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	<title>lavinia azzone &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Pari e patta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 07:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[lavinia azzone]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Chiara Valerio Everybody must have a fantasy A. Warhol Le persone si spaventano, tremano e qualche volta piangono. Io no. Il motorino mi ha salvato. Da quando ce l’ho, se mi innervosisco o mi innamoro, mi basta accelerare. Non devo nemmeno cambiare le marce. Basta un poco di equilibrio. E capire che in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/cavallino1.jpg" alt="cavallino1" title="cavallino1" width="296" height="445" class="aligncenter size-full wp-image-18966" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/cavallino1.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/cavallino1-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" /> </p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Everybody must have a fantasy</em><br />
A. Warhol</p>
<p>Le persone si spaventano, tremano e qualche volta piangono. Io no. Il motorino mi ha salvato. Da quando ce l’ho, se mi innervosisco o mi innamoro, mi basta accelerare. Non devo nemmeno cambiare le marce. Basta un poco di equilibrio. E capire che in movimento spostare il corpo significa spostare il mezzo, cosa che da fermi sarebbe impossibile. È come essere un centauro, ma i centauri non mi piacciono, sono ambigui.</p>
<p>E poi avere la testa di un uomo e l’aggeggio di un cavallo è una fortuna troppo sfacciata.</p>
<p>E poi se sei un centauro stare fermi o in movimento non cambia nulla.<br />
E poi ancora a scuola Mitologia si studia in seconda e io ormai sto in terza.Se avessi avuto un cavallo di legno, forse sarei stato furbo.</p>
<p><span id="more-18950"></span><br />
Prima del motorino c’erano solo i libri che però se ti innervosisci non puoi farci niente. Nemmeno sbatterli per terra, perché al più si spaginano. E che hai fatto con un libro senza pagine?. Da quando ho il motorino quindi mi sento un cavaliere, offro un passaggio alle mie compagne di classe e mi fermo prima delle strisce pedonali per far passare la professoressa che va a prendere la macchina e aspetta, lunghi minuti e quattro frecce, ferma nel traffico che si decongestiona. Invece io, il mio motorino e la mia pulzella ce ne andiamo di gran carriera.</p>
<p>Roteo il polso, il rombo cresce, la pressione dell’aria sul viso aumenta e la mia dama mi stringe più forte e tutto è in ordine. Per qualche minuto. Poi la mia dama che ha una borsa e non uno zaino lancia un urlo e l’urlo mi sposta, mi sbilancia, quasi cadiamo, ma il mio cavallo si fida di me e io di lui e riusciamo a fermarci. La mia dama ha gli occhi lucidi. Tra spavento e rabbia e mi dice Ma che miseria stavi guardando?. Che non è proprio un’apostrofe da dama. Ma non sempre corrispondiamo all’idea che coltiviamo di noi stessi. Figuriamoci se gli altri possono. Ma non lo vedi che potevamo spalmarci sull’asfalto?. Che è un po’ come quando un cavaliere lascia le insegne del proprio regno per darsi alla macchia. Ma non l’hai visto quello che veniva dall’altra corsia che si è avvicinato si è avvicinato si è avvicinato e mi ha sfilato la borsa, Eh?</p>
<p>Sbigottisco, ma senza arrabbiarmi, guardo in fondo alla strada c’è una macchia tutta nera, motorino nero più cavaliere nero su motorino nero, senza pulzella. Che portavi nella borsa?, Che domande fai?, il quaderno di latino, Te le passo io le versioni, Ma che mi importa!, Come ti pare allora, Ma non mi accompagni a casa?, Sali ma non spostarti mai più a quel modo altrimenti cadiamo, Ma mi hanno scippato la borsa, Non ti hanno scippato la borsa, la tua borsa era il bandolo di una giostra, Ma che vai dicendo?, Madama il vostro problema è che la giostra è fatta da cavalieri, dovreste rimanere sugli spalti, non sulla mia sella, Tu sei pazzo in testa, me ne vado a piedi, Allora i miei omaggi madama, Ma va’ va’.</p>
<p>Roteo il polso, il rombo cresce, la pressione dell’aria sul viso aumenta, faccio inversione di marcia, la mia dama mi dice qualcosa col suo linguaggio postribolare ma l’effetto doppler lo deforma, la macchia nera motorino nero più cavaliere nero mi aspetta, spavalda. Il cavaliere fuma e fa dondolare la borsa. Freno lo guardo negli occhi e il cuore accelera. Mi sorride. Ti ho visto guidare e volevo sfidarti ma dovevo toglierti quella da dietro le chiappe, Ah messere!, nonostante la faccenda mi secchi sono io a dovervi sfidare per restituire la borsa alla pulzella che mi scaldava le terga, Aspetta dolcezza, prima di sfidarmi devi dimostrare di saper fare quello che ho fatto io, portami una borsa e ne riparliamo, E le lance?, Ho due ombrelloni così quando ti toccherò non ti squarcerò il petto, Buona idea messere, così non vi farete troppo male, perché sarò io a infilzarvi, Portami la borsa e poi vediamo, altrimenti mi toccherà sceglierne un altro.</p>
<p>Roteo il polso, il rombo cresce, la pressione dell’aria sul viso aumenta, la folla si dirada, le macchine spengono le quattro frecce e avanzano, gli ultimi studenti assaltano l’ultimo autobus azzurro, una donna con una borsa al braccio cammina sola sul ciglio della strada. Respiro piano, mi assicuro che la presa delle dita sia serrata ma non chiusa, sono un cavaliere e non voglio tirarla a terra e nemmeno che si faccia male. Il mare mugghia in fondo alla stradina, pare una folla, l’asfalto sotto al sole d’inverno prende il colore della terra battuta, il mio motorino è imbizzarrito come un cavallo e la donna sul ciglio della strada è ferma come un buratto che sostiene banderuola. La mia.</p>
<p>Roteo il polso, allento le briglie, la pressione dell’aria sul viso aumenta, mi sporgo un poco e il motorino si inclina come deve, tiro appena le briglie perché la velocità e la precisione sono difficili da ottenere in contemporanea, quando arriverò in quinto e alla seconda guerra mondiale sarò un cecchino, velocità e precisione, la signora raddrizza le spalle, il buratto cambia posizione sotto un alito di vento o per la pressione emotiva della folla, allungo il braccio ancora apro le dita afferro la piccola tracolla della piccola borsetta da passeggio. Non è rubare, la borsa sarà restituita dopo aver dimostrato la propria nobilitate. Qui si parrà. Ho la borsa, la alzo in aria, sparisco dietro una curva, sfreccio veloce sotto il naso della macchia nera che mi lancia la borsa della mia donzella, riappaio nella strada ma una nuvola ha coperto il sole e l’asfalto è asfalto e il mare s’è quietato e la folla è sparita. La signora è a terra, il buratto è caduto, penalità, mi avvicino, scendo, la scuoto, non si muove.</p>
