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	<title>lavoro &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Forma lavoro n°1 / Nome di un animale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/04/forma-lavoro-n1-nome-di-un-animale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 06:03:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Cava]]></category>
		<category><![CDATA[Antoine Mouton]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca letteraria]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Antoine Mouton</strong> <br /> traduzione di <strong>Alessandra Cava </strong> <br /> Buongiorno, sono ministro e ho appena messo a punto un veicolo per ricondurre le persone verso l’impiego. / Le persone deviano dall’impiego, è molto seccante. Le si vede dappertutto, tranne che al lavoro. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Visto che le scrittrici e gli scrittori non parlano volentieri di lavoro, di quello che fanno accanto, sopra o sotto, quello di scrivere, e parlano vagamente di come sia trattato il loro lavoro “letterario”, e visto che scrittori o no,&nbsp;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/30/di-lavoro-non-ne-parliamo-per-favore/">nessuno ha una gran voglia di parlare del lavoro che fa</a>, ci siamo detti a Nazione Indiana che potremmo parlarne un po’ di più, un po’ programmaticamente. Cioè al di fuori dei<a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/12/19/leggi-scrivi-crepa-3-articoli-sulla-crisi-editoriale/">&nbsp;periodici soprassalt</a>i. </em>È adesso <em>Alessandra Cava, poetessa e traduttrice, a proporre un suo personale progetto di esplorazione del &#8220;lavoro&#8221;, attraverso voci inedite in Italia della poesia francese contemporanea. Settimana scorsa <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%C9%99-per-scrivere/">un pezzo</a> di Gaia Benzi. </em><em>a. i.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da <strong>Antoine Mouton</strong>, <em>Nom d’un animal</em> (La Contre Allée, 2025)</p>
<p>traduzione di <strong>Alessandra Cava</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho perso il lavoro.<br />
L’ho cercato bene, non lo trovo più.</p>
<p style="padding-left: 40px; text-align: left;">Come se il solo vero lavoro<br />
fosse stato sotterrare<br />
e non lasciare tracce.</p>
<p style="text-align: right;">Impiegato per sparire.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Ingaggiato per scavare un buco<br />
e finirci dentro.</p>
<p>Il lavoro mi è caduto dalle mani, dove avevo la testa? A quanto pare scalciava in due o tre punti del corpo. Ma se ho fatto resistenza è stato a mia insaputa. Nell’insieme ero docile, nei dettagli un po’ meno. Ho lo stomaco fazioso, il polmone sedizioso, la milza sovversiva.<br />
Basta qualche organo eversivo<br />
per creare una zona dissidente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Fare cancella.<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>Fabbricare dissipa.<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>Obbedire dissolve.<br />
Sottomettersi distrae da sé.<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>Appartenersi?<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;</span>Perché?</p>
<p>Avevo messo in un cassetto le mie esigenze. Avevo rassettato il desiderio, rivestito le attese, pettinato l’entusiasmo. Nessun sogno aveva mai oltrepassato la porta della mia camera, nessuna collera aveva attraversato le pareti della mia pancia.</p>
<p style="padding-left: 360px; text-align: right;">Lasciavo il mondo dominare dentro di me<br />
e andavo a cercare altrove<br />
una possibile libertà fuori da me.</p>
<p>Ma ero fuori di me perché non potevo essere libero.</p>
<p>Parlare mi è successo senza premeditazione.<br />
Tutta colpa dell’aver visto<br />
quello che accadeva<br />
e quello che non.</p>
<p style="padding-left: 40px;">E poi in ogni caso<br />
i sentimenti si faranno più densi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E così tutto quello che ho fatto l’ho fatto con amore.<br />
Questo la dice lunga sull’amore.</p>
<p>Ho fatto i compiti, ho fatto un viaggio in Italia e la spesa, ho fatto storie e casini, ho fatto i piatti e il muso lungo, il furbetto e il palo, ho persino fatto il morto aspettando di trovare di meglio &#8211; non c’è dunque nient’altro da vivere se non fare?</p>
<p style="text-align: left;"><span style="background-color: #ffffff; color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>Che fare?<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>E come farlo?</p>
<p>E cosa posso dire<br />
quando spesso ho dovuto opporre<br />
fare<br />
e pensare?<br />
Vivere e parlare?</p>
<p>Allora ho fatto le mie ore.<br />
Le ho fatte, ogni settimana.<br />
Come la gallina l’uovo.</p>
<p style="text-align: right;">Ma ho spesso mancato d’essere.</p>
<p>E avrò fatto il mio tempo senza mai averne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Buongiorno, sono ministro e ho appena messo a punto un veicolo per ricondurre le persone verso l’impiego.<br />
Le persone deviano dall’impiego, è molto seccante. Le si vede dappertutto, tranne che al lavoro. Le si vede per strada, le si vede sulle panchine, le si vede senza motivo.<br />
Sono ministro e terrò il volante. E metterò la sicura per i bambini.</p>
<p>Il problema del lavoro è che dentro ci sono delle persone.<br />
E ci sono addirittura delle persone che non sono dentro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le persone sono al bar. Bevono caffè, c’era da immaginarselo. Parlano oppure no, fanno ciò che vogliono, anche se spesso le persone fanno ciò che non vogliono.<br />
Ed ecco due che portavano avanti una bella conversazione prima di entrare, ma si sono seduti e non hanno trovato più niente da dirsi. Il caffè è servito, loro sono bloccati. Intorno a loro alcuni affrontano un tema cruciale. Aspettavano questo momento da molto tempo. Il bar offre occasioni.<br />
Quindi c’è molta gente. E poche persone si conoscono. Si incontrano dei turisti, stanchi di vedere tutto. Hanno bevuto caffè in Australia, in Italia, in Mongolia, in Cile, nel Mali, a Napoli Tripoli Bali Delhi, e adesso qui. Alla fine della loro vita avranno bevuto tutti i caffè del mondo. Ci sarà un buco nella loro pancia che li condurrà all’altro capo della Terra.<br />
Conosciamo il proprietario, simpatizziamo col cameriere, cogliamo l’occasione per fare una telefonata. Veniamo per leggere la griglia del cruciverba completata da qualcun altro, come fosse un messaggio a noi destinato. Ci concediamo un calo di pressione sotto sorveglianza. Eravamo già qui ieri alla stessa ora. E per molti di noi è il solo luogo in cui poter ordinare.<br />
Pensiamo anche a quelli che non vediamo mai. Poiché l’invisibile è al bar. Davanti alla tazzina, ci si trova al buio. Lo inghiottiamo in un lampo, provoca in noi qualcosa. L’emozione ci afferra, il ricordo si affaccia. Facciamo il buono e il cattivo tempo, oppure una lavata di capo a qualcuno che non se lo aspettava.<br />
Se è tutto pieno non mi lamento, il mio bar è anche delle persone che non conosco: tornerò domani, più tardi, mai. Un giorno le persone non tornano. Al lavoro lo si nota, qui no.<br />
Le persone si distribuiscono intorno ai tavoli a seconda dell’ora di arrivo. Di tanto in tanto vengono qui per motivi politici. Talvolta per questioni personali. Particolari. Strane. Inammissibili. Indefinite. Per cambiare aria. Per cambiare vita. Per lamentarsi di quello che è cambiato. Ogni sorta di ragioni conduce alla tazzina. Il conto arriva senza commenti. In questo grande tutto la mia tazzina è minuscola, ma mi fido di lei.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vorrei trovare un lavoretto.<br />
Che possa stare in tasca, che entri in testa e non ne esca più.<br />
Che faccia il giro della testa per contenere i miei pensieri.</p>
<p>Cerco un lavoro che non strabocchi, come una vasca da bagno con un buco.<br />
Non mi dispiacerebbe lavorare un poco, un po’ qui e un po’ là, senza decidere. Sarebbe di mio gusto.<br />
Cerco un lavoro che abbia i miei stessi gusti. Per il momento, assaggio.</p>
<p>Cerco un lavoro senza retrogusto amaro, con note legnose nel finale.<br />
Cerco un lavoro che entri tutto intero nella mia vita senza allargarla.<br />
Cerco un lavoro compiuto, che abbia già dato i suoi frutti.<br />
Cerco un lavoro in forma di frutto, ma di cui non resti che il torsolo.</p>
<p>Cerco un lavoro docile, amabile e sorridente.<br />
Che abbia la mia stessa identica età.<br />
Con un taglio a scodella e delle lunghe ciglia.<br />
E un po’ di conversazione.</p>
<p>Cerco un lavoro che mi parli, ma solo nei giorni in cui ho voglia di ascoltarlo.<br />
Cerco un lavoro lento, che si prenda tutto il tempo. Il suo tempo, non il mio.<br />
Cerco un lavoro irregolare, con i bordi tutti storti, i contorni sfumati.<br />
Cerco un lavoro che giochi.</p>
<p>Cerco un lavoro con gli occhi bene aperti, visibile ma anche veggente, fosforescente.<br />
Cerco un lavoro effervescente, che possa dissolversi in un bicchier d’acqua.<br />
Cerco un lavoro che non mi riguardi, che non mi chieda di partecipare.<br />
Cerco il lavoro che sappia trasformarmi in ciò che non sono abbastanza. Chiudo gli occhi, mi ci vedo, mi ci trovo bene.</p>
<p>Quello che preferisco del lavoro, è cercarne uno che possa andarmi bene.<br />
Purché non mi succeda mai.<br />
Di fatto cerco un lavoro, ma non è vero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono ministro e penso che non si consenta abbastanza alle persone di risollevarsi.<br />
Le persone possono strisciare, trainare, saltellare.<br />
Possono squattare, zigzagare, ondeggiare, manifestare, palpitare, mantenere la rotta o rompersi.<br />
Scorrazzano, si dimenano, vagabondano,<br />
ma non si risollevano abbastanza.</p>
<p>Sono ministro e ho un punto di vista:<br />
le persone sono troppo inoccupate.</p>
<p>Sono ministro e ho delle idee.<br />
Per esempio: ridurre la disoccupazione di massa.<br />
Ridurre la massa della disoccupazione.<br />
Rendere la disoccupazione più leggera almeno quanto lo yogurt.<br />
Creare una disoccupazione senza peso né volume, una disoccupazione diffusa, che galleggi nell’aria.<br />
La si percepisce appena. Alcune persone riescono a sentirla (c’è odore di disoccupazione qui), ma non tutte.<br />
Nella mia visione del mondo la disoccupazione diventa spettrale furtiva innocua una mollica di pane una nuvola di latte l’ultimo dei nostri pensieri l’ago nel pagliaio. Il lavoro prende peso volume muscolo grasso importanza. Il lavoro è dappertutto, impossibile evitarlo. Occupa persino i retrobottega e i binari morti.<br />
Ovunque si potesse ancora bighellonare, ormai si lavora.<br />
Il lavoro ha tentacoli allucinanti, pseudopodi deliranti.<br />
Il lavoro emana feromoni galvanizzanti.<br />
Il lavoro è talmente dappertutto che si trova anche nella disoccupazione.</p>
<p>I disoccupati diventeranno presto<br />
dei lavoratori come gli altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho delle competenze non tecniche. Condivido la mia vita con dei non-umani. La mia professione è una non-scelta. Esco da un periodo di non-attività che ho vissuto non senza timore. Il nonsense è l’umorismo che preferisco. Prima di essere un non fumatore, ero un non non fumatore.</p>
<p style="text-align: right;">Eppure ho detto sì a tutto.</p>
<p>Ho imparato a dissociarmi dalla violenza.<br />
Ma non a proteggermi da quella che mi viene inflitta.</p>
<p>A te piace quando il ministro comincia il suo discorso con: quello che i francesi non comprendono? Preferisci quando dice: quello che la gente si aspetta? Credi di aspettare qualcosa che non arriva o di non capire cosa succede veramente?</p>
<p>Testimonianza: avevo molti obblighi nel mio lavoro. Tutti i gesti che facevo erano studiati, cronometrati, sorvegliati e talvolta rettificati, o forse aggiustati, pardon, mi è scappata la lingua.<br />
E persino all’interno di questi gesti che non erano i miei ho trovato la libertà.<br />
E persino con le parole dell’azienda, ho potuto dire cose personali.<br />
All’inizio ne andavo fiero.<br />
Poi ho pensato: se un giorno finissi in galera, riuscirei a dimenticare che sono imprigionato.<br />
E all’improvviso mi sono reso conto: ma io sono imprigionato.<br />
Ed è questa libertà che trovo a ogni costo che mi impedisce di vederlo. Questa capacità che ho di trovare la libertà in qualsiasi situazione che permette l’incarcerazione.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Le mie competenze<br />
hanno finito per darmi<br />
filo da torcere.</p>
<p>Testimonianza: ho avuto sempre tutto sotto controllo. Come un fachiro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Andavo in ufficio tutti i giorni<br />
e tutti i giorni la stessa strada che prendevo senza riflettere<br />
ma un giorno la strada è svanita.</p>
<p>Era la fine di gennaio.<br />
Sono stato sorpreso da un odore di fiori.<br />
Ho cercato nei paraggi, non ho trovato niente<br />
mi sono avventurato più in là<br />
ho camminato e camminato ho errato<br />
non ho ritrovato la strada.</p>
<p>Più alcun ricordo dell’indirizzo<br />
il colore della porta, il nome dell’azienda<br />
non mi ricordavo più di niente.<br />
All’inizio mi sono preoccupato<br />
poi ho pensato:<br />
come ho fatto a non dimenticare prima?</p>
<p style="text-align: center;"><strong>⊗</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Antoine Mouton</strong> è nato nel 1981. Ad oggi ha pubblicato undici libri &#8211; romanzi, racconti, poesie. <em><a href="https://lacontreallee.com/catalogue/nom-dun-animal/#:~:text=Journal%2C%20r%C3%A9cit%20introspectif%2C%20enqu%C3%AAte%2C,Couverture%20de%20Renaud%20Bu%C3%A9nerd.">Nom d’un animal</a></em> è il suo libro più recente, pubblicato dalla casa editrice francese <a href="https://lacontreallee.com/">La Contre Allée</a> nel 2025. La compagnia teatrale <a href="https://newsite.jeannesimone.com/">Jeanne Simone</a> ha ideato una versione scenica danzata di questo testo, destinata allo spazio pubblico.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Forma lavoro</em> è un progetto di <a href="https://www.instagram.com/aleelaale/">Alessandra Cava</a> che raccoglie materiali intorno alle parole d’ordine del lavoro, per maneggiarli o manometterli attraverso pratiche di scrittura, montaggio, traduzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pagatə per scrivere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%c9%99-per-scrivere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 06:53:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[ariosto]]></category>
		<category><![CDATA[attività letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gaia Benzi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro culturale]]></category>
		<category><![CDATA[precarietà]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gaia Benzi</strong> <br /> Se dovessi definire cos’è il lavoro culturale sulla base delle rimostranze di noi lavoratori culturali direi che si tratta di tutto ciò che abbiamo profondamente amato nella nostra vita artistica e intellettuale, tradotto in una visione di mestiere disancorata dalla realtà...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Visto che le scrittrici e gli scrittori non parlano volentieri di lavoro, di quello che fanno accanto, sopra o sotto, quello di scrivere, e parlano vagamente di come sia trattato il loro lavoro “letterario”, e visto che scrittori o no, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/30/di-lavoro-non-ne-parliamo-per-favore/">nessuno ha una gran voglia di parlare del lavoro che fa</a>, ci siamo detti a Nazione Indiana che potremmo parlarne un po’ di più, un po’ programmaticamente. Cioè al di fuori dei<a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/12/19/leggi-scrivi-crepa-3-articoli-sulla-crisi-editoriale/"> periodici soprassalt</a>i. E ho quindi invitato Gaia Benzi a rompere il ghiaccio, ben sapendo sia io che lei che non si salta fuori angelicamente dalla contraddizione, e che, diabolicamente, come accade su questo sito, si finisce per scrivere di ciò che più ci preme gratuitamente, dal momento che quando siamo pagati, invece,</em> siamo al servizio, <em>meno liberi nei tempi, nei modi, nei temi. a. i.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Gaia Benzi</strong></p>
<p style="padding-left: 160px;">Apollo, tua mercé, tua mercé, santo<br />
collegio de le Muse, io non possiedo<br />
tanto per voi, ch&#8217;io possa farmi un manto.</p>
<p style="padding-left: 160px;">«Oh! il signor t&#8217;ha dato&#8230;» io ve &#8216;l conciedo,<br />
tanto che fatto m&#8217;ho più d&#8217;un mantello;<br />
ma che m&#8217;abbia per voi dato non credo.</p>
<p style="padding-left: 160px;">[…]</p>
<p style="padding-left: 160px;">Fa a mio senno, Maron: tuoi versi getta<br />
con la lira in un cesso, e una arte impara,<br />
se beneficii vuoi, che sia più accetta.</p>
<p style="padding-left: 160px;">Ludovico Ariosto, <em>Satira I</em>, vv. 88-93; 115-117</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È il 1517 e Ludovico Ariosto si lamenta con il fratello Alessandro e il collega Andrea Marone delle ristrettezze del lavoro culturale, e in particolare dell’ingratitudine del loro comune datore di lavoro, il Cardinale Ippolito d’Este, che apprezza la sua penna più per la burocrazia che gli risparmia in qualità di Segretario che per i versi che lo renderanno celebre.</p>
<p>Saper scrivere, d’altra parte, non significa per forza fare gli scrittori. Anzi, non lo significa praticamente mai, se per <em>fare gli scrittori</em>, o le scrittrici, intendiamo qui trarre un reddito completo e soddisfacente dalle attività afferenti al “collegio de le Muse”, per dirla con Ariosto, e non a quelle, forse meno auliche ma sicuramente meglio pagate, relative al fare cose con le parole, come dare vita a copy, bandelle, brochure, pitch, abstract, report, unità didattiche, e chi più ne ha più ne metta.</p>
<p>Per essere gente che si guadagna da vivere scrivendo, comunque, non sembriamo aver letto molto, perché quando si tratta di parlare del nostro lavoro diciamo sempre le stesse cose. Sull’industria culturale ha già detto tutto quello che c’era da dire un suo campione indiscusso, Honoré de Balzac, che al tema ha dedicato la gemma della sua <em>Comédie</em>. In <em>Illusioni perdute</em> la parabola devastante di Lucien de Rubempré ci racconta della mercificazione del lavoro culturale, delle illusioni che suscita e delle altrettanto cocenti delusioni a cui conduce i giovani ingenui, con la testa piena di libri e le tasche vuote di soldi.</p>
<p>Nella <a href="https://www.youtube.com/watch?v=9FMcfER_qys">trasposizione cinematografica di qualche anno fa</a> l’editore a cui Lucien si rivolge appena arrivato a Parigi è interpretato da un particolarmente disgustoso Gerard Depardieu che, dopo avergli rifiutato la raccolta di poesie giovanili perché la poesia, a detta sua, non vende (non vendeva già all’epoca, pare, e ci si chiede a questo punto se abbia mai venduto) alla domanda se ritenesse il suo ultimo successo commerciale un libro che valeva veramente la pena leggere risponde: “Ah, ma che ne so io, sono analfabeta!” Una forzatura, certo, rispetto a un Dauriat già abbastanza arrogante e insopportabile sulla carta, ma una forzatura che rende bene il disprezzo balzachiano per gli editori e i direttori di giornali. Balzac, che giornalista lo era stato davvero, dipinge il ritratto di un Lucien prontamente adottato dalla panacea delle riviste dopo il rifiuto delle <em>belles lettres</em>, che utilizza due nomi diversi per firmare un giorno una recensione entusiasta e il giorno dopo una stroncatura dello stesso libro, per aumentare le vendite di un prodotto mediocre. Alla fine deciderà di cambiare totalmente casacca, buttare al vento gli ideali politici di gioventù e saltare sul carro dei conservatori in cambio di un po’ di successo: un errore che gli sarà fatale in un ambito, oggi come ieri, dove la reputazione è valuta corrente.</p>
<p>Conformismo, page basse, mercificazione e mobbing: ma il lavoro culturale ha anche dei difetti. Uno di questi è la tendenza a essere investito di un valore emotivo, aspirazionale, fino al punto di diventare l’elemento centrale dell’identità di chi lo pratica con non tutti gli annessi e connessi.</p>
<p>Perché infatti Ariosto si lamenta delle mansioni da Segretario che svolge per il Cardinal Ippolito? Non era forse quello già un lavoro importante, che ne riconosceva l’abilità e le capacità intellettuali? Chiaramente sì, almeno sulla carta, eppure no, non lo era, perché quando parliamo di lavoro culturale, e soprattutto quando <em>ci lamentiamo</em> del lavoro culturale, stiamo parlando di qualcosa che non è lavoro, e non è nemmeno cultura: stiamo parlando, principalmente, di noi stessi.</p>
<p>Se dovessi definire cos’è il lavoro culturale sulla base delle rimostranze di noi lavoratori culturali direi che si tratta di tutto ciò che abbiamo profondamente amato nella nostra vita artistica e intellettuale, tradotto in una visione di mestiere disancorata dalla realtà, dai contorni vaghi e spregiudicati, assurta a principale fonte di reddito delle nostre vite. Ma la dimensione capitalista in cui siamo costretti a vendere la forza lavoro per sopravvivere non sarà mai completamente sovrapponibile alle nostre passioni, e soprattutto <em>non dovrebbe esserlo</em>.</p>
<p><a href="https://transform-italia.it/lamore-non-basta/">L’amore, infatti, non basta</a> per lavorare, e anzi è bene che resti il più lontano possibile dallo stipendio se uno stipendio si vuole continuare ad averlo. Lo sfruttamento intensivo dei lavoratori e delle lavoratrici culturali sulla <a href="https://www.youtube.com/watch?v=FmigZKYHZ_g">leva della passione</a> è infatti l’altro grande tratto caratteristico dell’industria culturale. Nel mondo editoriale si fa spesso riferimento alla “bolla” sociologica, cioè all’<em>eco chamber</em> prodotta dal feed di Facebook; meno spesso, invece, si affronta il tema della “bolla” economica, cioè di un livello di (sovra)produzione reso possibile soltanto dal lavoro sottopagato o totalmente gratuito della stragrande maggioranza della filiera, dalle scrittrici agli uffici stampa, dai grafici ai correttori di bozze.</p>
<p>Se l’editoria iniziasse veramente a pagare salari dignitosi a tutte le persone che lavorano nel settore il Salone di Torino sarebbe ridotto a un padiglione solo. E questo vale per le grandi come per le piccole case editrici, per le medie, blasonate e storiche, e per le micro, battagliere e politicamente schierate: nessunə è immune a uno sfruttamento spietato della forza lavoro, fosse anche semplicemente la propria.</p>
<p>È una costante uguale per tutti, nel bene come nel male: c’è tanta editoria militante, di frontiera, d’avanguardia, che senza quell’ingenuo ottimismo della volontà, senza l’illusione di una convergenza possibile fra professione e passione, semplicemente non esisterebbe; ma non esisterebbe nemmeno tanta carta straccia, tanto rumore di fondo e tanta broda riscaldata spacciata per <em>necessaria</em>.</p>
<p>In fondo, perché stupirsi? L’industria culturale è un’industria come un’altra, anche lei espressione di un mercato capitalistico, per quanto lastricato di buone intenzioni. È un mondo comodo solo per chi non ha bisogno di lavorare e può permettersi <a href="https://eleonoraccaruso.substack.com/p/chi-puo-permettersi-di-perdere">il lusso di perdere</a>.</p>
<p>Ma anche per chi perde abbastanza a lungo da riuscire a vincere, il successo è quasi sempre venato di compromessi, sottoposto a una pressione e a una competizione sfiancanti. Non è un caso che molte delle persone che<em> sembrano</em> averlo ottenuto – perché mai come in questo lavoro vale il detto<em> “</em>fake it until you make it” – a un certo punto crollano, si sfaldano, si sfogano, lasciando trapelare tour deliranti e performance continue e malpagate. Paradossalmente, chi vince è quasi sempre incastrato in un personaggio già scritto, referente perpetuo di un solo argomento, condannato a occupare una nicchia di mercato fino a saturarla, se necessario, costretto a un personal branding incessante e impossibilitato a perdere nuovamente qualcosa – che si tratti di tempo o contatto col mondo. L’errore, l’erranza, quella dimensione così feconda e importante per la creatività e lo studio, diventano in poco tempo chimere passate, e prendono vita lamentele nuove: forse con la cultura si mangerà anche, alla fine, ma non si ha più tempo di leggere, scrivere e andare al cinema. Che senso ha avuto allora affannarsi tanto, se si finisce per smettere di fare le cose che più amiamo in questo lavoro? Che più amiamo, forse, nella vita?</p>
<p>Se c’è una cosa che può in parte disinnescare i meccanismi di sfruttamento è la scelta collettiva, radicale, di smettere di lavorare male. Quindi ben venga la sindacalizzazione, anche nella precarietà, e se non ci sono soldi ci pagassero in garanzie, pezzi di carta, quote di proprietà: qualunque cosa tranne la retorica della passione.</p>
<p>Ma a fianco delle giuste rivendicazioni di categoria sarebbe importante iniziare a sdoganare anche altre vie, strade terze, in cui l’espressione di sé viene praticata liberamente e alle proprie condizioni in virtù di un lavoro <em>altro </em>che non è sconfitta, ma guadagno, senza che la credibilità o la reputazione di chi sceglie questa via (o è costretto a) ne riporti danno.</p>
<p>Nel mondo per cui non smetterò mai di lottare non solo le scrittrici e gli scrittori verrebbero adeguatamente pagati per scrivere, ma anche per <em>non scrivere</em>, che è poi la loro attività principale. Nel mio mondo ideale, verrebbe retribuito l’ozio, ciascuno sarebbe libero di coltivare l’arte che preferisce e vivremmo tutti a spese del Pritaneo.</p>
<p>Ma il mondo in cui viviamo non è affatto così.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ludovico Ariosto pagherà caro il rifiuto a piegarsi ai dettami del suo mecenate. Licenziato dal Cardinale, sarà costretto ad accettare incarichi d’ufficio che lo porteranno per anni lontano dallo studio e dagli affetti. Finalmente, dopo tante peripezie, riuscirà a ottenere la direzione del teatro stabile di Ferrara, il primo d’Europa, che gli permetterà di dedicarsi a tempo pieno alle lettere e dare alle stampe il suo capolavoro.</p>
<p>L’<em>Orlando Furioso</em> esce nel 1532, e ha subito un grande successo.</p>
<p>Ariosto morirà l’anno dopo, all’apice della carriera.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine: &#8220;Un cliente istruisce il copywriter sugli obiettivi della comunicazione&#8221;.</p>
<h3>⇓</h3>
<p><strong>Gaia Benzi</strong> su Nazione Indiana: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/02/14/costruire-antifascismo-oltre-lemergenza/">Costruire antifascismo oltre l’emergenza | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>⇓</h3>
<p>Ancora del lavoro letterario, culturale, su Nazione Indiana (ben 18 anni fa):</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/">Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oppure questo (solo 9 anni fa):</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/04/lera-dellautopromozione-permanente/">L’era dell’autopromozione permanente | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Iroko</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/01/iroko/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[iroko]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Redaelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Simone Redaelli</strong> <br />
Le mattine che usciamo di casa assieme, è ancora buio. Se è inverno, come oggi, troviamo il furgone pieno di ghiaccio. Io entro e mi siedo al mio posto. Papà apre la portiera del guidatore, mette in moto, e la richiude.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Simone Redaelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-117033" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/iroko-parquet.jpg" alt="" width="836" height="555" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/iroko-parquet.jpg 836w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/iroko-parquet-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/iroko-parquet-768x510.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/iroko-parquet-633x420.jpg 633w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/iroko-parquet-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/iroko-parquet-696x462.jpg 696w" sizes="(max-width: 836px) 100vw, 836px" /></p>
<p>Le mattine che usciamo di casa assieme, è ancora buio. Se è inverno, come oggi, troviamo il furgone pieno di ghiaccio. Io entro e mi siedo al mio posto. Papà apre la portiera del guidatore, mette in moto, e la richiude. Con il “culo” – come dice lui – del disco orario, cioè con la parte seghettata della targhetta blu di plastica che si usa per non prendere la multa, gratta via il ghiaccio dal parabrezza.</p>
<p>Seduto al mio posto, in quella bolla ovattata, che si fa via via più calda, aspetto.</p>
