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	<title>lavoro culturale &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La parola prodromi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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		<category><![CDATA[editoria]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Rigiani</strong><br />
Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy]]></description>
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<p>di <strong>Davide Rigiani</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="678" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg" alt="" class="wp-image-120345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-768x509.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1536x1017.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-2048x1356.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-634x420.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-150x99.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-696x461.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1068x707.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1920x1272.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/ds_30-1795490/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Dmitriy</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Pixabay</a></figcaption></figure>



<p class="dropcapp2">Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy.</p>



<p>Sono svenuto due volte, nel giro di pochi giorni, tra Natale e Capodanno. Una volta, passi. La pressione bassa, mangiato poco. Chi lo sa. Ma due. Mia moglie esige che io vada dal medico di base. Anche io penso che sarebbe il caso, però non ci voglio andare. Ho paura che mi trovino qualcosa. O che mi prescrivano delle terapie, o degli esercizi che poi mi toccherebbe pure fare. E poi perché anche solo cercare la tessera sanitaria, prendere e andare, trovare il posto, capire a chi tocca, spiegare, stare a sentire: io non ne ho voglia. Variazioni di questo approccio alle cose definiscono il mio rapporto con il mondo. Ma se mia moglie esige, esige. Andiamo dal medico di base.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A Rocchetta di Vara, settecento abitanti, in Val di Vara, in provincia di La Spezia, niente medici di base. I medici di Rocchetta sono due ma seguono già il numero massimo di pazienti. Ci siamo trasferiti qua da circa un anno. Prima abitavamo a Sarzana. Là ero seguito da un medico che andava per i novecento anni e riceveva al pianoterra di un palazzo dalle parti del Conad. Online i suoi orari, il numero di telefono e l’indirizzo dell’ambulatorio non erano aggiornati, per stanarlo bisognava andare al vecchio indirizzo, trovare su una bacheca zeppa di bigliettini quello con l’indirizzo nuovo, risolvere gli indovinelli della Sfinge e poi una caccia al tesoro. Oltretutto l’ambulatorio da fuori era mimetizzato da ristorante di pesce, uno non l’avrebbe mai detto. Dentro era minuscolo e condiviso da vari dottori. Macchinari medici parcheggiati dove c’era spazio. Si attendeva il proprio turno in mezzo a ecografi rotellati e altri apparecchi misteriosi. Sembrava uno studio medico fatto con i pezzi avanzati da altri studi, come un’automobile costruita con i pezzi di ricambio.</p>



<p>A ogni modo questo signore, il quale una volta non fu in grado di aprire i file di una tac che egli stesso mi aveva prescritto, se n’è andato in pensione esattamente quando abbiamo traslocato. E quindi eccomi qua, a Rocchetta, settecento abitanti, due svenimenti, zero medici di base.</p>



<p>Dice: nei paesini piccoli di montagna può succedere: cerca un altro dottore a Sarzana. Anche a Sarzana niente medici di base. Ce n’è uno in un comune ancora un po’ più in là, piuttosto fuori mano. All’Anagrafe Sanitaria un impiegato logorato dalla sanità lascia intendere che, se questo medico è l’unico che ha ancora posto, un motivo ci sarà. Decidiamo di lasciar perdere.</p>



<p>Che milioni di italiani siano in questa situazione è cosa nota. Il motivo, a volerlo indagare, va indagato in un groviglio politicoamministrativo oramai impossibile da sciogliere, il quale può essere interessante quanto ti pare, ma io però sono svenuto due volte per davvero, sono qua e sono un po’ preoccupato. Che si fa? Si fa che a Rocchetta di Vara c’è l’ambulatorio medico di prossimità. L’hanno organizzato apposta per far fronte a tutta questa faccenda.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Una volta alla settimana, dalle alle, nel tal posto, è disponibile questo ambulatorio per i cittadini senza medico di base. Si va su appuntamento. Ovviamente io, all’ambulatorio medico di prossimità, non ci voglio andare. Ho un metodo per persuadermi a fare le cose che non voglio fare. Ce l’ho fin dall’adolescenza, ma è praticabile solo se si vuole scrivere. Mi dico che è tutta materia da romanzo. Le esperienze spiacevoli che nella vita tocca affrontare: materia da romanzo. Vado, le affronto, prendo qualche appunto, rimugino e filosofeggio. In seguito magari ci scriverò qualcosa. Soprattutto, così facendo, mi trasformo in un osservatore esterno della mia vita, e queste cose spiacevoli è come se capitassero a un altro.</p>



<p>E funziona? Macché. Assolutamente no. Se vado all’ambulatorio medico di prossimità è solo perché mia moglie esige.</p>



<p>In macchina mi prepara psicologicamente. Non ti piacerà il posto, dice. Lei non ha nessuna idea di come sarà il posto, ma sa che non mi piacerà. Non ti piacerà il loro modo di fare. Bisognerà aspettare una quantità di tempo offensiva. Dirai che sono incapaci e ostili.</p>



<p>È importante che lei mi ricordi tutte queste polemiche eventualità, così da non aggiungere, all’eventuale disagio, anche la sorpresa, la quale si applica alla misura del disagio come un moltiplicatore, e a quel punto il climax esponenziale è un attimo, come niente ti ritrovi in pubblico, in piedi su una sedia, a strillare questo paese è una vergogna e uno schifo. Partire con aspettative bassissime è fon da men ta le.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">E l’ambulatorio di Rocchetta com’é? Dipende. Il posto è uno spazio comunale in prestito, e non è sempre lo stesso. In questo caso si tratta di un’ex scuola elementare, credo, un paio di stanze vuote al piano superiore. Al piano di sotto c’è un negozio, ti vendono i trattori, i rastrelli e altra roba da giardinaggio. Ci avevamo portato il tosaerba quando mi era rimasta in mano quella corda che si tira per metterlo in moto. Ci avevano cambiato la corda in un attimo e ci era costato cinque euro. Cosa vuoi di più.</p>



<p>Per trasformare uno spazio di proprietà del comune in un ambulatorio di prossimità servono: un paio di impiegate dell’ASL, un dottore, una porta che si possa chiudere, uno stetoscopio, un paio di portatili, una stampante, tavoli, sedie, un lettino, e in questo caso anche una stufetta elettrica portatile, perché comunque siamo in gennaio, sono le otto del mattino e hanno appena aperto l’ambulatorio.</p>



<p>Arriviamo e una delle due impiegate dell’ASL si sta appunto scaldando le mani sulla stufetta appena accesa. L’altra mi domanda il codice fiscale e tutta la tiritera. Non aspettiamo che cinque minuti, dopodiché ci riceve una dottoressa.</p>



<p>Una persona normale, bendisposta. E non ha nemmeno novecento anni. Le spiego e lei mi sta a sentire. Sta a sentire anche mia moglie. Mi domanda. Mi ausculta. Nel breve incontro non ho avuto tempo di farmi un’idea approfondita, ma ipotizzo che si tratti di una persona animata da un travolgente ottimismo perché con me ha usato almeno due volte la parola prodromi.</p>



<p>In caso di svenimento è rilevante stabilire se ci sono stati dei prodromi, cioè se hai sentito arrivare lo svenimento, o se invece no, sei caduto come una peracotta senza preavviso.</p>



<p>Ora. Realisticamente. Se fermassimo per strada uno a caso e gli domandassimo cosa vuol dire prodromi, che probabilità avremmo di sentire una risposta grosso modo sensata? Pensiamoci un attimo.</p>



<p>Però, prima di farci tutti sconvolgere dal contagioso ottimismo della dottoressa, rivediamo un attimo quelle disperanti statistiche che ogni tanto compaiono sui giornali a proposito di cultura, di scuola e di editoria. Quelle cifre dell’Istat che misurano i lettori in Italia, ad esempio. Sapete quali. Quelle in cui se uno legge un paio di libri in un anno è già un lettore forte. E, anche così, con questo ridicolo metro di giudizio, rimangono cifre risibili. Oppure quelle cronache dell’apocalisse che ci ricordano come un adulto su tre non sappia leggere e comprendere il senso di semplici frasi scritte. Tra l’altro molti di loro scrivono libri, spesso di successo. Poi ci sono i genitori che aggrediscono gli insegnanti perché hanno dato un brutto voto ai figli, le serie tv scritte in modo ridondante perché la gente le guarda scrollando con il cellulare, l’Università del Massachusetts che dice che non siamo più in grado di rimanere concentrati per più di tredici secondi. Insomma, tutte queste informazioni davanti alle quali non c’è speranza, percentuali ed episodi che mettiamo in un cassetto del cervello che non apriamo mai, perché comunque uno cosa può fare.</p>