<p>Se avessi avuto un cavallo di legno, forse.</p>
<p>Certe volte quando le persone si spaventano, o si innamorano, invece di roteare il polso, come me, roteano il cuore e scoppiano. Muoiono. La mia banderuola era troppo pesante, la mia banderuola era di carne. Penalità per chi colpisce il buratto.<br />
Per me.</p>
<p>[La fotografia in apice è di <a href="http://www.flickr.com/photos/lavinia_a/">lavinia_a</a>. Questo racconto è stato pubbliacto su Purple Magazine (maggio 09) ]</p>
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		<title>Diorama</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 06:30:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[fermati un minuto a salutare]]></category>
		<category><![CDATA[lavinia azzone]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare. Gente spaesata , C. PAVESE Stasera senza motivo abbiamo apparecchiato con i piatti spiani. Non più con i fondi, come se fossero volgari o semplicemente non rispecchiassero più un modo di mangiare. Lo ha fatto mia sorella più grande, che va all’università e stasera [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/diorama_1.jpg" alt="diorama_1" title="diorama_1" width="500" height="354" class="aligncenter size-full wp-image-18744" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/diorama_1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/diorama_1-300x212.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<blockquote><p>Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare.<br />
Gente spaesata , C. PAVESE </p></blockquote>
<p>Stasera senza motivo abbiamo apparecchiato con i piatti spiani. Non più con i fondi, come se fossero volgari o semplicemente non rispecchiassero più un modo di mangiare. Lo ha fatto mia sorella più grande, che va all’università e stasera cena con pomodori pachino senza sale, un filo d’olio e scaglie irregolari di parmigiano che odorano di latte e si sbriciolano al solo guardarle. Mia mamma l’ha apostrofata con Che snobismo. Io sono rimasta zitta a sminuzzare la carne e a ostracizzare l’insalata sul bordo del piatto.<br />
<span id="more-18731"></span><br />
Non ho capito perché mia madre ha usato una parola che riserva agli amici che tornano da Milano per un fine settimana decantando le lodi di una bottiglia di vino piccola piccola e di solito polverosa, ho pure creduto, all’inizio, che Marta le rispondesse sprezzante col suo sorriso sghembo e invece ha cacciato la testa nel piatto e continuato a mangiare ma goffamente. Senza assaporare. Io capisco benissimo quando Marta mangia tanto per finire il piatto, senza gusto. Così ho infilato in bocca una grossa foglia di insalata per compagnia e cominciato a fare mente locale. Che significa pensare intorno a un argomento e cercare di capire quali sono le sue componenti fondamentali. E anche i legami logici con le cose. Quando mia sorella Marta non trova qualcosa mamma sogghigna Fai mente locale. Allora io e l’insalata abbiamo deciso di farlo con i pomodori. Intorno a, insomma. I miei cugini li mangiano senza pelle, noi tagliati grossi e conditi con origano basilico e olio di oliva. Anche col sale che altrimenti non sanno di niente. Mio nonno li mangiava a morsi, sì, li raccoglieva dalle piante li spolverava sulla maglia di lana e poi li mordeva. Io non ho mai visto mio nonno ma in due fotografie lui addenta un pomodoro rosso sbiadito. Come fosse una pesca succosa. Perciò io so come nonno li mangiava. Se fosse stato un dipinto ci avrei creduto di meno, me lo chiedo ogni tanto e non lo so. </p>
<p>Anche Marta mette in bocca un pomodoro rosso ciliegia, come mio nonno che, assolutamente, non era uno snob. Sembra che gli snob portino le polo coloratissime sotto le giacche e le scarpe da ginnastica sotto i pantaloni eleganti. Così ho guardato mamma che aveva gli occhi puntati su Marta concentrata sul piatto. Da così vicino deve avere l’impressione di mangiare macchie di colore. Non hai ancora finito Elisa, è ora che ti sbrighi, devo dire una cosa a Marta, E non posso sentire, Certo, appena hai finito i compiti puoi partecipare anche tu, Ma mamma. Marta mi ha regalato il suo sorriso intrigante oltre il pettine dei capelli. L’ho visto solo io. Il suo sorriso che dice Lascia perdere è la solita storia. Marta discute sempre con mamma. Io ho sentito le mamme del quartiere discutere perché le figlie escono con le gonne troppo corte e Marta non mette mai le gonne, se ne sta con i jeans e i maglioni tutti uguali e anche se non è elegante a me piace, è diversa. Eppure mamma la rimprovera proprio con le stesse parole delle mamme delle mie amiche Ma cosa vuoi che pensi la gente. La gente dovrebbe essere assorta. In salotto troneggiano plastici splendidi che Marta ha costruito alle scuole medie e che io non realizzerò mai. Ho la fantasia ma mi manca un po’ di costanza. Forse perché sono ancora una bambina. </p>
<p>Persone in circolo o una sopra l’altra rapite dall’orizzonte disegnano geometrie mura strade e piazze. Donne con gonne tronco-coniche aspettano che qualcuno attacchi la musica, uomini che invece di radici allungano fondamenta cubiche nella balsa. Teste sferiche che galleggiano ignare sui toraci parallelepipedi dei sentimenti comuni. Mamma li guarda e fa No con la testa. Ma cosa vuoi che pensi la gente.  D’altra parte alzarsi da tavola significava non rimanere a mangiare l’insalata e così a testa bassa e senza dire niente mi sono avviata e chiusa nella stanza. Che poi è la mia stanza con Marta. Marta è più importante dell’insalata ma lei mi ha sorriso come per dire Vai vai. Marta bisogna sempre interpretarla un po’. L’ho sentita sbuffare e la sedia biascicare sulle maioliche e mamma accen-dere una sigaretta. Tutte queste sigarette. </p>