<p>Quando papà si mette al volante e inizia a guidare, nessuno dei due parla. Lui non ha voglia. Neanche io ho voglia. Papà guida benissimo. È calmo e sicuro di sé. In compenso, alla prima o alla seconda svolta, si ricorda della sua agenda. Forse vuole controllare un appuntamento, o segnarsi qualcosa. Allora, mentre tiene il volante, si piega verso il vano portaoggetti. Potrei farlo io. Lui sta guidando e io sono comodo. Ma papà non me lo chiede mai, e io non mi offro. Potrei dire qualcosa, perché tutte le mattine che mi porta al lavoro con lui, la situazione si ripete. Ma non dico niente. Lui appoggia l’agenda sulle mie gambe. E io la tengo, con entrambe le mani. Aspetto. Lui però torna subito a concentrarsi sulla guida. Non mi chiede mai di controllare nulla.</p>
<p>Arriviamo al cantiere prima dell’alba.</p>
<p>Parcheggia il nostro Renault Trafic grigio metallizzato in uno spiazzo. Lo paga 204 euro al mese, perché ha dato un anticipo di 8.374 euro e prevede di chiudere l’acquisto in 59 canoni, il che significa che sarà nostro, a tutti gli effetti, fra poco meno di 5 anni. Ho letto il contratto.</p>
<p>È lungo 5,08 metri, largo 2,28 metri e alto 1,97 metri. Ha le dimensioni giuste perché, se deve posare, nel vano di carico ci stiano almeno 50 pacchi di doghe di legno, che corrispondono a poco più di 100 metri quadri di parquet, oltre alla colla per legno, allo stucco, alla sega circolare, alla cassetta degli attrezzi, e ad altri materiali, in base alle necessità; se deve lamare e verniciare, ad esempio, oltre alla levigatrice e alla carta abrasiva, servono anche le latte di vernice e i pennelli. A volte, lo guardo caricare prima del lavoro.</p>
<p>Oggi, poserà circa 30 metri quadri di iroko. L’iroko si caratterizza per un tono scuro che va dal giallo carico con richiami dorati al giallo bruno, tonalità che tuttavia tendono a scurirsi dopo la stagionatura: il risultato finale è un elegante striato chiaroscuro. Un metro quadro di iroko ha un prezzo che oscilla fra i 30 e i 100 euro, che dipende dallo spessore delle tavole e dalla scelta del legno. Ho sentito papà discuterne con i fornitori.</p>
<p>Una prima scelta presenta fibre orientate e leggere stonalizzazioni, ovvero minime variazioni cromatiche fra tavole della medesima partitura, ma non prevede la presenza di alburno, che è la parte più chiara e più tenera del tronco dell’albero. In altre parole, un legno di prima scelta appare morfologicamente e cromaticamente compatto. Ormai, non lo si trova quasi più.</p>
<p>La partitura per questo lavoro, che in totale consta di 50 metri quadri e che papà porterà a termine fra oggi e domani, gli è costata 3.350,15 euro. Ho visto il preventivo.</p>
<p>Con fatica, faccio scorrere il portellone laterale del furgone e guardo papà afferrare e impilare i primi due pacchi da 15 chilogrammi ciascuno. Quando le sue mani stringono il legno, i suoi denti si serrano in bocca. Quando solleva il peso con le braccia, per un attimo le sue ginocchia cedono.</p>
<p>Sul carrellino portapacchi pieghevole, di colore arancione, uno sopra l’altro, ci stanno due pacchi. Si può provare ad aggiungerne un terzo, ma in quel caso, il rischio che il carrellino si ribalti al primo scossone aumenta.</p>
<p>Secondo un muratore, che oggi m’ha regalato un pacchetto di cracker al nostro arrivo, lo spiazzo dove si parcheggia dista circa 200 metri dal montacarichi che permetterà a papà di portare il materiale al terzo piano della palazzina, dove deve lavorare. Ciò significa che deve percorrere, più o meno, la lunghezza di due campi da calcio. In totale, fra andata e ritorno, farà quasi 30 viaggi, perché oltre al legno, deve portar su anche la colla, la sega circolare, lo stucco e la cassetta degli attrezzi.</p>
<p>Un imbianchino fa un cenno a papà dal terzo piano: il montacarichi è indisponibile. Forse è occupato, oppure è guasto. In ogni caso, l’edificio è ancora sprovvisto di ascensore.</p>
<p>Sono le 8 di mattina, il cielo è luminoso ma senza sole, e papà è già sudato. Un pacco alla volta, sta portando il materiale a mano, su per le scale. Ogni tanto, l’imbianchino scende e lo aiuta. Per portare 25 pacchi di legno al terzo piano di questa palazzina ci vogliono quasi 2 ore.</p>
<p>Masticando i cracker, passo il tempo a guardare il bracco mobile di una gru rossa e bianca che solleva carichi da 990 chilogrammi sotto la direzione di un operaio in gilet giallo. Dietro la gru, c’è un enorme cumulo di macerie che sembra cenere.</p>
<p>L’appartamento è spoglio e le pareti sono bianche. L’imbianchino, quello che ha aiutato papà a portare il materiale nel salotto dell&#8217;appartamento, gli dà una pacca sulle spalle e ci dice che lo rivedremo per pranzo.</p>
<p>Restiamo soli.</p>
<p>La palazzina ha un riscaldamento a pavimento. Me ne rendo conto perché l’appartamento è privo di caloriferi. Essendo poco sensibile alle variazioni di umidità e temperatura, l’iroko è un’ottima scelta in questo caso. Si caratterizza infatti per un basso grado di ritiro o dilatazione, a cui corrisponde un’ottima stabilità. Ideale per questo genere d’interni.</p>
<p>Papà inizia a stendere la colla sul massetto, ossia sul fondo del pavimento del salotto, che è in cemento cellulare.</p>
<p>Il cemento cellulare è molto poroso e, a giudicare dal fondo di questo pavimento, qualcuno deve aver già applicato un primer per consolidarne la superficie e renderla omogenea. Deve averlo fatto papà ieri, mentre io ero a scuola.</p>
<p>Papà stende la colla a mano con una spatola dentata e poi la copre con una tavola di legno. Per posare 15 metri quadri di pavimento deve restare inginocchiato per 3 ore di fila camminando carponi.</p>
<p>Ci ho provato anch’io, imitando papà. Dopo 5 minuti, iniziano a formicolarmi le caviglie. Papà è da un mese circa che non sente più un paio di dita del piede destro, le articolazioni sono andate, o almeno così dice lui. Dopo un’ora di lavoro, inizia a toccarsi la parte bassa della schiena. Accenna una pausa. Dopo 3 ore, dentro i pantaloni, le gambe gli tremano.</p>
<p>Verso l&#8217;una qualcuno chiede se può entrare. Lui dice di sì. Ha appena steso un telo grigio su una zona del salotto dove non ha ancora posato. Ci siamo seduti per pranzare. L’imbianchino, e quello che dev’essere il suo giovane apprendista, ci imitano.</p>
<p>“Quanti appartamenti devi fare?” gli chiede l’imbianchino.</p>
<p>“Solo questo” risponde papà, mentre apre una busta confezionata di prosciutto cotto, se la adagia sulle gambe, e inizia a riempire un panino, “a meno che non mi richiamino. E voi?”</p>
<p>“Idem” dice lui.</p>
<p>Guardo la pelle intatta, morbida e priva di calli delle mani del ragazzo, le unghie pulite. Poi gli chiedo: “Quanti anni hai?”</p>
<p>Mi sorride. “Diciannove.”</p>
<p>Indossa una salopette da lavoro con poche macchie di tinteggiatura, un paio di scarpe antinfortunistiche quasi prive di graffi.</p>
<p>“Da quanto tempo fai questo lavoro?”</p>
<p>L’apprendista guarda il suo mentore, forse cerca di ricordare. “Due mesi?”</p>
<p>“Sono due mesi, due settimane e tre giorni” dice l’imbianchino. Poi tira fuori da un tascone laterale della sua salopette un coltellino svizzero e inizia a tagliare una mela. Mi allunga uno spicchio.</p>
<p>“Appunto, sono due mesi” ribatte l’apprendista, sorridendo e dando di spalla all’imbianchino.</p>
<p>L’imbianchino non dice nulla.</p>
<p>“No”, dice papà, gettando la busta vuota di prosciutto in un sacchetto. “Sono due mesi, due settimane e tre giorni.”</p>
<p>Il pomeriggio è come la mattina. Papà riprende da dove si è interrotto. Stende la colla sul cemento cellulare con una spatola dentata e poi la copre con una tavola di legno.</p>
<p>Con la sega circolare taglia le doghe che fanno ad angolo, quelle in prossimità delle pareti: usa una matita da lavoro, di quelle spesse, con la punta enorme, per segnare la riga di taglio. Per farlo, si mette gli occhiali da vista, che pendono sempre dal suo collo, sorretti da un cordino in plastica. Poi aziona la macchina, e con fermezza avvicina la doga, tagliandola dove previsto.</p>
<p>Quando taglia le doghe, papà è molto concentrato, sembra pensarci sempre due volte. Ma non pensa a dove ha tirato la riga, a dove deve tagliare. Quello è mestiere, è automatico. Pensa alla lama rotante a qualche centimetro dalle sue dita. Pensa a cosa sta facendo.</p>
<p>A ridosso del muro perimetrale, bisogna sempre lasciare un giunto di dilatazione di 8-12 millimetri, ossia uno spazio vuoto non coperto da parquet, per consentire il ritiro o la dilazione del legno ed evitare che, nel tempo, si deformi o si imbarchi. Ad appartamento finito, il giunto non è mai visibile, perché viene coperto dal battiscopa. Può capitare, anche se con papà succede di rado, che a ridosso del battiscopa si arrivi un po’ corti con l’ultima doga. Per coprire i buchi, e in generale eventuali imperfezioni della partitura o della manodopera, si applica uno stucco dello stesso colore del parquet appena posato.</p>
<p>Questo appartamento consta di 150 metri quadri calpestabili. 20 metri quadri sono di balcone, dove mi ritrovo adesso, perché oggi ho già osservato tutto quello che c’è da osservare, ho imparato tutto quello che c’è da imparare. Il balcone dà sulla ferrovia, fra Milano Porta Romana e Milano Tibaldi: siamo proprio al centro di un enorme cantiere dove sta nascendo un nuovo complesso residenziale. Ho origliato una discussione fra un ingegnere e un geometra: è previsto che costruiscano cinque palazzine. Una l’hanno già tirata su. È quella in cui ci troviamo io e papà. Un’altra è ridotta a scheletro di cemento armato. Le restanti sono ancora ferme a cumuli di terra e ampi spazi vuoti, proprio qui, sotto ai miei occhi.</p>
<p>Alle quattro, la giornata di lavoro è finita. Bisogna raccogliere i cartoni vuoti dei pacchi di legno. Ma per quelli ci vuole poco: durante la giornata, ogni volta che un pacco finisce, papà apre il cartone e, insieme alla plastica che lo ricopriva, lo getta in un punto dove non deve posare. A fine lavoro, la pila è pronta per essere raccolta. Poi si devono recuperare i pezzi di legno scartati e abbandonati, spazzare e raccogliere la segatura, portar via i barattoli di colla vuoti. Bisogna sempre lasciare il posto pulito e in ordine. Domani, papà tornerà a finire il lavoro.</p>
<p>Sul furgone, mentre guida verso casa, sembra contento. Guidare a fine giornata, per papà, è rilassante. E a volte accende la radio. Spesso però arrivano delle telefonate di lavoro, e lui risponde in vivavoce o con gli auricolari. Quando parla con i clienti è calmo, preciso, di buon umore. Se deve segnarsi un appuntamento sul calendario, ancora una volta, come accade tutte le mattine, si ricorda di aver lasciato l’agenda nel vano portaoggetti. Si allunga, la prende, ma non smette di guidare. Me la mette sulle gambe, io la stringo con le mani. Al telefono risponde sì, certo, la settimana prossima va bene, oppure domani ho un buco verso le tre. Ma non mi chiede mai di segnare qualcosa. Non l’ho mai visto fermarsi con le quattro frecce per parlare al telefono.</p>
<p>Sono le sei di sera. Papà si è fatto la doccia, poi si è seduto sulla sedia, in salotto, e si è addormentato. Io invece sono pieno di energie.</p>
<p>“Papà, andiamo a giocare?”</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>“Papà, dormi?”</p>
<p>“Va bene” dice lui, con un tono un po’ impastato, “sono sveglio. Non sto dormendo. Vai a metterti la giacca.”</p>
<p>In cortile, prova a parare i miei tiri. I suoi movimenti sono lenti, macchinosi. Quando fa un piccolo scatto per recuperare il pallone, fatica a sollevare i piedi da terra. E quando si rialza da sotto una siepe con il pallone in mano, riesce a malapena a tenersi dritto.</p>
<p>Dopo cena, papà siede alla scrivania, davanti al computer. Mette ancora gli occhiali. Risponde alle mail di lavoro. Sistema le fatture.</p>
<p>Io, invece, vado a letto. Per me, si è fatto tardi.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Contro l&#8217;eccesso di lavoro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/11/contro-leccesso-di-lavoro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Feb 2025 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Muriano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[ozio]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[tempo di lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Muriano</strong> <br /> C’è oggi una consapevolezza strisciante che riguarda l’eccesso di lavoro in circolazione, e viene dalla pandemia e dallo smart working: sempre più persone, con argomenti diversi e sensibilità non comunicabili, stanno misurando con la loro pelle il potenziale affettivo-effettivo del tempo libero]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Daniele Muriano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-111424" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/Contro-leccesso-di-lavoro-immagine-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/Contro-leccesso-di-lavoro-immagine-300x240.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/Contro-leccesso-di-lavoro-immagine-1024x819.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/Contro-leccesso-di-lavoro-immagine-768x614.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/Contro-leccesso-di-lavoro-immagine-150x120.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/Contro-leccesso-di-lavoro-immagine-696x557.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/Contro-leccesso-di-lavoro-immagine-1068x854.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/Contro-leccesso-di-lavoro-immagine-525x420.jpg 525w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/Contro-leccesso-di-lavoro-immagine.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>C’è oggi una consapevolezza strisciante che riguarda l’eccesso di lavoro in circolazione, e viene dalla pandemia e dallo smart working: sempre più persone, con argomenti diversi e sensibilità non comunicabili, stanno misurando con la loro pelle il potenziale affettivo-effettivo del tempo libero (pur nella consapevolezza che il tempo libero è una truffa, come sosteneva Adorno: è una truffa, perché è il pallido riflesso del tempo lavorativo, e meglio di Adorno lo sa la signora Emma che lavora in cassa nel supermercato di una famosissima catena, vicino casa mia, a Milano sud, che mi racconta di lavorare 12 ore in un giorno, più pausa pranzo, ed eventuale straordinario; per poi restare a casa il giorno successivo, che serve semplicemente a riprendersi dalla fatica, per poi ripartire l’indomani con le 12 ore, e così via). Lo smart working, si diceva. Sì, perché la consapevolezza è spirata da questa <em>innovazione</em>. Che all’inizio il Capitale ha abbracciato con gioia e bacetti sulle guance, perché si trattava in fondo di colonizzare l’ambiente domestico ancor di più, di compenetrare intimità e senso del dovere, con enormi speranze produttive. Ma è esattamente attraverso lo smart working che molte persone hanno avuto modo di pesare il “tempo libero” in senso pratico e non solo fantasioso, risparmiando ore di vita prima impiegate sui mezzi pubblici affollati o in treni sonnacchiosi. Non è un caso che dopo l’iniziale benedizione, lo smart working si stia riducendo (laddove non è produttivo per l’azienda, dove insomma non serve per risparmiare sul costo delle strutture e dei luoghi di lavoro); Elon Musk, per dirne uno a caso, ritiene lo smart working alla stregua di un vizio, se non serve al datore di lavoro: un problema morale. È il caso emblematico di un “re della telematica” contro le innovazioni della telematica.</p>
<p>La consapevolezza strisciante a cui alludevo, dove si comincia a usmare collettivamente una certa libertà, o al contrario una certa oppressione (se lo smart working diventa totalizzante e occupa addirittura più tempo e spazio interiore del lavoro in ufficio, e questo è il rovescio della stessa medaglia), è circostanza fortuita che andrebbe cavalcata. Ma esiste la sinistra? Esiste una politica che non sia confermativa?</p>
<p>Per il gusto di essere antipatico, quando entro nell’orbita di chi – da sinistra – ha digerito male Marx, io dico che a Marx preferisco il di lui genero, Paul Lafargue: autore dell’Elogio dell’ozio, bestemmiatore del “dogma del lavoro”, andrebbe riletto per contaminare un certo entusiasmo sregolato che da sinistra si imprime al lavoro <em>di per sé</em> – non quanto ai sacrosanti diritti dei lavoratori. Il marito di Laura Marx, Paul Lafargue, è anche padre (a)spirituale di molto pensiero novecentesco contro il lavoro: individua nella passione per il <em>lavoro in sé</em> (indipendentemente dagli scopi, dai desideri di ciascuno) una spinta verso gigantesche miserie sociali e individuali.</p>
<p>Certo, il rivoluzionario Lafargue poggiava i piedi nell’Ottocento, all’ombra nascente della seconda rivoluzione industriale, e parlava da un mondo dove il lavoro era ben altra cosa: eppure quegli argomenti parlano anche al nostro mondo sorridente e un sacco <em>smart</em>. Perché mai?</p>
<p>Non è difficile rendersi conto che, in questo nuovo vecchio secolo, l’eccesso di lavoro è un pericolo per le democrazie, e non solo un’aberrazione sotto i più immaginabili punti di vista. Che le democrazie siano gravemente ammalate, qualunque cosa si intenda con questo, è sotto gli occhi di tutti. Anche sotto quelli di chi nega – con argomenti a volte comprensibili – che viviamo effettivamente in regimi democratici.</p>
<p>La questione è semplice, inizialmente. Il mondo è sempre più complesso, sempre più incomprensibile, dice l’esperienza comune. Perché il mondo è fatto in larga parte di informazioni: certo, esiste il mondo pratico e vitale come l’universo affettivo (per chi può permetterselo), e ci sono un sacco di cose che possiamo toccare. Ma il resto è informazione. A quanto pare noi viviamo in tempi di infodemia, parola recente almeno quanto il problema che vorrebbe designare (anche se a volte quelli che la utilizzano sono <em>il</em> problema). Dobbiamo sapere troppe cose, perché dobbiamo vagliare troppe informazioni. Siamo cretini? No, non siamo cretini. Ma abbiamo poco tempo. Pochissimo tempo. Il sistema mediatico ne approfitta. E propone un’offerta disegnata per chi ha poco tempo, per chi non può verificare il valore di verità delle affermazioni più surrettizie, delle cretinate circolanti. E cosa si fa? Si beve tutto, o si sorseggia timidamente il drink delle informazioni. E poi? Si vota. O non si vota. Ma il risultato non cambia, pare.</p>
<p>A queste condizioni, noi cittadini di un mondo che non si comprende, è possibile organizzarsi per cambiare le cose? Dal basso. Ma in che modo? Proteste d’antan, ingenuità strutturale, violenza senza capo né coda, boicottaggi inutili, dichiarazioni di rabbia – cosa possiamo fare? Poco o niente. Non c’è tempo per sapere. Non c’è tempo per informare. Non c’è tempo.</p>
<p><em>Partito del tempo</em> dovrebbe chiamarsi l’unico partito senz’altro di sinistra e sinceramente democratico. È da lì che è necessario partire. Ma metto da parte la boutade, o almeno ci provo.</p>
<p>Quasi sempre, parlando con la “gente che lavora” di ciò che succede nel mondo (dalla guerra in Ucraina al conflitto israelo-palestinese, ma anche Cina, India, o Nordafrica), non appena si scende un po’ di profondità culturale, arriva la protesta: “Ma io come faccio a sapere di queste cose? Non ho tempo. Devo lavorare, non posso sapere chi sono i cinesi, o gli israeliani, o gli ucraini, o gli egiziani, a mala pena so chi sono gli italiani”. Vale lo stesso per i meccanismi fondamentali dell’economia, per la conoscenza minima di un periodo storico, e per la cultura politica necessaria a organizzare un eventuale dissenso. Di fronte alla complessità del mondo, e alla complessità dell’informazione che fa il mondo, il lavoratore medio è esautorato. Dalla democrazia. Va bene, può ancora votare, ma è un elettore vuoto (o pieno degli omogeneizzati politici e culturali che sono diventati gli articoli o i contenuti giornalistici, la gran parte di essi – il cosiddetto <em>mainstream</em>, in opposizione a una galassia di controinformazione dove non ci si può orientare di fretta, senza prendere abbagli). Per essere un elettore pieno, sazio di informazioni, il cittadino ha bisogno di tempo, molto tempo. Il Partito del tempo, certo, e sono ricaduto nella boutade.</p>
<p>Ovviamente suona ridicolo, ne sono consapevole. Ma non perché sia ridicolo. L’etica del lavoro-per-il lavoro ha reso ridicolo il tempo libero da intendersi come ozio, e lo ha venduto a chi pagava peggio, lo ha sterilizzato politicamente. Per questo pretenderlo, e in modo più che serio, è diventato ridicolo. È da ridere perciò anche la proposta politica più sensata: un reddito universale<em> democratico</em>.</p>
<p>Se regali ai cittadini più tempo, non è detto che mangino brioche. Cioè non è sicuro che il tempo mancante per essere compiutamente cittadini (la pancia piena di informazioni) venga riempito proprio da tutti in maniera virtuosa. Ciascuno con il tempo fa ciò che vuole. Come ciascuno del sistema sanitario nazionale fa ciò che vuole. Non è mica obbligato a curarsi. Non deve far prevenzione per forza, o per legge. Usa il welfare in generale come può – vale a dire come vuole.</p>
<p>Un reddito universale<em> democratico</em> è una forma di welfare, e un’assicurazione contro la deriva apolitica della politica. Fornire a chi lo richiede, indistintamente, senza precondizioni, il minimo indispensabile per la sopravvivenza, è cosa vecchia, ultra detta e marginalmente sperimentata. L’hanno sviluppata teoricamente in tanti, e non bisogna leggere obbligatoriamente con amore André Gorz o abbracciare entusiasti Smircek e Williams e il loro accelerazionismo (di sinistra), per andare in brodo di giuggiole. Basta un pizzico di immaginazione.</p>
<p>Tra l’altro, la proposta di un reddito universale (anche se non concepito come <em>democratico</em>), non è una prerogativa di gente terrificante e brutta, anti-capitalista, che ha per incubo il neoliberismo. Hanno sposato la causa di un reddito di base per tutti anche economisti neoliberali – sebbene in alternativa al welfare, quindi molto male anzi malissimo. Ora non c’è tempo o spazio qui per fare la storia di questa proposta, né per discuterne la fattibilità futura. Che esiste. Il punto è un altro, ragionevolmente.</p>
<p>È in questione l’orizzonte, c’entrano le stelle verso le quali orientarsi nella notte. Si condivide l’approccio? È vero che il disorientamento politico ha molto da spartire con la scarsa capacità di comprendere il mondo? Che la complessità del mondo (ovvero delle sue informazioni) chiede più tempo che in passato? Se non si accetta la verità contenuta in queste domande retoriche, si hanno speranze di carriera e di affermazione individuale. Evviva, auguri. Quando si condivide invece la necessità politica di un Partito del tempo, allora bisogna uscire dallo scherzo, e pensare seriamente.</p>
<p>La maggior parte dei critici del lavoro muove guerra al capitalismo, e al neoliberismo. Ed è sensato, legittimo. Ma la maggior parte dei cittadini non sa nemmeno cosa sia il neoliberismo, e “capitalismo” viene letta come una parola d’ordine per iniziati alla marginalità politica. Invece, la democrazia sanno tutti cos’è. Certamente, magari in tanti non ne riconoscono le cadute, o non sanno definirla precisamente (ma chi ne è capace davvero senza contraddirsi per un attimo?)</p>
<p>Che la democrazia richieda tempo, è uno slogan semplice. Che essere compiutamente cittadini chieda tempo, è altrettanto semplice da capire. La democrazia è anche il tempo, senza il quale semplicemente scompare.</p>
<p>I cittadini che ricevano un reddito universale<em> democratico</em> (il minimo per sopravvivere), e che possano quindi scegliere quanto tempo dedicare al lavoro piuttosto che lavorare per quasi tutto il loro tempo da svegli, potranno svegliarsi alla politica. Se lo vorranno. E comunque avranno tempo per capire, per situarsi. È la storia di cittadini che diventano cittadini. E questo è il minimo dei prezzi, se è vero che la democrazia ha un costo.</p>
<p>Non affronto in questa limitata sede gli effetti che una misura simile avrebbe sul sistema economico e sul mondo del lavoro. Quanto alla fattibilità in un futuro non troppo lontano, è evidente che i maggiori ostacoli risiedano in una certa densità culturale, animata forse qui e là da residui teologici. Ricordo inoltre che ci troviamo nel territorio dell’imprevedibile. L’intelligenza artificiale è tra noi; fino a dieci anni fa nulla di ciò che sta accadendo in questo campo era prevedibile esattamente. Il futuro è politicamente nero come la notte, sì: soprattutto perché non ci sono stelle verso le quali orientarsi. E allora costruiamole, ciascuno nel proprio possibile. Questa è una di quelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le precarie e i precari dell&#8217;università in piazza il 29 novembre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2024 00:38:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[comunicato stampa]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[riforma Resta-Bernini]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero]]></category>
		<category><![CDATA[Università di Pisa]]></category>
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					<description><![CDATA[[Ricevo dall&#8217;amica Chiara Portesine e molto volentieri pubblico  il comunicato stampa dell&#8217;Assemblea Precaria dell&#8217;Università di Pisa.] Comunicato stampa 29 Novembre Contro tagli e precarietà, blocchiamo l&#8217;Università! – L&#8217;Assemblea Precaria Universitaria di Pisa scende in piazza contro la Riforma Resta-Bernini e i Tagli al FFO.  Come lavoratorə della ricerca precariə di Università di Pisa, Scuola Superiore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Ricevo dall&#8217;amica Chiara Portesine e molto volentieri pubblico  il comunicato stampa dell&#8217;Assemblea Precaria dell&#8217;Università di Pisa.]</p>
<p><strong>Comunicato stampa 29 Novembre</strong></p>
<p><strong>Contro tagli e precarietà, blocchiamo l&#8217;Università! – L&#8217;Assemblea Precaria Universitaria di Pisa scende in piazza contro la Riforma Resta-Bernini e i Tagli al FFO. </strong></p>
<p>Come lavoratorə della ricerca precariə di Università di Pisa, Scuola Superiore Sant&#8217;Anna e Scuola Normale Superiore ci siamo riunitə in assemblea per protestare insieme contro i tagli al FFO e la riforma Resta-Bernini del preruolo universitario (ovvero del precariato) e per partecipare allo sciopero generale del 29 novembre.</p>
<p>Le nostre rivendicazioni sono chiare: da un lato, i tagli al FFO costringono gli atenei italiani a fare i conti con risorse ridotte, mettendo a rischio la sostenibilità economica e sociale delle attività di ricerca e formazione; dall&#8217;altro, la riforma del pre-ruolo penalizza soprattutto lə lavoratorə più vulnerabili, puntando a istituire contratti ancora più precari. Questo, nell&#8217;ottica di consentire alle università italiane di rimanere a galla nei prossimi tempi di magra, a scapito e con forte umiliazione delle categorie professionali che &#8211; pur già vessate &#8211; rappresentano le strutture portanti sulle quali principalmente si basa l&#8217;intero sistema dell&#8217;università pubblica in Italia, con l&#8217;effetto di impoverirlo ancora di più.</p>
<p>&#8220;Abbiamo sentito l&#8217;esigenza di riunirci, riflettere sulle ripercussioni della riforma sulle nostre vite, sulla qualità del nostro lavoro e soprattutto sull’impatto che questa può avere a livello socio-economico sul sistema Italia. Ci siamo confrontati sulle modalità della mobilitazione e abbiamo scelto di renderci visibili e proporre azioni collettive affinché la nostra voce possa risuonare in maniera più forte, facendoci spazio anche all&#8217;interno dei nostri dipartimenti, cercando l&#8217;alleanza con il personale strutturato, il personale tecnico-amministrativo, il personale esternalizzato, la componente studentesca e mettendoci in rete con le Assemblee precarie simili alla nostra nate in tante altre città. La nostra ricerca è un lavoro, vogliamo che venga trattata come tale&#8221; dichiara unə partecipante all&#8217;Assemblea.</p>
<p>Il 29 Novembre aderiremo allo sciopero e parteciperemo al Corteo cittadino convocato alle 10 in Piazza XX Settembre, riunitə insieme dietro a uno striscione che è un grido collettivo: &#8220;Contro tagli e precarietà, blocchiamo l&#8217;università!&#8221;, per ribadire come le politiche del MUR mettano a rischio il futuro del sistema accademico.</p>
<p>Lə manifestanti precariə daranno voce alla propria protesta con una serie di interventi in merito alla riforma del precariato Resta-Bernini. Dottorandə, borsistə, assegnistə, RTD-A e Tempi Determinati in generale rappresentano le figure che più hanno a che fare con la materialità del fare ricerca e sulle quali si scaricano i tagli ai finanziamenti, in una correlazione causa-effetto tra gli stessi tagli al FFO e la loro progressiva precarizzazione. Invece di aumentare il numero di posti di lavoro con contratti a tempo indeterminato, vengono banditi assegni e borse perché costano di meno. La riforma prevede nuove forme di contratto ancora più brevi, con salari ancora più bassi e ancora una volta non sottoposti alla contrattazione collettiva. Ad esempio, l&#8217;istituzione delle “borse di assistenza alla ricerca” porterebbe sempre meno tutele e diritti e verrebbe meno l&#8217;indennità di disoccupazione, conquistata solo (recentemente) nel 2017 per gli assegni e titolari di borse di dottorato.</p>
