i ginnasti della mattina erano ormai in sauna da un pezzo e al bar, tra i tavoli delle signore, circolavano teiere gonfie di bustine industriali. Gli alberi tacevano attoniti per la modestia del parterre. Era un autunno caldo e straniato che mortificava ogni sogno e a questo imputavo l’impasse in cui il mio bambino stanziava senza sapersi risolvere a giocare, fare i compiti, scherzare e scarabocchiare come gli altri. La prova di atletica doveva essere lo slancio perché spiccasse il volo. V. era la mamma di un alunno altrettanto esiliato, fresco di trasloco, bilingue e spiantato, delicato, introverso, alla prova di atletica eravamo andate insieme come a una terapia familiare. Dopo l’automatico piacere F. mi disse ma io ti conosco! ti vedo sempre camminare davanti al mio studio. Sorrisi senza confermare, allora chiese: sei tu? Credo di sì soffiai bisbigliando l’indirizzo esatto, ma questo e poi basta, cambiammo argomento.</p>
<p>V. era bella e rigogliosa come una pianta da frutta. Nata a Capo Verde, aveva vissuto in tutto il mondo, ora comprava e rivendeva ceramiche, cuciva oggetti a uncinetto, aveva appena iniziato a meditare, la pratica stava cambiando la sua <em>percezione della realtà</em>, il suo <em>attaccamento al terreno</em>. Ai miei occhi conservava i pregi dell’infanzia e l’esperienza dell’età adulta, trasformava in oro tutto ciò che toccava, era una musa, una lupa, una specie di incanto. Andammo altre due o tre volte ad atletica senza troppe speranze per quei poveri fessi, poi prendemmo a vederci da sole, al mattino, quando io disertavo l’ufficio per difendermi dall’infamia del capo e lei si concedeva una pausa dalle mille piacevoli attività di cui era fatto il suo giorno. Desiderava <em>respirare l’aria della natura</em> che aveva nutrito la sua salubre infanzia e ora che cos’era questo traffico!, esclamava indicando la strada intasata a valle del parco.</p>
<p>Il mio ex marito durante gli ultimi anni in cui avevamo provato a tenere insieme il tutto si era trasformato in uno strano fantoccio. Vestiva con eleganza, giocava a padel e a poker, partecipava ai convegni, girava video dei propri discorsi che poi <em>caricava</em> per monitorare come <em>performassero</em>. Ogni tanto mi portava la colazione a letto, invitava a pranzo fuori, regalava un massaggio, dei fiori un po’ andati, una friggitrice ad aria, ma con gli occhi vitrei e il corpo nervoso di un serpente. Quando si infervorava indirizzava i suoi messaggi motivazionali proprio a me che lo osservavo esterrefatta, a me che non comprendevo la sua lingua e sentivo montare una vertigine, il senso ormai nitido di un abisso. Credo si allenasse. A suo dire avrebbe <em>dato tutto sé stesso</em> perché godessi della nostra fortuna, mi prendessi i miei spazi, <em>abitassi il mio corpo</em>. Si era ormai trasformato in un mental coach e non era uno scherzo ma il modo in cui si presentava ai genitori della classe del nostro innocente ragazzo gettandomi in un imbarazzo ricco di sfumature: il rancore, il rimpianto, lo stupore, l’angoscia. Ogni famiglia camuffa una vergogna e quella era la mia. La mia personale sconfitta di essere umano.</p>
<p>Alla lunga i bambini divennero amici. Quando incontravo F. ci teneva a esaltare il sodalizio facendola più grande del dovuto. Restava allegro come in quello sketch del telefono che non avevo mai confessato di aver spiato, sempre su di giri e gasato per fatti semplici come guardare due ragazzini che giocano al parco. Una volta, mentre aspettavamo che V. tornasse dal bar con l’acqua mi disse sai a chi fa bene più che a chiunque altro l’amicizia dei bacarozzi? (chiamava i bambini bacarozzi), a mia moglie, perché frequentandoti resta nel mondo, vede come vivono le altre donne, lavorando e passando per tutti gli umori, intendendo anche quelli tetri e disperati che tu incarni. Mi mise una mano sulla spalla, una sola mano ma grande e forte, ben salda, che mi chiuse la gola.</p>
<p>Due giorni di meditazione trascendentale, disse V., in Toscana e F. oberato per la consegna di una gara, senso di colpa, che faccio non vado? Ci sono io, promisi, nessun problema: mentre lavoro la baby sitter, quando torno le pizze, un film, lascio scegliere a loro, affare fatto. Ma avevo sbagliato, sbagliavo sempre per via del capo che mi aveva convinta di essere una persona orientata al collasso progettuale – la mia visione era bidimensionale, la mia fantasia limitata. Quel fine settimana spettava al padre, sarebbe stato lui a guardia dei bacarozzi, lui a comprare le pizze e proiettare la pellicola. Certo, confermò lui con slancio, era felice di potersene occupare, io avrei avuto tempo per <em>raccogliere le energie </em>– da tempo mi spiegava che nell’eventualità della malattia il mio atteggiamento sarebbe stato fondamentale, da questo sarebbe dipeso molto, forse tutto.</p>
<p>Non avevo grandi possibilità di svago sociale, la mia amica era a Capri per l’addio al nubilato della sorella minore, mi inviava messaggi biliosi criticando ogni gesto e ogni suono col cuore pietrificato dall’eccesso di famiglia. Dunque mentre il tramonto saltava brutalmente in una notte lastricata di nero senza stelle né nuvole né fascinose nebbioline, mi dedicai a un libro che mi rattristava e colmava di ammirazione in pari misura. Se fosse stato un paesaggio l’avrei detto scosceso, a picco, puntuto, ghiacciato e poi infuocato, ma non era un paesaggio, era una storia terribile di cui intuivo la prossimità. Dunque poco dopo l’alba, così presto e ancora così scossa dalle pagine notturne, mi convinsi a una camminata convulsa che non raccogliesse ma azzerasse le energie per poter ricominciare dal niente.</p>
<p>Nel folto del parco, tra alberi ormai apertamente ostili, in uno dei boschetti proibiti dove si inoltravano solo i padroni di cani ribelli al circuito d’asfalto e inclini, per loro canina pazzia, a un deragliamento fuori pista, scorsi una figura nel vapore emanato dalle piante. Una figura fatta di due, a ben vedere, una specie di ariete, con una gran testa scatenata, come in preda a un tremore, e un corpo doppiato sul fondo, che rivelava un secondo soggetto. Colta da una curiosità che era forse intuito di orrore, mi avvicinai coi passi di un cacciatore di quaglie, decisa a scontornare la cosa per bene e così riconobbi il mullet, l’orecchino, il naso d’aquila puntato al cielo. F. emanava una sorta di rantolo, virando la solita iperbole espressiva all’estasi che non gli si addiceva affatto. Alla sagoma nota del corpo di sopra seguiva una seconda che non seppi definire sul momento ma una foto avrebbe chiarito. Clic, fece il cellulare, ma né F. né l’altra persona ne furono distratti.</p>
<p>Andai a prendere i bambini anticipando di poco l’orario concordato dai padri. Sul vialone le macchine impazzivano isteriche verso il sabato sera in un tripudio di luci che sembravano pretendere qualcosa. V. mi ha chiesto di tenerli ancora un po’ e volevo liberarti, dissi con occhi innocenti al mio ex marito che da quando allenava menti sapeva però leggerle. Fece cadere senza neanche un sermone, con l’eleganza che doveva provenire da un vantaggio privato e lasciò che portassi via i piccoli aiutandomi a rifare gli zaini e infilare le giacche. Legati i due al sedile posteriore dell’auto davanti a un cabaret di pasticcini mi misi di vedetta appoggiandomi alla fiancata come un poliziotto in borghese. Cantai cambia todo cambia pensandolo davvero e i rami per confermarlo mi persero tutte le foglie addosso frusciando piano, un’ultima volta.</p>
<p>F. era raggiante, indossava una felpa, sneaker ricamate per non essere mai da meno, un cappellino di fustagno senza visiera. Mi diede due baci come a una cugina e poi aprì la tiritera sulla riconoscenza, lo stress, il fare rete che mi chiarì come dal suo atteggiamento dipendesse molto, forse tutto. Davanti alla foto il sorriso gli si compresse in una stinta secchezza. Disse una cifra a bruciapelo con la prontezza di chi si era già trovato in quella posizione. Il dettaglio non sembrò impressionare la mia amica ed era invece centrale: è stato F. a disporsi al sommo degrado, F. ad andare per le spicce, e dunque non mi pento di aver giocato al rialzo perché a ciò che gli suggerivo, un chiarimento, la sua idea di pagare ha contrapposto la promessa di liberazione, un premio per me che ne merito eccome. La fine dei tempi in cui un uomo si sia fatto forte del dirmi riparliamone domani, quando ci avrai pensato meglio si schiarì tra le ultime foglie, fulgida come lunghi futuri senza sarcomi. Penserò a tutt’altro, dissi allora agli alberi nudi, e presi ciò che volevo senza tanti problemi.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Fu Mina</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/04/mancini-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 May 2025 04:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong><br /> Un pomeriggio d’autunno del duemiladiciotto mio marito apparve sulla soglia a un orario insolito. Lo guardai storto dalla scrivania sperando entrasse e uscisse in rapidità senza pretese di interazione, non avevo ancora concluso il lavoro del giorno ed ero irritata dal suo aspetto squinternato e fuori asse. ]]></description>
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<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/Screenshot-2025-04-14-alle-08.16.291-1024x698.png" alt="" class="wp-image-113000" width="520" height="343"/></figure></div>