<p>Marta ogni tanto fuma ma non mi propone mai di fare un tiro, lei è così, fa le cose che non si devono fare come fumare e non cerca di trascinarti o convincer-ti. Mai. Non cerca di convincerti nemmeno quando ha ragione. Ecco perché mamma continua a discutere con Marta che invece non discute proprio con nessuno. Povera mamma deve essere snervante e povera Marta che poi non dorme per leggere. Io lo so che Marta non dorme per recuperare tutto il tempo che ha perso a discutere di questioni indecifrabili. </p>
<p>Non con me, Marta dice Tu sei un’altra cosa scoiattolo. E io mi arrampico sul suo letto frondoso di lino e la guardo leggere. Zitta zitta zitta. Marta mi piace perché è intelligente. Io sono orgogliosa di lei anche perché è mia sorella. Una volta dal tabacchi ho sentito Menomale che questa qui non è come l’altra, mi sono voltata e la tabaccaia e suo marito mi hanno sorriso con Ciao Piccola. Hanno agitato i palmi vili e io avrei voluto picchiarli. Chissà la gente qui cosa pensa di Marta ma non nel senso della mamma. Anche dal fruttivendolo mi guardano e insieme alle mele il fruttivendolo si informa E a casa tutto bene papà mamma la nonna. Di Marta il fruttivendolo o i suoi commessi non chiedono mai. Io, Stiamo tutti bene, anche Marta ha quasi finito l’università, Così va da un’altra parte, Cosa, Niente bambina questa frutta è raccolta ad arte. Il fruttivendolo ha increspato le labbra codarde e io avrei voluto sputarlo. Noi viviamo in un paese piccolissimo, dalle nostre finestre si vede uno scampolo di mare e le case dei nostri vicini che sono molti degli abitanti del paese. Non so perché le case siano così concentrate. Marta dice che di-pende dal fatto che fino al millenovecentosessanta è stato essenzialmente un borgo di pescatori e l’unica cosa che il boom economico si è trascinato dietro è stata l’apertura di un bar di una piccola filiale di una grande banca e di un Conad ma questo più tardi, intorno agli anni ottanta. </p>
<p>Io di numeri non capisco niente ma Marta dice che ci sono numeri che sono date e non bisogna mai dimenticarli. Sono una bussola, Come un ago magnetizzato, Scoiattolo sei la cosa più arguta che io abbia incon-trato. Arrossisco. Io avrei preferito che rimanesse un paese di pescatori, un posto di gente troppo impegnata a tirare le reti per criticare gli altri. È come se vivessimo troppo vicini e ci pestassimo i piedi. Una volta sono andata con la mia classe in un borgo di pescatori rimasto intatto. Qui vicino, a qualche chilometro. Mi è piaciuto moltissimo, c’erano le paranze e uomini con la pelle abbronzata e la pipa. A un certo punto tutto mi è sembrato perfetto. Marta mi ha detto O corrotti o plastificati. Io non ho capito ma ero troppo stanca per chiedere spiegazioni e Marta voleva leggere. Certe volte se non capisci subito quello che dici Marta si irrita. La maestra era entusiasta del borgo. Il giorno dopo ci ha chiesto di scrivere le nostre impressioni e io ho concluso con O corrotti o plastificati lei ha strappato il foglio davanti a tutti e mi ha bacchettato il palmo Non voglio che parli mai più con tua sorella. Quando l’ho riferito indignata a mia madre lei ha sbuffato Non ha tutti i torti. </p>
<p>Nessuno capisce l’amore di Marta, tutti pensano che lei sia come gli altri, che parli per un pregiudizio o perché si sente migliore, invece no. Marta osserva e descrive, senza giudicare. Lei ama questo posto e loro fino a piangerne. Certe volte guarda le vecchie case o i pergolati di edera sulle ringhiere arrugginite e sorride soddisfatta. Marta quando cammina per la strada respira a pieni polmoni. Prima tutta una parete della nostra stanza era tappezzata di polaroid del paese. Era una parete bellissima, a posto delle case c’erano le persone. Immobili come case. Marta ha detto Così tutto sembra più vivibile perché se ne può discutere. Ma nessuno parla. No, no.  Anche nelle foto se ne stanno fermi, guardinghi senza negli occhi nessuna curiosità. Eppure il resto del mondo e così prossimo che potrebbero saziare tutte le questioni. Una per una e una alla volta o a grappoli. Guardano le cose le case gli altri per poterne sparlare e nessuno guarda Marta. Marta li spaventa e li fa sentire menagrami ecco perché non la nominano nemmeno. Lei li ha fotografati tutti, uno per uno e uno alla volta, la luce delle foto è accecante e diversa come se, nei riquadri polaroid, ognuno vivesse su un pianeta con una luminosità differente dalle altre. </p>
<p>Ciascun uomo è un mondo intero anche se piccolo, non un’isola, capito scoiattolo. </p>
<p>Io penso che col mare vicino è meglio essere un’isola ma Marta mi sorride e dice Forse hai ragione e io non so che pensare. Il giornalaio galleggia in una luce gialla il droghiere in una viola nel mondo della professoressa di filosofiail cielo è d’acciaio piove ma mentre gli altri si coprono la testa lei cammina comunque guardando avanti, papà sta nella luce rossa della sera che preannuncia le belle giornate,  sul pianeta di mamma è notte e la brace della sigaretta le rischiara il volto come in un quadro del seicento. Lo ha detto Marta. Come in una Caravaggio ha detto. </p>
<p>Io odio gli scaravaggi e Marta ha riso. Sono infidi e quando accendi la luce scappano, mamma non scappa, si nasconde nei singhiozzi cupi solo quando Marta parla sottovoce. Io invece la cerco affinché parli e infatti nella mia luna che sarebbe, nell’universo di Marta, la villa comunale, la luce è primaverile, fresca, gli oleandri sono velenosi e fioriti e purpurei e io sono un confetto nel vestito rosa. Dalle istantanee si capisce a chi Marta vuole bene e chi invece non sopporta. Le fotografie non dicono nemmeno una bugia. Forse perché non possono provarci. Le pa-role ci provano sempre a frodarti. Le fotografie non dicevano una bugia prima che un giorno mamma le staccasse e le bruciasse una per una, prima si divertiva con noi e diceva anche È una buona idea, poi non so cosa è successo ed è venuta a tirarle via con rabbia, ha lasciato solo quella di Marta e si è tenuta la mia e quella di papà sul comodino. Sul mondo di Marta non c’è nessuno, solo un lembo di spiaggia invernale col cielo colore del ghiaccio, azzurro acqua fredda, azzurro acqua e polvere di gesso, l’ho notato dal marmista, mamma non lo sapeva che quello era il mondo di Marta o ha fatto finta di niente perché le dispiaceva e lo ha preso come un panorama.  Adesso la foto sta lì in mezzo all’intonaco a scacchi di nastro adesivo irrigidito e ingiallito dall’aria. Marta quando entra in camera prima ancora di poggiare lo zaino mi scompiglia i capelli e mi dice Ha ragione mamma mi sono fatta il deserto intorno. Io le dico Io ci sono e lei me li scompiglia di più, poi l’abbraccio. Dì alla maestra che sono io a parlare con te e non tu con me, vedi cosa risponde, Che me lo hai suggerito tu, L’ho sempre detto che la maestra Nica è una donna perspicace. </p>