<p>&#8220;Abbiamo in media più di 30 anni, lavoriamo 10-12 ore al giorno, con contratti che hanno una durata massima di 3 anni, spesso che si rinnovano annualmente. Su ciascunə di noi pende una condanna: una data di scadenza, quasi fossimo dei prodotti deperibili. I nostri contratti cambiano da finanziamento a finanziamento, da un&#8217;università all&#8217;altra e da un dipartimento all&#8217;altro. Non siamo sottopostə a una contrattazione collettiva e questo ci impedisce di iscriverci a un sindacato, non abbiamo ferie, malattia o maternità, non abbiamo accesso ad assicurazioni sanitarie, ai fondi pensione e veniamo obbligatə a iscriverci alla gestione separata dell’INPS come parasubordinati per farci versare dei miseri contributi. Al contempo, siamo esenti dal pagamento dell&#8217;IRPEF, che ci tiene fuori dall&#8217;accesso a una serie di detrazioni e diritti. Tutto ciò ha un impatto negativo sulle nostre vite personali e sul piano emotivo, oltre che sulla nostra resa lavorativa. Ci viene richiesta costanza nel performare la nostra eccellenza, in un ambiente spesso altamente competitivo, dove non c’è spazio per crisi esistenziali o mostrare cenni di ansia e depressione, cadendo spesso nella trappola di sentirci comunque privilegiatə a fare un lavoro che ci piace&#8221;. Sono queste le parole di un altrə partecipante all&#8217;Assemblea Precaria, che continua &#8220;Vogliamo finanziamenti congrui e stabili che permettano la nostra assunzione come personale strutturato, con contratti veri, sottoposti alla CCNL, per garantirci una vita dignitosa&#8221;.</p>
<p>Nella pagina Instagram dell&#8217;Assemblea Precaria di Pisa (@assembleaprecariapisa) e in <a href="https://drive.google.com/drive/folders/157LI04YOfWIiuOnKqTWussuGksOLVROP?fbclid=IwY2xjawG0L59leHRuA2FlbQIxMAABHZc6YzRfNzqIfUHmAyYNnx5pmMPhisECBlWlweGHSxZe5c7q4KiRskvjEw_aem_Paj73YLam_VOkxsPBxrcMQ">una cartella Drive condivisa</a> nei giorni precedenti allo sciopero abbiamo fatto circolare materiali e documenti per organizzare la protesta. Tra le iniziative, un vademecum come invito a scioperare per il personale strutturato e non, un modello di mail di adesione allo sciopero, da impostare come messaggio di risposta automatica nella giornata del 29 novembre, dei volantini da appendere presso uffici e dipartimenti per sensibilizzare alle ragioni dello sciopero, dei cartelli da portare con sé durante la manifestazione.</p>
<p>Ma l&#8217;Assemblea guarda anche al post 29 Novembre: &#8220;La nostra mobilitazione non si ferma. Stiamo programmando momenti d&#8217;incontro e sensibilizzazione a livello pubblico. Abbiamo bisogno di tutto il supporto delle nostre comunità accademiche e della cittadinanza intera. Dobbiamo creare coscienza collettiva intorno a questi temi, affinché sia chiaro che se noi &#8220;spariamo&#8221;, gli effetti della nostra scomparsa avranno un impatto sulle vite di tuttə. Per questo dobbiamo renderci visibili, attivare degli spazi di partecipazione pubblica al di là dei momenti organizzati a livello nazionale&#8221; riporta un altrə membrə, dell&#8217;Assemblea precaria, che conclude &#8220;questa mobilitazione non riguarda solo il nostro personale futuro. L’Italia deve poter continuare a giocare un ruolo come Paese capace di produrre conoscenza e innovazione nell’università pubblica. Non possiamo accettare che il nostro sistema universitario venga impoverito a scapito della qualità della ricerca, della formazione e della giustizia sociale&#8221;.</p>
<p>Unitə, scioperiamo e scendiamo in piazza il 29 Novembre!</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Skei razza Piave</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/07/27/skei-razza-piave/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jul 2023 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Rodda]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[razza piave]]></category>
		<category><![CDATA[Skei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fabio Rodda</strong> <br />
La catena fa sglang, sglang, sglang. Comincia con una sirena, un rumore aspro che risuona troppo a lungo nel capannone ancora silenzioso. Poi, si accendono gli ingranaggi ed è sglang, sglang, sglang che non smette più. Sglang, il colpo della pressa sulle lamiere: passano, sfilano sui rulli e arrivano alla postazione di Martino.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-104063" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero.png" alt="" width="850" height="586" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero.png 850w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-300x207.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-768x529.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-150x103.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-218x150.png 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-696x480.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-609x420.png 609w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 850px) 100vw, 850px" /></p>
<p>di<strong> Fabio Rodda</strong></p>
<p>La catena fa <em>sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em>. Comincia con una sirena, un rumore aspro che risuona troppo a lungo nel capannone ancora silenzioso. Poi, si accendono gli ingranaggi ed è <em>sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em> che non smette più. <em>Sglang</em>, il colpo della pressa sulle lamiere: passano, sfilano sui rulli e arrivano alla postazione di Martino. Lui è quello che riempie di poliuretano espanso le due lamine di alluminio lisce e affamate di polimeri uretanici. Un <em>fssshshhhhhh</em> di getto che scivola tra i profili di estratto di bauxite ed ecco la schiena del frigo che arriva chez nous. Io e Manuel ci saltiamo sopra, i trapani ad aria compressa già caldi ben stretti in mano. Comincia la gara: due viti, un getto di colla calda ed ecco che si incastrano le pareti laterali. Giù dalla schiena e si gira attorno al bestione, a destra lui, a sinistra io in senso antiorario e <em>ziuuff</em>, <em>ziuuff</em>, <em>ziuuuuffff</em>: l’aria pressata spinge il rotore delle nostre pistole e la punta a croce stupra la testa dell’inserto di fissaggio fino a cacciarlo nella lamiera riempita di reticolato termoindurente. Venti minuti per finire lo scheletro. Al massimo. Natalino è lì che prende i tempi, segnerà in tabella la media: noi siamo la prima postazione dalla catena di produzione, noi siamo importanti, noi diamo il ritmo. E <em>ziuuff</em>, <em>ziuufff</em>, <em>ziuuuuuuuffff</em>: «quella non voleva entrare, la troia».</p>
<p><em>Ziuff</em>, <em>ziuff</em>, <em>ziuufffff</em> e, ormai quasi dimenticato, soverchiato dagli sbuffi d’aria compressa, dallo stridore della ferraglia, dalle bestemmie della linea, lo <em>sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em> della pressa. La postazione punitiva. Ci mandano quelli a cui vogliono far passare la voglia: otto ore a tirar su e giù lamiere e abbassare il maglio da una tonnellata per farti capire qual è il tuo posto nel mondo: spazzatura eri, sei e rimarrai.</p>
<p>Ultimo balletto attorno al frigo industriale di cui già si intuisce la forma. Dobbiamo controllare che non ci siano buchi, fissaggi imperfetti, così poi il bestione potrà andare in qualche supermercato di merda a buttar freddo nelle sale enormi per vendere carne e pesce e verdura, potrà dare il suo contributo allo spreco energetico, aiutare ancora un po’ questo mondo marcito ad andarsene a puttane.</p>
<p><em>Sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em> torna in primo piano, adesso che i trapani tacciono addormentati nella fondina legata al fianco. La tuta blu, il marchio bianco sul petto, vicino al cuore. Le scarpe antinfortunistiche con bande fluorescenti, che se finisci sotto qualche quintale di ferraglia in magazzino senza che nessuno se ne accorga, prima o poi le scarpe si vedranno e raccatteranno la poltiglia che eri tu. Finirai sul giornale: incidente fatale sul lavoro. Non operaio morto. Incidente. Il fatale, poi, è conseguenza ultima ma dell’incidente, mica colpa di qualcuno, magari della fabbrica. Magari di un padrone. <em>Sglang</em> <em>sglang</em> <em>sglang</em>, già tre mastodonti agganciati con le catene, sollevati a un metro da terra e spinti avanti in linea. Cibien, dalla postazione subito dopo la nostra, mi guarda torvo.</p>
<p>Una sirena troppo forte squarcia il ritmo della fabbrica: dieci minuti di pausa obbligata. Tutti fuori per far arieggiare il capannone. Nel cortile fa freddo, me ne sto appoggiato al muro e fumo la solita stizza nevrotica coi postumi della birra che salgono fino alla gola. Passa Martino, gli occhi rossi: si è separato dalla compagna un anno fa. La stronza non gli fa vedere la figlia più di una volta al mese. Perché non è un buon padre. Perché beve troppo. Domani è il compleanno della ragazzina: «la me ha domandà la tuta dell’Adidas per regalo. Ma la costa novanta euro. Mi ne ciape mili e doe al mese e ne passo ottocento per il mantenimento. Fae come? No li ho sti schei».</p>
<p>Martino, ingobbito nella sua vergogna, mi guarda di sotto in su, mentre il cielo denso e pesante sembra volerci avvolgere nel grigio di una metà mattina metallica: «te li presto io».</p>
<p>«No, vecio, grazie ma no pode. Non posso», scuote la testa l’orgoglio sprecato di Martino. Una vita come tante da ‘ste parti, fregata dalle ombre – sempre troppe e mai gustate, buttate giù in fretta per calmare qualcosa che preme appena dietro ai polmoni, sempre lì e ogni mattina, da sempre –, da sua moglie, che chissà perché aveva immaginato una vita da Instagram e non la faticaccia banale di una valle chiusa e triste; dalla fabbrica.</p>
<p>«Non è un problema, Martino. Non pago affitto. Non ho alimenti da smenarmi. Non mi cambia. Me li darai quando puoi».</p>
<p>Gli occhi tetri di un disonore antico – figlio del senso del peccato, della colpa di esser vivi e di non essere un ingranaggio perfetto e oliato come gli altri, la colpa di esser poveri di cui occorre vergognarsi, ce lo dice lo smartphone – annuiscono e spariscono.</p>
<p>Cibien fuma camminando in cerchio fra le tre panchine del cortiletto. Fa così tutte le mattine, per tutti i dieci minuti di pausa. Sono ventitré anni che è qui dentro. Non è più nemmeno un fantasma. Nessuno sa qual è il suo nome. Il cognome è Cibien. Lui è solo Cibien, per tutti.</p>
<p>Da qui si intravedono gli uffici, i colletti bianchi con le ridicole camicie a maniche corte seduti davanti ai computer che decidono quante ore lavoreremo, quanto ci pagheranno, quanta produzione dovremo fare. Dietro, montagne segate da cumuli di nubi quasi nere. Cibien mi passa davanti rientrando. Lo guardo. Lui si ferma, gli occhi sempre bassi: «oggi non più de dodese».</p>
<p>«Dodici? Lo sai che Natalino mi farà il culo, vero? Ne vuole diciotto a fine giornata». Cibien alza due fosse vuote a fissarmi disperato: «dodese. No ghe la fae pi».</p>
<p>«Va bene. Ok, Cibien, come dici tu».</p>
<p>Rientro e torno in postazione. Manuel mi guarda con aria interrogativa. La risposta ai suoi dubbi gli fa crollare le braccia come corpo senza vita: «Setu mat?»</p>
<p>«Cibien ha detto dodici».</p>
<p>«Cazzo me ciavelo di cosa ha detto Cibien?»</p>
<p>«Coglione, son sei mesi che lavori qua. Cibien ventitrè anni. Si fa quanto dice lui».</p>
<p>«Ma, Natalino al ne coperà; ci farà il culo».</p>
<p>«Natalino si faccia ammazzare».</p>
<p><em>Ziuff</em>… <em>ziuff</em>… <em>ziuff</em>: i trapani girano più lenti. <em>Sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em>: il mucchio di lamiere farcite alle nostre spalle già cresce. A fine giornata sarà una pila da un metro e mezzo e non serviranno i conti dei colletti bianchi o il cronometro di Natalino per capire che siamo andati lenti. Troppo lenti. Due terzi della produzione dovuta. Domani mattina Natalino mi spaccherà.</p>
<p>«Dio Cristo, lo sai che doman ci mandano in pressa, vero? Almeno na settimana non ce la leva nessuno».</p>
<p>«Lo so, Manuel. Lo so».</p>
<p><em>Sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em> senza tregua, senza fiato, senza pietà.</p>
<p><em>Ziuff</em>… <em>ziuff</em>… <em>ziuff</em>. Con calma, con respiro.</p>
<p>Salto dentro il frigo, ci scrivo un porco da far tremare i campanili e sotto disegno il mio nome gigante. Cibien coprirà il tutto coi tubi di raffreddamento e la lamiera della seconda coibentazione. Li firmo sempre tutti i miei pezzi: mi piace pensare che un giorno un manutentore Coop o Esselunga aprirà un bestione che non funziona più e ci leggerà la mia signature alta mezzo metro. E, se era una giornata storta, anche un bel bestemmione a caratteri cubitali, che si sappia che ‘sto frigo è stato prodotto qua, sotto i monti. Frigo razza Piave.</p>
<p><em>Ziuff</em>… <em>ziuff</em>… <em>ziuff</em>, ancora un po’ più piano. Manuel scuote la testa. Io guardo la pressa e già so dove starò settimana prossima. Cibien si volta e accenna una smorfia che può somigliare a un sorriso.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Due colloqui</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/06/08/due-colloqui/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jun 2023 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
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		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<category><![CDATA[Yàdad de Guerre]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Yàdad de Guerre </strong> <br />Mi chiedo quanto sia difficile uscire dai processi interpersonali di manipolazione nel mondo della competizione capitalistica, quanto triste sia non vedere facilmente alternative, sottrarsi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">Una testimonianza reale di quel che accade, oggi, nel mondo del lavoro. Dell&#8217;incertezza, dello sfruttamento, della competizione capitalistica, della tristezza</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">di <strong>Yàdad de Guerre</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">Qualcosa si rivelava già nel logo in bianco e nero della società – un logo prelevato dalla rete senza rispettare le banali regole del copyleft – ma ho avuto bisogno di tre giorni per mettere a fuoco il senso di spaesamento davanti al cattivo gusto, alla sovrapposizione di forme e livelli in mancanza di prospettive, al drago stilizzato e bidimensionale imprigionato dentro uno stemma reale e tridimensionale, tre giorni per restituirmi un’intuizione. Ho inviato ovunque il mio curriculum vitae, che resta in piedi senza una traccia dei lutti riconquistati con straordinaria fatica, ovunque presentato la mia candidatura nel panico e nell’urgenza, rimasto senza soldi né certezze dopo un anno e mezzo di ferocità ho accettato qualsiasi proposta; in quel momento respiravo dicendo: vada via l’inquietudine davanti al kitsch regale, il drago e lo stemma, si prendano tutto ciò che mi rimane per due spicci e un genuino sorriso, buongiorno dunque, io sono Yàdad e mi trovo qui per il lavoro di brand testimonial.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">Al contrario di altri colloqui, dove ho ingurgitato le mie contraddizioni tentando di soffocarmi il più possibile, questo è andato piuttosto liscio; mi è stato risparmiato l’armamentario patetico per la giustificazione e la cementificazione di retribuzioni ridicole oppure per la tenuta di parole utili a non sentire il rumore del tacito accordo per cui, guardi, è solamente sopravvivenza il bisogno di un’occupazione qualsiasi o l’accettazione dello sfruttamento spacciata per eroica qualità o la mancanza di difesa davanti allo squilibrio di potere indiscutibile, insormontabile. Non ho dovuto fingermi illuminato dalle banalità intorno al concetto di resilienza, come pure è accaduto durante un altro colloquio per lo stesso lavoro: sono tutt’orecchie, recruiter, mi dica di più sul punto di rottura e sulla capacità di resistere agli urti, che vuole che ne sappia io, dopotutto sono soltanto un orfano omosessuale nato e cresciuto in una disgraziata provincia del sud di questo paese fascio-borghese, venuto su da una famiglia comunista della working class uccisa a colpi di cancro e alcool, mi dica di più sulla resilienza, su questa dote da dover acquisire per una migliore performance e un più grosso profitto, per il capovolgimento della vita e della morte, per il fallimento che non conosce l’alleluia.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">È andato tutto liscio, dicevo, nonostante il poster gigante di una bestia selvatica alle spalle della recruiter, ero a mio agio mentre lei mi parlava in un gergo che tentavo di afferrare velocemente, per qualche minuto mi ha descritto la realtà aziendale mentre io cercavo di figurarmi come funzionasse quella rete di società a responsabilità limitata e di talenti misteriosi che, dal nulla ma con caparbietà e spirito di sacrificio, erano divenuti team leader, manager, CEO. Il futuro disegnato per me dalla recruiter era proprio quello: partire dal basso per salire più su, fino alla cima, grazie a una formazione continua, finendo magari, nella migliore delle ipotesi, ad avere una società tutta mia, a gestire persone con «etica e meritocrazia» – due parole che avrebbero dovuto farmi brillare gli occhi e che, invece, hanno agevolato un attacco di panico. Se la recruiter parlava con meraviglia di quel mondo chiuso fatto di persone giovani, io avevo il batticuore e mi chiedevo che cosa ci facessi lì: non ho mai voluto avere sottoposti, mai pensato di gestire una società, ho solo un bisogno urgente di soldi per campare. L’idea di poter rifiutare la carriera aziendale mi ha calmato e ancorato al presente.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">È davvero andato tutto liscio? Al termine di quel colloquio conoscitivo, mi è stato detto che avrebbero valutato la mia candidatura e che avrei ricevuto comunque un feedback; qualora tutto fosse andato bene, avrei dovuto sostenere un secondo colloquio, durante il quale avremmo discusso il lavoro da fare, la struttura della rete aziendale e, ovviamente, la retribuzione. Secondo le esplicitate intenzioni della recruiter, il processo di selezione, di norma più lungo, si sarebbe potuto terminare anche con quel secondo colloquio, a patto di trovare una persona straordinaria da inserire nelle squadre già formate. «Un’utopia – mi ha detto – ma possibile, io ci spero, può accadere, è accaduto, accadrà ancora, vediamo se c’è una persona giusta tra quelle selezionate per questi colloqui, chissà, magari sei proprio tu. Sai, di fronte alla straordinarietà, c’è poco da fare se non chiudere il secondo incontro direttamente con un contratto di lavoro». Le sue intenzioni erano descritte quasi in una forma di sogno, realizzabili con la testarda determinazione e un colpo di fortuna: avrebbe significato tanto per l’impresa investire sulla persona giusta, crescere insieme, espandersi verso il radioso futuro.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">Il giorno seguente sono stato chiamato per il secondo colloquio, che si è aperto così come si era chiuso l&#8217;altro, in modo circolare, cioè con il desiderio espresso di trovarsi davanti a qualcuno fuori dall’ordinario, qualcuno cui sottoporre un contratto nell’immediato, quasi sull’onda dell’entusiasmo. Di fatto, il lavoro era quello di dialogatore per alcune organizzazioni non governative, spesso indicate semplicemente come «brand»; una sorta di gavetta utile a sporcarsi le mani prima della scalata verso il successo interno all’azienda, da compiersi al ritmo di diverse parole chiave: formazione, determinazione, ambizione, team work, molta etica, completa meritocrazia, divertimento e coesione sociale (erano previsti viaggi premio in hotel a cinque stelle in località esclusive e cerimonie da oscar per festeggiare le migliori risorse e facilitare il networking). Mi si prospettava una crescita lavorativa inarrestabile che sarebbe entrata nella sfera intima e personale, per modellarmi a tutto tondo, una crescita totalizzante fondata sull’infinita formazione data da corsi ad hoc e scambi relazionali di livello: non soltanto avrei migliorato la vita di migliaia di persone attraverso la richiesta di sottoscrizioni in giro per la capitale, non soltanto mi sarei arricchito a partire da questo, ma avrei anche avuto la possibilità di conoscere tutti i segreti di una realtà aziendale fino a impregnarne il mio quotidiano, fino a fare di me una persona realizzata, in grado di rapportarmi con chiunque nel più efficace dei modi. Per qualche minuto, ho temuto che la recruiter mi chiedesse del mio percorso di psicoterapia, per poi suggerirmi di abbandonarlo in nome dell’azienda, perché, tanto, ci sarebbe stato il lavoro con loro a darmi tutti gli strumenti del benessere psicologico, a livello individuale e interpersonale, addirittura senza pagare alcuno ma, anzi, essendo pagato io stesso.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">L’unica figura che non mi è stato prospettato di poter scalzare è stata quella del CEO, la divinità a capo dell’azienda madre, chiamata «provider», da cui ogni srl o srls discende e dentro cui risiedono giustizia, equità e controllo: per esempio – mi ha chiarito la recruiter – qualora il nostro manager impazzisse e decidesse di scappare col bottino, il provider subentrerebbe a risollevare le sorti della società allo sbando; oppure, qualora ci fosse una scalata al successo repentina, il provider controllerebbe la correttezza del percorso, valuterebbe gli effettivi meriti e ristabilirebbe l’ordine in caso di favoritismi. D’altronde – spiegava la recruiter – il CEO aveva percorso tutte le tappe della scalata altrove, da zero e senza un euro, e via via accumulato un sapere non riducibile alle sole competenze lavorative, si era librato; insoddisfatto delle storture del mondo, era giunto a voler condividere la sua trascendenza fondando una rete aziendale sinceramente meritocratica, votata, sì, a qualche, necessaria, incursione nel profitto, ma soprattutto alle cause umanitarie e alla formazione di persone più giovani, che avrebbero ricevuto concrete possibilità di realizzazione a tutto tondo. Più volte, la recruiter mi ha sottolineato la fortuna di trovarmi proprio lì, in quel momento, con una possibile svolta davanti a me: il nostro manager, infatti, era stato formato direttamente dal CEO e io sarei potuto essere a un grado di separazione, si fa per dire, da quella peculiare forma di buddità del buon capitalismo, ereditando per osmosi una veloce elevazione. Insomma, se fossi stato abbastanza all’altezza, avrei dovuto metterci solo determinazione e ambizione.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">Dal canto mio, lo ammetto, non ho avuto la prontezza di porre alla recruiter domande del tipo: ma se, in caso di controversie, fa tutto il provider, allora a che cosa servono i tribunali lì fuori, nel mondo reale? Non ci ho pensato, in quel momento: più la recruiter proseguiva nell’esposizione, più avevo dubbi sulla sostanza di cui è fatto il mondo esterno, che di certo non è la stessa dei sogni. Nonostante lei mi avesse invitato a domandare e intervenire, io ero concentrato a metabolizzare il funzionamento del gruppo aziendale e delle sue reti, volevo afferrare quel futuro per soppesarlo e capire quanto ci potessi sopravvivere dentro, al netto dei viaggi premio e delle cerimonie da oscar, cose che mi imbarazzava anche solo immaginare. Non ho battuto ciglio nemmeno davanti alla retribuzione di settecentocinquanta euro al mese per un lavoro parasubordinato a tempo pieno, un «minimo garantito» che era, in verità, una soglia da dover raggiungere attraverso le provvigioni date dalle vendite (cioè dalle sottoscrizioni per le ONG). Settecentocinquanta euro di obiettivo minimo, ma non garantibile, che mi sarebbe stato corrisposto dalla società quasi in forma di donazione per beneficienza, persino nel caso di un suo non raggiungimento, perché «noi vogliamo investire sulle nostre risorse». Amabile sino a quel momento, intorno al compenso la recruiter si era velata di durezza e aveva puntualizzato che, insomma, i guadagni extra ci sarebbero stati solo dopo la soglia minima; che, per raggiungere l’obiettivo, non potevo mancare a nessun «evento», lavorando tutti i giorni per tante ore e infinito entusiasmo; che io avevo, sì, la libertà di scegliere come e quando presentarmi a lavoro – mi avrebbe proposto un co.co.co. – ma che la soglia minima si raggiungeva, ed eventualmente superava, dando una disponibilità di sei giorni su sette, per l’intera giornata e riversando il massimo della concentrazione. Di certo, in sintesi, non si raggiungeva con le pause sigaretta. Sotto sotto, ho avvertito una minaccia nascosta dietro quel «minimo garantito» e quella volontà di investire su di me: forse quei settecentocinquanta euro, utili a pagarmi l’affitto e tre o quattro spese al supermercato, non erano davvero miei ed erano più un prestito sui generis.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">Come ultimo atto del secondo colloquio, la recruiter mi ha chiesto di rispondere a un questionario scritto, mi ha dato il tempo di compilarlo in tranquillità, è tornata quando le ho fatto un cenno, ha letto le mie nove righe, si è mostrata sorpresa, mi ha guardato negli occhi ed esclamato che non ci sono dubbi, sarei stato perfetto per loro e sarebbe stato un onore allungarmi il contratto, ero io la persona che cercava. Con calma, mentre pensavo che, ohibò, sono quella persona straordinaria di cui mi ha parlato più volte, le ho domandato del tempo per pensarci meglio, il tempo di un fine settimana. Lei sembrava aspettarselo, ha subito fissato un appuntamento per il lunedì successivo e mi ha assicurato di voler sospendere la selezione finché non le avessi dato io una risposta. La stessa sera, dunque, le ho chiesto una bozza del contratto, negata la mattina successiva per via di accordi di riservatezza con i «brand». Contemporaneamente, su LinkedIn spuntava l’annuncio di lavoro della società per fare da brand testimonial.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Bookman Old Style, serif;"><span style="font-size: medium;">Durante il weekend, dopo svariate letture, sono riuscito a mettere a fuoco quel che mi aveva inquietato durante i colloqui, fuori dal processo di selezione, dalla storia incredibile della straordinarietà, qualcosa che avevo intravisto nel logo, in quel drago bidimensionale dentro uno stemma tridimensionale, qualcosa che aveva a che fare con la struttura chiusa dell’azienda, fatte salve le collaborazioni con i «brand». E mi è tornato alla mente il funzionamento di Forza Nuova, su cui ho lavorato in perdita per anni, e il suo sistema gerarchico e piramidale che poggia sulla militanza di giovani persone: i livelli di segretezza, l’afflato mistico, la suddivisione in aree di competenza, la nomina dei capi a livello locale e nazionale, la formazione infinita, la manipolazione e il raggiro. Da giorni mi chiedo quanta differenza ci sia tra il neofascismo imprenditoriale di Forza Nuova e questo buon capitalismo pacchiano fondato sullo sfruttamento, quanti e quali collegamenti ci siano rispetto a tutto un immaginario eroico di chi ce l&#8217;ha fatta, un immaginario plasmato su loghi e nomi altisonanti, su lodi al sacrificio, all&#8217;ambizione e alla determinazione, su un afflato verticale verso il potere che, irraggiungibile, viene cantato come egualitario, alla portata di chiunque e da chiunque voluto. Mi chiedo quanto sia difficile uscire dai processi interpersonali di manipolazione nel mondo della competizione capitalistica, quanto triste sia non vedere facilmente alternative, sottrarsi. Non ci saranno mie risposte, temo: per sopravvivere, ho smesso di scrivere.</span></span></p>
</div>
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		<title>Miraggio di quiescenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 06:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[ageismo]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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		<category><![CDATA[paola ivaldi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paola Ivaldi</strong>
<br />
Tutto sommato, crepare prima della pensione sarà molto meglio per tutti, e sotto certi tragici aspetti potrebbe giungere a rappresentare il male minore]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image alignnone size-large is-resized wp-image-100217 size-full is-style-default"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-100289" width="768" height="576" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/IMG_5086.jpg 2000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Testo e foto di <strong>Paola Ivaldi<br /></strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><em>“Le varie protesi tecniche di cui oggi ci avvaliamo, come lo smartphone ad esempio, sono innestate su sistemi viventi, noi, caratterizzati da un tempo biologico, non tecnologico, che ha impiegato milioni di anni a farsi. Questa accelerazione lo scardina ignorando i bioritmi che non cessano certo di esistere e ciò produce un malessere a volte fisiologico, più spesso e di sicuro esistenziale, caratterizzato da un senso di perdita, di fuga del tempo così ben rappresentato già dalle clessidre nelle Vanitas seicentesche.”<br /></em>        </p><p>Luisa Fantinel, <em>L’arte di morire (e di vivere) </em></p></blockquote>