<p>Bene. Tiriamo fuori queste nozioni e, anche stimando che magari una parte sarà allarmista, facciamoci un’idea realistica delle probabilità che una persona presa a caso sappia cosa vuol dire prodromi. Magari lo sa, eh. Magari non lo sa. Vogliamo fare un cinquanta percento? Io francamente dico di meno, ma facciamo un cinquanta. Ecco, anche in questo caso dare per scontato che un estraneo a caso lo sappia è comunque precipitoso. Per questo dico che la dottoressa sia una persona ottimista.</p>



<p>Se invece sono pessimista io e ho esagerato ad abbassare le aspettative allora, è chiaro, è colpa di mia moglie.</p>



<p>A ogni modo. I prodromi, dicevamo. I prodromi io ce li avevo avuti. Avevo sentito che stavo per svenire. Lo dico alla dottoressa. La dottoressa pensa. La dottoressa ipotizza: sindrome vasovagale. Vorrebbe dire che svengo se provo emozioni forti, o se vedo del sangue, cose del genere. Speriamo che sia così, perché la sindrome vasovagale non è una cosa grave. Per verificare l’ipotesi mi prescrive esami cardiaci e neurologici. Bisogna andare per medici.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Me ne esco, devo dire, abbastanza soddisfatto. L’ambulatorio improvvisato sopra al negozio di trattori non è una clinica avveniristica, ma sono stato visitato bene, senza perdere tempo e non ho speso un euro. Certo, se fossi uscito di casa aspettandomi di andare in un edificio superattrezzato me ne sarei andato dicendo questo paese è una vergogna e uno schifo. E invece. Merito di mia moglie.</p>



<p>Fuori, a due minuti dall’ambulatorio, ci sono il municipio di Rocchetta, l’ufficio postale, la chiesa, la farmacia. La farmacia di Rocchetta è una cosetta piccina picciò, con dentro un genovese abbastanza simpatico, che nel retro ha una stufa a pellet e un computer per prenotare gli esami. Lì, in quattro e quattr’otto, ci prende tutti gli appuntamenti che ci servono e nel giro di un paio di settimane. Ed è molto meno di quello che mi ero preparato ad aspettare, sempre per via di quella cosa delle aspettative basse.</p>



<p>Prima cosa: analisi del sangue e ECG, per i quali andiamo al poliambulatorio di Brugnato, una metropoli in confronto a Rocchetta: milletrecento abitanti. Arriviamo la mattina presto. All’entrata non si vede anima viva. Non c’è una segreteria o uno sportello. C’è un portone in alluminio, una scala, varie porte, tutte chiuse. Tutto è tappezzato di fogli A4 con stampate frecce e indicazioni in Arial corpo trecentocinquanta. Ufficio Tal dei Tali, Ufficio Talaltro. Entrare, Non entrare. Pediatria.</p>



<p>La segnaletica fatta con i fogli A4 attaccati con lo scotch è un indice importante, misura la precarietà del mondo. Più fogli A4: più precarietà. Sapete quei film in cui un cambio di uffici o di dirigenza viene sottolineato mettendo nella scena un operaio che con un raschietto stacca per benino le lettere dorate da una porta a vetri? Fantascienza. O magari cattivo cinema. Registi italiani che volessero fare il realismo oggi dovrebbero inscenare un infermiere che arriva, stacca un foglio dal muro, ne attacca un altro e se ne va. In un attimo ambienti privi di caratteristiche diventano avamposti comunali, regionali o statali in virtù di questa segnaletica provvisoria che più provvisoria non si può, e con altrettanta semplicità possono tornare a essere ambienti vuoti. Come niente il reparto di oncologia ti diventa l’anagrafe zootecnica, il catasto, il magazzino dei pompieri. Ecco qua un colpo di Stato: un uomo arriva, stacca dal portone di Palazzo Chigi il foglio A4 con scritto Repubblica Italiana, ne attacca un altro con scritto Gran Confederazione del Davide. No, davvero, niente grida solidità istituzionale come la solidità fisica, datemi retta. Delle belle lettere di pietra, grandi come utilitarie, costose da mettere, difficili da rimuovere. Avete visto qua fuori la nostra scritta gigante Gran Banca del Credito del Davide, tutta di marmo di Carrara? Significa che ci penseremo due volte prima di sostituire questi uffici con una lavanderia e scappare con i vostri soldi.</p>



<p>Comunque sia. Le indicazioni qua, oltre che precarie, sono anche abbondanti, ma non per questo esaurienti. Arriva un signore, un novantenne con berretto degli alpini. Anche lui non capisce dove deve andare. Il posto non è grande, procedendo per esclusione saliamo le scale. Al primo piano c’è un corridoio con sedie di plastica allineate lungo i lati. Ci sediamo. Arrivano altre persone. Si siedono. Un tipo con un braccio rotto parla ad alta voce, lui solo in mezzo a un gruppo di estranei che tacciono. Monologa. Non so, parla di Facebook.</p>



<p>Comunque di lì a poco un’infermiera mi preleva il sangue, poi arriva la cardiologa. Un’altra persona normale, bendisposta, un’altra che non ha novecento anni.</p>



<p>Trovo leggermente imbarazzante riferire l’ipotesi che io svenga a causa di un’emozione più forte del normale. In quanto figlio maschio del patriarcato sono conscio di respingere inconsciamente l’idea di essere svenevole. E poi comunque non sono mica svenuto mentre guardavo un film horror o cosa ne so. Stavo a casa, seduto a scrollare col telefono apocalittiche notizie in materia di editoria. Dunque riferisco sì la teoria della sindrome vasovagale, ma rilevando che comunque io boh. Mentre riferisco, immagino che la dottoressa immagini quanto sopra a proposito del fatto che sono un uomo, e dunque, almeno per quanto riguarda certe questioni, un imbecille. Cosa più che giusta, vi dirò.</p>



<p>Mi domanda se fumo. Ho smesso da 12 anni. Nel referto mi indicherà comunque come ex fumatore. Mi domanda dei prodromi. Ancora con questi prodromi. Sono sinceramente in ansia per la mia salute, un sacco di cose gravi possono incominciare con un paio di svenimenti, ma siccome sono anche uno scemo mi viene in mente che Davide e i Prodromi sarebbe un gran nome per una band. Se mi organizzo con l’alpino e quell’altro col braccio rotto possiamo fare delle serate, sul palco sveniamo, ci facciamo venire degli attacchi epilettici e degli infarti. Davide e i Prodromi, siore e siori.</p>



<p>Alla dottoressa dico solo che i prodromi, in effetti, li ho avuti. Mi ausculta. Mi fa questo ECG, cioè mi attacca degli elettrodi e io, modestamente, produco un grafico. L’esame durerà sì e no dieci minuti. Tutto normale, pare. Mi prescrive comunque un test da sforzo, un ecodoppler e un holter. Ecco che gli esami medici si moltiplicano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A casa comincio a misurare pressione e battiti tutti i giorni, con la macchinetta, sempre alla stessa ora. Misuro tre volte e poi faccio la media, come mi hanno detto le dottoresse. Non l’avevo mai fatto prima, non con questa costanza, e ora che lo faccio sono preoccupato. Ho i battiti lenti, dicesi bradicardia. È normale negli sportivi, e io non sono uno sportivo. Cerco sull’internet e scopro che morirò. Bradicardia e svenimenti possono indicare cose gravi. Si parla come minimo di un pacemaker. Avevo uno zio col pacemaker. Ho quarantacinque anni. A quarantacinque anni si può già essere in condizioni di dover pensare a un pacemaker?</p>



<p>Veniamo all’holter. Io, che non so mai niente, credevo fosse chissà che. È un aggeggio che ti attaccano con una cinturina tipo marsupio e ti misura i battiti per ventiquattr’ore. Magari devi stare un po’ attento a non ingarbugliarti con i fili degli elettrodi mentre dormi, ma questo è tutto. La cardiologa me l’ha prescritto perché, quando un medico mi ausculta, i battiti mi salgono per l’ansia da prestazione, è più forte di me. Mia moglie sostiene che dovrei fare meditazione.</p>



<p>A ogni modo l’holter te lo mettono giù ad Arcola. Arrivo alla clinica di Arcola e non c’è neanche un singolo foglio A4 appeso da nessuna parte. È una struttura privata. C’è anche una reception, una saletta che biancheggia come i laboratori nelle pubblicità dei dentifrici. Videocamere discrete sorvegliano la sala d’attesa, peraltro vuota. Due dottori biancheggiano e bighellonano. Due segretarie fresche di parrucchiere. Io ne traggo subito conferma che una volta ancora le mie idee in materia di apocalisse sono valide: quando la società democratica si sbriciolerà le società private resteranno in piedi, e noialtri, we, the people, ci daremo guerra brandendo scudi con il logo di Google o della Nestlé. Una specie di monarchia medievale capitalistica, non mancano certo le narrazioni distopiche che ce lo spiegano.</p>



