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	<title>Laura Ramieri &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cosa strana a riferirsi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/26/racconto-laura-ramieri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Ramieri]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Laura Ramieri</strong><br />
Nella città di M., e più precisamente nella Contrada Della Segreta, il banchetto di Corinna Love, la cartomante più celebre del quartiere, sfavillava nel buio invernale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_117675" aria-describedby="caption-attachment-117675" style="width: 400px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-117675" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/devil-e1765716431158.jpg" alt="" width="400" height="615" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/devil-e1765716431158.jpg 459w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/devil-e1765716431158-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/devil-e1765716431158-273x420.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/devil-e1765716431158-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/devil-e1765716431158-300x461.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption id="caption-attachment-117675" class="wp-caption-text">Larry Racioppo, “Twenty-first Street Devil” , The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, <a href="https://digitalcollections.nypl.org/items/65f4bb90-3bdf-0130-0df5-58d385a7bbd0">The New York Public Library Digital Collections.</a> 1974 – 1978</figcaption></figure>
<p>di <strong>Laura Ramieri</strong></p>
<p>Quella scatolina stupenda. Un carillon che suonava dolce le prime note, strideva per qualche battito, ricominciava: meraviglia, inquietudine. Custodito nel suo soffice interno qualcosa di orrendo bramava respiro.</p>
<p>Nella città di M., e più precisamente nella Contrada Della Segreta, e più precisamente ancora via Nerina Oscura, il banchetto di Corinna Love, la cartomante più celebre del quartiere, sfavillava nel buio invernale. Oscura come il suo nome e considerata maledetta, la via era famosa per le chiacchierate magie che attraevano i turisti nella bella stagione. Ovviamente, c’era chi ci abitava. Chi ne conosceva l’anima più sincera. Ma tutto, nella Contrada Della Segreta, era di proprietà della nebbia, del buio.</p>
<p><em>Mi è piaciuto, il ruolo cattivo.</em></p>
<p>Corinna Love, bocca scarlatta e seta dorata ad adornarle la testa, si concentrava sulle sue carte. La notte sembrava più cupa, e una strana angoscia aveva assalito Corinna quando la sua cliente più pretenziosa le era apparsa esigendo la suapremonizione di destino. Ines Argenti indossava pantaloni neri aderenti e stivali rosso scuro, sempre, come una divisa. I suoi stivali ritmavano le strade della Segreta riconosciuti ancora prima di lei. Ines Argenti credeva nella magia.</p>
<p>Corinna e Ines sedevano una di fronte all’altra, precise nei movimenti, opposte: Corinna un sogno abbagliante, Ines un incubo lugubre.</p>
<p>E così, accadde: il carillon suonò, lontano, e poi più intenso. Ines e Corinna tacquero, osservarono la via deserta. La musica, eccola, più vicina. Le due donne si alzarono, seguirono le note, poi il fastidio, poi il continuo ricominciare. Arrivarono fino ai gradini della chiesa del Santo Perpetuo Addio, e la videro.</p>
<p>Abbandonata brillante nel buio, e nessuno, nessuno da nessuna parte, non un rumore, non un passo. Corinna si accorse di avere ancora in mano una carta, la guardò. Ines si chinò sulla scatolina.</p>
<p>-Come sei graziosa. Chi ti ha messa qui?</p>
<p>Nell’istante in cui la aprì entrambe le donne urlarono.</p>
<p>Corinna guardò la carta che aveva in mano, poi il contenuto della scatola.</p>
<p>-Il Diavolo!</p>