<p style="font-size:20px">Io, dentro. L’impiegato del Caf che sta al di là del divisorio in plexiglas è giovane, molto più giovane di me. Questo ormai accade quasi sempre, è un dato di fatto, ma preferivo di gran lunga com’era prima, quando, oltre la scrivania o un qualsiasi bancone, sedevano una donna o un uomo invariabilmente più vecchi di me, con tutte le loro brave rughe e i fisici cedimenti strutturali più o meno goffamente dissimulati. Ne traevo io, nel constatare il <strong>distacco anagrafico</strong>, un qualche tipo di vaga rassicurazione: la loro avanzata maturità era sinonimo, ai miei occhi, di affidabilità.<br /><br />Ora non più. Anzi, mi scopro spesso quasi irritata dalla <strong>giovinezza del mio interlocutore</strong> e da quella che, forse a torto, non lo escludo, reputo una ostentata inesperienza delle cose della vita, da un atteggiamento a tratti spavaldo, che, come in questo caso, fa dire al giovane, con una punta di acidulo sarcasmo, quel tono professional-confidenziale: “Sa signora, ehm… non si illuda: è probabile che quando lei si avvicinerà alla pensione… mmh… insomma, che l’età venga ancora alzata, magari fino ad arrivare al… plateau dei settant’anni”. Nel pronunciare la parola plateau sul suo volto paffuto dal chiaro incarnato appare, per un attimo, qualcosa di simile a un ghigno.</p>