<p>Nel mondo di Marta ci saranno pure le case e le persone ma non si vedono, il mare non è in nessun’altra foto, Che pretesa ha detto mamma. Io me ne sto così con le voci di sottofondo, mamma una lima sorda e Marta solo sorda, a osservare la parete rapinata e a pensare che tutto accade così in fretta che non si può far altro che assistere. È inutile che mamma pensi che se avesse capito, qualcosa sarebbe cambiato. La parete che sembra stare lì da secoli e invece è così da solo una settimana ne è un esempio. Un post it. </p>
<p>E io la guardo e me la stampo in mente. Anche se poi non riesco a dormire bene. Quando Marta entra in camera è fluorescente di sfinimento, io fingo di dormire per prendermi il bacio della buonanotte sul-la fronte. Vorrei dormire con lei. Marta è profumata come nessuno, nemmeno la maestra Nica lo è così eppure vive sopra al salone di bellezza. La maestra non sa nemmeno un quarto, che è di meno di metà anche se quattro è maggiore di due e io non ho ancora capito bene la logica, delle parole che sa Marta ma conosce un sacco di storie e di nomi di piante e fiori e insetti che solo a nominarli ron-zano estivi nelle aule senza termosifoni. Una volta Marta mi ha detto Questo posto sta tutto nel palmo di una mano, le persone sono piccole e le strade strette per qualsiasi confidenza, le camere asfissianti, passa una corriera all’ora e non c’è il cinema, questo posto me lo tengo nel palmo di una mano Elisa e lo sbriciolo come una zolla di terra arata di fresco. Subito mi sono messa a piangere poi però quando Marta non c’è o, come adesso, è di là a discutere io tendo bene il palmo della mano ci faccio stare tutto il paese pure con i ronzii delle zanzare e poi piano piano lo stritolo. Quando è arrabbiata Marta rompe quello che ha a tiro. </p>
<p>Spero che non distrugga mai i suoi plastici. Stritolare spegne tutte le voci che non capisco e non capisco neppure come Marta faccia a trattenere tutta quest’acqua di mare. Io, ogni volta che stritolo il paese mi spugno.   </p>
<p>[la foto in apice è di <a href="http://www.flickr.com/photos/lavinia_a/">lavinia_a</a>]</p>
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		<title>piano sequenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2009 07:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[lavinia azzone]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Questa è la tua vita. Guardala bene, per una volta ne sei fuori. Te la descrivo con la massima oggettività. Sto cercando di non pensare che vorrei esserci in mezzo, metterci le mani, annusarla. Odore e consistenza. Ma è la tua e io non c’entro niente. Per questo, posso essere fredda e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-17604" title="3519492414_7558cbbb82_b" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/3519492414_7558cbbb82_b.jpg" alt="3519492414_7558cbbb82_b" width="447" height="244" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Questa è la tua vita. Guardala bene, per una volta ne sei fuori. Te la descrivo con la massima oggettività. Sto cercando di non pensare che vorrei esserci in mezzo, metterci le mani, annusarla. Odore e consistenza. Ma è la tua e io non c’entro niente. Per questo, posso essere fredda e descrittiva, e posso, senza aggettivi. Sono il documentarista che hai chiesto alle tue divinità laiche e che ti è stato mandato, per caso, perché le divinità laiche non esistono e, con buona approssimazione, nemmeno le altre. Ho cinque minuti di autonomia. La mia macchina digitale ha cinque minuti di filmato e io ho lei. Questa è la verità che è anche il mezzo.<br />
<span id="more-17514"></span><br />
Sono quella che si è innamorata dei ninnoli, di questi che hai perso e degli altri che non hai ancora comprato. E delle maschere. Ma sono oggettiva perché mi hai tenuto fuori. Ti sei fatto un favore. Il messaggio è arrivato chiaro forte stentoreo. Una trinità di Stammi lontana e amen. Questa è la tua vita, e io sono una donna rispettosa. E questa la tua stanza. Ho in mano il mazzo di carte da gioco e da sola non posso che comporre un solitario. Se tu fossi una signora mi toccherebbe regalartelo e forse vorrei. In ginocchio come un villico che sta per essere investito cavaliere. Vuoi sposarmi?. L’unico solitario è quello con le carte.</p>
<p>La tua vita, la tua stanza, la tua tisana calda, il tuo gatto grigio e peloso e la donna con cui vivi che indossa occhiali che le addolciscono il viso asimmetrico. Che a destra ride e a sinistra è nostalgia. Non c’è altro. Scusa, i tuoi libri. Puoi leggerli, un libro alla volta o tutti insieme, una parola per ciascuno. Sfogli. Leggo, non leggo, leggo, non leggo, leggo, non leggo, leggo. Ci sono altre vite nei libri e le formule, nei libri hai sempre ragione, e l’ultima parola, il libro non protesta, al più non si lascia interpretare. Il libro riverbera l’alone di mistero necessario perché tu lo rilegga dopo anni. Ogni anno rileggo i russi e li richiudo. Se fossi un chimico avresti una tavola periodica. Invece non ce l’hai, così gli elementi sono infiniti e ingestibili, e non hai ancora trovato un modo per catalogare tutti quelli che incontri. Non è necessario, ma sapere di cercarlo ti fa stare tranquillo. Se fossi un matematico avresti geometrie piane. Invece non ce le hai e le tre dimensioni in tutta questa solitudine sono eccessive.</p>
<p>Ti capisco, davvero. Sei solo in altezza, in larghezza e in profondità. La tua barba è sola, anche se continui a lisciarla, mentre pensi. La donna con cui vivi è intelligente, è colta, ti fa ridere, è affascinante ed è sola lei pure. La capisco, tutti lo siamo. Non vi intendete ma non importa, sorridete molto, vi fate le boccacce, giocate a malsopportarvi, se dovessi giudicare direi Male, invece mi tocca invidiare. E invidio, perché sono una donna rispettosa. La discrezione ha congelato i vostri rapporti che però, in fin dei conti e non solo i vostri, sono una noia perché tolgono tempo e attenzione. Ai libri, alle speculazioni, alle conversazioni, alle ricette di cucina. <em>Lo scalogno vi ha salvato dalla banalità</em>. La discrezione ha congelato una noia, buon per voi. Cose da fare. Sbrinare il freezer.</p>