<p>Miei amati lettori, mi chiederete forse il contenuto del carillon? Eccovi la risposta: un rossissimo cuore. Un cuore umano.</p>
<p><em>Lo avrei rimirato all’infinito.</em></p>
<p>Mi chiamo Ines Argenti ma tutti, in questa dannata città, mi conoscono come Signora Disgrazia. Un soprannome che non mi fa ridere: ovunque vada succede una tragedia.</p>
<p>Al pic-nic del giorno della Rimembranza il mio accompagnatore sparì misteriosamente. Fu trovato annegato nella fontana del parco nel tardo pomeriggio: omicidio.</p>
<p>Alla festa della Prima Estate, evento in cui si proiettava un film di animazione nella piazza Santa Addolorata, due uomini seduti dietro me scatenarono una rissa. Un morto: omicidio.</p>
<p>La vigilia dello scorso Giorno dei Morti, notte in cui si celebrava una funzione nel cimitero della Contrada, un uomo venne pugnalato: omicidio.</p>
<p>Oltre alla malasorte possiedo una acutissima percezione dell’istante, come vivere al rallentatore; momenti in cui il tempo si immobilizza regalandomi ogni frammento, particolare, parola. Non dimentico mai nulla.</p>
<p><em>Forse romantico, un po’.</em></p>
<p>La carta del Diavolo, pensava Ines Argenti mentre aspettava la polizia sulle scale della chiesa del Santo Perpetuo Addio, e un carillon con dentro un cuore. Le luci della polizia dissolsero la nebbia per un momento.</p>
<p>-Ines Argenti nella Segreta, dobbiamo spaventarci?</p>
<p>L’ispettore Rubicondi sorrideva gentile. Lui e Ines si conoscevano da tempo. La Contrada Della Segreta aveva la fama peggiore della città, nemmeno la polizia ci andava volentieri. L’ispettore Rubicondi vantava un’intelligenza nella norma e un’arroganza altissima, e reputava Ines di un auspicio peggiore di tutta la Contrada.</p>
<p>-Luogo perfetto per un omicidio, Ines!</p>
<p>-Mi fa piacere rivederla, ispettore.</p>
<p>La polizia non trovò nessuno a cui fare domande, Corinna Love era scappata, i locali erano chiusi, e comunque nella Segreta nessuno vedeva mai nulla.</p>
<p>La chiesa del Santo Perpetuo Addio nella Contrada Della Segreta era un chiesa che apriva solo in giorni specifici. L’ispettore Rubicondi ne scrutò la facciata, poi spinse il portone: era aperto. Un agente fu mandato a controllare, e il coraggioso uscì a riferire con un’espressione prossima al vomito. L’ispettore Rubicondi e Ines Argenti, seguiti da tre agenti, entrarono nella chiesa in una fila silenziosa.</p>
<p>Plasticamente posizionato seduto su una panca, illuminato da bianchissime candele ordinate a contorno come un coro, il corpo dell’uomo non respirava più già da tempo. La notizia si sparse velocissima, fotografi e giornalisti popolarono la Contrada come una notte di estate. Lo avevano identificato immediatamente, quel viso dai lineamenti perfetti apparteneva a lui, il più bello dei belli della città di M.: Arcangelo Finezza, detto Il Profondo per la sua voce magnificamente roca. Arcangelo Finezza era un cantante che si esibiva nei locali e nelle vie della Contrada. Oltre che per la bellezza magnetica e la voce ipnotica era famoso per il sorriso, da togliere il fiato. Di lui non si sapeva nulla. Alle domande rispondeva cambiando argomento, e qualcuno particolarmente determinato tentò, invano, di seguirlo: Il Profondo spariva nella Contrada, e il malcapitato si perdeva puntualmente. Arcangelo Finezza si incontrava per caso, si ammirava senza distrazione, e si ricordava per sempre. Tutti, tutti i poliziotti, gli agenti, gli addetti, i tecnici e i medici, l’ispettore Rubicondi, i fotografi, i giornalisti, gli assistenti, i passanti, ogni topo e ogni insetto della Contrada, si addoloravano a labbra serrate e lacrime trattenute per quell’orrendo delitto commesso contro la perfezione. Il corpo, trasportato solenne come una statua, intatto e bellissimo, mancava di un dettaglio: il cuore.</p>
<p><em>Nessuno, lo conosceva davvero.</em></p>
