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	<title>Lello Voce &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Da &#8220;Fiore inverso&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jul 2016 05:00:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(È da poco uscito Il fiore inverso, ultimo lavoro &#8211; libro+cd &#8211; di Lello Voce e Frank Nemola. Pubblichiamo qui un estratto del saggio Per una poesia ben temperata, incluso nel libro, e una traccia audio.) &#160; di Lello Voce (&#8230;) Una delle ragioni per le quali la poesia ‘muta’ e gli integerrimi custodi della letteratura, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"><em>(È da poco uscito</em> <a href="http://www.squilibri.it/catalogo/interferenze/lello-voce-e-frank-nemola-il-fiore-inverso-2.html">Il fiore inverso</a>, <em>ultimo lavoro &#8211; <strong>libro+cd</strong> &#8211; di Lello Voce e Frank Nemola. Pubblichiamo qui un estratto del saggio </em></span><span style="font-family: Times New Roman;">Per una poesia ben temperata<em>, incluso nel libro, e una traccia audio.)</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Lello Voce</strong></p>
<p>(&#8230;) Una delle ragioni per le quali la poesia ‘<em>muta’</em> e gli integerrimi custodi della letteratura, i critici letterari e i filologi, hanno avuto cura di rifiutare con costante fermezza ogni rapporto possibile tra poesia e musica, pur dinanzi all’evidenza storica di un dialogo costante e di una condivisione sentita a lungo come necessaria da entrambe le arti, è probabilmente proprio il bisogno di cancellare ogni memoria di un rapporto che, al solo ricordarlo, avrebbe posto di nuovo la poesia di fronte alla sua natura sostanzialmente orale e sonora.<span id="more-63417"></span></p>
<p>Per altro verso, molti musicologi hanno storto il naso, intimoriti dal dover rinnovare il loro strumentario – ormai squisitamente musicale – con nozioni e attenzioni strettamente linguistiche e ‘letterarie’.</p>
<p>Se si pensa alla competenza metrico-prosodica, ma anche ‘musicale’, del Carducci, nell’analizzare, ancora alla fine del XIX secolo, i generi ‘misti’, dal Medioevo sino al Romanticismo, si resterà stupefatti di tale impoverimento degli strumenti ermeneutici della critica attuale. In Italia, poi, la divaricazione tra poesia e musica ha una storia tutta particolare e particolarmente aspra, così come sostanzialmente noncuranti l’una dell’altra sono state le due corporazioni dei filologi e dei musicologi, almeno a partire dai primi del XX secolo.</p>
<p>Con tante eccezioni, ovviamente, come quella di Nino Pirrotta, musicologo insigne, che ai rapporti tra musica e poesia ha dedicato decenni di studio, sui cui sentieri mi ha condotto Stefano La Via.</p>
<p>Mi riferisco alla tesi del Contini studioso del Petrarca (poi ripresa, approfondita e ribadita dal Roncaglia) secondo il quale uno dei meriti dei poeti della Scuola siciliana sarebbe stato proprio l’aver sancito: “il divorzio così italiano (onde poi europeo) di alta poesia e di musica […] l’iniziativa, tanto vivace rispetto ai provenzali classici, d’avere in tutto disgiunta la poesia dalla musica”. La tesi è, però, come ampiamente dimostrato da Pirrotta, del tutto apodittica e fa una certa impressione a rileggerlo ora, quel “così italiano” che avrebbe certo fatto rabbrividire il De Sanctis, così come resta un mistero cosa il Contini trovasse di “vivace” in un divorzio che esiliava la poesia dal suono e dalla voce, relegandola all’immobilità del segno scritto.</p>
<p>Colpisce, oggi, rileggere anche un altro passo del Pirrotta sull’Arcadia, in cui a me pare di poter individuare la matrice di tante posizioni schiettamente conservative e corporative che sono ancora di circolazione comune: &#8220;dall’Arcadia in poi grava sulla letteratura italiana l’ombra di un persistente pregiudizio che, facendo aurea eccezione per la poesia cantata di tipo trovadorico, tende a considerare come inferiore ogni poesia destinata ad associarsi con la musica&#8221;. Già: proprio così.</p>
<p>Né si potrà negare che da atteggiamenti del genere non sia stata esente la stessa poesia sperimentale e della Neo-Avanguardia, almeno nel suo aspetto più conosciuto, che pure voleva se stessa profondamente anti-Arcadica. Per altro verso, nel corso dei secoli, i generi ‘misti’ hanno visto un impoverimento progressivo delle qualità del testo poetico, che ha fatto sì che molti di essi migrassero definitivamente in ambito musicale.</p>
<p>La stessa ‘forma canzone’, così come noi la conosciamo oggi e per come essa è praticata da un ventaglio vastissimo di autori e interpreti è, con buona probabilità, una di queste. Peraltro già dal Quattro-Cinquecento il rapporto tra musicisti e poeti è sostanzialmente interrotto e i madrigalisti preferiscono pescare i loro testi dal ricco e prezioso serbatoio dei secoli precedenti, da Petrarca e Boccaccio, ad esempio. Madrigale poetico e madrigale musicale hanno definitivamente divorziato.</p>
<p>Per altro verso, si dice, soprattutto dal versante musicologico, che ogni rapporto tra poesia e musica sia inopportuno, perché la poesia avrebbe già in sé la sua ‘musica’: giustapporne un’altra non sarebbe di giovamento alcuno. Giusto: la poesia ha certamente una sua musica, una sua ritmica, una sua melodia, ciò che non è chiaro, però, è perché mai non dovremmo eseguirla, anche vocalmente e strumentalmente.</p>
<p>Va chiarita, a questo punto, una volta per tutte, una questione, qui in Italia centrale nello sviluppo di questo dibattito: il rapporto tra poesia e cosiddetta ‘canzone d’autore’. Da anni si sprecano sull’argomento fiumi d’inchiostro in una singolar tenzone testardamente capace d’ignorare i termini essenziali in cui, in realtà, sta la questione.</p>
<p>La discussione resta pendolarmente prigioniera tra coloro che, nel negare ogni valore poetico alle composizioni di questo o quel cantautore, in realtà tengono soprattutto a riaffermare una superiorità della parola scritta (e della poesia) nei confronti della canzone, e chi invece, con superficialità pari alla supponenza altrui, si affretta a consegnare patenti da poeta a questo o quell’autore musicale.</p>
<p>D’altra parte, la confusione che sovrana regna sotto il (nostro) cielo fa sì che bravi cantautori si avventurino spesso nella composizione di brani, o spettacoli, che vogliono poetici, ma che si rivelano, il più delle volte, soltanto mediocri esercizi letterari, in cui, nel momento in cui non è più la musica a dettare il tempo, ma tutto viene affidato alla direzione d’orchestra d’una espressione ‘poetica’ piuttosto claudicante, si perdono anche tutte quelle qualità e quella forza espressiva che le loro canzoni portavano con sé.</p>
<p>Recentemente, un bravo poeta, Valerio Magrelli, polemizzando con l’ipotesi che il premio Nobel per la letteratura potesse essere assegnato a Bob Dylan è insorto, sostenendo che Dylan non è un poeta, poiché le sue parole sono accompagnate dalla musica, e dunque giocherebbe sporco, sarebbe un “poeta con la protesi”.</p>
<p>La differenza tra la poesia e la cosiddetta ‘canzone d’autore’, però, non sta nel fatto che in un caso vi sia solo parola scritta, o al limite ‘pronunciata’, e nell’altra anche musica, come ipotizza Magrelli, a meno di non voler, di conseguenza, considerare i padri della poesia occidentale e romanza, Arnaud, Bernart e Rimbaut, per non citarne che tre, degli <em>chansonnier</em> <em>ante litteram</em>.</p>
<p>Essa sta piuttosto nella relazione diversa che si stabilisce tra le due ‘sonorità’, nella differente collocazione delle scelte formali (tanto verbali quanto ritmiche, melodiche e più complessivamente musicali): a dare il tempo e a suggerire la melodia, in poesia, anche quando essa si sviluppa e si realizza in accordo con la musica, sono le parole; nella canzone d’autore, invece, è la musica a ‘concertare’ il tutto, e questa è la ragione per la quale i testi delle canzoni, senza musica, non stanno in piedi, mentre quelli della <em>spoken music,</em> se è buona <em>spoken music,</em> sì.</p>
<p>Non si tratta, si badi, di rapporti gerarchici, ma di funzioni differenti: semplicemente in poesia è la parola, la sintassi, a ‘dettare il tempo’ e a intonare la melodia. Insomma, se De Andrè non è un poeta, se non lo è neanche Conte, o de Gregori, o Fossati, ciò non dipende dal fatto che nel loro lavoro sia presente la musica, cioè da un surplus musicale, da una protesi in chiave di violino, quanto, all’opposto, dal fatto che nelle loro canzoni non c’è un linguaggio capace di stabilire e dettare autonomamente i propri ritmi e la propria linea melodica.</p>
<p>Provate allora a spogliare codeste ‘poesie in musica’ di molti dei nostri cantautori (che spesso sono splendide canzoni, canzoni che io stesso amo profondamente) dalla loro melodia, dal ritmo che dona loro la musica, provate a leggere quei testi in silenzio, o ad alta voce, ma seguendo la loro prosodia: ciò che vi rimarrà tra le mani è ben poca cosa e questo vale anche per molti dei più noti autori, da Conte a De Gregori, Fossati, Capossela,  per non parlare del mediocre e sin troppo celebrato Vecchioni, o di tanti noti rapper.</p>
<p>Questo vale anche per De André, certamente il più importante tra i cantautori italiani degli ultimi decenni, che non a caso rifiutava per sé l’etichetta di poeta, preferendo, con grande acribia, attribuirsi un ruolo di «ponte» tra poesia e canzone d’autore, impegnato com’era a traghettare nel mondo della musica grandi testi poetici, da Alvaro Mutis ad Edgar Lee Master.</p>
<p>Alcuni dei suoi testi hanno questa capacità di stare in piedi, autonomamente, anche senza musica, ma sono eccezioni (penso qui alla <em>Domenica delle salme</em>, o al <em>Bombarolo</em>, o al limite alla melopea struggente di <em>Amico fragile</em>), mentre altri, magari proprio quelli più noti ed amati, come <em>La storia di Marinella</em>, o <em>Bocca di rosa</em>, francamente no.</p>
<p>Insomma Bob Dylan (o Capossela, o De Andrè ecc.) non sono poeti, assolutamente no, ma non perché abbiano per sé un surplus di musica, che fa di loro ‘poeti con la protesi’, come suggerisce Magrelli, quanto per difetto di caratteristiche e qualità ‘letterarie’. E la differenza non è di poco conto.</p>
<p>Ciò non toglie che molti di loro siano artisti di primissima levatura, ma l’arte che praticano non è la poesia. E in tutto questo non c’entra la musica, c’entra, come sempre in poesia, piuttosto la parola.</p>
<p>*</p>
<p>Traccia n° 2: <a href="http://play.spotify.com/track/0z0uKhkNkfiaP4B1y8hS1D">Scrivo quando sono stanco</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Andata e Ritorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Nov 2013 05:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Blare Out presenta: Andata e Ritorno Festival Invernale di Musica digitale e Poesia orale Galleria A plus A Centro Espositivo Sloveno Venezia, San Marco 3073 28 &#8211; 29 -30 Novembre Presentazione &#160; La rivista culturale Blare Out organizza a Venezia, a un passo dal ponte dell’Accademia, nel sestiere di San Marco, presso la sede del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-4044e82f-907f-f2a2-8862-26e9b64659ec" style="text-align: center;">Blare Out presenta:</p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;">Andata e Ritorno</p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;">Festival Invernale di Musica digitale e Poesia orale</p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;">Galleria A plus A</p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;">Centro Espositivo Sloveno</p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;">Venezia, San Marco 3073</p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;">28 &#8211; 29 -30 Novembre</p>
<p style="text-align: center;"><span id="more-47018"></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: center;">Presentazione</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">La rivista culturale Blare Out organizza a Venezia, a un passo dal ponte dell’Accademia, nel sestiere di San Marco, presso la sede del Centro espositivo Sloveno, l’unico festival letterario invernale italiano: Andata e Ritorno. Quest’anno, per la prima edizione dell’evento, il genere letterario protagonista sarà la poesia, che spesso trova spazio sulle pagine della rivista, sul sito e nei numerosi incontri letterari, feste e presentazioni di autori organizzati a Venezia tra 2012 e 2013.</p>