<p>I rapporti sentimentali tolgono tempo in tre dimensioni. In altezza, in larghezza e in profondità, e così, è effettivamente troppo tempo. Nemmeno io riuscirei a perderne tanto. Io sono intelligente, colta, simpatica e arguta e mi viene da piangere. Credo che i miei singhiozzi ti abbiano inebetito. Succede così, i singhiozzi rintronano. Oltre a dare ansia. Questa è la tua vita, io occupo più spazio e sono meno kitsch di una riproduzione in vetroresina della torre di Pisa e non posso essere rinchiusa in una scatola da scarpe. Quindi non posso essere traslocata e nemmeno traslocare, perché una casa ce l’ho e ci sto bene. Resto qui e tu altrove.</p>
<p>Questa è la tua vita, di mensole di legno, taglieri di marmo, divani damascati, liquori con nomi già ubriachi. Non ci sono cristalli, niente può rompersi ma io mi sento goffa ugualmente. Certi rapporti quando finiscono sono come le vacanze. Ieri era bello a centomila chilometri da qui ma oggi voglio solo dormire nel mio letto. Mi hai chiesto una vacanza. Sono il tuo tour-operator. O tu il mio.</p>
<p>La tua vacanza, la tua vita, la tua stanza, i tuoi ninnoli, la tua tisana calda, il tuo gatto peloso che fa le fusa e per il quale compri leccornie che nessun altro mangia, nemmeno lui. Sono troppo belle per morderle, meglio incantarsi a guardare e sperare che restino. Così come sono. Digiuno. E meglio che tutto, anche quello che non si può digerire, resti così com’è. La tua vacanza, la tua vita, la tua stanza, i tuoi ninnoli, la donna con cui vivi che indossa abiti che le tintinnano intorno ai polpacci, la tua barba.</p>
<p>Ho pensato che l’eterosessualità ha la sua ragion d’essere solo nel pattinaggio di figura a due. È divertente, ed è vero. Nella tua vita non ci sono lastre di ghiaccio su cui scivolare e io nemmeno cammino bene.<br />
E infatti lei ha scelto me.</p>
<p>[la foto è di <a href="http://www.flickr.com/photos/lavinia_a/">lavinia_a</a>. Piano sequenza è nella raccolta di racconti A complicare le cose (Robin)]</p>
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		<title>Quello che vedi è quello che ottieni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2009 10:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Avevo una missione, e sorridevo talmente forte che la sera avevo i denti piantati nelle gengive. Sono io che me ne vado (Mondadori, 2009) di Violetta Bellocchio è un romanzo di lucciole e lanterne. Balugina curioso e, in certe parti, impone di indossare gli occhiali da sole. Capita che le lanterne accechino. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-17214 aligncenter" title="peroncino lavinia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/peroni_chiara-300x206.jpg" alt="peroncino lavinia" width="300" height="206" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/peroni_chiara-300x206.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/peroni_chiara.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Avevo una missione, e sorridevo talmente forte che la sera avevo i denti piantati nelle gengive</em>. <strong>Sono io che me ne vado</strong> (Mondadori, 2009) di Violetta Bellocchio è un romanzo di lucciole e lanterne. Balugina curioso e, in certe parti, impone di indossare gli occhiali da sole. Capita che le lanterne accechino. Allora, lei chi è? <em>«Mi chiamo Layla Nistri» dico. Non so perché sto usando il mio vero nome. Potevo dire che mi chiamo Evangelina Tortora de Falco, e avrei comunque avuto il nome meno improbabile della giornata</em>.<br />
<span id="more-17185"></span><br />
La storia non si fa presto a raccontarla perché c’è una giovane donna che decide di aprire un bed &amp; breakfast in un entroterra toscano, quasi desolato, quasi iconico, quasi donna della domenica. Ci sono tanti di quei paesi che posso dire di aver visto solo perché c’era il cartello. In mezzo a queste incertezze di paesaggio e nebbie di intenzioni, Bellocchio inserisce un personaggio a colori lisergici, composito, contemporaneo, risultante di un montaggio cosciente tra immaginario trentenne, telefilm americano, provincia cronica, <em>i beati anni del castigo</em>, cinema, i genitori padreterni fanno i figli crocifissi, e non è vero ma ci credo, quindi credimi anche tu. <em>E quando dico “patrigno” intendo “il fidanzato di mia madre”, e quando dico “sempre” intendo “una volta”, e quando dico “picchiare” intendo “tirare uno schiaffo”</em>.</p>
<p>Il bed &amp; breakfast funziona bene, quasi da solo, però Layla decide di lasciarsi aiutare da Sean, un ragazzo del posto con i capelli scuri e la pelle chiara. Con una macchina, una capacità incredibile di aggiustare le cose e di scavalcare la rete di casa. Di annunciare ospiti inattesi portando in mano una busta di carta col pane. Sean che <em>«Come fai a guardare una replica» dico. «È abbastanza rilassante. Io invecchio e quelle mucche hanno sempre la stessa età»</em> e che decora i muri e arreda gli spazi con la stessa facilità con la quale fa anelli di fumo. Ci mette un po’ di tempo. Ma il risultato vale la pena e i clienti cominciano ad arrivare. <em>«Certi ci vengono a cercare casa, giusto?», «Eh. Ma per comprare bene qui bisognava comprare settanta, ottant’anni fa.» Mio nonno ha comprato negli anni Sessanta. È bello sapere che comunque l’hanno fregato</em>.</p>
<p>La storia è nascosta perché Layla sta cercando di sparire. <em>Non osare dispiacerti per me</em>. Come certe attrici americane. Non perché qualcuno la insegua. Ma perché qualche anno prima, quindici anni, non tanto tempo in fondo, qualcuno non ha risposto a un messaggio lasciato su una segreteria telefonica. Non che la fanciulla sia ossessiva. Ma le riesce bene. Non che abbia un passato tragico. Ma nemmeno un futuro roseo. A parte i fiori in giardino. <em>Non ho un telefono. Non ho un indirizzo. Non dimentico niente al ristorante. In tasca ho solo i soldi per un taxi. Non esistono fotografie di me da bambina. Niente, niente di quello che dico è vero. Per essere meglio di così potrei solo smettere di avere un corpo</em>.</p>
<p>Layla è <em>la signora</em> e Sean è <em>il ragazzo</em>. Le canzoni sono quasi d&#8217;amore.</p>