<p>Alla violenza della città tutti si erano rassegnati, ai misteri della Segreta, anche. Ma chi mai poteva macchiarsi di uninutile e cruento assassinio contro un essere così bello?</p>
<p>-E come hanno fatto a prenderlo!</p>
<p>Ines sbuffò a voce alta, ma il pensiero era già passato nelle teste di tutti. Corinna Love era stata ritrovata e interrogata, e su tutti i giornali il suo volto in lacrime come una madre disperata si accompagnava a immagini di repertorio della Segreta. Un orrendo crimine in un orrendo quartiere contro una bellissima persona, titolavano gli articoli, e la città di M. restava col fiato sospeso, tra bisbigli e sussurri, speranzosa di punire quel mostruoso assassino e avidamente curiosa di conoscere i più macabri particolari.</p>
<p><em>Non mi troveranno mai.</em></p>
<p>Accadde al pic-nic della Rimembranza.</p>
<p>Arcangelo Finezza partecipava agli eventi solo se invitato da qualcuno che certificasse su carta la cosa, come se non esistesse, senza testimonianza. Quel giorno il suo nome non appariva in nessuna lista, e fu una sorpresa, trovarlo lì, seduto in disparte su una panchina del parco. Indossava un completo nero, guanti neri, cappello nero, e un bastone la cui testa mi sembrò, da lontano, un teschio argentato.</p>
<p>Accadde ancora. Alla festa della Prima Estate, nella piazza Santa Addolorata, avrebbero proiettato un film. Una volta seduti tutti, un improvviso guasto elettrico lasciò senza luce tutto il quartiere. Quelli dietro me cominciarono inspiegabilmente a litigare, ne risultò una rissa terrificante.</p>
<p>Arcangelo Finezza, completo nero e bastone con testa di teschio argento, nell’ultima fila, rimase seduto senza urlare o scappare. Composto, serio. Lui era lì.</p>
<p>Era lì il Giorno dei Morti, quando trovarono l’uomo pugnalato nel cimitero. In piedi dietro la lapide della Famiglia Affanni, una agghiacciante scultura famosa nella Contrada per il suo spaventare chiunque le passasse accanto.</p>
<p>Quando si sparse la notizia della mia sfortuna, e inventarono il mio soprannome Signora Disgrazia, lui già mi seguiva. Ovunque andassi, c’era anche lui. Eppure nessuno sembrava averlo notato. Come se riuscisse a diventare invisibile. Ma io, vedevo tutto. Ricordavo, tutto. Avevo capito. Decisi di mascherarmi dietro la mia sfortuna: Il Profondo seguiva me, ma non sapeva che io avrei seguito lui. Il suo fascino possedeva qualcosa di stregato, mi disorientava. Ma Arcangelo Finezza trascurava la cosa più importante: la Contrada Della Segreta era casa mia. La conoscevo a occhi chiusi, ne distinguevo gli odori, i fischi del vento tra gli edifici, qualsiasi sagoma. Lo avrei trovato.</p>
<p><em>Tutte quelle persone. Quel sangue.</em></p>
<p>Arcangelo Finezza detto il Profondo apparteneva a un mondo più oscuro anche della Contrada. Con questa assurda certezza tutto mi diventò naturale, sapevo cosa guardare: mosse impercettibili, respiri, silenzi. E un nome, mi nasceva nella mente dopo averlo osservato: Diavolo.</p>
<p>Senza accorgersi di me, mi condusse alla fine della via Rattoppata Nera, una via che dalla Contrada portava verso la periferia della città, una via disabitata di case in costruzione mai costruite. La vera parte fantasma della Contrada, dove nemmeno le auto si avventuravano: per la periferia si utilizzava la superstrada, illuminata, e per entrare nella Contrada, da quella stessa parte, si usava la via Opposta Nera, che era una versione identica, ma viva, della via Rattoppata Nera.</p>
<p>Cari lettori, vi ho lasciati soli nella nebbia, tra rovine e detriti. Eccomi, vi prendo la mano, seguitemi.</p>