<p>Comunque sia, uno dei due dottori mi attacca gli elettrodi. È contento di avere qualcosa da fare e fa con calma. Intanto mi racconta che gli piace andare a caccia. Dice che dovrò tornare domani a riconsegnare l’holter. Tra l’altro domani è il mio compleanno. Quando avevo vent’anni festeggiavo con gli amici, mangiando e bevendo. Domani ne farò quarantasei e festeggerò andando a togliere l’holter. Magari dopo faccio colazione in pasticceria, dài.</p>



<p>L’esito degli esami del sangue si può scaricare online. L’interfaccia del Fascicolo Sanitario Elettronico, in questo mondo che da trent’anni sembra non fare altro che aggiornare le app per modificare leggermente un’icona o spostare un menù a tendina, mi fa tornare giovane perché sembra una cosa uscita dai miei ricordi di Prince of Persia o di Lemmings. Nondimeno fa il suo dovere e mi scarica un pdf con gli esami. I valori, da quel poco che capisco, che è poco, sono nella norma.</p>



<p>Bene, per l’elettroencefalogramma, il test da sforzo e l’ecodoppler bisogna andare al Sant’Andrea di La Spezia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default"><blockquote><p>Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">In ospedale ti arrabbierai davvero, m’informa mia moglie. Ci sarà da aspettare. Ti passeranno davanti in fila. Saranno sgarbati. Non si capiranno le istruzioni. E poi ti perderai.</p>



<p>In effetti mi perdo subito. A quanto pare il Sant’Andrea è composto da nove edifici diversi, e io li provo tutti. Ovunque vado vedo anziani meglio orientati di me, in coppie o anche in triplette. C’è la solita vegetazione di istruzioni e frecce stampate su fogli A4 attaccati con lo scotch. Entrare, non entrare. Neurologia struttura complessa. Chissà che cavolo significa. Paginate fitte di informazioni sul trattamento dei dati personali durante la prestazione ambulatoriale. I signori utenti sono pregati di attendere in sala d’attesa. Offendere o aggredire verbalmente o fisicamente gli operatori di questa struttura è un reato. È obbligatoria la mascherina. Ecco, l’obbligo della mascherina è ribadito più e più volte, ma non ce l’ha quasi nessuno. </p>



<p>Mi domando se sono cartelli rimasti appesi lì dai tempi del covid. A prima vista questo potrebbe essere in contraddizione con la teoria sulla precarietà del mondo. Cioè. Come fa un’indicazione fatta con un foglio appeso con lo scotch a indicare precarietà, se poi rimane lì stabilmente per anni? Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà. E infatti ci contiamo, siamo abituati, viviamo così.</p>



<p>A ogni modo. Io son qua con in mano la cartellina delle mie scartoffie sanitarie assortite, che è già diventata un bel mazzetto, e sono vestito in tuta, perché per la prova da sforzo ti devi presentare vestito pratico. Non mi piace essere in tuta fuori di casa. Sotto sotto mi sento che sto già cominciando ad andare in giro vestito da ospedale. Come in quel racconto di Buzzati, i Sette piani, in cui un tizio viene ricoverato per un nonnulla e un po’ alla volta lo spostano sempre più vicino al reparto dei malati gravi. Alla fine, ora non mi ricordo bene cosa succede, ma, diciamocelo, probabilmente il tizio schiatta. E queste cose iniziano così, andando in giro in tuta. Come niente ti ritrovi a tuo agio in pubblico col camice aperto dietro e l’asta rotellata che ti regge la flebo.</p>



<p>Comunque forse ho trovato il posto. Un cartello dice che devo attendere e verrò chiamato. Sono italosvizzero, dunque in quanto svizzero il mio impulso sarebbe quello di rispettare l’indicazione come fosse un dogma della fede, ma in quanto italiano ho imparato che devo ignorarlo e domandare a qualcuno. Infatti l’infermiera che tiene le redini di tutta la situazione, che per inciso non è fresca di parrucchiere ma è precisa e paziente, non si turba. Lo ignorano tutti quel cartello. Mi conferma che l’elettroencefalogramma si fa lì, e mi dà da firmare cose che non leggo.</p>



<p>L’elettroencefalogramma è quello che tu ti sdrai e ti attaccano degli elettrodi sulla testa. Dura un quarto d’ora. Ti dicono tenga gli occhi chiusi. Ti dicono si rilassi. Io, mi dicono si rilassi, mi agito. Ho messo l’holter apposta perché mi agito. Non è che mi agito da smaniare, ma forse è comunque sufficiente ad alterare le mie attività cerebrali. Lo è? Non lo è? E io cosa ne so. Ora mi rilasso. A cosa penso per rilassarmi? A cose assolutamente pigre e piacevoli. Ai miei gatti che cercano la posizione per dormirmi addosso. A un racconto di Barthelme che ho letto e che non ci ho capito niente. A cosa c’è per cena. Risotto al pomodoro. Molto bene. Ti sei rilassato? Guarda che, se non ti rilassi, verranno fuori dei valori sballati. Vuoi essere operato d’urgenza al cervello perché non ti sai rilassare?</p>



<p>Mi fanno aprire e chiudere gli occhi. Fanno lampeggiare delle luci. Ecco Davide, di Davide e i Prodromi, che adesso si fa venire un attacco epilettico, siore e siori, rullo di tamburi. Ma tanto quale posto migliore al mondo per farsi venire un bell’attacco epilettico del reparto di neurologia del Sant’Andrea? Siamo in una botte de’ fero.</p>



<p>Bene, quanto il test è finito domando al tizio che mi sta staccando gli elettrodi dalla testa se, così, grosso modo, ha mica visto cose rilevanti. Siccome mi risponde che lui è solo un tecnico, io ne deduco che morirò, che lui questo lo sa perché lo ha visto nel mio encefalogramma, ma vuole che sia qualcun altro a dirmelo.</p>



<p>Venite che adesso andiamo tutti a farci fare un bell’eco color doppler al cuore. È tipo un’ecografia a colori, a quanto ne so. Alla parete della stanzetta è appeso un foglio A4 con stampata l’immagine di una scultura del Canova. Paolina Borghese, pare, una bianca signorina stesa sul fianco sinistro sul suo triclino, perché a quanto pare per fare l’eco doppler bisogna appunto stare a torso nudo stesi sul fianco sinistro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Il dottore che mi ecografa è uno simpatico. Sarà sui cinquanta. Mentre mi ecografa, mi domanda cosa faccio. Ho una risposta strategica per questa domanda, di solito dico, molto genericamente, che lavoro in editoria. Se la circostanza lo richiede, spiego meglio: prima facevo il redattore, dico, cioè correggevo i romanzi degli altri, poi ne ho scritto uno io, ora magari ne scrivo un altro. Comunque evito, se posso, di usare la parola scrittore. La parola scrittore accende spesso nella fantasia delle persone due possibili idee, diametralmente opposte, entrambe problematiche. La prima idea: uno scrittore: certamente un saggio, un inarrivabile genio. Ma per favore. La seconda idea: uno scrittore: un cretino disoccupato.</p>



<p>Ecco, io non voglio rientrare in nessuna di queste due categorie, se possibile, quindi al dottore dico, molto genericamente, che lavoro in editoria.</p>



<p>Bello, dice lui.</p>



<p>Bello è bello, dico io.</p>



<p>Una volta leggevo, dice lui.</p>



<p>Non ho dubbi che sia vero. Tutti leggevamo quando i libri costavano undicimila lire, non c’era Netflix e non avevamo uno smartphone al posto della mano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



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<figure class="wp-block-pullquote is-style-default" style="border-color:#0693e3"><blockquote class="has-text-color has-vivid-cyan-blue-color"><p>E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa.</p><p>E come vanno. Ecco che sento i prodromi.</p></blockquote></figure>



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<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa. <br /><br />E come vanno. Ecco che sento i prodromi. Al medico che in quel momento mi sta letteralmente guardando dentro al cuore con un ecocardiografo a colori, mi scappa di dire che l’editoria italiana, e dunque la letteratura italiana, è piena di problemi. Le cose vanno male, dottore, gli dico. E poi gli riassumo le solite cose, le cose che si sanno: le librerie indipendenti non ce la fanno, in classifica c’è spesso roba indegna o libri di cucina, i piccoli editori non pagano, i grossi editori monopolizzano, l’amichettismo, la siccità e le cavallette. Dico che l’unico che paga l’affitto alla fine del mese è probabilmente il distributore, cioè quello che sposta fisicamente il libro dalla tipografia al magazzino, dal magazzino alla libreria, dalla libreria di nuovo nel magazzino, dal magazzino al macero. Se conta il profitto, il libro produce profitto più che altro come oggetto fisico da spostare di qua e di là. Tanto varrebbe spostare dei manubri.</p>