<p>Con una scrittura rapida, stilettante, piena di rimandi e di eco e con la pretesa di costruire un romanzo di secchi vuoti, scatole di fiammiferi, crema per ripulire l’argento, missioni laiche per salvare gli uomini e quindi le circostanze, di maschere che piano piano diventano esseri umani e tentennano, Violetta Bellocchio racconta una storia acrilica e tenera, divertente e misteriosa. Bambina e in qualche misura, risalente.  Buffa ed entusiasta. Forse dovrei mettermi a fare le pulci. A dire che ci sono questioni accennate che potevano essere messe in piano, stirate, che la successione di immagini quando non dà ebbrezza dà vertigine, che saper tirare i fili non significa saper allestire il teatro dei pupi. Ma la verità è che questo libro mi ha fatto ridere in tanti modi. E ridere sui libri è cosi consolatorio, e raro, che oggi va bene così. <em>Questo, però, posso dirtelo. Il minuto in cui sai di avere in mano la felicità di qualcuno – te la senti proprio sul palmo della mano, una cosa viva – e sai che hai tutto il potere di fare e disfare, quello è il secondo minuto più importante del mondo. Il minuto in cui fai il conto alla rovescia prima di cominciare a disfare, quello è il minuto più importante del mondo. Non ci sono altre notizie</em>.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-17187" title="sono io che me ne vado" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/fwpwlfdrpmmpk82cwidxeflto1_500-217x300.jpg" alt="sono io che me ne vado" width="171" height="233" /></p>
<p><strong>Violetta Bellocchio, Sono io che me ne vado, Mondadori (2009), pp. 360, 15,60 €.</strong></p>
<p>[la foto in incipit è di <a href="http://www.flickr.com/photos/lavinia_a/sets/72157603356531763/">lavinia_a</a>]</p>
<p><strong></strong></p>
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		<title>un’assoluta indifferenza verso se stessi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[antartide]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Byatt]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Non so se ho molto da raccontare a proposito di questo viaggio, perché è stata soprattutto una storia di paesaggio, e di paesaggio attraversato in macchina. Mi sono fermato spesso per fare fotografie, erano come degli appunti visivi, quella pampa, quella estancia, quel colore della terra, quelle montagne sullo sfondo. Orizzonte mobile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-16271" title="tiff588_rid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/tiff588_rid-1024x678.jpg" alt="tiff588_rid" width="423" height="296" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Non so se ho molto da raccontare a proposito di questo viaggio, perché è stata soprattutto una storia di paesaggio, e di paesaggio attraversato in macchina. Mi sono fermato spesso per fare fotografie, erano come degli appunti visivi, quella pampa, quella estancia, quel colore della terra, quelle montagne sullo sfondo</em>. <em>Orizzonte mobile</em> di Daniele Del Giudice è un libro di sguardi. È un diario nel quale le coordinate geografiche prendono il posto delle date. Il resoconto ordinato di un intervallo di spazio più che di tempo. Tra la Terra del fuoco e la banchisa australe, a 62°13’ sud e 58°54’ ovest, a Punta Arenas o Puerto Natales, a 90°00’ sud e 139°16’ ovest.<br />
<span id="more-16204"></span><br />
Come in tutti i diari che si rispettino, vi si incrociano paesaggi e persone. E le persone più che caratteristiche del luogo, sono funzioni. Come le montagne, i fiumi, le fattorie, le carreggiate sud non asfaltate. Chi ha studiato un po’ di matematica sa bene quale affilato determinismo stia dietro alla dichiarazione che qualcosa è funzione di qualcos’altro. <em>Come in una singolare commedia geografica delle maschere</em> Del Giudice premette una spedizione immaginaria a viaggi realmente viaggiati, uno suo e gli altri di esploratori quasi novecento. A tempi sfasati e luoghi ricalcati. Tutti viaggi suoi alla fine, di Del Giudice, ruminati e forse riscritti a partire dai diari degli altri perché <em>Per sua natura, la Storia non è che scrittura in una forma diversa</em>.</p>
<p>La scrittura di Del Giudice è ghiacciata e piena di vento muta i paesaggi in passaggi, abbacina, muove nostalgie che lasciano spossati. Perché col libro in mano, fermi a leggere, i fusi orari assomigliano tutti a quello avvelenano de La bella addormentata. E quindi un po’ è seduzione, un po’ attesa che qualcuno giunga, un po’ dolce dormire, un po’ lasciare che il tempo passi, che il ghiaccio si formi crocchiando come cristallo e che il mare si chiuda e ci lasci camminare sulle acque senza miracoli, quasi fossimo sul tetto di vetro delle stazioni. Col mondo che trascorre sotto i piedi. <em>(…) nel più profondo dei ghiacci si lavora per le galassie e per le supernove. È come guardare le stelle nel pozzo</em>.</p>
<p>Il pozzo dei racconti di Del Giudice, dove pozzo sta per fondo, per frescura e per riserva è l’esattezza. La necessità di catalogare così da arginare quelle descrizioni che, per costruzione, si tirano dietro l’interpretazione, la narrativa, la supponenza e il possesso. Le coordinate geografiche d’altronde sono asettiche, possono essere disegnate e condivise. Non sono di nessuno, nemmeno di chi le segna. Del Giudice è scrittore che abita senza colonizzare, la sua punteggiatura è essenziale, la struttura delle sue costruzioni è tensioattiva, leggera e nel contempo pronta a grossi carichi. L’ipnosi del paesaggio, la nostalgia, l’impossibilità, come rideva Bufalino, a riessere, la colpa miracolosa di ricalcare, ripetere, girare in tondo, aspettare qualcosa o qualcuno a un varco. <em>Lì la distanza tra un meridiano e l’altro era di una cinquantina di chilometri, ogni settantacinque cadeva un fuso orario, volando lungo quella circonferenza si poteva rimettere ogni dieci minuti l’orologio, un’ora avanti o un’ora indietro, come vuoi, tanto è quasi sempre giorno e quasi sempre notte, e passare e ripassare il ‘date line’, illudersi di precedere il mondo di un paio di giorni nel calendario e aspettarlo poi da qualche parte</em>.</p>