<p>Un pomeriggio d’autunno del duemiladiciotto mio marito apparve sulla soglia a un orario insolito. Lo guardai storto dalla scrivania sperando entrasse e uscisse in rapidità senza pretese di interazione, non avevo ancora concluso il lavoro del giorno ed ero irritata dal suo aspetto squinternato e fuori asse. «Elio» sospirai come si constata «piove…», ma lui restò chiuso nel suo. Esitava trafficando intorno all’attaccapanni Shangai di cui mi sarei presto disfatta come se stesse cercando di ricordare che cosa fosse tornato a prendere. Non volli dare peso alla cosa avendo smarrito ogni interesse nei suoi confronti da quando avevo appreso che mi tradiva leggendo uno scambio whatsapp – erotico nei contenuti, scabroso a voler proprio infierire. Era stata una scoperta un po’ patetica, dovuta alla presbiopia e all’istinto alla lettura, una deformazione professionale di cui di norma ci si bea ma non in casi come questo. La schermata della chat resa gigantesca dalla scala aumentata dello schermo del nostro computer mi aveva trasformato all’istante nel genere di moglie che spia – ma piuttosto: vede suo malgrado – il marito in tutta la sua semi-demenza, segno che il degrado imperversava sul nostro comune destino macellando in un sol colpo i fasti del passato, o almeno “il suo dignitoso ricordo”. Ne era conseguito un disincanto radicale verso l’entità biologica ancor prima che storica, l’essere umano ancor prima che il compagno di una vita. Ma ventidue anni non fanno neanche <em>mezza</em> vita, mi ero detta, quindi chi se ne frega. Da settimane mentiva istericamente sulla sua routine, i suoi spostamenti, i suoi impegni di lavoro e i suoi appuntamenti ricreativi che definiva stressati da irrimediabili questioni accademiche ed erano invece solo esplosi per via di una relazione extraconiugale che non sapeva gestire. Trovavo quasi comico il suo sforzo di fornire precise e credibili descrizioni degli eventi immaginari che lo trattenevano fuori casa sebbene non gli chiedessi conto di nulla. Annuivo a ogni informazione guardando la parete verde salvia del soggiorno che ora mi ricordava un ospedale psichiatrico e non più il padiglione di un museo come quando l’architetto ci aveva presentato la palette con fare spocchioso. E più io annuivo più lui farneticava. Mentiva con un atteggiamento che gli doveva sembrare navigato ed esperto, degno del traditore seriale che dubito fosse stato, negli anni precedenti a quel gotico exploit fedifrago. La questione più divertente – sì, uno spasso. Che cosa stava cercando frugandosi in tasca, una prova da occultare sotto i miei occhi? Povero tonto, il solo ricordo è uno strazio – era che mi sapeva a conoscenza di tutto per essere irrotto nello studio proprio mentre leggevo la conversazione amorosa, ma inorridito e pietrificato dalla contro-scoperta si era astenuto dall’appurare la mia effettiva comprensione dei fatti e lo stato emotivo in cui versavo alla luce del nuovo grande segreto che ci divideva. O univa… eravamo entrambi stupiti dall’indifferenza che opponevo alla sua slealtà. Proprio io, <em>Fu-Mina</em>, come mi chiamavano le amiche anteponendo una sillaba al mio ultimo nome. Fumina era stato il personaggio iracondo che avevo interpretato fino a quel momento: presa consapevolezza del torto, il torto si era fatto piccolo, il reo miserabile. Fu Mina, ora non più.</p>



<p>Di slealtà non si sarebbe trattato in fondo se solo Elio avesse deciso di spiegarsi, o almeno di rivelarmi l’intenzione-tentazione di intraprendere un’avventura sensuale con un suo amico, una persona a entrambi familiare che io stimavo particolarmente, uno dei pochi scrittori che frequentavamo ancora. Avevo appena letto il suo ultimo romanzo tutto d’un fiato trovandolo superiore alle prove precedenti e sorprendente per l’atipicità. Non era ascrivibile ad alcun genere, rifuggiva le etichette e mi conquistava completamente nonostante le caratteristiche del tutto antitetiche al mio modo di sentire e <em>leggere</em> la realtà – la prosa scarnificata che in quel periodo riempiva la bocca di tanti era solo una delle caratteristiche del romanzo, non la più significativa. Ero rapita dalla natura onirica del testo, ma ancor più dalla caratura artistica dell’autore che traspariva in modo tutt’altro che compiaciuto dalla prosa, librandosi in aria e planando sulla pagina attraverso torrenziali ma sorvegliati sfoghi verbali compatti senza che si potesse davvero decifrare il senso della storia o sovraccaricarla di significati accessori. Non pretendeva di averne, né tantomeno di spiegare, istruire, sconvolgere o lasciare un segno. Eppure era un libro di idee: di idee e non di trama, di idee e non di personaggi, un lavoro distante da tutto ciò che avevo apprezzato nella narrativa contemporanea fino a un minuto prima di essere sedotta e tradita dalla stessa persona, Didier Slimani. In un certo senso avrei preferito chiedere ragione del misfatto solo a lui: lo ritenevo più degno e assennato. Elio avrebbe affogato il fatto nell’imbarazzo riducendolo al ridicolo accidentale e continuando a cercare qualcosa di immaginario nelle tasche dell’impermeabile. Mi ero risolta per lasciarli sguazzare in pace nel loro amorazzo da vecchi dedicandomi agli strascichi di una vita destinata a un unico compagno fedele: il lavoro.</p>



<p>Un anno prima avevo lasciato un incarico ventennale come editor in chief della narrativa straniera per una delle maggiori case editrici italiane dopo l’acquisizione indiscriminata di diverse case minori da parte della stessa al solo scopo di monetizzare forsennatamente pubblicando letteratura pornografica, manga coreani e libri demenziali per adolescenti – tutta l’immondizia che andava di moda in quegli anni. «Mina ma perché», aveva biascicato l’editore mentre ragionava soddisfatto su chi invitare a sostituirmi. Le dimissioni erano state liberatorie, non rimpiangevo lo stile ibrido del mio ufficio con le lampade tiffany e le poltroncine frau, né i personaggi che vi transitavano – topi ragno, uomini bassi, per lo più, con mani piccole e delicate da preti. Da qualche mese, nella nonchalance della libera professione senile, collaboravo con una rivista culturale internazionale che stava improvvisamente prendendo una piega molto meno indipendente di quando ero stata ingaggiata con una lusinghiera proposta vergata su vera carta con vera penna dalla direttrice in persona. Era un’amica di amici, snob ed eccentrica, un’esteta nomadica che si era formata nella scena artistica dell’Europa meridionale dove aveva consolidato un profilo militante raro a trovarsi nell’ambiente in cui sguazzava raccattando fondi a destra e a manca. Purtroppo il suo personaggio, al pari della mia superata caricatura collerica, era stato smontato dalla crudezza del quotidiano e non mi avrebbe stupito essere liquidata dall’oggi al domani per incompatibilità dei nostri reali ego che avevano iniziato a confliggere dal minuto zero della mia partecipazione al progetto. Io volevo una chiusura sofisticata a decenni di lavoro letterario, lei voleva fare soldi senza perdere la faccia. Questo era invecchiare male, cadere dai rami più alti come foglie prosciugate dal tempo e sgretolarsi a terra in una polvere qualsiasi, mi dicevo fissando la dirimpettaia che stendeva o ritirava i tappeti dal terrazzo ventiquattr’ore su ventiquattro con un aspetto tanto più sereno del mio. Tornando al quadro più piccolo, la delusione che mi opprimeva alle riunioni della rivista presiedute da individui ignari dei contenuti culturali, ma molto edotti sugli spazi pubblicitari a disposizione, era un chiaro segnale dell’imminente scadenza del mio sodalizio con l’astuta manager e con una certa epoca dell’editoria. Ero stanca di recitare e ascoltare recite, badavo solo ai fatti e i fatti erano squallidi.</p>



<p>Non sono sicura di aver chiesto a Elio come mai fosse tornato a casa prima del solito o a che cosa fosse dovuto l’atteggiamento cogitabondo che lo tratteneva sulla soglia con una manica del loden sfilata e l’altra ancora addosso, lo sguardo perso sulla presa del modem, un’aria stralunata per la quale in tempi di minore estraneità lo avrei deriso. Al contrario ricordo perfettamente che un allarme proveniente da un interno del palazzo suonava senza sosta da ore rendendomi impossibile conferire qualità narrativa al pezzo sulla ceramista inglese in consegna per il giorno successivo. Dal profilo esangue che mi era riuscito di comporre mentre l’emicrania pulsava all’unisono con l’allarme emergeva un’artista poco affascinante, il suo atelier, i pavoni, il riferimento a Virginia Woolf e all’Omega Workshop: era tutto molto noioso e le due cartelle che avevo composto meccanicamente non rivelavano nulla di inedito, non vantavano un guizzo stilistico né il minimo trasporto. Ciò che feci di certo fu rivolgere a Elio un saluto stringato e offrirgli una tazza di tè. A quel punto lui si riebbe e mi rese uno sguardo diffidente, quasi fosse incerto della mia identità e delle ragioni ultime della nostra convivenza. «È morto», disse, «ieri era vivo e oggi è morto». Comprendendo all’istante a chi si riferisse ne pronunciai il nome in modo interrogativo. Ma non può essere accaduto davvero, pensai, è <em>giovane</em> come ormai dicevamo di chiunque avesse meno di ottant’anni, ha ancora tanto da <em>scrivere</em>, libri che sarò <em>io</em> a leggere. Poi una freddezza immotivata mi pervase allontanandomi da quanto accadeva. Tacqui a lungo finché Elio non ripeté «Didier» e poi: «ha avuto un infarto, non c’è stato niente da fare, mi ha telefonato la figlia». Niente da fare, mi dissi, e ancora una volta: niente da fare. Fuori l’allarme continuava a suonare.</p>