<p>Una sola casa non era stata completamente demolita, una struttura traballante dalle cui finestre proveniva una luce giallastra. I vetri erano spaccati, e mi affacciai appena. In una stanza che somigliava a un soggiorno alcune persone erano sedute su poltrone logore e sedie sgangherate. Ma i corpi sembravano troppo rigidi, troppo immobili. Nella stanza accanto, vuota e macchiata di muffa, Arcangelo Finezza sussurrava qualcosa intonando la sua voce melodiosa. A fatica, riuscii a resistere. Le persone a cui si rivolgeva sedevano altrettanto rigide come quelle nella stanza accanto, ma fissavano Il Profondo completamente rapite. Mi parve una preghiera. Quando tutte le persone sedute annuirono nello stesso istante e allo stesso modo, Il Profondo andò nella stanza soggiorno e accese la luce.</p>
<p>Urlai, la mano sulla bocca, mi lasciai cadere nel buio della strada e mi misi a correre, senza voltarmi, imboccai l’ingresso in Contrada e corsi fino a via Nerina Oscura. I miei stivali risuonarono ovunque nel quartiere, un indimenticabile rimbombo nel mio cuore, impossibile da quietare. Mi rifugiai da Corinna, e le raccontai tutto.</p>
<p>Cari lettori, sapete come si fa a ingannare il Diavolo?</p>
<p>Io, Ines Argenti detta Signora Disgrazia, malvista dalla città per colpa di una sfortuna che non mi apparteneva, ero stata raggirata. Da forze più oscure persino del mio stesso quartiere, e della mia stessa sfortuna.</p>
<p>-Cosa ci fa con quelle persone?</p>
<p>Corinna voltò alcune carte e le mise vicine.</p>
<p>-Sono il suo cibo, tesoro.</p>
<p>Deglutii un senso di nausea.</p>
<p>-Pozione di erbasanta dalle aiuole del Convento dei Morenti, da somministrare prima della mezzanotte di mercoledì, luna piena.</p>
<p>-E cosa ci faccio, Corinna?</p>
<p>-Serve a indebolirlo. L’unico modo per uccidere un Diavolo è strappargli il cuore.</p>
<p>Quello che Ines, in preda all’emozione, si è dimenticata di dirvi, è che tra le persone che Arcangelo Finezza aveva rapito c’era anche l’ispettore Rubicondi. L’ispettore aveva telefonato in commissariato per comunicare una vacanza, ma poteva sembrare vero che una persona che non aveva mai preso un giorno di ferie sparisse così, all’improvviso?</p>
<p>Quando Corinna mi raccontò il suo piano non dubitai, ma non osai domandare ancora, e la mia fantasia inventava sanguinari scenari che mi torturavano. Una trappola, ammaliante e mortale.</p>
<p>-Non ho già abbastanza sfortuna?</p>
<p>Corinna insisteva per farmi indossare un abito da suora con un vistoso copricapo.</p>
<p>-A quanto sembra la tua non è mai stata sfortuna.</p>
<p>-Sto per affrontare un Diavolo, cosa ti sembra, una benedizione?</p>
<p>Corinna sorrise.</p>
<p>-Ti riconoscerà, altrimenti.</p>
<p>Il Diavolo avrebbe temuto una suora. Mercoledì di luna piena. Arcangelo Finezza giocava a carte in un losco locale accanto al Convento dei Morenti. Non avrei destato sospetto. Il potere del travestimento mi stupì: quando entrai nel bar tutti gli uomini presenti abbassarono la testa. Arcangelo Finezza litigava con un giocatore, nemmeno mi notò. In un attimo lentissimo senza sguardi riuscii a versare la pozione nel suo bicchiere. Durò un secondo, e tutto riprese a scorrere normale. Arcangelo Finezza picchiò il pungo sul tavolo, si alzò, uscì. Lo seguii. Il mio vestito mi divenne comodo, mi sentivo protetta, forte. Arrivammo così, il Diavolo avvelenato e la finta suora, nella via Rattoppata Nera. Arcangelo Finezza barcollava, e appena in casa lo vidi accasciarsi a terra davanti alle sue innocenti, prigioniere, prede.</p>
<p>E qui, a questo punto della narrazione, lasceremo a voi lettori il compito di immaginare cosa accadde. Vi rivelerò che, quando Ines Argenti si appropriò del cuore di Arcangelo Finezza, tutte le sue vittime si disincantarono. L’ispettoreRubicondi quasi non si accorse di nulla, e fu subito chiamato a indagare sull’ennesimo caso di Signora Disgrazia, un omicidio raccapricciante nella Contrada Della Segreta. Il caso di via Rattoppata Nera fu archiviato. Quel posto, quella via, turbavano l’ispettore più del solito, un disturbo che non si sapeva spiegare. Dopo infiniti giorni di titoli e notizie raccapriccianti nessuno voleva più saperne nulla. Non ricordo se la colpa fu data a un maniaco sconosciuto, o se avessero incastrato qualcuno. Fu come se non fosse mai successo niente. Nella città di M. tutti volevano dimenticare. Ma era come se tutti avessero intuito, che c’era qualcosa di magico, sotto. La Contrada della Segreta diventò solo più spettrale.</p>