<p dir="ltr">Il festival, che avrà luogo il 28/29/30 novembre, consiste in tre giorni di performances di alcuni tra i più noti esponenti della poesia orale (letta ad alta voce seguendo diversi stili interpretativi) italiana, accompagnati da musicisti e gruppi musicali selezionati ad-hoc per rilevanza nel territorio locale, contaminazione e sperimentazione.</p>
<p dir="ltr">Blare Out si propone come ponte tra musica e poesia uscendo dagli schemi che spesso sminuiscono il potenziale di fusione di entrambi i generi e cercando quindi di ospitare le eccellenze italiane di entrambi i generi e gli artisti emergenti. L’idea nasce dalla consapevolezza che musica e poesia sono due generi nati insieme e fatti per esistere uniti, ma sono stati allontanati tra di loro dal mercato contemporaneo dell&#8217;arte e dalle mode letterarie, che preferiscono evitare la sperimentazione.</p>
<p dir="ltr">La galleria AplusA – Centro espositivo sloveno, rappresenterà lo scenario dove il confronto tra artisti possa avvenire difronte ad un pubblico variegato. L&#8217;evento si svilupperà in tre giornate con ampio respiro tra orario serale, con letture di poesia musicata, aperitivi teatrali e supporti mediali, e l&#8217;orario notturno dei concerti dal vivo.</p>
<p><strong>Programma</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr"><strong>Prima Giornata &#8211; Giovedì 28 Novembre</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">19.30</p>
<p dir="ltr">Apertitivo &#8211; Inaugurazione &#8211; Buffet</p>
<p dir="ltr">Maria Valente</p>
<p dir="ltr">Alessandro Burbank</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">20.30</p>
<p dir="ltr">Lello Voce + Frank Nemola</p>
<p dir="ltr">ScartyDoca (Eell Shous)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">22.00 &#8211; concerto</p>
<p dir="ltr">WaterProof</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">Lo scopo di questa giornata è far collimare diversi artisti e rituali di ascolto di musica e poesia. Lello Voce, napoletano di nascita, trapiantato a Treviso e figura cruciale nel panorama poetico italiano degli ultimi vent’ anni, critico, sperimentatore instancabile, fondatore del gruppo ’93, di importanti riviste, è colui che ha importato il Poetry Slam in Italia e, con il trombettista di Vasco Rossi e produttore musicale Frank Nemola, proporrà un estratto dallo spettacolo Piccola Cucina Cannibale dove video arte e musica si mescolano alla poesia letta ad alta voce. ScartyDoc (Eell Shous), di Monza, fonde il verso poetico e la tradizione hip-hop per proporre un&#8217;assoluta novità nel panorama del live-acting cantato tra basi elettroniche e contaminazioni rap. Alessandro Burbank, veneziano, eseguirà la sua performance poetica con base musicata trip &#8211; hop. Maria Valente, di Caserta rapirà con le sue estensioni vocali l’audience mischiando l’ugola con montaggi musicali. A seguire i Waterproof; quattro musicisti fondono contrabbasso, percussioni, didgeridoo e campionature elettroniche in una sapiente improvvisazione/sperimentazione di drum and bass, tutto rigorosamente live. I Waterproof modificano in itinere la loro performance basandosi sulla risposta del pubblico agli stimoli sonori e cercando di dar vita a concerti sempre diversi, campioneranno anche la voce dei poeti per la loro performance musicale, rinnovando l’origine sorella di poesia e musica.</p>
<p dir="ltr"><strong>Seconda Giornata, Venerdì 29 Novembre</strong></p>
<p dir="ltr">19.30</p>
<p dir="ltr">Aperitivo Teatrale  con Accadueò Non Potabile</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">20.00</p>
<p dir="ltr">Perfomances Poetiche</p>
<p dir="ltr">Sebastiano Adernò, Giacomo Sandron, Sergio Garau, Luigi Socci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">22.00</p>
<p dir="ltr">Sic&amp;Simpliciter Feat Dutch</p>
<p dir="ltr">+</p>
<p dir="ltr">W A N A (wearnotafraid) Live</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">Lo scopo di questa giornata è di far incontrare poeti provenienti da molte parti d&#8217;Italia (Sardegna, Sicilia, Veneto, Marche, Friluli Venezia Giulia) e i loro differenti stili di lettura ad alta voce: Blare Out promuoverà per addizione la poesia, il teatro e la musica elettronica. Sergio Garau, sardo che vive e lavora da anni a Torino, esponente di spicco della scena del Poetry Slam nazionale e internazionale, proporrà una performance di letture combinate, con video e gesta vocali fuori dal coro. Sebastiano Adernò, siciliano di nascita, udinese di adozione, poeta, attivista e video-artista, leggerà alcune tra le sue poesie che hanno attraversato con lui l&#8217;Italia in grandi festival. Luigi Socci, da Ancona, poeta e performer di spicco, leggerà alcuni brani dal suo ultimo libro, Il rovescio del dolore, già imposto come l’opera più importante del 2013, accompagnato da petofono, occhialini 3D, pistola sparacoriandoli, clava di gomma, maialino grugnino, pistola ad acqua, maschera e boccaglio. Giacomo Sandron, di Portogruaro, già vincitore del Poetry Slam Internazionale di Trieste, performer incisivo, proporrà alcune poesie in italiano e dialetto Veneto, eseguite in variazioni ritmiche vorticose grazie al suo formidabile timbro vocale. Gli attori della compagnia teatrale Accadueò Non Potabile di Venezia, co – autrice dello spettacolo premio Off  2013 del Teatro stabile del Veneto, proporranno alcuni interessanti momenti teatrali. A seguire la musica digitalizzante dei Wana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr"><strong>Terza Giornata, Sabato 30 Novembre</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">19.30</p>
<p dir="ltr">Aperitivo Musicale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">20.00</p>
<p dir="ltr">Performances poetiche</p>
<p dir="ltr">Federico Scaramuccia, Luigi Nacci, Marco Simonelli, Rosaria Lo Russo,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">22.00</p>
<p dir="ltr">King Size Live</p>
<p dir="ltr">Federico Scaramuccia, adottato milanese, poeta importante del movimento underground. Leggerà estratti dalla sua raccolta, Come una lacrima.</p>
<p dir="ltr">Luigi Nacci, triestino, viandante instancabile, formidabile poeta di lungo corso e maestro di lettura ad alta voce. “La poesia è voce”, e lui, privilegiando la ritmica testuale, conduce l&#8217;ascoltatore a seguire il climax della sua voce in una lettura unica, tra Spatola e Pavese.</p>
<p dir="ltr">Marco Simonelli, fiorentino, magistrale poeta e performer, attivista del movimento gay italiano, condurrà il pubblico in un viaggio senza ritorno attraverso la sua versatile figura pop con un background poetico da manuale di letteratura.</p>
<p dir="ltr">Rosaria Lo Russo, fiorentina, definita la voce femminile della poesia italiana contemporanea per eccellenza. Poetrice, performer, didatta della lettura ad alta voce, traduttrice, leggerà dal vivo pezzi della sua nuova raccolta, Poema.</p>
<p>Chiuderanno i King Size, band trevigiana nata nel 2002 caratterizzata da un sound diretto e sincero, con influenze dal garage rock’n’roll per la grande energia e dall’indie britannico per l’accuratezza nelle composizioni e la freschezza del suono.</p>
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		<title>Dieci per Elio Pagliarani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2013 06:55:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[In occasione del primo anniversario della morte di Elio Pagliarni è appena uscito per la collana I domani di Nino Aragno un volume celebrativo a cura di Andrea Cortellessa, con contributi poetici, saggistici e testimoniali portati da autori e critici che ne hanno conosciuto, studiato e amato la poesia (Cetta Petrollo, Edoardo Albinati, Luca Archibugi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<pre><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/pagliarani.jpeg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45628" alt="pagliarani" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/pagliarani.jpeg" width="200" height="260" /></a></pre>
<p><i>[In occasione del primo anniversario della morte di Elio Pagliarni è appena uscito per la collana </i>I domani<i> di Nino Aragno un volume celebrativo a cura di Andrea Cortellessa, con contributi poetici, saggistici e testimoniali portati da autori e critici che ne hanno conosciuto, studiato e amato la poesia<span id="more-45577"></span> (</i><i>Cetta Petrollo, Edoardo Albinati, Luca Archibugi, Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Luigi Ballerini, Renato Barilli,Cecilia Bello Minciacchi, Francesca Bernardini, Gherardo Bortolotti, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Marco Caporali, Simone Carella, Biagio Cepollaro, Carla Chiarelli, Laura Cingolani, Orazio Converso, Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Maurizio Cucchi, Fausto Curi, Claudio Damiani, Elisa Davoglio, Carla De Bellis, Raffaella D’Elia, Cesare De Michelis, Tommaso Di Francesco, Enzo Di Mauro, Giorgio Falco, Paolo Febbraro, Giulio Ferroni, Michele Fianco, Francesca Fiorletta, Gabriele Frasca, Vincenzo Frungillo, Enzo Golino, Elio Grasso, Angelo Guglielmi, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Niva Lorenzini, Rosaria Lo Russo, Mario Lunetta, Romano Luperini, Valerio Magrelli, Giorgio Manacorda, Massimiliano Manganelli, Francesco Muzzioli, Aldo Nove, Vincenzo Ostuni, Tommaso Ottonieri, Marco Palladini, Giorgio Patrizi, Elio Pecora, Gabriele Pedullà, Walter Pedullà, Plinio Perilli, Jonida Prifti, Laura Pugno, Massimo Raffaeli, Lidia Riviello, Tiziano Scarpa, Alberto Scarponi, Siriana Sgavicchia, Gabriella Sica, Francesco Targhetta, Alberto Toni, Roberto Varese, Carla Vasio, Sara Ventroni, Lello Voce e Ade Zeno). Un ampio percorso critico e umano per e attraverso un poeta di importanza capitale, anche per le generazioni di autori a lui successive; e allo stesso tempo un testo utile anche per un primo avvicinamento alla sua opera. Per </i>Nazione Indiana<i>, ho provato a trascegliere pochi assaggi esemplificativi. </i>AB<i>]</i><i></i></p>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px"> </span></pre>
<p>Da <em>Ma dobbiamo continuare. 73 per Elio Pagliarani a un anno dalla morte</em>, Aragno/I domani, 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ELIO PAGLIARANI</strong></p>
<p>Libera labirintiche litanie<br />
Inventa ignote ibridazioni<br />
Ordisce olimpici oltraggi</p>
<p>Privilegia pindariche pipate<br />
Annuncia agguerriti alfabeti<br />
Galvanizza giocose girandole<br />
Lampeggia lussureggianti lallazioni</p>
<p>Improvvisa incantevoli illusioni<br />
Abita acrobatiche allegorie<br />
Rivendica ruggenti rivelazioni</p>
<p>Accumula apocalittiche aurore<br />
Narra numinose navigazioni<br />
Incendia ipotetiche iridescenze</p>
<p style="text-align: right"><em>Nanni Balestrini</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>«Non ho capito!»</strong></p>
<p>«Non ho capito» premessa di un taciuto «ma che state<br />
combinando» fu, del monologo a pause, il punto più<br />
esplicito e lacerante. Altro che «mehr licht» (Goethe)<br />
o «What is the question» (Stein): un ricapitolo di chi<br />
nel dirci addio, con un suo garbo e ritmo da rime aspre<br />
e chiocce ci ricorda con chi abbiamo avuto a che fare:<br />
bisogna che sia robusta la poesia, se il suo fine è la gioia<br />
(«se scriverai di me dirai di gioia, e che sia gioia attiva,<br />
trionfante, che sia una barzelletta spinta, magari»),<br />
senza <em>nec ultra crepidam</em>, e con intatta la voglia di fare<br />
del valore d’uso una merce non esclusa. Ce n’è che<br />
basta per dire, rovesciando il verdetto, che tutto nella<br />
sua vita conferma il modo con cui volle prenderne<br />
commiato. «Ancora non resuscita questo Lazzaro».<br />
E «io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro».</p>
<p style="text-align: right"><em>Luigi Ballerini</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>Dittico per Elio</strong></p>
<p style="text-align: right">s.t.t.l</p>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px">    
I

Cimitero di Viserba le fotografie
Di quelli che conosci o conoscevi
Zie dei padri
E vittime delle moto i transigenti
Nipoti.
A loro modo una comunità,
        Un piccolo paese,
Mentre nella metropoli di niente
Hanno conferma i vivi dei seppelliti
Nei falansteri fuori porta
O in transito verso la civiltà
Del vaso delle ceneri
In tinello.

II

Cade così non lontana
Dall’esistenza
La bestemmia a gote piene
Reiterata
Al distruttore fulmine
Che per quest’anno ha cancellato
La vendemmia a ottobre
L’acino che si gonfia.