<p>Avevo conosciuto la figlia di Didier a una presentazione di un libro del padre, anni prima. Mi era parsa una giovane donna dallo stile insolito, con voluminosi capelli rossi e un paltò vintage che doveva aver pescato a caso in qualche mercatino. Si chiamava Emma, abitava a Montpellier e veniva a trovare il padre per brevi e sporadici soggiorni dovendo dedicare l’altra parte delle ferie alla madre che dopo la separazione era tornata a vivere in Inghilterra. Una donna di gran classe, la madre, alla Jean Rhys, magra, pallida e squilibrata, dall’intelligenza spaventosa, spesso alterata e isolata, una protagonista involontaria nata con la camicia, ma di forza. Theresa. Pur avendola incontrata un milione di volte, non avevo il suo numero di telefono né il suo indirizzo e-mail, di lei non mi era rimasta che una specie di ombra sottile. Tutt’altra storia era la giovane Emma. Ci teneva a definirsi “naturalizzata” francese e spiccava per il suo studiato grigiore, era algida, concentrata sul lavoro – insegnava antropologia all’università – e fredda come le persone che crescono facendo a meno dell’aspetto sentimentale delle cose. Non aveva nulla del fascino dei suoi genitori, non sembrava interessarle la realtà poco terrena a cui loro avevano ispirato le rispettive disperazioni. Non seppi immaginare in che modo avesse accolto la notizia della morte del padre, forse la tragedia le aveva tolto di dosso quel rigore con cui doveva spaventare gli iscritti al seminario monografico su Lévi-Strauss. «Che palle» fu quanto mi uscì stranamente di bocca mentre Elio continuava a fissare l’attaccapanni come un totem o un crocifisso. Lottava con l’indecifrabilità del destino, vecchio, stolto amico mio. Qualcosa, forse l’amore, si dimenava in lui, impedendogli di piangere.</p>



<p>Mi lavai i denti, infilai l’impermeabile e presi le chiavi della macchina che Elio aveva cercato senza successo. «No», disse al muro salvia prima che uscissimo di casa, «non serve». Non parlava da solo da quando aveva consegnato il lavoro che lo aveva demolito prima del grande rilancio, come chiamavamo il suo ultimo decennio di attività. Si mise alla guida e mi augurai che non andassimo a sbattere, non perché avessi cara la pelle ma perché detestavo l’idea di morire in modo stupido e inconsapevole. Per distrarmi setacciai il web a caccia della notizia. La casa editrice aveva già annunciato la fine di Didier come l’esito improvviso di un male di cui l’autore era stato inconsapevole e che lo aveva dunque sorpreso nel fiore dell’attività strappandolo al piacere della vita e alla febbrile attività letteraria. Tra le righe del comunicato si intendeva qualcosa come un infarto silente, un tumore fulminante. Parcheggiammo la volvo a due passi dall’ospedale e mentre camminavamo verso la camera ardente notai che a Elio tremavano le mani. Quando parlava il mento subiva un lieve sussulto alla base, come per un’imminente ischemia.</p>



<p>Ci accolse Emma in persona, senza sorridere ma neppure piangendo o mostrandosi più scossa del dovuto. Ci fermò sulla soglia della camera ardente per esporre in modo rapido e chiaro l’accaduto. Dopo la premessa sulle cause ufficiali della morte, passò a descriverci in modo minuzioso il suicidio del padre – «Alle ore xx ha ingerito le pastiglie, alle ore yy ha scritto una lettera che leggerò alla commemorazione. Si rivolge anche a lei, Elio». Mio marito palleggiava gli occhi da destra a sinistra a velocità supersonica. Emma proseguì il resoconto secondo per secondo fino agli ultimi respiri esalati e agli spasmi post-mortem. Doveva essere carica di odio, per qualcosa o qualcuno. Studiandola a fondo mentre esponeva i fatti in modo implacabile, come una campana che col sole o con la tempesta, per un matrimonio o un funerale, a quell’ora rintoccherà la mezza punto e basta, compresi che era la consapevolezza di chi fosse stato mio marito per suo padre a ispirarla. Quanto a Elio, l’unico dei presenti sconvolto dalla perdita, prese a oscillare il corpo intero tenendosi aggrappato a una colonna di porfido e poi a me, come un ballerino perso nel ripasso della coreografia prima di entrare in scena.</p>



<p>Un anno prima di morire Didier aveva depositato testamento presso uno studio notarile di Nizza, il che è insolito per un uomo di sessantaquattro anni, ma del tutto sensato per un aspirante suicida avverso ai lasciti irrisolti. Di ritorno a Roma aveva mischiato grappa e benzodiazepine in una tazza danese come una di quelle poete americane afflitte da problemi psichici – sulla porcellana era poi stato trovato un fondo vischioso di miele scuro. In quell’occasione di cui né Elio né io eravamo a conoscenza che aveva preceduto di dieci mesi il secondo e più riuscito tentativo, Didier era stato salvato nonostante l’imperativo “non rianimatemi” scritto a penna sul petto. Nulla di quanto aveva compiuto corrispondeva all’idea di lui che avevo coltivato leggendo i suoi romanzi o ascoltandolo parlare di Londra Parigi e Algeri, la soluzione a cui era giunto contraddiceva il suo distacco dagli oggetti e dalle pulsioni oscure che avevo creduto poterlo agitare solo a livello cerebrale e tecnico-letterario, come capita a un uomo immune alle meschinità, un artista che risponde a una poetica e scava senza mai sprofondare. Mi ero lasciata ingannare dalla veste sociale senza cogliere la reale persona, avevo letto il manifesto ma non il testamento. Il coup de théâtre arrivava col lascito: Didier <em>ci</em> aveva donato – venivo menzionata per esteso, con tutti i nomi e i cognomi che i miei genitori per pura megalomania mi avevano attribuito – una villetta in Costa Azzurra, a Saint-Paul-de-Vence, dove James Baldwin aveva trascorso i suoi ultimi anni. James e Didier, annotai mentalmente per il memoir che fino a pochi minuti prima non avrei avuto ragione di scrivere e ora forse sì.</p>



<p>Quando apprendemmo tutto questo – che era molto anche per gente disinvolta come noi – ci trovavamo ancora all’ingresso della camera ardente, a pochi metri dalla salma e da una decina di persone che non riuscivo a mettere a fuoco. Il forte vento da nord muoveva a battito d’ali il rever del cappotto di Emma – quinte impazzite dopo uno spettacolo assurdo ideato per provocare il pubblico. L’episodio a cui partecipavo senza sapermi opporre era permeato dal cattivo gusto e dal cattivo auspicio. A troncarlo arrivò una donna microscopica spettinata dal maestrale che Emma chiamò «nonna» allontanandosi finalmente da noi. Elio sbavava lievemente e pareva rimpicciolire sotto il peso del cappotto. Per spezzare il suo silenzio dissi «non male» in riferimento alla notizia della casa. Fremevo sperando di poter concludere quanto prima l’immonda situazione, l’ondulazione di Elio, il libro degli ospiti, quel mostro con gli occhi asciutti e il ghigno trattenuto, i fiori, l’odore di disinfettante, i miei grotteschi «che palle» o «non male», quel vento malato, venuto a confondere le idee. Emma incrociando il mio sguardo ammiccò come chi avesse appena chiuso a proprio vantaggio una trattativa complicata e avvicinandosi nuovamente mi soffiò nell’orecchio: «la casetta è un incanto, si fa perdonare la sua umidità». Ogni cosa intorno a noi si scontornava fino a svanire svuotando la stanza dagli oggetti e la mente da ogni significato.</p>



<p>A Elio che camminava come se fossero il vento ghiacciato e l’uragano di foglie a spingerlo a pedate verso il parcheggio dissi «me la ricordavo meno agitata», ma non ebbi risposta. Accese il motore e zappò a caso sui pedali, ogni minuto meno in sé, vicino al suo inferno, solo nel suo privato abisso. Lasciò squillare più volte il cellulare – chi lo chiamava, ancora quell’aguzzina con le scarpette da tango o il rettore per fargli le condoglianze? Frusto come uno straccio bagnato, aspettava che a ogni verde ci strombazzassero contro prima di rimettere in marcia col fare di chi sia sbronzo e stremato, stufo di sé, non rianimatemi.</p>



<p>Presi a rimuginare su tutti i romanzi non scritti e su come avrei fatto meglio a prendere ad accettate la mia scrivania per poi farla ardere in un caminetto di Saint-Paul-de-Vence interrompendo una volta per tutte le passeggiate tra gli scaffali delle librerie intasati da robaccia e le riunioni con l’editrice mercenaria, non erano migliori di quelle coi topi ragno. «Chi?», mi chiese all’ennesimo colpo di clacson, «la figlia» replicai, «Emma? Non è agitata, solo un po’», ma non finì la frase. «È <em>un po’</em> agitata?», «Dura» riprese piatto, «Emma è molto dura». Fu quanto di più intimo ci dicemmo sulla vicenda durante il viaggio in macchina a sbalzi e inchiodate. Poi piombammo in un concetto di perdita permanente fatto di silenzi, lunghe sessioni di lettura e pasti separati. Non ne parlammo più, non decidemmo nulla e non facemmo altro che aspettare, fino all’estate successiva quando partimmo per Saint-Paul-de-Vence con un’idea comune e complementare, di pentimento e redenzione.</p>
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		<title>Branchi di cani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br />
Non so quando fu che iniziai a pensare ai branchi di cani. Branchi, di, cani, sarei tentata di scandire per ricordare come singoli elementi possano compattarsi in un simbolo monolitico e depositarsi nella mente fino a produrre calcare e ruggine, fino al totale squagliamento in un immondo pantano.]]></description>