<p><em>Quel tuo cuore feroce, era ancora capace di intenerirmi. Non potevo sprecare quella meraviglia, così lo nascosi, in un posto che mi sembrava adatto, un carillon dolcissimo ma inceppato, dal suono che finiva per diventare orrendo. Come te. E quella chiesa, ti donava. Tu odiavi, le chiese. Mai incanto fu più a giusta ragione, spezzato. </em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Rosa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/03/18/rosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2024 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Ramieri]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Ramieri</strong> <br /> Perché il Signor Rosa, che aveva una vita all’apparenza gratificante, di più, un uomo ammirato, non provava alcun sentimento? Qualcuno sapeva cosa significasse la scritta sul suo avambraccio?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Laura Ramieri</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-107204" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/640px-Candyfloss_4825597893-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/640px-Candyfloss_4825597893-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/640px-Candyfloss_4825597893-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/640px-Candyfloss_4825597893-632x420.jpg 632w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/640px-Candyfloss_4825597893.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Prima di questa storia, nessuno sapeva perché il Signor Rosa amasse quel colore. In tutte le sue sfumature, dal brillante al pastello, ma solo, rosa.</p>
<p>Il Signor Rosa, il cui vero cognome era proprio Rosa, era alto e sottile, più simile a un lampione che a un uomo, aveva i capelli scompigliati, nei toni di un pomeriggio bruciato, e i baffi: folti, pettinati con le punte all’insù, rosa. Splendidamente, perennemente, rosa.</p>
<p>Il Signor Rosa lavorava al Luna Park della città, un piccolo spazio fisso fatto di dolciumi invitanti, cartomanti in lustrini, giostrine luccicanti, pupazzi simpatici. Di giorno era frequentato da bambini golosi, ragazzini curiosi, addetti ai lavori indaffarati, e un pizzico di quel senso di abbandono caratteristico di un luogo di divertimento quando c’è troppa luce. La sera, si animava magicamente delle più strane creature. Persone sfortunate, animali perduti, e tutti quelli segnati da difetti inaccettabili alla perfezione del giorno: cicatrici spaventose, deformità tremende, arti mancanti, cecità crudeli, sorti maledette. Ma a cosa serviva, nascondersi, se le persone <em>del giorno</em>, chiamiamole così, non si accorgevano di quelle <em>della notte</em>, chiamiamole così?</p>
<p>Il Signor Rosa abitava entrambi i mondi, quello <em>del giorno</em>, e quello <em>della notte</em>, e non provava assolutamente nulla.</p>
<p>Il signor Rosa aveva ipnotici occhi azzurro piscina, e indossava sempre al polso destro un braccialetto di perline nere lucide, che sfavillavano enfatizzando ogni suo movimento, e che nascondevano una scritta tatuata all’interno dell’avambraccio, una scritta nera, appena percettibile, in una bella grafia dal tocco infantile: Rosa.</p>