<p>Mi rendo conto che mi sto agitando, ma non posso fare a meno di dire anche, a questo signore qua che in fin dei conti mi ha solo domandato come va, che, secondo me, quando ero un adolescente, la letteratura faceva bene al mio equilibrio mentale. Non solo per le cose su cui fare qualche bella pensata che si possono trovare nei libri validi, ma anche, banalmente, perché per leggere ti devi concentrare e chiudere fuori il mondo, il che mi faceva un gran bene. Eccola la meditazione che mia moglie dice che dovrei fare. All’epoca non sapevo nemmeno distinguere tra una casa editrice e l’altra ed ero più sereno, caro il mio dottore, mentre oggi mi sembra che le cose che so dello stato dell’editoria mi avvelenino l’atto di leggere e quello di scrivere. E tanti saluti alla meditazione e all’equilibrio mentale, dico. E poi svengo.</p>



<p>Dopo so solo che un’infermiera mi sveglia con una sberla, devo dire una sberla assolutamente competente. Sto bene sto benissimo, dico. Mi tengono lì sdraiato venti minuti, per sicurezza. Mi danno un succo di frutta.</p>



<p>Ho un’oretta prima del neurologo e del test da sforzo. Rimuginando e filosofando cerco la prossima stanza. In un incontro che dura credo tre minuti, un neurologo annoiato dalle mie condizioni di salute non interessanti guarda le mie scartoffie, si dichiara d’accordo con la sindrome vasovagale, mi congeda. Non ho fatto in tempo a sedermi, ma va bene così.</p>



<p>È quasi fatta. Cosa rimane? Rimane l’ultimo cardiologo, il terzo. Questo non mi domanda né dei prodromi né che cosa faccio. Anzi, non spiccica una parola. Risponde alle mie domande a proposito della bradicardia in modo appena rassicurante, ma senza una parola di troppo, non un avverbio, non un aggettivo in più del necessario. Mi piace. Un minimalista, lo chiameremo Raymond Carver.</p>



<p>Mi mette su una cyclette, mi attacca elettrodi da tutte le parti, mi fa pedalare per un quarto d’ora. Io non mi preoccupo, è un esame che capiterà di fare anche agli anziani, penso, o a gente meno in forma di me. Si pedalerà così, un po’ in scioltezza. Tipo scampagnata. Col cavolo. Il minimalista qua aumenta sempre di più la resistenza della cyclette, ogni paio di minuti i pedali diventano più duri. Ecco qua uno che, molto genericamente, lavora in editoria che arranca su una cyclette mentre tutti gli elettrodi del mondo misurano quando ci vuole per fargli venire un infarto. Ce la farà? Ci rimarrà secco? Tutto è contro di lui. Si pubblica sempre di più, sai, e si legge sempre di meno. I libri costano sempre di più, si viene pagati sempre di meno. E io che faccio? Io pedalo, siori e siore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Come va a finire. Alla fine l’infarto non mi viene. Anzi. Raymond approva il mio sistema cardiorespiratorio. È soddisfatto, forse persino orgoglioso. Mi fa appena un impercettibile sì con la testa. Sembra niente, ma è un po’ questa l’essenza del minimalismo, no? In un sistema di espressioni trattenute, di rimozione del superfluo, un gesto minimo è una cosa enorme. Imparo che la felicità non sta nel coronamento del vero amore, ma nel sorriso del cardiologo che ti ha messo su una cyclette.</p>



<p>Questa storia termina qui. In totale ho fatto sei esami nel giro di tre settimane, e ho speso circa 230 euro di ticket, che non è tanto. Me ne torno a Rocchetta di Vara portando con me l’immagine del personale sanitario di tutta Italia che fa del suo meglio in questo mondo precario, come d’altro canto fa la gente dell’editoria.</p>