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<p>Non so quando fu che iniziai a pensare ai branchi di cani. Branchi, di, cani, sarei tentata di scandire per ricordare come singoli elementi possano compattarsi in un simbolo monolitico e depositarsi nella mente fino a produrre calcare e ruggine, fino al totale squagliamento in un immondo pantano. L’idea era prima assente e poi costante, mi svegliava di notte con dettagli sino ad allora trascurati e caricava di nuove energie visive durante i rituali di preparazione alla giornata che incombeva al di fuori della porta; infine percorreva con me le strade trafficate e rabbiose della città mentre accompagnavo le donne da casa alla stazione e dall’aeroporto a casa a bordo del mio taxi rosa senza licenza che mi esponeva al linciaggio della mafia turistica. Forse l’immagine dei branchi di cani venne a me per sostituire quella del linciaggio – un’alternativa più surreale ma per questo suprema al genere di brutta fine cui l’esperimento di auto-reddito mi esponeva, una fantasia di violenza incontestabile, impossibilitata a un co-protagonismo con altre morti. Erano i cani e i cani soltanto a potermi finire. Ciò che vedevo era semplice da decifrare: un compatto gruppo di cani bavosi deciso a uccidermi poiché l’istinto gli ordinava di farlo. E contro l’istinto non c’è molto da obiettare, valutavo con un convincimento che non avevo mai provato di fronte a nulla. La mia unica scelta fino all’inizio dell’ossessione era stata quella di lasciarmi ossessionare. Che cosa studiare, con chi dividere le spese di un appartamento, dove andare in vacanza erano questioni che non avevano mai raggiunto un’evidenza alla quale reagire secondo un preciso e implicito schema – A più B uguale C, C meno B uguale A eccetera. Nel sogno a occhi chiusi o aperti i cani si manifestavano all’improvviso cogliendomi alla sprovvista come l’organismo giudicante che non mi avrebbe fatto transitare e soprattutto che non mi avrebbe lasciata vivere ponendo fine a ogni problema.</p>
<p>Per scrivere questo memoir flash ho ripercorso in ordine cronologico le occorrenze del personaggio “branco di cani” nella mia quasi quarantennale vicenda e non so se il risultato sia quanti o qualitativamente rilevante, alla rilettura non sembra che i singoli episodi abbiano avuto un significato dirimente, nessuno di essi pare aver segnato un prima e un dopo, nessuno di quei branchi ha spartito le acque della mia in fondo lineare esperienza. Eppure la sola ripetizione epifanica, per ragioni misteriose e dunque degne di riguardo, mi pare acquisire un peso ogni giorno più tangibile. Un peso e un ringhio che mi porto dentro in ogni attività, dalla più squallida e corriva – avviare la lavatrice, parcheggiare la macchina, bollire le zucchine, depilarmi le ascelle, pagare le bollette – alla più intensa e complessa – non saprei citarne alcuna.</p>
<p>La prima volta in cui mi imbattei in un branco di cani avevo otto anni e mi trovavo a Bracciano, nella sontuosa e decadente villa di un’amica dei miei genitori. La residenza era composta da due piani di stanze su stanze e un immenso giardino con campi da tennis, piscina vuota e pista di atterraggio per elicotteri e jet privati. L’amica dei miei l’aveva acquistata a un prezzo stracciato da un attore americano che doveva aver coltivato il pallino di quella precisa zona lacustre durante il breve periodo in cui aveva avuto successo e un budget illimitato per dare sfogo alle sue in fondo scontate megalomanie hollywoodiane. Tra i segnali di rovina della casa c’era un branco di cani semi-randagi che si aggirava per il giardino – ettari ed ettari di parco, a loro completa disposizione. Poiché i miei genitori mi avevano avuto a un’età in cui negli anni Ottanta non era molto comune mettere al mondo bambini i figli dei loro amici nella maggior parte dei casi non erano miei coetanei ma già adolescenti e si sottraevano ai raduni dei nostri andandosene a spasso con i compagni di scuola, in viaggio, in gita, o in motorino chissà dove. Per la noia quel giorno mi misi a fare scherzi telefonici digitando numeri a caso da una delle camere da letto arredate con moquette, specchi, abat-jour e tolette. Poi vidi i cani dalla finestra, li corteggiai con lo sguardo seguendo il loro compatto moto verso una parte avvallata del giardino. Li raggiunsi all’istante, mi sedetti all’ombra di un albero che nella mia ricostruzione fiabesca è un ciliegio e lì cantai per un tempo pressoché infinito canzoni inventate di sana pianta sullo stile di Che sarà sarà. I cani si adagiarono sul prato intorno a me in un cerchio quasi perfetto e stettero immobili a sentirmi cantare. Ad ascoltarmi ammaliati, nella mia percezione degli eventi. Il randagio di taglia grande che si era sdraiato più vicino a me aveva sulla fronte una specie di sassolino lucido e liscio che toccai tante volte e che crescendo anni dopo valutai essere stata una zecca.</p>
<p>Il branco di cani che vidi a Palermo quando andai a trovare una mia compagna di università mi fece paura. Avevo conosciuto quest’amica di nome Virginia a un corso di storia contemporanea dal programma seducente – rivoluzione culturale, civil rights movement, Woodstock, Sessantotto, femminismo. Era tenuto da uno storico famoso e anziano che ipnotizzava la classe con un eloquio forbito e un ritmo retorico perfettamente equilibrato, scevro da qualsiasi isteria post-ideologica. Il parterre di Roma Tre era meno alternativo di quanto avessi sperato nel corso dell’estate precedente all’immatricolazione sognando gruppi di antintellettuali da sottoscala e collettivi politici internazionali. Trascorso un paio di mesi dall’inizio delle lezioni mi aggiravo sola per i corridoi cercando un nascondiglio dove mangiare il panino avvolto nella stagnola. Dunque quando avevo preso posto vicino a Virginia ero stata mossa da una certa speranza di socializzazione, basata su indizi estetici: esibiva uno spesso cerchio d’argento sul labbro inferiore – che lei chiamava “il gioiello” – e una specie di divisa collegiale nera a metà tra il redskin e il mod. Io ero reduce dalla fase rave e apprezzavo tutte le sottoculture di quello che consideravo un comune lato della barricata.</p>
<p>Al termine dell’anno accademico Virginia mi disse che sarebbe tornata a vivere a Palermo, si era trovata male a Roma, non aveva stretto amicizie – ero una rara eccezione, insufficiente a farle da tessuto sociale –, aveva discusso con la padrona di casa tanto aspramente da doversi rivolgere in modo poco punk ai carabinieri – che io chiamavo “le guardie” – e non le piaceva il cibo – la <em>vostra</em> frutta non sa di niente, diceva sprezzante. A Palermo, dove la raggiunsi ad agosto per consegnarmi al sentimento di inadeguatezza e anomalia assoluta nell’ambito del suo omogeneo giro di rocker coperti di tatuaggi old school, quello dei branchi di cani era un problema. Il suo migliore amico, vedendomi impietrita da una comitiva canina ruminante nell’immondizia, mi spiegò di aver trascorso le ultime ore di una notte brava a tentare di rientrare a casa senza riuscirvi per colpa dell’assedio dei cani che gli correvano incontro ringhiando al suo minimo tentativo di avvicinamento al portone del palazzo. Aveva dormito in macchina. Ero sbalordita, e lo fui ancora di più quando ritrovai il tema, o meglio il personaggio, o meglio il nemico, nel romanzo <em>Il tempo materiale </em>di Giorgio Vasta, segno che non avevo rielaborato il ricordo fino alla deformazione, ma che i branchi di cani all’inizio del secondo millennio infestavano Palermo.</p>
<p>Qualche anno dopo, ai tempi del lavoro creativo che non mi permetteva di progettare le ferie fino alla data dell’improvvisata partenza, il mio compagno e io trascorremmo una ventina di giorni di luglio e agosto in giro per il Sud Italia. Il nostro obiettivo era riabilitare l’immaginario del Sud, esplorarne le bellezze recondite, e ci ritenevamo tanto più soddisfatti quanto meno frequentata era l’area in cui ci riusciva di bazzicare, tappa dopo tappa. L’esito più alto del binomio ammirazione-emarginazione di quella vacanza fu Isola di Capo Rizzuto, in Calabria, dove pernottammo in un campeggio di fricchettoni adulti dediti ad attività come lo yoga kundalini al tramonto, i bagni nell’argilla rossa di cui la spiaggia in cui il campeggio collinare precipitava era ricca e la musica reggae che risuonava da mattina a notte fonda per tutta l’area delle piazzole, e del bar, e del parcheggio. Il campeggio era gestito da un collettivo bolognese, mentre il personale dedicato alla manutenzione e alle pulizie era calabrese e questo generava un’atmosfera coloniale scioccante che ci indispose e intrigò al tempo stesso. Non ci mischiammo né con gli uni né con gli altri, né con la popolazione villeggiante di cui snobbavamo le attività, tanto che una ragazza una sera mentre ero in fila per pagare la pizza mi chiese stai bene? per la sola espressione che mi deformava il volto.</p>
<p>Un tardo pomeriggio, per fuggire ai bassi dei subwoofer e alle nenie rastafariane andammo a correre nella campagna che circondava il campeggio, era sconfinata, selvaggia, arruffata e il miglior scenario possibile per un branco, di, cani. Al solo scorgere le nostre figure – una alta e sottile, l’altra minuta e luccicante – il maremmano capo, o così lo intesi sul momento, dalla sommità di un cucuzzolo ululò come ci si aspetta che faccia un lupo mannaro. Al suo richiamo seguì la repentina comparsa di una decina di simili che prese a venirci dietro nervosamente. Non correre, mi ordinò il mio compagno mentre entrambi correvamo, e proprio quando i cani erano a un palmo dai nostri glutei nervosi una macchina sopraggiunse sgommando con la portiera spalancata per offrirci un passaggio. Appena volati a bordo del sedile posteriore ci trovammo faccia a faccia con un pitbull che abbaiò forte ma era buono, spiegarono i proprietari, aggiungendo che quella dei branchi di cani era una vera piaga della zona. Loro campeggiavano nel villaggio accanto al nostro campeggio – un luogo per famiglie in cui faticavo a collocare la coppia di punkabbestia con pitbull che ci aveva salvato – e non uscivano se non in macchina.</p>