<p>Qualche parte è ancora uno spazio. E probabilmente i resoconti di viaggio, gli appunti attoniti e meravigliati del viaggio in auto del 1990 sono quelli che mi hanno fatto allungare la mano verso il mio vecchio atlante geografico a verificare che, nell’appendice fotografica, ci fossero immagini di quei luoghi. Certe osservazioni di Del Giudice chiamano infatti verifica immediata perché la bellezza delle parole ti toglie il fiato e quasi immobilizza, così che vorresti avere gli occhi puntati su quei luoghi per poter dire Posso calpestarli e riportarli a misura d’uomo. Quello che manca a <em>Orizzonte mobile</em> infatti è proprio la misura dell’uomo, il sudore, il tentennamento, è un libro infinitamente bambino, smisurato, infinito, evocativo, potenziale. Un diario di spazio perduto all’ombra di esploratori in fiore. <em>Ogni continente ha la sua letteratura, (…) e l’Antartide non è un caso diverso dagli altri. In questo momento non penso al Gordon Pym di Poe (…) mi riferisco invece ai libri di Shackleton, di Scott, di Mawson, di Bove, De Gerlache e di altri, che nacquero qui. (…) sono gli ultimi e veri grandi racconti di avventura, il genere che Stevenson, nella sua classificazione del romanzo, definiva il più sensuale, dove gli autori furono anche personaggi e parti in commedia</em>.</p>
<p><strong>D. Del Giudice, Orizzonte mobile, Einaudi (2009), pp. 142, € 16,50</strong>.</p>
<p><strong>A latere</strong></p>
<p>Ma come potrebbe essere un viaggio avventuroso e alla fine del mondo se ogni mattina c’è la telefonata di mia madre?. Eppure io devo a mia madre la passione per la geografia e, accidentalmente, per l’Antartide e la fine del mondo. Mia mamma ha sempre comprato cartine mute. Di quelle formato A4 che a metà degli anni ottanta, e forse ancora, si vendevano nelle cartolibrerie. Insieme alle penne e ai quaderni stavano squarci di mondo incolori, apolitici, piani, dove i fiumi erano linee più o meno tortuose e il mare e la terra quasi interscambiabili, ghiacciati pure. Nelle cartine mute il bianco è sempre bianco e l’unica cosa che conta sono i bordi. Nelle cartine bianche ogni pezzo di mondo è Antartide.</p>
<p><em>“Bisogna tenere i libri distanti dai dolori. Capisce cosa voglio dire?”</em> (Lo stadio di Wimbledon, 1983)<br />
<em>“È impossibile ricordare tutto”, invocheresti la distrazione perché è la sola che scampa al dolore</em> (Orizzonte mobile, 2009)</p>
<p>In <em>Natura morta</em> Antonia S. Byatt osserva che certi colori per manifestarsi aspettano certi pittori e che per esempio il giallo attendeva Van Gogh. Io credo, e comunque mi rallegra pensarlo, che il bianco ghiaccio abbia davvero aspettato la penna di Daniele Del Giudice.</p>
<p><em>Poiché il suo animo è sensibile, si lascerà conquistare dalla bellezza delle forme. Resista. Cerchi un altro tipo di attenzione</em>. Tuttavia sono contenta che in Antartide non siano arrivati i due punti.</p>
<p>[La fotografia in apice è di <a href="http://www.flickr.com/photos/lavinia_a/">Lavinia</a>]</p>
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		<title>La felicità di oggi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/24/la-felicita-di-oggi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Dec 2008 14:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[lavinia azzone]]></category>
		<category><![CDATA[Natale natale]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[È impossibile prevedere chi sarà, o che cosa ci porterà, ma qualunque cosa sia, è sempre esattamente quello che ci vuole. Carne, R.L. OZEKI di Chiara Valerio Quando entri in casa sei già morto. Non puoi saperlo perché non lo sa nessuno. E se fino a ieri sera eri speciale, adesso che è mattina, sei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em></em></p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/lavinia_a/2118247623/" title="Snowman di lavinia_a, su Flickr"><img loading="lazy" src="http://farm3.static.flickr.com/2375/2118247623_be5386f774_b.jpg" width="321" height="496" alt="Snowman" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>È impossibile prevedere chi sarà, o che cosa ci porterà,<br />
ma qualunque cosa sia, è sempre esattamente quello che ci vuole.<br />
</em>Carne, R.L. OZEKI</p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Quando entri in casa sei già morto.<br />
Non puoi saperlo perché non lo sa nessuno. E se fino a ieri sera eri speciale, adesso che è mattina, sei come gli altri. Ma non sai nemmeno questo. Tuo figlio ha sei anni e i capelli biondi. Mentre lasci cappotto, giacca e sciarpa sull’attaccapanni, pensi alle domeniche di sole con il naso tra i capelli di tuo figlio. Sottili come stelle filanti. Hai provato a ricordarglielo mentre spiegavi perché, per l’albero di Natale, avevi comprato molte stelle filanti dorate e nemmeno un festone. Si è imbronciato quando non ha visto i festoni e tu, sorridendo, hai provato lo stesso a spiegargli perché con quelle decorazioni l’albero gli avrebbe somigliato di più. Come se i bambini dovessero somigliare agli alberi e rinascere a ogni primavera. Ti fermi perché la sciarpa che pende da un lato ti disturba, la aggiusti, e pensi che da cinque primavere è come se tuo figlio rinascesse, per quanto cambia. Di più, è come se ogni mattina fosse primavera.<br />
<span id="more-12763"></span><br />
Sei contento perché hai le paste in mano, perché la sciarpa pende finalmente in modo simmetrico a destra e a sinistra e perché ti basterà aprire la porta del salotto per goderti la bocca aperta di tuo figlio davanti ai pacchi colorati. Accanto al camino. Ha scritto la sua prima lettera a Babbo Natale e ha chiesto un trenino. Ti sei girato verso tua moglie che rideva con gli occhi lucidi e le hai detto Avrà una ferrovia Lima. Hai cercato come un forsennato, per le strade e per l’etere, nuova o usata, volevi che tuo figlio avesse una ferrovia Lima. Con la locomotiva e sei vagoni. Ti sei chiesto davanti alla sua grafia incerta, di chi va a scuola prima degli altri se non fosse meglio un trenino di legno, di quelli che sembrano un bruco. Un trenino snodabile di legno chiaro e con le finiture rosse. Te lo sei chiesto perché la ferrovia Lima era un tuo desiderio e non volevi cancellare il suo. Poi hai guardato la t, la n e la o di trenino e deglutendo hai capito che volevi una ferrovia intera perché lui potesse decidere, non avendo le montagne, di costruire un anello ferrato intorno alla poltrona. Ti sei visto seduto a guardargli le spalle e le gambe mentre si accuccia come un minatore. Ti sei visto e hai capito che non volevi più la ferrovia Lima ma tuo figlio a meravigliarsi della ferrovia Lima. D’altronde da quando è nato sai che molti tuoi desideri sono deleghe.</p>