<p>Quanto a me, tutto ha confermato la diagnosi della dottoressa ottimista, ed è un sollievo. Grazie per l’interessamento. Sono uno che sviene, a quanto pare, un po’ come faceva Dante quando non sapeva come finire un canto.</p>
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		<title>Pagatə per scrivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 06:53:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[ariosto]]></category>
		<category><![CDATA[attività letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gaia Benzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gaia Benzi</strong> <br /> Se dovessi definire cos’è il lavoro culturale sulla base delle rimostranze di noi lavoratori culturali direi che si tratta di tutto ciò che abbiamo profondamente amato nella nostra vita artistica e intellettuale, tradotto in una visione di mestiere disancorata dalla realtà...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Visto che le scrittrici e gli scrittori non parlano volentieri di lavoro, di quello che fanno accanto, sopra o sotto, quello di scrivere, e parlano vagamente di come sia trattato il loro lavoro “letterario”, e visto che scrittori o no, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/30/di-lavoro-non-ne-parliamo-per-favore/">nessuno ha una gran voglia di parlare del lavoro che fa</a>, ci siamo detti a Nazione Indiana che potremmo parlarne un po’ di più, un po’ programmaticamente. Cioè al di fuori dei<a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/12/19/leggi-scrivi-crepa-3-articoli-sulla-crisi-editoriale/"> periodici soprassalt</a>i. E ho quindi invitato Gaia Benzi a rompere il ghiaccio, ben sapendo sia io che lei che non si salta fuori angelicamente dalla contraddizione, e che, diabolicamente, come accade su questo sito, si finisce per scrivere di ciò che più ci preme gratuitamente, dal momento che quando siamo pagati, invece,</em> siamo al servizio, <em>meno liberi nei tempi, nei modi, nei temi. a. i.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Gaia Benzi</strong></p>
<p style="padding-left: 160px;">Apollo, tua mercé, tua mercé, santo<br />
collegio de le Muse, io non possiedo<br />
tanto per voi, ch&#8217;io possa farmi un manto.</p>
<p style="padding-left: 160px;">«Oh! il signor t&#8217;ha dato&#8230;» io ve &#8216;l conciedo,<br />
tanto che fatto m&#8217;ho più d&#8217;un mantello;<br />
ma che m&#8217;abbia per voi dato non credo.</p>
<p style="padding-left: 160px;">[…]</p>
<p style="padding-left: 160px;">Fa a mio senno, Maron: tuoi versi getta<br />
con la lira in un cesso, e una arte impara,<br />
se beneficii vuoi, che sia più accetta.</p>
<p style="padding-left: 160px;">Ludovico Ariosto, <em>Satira I</em>, vv. 88-93; 115-117</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È il 1517 e Ludovico Ariosto si lamenta con il fratello Alessandro e il collega Andrea Marone delle ristrettezze del lavoro culturale, e in particolare dell’ingratitudine del loro comune datore di lavoro, il Cardinale Ippolito d’Este, che apprezza la sua penna più per la burocrazia che gli risparmia in qualità di Segretario che per i versi che lo renderanno celebre.</p>
<p>Saper scrivere, d’altra parte, non significa per forza fare gli scrittori. Anzi, non lo significa praticamente mai, se per <em>fare gli scrittori</em>, o le scrittrici, intendiamo qui trarre un reddito completo e soddisfacente dalle attività afferenti al “collegio de le Muse”, per dirla con Ariosto, e non a quelle, forse meno auliche ma sicuramente meglio pagate, relative al fare cose con le parole, come dare vita a copy, bandelle, brochure, pitch, abstract, report, unità didattiche, e chi più ne ha più ne metta.</p>
<p>Per essere gente che si guadagna da vivere scrivendo, comunque, non sembriamo aver letto molto, perché quando si tratta di parlare del nostro lavoro diciamo sempre le stesse cose. Sull’industria culturale ha già detto tutto quello che c’era da dire un suo campione indiscusso, Honoré de Balzac, che al tema ha dedicato la gemma della sua <em>Comédie</em>. In <em>Illusioni perdute</em> la parabola devastante di Lucien de Rubempré ci racconta della mercificazione del lavoro culturale, delle illusioni che suscita e delle altrettanto cocenti delusioni a cui conduce i giovani ingenui, con la testa piena di libri e le tasche vuote di soldi.</p>
<p>Nella <a href="https://www.youtube.com/watch?v=9FMcfER_qys">trasposizione cinematografica di qualche anno fa</a> l’editore a cui Lucien si rivolge appena arrivato a Parigi è interpretato da un particolarmente disgustoso Gerard Depardieu che, dopo avergli rifiutato la raccolta di poesie giovanili perché la poesia, a detta sua, non vende (non vendeva già all’epoca, pare, e ci si chiede a questo punto se abbia mai venduto) alla domanda se ritenesse il suo ultimo successo commerciale un libro che valeva veramente la pena leggere risponde: “Ah, ma che ne so io, sono analfabeta!” Una forzatura, certo, rispetto a un Dauriat già abbastanza arrogante e insopportabile sulla carta, ma una forzatura che rende bene il disprezzo balzachiano per gli editori e i direttori di giornali. Balzac, che giornalista lo era stato davvero, dipinge il ritratto di un Lucien prontamente adottato dalla panacea delle riviste dopo il rifiuto delle <em>belles lettres</em>, che utilizza due nomi diversi per firmare un giorno una recensione entusiasta e il giorno dopo una stroncatura dello stesso libro, per aumentare le vendite di un prodotto mediocre. Alla fine deciderà di cambiare totalmente casacca, buttare al vento gli ideali politici di gioventù e saltare sul carro dei conservatori in cambio di un po’ di successo: un errore che gli sarà fatale in un ambito, oggi come ieri, dove la reputazione è valuta corrente.</p>
<p>Conformismo, page basse, mercificazione e mobbing: ma il lavoro culturale ha anche dei difetti. Uno di questi è la tendenza a essere investito di un valore emotivo, aspirazionale, fino al punto di diventare l’elemento centrale dell’identità di chi lo pratica con non tutti gli annessi e connessi.</p>
<p>Perché infatti Ariosto si lamenta delle mansioni da Segretario che svolge per il Cardinal Ippolito? Non era forse quello già un lavoro importante, che ne riconosceva l’abilità e le capacità intellettuali? Chiaramente sì, almeno sulla carta, eppure no, non lo era, perché quando parliamo di lavoro culturale, e soprattutto quando <em>ci lamentiamo</em> del lavoro culturale, stiamo parlando di qualcosa che non è lavoro, e non è nemmeno cultura: stiamo parlando, principalmente, di noi stessi.</p>
<p>Se dovessi definire cos’è il lavoro culturale sulla base delle rimostranze di noi lavoratori culturali direi che si tratta di tutto ciò che abbiamo profondamente amato nella nostra vita artistica e intellettuale, tradotto in una visione di mestiere disancorata dalla realtà, dai contorni vaghi e spregiudicati, assurta a principale fonte di reddito delle nostre vite. Ma la dimensione capitalista in cui siamo costretti a vendere la forza lavoro per sopravvivere non sarà mai completamente sovrapponibile alle nostre passioni, e soprattutto <em>non dovrebbe esserlo</em>.</p>
<p><a href="https://transform-italia.it/lamore-non-basta/">L’amore, infatti, non basta</a> per lavorare, e anzi è bene che resti il più lontano possibile dallo stipendio se uno stipendio si vuole continuare ad averlo. Lo sfruttamento intensivo dei lavoratori e delle lavoratrici culturali sulla <a href="https://www.youtube.com/watch?v=FmigZKYHZ_g">leva della passione</a> è infatti l’altro grande tratto caratteristico dell’industria culturale. Nel mondo editoriale si fa spesso riferimento alla “bolla” sociologica, cioè all’<em>eco chamber</em> prodotta dal feed di Facebook; meno spesso, invece, si affronta il tema della “bolla” economica, cioè di un livello di (sovra)produzione reso possibile soltanto dal lavoro sottopagato o totalmente gratuito della stragrande maggioranza della filiera, dalle scrittrici agli uffici stampa, dai grafici ai correttori di bozze.</p>
<p>Se l’editoria iniziasse veramente a pagare salari dignitosi a tutte le persone che lavorano nel settore il Salone di Torino sarebbe ridotto a un padiglione solo. E questo vale per le grandi come per le piccole case editrici, per le medie, blasonate e storiche, e per le micro, battagliere e politicamente schierate: nessunə è immune a uno sfruttamento spietato della forza lavoro, fosse anche semplicemente la propria.</p>
<p>È una costante uguale per tutti, nel bene come nel male: c’è tanta editoria militante, di frontiera, d’avanguardia, che senza quell’ingenuo ottimismo della volontà, senza l’illusione di una convergenza possibile fra professione e passione, semplicemente non esisterebbe; ma non esisterebbe nemmeno tanta carta straccia, tanto rumore di fondo e tanta broda riscaldata spacciata per <em>necessaria</em>.</p>
<p>In fondo, perché stupirsi? L’industria culturale è un’industria come un’altra, anche lei espressione di un mercato capitalistico, per quanto lastricato di buone intenzioni. È un mondo comodo solo per chi non ha bisogno di lavorare e può permettersi <a href="https://eleonoraccaruso.substack.com/p/chi-puo-permettersi-di-perdere">il lusso di perdere</a>.</p>
<p>Ma anche per chi perde abbastanza a lungo da riuscire a vincere, il successo è quasi sempre venato di compromessi, sottoposto a una pressione e a una competizione sfiancanti. Non è un caso che molte delle persone che<em> sembrano</em> averlo ottenuto – perché mai come in questo lavoro vale il detto<em> “</em>fake it until you make it” – a un certo punto crollano, si sfaldano, si sfogano, lasciando trapelare tour deliranti e performance continue e malpagate. Paradossalmente, chi vince è quasi sempre incastrato in un personaggio già scritto, referente perpetuo di un solo argomento, condannato a occupare una nicchia di mercato fino a saturarla, se necessario, costretto a un personal branding incessante e impossibilitato a perdere nuovamente qualcosa – che si tratti di tempo o contatto col mondo. L’errore, l’erranza, quella dimensione così feconda e importante per la creatività e lo studio, diventano in poco tempo chimere passate, e prendono vita lamentele nuove: forse con la cultura si mangerà anche, alla fine, ma non si ha più tempo di leggere, scrivere e andare al cinema. Che senso ha avuto allora affannarsi tanto, se si finisce per smettere di fare le cose che più amiamo in questo lavoro? Che più amiamo, forse, nella vita?</p>
<p>Se c’è una cosa che può in parte disinnescare i meccanismi di sfruttamento è la scelta collettiva, radicale, di smettere di lavorare male. Quindi ben venga la sindacalizzazione, anche nella precarietà, e se non ci sono soldi ci pagassero in garanzie, pezzi di carta, quote di proprietà: qualunque cosa tranne la retorica della passione.</p>
<p>Ma a fianco delle giuste rivendicazioni di categoria sarebbe importante iniziare a sdoganare anche altre vie, strade terze, in cui l’espressione di sé viene praticata liberamente e alle proprie condizioni in virtù di un lavoro <em>altro </em>che non è sconfitta, ma guadagno, senza che la credibilità o la reputazione di chi sceglie questa via (o è costretto a) ne riporti danno.</p>
<p>Nel mondo per cui non smetterò mai di lottare non solo le scrittrici e gli scrittori verrebbero adeguatamente pagati per scrivere, ma anche per <em>non scrivere</em>, che è poi la loro attività principale. Nel mio mondo ideale, verrebbe retribuito l’ozio, ciascuno sarebbe libero di coltivare l’arte che preferisce e vivremmo tutti a spese del Pritaneo.</p>
<p>Ma il mondo in cui viviamo non è affatto così.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ludovico Ariosto pagherà caro il rifiuto a piegarsi ai dettami del suo mecenate. Licenziato dal Cardinale, sarà costretto ad accettare incarichi d’ufficio che lo porteranno per anni lontano dallo studio e dagli affetti. Finalmente, dopo tante peripezie, riuscirà a ottenere la direzione del teatro stabile di Ferrara, il primo d’Europa, che gli permetterà di dedicarsi a tempo pieno alle lettere e dare alle stampe il suo capolavoro.</p>
<p>L’<em>Orlando Furioso</em> esce nel 1532, e ha subito un grande successo.</p>
<p>Ariosto morirà l’anno dopo, all’apice della carriera.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine: &#8220;Un cliente istruisce il copywriter sugli obiettivi della comunicazione&#8221;.</p>
<h3>⇓</h3>
<p><strong>Gaia Benzi</strong> su Nazione Indiana: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/02/14/costruire-antifascismo-oltre-lemergenza/">Costruire antifascismo oltre l’emergenza | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>⇓</h3>
<p>Ancora del lavoro letterario, culturale, su Nazione Indiana (ben 18 anni fa):</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/">Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oppure questo (solo 9 anni fa):</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/04/lera-dellautopromozione-permanente/">L’era dell’autopromozione permanente | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Di lavoro, non ne parliamo per favore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2021 11:02:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>