<h2>Una sorta di apnea</h2>



<p style="font-size:20px">Io, fuori. Respiro, accorgendomi che prima, mentre ero seduta nell’angusto ufficio, al di qua del divisorio in plexiglas, sulla cui superficie giacevano rinsecchite costellazioni di droplets, restavo talvolta in una sorta di apnea, innescata da un lieve attacco di ansia. Ora, fuori, io respiro e cerco di stare nel respiro, di <strong>calmarmi</strong>. Calma, respira, mi ripeto e mi ripeto mentalmente.<br /><br />Mentre, con estrema lentezza, apro il lucchetto della catena della bicicletta legata al palo, proprio lì all’uscita del Caf, dove mi ero recata per avere delucidazioni sulla mia contorsionistica posizione contributiva e sugli <strong>ipotetici scenari pensionistici</strong>, che già intuivo da panico, metto quindi a fuoco, con altrettanta lentezza, come girando con studiata maestria un obiettivo fotografico, che mi toccano in sorte, minimo minimo, altri due lustri di lavoro da dipendente pubblica.</p>



<h2>Quel plateau che spostano sempre</h2>



<p style="font-size:20px">E poi chissà, forse quando sarò lì lì per giungere alla meta, mi si dirà no no, adesso gambe in spalla, sali fino al plateau dei settanta, come ti era stato preannunciato dall’imberbe impiegato del Caf quella volta là, ricordi..? Il solo pensarlo mi fa venire voglia di cacciare un gigantesco roboante selvaggio urlo, espressione di pura rabbia, rabbia potente, magmatica, che in genere avvampa le budella e s’accompagna alla sgradevole constatazione di ritrovarsi vittima di un’inaudita irreparabile <strong>ingiustizia</strong>. Ma come? Negli ultimi decenni del secolo scorso c’era chi andava in pensione a quaranta, cinquant’anni? Mi ricordo nomi e cognomi. Gli stessi, magari, arrotondavano a fine mese, svolgendo sfacciatamente vari lavoretti in nero. Il <em>total black</em>, d’altronde, è l’<em>evergreen</em> del dolente Paese nostro.<br /><br />“Perché, vede, signora – mi si rivolgeva poc’anzi il giovane come si parla ai grandi vecchi, scandendo bene le parole mentre scrutava con sguardo concentrato il proprio monitor king size – lei per l’Inps non esiste per molti anni, e questo è un bel problema: c’è proprio come… come un buco prima che lei risulti.” Sì, lo so, caro giovanotto, che quello è il problema mio, comune a molti altri come me, il punto però è molto semplice: noi lavoravamo, nei lontani anni Novanta del XX secolo, anche se per l’Inps non esistevamo, <strong>noi abitavamo il buco, osceno e nero</strong>, e lì dentro ci davamo un gran daffare. <strong>Noi facevamo il buco, noi <em>eravamo</em> il buco</strong> e, sprofondati nella voragine inaudita, si veniva palesemente sfruttati pur nella sciagurata distrazione collettiva, perfino degli stessi genitori nostri.</p>



<h2>Precari senza saperlo</h2>



<p style="font-size:20px">Nel <strong>1992</strong>, quando mi laureai io, <strong>non esistevano ancora i precari</strong> come categoria sociale, non avevano un’identità di gruppo né, di conseguenza, un senso di appartenenza ad esso. Però io stavo per diventare una di loro. Eravamo già in tanti, ma non lo sapevamo e ci sentivamo soli. Nessuno si preoccupava di noi, giornalisti, opinionisti, partiti politici, sindacati: quando dico nessuno.<br /><br />In tutta franchezza, ammetto che la mia <strong>laurea</strong> in lettere moderne a indirizzo storico (reperto n. 1) non poteva rappresentare un boccone particolarmente appetibile per il mercato del lavoro che iniziava, proprio in quegli anni e soprattutto nei settori a cui io mi rivolgevo, <em>in primis</em> quello editoriale, a entrare in una crisi epocale di cui ancora non si aveva una chiara percezione.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100209" width="576" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-scaled.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-1-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 576px) 100vw, 576px" /><figcaption>reperto n. 1</figcaption></figure></div>