<p>Dettagli del Signor Rosa che venivano notati, ammirati come fantasticherie, e poi, dimenticati insieme alle sue magie. Di giorno, gli sguardi che si rivolgevano a lui somigliavano a scherzi cattivi. Di notte, la sua figura diventava incanto: l’infinita altezza, gli intriganti baffi rosa, i capelli scintillanti come fiamme. Un sogno a occhi spalancati. Tutte le notti il sorriso del Signor Rosa illuminava di meraviglia l’intero Luna Park, e la sua fila lunghissima si snodava paziente ed emozionata: il Signor Rosa era il proprietario del banco dello zucchero filato, lo zucchero filato più buono del mondo, si sussurrava, dal tramonto all’alba. Uno zucchero filato che da lontano, dall’ingresso del Luna Park, riconoscevi come la più stupefacente delle visioni: formava una nuvola quasi trasparente che galleggiava poetica in aria, fino a disperdersi, lenta, in piccoli soffi. E poi ricominciava. Uno spettacolo da togliere il respiro, e il profumo, dolce, dolcissimo, ma dolce come una cosa squisita a cui ti devi avvicinare, che devi vedere, toccare, insomma quella sensazione lì, irresistibile. Tutti, si mettevano in fila. Ammaliati dalle nuvole danzanti, innamorati del profumo delizioso, prendevano il loro posto come piccoli giocattoli, in ordine, con cura, e così ciascun abitante <em>della notte</em>, seppur nella sua tragedia, pareva illuminato. Il magnifico carosello della sciagura, improvvisamente sorridente e felice, aspettava il momento di trovarsi di fronte al Signor Rosa, ammirarlo girare lo zucchero filato, e ricevere infine il suo tanto bramato sguardo, uno per ciascuno di loro, uno sguardo che regalava amore e perdono. Li stregava con fascino e compassione e tutti, davanti a lui, restavano in silenzio, osservavano la procedura che il Signor Rosa compiva meticolosamente, con gesti precisi, e poi, nel momento di porgere quel bastoncino di meraviglia, li guardava in faccia: tutti, tutti, tutti, si sentivano graziati, di più, benedetti. Senza vergogna. Il Signor Rosa era uno specchio che mostrava bellezza, e i più disperati si rivolgevano a lui desiderosi di comprensione, di conforto. Il Signor Rosa non giudicava, e guardava tutti con lo stesso identico, incontenibile, amore. Questo, accadeva solo la notte. Il Signor Rosa aveva un unico gusto di zucchero filato, e ovviamente, era rosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Signor Rosa non provava nulla, abbiamo detto. Come il più perfetto dei personaggi svolgeva un ruolo, non provava rammarico per le persone <em>del giorno</em>, e non provava affetto per le persone <em>della notte</em>, che pure sì, benediva, ma senza quell’amore spettacolare che pareva sprigionare dall’esterno. Il Signor Rosa non provava nessun sentimento. Il suo volto aveva due versioni, il giorno, e la notte, e finiva lì, come se non esistesse, fuori dal Luna Park. Le persone <em>del giorno</em> non avrebbero saputo dire di averlo visto in qualche altro luogo. Le persone <em>della notte</em> non si vedevano, di giorno, e forse vivevano solo al Luna Park, così che anche loro, il suo più fedele pubblico, non sapeva dire di averlo mai visto fuori dalla sua stessa magia.</p>
<p>Perché il Signor Rosa, che aveva una vita all’apparenza gratificante, di più, un uomo ammirato, non provava alcun sentimento? Qualcuno sapeva cosa significasse la scritta sul suo avambraccio?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Capitò che era Novembre, la notte nelle luci del piccolo Luna Park somigliava a un sogno fatato, tutto nebbia e brillii. Capitò nella fila senza movimento, senza accorgimento, come un’apparizione: occhiali dalla montatura rosa polvere, papillon rosa confetto, giacca rosa lecca-lecca, pantalone rosa bonbon, stivaletto rosa fucsia. Accanto a lui, un piccolo cane dallo sguardo triste. Il cane era tutto bianco, con una coda vaporosa tutta nera, e una macchia, anch’essa nera, attorno all’occhio destro. Il suo guinzaglio era colore rosa bambola. L’uomo rosa camminava a passi lenti, e il cane teneva la testa alta; i due personaggi seguirono la fila senza un respiro. Pur essendo adatti al contesto, stonavano terribilmente. L’uomo rosa era pallido, aveva gli occhi socchiusi come sottili fessure, e le rughe del suo viso si increspavano in infiniti disegni. Non parlò al cane. Forse qualcuno li guardò, meravigliandosi dell’abbondare di rosa, ma in quella fila erano nel posto giusto, e nessuno rivolse loro gesto, né salutò il cane: in quel bel colore sembravano nascondere qualcosa capace di allontanare anche le persone <em>della notte</em>. Qualcosa che non aveva nulla, di dolce, amorevole, rosa: qualcosa di freddo, di ingiusto. Qualcosa di orrendo.</p>