Parliamo di lavoro, del nostro lavoro, nelle vetrine personali di Facebook? Mi sembra poco. Le nostre esperienze lavorative, in genere, per entrare nella vetrina personale devono essere in qualche modo attraenti: un contratto ottenuto, soprattutto se prestigioso, si può celebrare in collettività ristretta. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Parliamo di lavoro, del nostro lavoro, nelle vetrine personali di Facebook? Mi sembra poco. Le nostre esperienze lavorative, in genere, per entrare nella vetrina personale devono essere in qualche modo attraenti: un contratto ottenuto, soprattutto se prestigioso, si può celebrare in collettività ristretta. Nulla si dirà, invece, se ce ne fossero, sui retroscena: attese, spaventi, umiliazioni, piccole o grandi sopraffazioni, machiavellismi. È che il mondo del lavoro è un po’ il buco nero delle nostre vite. Lo si riesce a poetizzare davvero a fatica. E quando qualche poeta si specializza in una sfida così ardua, lo si saluta come un caso eccezionale, quasi avesse inventato un sottogenere. Lavorare è necessario, lavorare molto è spesso indispensabile, e lavorare <em>male</em> è quanto accade quasi sempre. Il male e il lavoro sono ancora una volta strettamente, biblicamente, legati. La rivoluzione socialista non c’è stata, non si parla più di alienazione, e se qualche soprassalto contestatario emergesse, si ricorda subito, con fare seccato, che la pandemia mondiale non fa sconti. Chi ha problemi in ufficio o in fabbrica, sofferenze strane, si rivolga allo psicologo o al medico, ma lasci perdere il sindacalista. Siamo ritornati al punto di partenza: possiamo rileggerci William Morris o Marx come se fossero novità editoriali. Eppure nessuno vuole parlare davvero <em>male </em>del proprio lavoro, ovvero nessuno vuole parlare male di sé, mettere in cattiva luce quella fetta importante della sua vita passata a svolgere un’attività salariata. Che ne sarebbe del nostro narcisismo di persone civilizzate, di preziosi individui quali siamo, densi di potenzialità, competenze, talenti semisepolti, che bisogna estrinsecare a tambur battente, prima dell’arrivo inopinato della vecchiaia?</p>
<p>Un giorno, nel nuovo secolo, sbarcò un termine magico e liberatorio: “precariato”. Sembrava una moda generazionale, si appiccicava meravigliosamente ai giovani, che entravano allora nel mondo del lavoro. Poi si è capito che era la forma che aveva preso il lavoro salariato nel suo insieme. Di colpo, le vite stesse di quelle persone semisommerse nel tempo costretto, a volte malandato, del lavoro, per il principio dei vasi comunicanti si sono precarizzate. Tutta l’instabilità è risalita nelle fibre intime, psichiche, delle persone. Ma non tutto il male viene per nuocere: si è aperto così un nuovo filone, dove è ormai indissociabile l’attività produttiva e da quella di consumo: l’<em>identità</em>. Se ne fanno circolare a mucchi. Ma in modo anarchico, libero: <em>di-ai-uai</em>, Do It Yourself. Ognuno si rimbocchi le maniche, e quando è uscito dal buco nero del lavoro salariale, vada altrove, sui social network ad esempio, a strofinare, laccare, addobbare la propria identità. Tutti abbiamo una vita fuori dal lavoro: bisogna pur farne qualcosa, esibirla, fotosciopparla, brandirla come la prova di un’esistenza degnamente <em>umana</em> e <em>individualizzata</em>. Nel caso, invece, che il lavoro funzioni abbastanza bene – a volte accade –, si tratta di approfittare del periodo fasto: lasciare che la brillantezza del contratto prestigioso, della mansione incoronata di ammirazione e timore, riluca sulla miseria della vostra vita privata. Avete rinunciato a ogni arcaica, sorpassata, forma di vita affettiva, privata, familiare? Illuminate tutto grazie al fascio di luce installato nel tempo lavorativo: sere e fine settimana vuoti, troppo ordinati e prevedibili, saranno redenti dallo sfavillio dei successi professionali.</p>
<p>Di tutto il lavoro salariato del nuovo secolo, quello culturale è il più <em>crumiro</em>. Serve davvero ricordarlo? Ma che dire, allora, di tutta quella attività culturale – come questa che sto realizzando nella mattinata libera dalle ore d’insegnamento – che non rientra neppure nella categoria del lavoro salariato, in quanto non è poco o mal pagata, ma <em>allegramente gratuita</em>? È possibile scrivere un pezzo di scontentezza generale sul buco nero del lavoro salariale nelle nostre vite, senza essere remunerato? È un gesto liberatorio, emancipatore, o l’ennesimo rituale innocuo del coglionazzo? Qual è il più compromesso, corrotto, inquinato alla radice, dei lavori: quello culturale a pagamento o quello culturale gratuito? Sto lavorando, in questo momento, per esorcizzare le mie ore d’insegnamento – il <em>mio</em> lavoro salariato, di cui non parlerò nella pubblica piazza, nel caso il mio datore di lavoro ci passasse per caso? Oppure sto lisciando l’identità dello “scrittore impegnato”, che dovrò poi far circolare anche nei social network, aggiungendo al tempo speso nella redazione quello speso nella diffusione? Queste contraddizioni sono frutto solo di scostumatezza, sbrindellamento intellettuale, mollezza di carattere, o già radicano in quella che è quasi una contraddizione antropologica: come è possibile non identificarci nel lavoro che facciamo? Non nutrirlo della nostra vita più intima e più vasta? La circolazione delle identità sui social è forse il prezzo che si paga quando questa identificazione è diventata impossibile o semplicemente quando è troppo faticoso, doloroso, sostenerla?</p>