<p>E infine i cani di ieri. Guidavo lungo la Flaminia considerando con rabbia quanto odiassi le macchine, lo smog, la dittatura del motore, il modo assurdo in cui si accetta di vivere per mancanza di inventiva o stanchezza di ribellione. Da quando ho abbandonato il taxi rosa non utilizzo mai l’automobile e nelle rare occasioni in cui lo faccio mi agito, suono il clacson, pigio a scatto l’acceleratore, inchiodo e sbuffo tendendo la mascella e i muscoli della schiena. Guido con arroganza esponendo me stessa e chi è a tiro a inutili rischi. Dunque ieri mentre i pini e le loro radici ritorte sotto l’asfalto bitorzoluto scorrevano al mio fianco e contro le ruote della povera Yaris ho acceso la radio e sono piombata all’istante nel pieno del palinsesto di Radio Onda Rossa che a Roma Nord di norma prende male, ma ieri trasmetteva alla perfezione. Wow, ho pensato dimenticando le macchine e le radici, che fortuna. La trasmissione in cui mi ero imbattuta oltre a proporre una sofisticatissima selezione di musica industrial che Shazam non riconosceva trattava un tema affascinante: urbanistica siberiana. La giovane studiosa che dialogava entusiasticamente con il presentatore descriveva nel dettaglio il pregio artistico della metro di Mosca, le caratteristiche che rendono unica la sua architettura, il sistema circolare delle fermate. E poi, come un dono inatteso, ecco i cani: nella metro di Mosca ogni mattina branchi di cani vagabondi salgono a bordo di un vagone, cambiano linea al momento opportuno e infine scendono alla stazione del mercato, dove trascorrono la giornata girovagando alla ricerca di cibo. Quando il mercato chiude lo stesso branco riprende la metro, cambia nuovamente linea e torna al punto di partenza, nel luogo in cui ha sede la propria casa collettiva di strada, in una precisa zona della città. Un branco di cani randagi pendolari, capaci di prendere i mezzi di trasporto, uniti nel pellegrinaggio quotidiano. È un caso unico al mondo, studiato da zoologi e veterinari con chip e satelliti, che dimostra un comportamento animale in nulla inferiore a quello umano. Non ce la faccio, questo è troppo, ho detto ad alta voce accostando per fare benzina o gas – la spia rossa del serbatoio non spiegava quale dei due mancasse né mi era chiaro come insufflare il secondo nel veicolo senza farlo esplodere.</p>
<p>Sulla piazzola della stazione di servizio, nell’attesa che qualcuno apparisse per aiutarmi come ho sempre sperato e non è mai accaduto, ho visto comporsi la sequenza, ripetersi la visione, i branchi seguiti agli altri branchi, gli anni del bilico e quelli del disincanto, i cani alle calcagna di un nutrimento qualsiasi, gli studi inservibili all’autodifesa. Ho suonato il clacson che emette il suono ridicolo di una trombetta ridicolizzando ogni richiesta di attenzione pensando di nuovo a loro, imbattibili e determinati, pronti a sbarrarmi la strada in giardino, per strada, in campagna, su questa squallida piazzola che fa da terreno a un mancato incontro, da conferma a un colpevole spaesamento. Se solo arrivasse qualcuno, ho sussurrato al cemento mentre il ringhio montava, ancora e ancora.</p>
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		<title>Termini senza mezzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Apr 2023 07:39:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br /> Se a ossessionarmi non fosse la morte ma l’enigmistica troverei gustosa Termini senza mezzi. Prenderei nota della coincidenza idiomatica – che cos’è, una crittografia, un indovinello, un’inversione? –  e scatterei una foto di piazza dei Cinquecento nella sua inconsueta nudità]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_102643" aria-describedby="caption-attachment-102643" style="width: 580px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-102643" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-1024x645.jpg" alt="" width="580" height="365" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-1024x645.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-300x189.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-768x484.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-1536x968.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-2048x1291.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-150x95.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-696x439.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-1068x673.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-1920x1210.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Termini-senza-mezzi-666x420.jpg 666w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /><figcaption id="caption-attachment-102643" class="wp-caption-text">Artwork by Lorenzo Trivelli</figcaption></figure></p>
<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>
<p>Se a ossessionarmi non fosse la morte ma l’enigmistica troverei gustosa Termini senza mezzi. Prenderei nota della coincidenza idiomatica – che cos’è, una crittografia, un indovinello, un’inversione? –  e scatterei una foto di piazza dei Cinquecento nella sua inconsueta nudità, brutta insanabile, inondata di urina, segnata da affronti al poco arredo urbano che si ritrova. La direi tanto negletta quanto il campo di battaglia coloniale che il suo toponimo commemora e poi scomoda, faticosa da attraversare come quando gli autobus la affollano. Forse uno sciopero, azzardo, ma sembra sia altro, questo vuoto unanime, una radicale dispersione, la dichiarazione di inservibilità del servizio, la fine del pubblico, la città post-apocalittica che molti hanno profetizzato senza averne un quadro preciso. Eccolo, il quadro preciso.</p>
<p>Igino è partito da poco lasciandomi all’interpretazione della sua ultima sentenza – non credo sia più possibile infierire sui nostri cadaveri, sarai d’accordo ma per tua sensibilità restia a dirmi lo stesso. Interrogo il panorama sui termini violenti da opporre alla sua mancata fede o al mio presunto accordo, ma la maculazione del cemento, il marciapiede a cornice, gli spartitraffico, i tabulati del capolinea tacciono. Non resta che la vergogna della posa ebete e muta tirata fuori lì per lì, fino al fischio e al vero addio. Immagino le linee che ripartono e inchiodano, si sfiorano e incastrano, rombano, inquinano e non ho nostalgia di niente, all’orrore si sostituisce altro orrore, al treno in partenza altri treni in arrivo. In questo momento Igino sarà seduto nel convoglio lato corridoio, avrà incastrato gli occhiali tra i ricci e terrà una mano sul viso in segno di apparente disperazione ma effettiva mera ricerca di oscurità. È suo uso concludere lunghi periodi di solitudine in mia compagnia – silenzi, porte socchiuse, cuffie, sguardi eterodiretti, torri di carta, mancate risposte, improvvise uscite in impermeabile – con sintetiche spiegazioni su come io mi senta e comporti. È sempre suo uso confermare la nostra comune passione per la morte ponendola ad argomento, causa, figura retorica; peccato non ci sia riuscito di coltivarla insieme come il caso avrebbe favorito. Avere una fortuna e sprecarla così.</p>
<p>Da una casupola di cartoni da imballaggio e cassette della frutta spuntano una testa, due spalle ricurve, infine una schiena che srotolandosi mi ispira la massima: insospettabile è la maestosità di chi si accuccia entro piccole gabbie autocostruite. Ciao, fa con la mano l’uomo senza fissa dimora. Ciao, replico con lo stesso gesto. Igino può andare, ciao Igino. Era scotennato dalla tristezza per questioni che di politico hanno ben poco, afflitto, perduto, stremato da ciò che non sa smettere di fare, finirà male, può andare, che vada, prima che il suo viaggio termini la mia ira sarà risolta. Gli invierò uno scritto, ché lettera sarebbe troppo: un testo angosciante scevro da accuse o richieste d’attenzione camuffate da sdegno minimale, nudo come questa piazza all’alba e altrettanto brutto, faticoso da leggere, difficile da connettere nei suoi vari punti, disinteressato a essere compreso. Lo faccio per lui, per sua sensibilità restio a scrivermi lo stesso, per incoraggiarlo alla spietatezza.</p>
<p>Quando ero giovane mi tirava la pelle del viso per i troppi grazie! che distribuivo in cambio del solito commento sugli occhi – di norma detti belli o profondi, ma una volta fluorescenti e ipnotici da un poeta che faceva la maschera a teatro di cui ricordo tutto, anche il modo di fumare e toccarsi rapido gli angoli della bocca con la punta della lingua. Di notte, rigiravo tra le dita i fluorescenti e gli ipnotici sull’unica piazza stropicciata del letto costruendovi intorno le memorabili mura che oggi me li consegnano intatti e non meno solenni: fluorescenti, ipnotici. Mi tastavo le anche, l’interno coscia e la vita per verificare che i pane e nutella pomeridiani non scontornassero il tutto, stiravo i capelli, mettevo il rossetto. Come mi restasse tempo per studiare è un mistero. Igino non mi ha mai detto nulla degli occhi, certo li ha scavati a fondo coi suoi ed è stato un affare quasi morboso quello del guardarci senza fiatare, avremmo dovuto cronometrare le sessioni di fissaggio oculare, un continuo rialzo del record. L’uomo senza fissa dimora si stira e sbadiglia, accende una cicca e un altro giorno ha inizio. Ancora oggi gioisco del riconoscimento, ma riservo la priorità agli scritti – molto avveduto, commenta il relatore della mia tesi di dottorato, una delizia! dice Saveria delle e-mail che le inviavo dalla Germania quando ero triste e sfavillante. Non è chiaro, però, aggiunge storcendo il naso il redattore che rimbalza il mio pitch per il semestrale e: l’apparato bibliografico manca di organicità, recita la blind review del progetto di ricerca che ho inviato d’istinto allo scadere dei termini. Vorrei non mi importasse più delle cosce né degli scritti, ma non è così, agogno l’approvazione, la esigo. Igino questo in me lo sentiva e detestava. Al solo vedermelo dentro lo rimbalzava con altrettanto sguardo, ma pregno di biasimo. Vada, vada, è atteso altrove, qualcuno con un cartello recante il suo nome lo guiderà al parcheggio, caricherà in macchina, condurrà all’appuntamento, lascerà proprio davanti all’ingresso.</p>