</span></pre>
<p style="text-align: right"><em>Franco Buffoni</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>Pagliarani sul Niagara</strong></p>
<p>Parlavi dei bambini,<br />
dicevi della loro furia molecolare,<br />
davanti alla cascata,<br />
anzi, dietro il suo velo,<br />
dentro un cunicolo scavato nella roccia<br />
per sbucare sul retro delle acque.</p>
<p>Al buio, fra la guazza,<br />
con quel film bianco che scorreva in fondo<br />
velando il mondo,<br />
come ficcati dentro un ombelico,<br />
parlavi della nascita,<br />
descrivevi la nascita,<br />
affidavi alla nascita<br />
la parola segreta di ogni storia:</p>
<p>CONTINUA.</p>
<p style="text-align: right"><em>Valerio Magrelli</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">La persona, che diventa personaggio se solo ne scriviamo una riga, e che nel caso di Elio Pagliarani diventa personaggio due volte, non fu per me meno saettante del poeta. Quel che si dice personaggio – Pagliarani aveva le stimmate per esserlo. Lavorare con lui – con tale persona, con tale personaggio, così esuberante – per quindici anni, ha prodotto una quantità di aneddoti (per dire il minimo) cui gli amici più giovani hanno attinto con giusta voluttà. Poiché Elio negli ultimi anni l’ho visto poco, non posso aggiungere altri aneddoti. E poiché questa non è la sede per infine rivolgersi al poeta (in realtà non l’ho mai fatto, anche se sapevo <em>Inventario privato</em> a memoria), mi piace allora rivederlo nelle vesti di bibliofilo goloso, felice tra i suoi libri antichi e antichissimi negli intervalli d’un luminoso pranzo domenicale. Eravamo nella casa alle pendici di Monte Mario, con la moglie Cetta e la figlia Lia Rosa – con me venne Maria Pia, che per lui ha grande affetto. Aggiungo una parola sul sentimento che ho condiviso con un buon numero di persone. Di questo sentimento si parlò il giorno dell’ultimo saluto, il dieci marzo, sui gradini della Chiesa Nuova. Tutti eravamo stupiti d’esser lì, usciti da una chiesa, per quanto prestigiosa. Certo, rispettiamo le volontà familiari. Ma è proibito non pensare a Elio come a un uomo il più provvisto d’una religione laica, e solo laica. Pagliarani era fedele alle sue radici romagnole, il suo senso di giustizia era feroce e terreno. A che cosa erano dovute le sue pazze ire se non all’idea che ogni acquiescenza, ogni rinuncia, ogni mortificazione sarebbero risultate (a se stessi prima di tutti) inique, indegne, suscettibili d’altra ira, d’altro furore? Era in questo modo che anche il dieci marzo a lui pensavamo; ed è così che ora preferisco ricordarlo.</p>
<p style="text-align: right"><em>Franco Cordelli</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Il vero battesimo, me ne rendo conto adesso, senza volerlo me l’ha dato Pagliarani. Doveva essere il Novantacinque. Tornavamo assieme in macchina da Reggio Emilia, mi aveva battezzato critico il mio primo Ricercare, ed ero tutto contento. Elio pure era tutto contento perché alla guida c’era Tommaso che, secondo lui, al volante era il migliore. Lui e Cetta stavano seduti dietro, io accanto al guidatore. Unico intruso in una macchina colma di poeti, mi sentivo in dovere di parlare di poesia. Prima Elio, a bassa voce, aveva avuto parole colme d’ammirazione per Sandro Penna e io sfoggiai un libretto fresco di stampa, il suo carteggio con Montale, dicendo qualcosa sulla bellezza di quest’amicizia fra poeti. Una cosa molto retorica, suppongo; Elio s’incazzò però non per il tono, ma per l’ignoranza. Ma come amici! Ma se Montale gli ha fatto le scarpe tutta la vita! Per la prima volta, stupefatto e terrorizzato, assistevo alla sua collera omerica; tanto urlava e si agitava che l’auto, un paio di volte, ha sbandato sensibilmente. Ecco, in quegli zigzag ho capito una cosa che nessuno mi aveva mai spiegato – che la poesia non sta tutta nei libri. La lezione di quel viaggio non era stata solo di mestiere, ma di vita.</p>
<p style="text-align: right"><em>Andrea Cortellessa</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Ho sempre pensato che Elio Pagliarani avesse un modo tutto suo di rapportarsi alla realtà, come avvertendone il ritmo nascosto, afferrando le sfasature e le dislocazioni in cui si dispiegano le cose, le presenze umane, i linguaggi, ruminando in sé quelle sfasature e riproiettandole, complicandole espandendole nella propria voce e nella propria poesia. Una poesia dall’eccezionale tensione ritmica, che ci ha trasmesso in modo potente, vorticoso, avvolgente, straniante, tutto il senso della complicazione e della contraddizione del mondo che egli si è trovato ad attraversare e che con lui abbiamo attraversato. Elio ha conquistato questa poesia traendo frutto da quella «asimmetria» a cui l’aveva costretto, come racconta nel bellissimo <em>Pro-memoria a Liarosa</em>, la perdita di un occhio all’età di 19 mesi: questa asimmetria ha vivificato e sostenuto la sua illimitata passione «romagnola» per il presente e per la concretezza del mondo, la sua disposizione all’ascolto delle cose, delle persone, dei linguaggi, e lo ha portato a sperimentare, insieme da dentro e da fuori, l’asimmetria costitutiva del mondo e dell’esperienza. <em>Proviamo ancora col rosso</em>, Elio; proviamo a risentire la tua voce e la forza dislocante della tua poesia!</p>
<p style="text-align: right"><em>Giulio Ferroni</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">C’è una corrispondenza fra politica e poetica in Pagliarani. Come sul piano politico Pagliarani mescola istanze moralistiche, populistiche, riformatrici, interpretazione classista della storia e atteggiamenti libertari e anarchici, così su quello letterario l’accettazione di una «funzione sociale», consistente nel compito di «mantenere in efficienza, per tutti, il linguaggio», si accompagna all’esigenza di non accontentarsi della «negazione» radicale sul piano del linguaggio ma di puntare a una «opposizione» o «contrapposizione determinata», verificata sul reale, e capace di produrre «nuovi significati». Pagliarani subisce indubbiamente l’influenza della tradizione illuministica e realistica lombarda, e la fonde col proprio sperimentalismo letterario e con la forza travolgente e corporale con cui inventa il ritmo del verso soppiantando tutta una tradizione metrica di stampo lirico. Di qui un certo isolamento di Pagliarani all’interno del Gruppo 63: era troppo classista e «rivoluzionario» per i fenomenologi e i neopositivistici asettici, troppo riformista per i puri eversori del linguaggio. In fondo, almeno all’altezza della <em>Ragazza Carla</em>, è più l’erede di «Officina» (col suo moralismo e i suoi poemetti narrativi) che un seguace delle nuove teorie elaborate nella redazione del «verri». E per questo giustamente Sanguineti nella sua antologia del 1969 lo pone nella sezione dello «Sperimentalismo realistico» e non in quella della «Nuova avanguardia», dove colloca invece gli altri Novissimi. Fra <em>La ragazza Carla</em> e <em>La ballata di Rudi</em> Pagliarani è stato il maggior poeta espresso dalla temperie sperimentale del secondo Novecento, quello che in modo più realizzato e compiuto ha saputo fondere «opposizione» politica determinata e una innovazione radicale capace di portare alle estreme conseguenze la crisi del genere lirico e la negazione dell’io, non tramite lo sprofondamento in labirinti o in paludi di putredine bensì attraverso il recupero della narratività, e l’invenzione di una espressività realistica nutrita di una coralità e di un ritmo che è giusto definire epici.</p>
<p style="text-align: right"><em>Romano Luperini</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Proviamo con l’invettiva, si disse Pagliarani, e scrisse <em>Epigrammi ferraresi</em>. Ferrarese come Savonarola, «il suo blasone», confessa il poeta evocando la bile. Che in lui rima sempre con pile, la scossa elettrica che si alterna con gli umori del fegato per fulminare le Chiese e gli Imperi di ogni tempo. Il corpo e la tecnica sono uniti dallo stesso scopo, come sempre in Pagliarani il dire e il fare, che qui si corrono incontro lungo la scorciatoia. Prima il linguaggio (l’invettiva), il significato verrà poi in uno sperimentalista le cui forme sono sempre gravide di contenuti da estrarre con dolore, sdegno e sarcasmo. Il messaggio s’è fatto più breve, appuntito, rovente e spezzato dal furore del «moralista padano» e dalla memoria del genere. La frase è una lama di coltello o mannaia <em>(«Quelli</em> sei con la mannaia furono angeli»), dove il ritmo scandisce le parole come strumento a percussione («Ancora non resuscita questo Lazzaro / Io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro»). Se è in gioco la giustizia, tocca dire brutalmente la verità, senza timor di Dio («Tommaso Muntzer disse che cacava addosso a quel Dio che non parlava con lui»). Nel mondo nessuno può dirsi innocente: Pagliarani non salva nemmeno se stesso («Non so se avete capito: siamo in troppi a farmi schifo»). Con l’invettiva il poeta ferisce e picchia, flagella e si autoflagella. L’esperimento riesce sempre a Pagliarani: il linguaggio oggettivo incontra sempre la sua vicenda personale.</p>
<p style="text-align: right"><em>Walter Pedullà</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Muore un poeta, e non si può fare a meno di pensare a quel che ha significato per te, al di là della storia della letteratura, del canone, delle antologie e dei monumenti. Un pensiero semplicistico, forse, che riguarda quella cosa chiamata «vita», parola impresentabile, ma che insomma rende l’idea. Allora ripenso al mio incontro con Pagliarani, con la poesia di Pagliarani, non tanto con la sua cara persona, che ho visto qualche volta, da vecchio, quel che si dice un vecchio amabilmente burbero, con i vestiti gualciti, la voce abrasiva, le guance molli, una voce abrasiva foderata di guance molli. All’università ho registrato <em>La ragazza Carla</em> in un’audiocassetta, per poterla ascoltare con le cuffiette. Ascoltavo il poemetto di Pagliarani e riuscivo a sopportare la mia voce che lo leggeva, che lo infettava. Altri poeti invece non sopportavo che fossero infettati dalla mia voce, avrei voluto avere a disposizione una voce impersonale, assoluta, per registrare le loro poesie, invece la poesia di Pagliarani no, mi sembrava che bisognasse sentire che c’era qualcuno che la leggeva, con un’inflessione e un carattere, e allora riuscivo a sopportare persino la mia voce. Ricordo che poi l’ho pure «portato all’esame», Pagliarani, mi fecero una domanda su una poesia, era <em>provano ancora con l’oro</em>, mi chiesero di leggerla, e mi domandarono che cosa voleva dire, secondo me, provare ancora con l’oro, per una poesia, non ricordo cosa dissi ma so che non fu gran che, perciò continuai a chiedermelo, me lo chiedo ancora, che cosa significa, provare ancora con l’oro, ora che ci penso la mia vita è un tentativo di dare una risposta all’altezza di quella poesia, provare ancora con l’oro, dare fiducia all’oro, alla parola che lo nomina, che non vale niente, che non è oro, provare a vedere se dà un po’ di valore alla frase, se dà valore al provare, provo ancora a provare con l’oro, ogni volta che scrivo, che penso, che parlo, riprovo con l’oro ancora con l’oro ci provo.</p>
<p style="text-align: right"><em>Tiziano Scarpa</em></p>
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		<item>
		<title>Intervista-dialogo con Lello Voce intorno a una concezione pluriversa della poesia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/09/27/intervista-dialogo-con-lello-voce-intorno-a-una-concezione-pluriversa-della-poesia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2012 10:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[a cura di Andrea Inglese &#8230; dove si parla di oralità, avanguardia, poetry slam, ibridazioni, arti poetiche&#8230; Come è nato il progetto di “Piccola cucina cannibale”, che si presenta come un libro di poesia musicata a fumetti? Libri di poesia accompagnati da CD audio oggi non sono rari, ma libri di poesia a fumetti non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&#8230; dove si parla di oralità, avanguardia, poetry slam, ibridazioni, arti poetiche&#8230;</p>