<p></p>
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		<title>L’era dell’autopromozione permanente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Dec 2017 06:00:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[autopromozione]]></category>
		<category><![CDATA[il Cartello]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Nuova Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, Sartori, Schillaci e il sottoscritto) uscito nella rivista francese &#8220;La Revue Littéraire&#8221; e ora nel numero 68 di &#8220;Nuova Prosa&#8221; col titolo Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano.] di Andrea Inglese C’era la rivoluzione permanente. È un concetto di cui ho sentito parlare molto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-71417 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tiravanija_1998.97-Rirkrit-Tiravanija-“Catalogue-Back-of-Postcard-Reads-Memories-300x193.jpg" alt="" width="300" height="193" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tiravanija_1998.97-Rirkrit-Tiravanija-“Catalogue-Back-of-Postcard-Reads-Memories-300x193.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tiravanija_1998.97-Rirkrit-Tiravanija-“Catalogue-Back-of-Postcard-Reads-Memories-768x494.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tiravanija_1998.97-Rirkrit-Tiravanija-“Catalogue-Back-of-Postcard-Reads-Memories.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tiravanija_1998.97-Rirkrit-Tiravanija-“Catalogue-Back-of-Postcard-Reads-Memories-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />[Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, Sartori, Schillaci e il sottoscritto) uscito nella rivista francese &#8220;La Revue Littéraire&#8221; e ora nel numero 68 di &#8220;Nuova Prosa&#8221; col titolo <em>Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano</em>.]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>C’era la <em>rivoluzione permanente</em>. È un concetto di cui ho sentito parlare molto tempo fa, e qualcuno me l’ha pure spiegato.<span id="more-71115"></span> Con più precisione, però, ricordo il concetto di <em>formazione permanente</em>; su questo hanno battuto chiodo in modo molto più deciso, e in tempi molto più recenti. Il fatto che uno faccia fatica a trovare lavoro è qualcosa di intimamente legato alla formazione permanente, perché non ci si può accontentare di fare degli studi che finalmente qualificano, per accedere poi a un conseguente lavoro qualificato. Bisogna andarci cauti con il lavoro, perché non basta avere studiato, bisogna anche essere in una disponibilità formativa permanente. Di questi tempi, l’essere umano deve tenere il passo con il mercato, il quale si evolve a tradimento, a macchia di leopardo, con modalità asimmetriche, da guerriglia, non in modo lineare e frontale. Quindi bisogna stare sul chi vive in fatto di competenze o di capacità. Non ricordo più ora quali siano da formare in permanenza, se le competenze o le qualità, oppure tutte e due insieme, o se non siano in fondo la stessa cosa. Ma il momento glorioso della formazione permanente è già passato. Ora siamo in una fase ulteriore, più intima, forse più matura, dove nozioni spensierate come “tempo libero”, “vita privata”, “crescita intellettuale”, sono state spazzate via dall’unico rovello legittimo, quello dell’<em>autopromozione permanente</em>.</p>
<p>Si dirà che l’autopromozione permanente, in questa vivace società di egoismi lanciati gli uni contro gli altri come palle da bigliardo, è un fatto banale e di tutti, ma io sostengo che ne soffrono di più coloro che agiscono nell’ambito delle arti, della letteratura, e più in genere della cultura, soprattutto se sono di nazionalità italiana e vivono nel paese che inventò gli Antichi Romani e il Rinascimento. Se uno ha la disgrazia, ad esempio, di voler fare – e mi vergogno un po’ a dirlo – lo <em>scrittore</em> – dico “la disgrazia”, ma magari bisognerebbe dire la presunzione, l’enorme e irragionevole presunzione – ebbene, se uno vuol fare quella cosa lì, o molto sciagurata o molto boriosa, allora deve avere ben chiaro il concetto di <em>autopromozione permanente</em>. Ad ognuno la sua epoca, il suo concetto e il suo daffare.</p>
<p>Diciamo che oggi uno scrittore si sveglia alla mattina con un certo numero di sensi di colpa. Nello scrittore italiano questi sensi di colpa sono interamente presenti, ma la sua particolarità è che essi sono acuiti in modo pazzesco. Sono diversi sensi di colpa <em>pazzeschi</em>. Il primo tra questi è conseguente alla decisione, nonostante le evidenze empiriche raccolte nel corso degli anni, di mettere su famiglia, anche solo in maniera prudente, informale, condividendo la vita con un’altra persona amata, oppure in modo decisamente sregolato, mettendo al mondo dei figli. Lo scrittore italiano lo sa, che la sua scelta di vita può avere parvenza di ragionevolezza solo se: 1) vivrà come individuo senza progenie e senza legami affettivi di qualche peso (scapolone o zitellona), 2) potrà fare affidamento su patrimoni familiari ingenti, che non temono crisi di mercato azionario o immobiliare, 3) possiede, per privilegio di casta, e fin da bambino semianalfabeta, potenti relazioni nel mondo intellettuale, editoriale e giornalistico. In tutti gli altri casi, la sua ambizione “letteraria” è totalmente scriteriata.</p>
<p>Infatti lo scrittore italiano sa bene che, tranne in casi molto rari, il suo non si può definire un <em>mestiere</em>. Un mestiere inizia ad essere un mestiere quando una persona risponde a una domanda sociale, una vasta e sentita esigenza, quando c’è una quantità di gente in pena per ottenere una determinata cosa, un oggetto o un servizio, da qualcuno che, fuori dalla massa insipiente e maldestra, è in grado di fornirlo, questo servizio, di farlo come si deve, questo oggetto, per esserne così giustamente e rispettosamente ricambiato in denaro. Ma chi ha mai richiesto il romanzo “del tutto nuovo e inaspettato” che lo scrittore ha prodotto? Chi ha chiesto la “nuova e sorprendente” raccolta di poesie che lo scrittore ha con cura realizzato? Certo, oggi sono quasi tutti un po’ nella veste degli scrittori, tutta la piccola, media e grande impresa è un po’ in una situazione simile, dovendo dare alla gente delle cose nuove e inaspettate che la gente non ha chiesto, e di cui non aveva fino a qualche minuto fa alcun bisogno impellente, ma l’impresa almeno, quella grande e media se non altro, può delegare la promozione del prodotto non desiderato a gente abilissima nel trasformare tale prodotto in qualcosa di necessario. Questa gente viene pagata profumatamente proprio per rendere desiderabile un prodotto che nessuno si è mai sognato di richiedere. Quindi lo scrittore produce qualcosa di dubbia utilità, come un folto numero di altre persone sul nostro pianeta, ma gli manca un’agenzia specifica, delle persone competenti, che rendano credibile il suo prodotto. Questo servizio deve renderselo da solo. Da qui il senso di colpa pazzesco.</p>
<p>In genere lo scrittore sostiene a gran voce che quello che più conta nella sua vita (eccezion fatta per la persona amata o i suoi figli – se questa e questi sono presenti alla conversazione) è la scrittura, e in questo modo lascia intendere in modo inequivocabile che l’altro mestiere, quello vero, con cui si garantisce i bisogni primari, secondari e un certo numero di superflui, non ha la priorità nei suoi quotidiani sforzi mentali e fisici. Lo scrittore che presumibilmente non vive di scrittura, e che persiste a sostenere che la scrittura è la cosa che più conta nella vita (dopo la famiglia o le/gli amanti), non mette tutte le sue più preziose e vive energie nella ricerca di somme crescenti di denaro. Egli possiede, infatti, due mestieri, uno fantasma, illusorio, senza seria contropartita economica, e uno vero, certo, in grado di fornirgli salario, l’indispensabile salario. E in questa situazione buffa, egli in modo del tutto irresponsabile continua a giustificare l’assoluta precedenza che, nel suo spirito, avrebbero le questioni inerenti al mestiere fasullo che porta salari simbolici, ossia evanescenti, come la fama letteraria, rispetto alle questioni invece serie e tangibili, inerenti al mestiere retribuito in cartamoneta autentica e corrente.</p>
<p>Comunque, essendo lo scrittore un individuo spesso senza scrupoli, egli arriva quasi sempre a tacitare i suoi pazzeschi sensi di colpa con una sorta di immoralismo perfetto. L’unico senso di colpa che non può tacitare è quello nato da un perseguimento superficiale dell’autopromozione permanente. Qui c’è pochissimo da scherzare. Più il prodotto fornito dallo scrittore è poco <em>amichevole</em>, ossia non risponde ad esigenze decrittabili del lettore medio, più egli deve entrare in quel circuito d’agitazione pubblicitaria di se stesso, che dura ventiquattro ore su ventiquattro. Tra tutte le vittime dell’autopromozione permanente, le più seriamente devastate sono infatti i poeti, dal momento che il mondo, ormai, non chiede più nulla a loro, salvo in casi specifici, dove il poeta può partecipare a tornei vocali, che sollazzano almeno un certo numero di spettatori. Ma questo vantaggio rispetto ai poeti schivi, ingrugnati, della parola meditata e silenziosa, non li esime dalla loro indispensabile agitazione autopubblicitaria.</p>
<p>La macchina autopromozionale più a buon mercato, è un aggiornato apparecchio elettronico (computer, tavoletta, o telefono) con cui sia possibile accedere alla grande rete che tutti globalmente unisce, per praticare l’assillo del prossimo a largo raggio. D’altra parte, una gran fetta della popolazione delle disastrate lande della letteratura italiana, vive nell’eterno dubbio della propria esistenza. Scrive, pubblica persino, ma non sa mai veramente a che punto è, se abbia ottenuto qualche legittima marca d’interesse, di riconoscimento dei pari, qualche lasciapassare per la fama postuma, dal momento che al di fuori del successo commerciale dispensato a un numero ristretto d’indiscutibili campioni delle lettere, gli altri galleggiano nella grande penombra delle valutazioni discutibili, dei giudizi estetici, riflettenti o meno.</p>
<p>Tutti quindi hanno bisogno, non solo di assillare, ma di essere assillati, ognuno vuole perseguitare ed essere perseguitato, tampinare ed essere tampinato, solo questo smanazzamento comunicativo, questo spintonamento reciproco, ci rende vivi, reali, nella nostra fantomatica attività non remunerata, non richiesta, dispensabilissima.</p>