<p style="font-size:20px">Iniziai a capire molto presto quanto sia vero un concetto ricorrente nella manualistica dedicata alla <strong>ricerca di un impiego</strong>, ossia che cercare un lavoro è già di per sé un lavoro. Implica ferrea volontà, fiducia in sé stessi, ma soprattutto un metodo: individuare un target, inquadrare i propri obiettivi, scrivere un impeccabile curriculum e una bella lettera di accompagnamento studiata ad hoc, mirata ogni volta a un ben preciso destinatario (individuato telefonicamente, contattando i vari uffici del personale e/o delle relazioni esterne).<br /><br />E poi occorre dotarsi di una pazienza che nemmeno Giobbe: saper aspettare, telefonare, verificare che la lettera sia giunta a destinazione, cercare di capire, superando abilmente (quasi un percorso a ostacoli) <strong>i vari filtri delle segreterie</strong>, se ci sia una qualche possibilità di fissare almeno un incontro con la persona di interesse. Il tutto senza perdersi d’animo mai, nonostante quasi mai i risultati dell’impegno profuso siano anche solo lontanamente all’altezza delle aspettative. Così funzionava, trent’anni fa.</p>



<h2>L’umanità nella buca delle lettere</h2>



<p style="font-size:20px">Trent’anni fa, se non altro, persone in carne e ossa <strong>rispondevano ancora</strong>, ti dedicavano un minimo di attenzione, dimostrando un barlume di sensibilità, giungo a dire di u-ma-ni-tà; le segretarie afferravano un foglio dalla risma, lo infilavano leste nella macchina da scrivere, quasi sempre, ormai, elettrica, digitavano la formula di rito, sottoponevano alla firma del capo, affrancavano e mettevano in spedizione.<br /><br />Dalla <strong>buca delle lettere</strong>, immancabilmente, dopo qualche settimana, vedevo spuntare una busta, formato commerciale. Le ho conservate tutte, queste lettere ormai un po’ ingiallite (reperto n. 2)&nbsp; così simili a reliquie di un’epoca remota; ci sono affezionata, ricordo che nonostante ogni volta provassi un gran senso di delusione, per il diniego che veicolavano, mi confortava comunque l’idea che qualcuno si fosse preso il disturbo di dare riscontro, garbatamente, a una mia richiesta di lavoro.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100210" width="576" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-scaled.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-2-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 576px) 100vw, 576px" /><figcaption>reperto n. 2</figcaption></figure></div>



<p style="font-size:20px">Ne riporto alcuni stralci. Merita sottolineare la cortesia e la forma (spicca l’uso delle maiuscole per la terza persona singolare) che ancora contraddistinguevano questo tipo di comunicazioni.<br /><br />Lattes &amp; C. Editori: “<em>(…) spiacenti di comunicarLe che al momento non possiamo prendere in esame la Sua proposta. RingraziandoLa per averci interpellato La salutiamo distintamente</em>”.<br /><br />Loescher Editore: “<em>(…) spiacenti di informarLa che attualmente l’organico della nostra azienda è al completo e non prevediamo altre assunzioni a breve termine. Distinti saluti</em>”.<br /><br />Arnoldo Mondadori Editore: “<em>(…) spiacenti di non poterLe dare una risposta favorevole in quanto, attualmente, non sussistono necessità di personale con i requisiti in Suo possesso. Terremo comunque in evidenza il Suo nominativo (…). RingraziandoLa per l’interesse dimostrato nei nostri confronti, cogliamo l’occasione per porgerLe distinti saluti</em>”.<br /><br />UTET: “<em>(…) Purtroppo al momento non sussiste la possibilità di avvalerci della Sua esperienza e professionalità</em>”.</p>



<h2>E vennero le mail</h2>



<p style="font-size:20px">Le cose poi sono <strong>cambiate in fretta</strong>, molto in fretta. Un decennio o giù di lì. A cavallo tra i due secoli, quando, in un periodo di crisi lavorativa in cui mi venni a trovare, mi capitò di riaffacciarmi sul mercato del lavoro, inviando nuovamente proposte di collaborazione, magari in risposta ad annunci (reperto n. 3) che sempre più sporadicamente venivano pubblicati il giovedì sui quotidiani, le risposte non si materializzavano più nella buca delle lettere.<br /><br />Magari quelle stesse segretarie, che mi avevano gentilmente scritto in precedenza, erano invecchiate, più stanche, mal pagate e distratte, forse nel frattempo erano già andate in pensione e sostituite da giovani assunte a tempo determinato, da infelici impiegate interinali, oppure si iniziava a risparmiare sul personale, sulla carta e i francobolli. O magari, assai più semplicemente: <strong>non fregava più niente a nessuno</strong>.<br /><br />Qualcosa ha iniziato a <strong>incrinarsi</strong>. Di sicuro l’utilizzo della <strong>posta elettronica</strong>, che nel frattempo è diventato dilagante di fatto sostituendo i canali tradizionali di comunicazione, non ha aiutato la comunicazione, come la maggior parte di noi, erroneamente, si era illuso che potesse accadere. In molti abbiamo creduto, infatti, che la velocità e l’immediatezza fossero una buona cosa, che avrebbero potuto consentire rapporti più diretti, informali, in un certo senso più facili, più egualitari, <em>peer to peer</em>, si dice(va). Errore madornale, una delle innumerevoli illusioni digitali, quel mettere in rima la dematerializzazione con la semplificazione.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100211" width="576" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-scaled.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-3-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 576px) 100vw, 576px" /><figcaption>reperto n. 3</figcaption></figure></div>



<h2>L’anello debole</h2>



<p style="font-size:20px">Tra l’altro io, nel frattempo, ero comunque cresciuta, non vestivo più i panni della neolaureata inesperta, dunque il mio curriculum era diventato anche più corposo, occupando le sue belle due paginette. Eppure, niente da fare, tranne rari casi, <strong>non rispondevano più</strong> e questo, a ben vedere, era già un nitido, inequivocabile segnale di un graduale impoverimento innanzi tutto dei rapporti umani. Ecco, io so che la mancanza di una risposta può essere terribile: se tu scrivi e non vedi più materializzarsi nulla nella tua buca delle lettere, tu <strong>cessi di esistere</strong>. Lo stesso si può dire di una mail, oggidì. Uno zero, la mancanza di riscontro a un tuo atto comunicativo ti schiaccia nella nullità, apparente ma non per questo meno deprimente.<br /><br />Se non considero le prime piccole esperienze lavorative svolte da studentessa universitaria, magari sotto Natale, i miei primi incarichi professionali si sono concretizzati nella stesura di articoli, nella correzione di bozze, nell’editing. Ho provato in tutti i modi a mettere stabilmente piede in una casa editrice, a essere assunta in qualità di redattrice, ma niente da fare, sono sempre e solo rimasta una collaboratrice esterna, il che vuol dire, come amaramente considerava Bianciardi nei lontani anni Sessanta, starsene “(…) in terrazza quando tira vento e piove. Dentro le aziende è come in una camera calda, al peggio come dentro un gabinetto, maleodorante certo, ma riscaldato e riparato” (Luciano Bianciardi, <em>La vita agra</em>).<br /><br />Io ero, per di più<strong>, l’anello debole della catena</strong>, proprio quella che in genere si definisce “ultima ruota del carro”, perché in realtà non lavoravo direttamente, se non in un paio di occasioni, con le case editrici bensì con società di servizi editoriali che, fungendo da intermediarie, finivano inevitabilmente per sottopagarmi. I compensi erano quindi talmente bassi che alla fine, pur di trattenermi qualcosa in più in tasca per vivere autonomamente non ero nelle condizioni di versare i contributi previdenziali: i miei lavori venivano tutti immancabilmente camuffati da “<strong>collaborazioni occasionali</strong>”. Mi fregavo con le mie stesse mani, lo sapevo eccome, ma non avevo altra scelta. Per l’Inps, dunque, io allora non esistevo, stavo nel buco dove rimasi la bellezza di sette anni.</p>



<h2>Fuori dal buco</h2>



<p style="font-size:20px">Quando finalmente misi la testa fuori dal buco fu la volta delle cosiddette co.co.co.: collaborazioni coordinate e continuative, a cui seguì l’apertura della partita Iva. I miei <strong>committenti</strong> si andavano diversificando, avvicinandomi sempre di più al settore della Pubblica Amministrazione. Gli <strong>anni</strong> passavano, la mia passione per la scrittura mi portò inevitabilmente ad approcciarmi ai nuovi mezzi di comunicazione, i <em>new media</em>, facendomi infine approdare al <em>web writing</em>. Iniziavo a scrivere testi destinati alla pubblicazione non più cartacea, ma online: la mia principale sfera di interesse era soprattutto concentrata sulle enormi potenzialità della comunicazione via web nel settore pubblico, dunque l’informazione ai cittadini attraverso i siti istituzionali di cui gli Enti iniziavano allora timidamente a dotarsi.<br /><br />Fu con questo spirito che nel 2008, con un figlioletto di quattro anni, io che ormai avevo oltrepassato i quaranta, accarezzai l’idea, possedendone i requisiti, di partecipare a un <strong>concorso</strong> per la cosiddetta <strong>stabilizzazione</strong> dei precari indetto dall’Ente pubblico con cui collaboravo da tempo in qualità di consulente. Superai il concorso e fui assunta a tempo indeterminato.<br /><br />Presto ancora oggi servizio presso il medesimo Ente, ma sempre più spesso mi chiedo: fino a quando? Come farò a resistere per altri dieci anni se non di più? E, sia chiaro: non uso il verbo <em>resistere</em> per mancanza di buona volontà o perché io incarni il logoro luogo comune dell’impiegata pubblica fannullona. Dico resistere perché mi sto accorgendo, a volte mi assale per questo <strong>uno strano senso di spavento e di amarezza</strong>, che anziché essere cresciuta, professionalmente parlando, anziché vedere delinearsi qualche timida prospettiva di avanzamento, anziché rappresentare, anche solo a tratti, la figura dell’esperta, ebbene tutto quello che ho fatto per trent’anni sembra non avere peso specifico, non vale quasi più nulla, sul mercato, nel mio Ente, fra i colleghi. Questo stato d’animo, nel suo perdurare e consolidarsi, condanna chi ancora ambisca a lavorare con coscienza e con cura a una lenta, inesorabile mortificazione non disgiunta dalla muta consapevolezza che le cose non potranno che peggiorare.</p>



<h2>Il mestiere di comunicare</h2>



<p style="font-size:20px">Trent’anni fa comunicare significava: scrivere testi, correggere e curare parole che, nel loro insieme, producevano un contenuto, che veicolava a sua volta un messaggio o puntava a raggiungere un obiettivo. <strong>Lentezza</strong>… Adesso comunicare è: gestire immagini, maneggiare prodotti audiovisivi, essere social media manager, prendere spunto dagli influencer. Essere sul fantasmagorico pezzo, fare in fretta, più degli altri, arrivare sempre prima… <strong>Velocità</strong>.<br /><br />Fin dagli anni dell’università ho cercato di instaurare un <strong>dialogo</strong> con il personal computer, acquisendo quel minimo di autonomia operativa che mi potesse consentire dapprima di scrivere la mia tesi di laurea e poi, naturalmente, di lavorare. Ricordo i miei approcci con l’Ms-Dos (reperto n. 4a) e l’Html (reperto n. 4b), mi rivedo china sui manuali con l’entusiasmo dell’autodidatta che prova a camminare sulle proprie gambe, che insomma, sì, ce la mette tutta.<br /><br />Da allora ho tentato costantemente di <strong>migliorare</strong> le mie performance nell’ambito dell’Ict… altri manuali, nuovi corsi di formazione… ma ormai non mi si scolla più di dosso il presentimento di avvicinarmi all’invisibile capolinea dell’eterna dilettante e, nel ritrovarmi a chiedere sempre più spesso aiuto ai colleghi informatici che, bontà loro, mi spiegano, talvolta mi illuminano, ma che insomma hanno già le proprie rogne da sbrigare, e non possono farmi da balia asciutta, tocco con mano quanto i tempi stiano cambiando rapidamente, rendendo il luogo di lavoro un posto disumano e crudele dove rimango, sempre più spesso, impalata di fronte a problemi che hanno a che vedere con la <strong>tecnologia</strong>, a chiedermi come farò a continuare a lavorare in questo modo “artigianale”, sentendomi sempre ancora un’improvvisata, una che si arrabatta, che tanto, dai, c’è sempre Salvatore Aranzulla quasi fosse il telefono amico.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-2 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-768x1024.jpg" alt="" data-id="100212" data-full-url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-scaled.jpg" data-link="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=100212" class="wp-image-100212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-scaled.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4a-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="1920" height="2560" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-scaled.jpg" alt="" data-id="100213" class="wp-image-100213" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-scaled.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/reperto-n.-4b-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption">reperti n. 4a e n. 4b</figcaption></figure>



<h2>Un processo irreversibile</h2>



<p style="font-size:20px">È un processo irreversibile, i ruoli si stanno ribaltando: mano a mano che invecchi non rappresenti più un contenitore di sapere, quel distillato prezioso che scaturisce dall’esperienza che maturi lungo la tua traiettoria professionale. Lo si chiama know-how ed è un’araba fenice, è un concetto sempre più aleatorio, sensazione passeggera, si detiene per poco, il sapere, poi <strong>arriverà sempre qualcuno più giovane di te</strong>, pronto a spodestarti in un battibaleno.<br /><br />Ancora lì, fuori. La catena della bicicletta in mano, davanti al portoncino del Caf, ma adesso seduta sul sellino, penso e ripenso alle parole dell’impiegato, quando poco prima mi faceva notare che il mio, in fondo, non è un lavoro usurante. Mi domando: che cosa si intende, oggi, per lavoro usurante? <strong>L’usura può essere anche di tipo cognitivo o esistenziale</strong>. Non è affatto scontato che persone oltre i sessant’anni siano in grado di tenere il passo con i velocissimi mutamenti dei mezzi di comunicazione e delle procedure informatiche necessarie a una loro gestione che possa definirsi efficace ed efficiente.<br /><br />Non vorrei fare anche una considerazione di genere, perché rischio di ampliare troppo il perimetro delle mie perplessità, ma come si può non considerare che <strong>una lavoratrice over sessanta</strong> capita facilmente che si ritrovi a dover <strong>accudire</strong> uno o entrambi i <strong>genitori</strong>, i quali non è affatto scontato che possano permettersi di ricorrere a un servizio di assistenza (leggi: badante). Oltre a ciò, sempre la stessa lavoratrice può non riuscire, a sua volta per scarsità di mezzi, ad avvalersi dell’aiuto di una collaboratrice domestica e quindi doversi sobbarcare anche i lavori di casa. Non è questo un quadro, nel suo insieme, altamente usurante? Chi mi risponde?<br /><br />O dobbiamo scendere per forza in miniera, magari tornare in filanda, per vederci riconosciuto il <strong>diritto di dire basta</strong>, ho fatto la mia parte, adesso lasciatemi in pace, lasciatemi arenare offline in un anfratto di quiete, consentitemi, vi prego, di disconnettermi una volta per tutte, ignorando chiavette, cloud e upgrade, pin e QRcode, e dimenticando tutte, ma dico tutte, le credenziali indispensabili a lavorare, sbattendomene fino alla morte di non essere multitasking, non vergognandomene mai più, nemmeno per un solo preziosissimo istante.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-1024x803.jpg" alt="" class="wp-image-100249" width="768" height="602" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-1024x803.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-300x235.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-768x602.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-1536x1205.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-2048x1606.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-150x118.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-696x546.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-1068x838.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-1920x1506.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi1-535x420.jpg 535w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<h2>Desiderio di uscire</h2>



<p style="font-size:20px">Considerato che mi toccherà in sorte ancora un decennio o giù di lì di lavoro non posso che rimanere sgomenta dalla mancanza di prospettiva di crescita professionale, atterrita dal graduale svuotamento di significato e di valore della mia qualifica e dalla perdurante <strong>vaghezza</strong> del mio ruolo e delle mansioni che ne scaturiscono in maniera quasi del tutto estemporanea.<br /><br />Forse è per questo che quando mi concedo una pausa – che per i videoterminalisti come me sarebbe dettata per legge, ma della quale il più delle volte mi dimentico io per prima – e, alzatami dalla sedia, mi reco alla <strong>finestra</strong>, guardando al di là dei vetri, io osservo per qualche minuto il personale addetto alla manutenzione delle aree verdi dell’Ente, provando in cuore una puerile benevola invidia. Vedo questi uomini o queste donne che, vestiti in tuta, rastrellano meticolosi, ma senza un barlume d’affanno, le foglie secche intorno ai loro piedi, facendone mucchietti che successivamente saranno caricati sulle carriole e portati via. Nel guardarli, dunque, mi sorprendo a nutrire quasi un desiderio di demansionamento, vorrei aprire la finestra e gridare loro: facciamo cambio? Ne <strong>invidio l’attività manuale</strong>, all’aria aperta, a contatto con la <strong>natura</strong>, ne invidio, soprattutto, <strong>la distanza dal personal computer</strong>, e ne invidio perfino la tuta: infatti, mi sto accorgendo, ultimamente, che non sento più il piacere di cambiarmi d’abito per recarmi in ufficio, non ho più voglia di impegnarmi nemmeno nella scelta dei vestiti; dal momento che i giorni lavorativi sembrano tutti uguali vorrei scomparire anch’io dentro una anonima divisa che annullasse la mia identità professionale, la mia personalità, il mio genere. <strong>Solo un numero di matricola</strong>.</p>