<p><em>Come è nato il progetto di “Piccola cucina cannibale”, che si presenta come un libro di poesia musicata a fumetti? Libri di poesia accompagnati da CD audio oggi non sono rari, ma libri di poesia a fumetti non mi sembra di averne ancora visti, al di fuori del tuo. </em></p>
<p><em></em>Sono ormai più di vent’anni che faccio ‘spoken word’, poesia ‘oralizzata’, e dunque il mio rapporto con la forma libro è necessariamente più complicato, complesso, di chi si limita a scrivere versi (e magari a pronunciarli sul palco, in occasione di questo, o quel <em>reading</em>).<span id="more-43658"></span></p>
<p>Il testo scritto è per me solo una parte di ciò che chiamiamo usualmente poesia, sta in luogo piuttosto vicino a quello che occupa uno spartito per un musicista, per quanto il linguaggio verbale abbia un codice scritto singolarmente povero per tutto quanto riguarda la sua esecuzione, visto che poi ogni lingua è prima di tutto un evento sonoro, che lo scritto si limita ad alludere, o a codificare in modo spesso piuttosto lacunoso.</p>
<p>Per altro verso il libro, così come lo intendiamo noi oggi non è sempre esistito, né è l’unica forma attraverso cui può essere comunicato un testo scritto. Anzi probabilmente il libro cartaceo (che pure è a mio parere oggetto tecnologicamente ancora efficacissimo) oggi è in profonda crisi e non tanto per la concorrenza degli e-book (che ne mimano la forma, virtualizzandola) quanto per la presenza di Personal Computer e Rete.</p>
<p>La rete e i social network hanno evidenziato una caratteristica sinora ignorata dello scritto: la sua possibile impermanenza, il suo essere liquido, pensa alle chat, o al flusso enorme di scritti che costituisce l’evanescente, ma formidabilmente solida struttura di Facebook.</p>
<p>Tutto ciò accade proprio nel momento in cui l’oralità acquista – grazie alla sua possibile registrazione, analogica e digitale – quella ricorsività, e capacità di essere conservata, che prima era solo dei segni scritti. Quasi che si stesse passando da una società dello ‘<em>scripta manent, verba volant</em>’ ad una del ‘<em>verba manent, scripta volant</em>’.</p>
<p>Ovviamente il libro è al centro di tutte queste dinamiche, di questo ‘migrare’ dei segni e delle arti. Intanto si accoppia da un po’ di tempo con un supporto sonoro, prima le audiocassette, poi i CD audio, oggi basterebbe un link per interfacciarlo in Rete.</p>
<p>Sarebbe interessante, ma non è questa la sede, indagare un po’ sulle reciproche relazioni che si stabiliscono tra scritto ed orale in caso di supporti di questo tipo, supporti che definirei ‘<em>transgender’</em>. Farsi qualche domanda. Tipo: come si usano? Si legge prima il testo? Si ascolta il CD? Si legge, ascoltando?</p>
<p>Ognuno ha ovviamente le sue risposte, ma queste mi sembrano domande interessanti, innanzitutto perché tendono a destrutturare la ‘forma libro’, a renderla ‘mutante’.</p>
<p>Se può interessare il mio parere, io credo che, per cose come le mie, l’ascolto venga prima della lettura, perché nell’ascolto sono racchiuse tutte le forme artistiche dei miei testi, tanto quella linguistica, quanto quella sonora, a maggior ragione da un quindicennio in qua, da quando cioè, ho iniziato a lavorare stabilmente anche con la musica. Né credo ai luoghi comuni per i quali la profondità e la complessità linguistica siano solo dello scritto. Basta un’occhiata alla vulgata della linguistica antropologica (Hagege, per esempio) per convincersi del contrario.</p>
<p>In generale mi piacerebbe fare soltanto dei dischi, con il loro <em>booklet</em> ovviamente: credo che la ‘forma disco’ sia la più appropriata per me.</p>
<p>Per altro verso, come sempre, i nostri desideri cozzano contro la realtà: mi si propone di far libri, per lo più, sono un poeta, etc etc…</p>
<p>Allora nasce la curiosità di forzare la forma il più possibile, di espanderla, mutarla. Usarla a sproposito, se vuoi. A maggior ragione se si tratta di poesia, che è arte ‘amichevole’ per eccellenza, è un’interfaccia molto <em>friendly</em>, spesso disposta a sposarsi con l’altro da sé.</p>
<p>A parlarmi per la prima volta di <em>Poetry comics</em> è stato, circa due anni fa, Claudio Calia, vecchio amico ed ottimo autore di fumetto. Aveva scovato un numero di “<em>Poetry”</em> con la presentazione dei primi tentativi effettuati in questo senso da alcuni autori americani che ci sembrarono subito molto interessanti e stimolanti.</p>
<p>Il fumetto mi ha sempre affascinato, pur non essendo un esperto, mi ha sempre conquistato la sua duttilità, la sua ‘dinamica’ non necessariamente bustrofedica, la sua capacità di fondere così bene parole e immagini. Ho sempre pensato che avesse molto a che spartire con la complessità e ricchezza di fruizione che accompagna i testi poetici. E sono molto affascinato dalla libertà, dalla passione dalla profondità con cui il fumetto moderno riflette sulle sue forme, e le flette, le muta, le mette alla prova. Ben più che non la letteratura.</p>
<p>È  nata così la complicità con Claudio e la decisione di tentare la prima esperienza di <em>Poetry Comics</em> italiana. Ciò avrebbe, inoltre, permesso di iniettare germi mutageni nella forma libro…</p>
<p>Credo che ci siamo riusciti: un solo titolo, tre autori (io, Calia e Frank Nemola per la generalità delle musiche, ma tanti altri, così da trasformare il tutto in un’opera invero collettiva), tre differenti medium di trasmissione (grafico, linguistico, sonoro-musicale), messi a regime insieme (dalla forza centripeta delle parole, della poesia, che è sempre sul proscenio) e costretti, proprio perché condomini, a sviluppare al massimo le loro singole peculiarità.</p>
<p>Da questo punto di vista <em>PCC</em> è un libro solo in senso lato: in realtà vorrebbe essere una ‘macchina celibe’, che dissipa sensi, dissipa forme (grafiche, linguistiche, sonore), ma che, proprio grazie a questa sua entropia, apre varchi nella rete di convenzioni (estetiche e sociali) che ci avviluppa.</p>
<p>*</p>
<p><em>Tu vieni da un’esperienza che è quella del gruppo ’93 e dalla direzione di una rivista militante come “Baldus”, che si situava in rapporto critico, ma fondamentale, con le avanguardie novecentesche. Successivamente, se non sbaglio, tu parlasti di “avant-pop” e iniziasti a percorrere una via, che mi sembra essere ancora quella odierna di avvicinamento della poesia a forme di musica più popolare, come il jazz, il rap e oggi a forme d’arte visiva come il fumetto. Che ragioni dai di questa scelta? Trovavi che fosse esaurita la stagione della poesia sonora, delle sperimentazioni più “difficili” tra poeti e musicisti colti?</em></p>
<p><em></em>Non credo che si possa individuare nel mio sviluppo formale e poetico una svolta netta come quella che tu qui proponi.</p>
<p>Da sempre in Baldus ci siamo posti oltre certe opposizioni meccaniche. Già all’altezza delle inaugurali <em>Tesi di Portici</em>, dichiaravamo esaurito il bipolarismo Avanguardia/Tradizione, poi Biagio Cepollaro propose di parlare per noi di Postmodernismo critico, nozione accettata da anche da me e sviluppata poi in uno scritto per <em>Allegoria</em> in cui parlavo di Tradizione come genealogia delle Avanguardie. L’aporia dell’avanguardia che finisce in museo, su cui ha tanto riflettuto Sanguineti, è forse aporia di sempre, è condizione stessa dello svolgersi storico dell’arte, di tutte le arti. È, per l’appunto, il segno stesso del loro essere ‘forme storiche’ e, probabilmente, anche storicizzabili.</p>
<p>Il tentativo è stato sempre – almeno per me &#8211; quello di ricostruire la possibilità di una comunicazione, che però fosse contemporanea e complessa, non appiattita e monodimensionale come quella della postmoderna società dello spettacolo, o dei neo-orfismi liricheggianti che da decenni impazzano in Italia.</p>
<p>La ricerca formale per me è stata sempre un aspetto di una più generale ricerca tesa a ‘comunicare’, a comunicare in modo complesso, ricco, profondo, certo, ma anche tendenzialmente generalizzabile.</p>
<p>Si scrive sempre per un popolo che non c’è, come direbbe Deleuze, ma si scrive, appunto, per un popolo, mai per una élite… Il modello è stato il <em>Convivio</em> dantesco, direi.</p>
<p>Non suoni polemico: in realtà resto piuttosto freddo di fronte a divisioni così nette tra cultura ‘alta’ e cultura ‘popolare’, non ho buoni rapporti con Adorno, sono certamente migliori quelli con Benjamin e Bloch. Dell’<em>Avant-pop </em>mi affascinava proprio la possibile comunione di termini e ambiti apparentemente inconciliabili.</p>
<p>Le Avanguardie, peraltro, hanno sempre avuto un ottimo rapporto con le culture e le forme ‘pop’, quelle storiche, evidentemente, ma anche le Neo.</p>
<p>Vale per il Concretismo brasiliano (da Haroldo de Campos in avanti, sino alle splendide realizzazioni di Arnaldo Antunes) ma anche la Neo-avanguardia italiana, pure estremamente letteraria, è probabilmente più <em>pop-friendly</em> e <em>multimedial-friendly</em> di ciò che normalmente si creda.</p>
<p>C’è un’ombra sanguinetiana (ma vale anche per Giuliani) che non fa vedere abbastanza altro: dal multimedialismo accentuatissimo di un autore come Balestrini, all’oralità di Pagliarani mentre lo stesso Porta preconizzava un ritorno della voce e creava ottima poesia visiva.</p>
<p>Per non parlare dei più giovani, o più laterali: Da Costa a Spatola, a Vicinelli e Niccolai.</p>
<p>Definiresti Frank Zappa un autore ‘pop’? O Demetrio Stratos? O Miles Davis, Charlie Parker? Operazioni poetiche che si fondono volentieri con la musica, come quelle di Haroldo ed Augusto De Campos, di Horacio Ferrer, di Gil Scott Heron, John Giorno, o Linton Kwesi Johnson, sono cultura pop? E se lo sono, questo toglie qualcosa all’enorme impatto di rinnovamento che hanno avuto in ambito poetico e musicale?</p>
<p>Se mi si concede l’anacronismo, Arnaut era un trovatore, come Raimbaut, cantava, o meglio scandiva i suoi testi, ma si farebbe fatica a definirli esponenti di una cultura ‘pop’, eppure il loro canto monodico ne faceva, in qualche modo, autori che sarebbero risultati sospetti alla successiva esperienza musicale &#8216;colta&#8217;, spiccatamente polifonica .</p>
<p>A dispetto delle sue evidenti novità formali, una <em>pièce</em> come <em>Sei personaggi in cerca d’autore</em> gode da sempre di un grande successo di pubblico.</p>
<p>Può darsi che la Szymborska sia l’epifania della trasparenza, come crede Carabba, ma a me pare che abbia anche un impatto rivoluzionario e rinnovatore sulla tradizione polacca, magari non radicale come quello di Rosewicz, ma comunque evidente.</p>
<p>Mi rendo conto che in musica la separazione tra ‘pop’ e musica cosiddetta ‘colta’ è ancora piuttosto netto, per altro verso è innegabile che generi come il jazz, il rock e il punk-rock, il rock-progressive e per alcuni versi anche l’hip-hop abbiano prodotto risultati che implicano e inglobano in sé un livello di riflessione formale di altissimo livello.</p>
<p>So bene che la musica è andata ben oltre la ‘tonalità’, ma a me interessa molto, per le ragioni espresse prima, e quindi per la sua maggiore comunicabilità, lavorare su di essa, tentare un equilibrio nuovo tra parola e musica tonale, che non sia canzonetta, ma integralmente poesia. Far questo in una lingua &#8216;piana&#8217; come l&#8217;italiano, che dunque non ha chiuse forti da accoppiare alle chiuse delle frasi musicali &#8216;tonali&#8217;, pone problemi pratici, formali e teorici piuttosto ardui, a maggior ragione se non si intende cantare, ma &#8216;scandire&#8217;, come credo debba fare la poesia.</p>
<p>L’innovazione formale non è sempre appannaggio di operazioni di nicchia, né fare operazioni di nicchia è garanzia che quello che si fa sia davvero ‘nuovo’, efficace, sperimentale.</p>
<p>Né credo sia corretto parlare di fumetto come arte pop: come accennavo prima, la riflessione formale, sui linguaggi, in atto oggi nel fumetto è anni luce avanti a quella che riesce a esprimere la prosa di romanzo, credimi… Fare <em>Poetry comics</em> significa sperimentare, non cercare un flusso <em>mainstream</em> in cui inserirsi.</p>