<p>La legge dell’autopromozione permanente è semplice, ma non comoda: tanto più la <em>cosa</em> letteraria realizzata è marginale, d’interesse confidenziale, sprofondata nella notte delle altre mille <em>cose</em> letterarie indiscernibili, tanto più bisogna inscenare un’atmosfera di solennità, e stamburare a morte, replicare ovunque, in tal modo che la <em>cosa</em> da piccola diventi grande, da periferica centrale, da gassosa solida, da unica molteplice. E questo bisogna farlo una dozzina di volte al giorno su Facebook, ma poi via mail personalizzata o di gruppo, e ovviamente sul proprio sito, che deve includere ogni occorrenza seppur incidentale del nome d’autore o delle sue opere, e poi bisogna sguinzagliare – se se ne hanno – allievi del corso di laurea, o gruppetti di fan, su Wikipedia, per scrivere queste benedette pagine, insomma il lavoro è tosto, e si affianca in questo modo ai due altri lavori già esigenti, quello vero del salario reale in cartamoneta e quello fantasmatico del salario simbolico in recensioni o premi provinciali. E appare del tutto chiaro che il lavoro di autopromozione permanente, se davvero si vuole fare con spirito professionistico, e non a singhiozzo dilettantesco, divora progressivamente lo spazio residuo della creazione letteraria, a tal punto che, di tanto in tanto, si scrive ancora qualcosa soltanto per nutrire la macchina dell’autopromozione, sapendo per altro che essa, come il dispositivo dell’ostrica, abbellisce e nobilita l’originario e mediocre granellino che l’autore gli porge.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Rirkrit Tiravanija, <em>Catalogue (Back of Postcard Reads) Memories, </em>1997</p>
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		<title>Per una critica comparata dei dispositivi culturali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 09:22:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>La questione del “lavoro culturale”, che si è rifatta centrale da almeno un anno a questa parte grazie ai diversi movimenti attivi a livello nazionale per una riappropriazione della cultura (Teatro Valle, TQ, ecc.), appare assai diversa se guardata non più dall’Italia ma dalla Francia. Uno spostamento di visuale ci sembra necessario, tanto più che il termine “cultura” non solo risuona come vuota tautologia nei ritornelli pubblicitari delle industrie culturali, ma spesso anche nei programmi nati dall’esigenza politica di contestare e trasformare istituzioni o monopoli esistenti. Inoltre, in Italia, dopo il ventennio berlusconiano, il “ritorno alla cultura” pare incontrare un nuovo consenso: bisogna salvarla, difenderla, produrne e farne circolare di più. Questi gli imperativi largamente condivisi. <span id="more-43875"></span>Poi ci si divide – e radicalmente – sulle ricette: privato, pubblico o comune. In realtà, vi è se non altro una certa convergenza nel negare per principio ogni virtù dell’intervento pubblico in nome di un antistatalismo che va dal fronte confindustriale a quello di molti difensori della cultura come bene comune. Proprio per questo il caso francese può risultare importante. In Francia, sotto governi sia di destra che di sinistra, lo Stato ha continuativamente investito in ambiti diversi dell’attività culturale e si è posto come garante, contro il libero mercato, delle prerogative non puramente commerciali della creazione artistica, specialmente in sede cinematografica e editoriale. Ma che ne è, oggi, della cosiddetta “eccezione culturale” francese?</p>
<p><a href="http://www.alfabeta2.it/2012/10/16/effetti-della-creativita-di-stato/" target="_blank">Abbiamo voluto parlarne non con un economista o un sociologo, ma con qualcuno che, con passione e spirito militante, si situa compiutamente all’interno delle pratiche del settore culturale: Jean-Marc Adolphe</a>, critico di danza contemporanea, consulente artistico del Teatro della Bastiglia a Parigi e direttore della rivista “Mouvement”, bimestrale sottotitolato “arti e politiche”, che esplora le diverse forme della creazione contemporanea (danza, arti visive, musica, teatro, ecc.). Le risposte di Adolphe hanno un carattere estremamente concreto e nascono da una lunga esperienza fatta sia in Francia che all’estero. Piuttosto che alle strutture sulle quali riposa l’attività culturale, che siano associative, statali o private, egli sembra riflettere sulle finalità che la animano. Sono le finalità, che devono giungere a condizionare le strutture di cui si servono, e non viceversa. E questo non dipende tanto dalla “politica culturale” di un paese o di un governo, ma dalla “cultura politica” di coloro che operano all’interno delle istituzioni culturali a tutti i livelli, dagli amministratori, ai tecnici, ai creatori.</p>
<p>In una prospettiva, invece, teorica, il filosofo Alain Brossat inquadra il dispositivo dell’eccezione culturale francese entro un orizzonte più vasto, quello della <em>democrazia culturale</em>. Il brano inedito che pubblichiamo riprende in forma sintetica le analisi contenute in un saggio del 2008, <em>Il grande disgusto</em> <em>culturale</em><strong><em></em> (1)</strong>. Brossat riconsidera i motivi di un’urgente critica della cultura, denunciando l’espansione tendenzialmente illimitata della sfera culturale all’interno delle nostre vite. La critica adorniana alla cultura di massa deve essere rivista alla luce di un dispositivo più complesso e raffinato, che chiama ognuno di noi a farsi <em>soggetto culturale unico</em>, costituendo attivamente il proprio corredo di stili e gusti. Inutile sottolineare quanto il “lavoratore culturale” sia per primo coinvolto in questo processo di soggettivazione. Ma più cresce lo spazio dell’espressione di sé, che le terminazioni tecnologiche dell’industria culturale rendono possibile, più si desertifica lo spazio politico dei conflitti reali. A livello ancor più generale, la cultura piuttosto che regolare in modo inventivo e rischioso il nostro adattamento al mondo, regola il nostro adattamento a quel sistema capitalistico di eterno e individualizzato consumo che ci tiene al riparo dal mondo e, nello stesso tempo, privi di ogni effettiva presa su di esso. La democratizzazione della cultura non serve più un’ideale di emancipazione, ma quello di una narcosi volontaria, garantita ad ognuno da un congruo approvvigionamento di derrate culturali, secondo i propri gusti e talenti.</p>
<p>In un tale contesto diventa difficile attribuire specifiche potenzialità rivoluzionarie ai lavoratori culturali (o cognitivi), fintanto almeno che non rinuncino a considerare la loro specificità come una garanzia di chiaroveggenza strategica e di radicalità politica. Rinuncia, questa, che è stata determinante proprio in Francia per il movimento degli intermittenti dello spettacolo all’altezza degli anni Novanta, come sottolineava <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/11/04/la-lotta-degli-%E2%80%9Cintermittenti-dello-spettacolo%E2%80%9D-in-francia/">Maurizio Lazzarato in un’intervista apparsa sul n° 14 di “alfabeta2”</a>. Il movimento, o almeno la sua componente maggioritaria, aveva deciso di battezzare il proprio coordinamento “Intermittenti e precari”, evidenziando come il precariato degli intermittenti dello spettacolo corrispondesse alla condizioni più generali del mondo del lavoro. In questo modo accettavano di sacrificare la loro specificità creativa a favore di una ricomposizione più vasta delle lotte dei differenti soggetti sottoposti al lavoro discontinuo. L’articolo di Carlo Formenti sul numero scorso di “alfabeta2” ribadisce la necessità di porsi, anche in Italia, in questa prospettiva di ricomposizione, abbandonando “l’ostinata identificazione del soggetto antagonista con il lavoro cognitivo”.</p>
<p>Quanto agli artisti propriamente detti, l’unico privilegio che hanno nei regimi della democrazia culturale è quello di cui scriveva Mark Rothko già all’inizio degli anni Quaranta: “la libertà di fare la fame”. La categoria più sconveniente che si possa affibbiare a un artista mi sembra, in effetti, quella di “lavoratore culturale”. Bisognerebbe ai giorni nostri rinverdire certe inimicizie, come quella tra artista e cultura, rileggendosi magari un piccolo classico sull’argomento, <em>Asfissiante cultura</em> di Jean Dubuffet, apparso (non a caso) in Francia nel 1968. All’epoca, nemici dell’arte erano i pastori dello spirito, i custodi dei valori culturali, i <em>professori</em>, coloro che venivano a giudicare. Oggi, più subdolamente, i nemici sono i <em>professionisti</em> della cultura, coloro che vengono a dare lavoro all’artista, ad assoldarlo nell’industria culturale o nel suo indotto. (A volte lo sono gli artisti stessi, che vestono più realisti del re i panni degli operatori culturali.)</p>
<p>Uno scrittore, un artista visivo, un musicista si guadagna da vivere come può, persino con la propria arte, persino con le proprie opere. Ma un’opera, a differenza di un prodotto culturale, nasce da un adattamento fallito, da qualche buco nel sistema difensivo della cultura circolante, laddove un individuo è fatalmente spinto, e riesce malgrado tutto, a “lavorare” su un segmento traumatico di reale. L’artista, quindi, non per scelta elettiva, ma per qualche forma di fatalità biografica, opera sempre, e si costruisce per questo una forma, a partire da una mancata mediazione, laddove i dispositivi culturali lo hanno abbandonato, o risultano inservibili. Da qui una radicata diffidenza tra artisti e cultura, e anche una certa incompatibilità, che non dovrebbe essere troppo facilmente occultata in nome di qualche disincantata e cinica urbanità. Ma nemmeno in nome di giuste battaglie di natura politica, come quelle contro il precariato diffuso.</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p>(1) Alain Brossat, <em>Le grand dégoût culturel</em>, Seuil, 2008.</p>
<p>*</p>
<p><em>Questo testo è apparso sul numero di ottobre di <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/10/08/sommario-del-n-23-ottobre-2012/">&#8220;alfabeta2&#8221;</a> all&#8217;interno di un dossier dedicato all&#8217;eccezione culturale francese.</em></p>
</div>
</div>
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