<h2>Lo &#8220;spettacolo&#8221; della nostra vecchiaia</h2>



<p style="font-size:20px">Sarà un gran brutto spettacolo, diciamolo pure, la nostra <strong>senescenza</strong>: altro che anziani in loden e mocassini seduti sulle panchine, all’ombra carezzevole dei platani cittadini, a leggere il giornale appena acquistato in edicola; questo modello di vecchi sarà letteralmente spazzato via, insieme alle stesse edicole, rimpiazzato da un nuovo genere di orrendi umani ricoperti di tatuaggi scoloriti e collassati, ai piedi scarpe ibride prive di lacci, le dentature in uno stato pietoso perché impossibilitati a sostenere le spese di un qualsiasi dentista, nemmeno affidandosi al turismo dentale in Croazia.<br /><br />Chi, dunque, di grazia, raggiungerà <strong>il traguardo della quiescenza</strong>? A quale veneranda età? E in quali incresciose condizioni fisiche e mentali? Impiegati fino alla morte, in ufficio col catetere o il pannolone, se va bene, i più facoltosi accompagnati dalla badante fino alla scrivania, gli altri si perderanno per strada in preda ad attacchi acuti di amnesia o sprofondati in fitte nebbie mentali, li si accuserà di assenteismo, li si dimenticherà, verranno rimpiazzati, in un modo o nell’altro.<br /><br />Tutto sommato, <strong>crepare prima della pensione</strong> sarà molto meglio per tutti, e sotto certi tragici aspetti potrebbe giungere a rappresentare il male minore. Però, no, io vi imploro: non tirate fuori la tiritera dei dati e delle percentuali, e che è aumentata l’aspettativa di vita e quindi si deve alzare l’età pensionabile. Di quale vita parlate? E dove vivete, voi che ne ciarlate tanto, sfoggiando smilzi numerini che nulla, ma proprio nulla, dicono in termini di <em>qualità </em>di vita, di autonomia individuale, di efficienza e di mobilità, di capacità cognitive. L’aspettativa di vita (che, ribadisco, nulla dice della qualità di vita) viene usata come squallidissimo paravento di modernariato dietro al quale nascondere alla bell’e meglio mucchi di catene arrugginite.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-1024x1004.jpg" alt="" class="wp-image-100250" width="768" height="753" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-1024x1004.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-300x294.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-768x753.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-1536x1506.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-2048x2008.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-150x147.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-696x682.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-1068x1047.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-1920x1882.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/ivaldi2-428x420.jpg 428w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<h2>La tristezza di una generazione</h2>