<p>L’ovvia metafora dello scenario cimiteriale che contemplo con ostilità è una tabula rasa. L’uomo senza fissa dimora… ma perché continuo a chiamarlo così? È un barbone, un barbone coi fiocchi, libero dal giudizio sociale e dalla fame di approvazione. Si stiracchia con un’espressione divertita dall’ironia della sorte e dall’afa d’inverno, non tutto deve sempre avere senso, dice quel ghigno. Considerando la questione dalla prospettiva più spiccia, nel corso della mattinata non mi importerà di nulla, ma non escludo l’indifferenza possa dilatarsi fino al dopo pranzo. Le parole sbiadiranno, le disporrò in fila per due come le uova nel plasticone bucherellato del frigorifero, pronte a essere rotte o dimenticate, sciatte e insulse, basi per altro, ma altro cosa? Era migliore l’ansia tutta corporea dell’adolescenza, quando se mi dicevano fluorescenti arrossivo e ammiccavo vagheggiando sviluppi di cui non contava l’esito ma la sola potenzialità. Grazie! Non ho mai raccontato a Igino ricordi analitici e masturbatori come questo, ero io ad ascoltare lui che però del passato conserva una traccia evanescente, troppo concentrato sull’oggi, sulla riunione, la mozione, la manifestazione, la legge. <em>Dura lex sed lex</em>, e invece col cazzo! urlava battendo il pugno sul tavolo in tarda serata quando gli amici trasformavano il gran discutere in bisboccia. Tutti stanchi, sbronzi e vogliosi di pensare ad altro tranne lui che anche dopo la mezza, occhi sbarrati dizione impeccabile e muscoli tesi, restava ancorato alle sue priorità. Quant’è già memoria, tutto questo, con quanta speditezza rielaboro, Saveria sarebbe fiera di me, vedova istantanea, un podio in fondo al binario. Ciò che facevo <em>io</em>, a quel tavolo, è interessante, una delizia, una fluorescente ipnosi. Tacevo fumando ed ero tutta <em>con</em> Igino, seguivo il suo discorso con una tale compenetrazione nel suo stato emotivo e una conoscenza tanto precisa del suo metodo ragionativo e dei suoi riferimenti da poter anticipare ciò che avrebbe detto di lì a poco. Ma a volte sorprendeva anche me con slanci inediti – leggendari quelli su povertà e morte in cella, pensiero recluso, pena e rieducazione come contraddizione in termini. Gli exploit creativi rinfocolavano il mio – mio, non nostro – legaccio – legaccio, non legame – l’idea che potesse stupirmi per sempre. Era instupidirmi, ciò che faceva. Il suo reale spessore non coincide con l’improvvisazione filosofica, questo me l’avrebbe svelato una più assidua frequentazione della saggistica psicoanalitica e del giro del carcere, al bar della biblioteca Nazionale. Il talento di Igino è l’identità, quel suo rimanere uguale a se stesso come la piazza della stazione, anche in assenza delle condizioni ottimali per il riverbero e la detonazione del sé, anche in presenza di urina e affronti. La coerenza è la sua qualità più alta, quella per la quale lo ricorderemo da morto. Era reso impermeabile allo svaccamento generale dalla concentrazione sul suo intento di agire, ogni giorno e da mattina a sera, <em>contro</em> la mortificazione dell’intelletto e <em>per</em> l’amnistia ma, più ampiamente, per l’abolizione del carcere. Se non è questo amore, dico col solo labiale al barbone. Non sembra raccogliere, si dirige a passo rilassato verso una fontanella con una damigiana di plastica. Ma era soprattutto amore per la morte e doveva finire qui, in questo campo di battaglia senza cadaveri né carrozzeria.</p>
<p>Ai margini, diceva spesso Igino, sono il bello e il brutto, l’oscenità che non vorremmo mai ammettere e l’umanità bandita da ogni altro contesto, o ci stai o non ci stai ai margini, o li accetti o non li accetti, ma se ci stai, ebbene eccetera. Durante il suo ultimo discorso al binario, quello in cui mi ha indicato come dovrei trascorrere il mio tempo, non ho mosso un passo dal mattonato, non un dito dal collo del thermos. Una posizione ridotta ai minimi termini, quella che occupo nello spazio in cui abito. Senza arrivare al punto di dirsi preoccupato per il mio stato di prostrazione dovuto al suo abbandono – ma è la tesi che mi cruccia, la tesi – mi ha spiegato che pur progredendo nella ricerca, dovrei dedicarmi alla letteratura di cui so più di quanto non ami sfoggiare, o alla musica modernista, che lui ha scoperto tramite me. Coltivare questi interessi significa leggere romanzi e discuterne con altre lettrici forti, andare ai concerti e applaudire o fischiare. E poi frequentare le amicizie, i vent’anni non tornano, la vita sociale è tutto, stempera i tormenti privati e crea bla bla, ho smesso di ascoltarlo più o meno a questo punto, non un passo fuori dal mattonato, non un dito lontano dal collo, gli occhi sbarrati, i muscoli tesi. Non è un parlare senza mezzi termini questo, Igino vorrebbe darla a bere al mondo intero col suo affondo diretto ma chi non vi ravvisi piuttosto un ridicolo attentato manipolatorio non fa che nutrire il suo mito, applaudire il suo cadavere, incoraggiare i suoi oltraggi. Gli stessi che, mentre cerco un appiglio nello squallore della spianata di cemento, mi gonfiano nello stomaco un rutto ciclonico prossimo a ribaltare la baracca di cartoni e cassette e arricciare in onde tsunamiche tutto il piscio di cui la piazza è innaffiata. Mi rammarica che gli unici spettatori dell’imminente Apocalisse siano il mio amico barbone e due commessi di un negozio della stazione venuti sotto la pensilina a fumare. Dal loro scambio colgo commenti sviliti sui turni, ma nulla sugli autobus, il vuoto resta un mistero, l’assenza irrisolta.</p>
<p>Igino andava e tornava da qui con un gran gusto dei cammei intercettati tra la banchina e il foyer, su e giù per le scale mobili e in tutto il quartiere pulsante dietro i binari, coi suoi locali malfamati e le sue tavole calde etniche. I compagni in arrivo su lenti convogli economici invece di essere accolti dall’abbraccio dell’amico dovevano raccattarlo in un bar senegalese preannunciato da un esplicito messaggio con posizione come il posto più bello di Roma. Ci cascavano tutti, ci cascavamo tutte. Il barbone mi saluta e sbaracca, vorrei seguirlo e imparare a campare, ma è tardi. Quando la nostra non era ancora una vera relazione sono andata ad ascoltare diversi interventi pubblici di Igino. Man mano che mi avvicinavo lo vedevo sbracciarsi al centro della situazione, lanciare fogli, stringere mani, urlare: urlava. Non conoscevo mai nessuno e sostavo ai bordi dell’evento fumando una sigaretta con l’aria un po’ torva. Al secondo appuntamento ho individuato altre due ragazze e una terza dall’aspetto più maturo che sostavano ai bordi dell’evento fumando una sigaretta con l’aria un po’ torva. Non osavamo avvicinarci, addestrate da espliciti messaggi con posizione su quale fosse il nostro posto. Ai margini, dove sono il bello e il brutto, i treni in partenza e quelli in arrivo, i termini di un’equazione tra chi giudica e chi è giudicato.</p>
<p>Termini senza mezzi è la mia condanna senza giusto processo, il fantasma dei bus, taxi e pullman bi-piano. Spio ai margini, ancora e ancora, ma non colgo che una coperta di pile e, sotto, una donna che conosce il proprio ruolo nel mondo, sa come trascorrere il tempo, al giudizio sociale dedica l’egregia indifferenza di chi è scesa a patti col proprio sentire. Io sono scesa dalla metro a Termini per continuare a capire poco, di me e del resto. Torno all’interno della stazione, scavalco i tossici che assediano le biglietterie automatiche, acquisto un titolo di viaggio da poco – Campo di Carne, un’altra battaglia persa ancor prima di essere combattuta – e supero i tornelli per dirigermi alla lapide di Igino, in fondo al binario, dove saluto la fame d’approvazione, gli occhi, le cosce, la tesi, i margini, il tempo. Ciao a tutte e tutti, anzi grazie! e poi addio: aspetterò che un viaggio qualunque abbia inizio perché il mio, senza offesa, termini.</p>
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		<title>Le foglie di Adamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jun 2022 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br />La voce brusca dello zio e quella fioca del nonno riscossero Adamo dalla sua beatitudine. Si voltò e li vide sbracciarsi oltre il cancello mentre un uomo vestito di lenzuola sbatacchiava il lucchetto. Adà, sfiatava il nonno, Adamo! tuonava lo zio. Adamo fece un nodo al respiro.]]></description>
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<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>
<p>La voce brusca dello zio e quella fioca del nonno riscossero Adamo dalla sua beatitudine. Si voltò e li vide sbracciarsi oltre il cancello mentre un uomo vestito di lenzuola sbatacchiava il lucchetto. Adà, sfiatava il nonno, Adamo! tuonava lo zio. Adamo fece un nodo al respiro. Appena cessato il chiasso lo zio e il nonno gli corsero incontro seguiti dall’uomo di lenzuola. Che fì, com’è success, piagnucolava il nonno accelerando il passo sciancato che gli aveva sempre conosciuto. Per lo spavento di quell’intonazione dolente che gli era invece estranea, Adamo poggiò la fronte sulla pietra e chiuse gli occhi. Si sentì sollevare e i calzoncini stretti sul ventre, i suoni confusi, l’aria di terra. Prese a scavare la pietra con la punta delle dita per arpionarsi ai segni di ferro che non sapeva essere lettere e numeri. 1923-1946.</p>
<p>Poi venne agguantato, arrotolato in un maglione e, in una pasta di lacrime e moccio, subito tradotto fuori dal cimitero, dove aveva trascorso ore felici sul marmo ghiacciato, in ascolto dei grilli, della civetta e del sentiero scricchiolante di ghiaia che i ragazzini di giorno discendevano in picchiata sgommando. <em>Mè, mo torna Adamuc’</em>, gli aveva suggerito il padre, ma lui era rimasto a contemplare le foglie dell’albero lucidate dal vento della notte. Supino, con le gambe raccolte sul busto, aveva ammirato quelle foglie e dietro le foglie le stelle, ammucchiate e scintillanti come dal gradino di casa non apparivano mai.</p>