<p>L’uomo rosa e il cane bianco e nero raggiunsero il loro turno, e arrivarono davanti al Signor Rosa: ecco il momento. Il Signor Rosa divenne cereo, e si immobilizzò. Restarono a guardarsi, l’uomo rosa, il cane bianco e nero, e il Signor Rosa, rigidi come in un malvagio incantesimo. La lunga fila se ne accorse, ma rimase zitta, incapace di descrivere la scena, o di dire una parola. E poi, il cane abbaiò. Una volta, un verso delicato come un commosso saluto, da far battere lieto il cuore. Nell’improvvisamente silenzioso Luna Park una lacrima, dal rumore spettrale, agghiacciante, scese sulla guancia del Signor Rosa, perdendosi nei suoi bellissimi baffi rosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una piccola croce costruita da due rametti giace in un campo di erba verdissima, protetta dal respiro di alberi felici. Vicino alla croce, una rosa dai petali lisci, rosa, perfetta. Accanto alla croce e alla rosa, tante altri croci, e tanti altri fiori. Al tramonto il cielo diventa rosa, e la luce, rosa, sembra guardare tutte le croci, abbracciandole con amore.</p>
<p>«Sei davvero tu?»</p>
<p>«Non hai più saputo amare, dopo di me.»</p>
<p>« Non volevo lasciarti sola.»</p>
<p>«Ma io sono in quel posto bellissimo. Tutto rosa.»</p>
<p>«Volevo restare con te, in quel rosa. In quella pace.»</p>
<p>«Non potevi. E adesso non vivi in nessun luogo.»</p>
<p>«Non è lo stesso rosa. Ma ti somiglia, Rosa, guarda.»</p>
<p>«Mi sei mancato.»</p>
<p>«Sei venuta a prendermi?»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’uomo rosa alzò un mano e fece schioccare le dita, senza espressione. Lo schiocco sembrò velare il Luna Park di un cupo dolore, come se la morte in persona si fosse messa in fila, e avesse toccato tutti con il suo male. E quello, fu.</p>
<p>Per un solo primo e unico istante Il Signor Rosa, quella notte di Novembre di nebbia e brillii, perse misteriosamente il controllo del suo zucchero filato. Che devoto, non smise di continuare a filarsi, fino a invadere il banchetto, a ricoprire il Signor Rosa, per poi spargersi nel Luna Park che diventò tutto, tutto, tutto, una gigantesca nuvola rosa, e come la più appiccicaticcia delle caramelle intrappolò cose e persone e del Luna Park, per molti giorni, rimase solo un effetto nebbia che nascondeva la vista, e che nessuno voleva attraversare. Ovviamente, era tutto rosa.</p>
<p>Le persone <em>del giorno</em> si spaventarono, e dissero di aspettare, dissero che si trattava di qualche stranezza dovuta alle piogge, che sarebbe passata. La nebbia rosa durò fino al primo giorno di inverno, durante la notte uno scoppio come di un fuoco d’artificio fece rabbrividire per lo spavento chiunque lo udì. Mille sfumature di rosa colorarono il cielo. L’esplosione si portò via tutto: i dolciumi invitanti, le cartomanti in lustrini, le giostrine luccicanti, i pupazzi simpatici. Si portò via l’intero Luna Park. Ma dove sorgeva una volta l’area, come una aggraziata ombra, rimase, tra le erbacce e la terra, una polvere appiccicosa che nessuno ebbe il coraggio di attraversare, nemmeno di avvicinare. Ovviamente, rosa.</p>
<p>E credo che sia ancora, anche adesso, là.</p>
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<p><em>Rosa, mia preziosa amica, la memoria serve a vivere per sempre.</em></p>
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