<p style="font-size:20px">In conclusione, non ci rimane altra possibilità, per lenire almeno in parte il profondo disagio esistenziale legato alla nostra disastrata tarda mezza età consumata in quest’epoca oscura di transizione, che condividere tra di noi, sottovoce, quasi vergognandocene, le nostre incertezze e le paure, ammettendo la tentazione di iniziare a sussurrare “I would prefer not to” fino ad arrivare a urlarlo al mondo intero. Ad ogni buon conto, i più coraggiosi e i più folli, quelli che hanno saputo tenere accesa nel tempo, anche se al minimo, la fiammella della passione e della fantasia, come vecchi carbonari ancora invasati, a volte sfornano, nel corso di serate particolarmente deliranti, con lo sguardo un po’ stralunato di chi ne sa più degli altri, di chi ha capito tutto, dei loro farraginosi piani di fuga, <strong>exit strategy vagheggiate in vari formati</strong>: individuale, per nuclei famigliari o eventuali piccoli aggregati amicali. Sono i soliti bed &amp; breakfast in un qualche entroterra, l’ecovillaggio o il cohousing in collina oppure ancora l’immancabile chiosco di gelato artigianale in località esotiche mai ben precisate, ma sempre comunque al di là di un oceano.<br /><br />Ad ogni buon conto, quando ci si ritrova tra coetanei, gli eterni-giovani-ultracinquantenni così crepuscolari, i patetici gruppi di “forever young”, quelli che ancora si rivolgono fra di loro chiamandosi <em>raga</em> (come peraltro i loro stessi figli hanno smesso di fare già da un pezzo), ci si vorrebbe lasciar andare, <strong>appoggiare la testa sulla spalla del vicino</strong> per dare libero sfogo a quella lacrima silenziosa e solitaria, concedendole di scendere giù, lenta e dignitosa, a rigare il volto sciupato: concentrato, quella lacrima, della nostra <strong>tristezza generazionale</strong> così poco raccontata, scarsamente conosciuta, eppure così dura da masticare, ogni santo giorno, e comunque impossibile da ingoiare, che alla fine ti viene proprio voglia di sputarla fuori una volta per tutte, magari dritta in faccia a tutti quelli (e ci sono!) che ci hanno colpevolmente, deliberatamente o irresponsabilmente, ridotti in questo stato penoso.<br /><br />A volte, quando penso al futuro, alla vecchiaia che già riesco a intravedere o quanto meno a intuire, essendo io più vicina ai sessanta che ai cinquanta, ho paura più che del buio o del vuoto: di <strong>un buio completamente vuoto</strong>, svuotato di senso e di noi tutti che, qui e ora, soffriamo visceralmente per le nostre miserabili esistenze, soltanto all’apparenza insignificanti, noi che sogniamo un altrove senza sapere se sia un quando più che un dove.</p>
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		<title>Il lavoro negli scritti di Gadda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Feb 2019 06:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alba Coppola]]></category>
		<category><![CDATA[carlo emilio gadda]]></category>
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		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[Primo Levi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alba Coppola Il tema del lavoro è nodale nell’opera di Gadda, sì che, anche quando non sia l’argomento specifico, ma resti laterale o sottotraccia, il linguaggio che ad esso rimanda è pervasivo in tutti i suoi scritti, e si tratta di lavoro operaio, meccanico o artigianale, di lavoro contadino, di lavoro intellettuale, fin almeno dalla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alba Coppola</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-77697 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/olivetti.jpg" alt="" width="800" height="562" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/olivetti.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/olivetti-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/olivetti-768x540.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/olivetti-250x176.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/olivetti-200x141.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/olivetti-160x112.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Il tema del lavoro è nodale nell’opera di Gadda, sì che, anche quando non sia l’argomento specifico, ma resti laterale o sottotraccia, il linguaggio che ad esso rimanda è pervasivo in tutti i suoi scritti, e si tratta di lavoro operaio, meccanico o artigianale, di lavoro contadino, di lavoro intellettuale, fin almeno dalla <a href="https://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/essays/meditazione.php"><em>Meditazione milanese</em></a>, del 1928, nata intorno al tema della gnoseologia di Leibniz, in cui si afferma che, come il lavoro, anche il vivere è costruzione, giacché anche la vita è un macchinario, sia pure organico, e la natura umana è «ingegneristica».</p>
<p>In <em>Azoto</em>, uno fra i suoi numerosi articoli di argomento tecnico-scientifico usciti su rivista fra il 1921 e il 1956, e raccolti in volume postumi nel 1986, troviamo la contestazione a Rousseau circa la superiorità della natura primitiva non ancora depravata dall’uomo, e la convinzione che la disposizione a rendere il mondo artificiale è, ossimoricamente, il <em>naturale</em> dell’umanità e il più alto livello morale cui essa pervenga. Ogni sapere è insieme tecnico e creativo, frutto di disciplina e libertà, con l’auspicio, pertanto, con l’inevitabilità potrebbe dirsi, della confluenza nella letteratura dell’elemento scientifico-tecnologico e di quello umanistico, peraltro rarissima nella cultura italiana, e che consente pure a Gadda di superare il suo primo malessere per gli studi di ingegneria, intrapresi, ci racconta, per compiacere la madre, ma che trovano, così, definitiva e pacificata dimora nella sua coscienza come linguaggio e come sistema metaforico.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-77699 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cantiere-navale.jpg" alt="" width="800" height="551" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cantiere-navale.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cantiere-navale-300x207.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cantiere-navale-768x529.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cantiere-navale-250x172.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cantiere-navale-200x138.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cantiere-navale-160x110.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Tale sintesi fra scienza e saperi umanistici, già invocata da Galileo, è condivisa, fra i contemporanei italiani di Gadda, solo da Primo Levi e da Calvino. Per Gadda, in particolare, l’operaio, il contadino, lo scrittore costituiscono la loro opera secondo una legge che tuttavia ingloba la creatività, perché essi hanno di fronte e intorno innumerevoli strade possibili. Coerentemente, Gadda si presenta come “ingegner fantasia, con penisole e promontori nelle lettere, scienze, arti, varietà, con tumori politici ed annichilimenti dopo i pasti …”, nell’associazione fra razionalità e creatività, come si è detto, ma anche, va notato, con l’inserimento dell’elemento politico come malattia e di quello naturale come annientamento, sia pur temporaneo (“dopo i pasti”).</p>
<p>Artificiale come propriamente umano e costruzione dell’artificiale come caratteristica nobilitante dell’umanità al massimo grado, rimandano, per una suggestione che non mi pare di superficie, al Leopardi dell’<em>Elogio degli uccelli</em>, in cui gli abitanti dell’aria sono considerati gli esseri più vicini alla sensibilità umana “dacché è notevole come quel che appare ameno e leggiadro a noi sembra tale anche a loro; laddove gli altri animali, tranne forse quelli addomesticati e usi a vivere cogli uomini, nessuno o pochi valutano come noi l&#8217;amenità e la bellezza dei luoghi. E non c’è da maravigliarsi: perché non sono dilettati che dal naturale. Ora in queste cose, una grandissima parte di quel che noi chiamiamo naturale non lo è, anzi, è invece artificiale: come i campi lavorati, gli alberi e le altre piante coltivate e disposte in ordine, i fiumi, stretti fra certi argini […] e cose simili, che non hanno lo stato […] che avrebbero naturalmente. Cosicché l’immagine di ogni ambiente strutturato da qualunque civiltà, […] è artificiale e molto diversa da come sarebbe per natura. Dicono alcuni […] che la voce degli uccelli è più gentile e più dolce, e il canto più modulato, nelle parti nostre che in quelle dove gli uomini sono selvaggi e rozzi; e concludono che gli uccelli […] assorbono qualcosa della civiltà degli uomini [&#8230;]”.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-77700 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/fiat.jpg" alt="" width="800" height="591" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/fiat.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/fiat-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/fiat-768x567.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/fiat-250x185.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/fiat-200x148.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/fiat-160x118.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Con Primo Levi, poi, Gadda è il solo scrittore del Novecento italiano a non ritenere il lavoro alienazione e sofferenza, ma liberazione e scoperta, conduzione a razionalità di sé e del mondo, seppure per il solo Levi esso arrivi a offrire la possibilità di qualcosa che nella vita umana, e nella forma più certa, costante, duratura, possa dirsi felicità.</p>
<p>Ma seguiamo l’ulteriore speculazione sul lavoro dello scrittore milanese, ne <em>Le belle lettere e i contributi espressivi delle tecniche</em>, quinto dei saggi, scritti tra il ’27 e il ’57 e apparsi nel 1958 in un volume col titolo complessivo <em>I viaggi la morte</em>. Qui la letteratura è indicata quale eredità delle generazioni precedenti, che pertanto “travalica i confini della personalità e ci dà modo di pensare a una storia della poesia in senso collettivo”. Che non significa banalmente avere dietro di sé una tradizione, ma essere consustanzialmente dentro un patrimonio ideologico, metaforico e linguistico costituito nelle generazioni, l’unico che abbia valore, fino al punto che Gadda intende annullare i tratti individuali, separati, isolati, che gli appaiono ripugnanti, <em>lo schifoso io</em>, e forse privi di senso, in definitiva inesistenti. E perciò con la menzogna dell’io Gadda respinge anche il linguaggio consunto e retorico, per assumere non soltanto il vocabolario veritiero delle tecniche, ma anche quello dei dialetti, altro prodotto delle generazioni, e dunque contro l’imposizione fascista di una lingua unitaria, omologante, negatrice delle differenze, cioè del radicamento nella storia. In tal modo, la letteratura diviene un ambito di verità.</p>
<p>Come questo si traduce nella scrittura gaddiana è ben noto: nelle descrizioni numerose e accuratissime, scientifiche e iperrealistiche, nel linguaggio mescolato, nel pastichernello sguardo di Argo che il narratore pone sugli uomini, sull’ambiente, sugli oggetti, sugli eventi; nell’ambiguità, nel polimorfismo psicologico dei personaggi, nei misteri sempre irrisolti, nei bandoli di matasse cento volte in via di scioglimento, ma che continuano a mostrare nell’esistenza sempre nuovi garbugli. Lo scrittore è scienziato, ma anche filosofo. In lui si manifesta eminentemente un altro tratto costitutivo della natura umana, quello indagatore, come, metaforicamente, quello di un commissario, Ingravallo, cui nel suo ambiente, magari con qualche ironia dettata dall’inferiorità morale e intellettuale, è attribuito appunto un tratto da filosofo. E da indagatore e filosofo egli cerca, in un’opera mai finita, ma sempre stoicamente ripresa e portata avanti, di scomporre, analizzare e comprendere la combinazione degli elementi che costituiscono il pasticciaccio brutto del mondo. Certo, malgrado intuizioni corrette ed illuminazioni, malgrado lo scavo accurato, la cura, l’attenzione alla materia, la lunga esperienza, l’abilità, la passione, la dedizione inesausta, ne <em>La cognizione del dolore</em>, steso fra il 1938 e il 1941, come nel <em>Pasticciaccio</em>, concluso nel 1946, l’ultima mossa per lo scioglimento manca, fallisce. Ma il dovere era e resta lo stesso: per dirla, in qualche modo, con Galileo, ‘provare e riprovare’.</p>
<p><em>(</em><em>Questo articolo è in debito con Susanna Barsella, per la questione del lavoro e della lingua in Gadda e, per lo sguardo filosofico e indagatore di lui, con Mario Porro, che incrocia poi sul tema della coniugazione fra letteratura e scienza auspicata e attuata sia dal Gran Lombardo che da Primo Levi. Letto al “Festival internazionale di Filosofia, La Filosofia, il Castello e la Torre”, Ischia, settembre 2018</em><em>).</em></p>
<p><strong>Immagini tratte dall&#8217;Archivio storico Cgil nazionale</strong></p>
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		<title>Se il futuro del lavoro assomiglierà alla gig economy, siamo spacciati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Aug 2018 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[gig economy]]></category>
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		<category><![CDATA[riccardo staglianò]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Stiamo diventando “tutti più poveri”. È questo il sottotitolo di Lavoretti, l’ultimo libro (pubblicato da Einaudi a inizio 2018) di Riccardo Staglianò, giornalista del Venerdì di Repubblica, esperto di nuove tecnologie e, da diversi anni, molto attento alla loro relazione col mondo del lavoro. La sedicente sharing economy (economia della condivisione), foraggiata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-75269" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/lavoretti_7910.jpg" alt="" width="250" height="379" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/lavoretti_7910.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/lavoretti_7910-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/lavoretti_7910-200x303.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/lavoretti_7910-160x243.jpg 160w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></strong>Stiamo diventando “tutti più poveri”. È questo il sottotitolo di <em>Lavoretti</em>, l’ultimo libro (pubblicato da Einaudi a inizio 2018) di Riccardo Staglianò, giornalista del <em>Venerdì </em>di <em>Repubblica</em>, esperto di nuove tecnologie e, da diversi anni, molto attento alla loro relazione col mondo del lavoro. La sedicente <em>sharing economy</em> (economia della condivisione), foraggiata da piattaforme digitali e social media, elevata a mito e propaganda di vita negli anni dieci di questo secolo, altro non sarebbe che un sistema di redistribuzione di mansioni diminuite – “lavoretti” appunto – frantumate nel reddito, nella prestazione e nelle tutele. Un bel disastro, si direbbe, a scorrere i capitoli di questo saggio importante che ricostruisce le vicende dei protagonisti della storia, da Uber a Airbnb, passando per app e startup varie, alternandole ad analisi di lunga durata sulle ragioni economiche che dall’ultima parte del secolo scorso a oggi hanno determinato la situazione presente. Reportage, grido d’allarme, storia e riflessione, proposte concrete per uscire dall’imbroglio: è quanto troverete nell’opera. La conclusione (ultime pagine) può sembrare amara: “Non c’è più il futuro di una volta”. Ma Staglianò non rinuncia a sperare che un giorno la piattaforma comprenderà che il miglior lavoratore è il “lavoratore felice”. L’autore di <em>Lavoretti</em> ha accettato di conversare con noi intorno ai temi del libro. Di seguito le domande e le risposte.</p>
<p>Lavoretti<em> è un atto d’accusa contro il sonno della ragione, contro la narrazione ideologica della </em>gig economy<em> che mistifica e occulta la vera realtà di impieghi sottopagati, troppo fragili per garantire un presente dignitoso e un welfare futuro. Mi sembra, forse, il tuo libro più importante. Ha molti avversari, ma certo uno non ce l’ha: la tecnologia. Lo scrivi sin dal primo rigo, che non sei un nemico della tecnologia. Ma per chi ti conosce la precisazione è davvero superflua. Godi di un’autorevolezza che deriva da un percorso più che ventennale “al fianco” delle nuove tecnologie. Hai raccontato la modernità e continui a farlo. Ma il tono del racconto è mutato. Non c’è più ottimismo. Cosa è cambiato dalla biografia di Bill Gates alle piattaforme di Kalanick (il fondatore di Uber) &amp; Co.?</em></p>
<p>“Ti ringrazio, ma mi permetto di dissentire sulla conclusione: <strong>sono ancora fermamente convinto che possiamo pretendere un futuro migliore</strong>. Visto che la citi, anche la biografia di Gates era non autorizzata, critica, provava a mettere in guardia dall’eccessiva concentrazione di potere in una sola azienda. Kafka l’ha detto meglio di tutti: ‘Noi scrittori ci occupiamo del negativo’. Da allora lo scenario è cambiato. <strong>Quattro delle cinque compagnie con maggiore capitalizzazione di borsa al mondo sono tecnologiche: sono loro i nuovi padroni del capitalismo contemporaneo. Con l’aggravante, dal mio punto di vista, che hanno la pretesa di raccontarsi come un capitalismo diverso, dal volto umano, etico</strong> (dal <em>Think outside the box</em> di Apple al <em>Don’t be evil</em> di Google). E invece, se possibile, funzionano secondo modalità estrattive più inesorabili di quelle dei <em>robber barrons</em> del ’900. Per non dire del cinismo fiscale: con che faccia puoi affermare di voler rendere il mondo un posto migliore, il vero mantra della Silicon valley, quando poi escogiti scappatoie per pagare lo 0,0005 per cento di tasse in Irlanda? Per non dire di Uber, e del suo sventurato fondatore Kalanick, che senza alcun imbarazzo diceva che quando si ‘sarebbero liberati dell’altro tipo nell’auto’, l’autista, i prezzi sarebbero finalmente scesi al livello che auspicava”.</p>
<p><em>Ti cito: “Lavori contro lavoretti. L’importante è non confonderli e non trasformare, nella disattenzione generale e nell’ipnotico adescamento dello </em>storytelling<em>, i primi nei secondi. Perché sarebbe un grave errore”. È solo una delle tante pagine del libro che rivelano la volontà di smascherare la favola a cominciare dal suo grado zero, quello lessicale e letterale. Cominciamo dalle parole, dalle formule, dagli slogan. Cominciamo a chiamare le cose col loro nome. Non esiste alcuna “economia della condivisione”, sostieni. Chi inventa e possiede le piattaforme digitali che governano l’autista, l’affittacamere, il rater sui social, il fattorino di Amazon o Foodora è un datore di lavoro. Volendo: è proprio un padrone. E chi lavora per le piattaforme non è un “partner” ma un lavoratore, seppure non più dipendente. Ricominciare dalle parole non è irrilevante.. Penso a un vecchio slogan di molti anni fa, “diventa imprenditore di te stesso”, e a tutti i danni che ha fatto…</em></p>
<p>“Non potrei essere più d’accordo.<strong> Siamo di fronte a un sistematico sforzo di confondere, una cortina fumogena terminologica, soprattutto quando si parla di lavoro</strong>, che si rifugia nell’anglicismo facilissimamente traducibile per ammantare di modernità una regressione senza sosta sul versante dei diritti. Dal jobs act allo smart work gli esempi si sprecano. Una regoletta esperienziale ci dice ormai che quando battezzano in inglese qualcosa che riguarda il lavoro dobbiamo mettere mano al portafogli, per capire se non ce l’hanno già sfilato. Stando sul punto più specifico, nessuno si era spinto più oltre dei protagonisti della <em>gig economy</em> in questa mistificazione linguistica. Il laburista Frank Field, capo della commissione parlamentare di inchiesta britannica, ha parlato di <em>gibberish</em>, fuffa inintelligibile riferendosi ai capitolati che Uber propone ai suoi autisti. E i giudici degli Employment Tribunals di Londra che hanno decretato che gli stessi autisti erano lavoratori parasubordinati e non autonomi hanno smontato, prima di tutto, il linguaggio. Per finire, uno dei primi slogan usati da Airbnb si riferiva alla possibilità di ottenere un reddito supplementare, per arrotondare. <strong>Non otterremo mai risposte giuste se non cominciamo a porci le domande giuste. La prima delle quali è: perché, di colpo, abbiamo avuto bisogno di arrotondare?</strong> E questa toppa che ci propongono per tappare il buco nel medio periodo risolverà o peggiorerà il problema? Io temo che sia vera la seconda ipotesi”.</p>
<p><em>Ricostruisci, capitolo dopo capitolo, i “casi di studio” più eclatanti. Da Uber a Airbnb, da Foodora a Lyft o Mechanichal Turk, e ne cito solo alcuni. Piattaforme digitali che hanno rivoluzionato i lavori e le città, che governano il modo di lavorare e la sua valutazione e retribuzione, che fruttano miliardi a chi le possiede e non restituiscono quasi nulla alle comunità, agli Stati, perché la leva fiscale è spesso aggirata, impotente. Questi casi appartengono quasi tutti all’economia dei servizi, dove l’elemento ambiguo della “condivisione”, dove l’identità spuria tra consumatore-cliente-operatore-lavoratore è più manifesta. Mancano all’appello le manifatture, l’industria, e vorrei chiedertene la ragione. Nel terziario il connubio digitale + lavoretto può dare risultati devastanti. In altri settori più “ponderosi” (e con altri salari) cosa sta accadendo o potrebbe succedere? Penso a un operaio specializzato chimico o metalmeccanico e al suo incontro con l’algoritmo e la piattaforma. O in questo caso il problema riguarda più la robotica, di cui ti sei occupato in </em>Al posto tuo<em>, </em><em>il tuo libro precedente?</em></p>
<p>“Mi sembrava che l’aspetto più nuovo, e preoccupante, fosse quello dei servizi e dei lavori a maggior coefficiente intellettuale. Una volta se uno perdeva il posto in manifattura perché la tecnologia l’aveva reso superfluo quella maggiore produttività si trasformava in maggiore ricchezza e quella persona ritrovava occupazione nei nuovi servizi creati, magari meno faticosi e meglio pagati. Adesso però anche i servizi sono sempre più automatizzati. Rischiamo, presto, di non avere più salvezza. ‘E non c’è spiaggia dove nascondersi, e non c’è porto dove scampare’, come canta il poeta. <strong>E allora bisogna intervenire prima che sia troppo tardi. Che non significa, in un rigurgito neoluddista, prendere a mazzate le macchine. Ma governare il fenomeno, sul serio però</strong>. Nel libro precedente faccio due esempi alternativi. Da una parte Foxconn, la più grande produttrice di elettronica di consumo al mondo, che ha licenziato in un colpo solo 60 mila operai sostituendoli con robot. Dall’altra un’azienda che produce macchine di precisione nell’Alto Palatinato, in Germania, che, a forza di migliorare grazie alla tecnologia, non solo non ha licenziato nessuno ma ha addirittura alzato il salario ai suoi dipendenti”.</p>
<p>“Noi da che parte vogliamo andare? Perché<strong> se non facciamo niente la tecnologia farà il suo corso, sostituendo sempre più operai</strong>. Fino a un anno fa, basandosi sulle stime e la fiducia che la storia si ripeta sempre uguale a se stessa, l’economista del Mit Daron Acemoglu e quello della Boston University Pascual Restrepo erano stati piuttosto rassicuranti sul fatto che la sostituzione non sarebbe avvenuta. Pochi mesi fa, basandosi sui dati reali, hanno pubblicato <strong>un paper che si legge come un colossale marcia indietro perché dimostra come negli Stati uniti dal ’90 al 2007 670 mila operai siano stati fatti fuori dai robot e come anche il reddito medio degli altri si sia ridotto come diretta conseguenza di questa concorrenza robotica</strong>. Eppure, senza citare alcun dato a supporto, in Italia c’è ancora chi giura che questo è il punto di vista degli allarmisti e misoneisti. È tutto molto puerile”.</p>
<p><em>Leggendoti, si arriva quasi naturalmente alla conclusione che la società umana non sia in grado di sopportare l’economia dei lavoretti esattamente come l’ambiente non può tollerare oltre il cambiamento climatico. Si percepisce uno stupore di fondo, da parte tua. Come a dire: ma non vedete? Non vi rendete conto? La stupefazione che si prova a salire su un ghiacciaio delle Alpi per trovarlo senza neve è analoga alla meraviglia che sorge dinanzi alla storia di Mary Joy – l’autista di Lyft che accetta fino all’ultima corsa di </em>ride sharing<em>, lungo il tragitto verso l’ospedale dove partorirà – e a tutte le altre che racconti. Mentre raccoglievi il materiale, fino a che punto ti accorgevi del tasso di tossicità e incompatibilità con la vita? Quando ha iniziato a suonare il campanello dell’allarme rosso? C’è stato un caso specifico, una lettura, una vicenda?</em></p>
<p>“Mi viene in mente la memorabile definizione di Francis Scott Fitzgerald su come avvengono i crolli, ‘prima lentamente, poi di colpo’. Il mio mestiere è, essenzialmente, leggere, connettere i puntini, poi andare a vedere e scrivere. Quindi, <strong>a partire da circa sette anni fa, ho cominciato a pensare che gli straordinari gadget e servizi online che usavo rendevano inutili un discreto numero di persone che prima facevano quel lavoro</strong>. Poi, per una serie di servizi nella Silicon Valley, ho affittato un’auto col navigatore e mi sono reso conto che sono stato un giorno intero senza parlare con nessuno perché, rispetto a prima, il grosso di informazioni che mi servivano me le dava il Gps o il telefono connesso a internet. Infine ho letto due cose illuminanti: <em>Race Against the Machine</em>, l’ebook autopubblicato di due ricercatori del Mit, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee che dava l’allarme (poi stupefacentemente ammorbidito nell’<em>editio maior</em> del libro secondo uno schema non nuovo: incendiari prima, pompieri poi) e <em>You’re Not A Gadget Manifesto</em> di Jaron Lanier in cui il papà della realtà virtuale si impegnava in una fenomenale decostruzione della narrazione tecnologica. Un esempio per tutti: ‘Se non paghi per un prodotto, il prodotto sei tu’. Da lì poi un diluvio di articoli che hanno tematizzato il problema, convincendomi che forse avevo visto giusto”.</p>
<p><em>Ricordo un vecchio saggio: </em><a href="http://www.rassegna.it/articoli/netslaves-usa-4-milioni-di-precari-e-sottopagati-lavorano-nella-rete-il-lato-oscuro-di-interne"><strong>Netslaves</strong><em><strong>, dedicato agli schiavi della Rete</strong></em></a><em>. Uscì in Italia nel 2001. Raccontava i lavori sottopagati, usuranti, impersonali legati all’economia di internet. Quasi diciotto anni fa. Non possiamo dire che non eravamo stati avvertiti. E non abbiamo fatto nulla. Però se ci fermiamo alla cronaca, alla “next thing”, non ne verremo mai a capo. Non possiamo trascurare un quadro d’insieme che sia anche storico. Per questo, credo, il tuo libro alterna il reportage a capitoli dal respiro più lungo di analisi e riflessione sull’economia e la società. Sono le pagine dedicate alle grandi crisi mondiali che ci hanno modificati: il 1979, il 2000 e il 2008. Ne siamo usciti – questa la tua tesi &#8211; “finanziarizzati”, precarizzati, irretiti dal culto della gratuità, impoveriti, indeboliti nelle forme di organizzazione e lotta collettive, disposti ad accettare lavori e retribuzioni che le generazioni precedenti avrebbero rifiutato&#8230;</em></p>
<p>“Quanta nostalgia, il libro di Bill Lessard e Steve Baldwin fu pesantemente penalizzato da una copertina orrenda, rimasta inspiegabilmente inalterata nella versione italiana. Scherzi a parte, sì, i segni premonitori c’erano, ma prevaleva l’entusiasmo nei confronti della ‘cosa nuova’. Negli intermezzi storici provo a mettere in relazione tre snodi, tre momenti di crisi come maieutici della reazione che è avvenuta dopo. Come ha spiegato bene Naomi Klein in <em>Shock Doctrine</em>, <strong>non c’è niente peggio di un trauma per giustificarne altri di segno opposto</strong>. Così dopo gli shock petroliferi e il <em>peak</em> del consumismo post-bellico l’economia vira verso la finanza. Dopo l’esplosione della bolla della <em>new economy</em> si inventa il web 2.0, ovvero quello a basso costo perché il lavoro lo fanno gli utenti. Infine dopo la Grande recessione se ne vengono fuori con la cosiddetta <em>sharing economy</em>, dove non si monetizza più il cazzeggio (un lusso che non possiamo più permetterci) ma il lavoro vero e proprio, da espletare su piattaforme leggere, con pochi o punti costi fissi”.</p>
<p><em>Nelle pagine più toccanti del libro parli di tuo padre, rappresentante di una generazione perduta, se posso permettermi la definizione, sotto il profilo lavorativo: il posto fisso, lo stipendio adeguato, i contributi e infine una pensione che gli ha consentito di sostenere cure sanitarie per una malattia grave e difficile. Dal nostro futuro questa possibilità è già stata estromessa. Ma il presente è, e cito una tua definizione, la “perma-giovinezza”, dove bisogna farsi trovare sempre pronti per la prossima corsa. Il presente è – ci torno ancora – Mary Joy, la </em>ride sharer<em> di Chicago che partorisce nel suo ‘turno’. Come ne usciamo? In una pagina scrivi che bisogna “ritrovare la forza di farsi pagare”. Uscire dall’ideologia del gratis. Poi indichi altre soluzioni: politiche, fiscali (far pagare le tasse ai giganti dell’economia digitale), sindacali. Ma le soluzioni possono davvero essere nazionali? Non è tempo di fare un salto di livello anche nella risposta, di crescere a un piano sovranazionale nelle politiche, nelle istituzioni, nelle organizzazioni dei lavoratori? Visto che queste grandi aziende giocano nella Champions League della globalizzazione transnazionale, che senso ha ostinarsi a schierare oneste compagini di serie B destinate alla sconfitta?</em></p>
<p>“Il fatto che la battaglia sia dura non significa che non valga la pena combatterla. Dunque, sì: <strong>il livello principale è transnazionale a patto che ciò non funzioni come colossale alibi per le singole nazioni per non fare niente</strong>. La Gran Bretagna, con i suoi tribunali che sono intervenuti su Uber e a tutela di altri fattorini, sono un esempio lampante che più di qualcosa si può fare anche all’interno dei confini statuali. Lo stesso vale, sempre in quel Paese, per nuovi sindacati dal basso che hanno già ottenuto risultati ai quali i nostri sindacati confederali sono disabituati da anni. Ho fiducia nell’Europa. È Bruxelles ad aver eccepito ad Apple che non andava bene pagare un’aliquota omeopatica in Irlanda, multandola per 13 miliardi di euro. O a dire a Google che non può approfittarsi della sua posizione di monopolio. Però si può, e si deve, prendere delle contromisure anche a livello nazionale. Con Renzi la web tax era sbertucciata, con Gentiloni siamo diventati alfieri dell’idea presso le sedi comunitarie. E sì, il meno che si possa dire è che nei tre snodi che ripercorro, la sinistra sia stata debole, distratta, colpevolmente remissiva. La buona notizia è che, partendo da così in basso, può solo far meglio. Lo spero, almeno”.</p>
<p><em>Tutte le piattaforme che descrivi sono strumenti di governo dei servizi e di controllo del lavoro. Per non parlare dei braccialetti di Amazon, riguardo ai quali ti chiederei un commento. Ma la domanda è: non si può fare il contrario? Non si può usare la tecnologia anche per difendersi? Piattaforme e algoritmi non possono essere anche uno strumento di organizzazione, autotutela, liberazione, miglioramento delle condizioni di lavoro e produzione? Nel libro porti l’esempio dei software cooperativi, l’idea che i lavoratori possano possedere la piattaforma e non viceversa. Altre idee, ipotesi, suggestioni, utopie?</em></p>
<p>“Ci sono molti ottimi motivi per criticare Amazon, che non lesino nel libro precedente, tra i quali non includerei il braccialetto elettronico. Ha attirato così tante critiche bipartisan per il suo valore simbolico: <strong>il braccialetto è stato assimilato a delle manette elettroniche che spiavano il dipendente. Lo sdegno poteva già esserci per le pistole laser che usano da sempre e fanno le stesse cose del braccialetto</strong>, soltanto che uno deve tenerle in mano e non allacciarle al polso. A scanso di equivoci: è doveroso chiedere migliori condizioni di lavoro alla compagnia dell’uomo più ricco del mondo, ma è più utile concentrarsi sui bersagli giusti rispetto a quelli giornalisticamente più suggestivi. Per quanto riguarda gli usi alternativi delle piattaforme, certo che si possono fare. La piattaforma non è il Male in sé, sebbene incarni in maniera plastica un mercato quasi perfetto dove domanda e offerta si incontrano. La sua caratteristica speciosa è che<strong> i padroni delle piattaforme estraggono valore, il 25 per cento nel caso di Uber, da ogni transazione che avviene su di essa. E, per soprammercato, pagano solo una microscopica frazione di tasse su quanto guadagnano</strong>. Se gli introiti andassero tutti ai lavoratori sarebbe tutta un’altra cosa. Per onestà devo ammettere che, per il momento, anche gli esempi più avanzati di questa avanguardia (come la californiana <strong>Loconomics</strong>) sono piuttosto acerbi. Però niente vieta che migliorino e superino in efficienza le piattaforme più note”.</p>
<p><em>Protagonisti della </em>gig economy<em> e startup varie non mostrano troppa inclinazione a trattare bene chi lavora per loro. Conta anche l’aspetto generazionale e culturale. Questi imprenditori informatici sono nati dopo Reagan e Thatcher. Non mi stupisce, purtroppo, che abbiano una certa idea del lavoro. Eppure tu lanci un appello: trattare bene i lavoratori è utile alla stessa impresa. Ma credi davvero che qualcuno lo ascolterà? Non ti sembra che il neocapitalismo digitale soffra di una congenita irresponsabilità sociale che trova poi nella piattaforma, nell’algoritmo lo strumento per estrinsecarsi? Imporre condizioni di lavoro logoranti, retribuire poco la prestazione, non restituire nulla fiscalmente: sono sintomi gravi di immaturità e infantilismo, se non di misantropia. Mi viene in mente un bambino che tortura un animale domestico o perseguita il fratellino minore. Questo bambino diventerà mai adulto?</em></p>
<p>“Non lo sostengo io che convenga trattare bene i lavoratori. Henry Ford lo capi a metà del secolo scorso quando decise di raddoppiare – sì, avete capito bene – la paga oraria dei suoi operai. Non perché fosse un sincero democratico (non lo era), ma perché aveva capito che pagarli troppo poco aumentava pericolosamente il turnover, con i relativi costi economici per formare ogni volta i nuovi arrivati. La scommessa funzionò, dall’anno dopo l’emorragia si fermò e gli utili crebbero. A quanto pare i capitalismi odierni sono incapaci di questa minima lungimiranza. perché i cicli capitalistici si sono accorciati, da annuali/trimestrali sono diventati settimanali/giornalieri perché seguono l’andamento della Borsa”.</p>
<p>“Più di recente Zeynep Ton, nel suo <em>The Good Jobs Strategy</em>, spiega che pagare bene i dipendenti li rende più efficienti. In un paper di qualche anno fa Tito Boeri e Pietro Garibaldi ci spiegavano che nelle aziende con meno contratti a termine la produttività è più alta (purtroppo il loro contratto a tutele crescenti non è riuscito, sin qui, a battere la precarietà). Non so se, come tu sembri suggerire (“misantropia”), ci sia del dolo nel trattare male i dipendenti. Di certo c’è un cinismo inaccettabile, è forse un grado di ignoranza storica francamente sorprendente che non fa comprendere, ad esempio, ai due manager italiani di Foodora (uno laureato al Politecnico di Milano, l’altro alla Bocconi) il concetto di cottimo che, da un certo punto in poi, hanno di fatto imposto ai loro fattorini. Si limitano a ribattere: ‘Ma l’algoritmo dice che è altamente improbabile che non facciano almeno due corse all’ora, e con due corse all’ora guadagnano di più che con un pagamento orario’. Sarebbero usciti in strada, con la pioggia e il vento, facendo affidamento sulla generosità statistica del software per il pagamento? Io non credo. Ma per i loro dipendenti, che ovviamente chiamano <em>riders</em>, era perfettamente accettabile. <strong>Sarà una lunga lotta, culturale innanzitutto, per questo è importante iniziarla subito. Perché ora è solo un’avanguardia ma se il futuro del lavoro assomiglierà alla </strong><em><strong>gig economy</strong></em><strong> siamo spacciati</strong>. Tutti, non solo quelli che la praticano”.</p>
<p><em>(Articolo già pubblicato su <a href="http://www.rassegna.it/ra1-new.html?gobacktolive=http://www.rassegna.it/articoli/sharing-economy-sono-solo-lavoretti"><strong>rassegna.it</strong></a> il 26/2/2018)</em></p>
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