<p>Il cimitero era circondato dai frutteti dove molti di domenica pranzavano al sole, sdraiati su tovaglie bucate. Vagando per quei giardini Adamo riceveva in dono ciliegie e pesche succose. <em>Shìne com’ no </em>confermava il padre, poteva accettarle, <em>ringrazia</em> e Adamo ringraziava. Un pomeriggio, lontano dalla madre da tanti giorni quanti rendono corti i vestiti e lunghi i capelli, aveva trovato su un uscio un cestino di mele e lo aveva preso pensando, ma non sentendo, <em>shine com’ no</em>. Poco dopo due uomini in divisa avevano bussato alla porta chiedendo vostro nipote è in casa? È stato denunciato per furto. La nonna aveva ululato per l’onta e la protesta, ma allo stanarlo sul retro con il cestino tra le ginocchia e le guance gonfie di frutta, era scoppiata a ridere, e con lei gli uomini in divisa. Avevano riso, e riso, tutti tranne Adamo, prostrato dal mal di pancia. <em>Ia’, mo vattinne a papà</em>, ma non si era mosso. Aveva percorso la strada in discesa dietro il carro del prete, e in salita con i soli nonni, ma poi di nuovo in discesa, senza altri che il buio e le stelle, per fissare il punto esatto in cui gli uomini che gli toccavano la testa con mani di legno avevano lasciato il padre. Nella foto incorniciata indossava una camicia bianca con un fiocco di carta al collo. <em>Ti sì fatt’ grande</em>, gli aveva detto per premiare il coraggio del bambino che Adamo non poteva più essere. <em>Mammà mo risposa, zizì è pateto</em>. Adamo aveva continuato a guardare le foglie ballare indifferenti.</p>
<p><em>Canta Adamuc’</em>, gli aveva proposto il padre al mattino, e lui aveva cantato lungo tutta la strada sterrata che portava alla spiaggia, riempendo i polmoni di aria salmastra e restituendo alle chiome dei nespoli le sue fantasie più dolci, il desiderio di vivere libero in città, divertirsi e guadagnare. Erano verde, erano verde ’e fronne, intonò scendendo dalle fratte all’arena. Aveva temuto di scoprirsi la voce spezzata come le costole, il fiato corto, il passo molle, e invece riusciva ad accontentare il padre con i più schietti vocalizzi. <em>La fine del mondo</em>, lo sentì infatti gongolare. Me pare ancora ’e sèntere sì a vita mia, insisté Adamo esaltato dal riconoscimento. Era felice che il tono tenesse nonostante i fianchi contusi, la giornata di vacanza era lunga e ancora piena di occasioni.</p>
<p>Al mare c’erano solo coppie appartate e qualche pescatore in riva. Adamo passeggiava controvento, rifiatando dal cicaleccio che sulla corriera, a scuola e al bar avvolgeva ogni suo sorriso e ogni suo silenzio. <em>Cussì ci piace a nuie</em>. Così piaceva a loro, era vero, si disse, scalciare pietre senza pensieri, fumare e cantare con sentimento. Il mare era di vetro, il cielo una coperta. Adamo si massaggiò in segreto i due ematomi sulle anche, ovali corti e larghi come le suole delle scarpe che li avevano impressi. O come le foglie di magnolia che avrebbero ombreggiato il suo sonno cittadino, tra le braccia della destinataria della lettera nascosta in tasca. ’Sta vita che sarìa s’io nun tenesse a te? Ispirato dalla visione, aggiunse il verso nello spazio bianco che precedeva la firma. Mancavano due mesi alla comparsa natalizia della <em>bella guagliona</em>, come lei non avrebbe tollerato di essere definita se avesse udito ciò che solo Adamo poteva. <em>Ma assai</em> <em>bella, brav’ </em>rintuzzava il padre a sorpresa di tanto in tanto, per ricordargli a quale fine fossero destinati i suoi dispiaceri quotidiani<em>. </em>Era un puro caso che la sera precedente Adamo avesse ricordato di trasferire la lettera nel vestito della domenica, prima che quello della settimana fosse messo a bollire. Immaginò gli occhi da gatta fondersi in un orrore ciclopico, la bocca accartocciarsi in un cruccio e ridacchiò imbarazzato. <em>L’amour, l’amour, che te fa fa’ l’amour</em>, buttò lì il padre per calmare il tremolio di ginocchia in cui sempre l’idea di lei lo precipitava.</p>
<p>Poi le nuvole stesero un velo sulla spiaggia e nel cuore trillante di Adamo, il vento increspò il mare con piccoli mulinelli di schiuma e la sabbia si sollevò in un nastro feroce. <em>S’è fatt nir nir</em>, sospirò il padre per avvisarlo e Adamo mirò dritto alla gola del porto, dove trovò la coppola, le braccia conserte e la bocca serrata in un taglio. Per un minuto o due non fece altro che registrare le onde dietro di sé, quanto eterne e vere, sentendo la potenza del mare allargargli le spalle, raddrizzargli la schiena, tendergli i muscoli, uno a uno. Sullo sfondo del panorama al contrario erano il muro di sassi, lo sbattere delle persiane, la chiesa, la piazza, il bar del corso, le saracinesche abbassate, la villa, le panchine, la fontana e quella cattiveria piccola così. <em>Corr’ Adamuc’</em> precisò il padre colpendo forte al centro della mente buia di Adamo, poiché mai, nemmeno nei giorni più duri, lo aveva spinto lontano.</p>
<p>Li vede questi? gli chiese il medico. Adamo non confermò l’ovvio tenendo gli occhi fissi sulla lastra. Sa che cosa sono? Sembravano foglie di una talea ben radicata nel terreno, o piccoli funghi germogliati all’ombra di un boschetto. Metastasi, e uccideranno sua madre. Suo padre è informato? Suo padre era morto, ed era vivo, e non aveva mai sentito la parola metastasi, avrebbe puntualizzato Adamo se di fronte non avesse avuto uno dei morti, ma uno dei vivi. Cosa possiamo fare, commentò piatto invece, per fingersi interessato e andare al sodo. Niente, non possiamo fare niente. <em>Adamuc’ </em>lo chiamò il padre per sollecitarlo a dire altro. Adamo controllò l’orologio facendolo roteare sonoramente sul polso e strinse la mano al medico; poi, giunto al pianterreno del corpo B, telefonò al fratello e gli riferì ciò che gli era appena stato illustrato senza note di biasimo per l’interrogatorio patibolare. Più tardi, mentre percorreva il centro a passo d’uomo sgrullando la cenere più all’interno che all’esterno dell’abitacolo, sentì le parole del padre carezzargli la barba lunga due giorni. S<em>tarebbe bene partire</em> consigliava con il tatto che sempre gli usava, ma poi, come spaventato dalla mancata reazione del figlio, aggiunse: <em>Sì tu il primo</em>. Adamo sapeva di essere il primogenito, e l’unico ad avere dimestichezza con le carte, la casa, la banca, ma anche che nulla sarebbe riuscito a farlo retrocedere nel passato, nemmeno il commiato da chi lo aveva messo al mondo. <em>Non sia mai</em>, non seppe trattenersi dall’infierire il padre, <em>che ti penti quann’ è tardi</em>. No, replicò Adamo fermo, era sfuggito alla risacca delle onde e non si era scusato per aver rubato le mele, la sua piccola storia aveva tentato continuamente di attribuirgli colpe che colpe non erano.</p>
<p>Nel pomeriggio andò a prendere le bambine al corso di musica e con la scusa di voler sentire quanto fossero progredite dispose le sedie in balcone per suonare qualcosa insieme. L’acqua te ’nfonne e va, urlarono con due chitarre e tre voci al boschetto su cui affacciava la palazzina. <em>Angeli sono</em>, <em>stelle del firmamento</em> gli sussurrò il padre perché capisse che gli era vicino in ogni istante, dalla sua parte ovunque fosse. <em>Canta Adamuc’</em> e Adamo cantava, assecondando le stonature delle figlie con tutto il fiato che aveva in corpo e gettando ogni dubbio residuo a quel tramonto monco d’oro e di rosso nella certezza che il brutto potesse infine scivolare sulle piastrelle lucide, mutare in linfa, penetrare la terra secca del giardino e generare un altro platano, che il sodalizio attorno al quale l’asse della sua vita aveva girato non subisse intrusioni, che i vivi restassero coi vivi e i morti coi morti con quell’unica, personale eccezione, e che l’eccezione durasse in eterno, tramandandosi. Piangi? gli chiese la piccola. Ti prego piangi! lo spronò la grande, ti vuole consolare, disse indicando la sorella, è la fissazione del momento. Ma nessuno è più felice di me, replicò Adamo, ed era vero: nessuno era più felice di lui.</p>
<p>Nel Giorno dei Morti, che era il giorno dei vivi, Adamo tornò a controllare in quali condizioni versasse ciò che si era lasciato dietro. Il cielo era bianco e i rami degli alberi lo additavano agonizzanti come a dire sai e non parli, tu lo sai e non dici niente. Una coppia di mezza età puliva a testa china il vialetto con rapide mosse decise, l’uomo spazzava affastellando la sterpaglia in capannelli che la donna travasava dentro grandi buste nere. Adamo li salutò prestando attenzione a non interferire coi loro mucchi e distratto dallo schivarli si trovò di colpo al cospetto della foto e della pietra – il fiocco di carta, gli occhi di fuoco, 1923-1946 – senza riparo dall’emozione, ma l’emozione era il sollievo e non recava violenza. <em>Sempre chesto sono</em>, ribadì il padre snervato dalla sua circospezione, <em>la senti anche tu la voce, che giovane rimane</em>. Adamo si mise in tasca una foglia secca prefigurando il milione di frammenti puntuti che ne sarebbe derivato, tra i ricci crespi della fodera del montone. Un pizzico per ogni ragione del bene, un pizzico per ogni ragione del male. <em>Semp’ a penzà e ripenzà </em>lo redarguì il padre morbido. E morbido era tutto, di quel giorno, il prato, il muschio, la stoffa, i petali, il suono aperto e poi chiuso del proprio nome che Adamo sentì cantilenare quando era ormai prossimo all’uscita. Da una siepe tosata di fresco sbucava il volto raggrinzito di un buon amico, furbo e triangolare come il tempo lo aveva conservato. Il padre, tramortito dal riconoscimento, strepitò <em>ved’ tu come s’è fatt’! </em>trovando il bambino di un tempo canuto e zoppo, invecchiato com’era il figlio, e come lui non era. C’incontriamo nella terra dei vivi, disse l’amico quando fu tanto vicino da toccare la spalla di Adamo. Rivelava nel portamento una maestosa decadenza che la parlata lenta, come di chi voglia essere meglio compreso, non smentiva. Hai ancora la Olympia blu? gli chiese Adamo per camuffare quanto gli fosse duro quel morbido, quanto nero quel bianco. L’amico emise un sibilo che era forse ironia e guardandolo dritto negli occhi scandì fuori contesto: ho sempre avuto di te una stima, un’ammirazione. La prima foglia si ruppe sotto la pressione delle dita, e continuò a sminuzzarsi mentre l’amico infilava tra i pensieri sconnessi nuove implacabili e definitive sentenze. Passano gli anni, ma i sentimenti tuoi non si spengono. Poi tacque, aspettando una reazione. Adamo scosse confuso la testa per chiarire che anche lui credeva in quella negazione e no, si risolse a dire rimestando la foglia rotta in tasca, non si spengono.<em> Adamuc’</em>, disse il padre, <em>jammucenne</em>.</p>