<p>Penso che questa ossessione ‘alto-formale’ e spesso ‘formalmente letteraria’ sia qualcosa che spinge alcune sperimentazioni e neo-avanguardie poetiche in campo simbolista. È una ricerca della forma per la forma che è fortemente ed evidentemente connotata storicamente. E non appartiene a Dada, piuttosto a Mallarmé e a D’Annunzio.</p>
<p>Con movimento paradossalmente identico, le collaborazioni di certi autori ‘sperimentali’ con la musica colta ne hanno fatto in realtà dei librettisti, come Sanguineti con Berio. Niente di male, ovviamente. Ma non è quel che intendo fare io. Io intendo ‘<em>trobar’</em>: la musica è parte integrante della mia ricerca poetica è una delle sue ‘forme’, anche quando nasce dalla collaborazione con musicisti veri e propri, come Nemola, Fresu, Salis, o Loguercio.</p>
<p>Insomma, il problema non è essere canta-poeta, ma far sì che la musica che si esegue sia già nella poesia, nei suoi ritmi, nelle sue melodie. È la musica che deve temperarsi con la parola: il <em>Laborintus</em> di Berio-Sanguineti è un’opera musicale, di cui Sanguineti è librettista, il <em>Laborintus</em> scritto è una splendida poesia di Sanguineti, una poesia nata per essere letta in silenzio, su carta.</p>
<p>Io non voglio scrivere testi per musica, fare il librettista, io cerco (insieme ai miei complici) la musica acconcia per le mie parole, musica per testi, anzi per orature. Cerco un nuovo ‘temperamento’ tra musica tonale e poesia contemporanea, dunque mi pongo problemi di metrica, di ritmo, di melodia, in una parola, di ‘durata’. Mi interessa riportare la poesia nel tempo.</p>
<p>Non credo certo che oggi sia possibile una poesia ‘orale’, <em>tout court</em>, ma mi piace lavorare sull’oratura dei testi scritti, sulla loro oralizzazione poiché ritengo che, per esistere davvero, una poesia debba essere comunque ‘eseguita’, fosse pure a mente, da un lettore.</p>
<p>La scrittura, infine, quella che utilizziamo per comporre poesia, è composta di ‘fonogrammi’, tutto nasce da un suono. E potrei continuare a lungo, magari annoiando te e gli eventuali lettori, preferisco rimandare tutti qui [http://<a href="http://www.inpensiero.it/archives/771">www.inpensiero.it/archives/771</a> ], è uno scritto un po’ lungo, ma confido chiaro ed esplicito.</p>
<p>Non c’è nulla di ‘più facile’ in tutto ciò, anzi a me sembra faccenda piuttosto complessa.</p>
<p>Né ciò che faccio credo possa essere definito poesia sonora, si tratta di tutt’altro.</p>
<p>Credo fermamente all’affermazione di Zumthor che sostiene che in poesia non c’è parola senza voce, ma credo altrettanto che in poesia non ci sia voce senza parola.</p>
<p>Questo mi allontana radicalmente dalla poesia sonora, almeno da quella più ‘concreta’, penso, uno per tutti, ad Henri Chopin. Ma non credo affatto che essa sia morta, basti pensare alla indubbia qualità di esperienze contemporanee come quelle di Giovanni Fontana, Massimo Mori, o Enzo Minarelli e lo stesso Lamberto Pignotti, quando si dedica alla performance. Ed apprezzo profondamente il lavoro di molti poeti sonori nel mondo. E’ una ricerca diversa, tutto qua.</p>
<p>*</p>
<p><em>Come consideri, oggi, al di là del tuo lavoro, il panorama italiano in termini di contaminazioni tra generi, partendo soprattutto dalla scrittura poetica? È possibile individuare delle tendenze? Delle opzioni di fondo, tra i poeti che più spesso collaborano con altri artisti, musicisti o meno?</em></p>
<p><em></em>Il mio parere al proposito è piuttosto pessimista. Inutile ripetere qua cose già dette, più facile, visto che siamo in Rete, rimandare al mio intervento sul <em>Corriere</em>, qua [<a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/poesia-in-prosa-una-ricognizione-in-terra-di-francia-2/">http://www.absolutepoetry.org/Voglio-vivere-in-un-altra-lingua</a> ], e a quello su <em>Satisfiction</em>, dedicato alle nuove generazioni poetiche, che invece ora è qua [http://<a href="http://www.absolutepoetry.org/L-Italia-dei-poetini-di-Lello-Voce">www.absolutepoetry.org/L-Italia-dei-poetini-di-Lello-Voce</a> ].</p>
<p>A parte i fenomeni di trasformismo più smaccato su cui lasciami stendere un velo, o i dilettantismi sguaiati, su cui di veli ne stenderei due, credo che molto di buono ci sia e continui a svilupparsi, anche a livello editoriale.</p>
<p>Non sembri interesse privato in atti d’ufficio, ma mi pare che – ad esempio – quanto ha realizzato Andrea Cortellessa con la sua collana <em>Fuori formato</em> presso Le Lettere sia di eccezionale importanza, non solo perché ha finalmente messo a disposizione di tutti una messe enorme di scritti e materiali multimediali di autori importantissimi, ma censurati dall’editoria <em>mainstream</em> (Villa, Spatola, Vicinelli, Costa, Reta, Niccolai), ma anche per quanto ha saputo proporre di autori contemporanei, o comunque delle generazioni più recenti, Ottonieri, il romanzo di Baino, Bukovaz, Ventroni, giusto per fare qualche nome. Da tempo una rivista come <em>inpensiero</em> di Gianmaria Nerli porta avanti una ricerca internazionale appassionata e interessantissima, molto attenta alla contaminazione tra generi; festival come <em>La punta della lingua</em>, di Luigi Socci (poeta di valore anche in proprio) aprono spazi nuovi a nuove esperienze; gli Sparajurji e i loro <em>Atti impuri</em> continuano ostinatamente a cercare l’ago più pungente nel pagliaio di poetiche ed ipocrisie formali in cui ci dibattiamo, e poi l’opera individuale di tanti, meno giovani, Frasca, Lo Russo, la stessa Gualtieri, pur lontana da me a livello di poetica, Luigi Cinque con la sua ricerca sul ‘Cunto’ e le <em>Identità selvagge</em>, e più giovani, penso a Nacci, Garau, Raspini, Daino, Cera Rosco, Simonelli, Padua, Carrozzo, Bukovaz, la stessa Molebatsi, sudafricana, ma per lungo tempo udinese, per stare stretti al <em>coté</em> ‘orale’, o comunque di ‘contaminazione’ e potrei continuare a lungo, non se ne abbia a male chi non è citato.</p>
<p>Insomma la poesia italiana è viva, anche e soprattutto a livello di esperienze inter-mediali o, per usare una brutta parola, performative, ma la mancanza di spazi e occasioni rischia di ucciderla: la chiusura della collana di Cortellessa è segnale cupo, preoccupante.</p>
<p>Per quanto riguarda le tendenze in atto, il discorso è più difficile. Com’è in fondo comprensibile, la trasformazione mediale, la migrazione formale di cui è protagonista la poesia contemporanea, fanno sì che gli autori siano concentrati soprattutto sulle caratteristiche estetiche e comunicative del/dei medium. Non è tempo di manifesti, per noi, quanto di esplorazioni e di ricerche. Poi è evidente che, a guardar bene, anche se sia io che Gualtieri, o Lo Russo, per fare un esempio, apparentemente lavoriamo molto ‘vicini’ (sull’oratura), poi le differenze sono lampanti a livello di risultati finali.</p>
<p>Credo ovviamente che questa diversità sia una ricchezza, soprattutto a questo stadio di sviluppo della ricerca, ma è altrettanto evidente che gli equivoci sono acquattati dietro l’angolo, ma questa non è colpa dei poeti, piuttosto di una ‘critica ad una dimensione’, incapace di essere altro che filologia, in grado di studiare solo il testo e a volte neanche quello.</p>
<p>Questo non basta più, <em>imho</em>: occorre la nascita di una critica ‘poetica’, non solo letteraria e dunque non strettamente testuale.</p>
<p>Questo ci aiuterebbe (prima di tutto noi autori) a far chiaro su tendenze, orizzonti, possibilità, ma mi pare proprio che l’aria non sia questa, anzi tutto è più accademico che mai, o piuttosto integralmente giornalistico, nel mezzo (nel luogo cioè della ermeneutica vera, quella che fa i conti con il contemporaneo e ha nostalgia del futuro) mi pare ci sia poco, o nulla e gli studiosi più coraggiosi (Cortellessa, Giovannetti, Marrucci, La Via, Bello Minciacchi, Pianigiani, Manganelli, Zuliani, Barbieri, per fare qualche nome alla rinfusa, mescolando letteratura e musicologia) scontano spesso una solitudine e una noncuranza desolante.</p>
<p>*</p>
<p><em>Tu sei stato anche uno dei promotori dei Poetry Slam in Italia. Ho l’impressione, ma magari mi sbaglio, che la fase di gran successo della “forma Slam” sia in declino. Insomma, magari è passata la moda, il che non significa che la “forma Slam” in sé sia esaurita. Tu che bilancio fai di questa esperienza? Premetto che io non ho nessun a priori contro la “forma Slam”. L’impressione, però, che me ne sono fatto, considerando la mia limitata esperienza, soprattutto italiana, è che non sia una forma che permetta grandi sviluppi o sorprese sul piano artistico e poetico. Ma questo è ovviamente vero anche delle tradizionali e più monotone letture di poesia, che comunque si continuano a fare.</em></p>
<p><em></em>Credo anch’io che il Poetry Slam italiano sia in crisi profonda, e proprio nel momento in cui in Europa e nel mondo sta dimostrando tutta la sua capacità di stimolare e veicolare ‘forme’ poetiche nuove. Ma non tanto perché stia diminuendo la sua diffusione, anzi, si fanno sempre più Slam, a quanto vedo, o comunque imitazioni di ciò che io chiamo Slam.</p>
<p>No, il problema è altro: è la qualità, non solo la qualità delle poesie, ma proprio la qualità del medium, o se vuoi, del <em>format</em>.</p>
<p>Ovviamente questa è innanzi tutto un’autocritica: ho diffuso io per primo in Italia questa forma di spettacolo poetico e dunque non intendo certo tirarmi fuori dal mucchio.</p>
<p>Intanto non siamo stati capaci di sviluppare la ‘federatività’ dello Slam, un circuito vero e stabile che avrebbe, da sé solo, facendo da punto sinergico, da pettine a cui tutti i nodi sarebbero venuti, provocato un innalzamento dei risultati formali e poetici.</p>
<p>Tutto è rimasto molto disgregato, improvvisato, isolato dalle esperienze vicine. Questo ha fatto sì che lo Slam si diffondesse moltissimo, ma che non facesse ‘rete’, ciò lo ha reso spesso localistico, provinciale, invece che <em>glocale</em> e capace di tirar fuori il meglio che il <em>mainstream</em> escludeva.</p>
<p>Poi l’ubriacatura derivata dal suo successo ha indotto molti a svenderlo: da chi lo offriva come <em>advertisement</em> pubblicitario per la Mazzantini, a chi montava un ring sul palco, ad altri, molti altri, come costoro che ora vanno in giro a fare il <em>Campionato italiano di poesia orale</em>, che non hanno esitato ad affiancare alla giuria popolare una giuria di esperti, trasformando un’esperienza radicale come lo Slam in una sorta di ‘estemporanea di poesia’, in cui a decidere alla fine è il giudizio di questo, o quel maggiorente di parrocchiette poetiche spesso piuttosto piccole.</p>
<p>Si è molto puntato sulla competizione (dunque sui singoli poeti), assolutamente meno sulla comunità (dunque sul coinvolgimento attivo e responsabilizzante del ‘pubblico’), e potrei andare avanti a lungo.</p>
<p>Ma lo Slam italiano non è ancora morto e può dare ancora moltissimo, se ne fanno ancora di ottimi: paradossalmente gli stessi che hanno Slammato per la Mazzantini gestiscono un ottima <em>venue</em> di Poetry Slam a Torino, <em>Poeti in Lizza</em>, se ne sono fatti e se ne fanno di dignitossimi e spesso ottimi a Ancona, Trieste, Bolzano, Roma, Milano, Varese, Monza, ecc..</p>
<p>Certo che hai ragione quando sottolinei una crisi: forse è arrivato il momento di iniziare a riflettere tutti su modi, tempi, luoghi, prospettive dello Slam, che altrove già corre verso il futuro.</p>
<p>L’Europa e il mondo rischiano di lasciarci ancora una volta fuori della porta…</p>
<p>*</p>
<p><em>Come consideri, invece, l’esperienza di collaborazione con un video-artista come Giacomo Verde? Qui ti sei situato, mi sembra, su un terreno la cui ricezione, per l’Italia, è più difficile, e diciamo meno assimilabile a forme d&#8217;arte più pop. Ti sembra che esistano altri poeti che hanno lavorato in questi anni nella stessa direzione, o in ogni caso in collaborazione con artisti visivi?</em></p>