<p>Così ti godi l’immagine, sfocata dal vetro smerigliato, di tua moglie seduta e di tuo figlio in piedi. Non sai cosa succede. Perché tuo figlio è fermo e ha le gambe allargate e tua moglie si sporge verso di lui e forse gli tiene una mano sulla testa. O sul viso. Forse qualcosa gli è andato in un occhio. Pensi. Forse il nastro colorato gli ha tagliato la pelle tra l’indice e il medio. Succede. Apri la porta e tuo figlio ha la bocca chiusa, il naso arricciato e tiene le mani incrociate sul petto. Tua moglie ti sorride dolce, come a lui quando, qualcosa va storto. Fai un passo indietro, chiudi la porta, guardi ancora il tondo asimmetrico di famiglia e poi la sciarpa. La sciarpa pende sempre simmetricamente a destra e a sinistra del collo del cappotto. Apri il sacchetto delle paste e annusi lo zucchero a velo. Starnutisci.</p>
<p>Gli anni precedenti non ha scritto una lettera e nemmeno ha disegnato niente. Non ti sei alzato a notte fonda perché andava a dormire presto. Sei rimasto con tua moglie davanti al camino e alla televisione accesa a sonnecchiare. Forse le hai baciato il collo, forse ti ha poggiato la testa sulle ginocchia. Siete rimasti fermi e le fiamme vi hanno ipnotizzato e arrossato il viso fino a quando lei non ti ha detto Andiamo a letto e Sì, ma prima salgo in soffitta a prendere i regali, li lascio sotto l’albero. Babbo Natale scende dal camino ma non lascia nulla vicino al fuoco perché i sogni sono ignifughi ma la plastica e il legno no. Gli hai detto ignifugo e lui ha alzato le braccia per farsi prendere, quasi spaventato. Poi ha guardato il fuoco, si è quietato e sbilanciato per farti capire che voleva scendere, che il fuoco era di nuovo meglio di te.</p>
<p>Ma quest’anno ha scritto la lettera e nella lettera trenino e così la sera della vigilia siete andati a dormire tutti insieme. Mentre ancora sbocconcellava una scorza di pane, sei saltato in piedi e sorridendo hai detto Adesso è ora di andare a letto altrimenti Babbo Natale non si fermerà per lasciarti quello che hai chiesto.</p>
<p>Papà e se sono stato cattivo?, Sei stato cattivo?, Ho rubato due volte la merendina a Mario, Davvero?, Sì, Allora forse è meglio correre a letto, altrimenti Babbo Natale potrebbe ripensarci, E se porto due merendine a Mario quando comincia la scuola, Ecco, portagli due merendine ma adesso corri a lavarti i denti.</p>
<p>Sei andato a infilarti il pigiama in camera sua e sbadigliato con le fauci di un orso bruno per fargli capire quanto eri stanco e quanto avresti dormito della grossa. Forse hai detto che neppure le cannonate ti avrebbero svegliato, figuriamoci un vecchio signore con i colori della Coca-cola che si cala dal camino. Hai anche spento il camino perché tuo figlio l’anno scorso ti aveva fatto notare che nemmeno Babbo Natale era ignifugo. Tu hai fatto un passo indietro e strabuzzato. Poi ti sei sentito stupido. Se imparava a memoria L’aquilone di Pascoli poteva anche ricordarsi ignifugo. E il momento giusto per dirlo.</p>
<p>Gli hai rimboccato le coperte e accostato la porta perché non gli piace dormire al buio. E nemmeno a te. Poi hai contato fino a cinquemiladuecentododici. Tutto il tempo del telegiornale e dello speciale e del dibattito e della pubblicità. Non ti ricordi niente di quello che hanno detto perché mentre contavi hai pensato che tuo figlio ha scritto una lettera e tu non hai neppure un cappello rosso e una barba finta. Un cappello rosso sì. Ti alzi di scatto apri un cassetto cerchi trovi e indossi. Tua moglie continua a leggere mentre tu, in punta di piedi e nonostante i calzini di flanella, esci dalla stanza. Respiri, ti affacci e dalla porta di tuo figlio come fosse una finestra sul tetto del mondo. Torni indietro trattenendo il fiato e baci tua moglie sulla bocca. No. Prima sugli occhiali e poi sulla bocca, tanto che sbuffa e ti chiede Ma che hai?.</p>
<p>Tu sorridi ebete che vostro figlio dorme e che puoi sistemare i pacchi vicino al camino. Tua moglie pulisce gli occhiali con il lembo del lenzuolo e si gira su un fianco. Per un attimo vorresti afferrarle la vita e baciarle la nuca, sfilare a te e a lei i pantaloni del pigiama. Poi ti fermi e sorridi perché non è un desiderio, è un ricordo. Adesso l’unica cosa che veramente vuoi è portare i regali a tuo figlio.</p>
<p>Quando entri in salotto sei già morto.<br />
Anche se la brace è ancora calda. Non puoi saperlo perché non lo sa nessuno. E se fino a un’ora fa eri speciale, adesso sei come gli altri. Ma non sai nemmeno questo. Soprattutto, non lo vedi.<br />
Si è nascosto dietro la tenda. Con i capelli dorati come gli addobbi dell’albero e non lo hai visto. Così hai trascinato le buste con i regali fino al camino, hai tirato i pacchi fuori a uno a uno e li hai impilati. Hai afferrato una manciata di cenere tiepida e impanato la lettera di tuo figlio. Perché Babbo Natale si cala dai camini e spolvera tutto di cenere.</p>
<p>Mentre punti le mani sui fianchi e gonfi il petto, il pigiama ti pare di orbace tanto sei impalato a gambe larghe pancia in dentro davanti all’obelisco di regali. Le luci intermittenti dell’albero funzionano come una palla stroboscopia. Così rincagni, metti le mani in tasca e vai a dormire.<br />
Mentre guardi tua moglie e tuo figlio sfocati dal vetro smerigliato capisci che ti ha visto. Che non puoi spiegargli perché gli hai sporcato la lettera di cenere. Che c’è un Babbo Natale per quasi ogni bambino. Così apri la porta e lo guardi.<br />
Non è deluso, è arrabbiato.</p>
<p>Tu sei Babbo Natale?, Sì, E allora perché a me hai portato questo e a Mario il trenino che si sale sopra?<br />
Quando chiudi la porta sei già morto perché se sei Babbo Natale allora i regali che hai portato agli altri bambini avresti dovuto portarli anche a lui. O solo. Alzi gli occhi e ti accorgi che il lampadario dell’ingresso è una campana di vetro. Di quelle che nei laboratori servono a creare piccole bolle di vuoto. Non sai proprio come hai fatto a passarci sotto tutta la vita senza che ti mancasse l’aria. O forse ti manca tutta ora. Tutta questo Natale.</p>
<p>[Questo racconto è stato scritto per l&#8217;iniziativa <span style="color: #ff0000;">Natale natale </span>del 16 dicembre alla <em>Casa delle Letterature</em> di Roma &#8211; Grazie a Lavinia Azzone per aver prestato <em>Snowman </em>a <em>La falicità di oggi</em>]</p>
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