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		<title>Aspetta Primavera, Mancini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2020 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Laura Mancini There will be time to murder and create, And time for all the works and days of hands That lift and drop a question on your plate; Time for you and time for me, And time yet for a hundred indecisions, And for a hundred visions and revisions, Before the taking of [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Laura Mancini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-84466" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/women-3118387_640.jpg" alt="" width="800" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/women-3118387_640.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/women-3118387_640-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/women-3118387_640-250x166.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/women-3118387_640-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/women-3118387_640-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><br />
<em>There will be time to murder and create,<br />
And time for all the works and days of hands<br />
That lift and drop a question on your plate;<br />
Time for you and time for me,<br />
And time yet for a hundred indecisions,<br />
And for a hundred visions and revisions,<br />
Before the taking of a toast and tea.</em><br />
<em>T.S. Eliot</em></p>
<h3>Lei è in fila? Da trenta, trentacinque anni, la nostra risposta è sì. Chi è l’ultimo? Noi, la generazione dell’attesa. Scendete alla prossima? No, finché i nostri progetti resteranno irrealizzati, i sogni inesauditi, i risultati mancati, continueremo a fare solo ciò che ci riesce meglio: aspettare.</h3>
<p><span id="more-84464"></span></p>
<h3>Circa un decennio fa, poco dopo la laurea, mi sono trasferita in un quartiere residenziale di Roma sud. A differenza della zona nella quale si trovava, l’appartamento vantava una sua borghese eleganza: ampia metratura, parquet, due bagni, controsoffitti, materiali di pregio, e un’inutile ma scenografica libreria scorrevole. Il pezzo forte della casa era il giardino che colorava di menta ogni affaccio. Non era mio merito tutta quella sofisticazione. I miei amici vivevano come me in case di famiglia, o con una folla di coinquilini, in attesa di potersi permettere l’affitto intero, o dai genitori, in attesa di mischiarsi a una folla di coinquilini.</h3>
<h3>Al mattino, affacciandomi, giuravo: oggi abiterò questo giardino. All’epoca scrivevo libri sotto pseudonimo come un robotino, gli occhi fissi sullo schermo, i muscoli delle braccia tesi, sparando pensieri come un irrigatore a battente. Ero veloce, ma non velocissima come oggi che quando voglio impressionare qualcuno gli ordino di dettarmi una frase, chiudo gli occhi e la digito alla massima velocità, non un segno rosso su word, zero refusi. La persona sfidata non mostra mai particolare meraviglia.</h3>
<h3>Le mattine crollavano su pomeriggi che scivolavano in tramonti. Solo allora, ricordando la promessa del giardino, correvo a sdraiarmi sul prato col libro in mano. Dieci, dodici minuti, fino a sentirmi osservata, infreddolita e smaniosa di chiamare su Skype il mio ragazzo, quasi in pausa pranzo, nella sua vita di nove ore prima sulla West Coast.</h3>
<h3>Non so che pensassi di quel limbo – avere venticinque anni e aspettare di crescere per ottenere rispetto, arrangiarmi di giorno in giorno e aspettare la sera per divertirmi, scrivere e-mail al mio ragazzo e aspettare che tornasse per accoglierlo, chiedere all’amministrazione se il mio cocopro fosse rinnovabile e aspettare una conferma per rassegnarmi – ma ciò che mi è emotivamente chiaro, ciò che stavo davvero aspettando, era il debutto nell’astrazione della vita adulta. O, più genericamente, la fine del secolo breve ma lungo per noi, l’inaugurazione del millennio che, lontano da chi si indignava e chi occupava o da primavere migliori di quella che impollinava il mio prato, si presentava meno rivoluzionario del previsto. La sera, chiudendo gli occhi, sognavo che il ronzio del raccordo fosse risacca.</h3>
<h3>I miei amici venivano la domenica a pranzo sfidando la rotatoria della morte in bici, portavano torte e bottiglie, restavano fino a sera. Proiettavamo i film di Haneke, poi uscivamo per stirare al massimo il fine-settimana. Dimostravamo vent’anni come ora ne dimostriamo trenta: aspettare ringiovanisce. Non facevamo tardi, il giorno dopo ci aspettavano il lavoro, il concorso, il cv, l’ultimo, ultimissimo esame. A volte, chiusa la porta alle spalle, riempivo la vasca per concedermi un classico della solitudine, e della sera, e della periferia, e della malinconia, e dell’attesa. Ascoltavo Squarepusher, leggevo la Ortese e pensavo: ma sì, qualcosa succederà.</h3>
<h3>Il prato, infestato di erbacce nodose dagli ingannevoli fiori gialli, mi arrivava alle ginocchia, le lumache strisciavano col loro tipico atteggiamento indolente su frutti marci, la gatta gravida attendeva il momento sotto le cicas. Una volta, a una festa sul terrazzo di un editor, una ragazza dall’aria afflitta mi spiegò che il mio era un giardino all’inglese, <em>volutamente</em>selvaggio, e che una convivenza spontanea con la natura era più interessante della pretesa di addomesticarla. Il giorno dopo valutai l’erba alta, indossai un accappatoio fingendo fosse una vestaglia e misi su un tè che macchiai, sentendomi cento per cento british.</h3>
<h3>L’attesa fu interrotta dall’inizio di un lavoro meno precario e dal ritorno del mio ragazzo, a borsa scaduta. Si trasferì da me lasciando i libri dai suoi: conveniva aspettare la casa definitiva. Una volta al mese, quando tagliava il prato, la tensione tra di noi saliva alle stelle, ma ne valeva la pena. Sul prato tosato di fresco davamo feste per chi partiva, tornava, firmava, mollava, vinceva, si laureava, addottorava, specializzava.</h3>
<h3>Qualcosa stava per succedere, qualcos’altro. Il 12 novembre 2011, nell’anno del decimo anniversario delle Torri Gemelle e di Genova, Berlusconi pose fine al suo quarto mandato e a diciassette anni di protagonismo politico. Nei centri sociali risuonavano le uniche parole che ritenessimo possibile ascoltare e pronunciare a nostra volta. L’acqua era ancora pubblica. Non eravamo più universitari, ma giovani precari né choosy né hungry né foolish, pieni di dubbi, eppure convinti che in un modo o nell’altro, qui o altrove, ce l’avremmo fatta.</h3>
<h3>Lo scorso undici marzo ho pubblicato il mio primo romanzo, il giorno dopo tutte le librerie sono state chiuse. Avevo trascorso i quindici mesi precedenti a emozionarmi, limare il testo e chiedermi come sarebbe stato parlarne o sentirne parlare. Un’attesa attiva. Ho iniziato a lavorarci nel 2015, a metà strada tra quel prato indomabile e questi tetti silenziosi. Aspetto ancora, qualcos’altro, qualcosa. Spio la primavera con la solita diffidenza – non taglierò quel prato, non concimerò quel fiore impronunciabile – e mi stupisce nessuno colga il senso di ciclica transizione sotteso a tutta questa manfrina di moscerini e pappagalli fuori contesto. Quest’esperienza sinistra, tra la piatta invernale e l’edonismo estivo.</h3>
<h3>Tra dieci anni dovremo assumerci spiacevoli responsabilità, avremo determinato la fortuna o miseria della generazione successiva senza averle trasmesso visioni sessantottine né case. I più fortunati dei discendenti attingeranno un’eredità inerziale dai rami alti dell’albero genealogico, gli altri dovranno cavarsela. La pensione, certezza per i nostri, chimera per noi, sarà necropoli per loro: si affanneranno per l’affitto e non per l’affitto <em>e</em> i piaceri, che noi abbiamo fatto in tempo a conoscere. Ma finché la generazione né consolata dalle certezze del secolo scorso né benedetta da un dna tecno-internazionale sarà la nostra, continueremo a coltivare la rabbia in pubblico e l’attesa in privato.</h3>
<h3>L’albero che amavo sopra ogni altro era il melograno. Ne strappavo i frutti con impazienza, avvitandoli su sé stessi fino allo sfilacciamento del picciolo. Tagliavo la buccia gommosa ed estraevo i chicchi. Non avevano il bel colore vermiglio e la succosa dolcezza che avrei sperato, ma un aspetto stitico e lattiginoso. Me li sentivo esplodere sotto i denti, irradiare aciduli il palato e la gola. Gli occhi, irritati, mi si riempivano di lacrime e di quel cielo tagliato da antenne. Ancora una volta, avrei dovuto aspettare di più.</h3>
<p><em>Immagine di <a href="https://pixabay.com/users/Daniel_Nebreda-3841176/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3118387">Daniel Nebreda</a> from <a href="https://pixabay.com/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3118387">Pixabay</a> </em></p>
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