<p><em></em>È stata ed è una parte molto importante del mio tentativo di concepire la poesia come arte complessa, <em>pluriversa</em>, come avrebbe detto Francesco Leonetti.</p>
<p>Penso che il trittico di video “È  meglio morire, che perdere la vita”, contenuto nel dual disc che accompagna <em>L’esercizio della lingua</em>, sia per me un punto di arrivo importante, anche perché ha potuto contare sui disegni (decine e decine di disegni originali) di un autore bravissimo come Robert Rebotti.</p>
<p>Ma anche in questo caso vanno fatti dei distinguo: io ho collaborato con Verde sin dall’inizio, chiedendogli di realizzare innanzi tutto delle video-scenografie <em>live</em> per le mie letture di poesie.</p>
<p>La prima volta in pubblico è stato a Venezia Poesia, accompagnati dalla tromba di Paolo Fresu, credo fossero i primi anni ’90.</p>
<p>In questo caso la funzione del video era molto particolare, sinergica, accompagnava e sottolineava il ritmo dello <em>spoken word</em> e i suoi contenuti più decisivi.</p>
<p>Al di là della mia storia personale, noto che questa è modalità che si è poi diffusa ampiamente.</p>
<p>Altra cosa è una video-poesia, un’opera che avendo per base una poesia, sviluppa poi forme video autonome, come nel caso del trittico che citavo prima, la cui autorialità resta, a mio parere, prima di tutto del regista, cioè di Giacomo Verde.</p>
<p>Altra cosa ancora sono le esperienze di ‘<em>clip-poema’ </em>come le definirebbe Augusto De Campos, che le pratica da decenni e decenni, in cui è il poeta stesso a scegliere, realizzare e montare le immagini.</p>
<p>La situazione è piuttosto complessa, come vedi, e a complicare le cose sono arrivati i cosiddetti <em>book-trailer</em>, prodotti di mercato, per il mercato, spesso puro <em>advertisement</em>. Ovviamente si possono fare ottimi <em>book-trailer</em> di libri di poesia, ma infine un <em>book-trailer</em> è una cosa ben diversa da una video poesia.</p>
<p>Questa confusione genera mostri come certe esperienze imbarazzanti, anche di poeti di valore, di cui non faccio nomi perché li ho già fatti altrove e sembrerebbe accanimento.</p>
<p>In ogni caso il fenomeno, in realtà, ha diffusione vastissima nel mondo ed ha una capacità di coinvolgimento molto ampia, anche di nicchie tendenzialmente sorde alla poesia: il numero impressionante di <em>submissions</em> ricevute ogni biennio dal tedesco <em>Zebra Poetry Award</em>, il più importante in Europa, e il vastissimo concorso di pubblico nei giorni della rassegna ne sono testimonianza. Ma ricordo anche il romano <em>Doctor Clip</em> che ha presentato prodotti ottimi.</p>
<p>Anche in questo caso ciò che latita, almeno in Italia, è la capacità ermeneutica, la voglia, da parte di critici e studiosi di percorrere strade nuove, lontane dai libri, ma non dalla poesia.</p>
<p>Per quanto riguarda i nomi – fatto l’omaggio dovuto a un innovatore indimenticabile come Gianni Toti &#8211; devo ripetere quello di Giovanni Fontana, in tandem con Antonio Poce, del gruppo Sparajurji,  di Caterina Davinio, di Minarelli, per restare stretti a un ambito più strettamente poetico, ma se mi spostassi in ambito di autori video l’elenco sarebbe ben più lungo.</p>
<p>*</p>
<p><em>Tu sei stato animatore culturale e, sopratutto, hai diretto un festival di poesia. Che visuale hai, dopo tale esperienza, del rapporto tra artisti e istituzioni? Concretamente, che cosa è possibile fare per promuovere, con delle istituzioni pubbliche, e magari degli sponsor privati, proposte legate alle industrie culturali? </em></p>
<p><em></em>Qui è tutta la radice (politica ed economica) di molti dei mali di cui abbiamo discusso.</p>
<p>Da decenni ormai la politica italiana concepisce la cultura quasi esclusivamente come una macchina per produrre consensi e fare incetta di voti. Ciò fa sì che le nicchie si chiudano, che la ricerca e la qualità siano ignorate e a volte dileggiate, che le differenze siano esiliate.</p>
<p>La crisi economica, qui da noi più, molto più che altrove, non ha fatto che potenziare queste dinamiche distorte.</p>
<p>Si sta mettendo in moto un meccanismo di ‘<em>trust’</em>, di cartello: come in ogni crisi che si rispetti sopravvivono solo gli eventi più grandi, gli altri, cioè le diversità, spariscono.</p>
<p>Da questo punto di vista, penso che la modalità Occupy sia attualmente la sola praticabile, a meno di qualche miracolo, per produrre e gestire arte e cultura davvero indipendenti in Italia, utilizzando (o, meglio, recuperando, riciclando, trasformando) spazi pubblici e privati e sono per questo molto interessato ad esperienze come quella del Teatro Valle, o di Macao a Milano, ma anche a molte altre meno note, come S.A.L.E. a Venezia e tante, tante simili che stanno avvenendo in tutta Italia, dal Trentino alla Sicilia.</p>
<p>Credo però che ancora non siamo stati capaci di ‘radicare’ realmente tutto ciò a livello politico e sociale. Credo, cioè, che dovremmo ripensare il presente con la memoria del passato più recente, quello dei CSO, nati da pulsioni prima di tutto politiche, ma che poi hanno sempre integrato le arti in maniera piuttosto efficace. L’esperienza del Nord Est è al proposito esemplare, anche se so bene che è stagione finita: le nuove da Berlino non fanno che confermarlo a livello anche europeo.</p>
<p>Questa è la prima volta che a partire sono gli artisti in prima persona: c’è una grande ricchezza in tutto ciò, ma anche un grande pericolo, se non sapremo rendere il nostro agire integralmente ‘politico’, cioè condividerlo con la <em>polis</em>.</p>
<p>Credo che l’arte sia non solo un ‘bene comune’, ma, oggi più che mai, un bene ‘di prima necessità’, sta a noi, però, se crediamo a questa tesi, far sì che essa sia compresa da porzioni sempre più vaste della società, altrimenti avremo perso, per l’ennesima volta, una grande occasione.</p>
<p>*</p>
<p><em>Su un punto da te toccato, vorrei replicare con una considerazione personale. Già un paio di anni fa, in un saggio che si può leggere su NI (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/">I parte</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/poesia-in-prosa-una-ricognizione-in-terra-di-francia-2/">II parte</a>), ho proposto di ridefinire il campo della “poesia” con la formula “arti poetiche”, prendendo lo spunto da un amico poeta e editore francese, Michaël Batalla. Con questa proposta intendevo a mio modo difendere la concezione plurale e pluriversa della poesia, di cui anche tu parli citando Leonetti. Premetto, che la difesa di questa pluralità di dimensione e forma non è vista in un’ottica gerarchica: siccome la poesia per lettura silenziosa ha prevalso sulla poesia dell’oralità, allora invertiamo semplicemente i termini della gerarchia. Per me non ha senso dire che la poesia del XXI secolo deve essere più orale o più scritta, o deve totalizzare la forza della forma scritta e quella dell’energia orale, tanto per dire… L’idea delle arti poetiche, o semplicemente di “poesie” irriducibilmente plurali, pone secondo me tre questioni. Dal punto di vista dell’autore, di colui che fa ricerca nel campo poetico, si tratta di capire cosa più gli interessa fare e dove la sua ricerca si dimostra (innanzitutto per lui stesso) più efficace. Dal punto di vista critico, ciò che importa è valutare quali sono le realizzazioni più significative, importanti, all’interno di filoni diversi. Il problema non sta nel “preservare” la specie in estinzione poesia sonora, mettiamo&#8230;, ma nel chiedersi qual è oggi un poeta che fa apparire la poesia sonora come una forma potente, necessaria. Quanto al pubblico, è importante che esso possa avere la possibilità di incontrare la poesia sotto le fogge più diverse: nella plaquette, nell’oggetto-poetico-visivo, nella dimensione della poesia orale o cantata o ritmicamente scandita, o performativa, o multi-mediale, o installativa… Poi starà al pubblico, che è sempre eterogeneo e plurale, di reagire rispetto a questa pluralità di espressioni. </em></p>
<p><em>E su questo punto vorrei concludere. Tu hai fatto un’esplicita autocritica riguardo alla frammentazione dell’esperienza dello Slam poetry, che non ha permesso di creare una rete più stabile e articolata in Italia. Io sarei tentato di vedere in questa vicenda uno snodo culturale importante. Lo Slam poteva essere una proposta, capace di trainarne altre più articolate, legate a sperimentazioni e ibridazioni mediali, che andassero ben oltre la forma Slam. Così non è stato, e anzi nello Slam ha prevalso spesso l’aspetto più da intrattenimento, da cabaret televisivo. Parlo ovviamente del “format”, non della qualità o meno dei singoli partecipanti. Certo, è facile a posteriori dire che cosa si sarebbe dovuto fare. Ma a mio parere si è scelta una sorta di scorciatoia. Con quale risultato, oggi? Che siamo un po’ di nuovo al punto di partenza. E i tuoi interventi polemici a difesa della spoken poetry e della dimensione orale della poesia me lo confermano. Invece di aver “familiarizzato” il pubblico con la pluralità delle arti poetiche, siamo solo al declino dello Slam, o della sua “moda”, e dobbiamo nuovamente ricordare che la poesia non è solo quella roba scritta. </em></p>
<p><em>Ovviamente, non dico questo per affibbiarti qualche hegeliana responsabilità epocale. Primo, perché non è detto che una proposizione del fronte più articolato della poesia avrebbe incontrato interesse da parte di istituzioni, finanziatori, e pubblico in piazza. Secondo, perché si tratta di dinamiche culturali mai riconducibili alla volontà di un singolo, e che riposano su condivisioni ampie e collettive. Lo dico, semmai, perché ho la speranza che riprendere le fila di queste riflessioni e di queste pratiche, permetta di imparare dagli errori o dalle difficoltà incontrate in passato.</em></p>
<p><em></em>Credo che tu abbia ragione due volte.</p>
<p>La prima quando parli della necessità di non sostituire gerarchie nuove a quelle vecchie: il problema non è negare oggi alla poesia “muta” quella legittimità che da decenni essa si ostina a negare a quella “oralizzata” (e questo è dato di fatto, filologicamente inoppugnabile), il problema è precisamente quello di una complessità della forma poesia che oggi è la sua caratteristica principale e la sua principale qualità. L&#8217;ho detto chiaramente e molte volte, ultimamente nel corso di un lungo dibattito in rete con Daniele Barbieri.</p>
<p>Le scomuniche servono a poco, evidentemente, vale per me, ma vale anche per coloro che pensano di poter escludere certi autori dai loro &#8216;canoni&#8217; proprio perché, facendo spoken word, a loro parere, sarebbero poeti “<em>easy</em>”, o “spettacolari”.</p>
<p>Per altro verso sarei più prudente nell&#8217;uso della parola “pubblico”, proprio perché è oggi importante iniziare a riflettere con acume e attenzione sulla poesia. La poesia &#8216;muta&#8217; non ha pubblico, ha lettori. Va benissimo, ovviamente, ma non possiamo ignorarlo, se vogliamo analizzare correttamente il “pluriverso” poetico odierno.</p>
<p>Hai poi ragione di nuovo quando ti riferisci allo Slam: abbiamo perso, o stiamo perdendo, una grande occasione, ci sono responsabilità di tutti, mie, di chi ha pensato di poter svendere lo Slam alla prima Mazzantini di passaggio, di chi monta ring sul palco, di chi si inventa giurie di esperti, ma anche di chi ha opposto un rifiuto bigotto, di chi ha giudicato sulla base di preconcetti polverosi, ecc&#8230; Ma poi credimi, certo Slam sta benissimo, di Slam se ne fanno a iosa, anche troppi e molti magari di pessima qualità.</p>
<p>Ciò non toglie che lo Slam è stato un momento importante nelle dinamiche poetiche ultime, esso ha riportato all&#8217;attenzione di moltissimi che esiste un aspetto “orale”, “performativo” della poesia e che esso ha piena legittimità, innanzitutto formale.</p>
<p>Certo è che se non saremo capaci di rimetterci a riflettere insieme, nella diversità, ma con attenzione e curiosità per l&#8217;altro, senza farci sconti e senza farne ad altri, a nessun altro, difficilmente l&#8217;azione di un singolo, di una rivista, di un blog, potranno da soli cambiare le cose.</p>
<p>Ci serve fare rete. Comprometterci con l&#8217;altro, litigare, riflettere, perché la poesia nel mondo sta cambiando marcia, e mentre soffia il vento e infuria la bufera, lo sai, spesso, di colpo, gli esseri umani si accorgono di quanto, nonostante tutto, la poesia sia un bene comune di prima necessità. Un diritto che va, come avrebbe detto Pagliarani, &#8216;esercitato&#8217; ed esercitato nella sua pienezza, formale, ma anche politica ed etica.</p>
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		<title>Hai firmato l&#8217;appello per Battisti? Che si brucino i tuoi libri&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 14:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Lello Voce I fatti credo siano ormai conosciuti da tutti: dall’invito a escludere dalle biblioteche veneziane i libri degli autori firmatari – nel 2004 – di un appello per la liberazione di Cesare Battisti, scrittore ed ex membro della formazione terroristica PAC, partito da un Consigliere comunale del PDL di Martellago, sino all’entusiastica adesione dell’Assessore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lello Voce</strong></p>
<p>I fatti credo siano ormai conosciuti da tutti: dall’invito a escludere dalle biblioteche veneziane i libri degli autori firmatari – nel 2004 – di un appello per la liberazione di Cesare Battisti, scrittore ed ex membro della formazione terroristica PAC, partito da un Consigliere comunale del PDL di Martellago, sino all’entusiastica adesione dell’Assessore Provinciale veneziano, il Signor Speranzon, ex MSI confluito nel PDL, che ha rincarato la dose, dichiarandoci persone ‘non gradite’ in Provincia di Venezia e invitando, con fare minaccioso, tutti i Comuni a comportarsi così, o a prendersene la responsabilità ( e dunque ad accettarne le conseguenze… quali, viene da chiedersi…).<br />
All’Indice siamo finiti in tanti, autori con posizioni letterarie e politiche molto diverse, accomunati dal solo fatto di avere osato dire una parola in difesa del diabolico terrorista rosso, di aver sollevato qualche dubbio sulla versione ufficiale dei fatti.<span id="more-37877"></span></p>
<p>Intanto vale la pena di precisare che il sottoscritto non ha firmato quell’appello perché condivida, o abbia mai condiviso, le scelte politiche di Battisti e dei PAC. In quegli anni facevo tutt’altro, sono figlio della ‘generazione chimica’, un ex indiano metropolitano, innamorato di Radio Alice e di Gregory Corso, di Laing, Benjamin, Danilo Dolci e dei poeti-cantanti brasiliani, che non ha mai avuto nessun tipo di vicinanza, né alle Brigate Rosse, né a qualsivoglia gruppo, o gruppuscolo che abbia creduto di risolvere per via armata le contraddizioni stridenti della nostra nazione. A loro, anzi, ascrivo parte rilevante delle responsabilità per aver trasformato la mia giovinezza in una sorta di triste e sgradevole altalena tra bombe, posti di blocco, cecchini appostati sui tetti e gambizzazioni. Di aver contribuito, insomma a limitare la mia libertà e la mia felicità….<br />
I PAC e Battisti non fanno eccezione.<br />
Ma sono abituato a ragionare con la mia testa, ad informarmi, a cercare di capire…</p>
<p>Sono giunto così alla conclusione che buona parte delle accuse che pendono sul capo di Battisti siano infondate, che sia in atto – nei suoi confronti &#8211; un accanimento abbastanza evidente, soprattutto mi sono convinto che sia giunto il momento per cercare una soluzione ‘politica’ che faccia i conti con quegli anni, una soluzione che coincida con una comprensione approfondita, coraggiosa e senza infingimenti di ciò che furono i ’70, per raggiungere la quale, tutti, Battisti compreso, ma anche Moretti, Faranda, Zorzi, Freda, Delle Chiaie, Fioravanti, Mambro, Mori e tutti i suoi colleghi Alti Gradi, i politici, i magistrati, i componenti degli apparati segreti dello stato sopravvissuti a quell’epoca, dovrebbero avere infine il coraggio di dire a questa nazione verità che le vengono negate da troppo tempo.</p>
<p>Per questo ho firmato quell’appello: perché credo che sia ora di fare chiarezza, di sollevare i veli, di rifiutare scorciatoie, di smascherare ciò che va smascherato, chiunque si celi sotto la maschera..<br />
Solo così, a mio parere, saremo al sicuro dal ripetersi di certe tragedie, che attendono sempre, acquattate dietro l’angolo della Storia.</p>
<p>In seconda battuta va detto con estrema chiarezza, così che ciò che segue non sembri puro ‘ideologismo’, che il caso Battisti ha la maligna capacità di far perdere la bussola anche a ‘teste’ ben più pensanti e democratiche di quelle dell’Inclito Speranzon.</p>
<p>Mi riferisco al recente, e abbastanza stupefacente, intervento di un intellettuale del valore di Tabucchi su Le Monde, in cui lo scrittore si scaglia contro alcuni intellettuali francesi come Levy, Sollers, Vargas, colpevoli di aver difeso lo scrittore ‘armato’, sulla base dell’assunto che in Italia i magistrati siano una categoria al di sopra di ogni sospetto, che ciò che stabiliscono loro sia, senza ombra di dubbio, la verità. Caso Battisti compreso, ovviamente.</p>
<p>Se persino Tabucchi si lascia irretire dalle generalizzazioni, dalla facilità di un falso sillogismo, grazie al quale, in base ai meriti che una parte di questi magistrati ha acquisito nella lotta alla Mafia, o contro la corruzione politica, ma dimenticando le responsabilità che molti di questi stessi magistrati hanno avuto nell’alzarsi della nebbia che copre tanti snodi tragici di questo paese, da Piazza Fontana a Genova 2001, se ne conclude che qualsiasi magistrato sia, per preconcetto, (a prescindere, come avrebbe detto Totò) un magistrato giusto, non siamo semplicemente alla frutta, siamo andati ben oltre, siamo ormai, letteralmente, all’amaro.</p>
<p>Non provo particolare simpatia nemmeno per Henry Bernard Levy, ma è superficiale presunzione sperare di risolvere il dibattito, come Tabucchi pur fa, appellandosi ad una, tutta supposta, integrale bontà di una categoria in quanto tale: quella dei magistrati.<br />
Ci sono gli ‘ermellini di lotta’, ma ci sono stati, ed, ahimè, ci sono ancora, anche quelli che negli anni Settanta chiamavamo gli ‘ermellini di guardia’, quelli che credono ai ‘malori attivi’, alle pallottole deviate al volo da sassi volanti, quelli che si sono dedicati per anni all’insabbiamento dei processi scomodi, quelli che al Cavalier B. si sono venduti, ecc.<br />
Tabucchi ha forse dimenticato vicende che pure dovrebbero essergli notissime? Davvero crede che una faccenda triste e tragica come quella della lotta armata possa essere risolta in modo così manicheo, dividendo il mondo in buoni e cattivi? Solo attraverso le sentenze dei tribunali? Non gli pare eccessivamente ‘manzoniano’?<br />
Ha dimenticato che lo stesso Gran Lombardo affermava, in uno dei suoi cantucci scavati nel Romanzo, che chi commette il male non è colpevole solo per il male che commette, ma anche per il turbamento in cui induce l’animo degli offesi?<br />
Che senso ha, dunque, criticare aspramente un intellettuale per il solo fatto di non accettare pedissequamente ciò che questo, o quel giudice italiano hanno affermato nelle loro sentenze? Ha fatto di meglio persino Napolitano, che pure Tabucchi non perde occasione di accusare (spesso a ragione) di pavidità e superficialità istituzionale…<br />
Tabucchi sa bene che qui in Ytaglia, spesso, le verità giuridiche e quelle storico-politiche non coincidono affatto.<br />
Che ciò accada proprio all’indomani del Diktat di Marchionne è poi particolarmente preoccupante, fa temere che, ancora una volta, la Sinistra Parlamentare non sappia interpretare e gestire il disagio acuto di vaste porzioni della popolazione, affidandolo, tutto intero, a questo, o a quell’avventurismo e consegnandosi, mani e piedi, a una metafisica e apodittica idea di ‘legalità’, e penso a Saviano e alla sua malaccorta, tristissima, presuntuosa lettera agli studenti che erano in piazza il 14 dicembre scorso.</p>
<p>Ma infine arriviamo al punto. Al punto nero. A Speranzon: che di questo soprattutto interessa discutere qui ed ora.</p>
<p>Al di là della violenta arroganza che la sua richiesta si porta dietro, e che credo sia evidente a tutti, con i suoi sinistri echi orwelliani, ciò che colpisce di più è l’idea che si possa proibire, o comunque impedire la lettura di questo, o quel libro (o disco, o piece teatrale) sulla base delle posizioni che l’autore esprime su tutt’altre faccende.<br />
Qui cioè, non si chiede di escludere dalle biblioteche venete, dalla presentazioni pubbliche, ecc alcuni libri che parlano del caso Battisti, cosa che, in sé, sarebbe già abbastanza disgustosa. No, si fa di più, si chiede di escludere dei libri che parlano di tutt’altro, sulla base del fatto che a scriverli sono state persone politicamente sgradite al Signor Assessore.<br />
Siamo al di là dell’incubo: siamo al delirio puro…<br />
A quando la proibizione dei libri di tutti coloro che pensano che il Signor B. sia un malversatore, a quando quella di coloro che prendono posizione contro il Federalismo padano, o di ci coloro che si dichiarano gay, o che sono favorevoli a politiche antiproibizioniste nel campo degli stupefacenti? A quando l’esclusione dalle biblioteche comunali di Milano di tutti gli autori che tifano per la Roma, o per il Napoli?<br />
Non fosse tragico, sarebbe, benjaminianamente, farsesco.</p>
<p>Conoscevo i trascorsi neo-fascisti dell’Assessore, ma credevo che lui avesse tutto l’interesse a non farli conoscere ad altri.<br />
Mi sbagliavo: adesso se qualcuno aveva qualche dubbio, si sarà obiettivamente convinto che il lupo (nero) perde il pelo, ma non il vizio, e che se anche il sarto dello Speranzon è nel frattempo cambiato con il suo abito, quello celato dal doppiopetto blu, stile commercialista, è sempre il buon vecchio seguace di Almirante.<br />
L’abito non fa il monaco, né l’assessore democratico.<br />
Non a caso non ricordo di averlo mai sentito prendere posizione a proposito di gente come Zorzi, Izzo (che in Italia è restato, e forse avremmo fatto meglio – a conti fatti – a spedirlo a fare il cameriere in uno dei ristoranti giapponesi di Zorzi), il Fronte Veneto Skinheads, Freda ecc., l’elenco sarebbe davvero tristemente lungo.</p>
<p>Ma c’è di più: a molti potrà sembrare strano, ma il Signor Speranzon è una figura istituzionale, rappresenta, in campo culturale, la volontà di tutti i cittadini della Provincia di Venezia, dunque decidere di escludere dalla fruizione testi comprati con pubblica pecunia mi pare ai limiti del peculato, oltre che smaccatamente illegittimo.<br />
Il sindacato di polizia COISP ha tutto il diritto di invitare al boicottaggio nei nostri confronti, tanto di cappello, anche se mi permetto di suggerire sommessamente che, alla luce di tanti episodi che hanno viste coinvolte le nostre forze dell’ordine, anche recentemente, l’invito di un poliziotto a non leggere libri ha – in sé – qualcosa di sinistro.<br />
Speranzon, invece, in quanto rappresentante di un Istituzione, dovrebbe guardarsi bene dal fare certe dichiarazioni.<br />
Sinistro è, peraltro, anche il ricatto celato tra le righe del comunicato, che fa capire che le misure censorie non saranno prese nei confronti di quegli autori che ritireranno la loro firma dall’appello: non ci fosse nessun’altra ragione, basterebbe questa a indurmi a rifirmarlo, non sono abituato a cedere ai ricatti.<br />
Altra educazione, altro patrimonio genetico, per quanto mi concerne…</p>
<p>Va detto inoltre che, in un territorio come il nostro, dove l’arroganza neofascista è giunta sino all’assassinio per futili motivi, in cui l’intimidazione, la violenza fisica come strumento lecito di lotta politica la fanno da padrone, posizioni di questo genere, che si uniscono al coro di aggressivi, leonini, ruggenti grugniti di molti esponenti leghisti, possono suonare come un invito e un’autorizzazione a fare di più.<br />
Di questo, Speranzon e i suoi sodali, non possono che assumersi tutta la responsabilità.</p>
<p>Infine: Speranzon ci invita ad avere rispetto delle vittime e dei loro parenti. Ha ragione. Questo rispetto io non l’ho fatto mai mancare, per nessuna delle vittime e per nessuno dei loro parenti, quale che fosse il suo credo politico. Sono anni, infatti, che, come tantissimi altri, chiedo che sia loro concesso il rispetto più grande: quello che finalmente toglierà il segreto di stato sui tanti, troppi episodi oscuri che hanno afflitto la storia recente del nostro paese, coinvolgendo centinaia di vite innocenti con e senza divisa.<br />
Né credo di averlo fatto mancare firmando quell’appello. Se la verità ufficiale non mi convince, se chiedo chiarezza, rispetto della legalità nazionale ed internazionale, se pongo dei dubbi, se approfondisco, non credo di stare mancando di rispetto a chicchessia, meno che mai ai parenti delle vittime, a meno che non si pensi che qualsiasi colpevole, fosse pure del tutto innocente, è comunque meglio di nessun colpevole.<br />
Questo non servirebbe, né alle vittime del terrorismo rosso e nero, né ai loro congiunti, meno che mai alla democrazia.<br />
Una cosa così può far comodo solo a chi si trova splendidamente a suo agio al centro del pogrom.<br />
E’ per questa ragione che rifirmerei quell’appello, è per questa ragione che credo che le dichiarazioni e le iniziative di Speranzon non siano solo fasciste, ma sostanzialmente ridicole e latamente pornografiche…</p>
<p>AGGIORNAMENTO 1</p>
<p>Al peggio, scriveva Montale, non c’è mai fine. Quanta ragione aveva…<br />
Così, alla luce di quanto riportato oggi da un quotidiano veneto, mi tocca riintervenire su questa desolante faccenda della censura sui libri dei reprobi (io e qualche decina di altri colleghi di ogni età, sesso e credo politico, tra cui nomi prestigiosi e ‘storici’ della cultura italiana e internazionale, come Agamben, Sollers, o Balestrini) che hanno firmato nel 2004 l’appello per Cesare Battisti…</p>
<p>Le novità, ad oggi, sono queste:</p>
<p>a) L’Assessora all’Istruzione della Regione Veneto, la PDL <strong>Donazzan</strong>, non paga di aver già messo in serio imbarazzo sin le stesse le Curie venete decidendo, unilateralmente e a loro insaputa, di spendere soldi pubblici per regalare Bibbie a tutti gli alunni delle scuole della Regione, e facendosi beffe di quanto aveva dichiarato la Presidente della Provincia di Venezia, Zaccariotto, sua collega di maggioranza, la quale si era affrettata, <em>cum grano salis</em>, a delegittimare immediatamente l’iniziativa dell’improvvido Assessore Speranzon, oggi dichiara che, con il <em>placet</em> dello stesso Governatore Zaia, scriverà una lettera a tutti i Presidi del Veneto ( e attraverso di loro agli insegnanti), invitandoli a non diffondere tra i giovani le opere degli autori messi al bando. A chi le contesta di operare una censura, risponde, con supposto preventivo acume, che la sua non è un’imposizione (e come potrebbe?), ma un “indirizzo politico”.<br />
Ora dato per scontato quanto ho già detto a proposito di censura di testi che parlano di tutt’altro che della vicenda Battisti e di censura più in generale, sento la necessità di informare l’Assessora che tra i suoi compiti istituzionali non è compreso quello di dare “indirizzi politici” agli insegnanti della scuole della Repubblica, i quali non dipendono da lei, né di diritto né di fatto, e la cui libertà di insegnamento è garantita da uno specifico articolo della nostra Carta Costituzionale.<br />
C’è una tendenza a privatizzare le Istituzioni, qui in Italia, che ha ormai passato ogni segno, come se svolgere un ruolo istituzionale fosse il <em>passe partout</em> per ogni e qualsiasi operazione, come se – amministrando questa, o quella Istituzione &#8211; se ne divenisse proprietari.<br />
E ciò è molto triste, oltre che affatto democratico e latamente eversivo.<br />
Per altro verso, essendo io un insegnante, come la Sra. Donazzan può facilmente comprendere, il mio imbarazzo è doppio.<br />
Posto che io non passo il mio tempo a parlare ai miei allievi delle mie mediocrissime opere, ma a spiegar loro Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, Foscolo, Pasolini, Fortini, Sanguineti, Gramsci, ecc.. (tutta gente, mi rendo conto, che nell’opinione dell’Assessora andrebbe evidentemente esclusa dai programmi, visto ciò che costoro pensavano della libertà, della censura e della stessa Unità d’Italia), come farò a continuare ad insegnare?<br />
Se i miei libri sono da bruciare, che fare della mia didattica?<br />
Sta forse suggerendo di licenziarmi? E quale sarebbe la ‘giusta ragione’? Quella di aver espresso liberamente un mio parere, un mio giudizio politico, che non coincide con il Suo?<br />
C’è qualcuno che può avvertire l’Assessora che persino Lei vive in una società liberale, democratica, in uno stato di diritto e che non può permettersi di trattare questa Regione come se fosse una <em>dependance</em> di casa sua?<br />
Leggo anche che il Governatore Zaia dichiara di “ non avere difficoltà a confermare che ci sono delle persone [noi firmatari] che non ci rappresentano degnamente”. Stia certo il Governatore che anch’io la penso come lui… ma al suo proposito, evidentemente. Chi nomina certi Assessori non può certamente garantire il governo democratico e liberale di una regione, né rappresentarla con soddisfazione mia e di qualsiasi sincero democratico…</p>
<p>b) Rinfrancato dall’insperato aiuto, l’ex missino Speranzon torna all’attacco, alla faccia della sua Presidente e ora dice di voler organizzare un pubblico dibattito all’Ateneo Veneto (chissà se quelli dell’Ateneo ne sanno qualcosa…) a cui avrebbe già accettato di partecipare quel fulgido esempio di libera intellettualità a nome Stefano Zecchi, a cui noi saremmo, a suo parere, in qualche modo obbligati a partecipare perché ‘dobbiamo’ (imperativo!) spiegare perché difendiamo un criminale.<br />
Mi spiace Assessore: lei organizzi ciò che vuole, ma io a un dibattito così non parteciperò mai…<br />
Intanto perché non ho nulla da dire sul caso Battisti: ho firmato un appello per le ragioni che ho già esposto nel mio precedente intervento, non sono l’avvocato di Battisti, non ho partecipato, né praticamente, né moralmente, alle sue scelte politiche e dunque per questo dibattito deve rivolgersi altrove.<br />
Se vuole possiamo discutere della Legislazione emergenziale dell’Italia di allora, o degli anni di piombo. Ma questa è altra faccenda.<br />
Per altro verso è ben altro ciò di cui voglio discutere: della sua volontà censoria, del suo credere di essere in diritto di decidere cosa si legga in Veneto, cosa si insegni e addirittura &#8211; visto che, come Consigliere comunale di Venezia (eh già: è anche Consigliere Comunale di Venezia, il personale politico qua è ridotto al minimo, non si tratta di cumulo di cariche, ma di austerity…) dice di voler impegnare il Comune a dichiararci “ospiti non graditi” &#8211; sin chi gira per le calli della città.<br />
E’ questo il problema che interessa davvero discutere in una democrazia. Non altro.<br />
Resta un mistero: come farà il povero Agamben a recarsi al lavoro, visto che insegna Estetica proprio allo IUAV di Venezia?<br />
Sposteranno la facoltà a Chioggia, o anche lui sarà licenziato?</p>
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		<title>A mio modesto avviso&#8230; (appunti di poetica ragionevolmente sentimentali)</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Mar 2009 14:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lello Voce Cchiu’ luntana mi staje Cchiu’ vicino te sento (Libero Bovio, Passione) a J. La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal XV secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Lello Voce</strong></p>
<p><em>Cchiu’ luntana mi staje<br />
 Cchiu’ vicino te sento</em><br />
 (Libero Bovio, Passione)</p>
<p><strong>a J. </strong></p>
<p>La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal XV secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita il tempo (e fa risuonare lo spazio).<br />
La poesia è, innanzi tutto, la sua durata, il suo realizzarsi, eseguirsi, performarsi nel tempo, attraverso le vibrazioni della voce del poeta, o di chi, in vece sua, la ‘recita’: troviere, trovatore, o giullare che sia.<span id="more-15311"></span><br />
Essa percorre il tempo, scorre dentro di esso; l’esistenza di figure come la dialefe o la sinalefe, la dieresi e la sineresi (essendo evidente che l’accorciamento, o l’allungamento a cui queste figure presiedono, non è certo di natura grafica, o segnica, ma piuttosto riguarda l’articolazione concreta dei segni, la loro esecuzione nel tempo, il loro ‘decorso’) è la prova inoppugnabile di quanto una poesia sia qualcosa che ha una durata nel tempo, un’esecuzione, un’azione agita con il corpo e con la mente, una disciplina della lingua e delle corde vocali, dei polmoni e del cuore, nel suo realizzarsi in un dato momento, con una certa velocità, con una durata, formalmente decisiva, che divide il suo nascere dallo spegnersi della voce che la esegue.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita il suono. E che ne è abitata. La poesia è fatta di una materia precisa, quell’insieme di vibrazioni fisiche ed emissioni sonore che chiamiamo voce. La poesia si propaga. La poesia ha un corpo, corpo mutevole, che rimbalza e si infiltra, che penetra, fa eco, indica, si atteggia nello spazio, lo percorre, la poesia ha dita fatte di vocali e consonanti per battere e carezzare, per stringere e per allontanare, per catturare e per liberare, per coprire e per svelare.<br />
Se per millenni la poesia è stata edificata sulle rime, ciò è accaduto per la sua natura squisitamente sonora e da questo punto di vista la rima e tutte le figure ad essa riconducibili (dall’allitterazione alla <em>cobla capfinida</em>) sono il corpo stesso della poesia, i suoi muscoli, i suoi polmoni, il suo fegato, il suo scheletro, e il suo cuore.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita la voce, ne cavalca le onde (sonore), sta sulla loro cresta, sfrutta la loro energia, la loro ‘dinamica’, per trasformarla in una direzione, in un senso, in quello che la critica usa definire un ‘significato’. La voce della poesia è esattamente la voce del poeta, mai il contrario&#8230; Parlare di poesia muta, scorporata, puramente mentalistica è, dunque, fare un ossimoro. E’ ignorare la natura stessa della ‘funzione poetica’ (Jackobson) in cui i tratti sovra-segmentali assumono un’evidente significanza.<br />
Parlare del corpo della poesia è invece la nostra necessità impellente. Quella che renderà di nuovo possibile il suo futuro, attraverso il riconoscimento della sue radici, l’auto-agnizione che le ridarà identità e dignità.<br />
E’ la sua ‘durata’ il suo appartenere integralmente al tempo, al corpo, al luogo di chi la pronuncia, al suo ‘presente, il suo essere ‘atto’, che fa sì che essa possa ‘vincere di mille secoli il silenzio”; la poesia è una ‘materia’, una ‘concretezza’ (De Campos), prima che un segno, o un simbolo, e il suo dio è Efesto e non Apollo.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita il ritmo. E che ne è abitata. Bisogna eseguire una poesia, anche se la si legge a mente, bisogna agire i suoi accenti, battere il tempo di ogni <em>stress</em>. Solo così quella poesia vive, si svela, perché la poesia è un’arte dinamica e l’immobilità la uccide. Il ritmo della poesia è il risultato dell’intreccio tra le ragioni della forma (e della storia) e quelle del respiro, tra la lentezza e il peso dei significati e la velocità e la leggerezza del suono che li trasporta.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita la lingua. E che ne è abitata.<br />
La poesia è fatta di parole e soprattutto delle loro reciproche relazioni. La poesia non inventa solo neologismi, ma neogrammatiche e neosintassi, essa stira la lingua, ne sfrutta tutte le possibilità, fa del fraintendimento, dell’ambiguità del codice, dell’errore, una via per scoprire scampoli di verità, non realizza i sogni, ma dando loro un nome, ci permette di immaginarli, non compie rivoluzioni, ma inventando nuove parole per la rabbia e per il desiderio, ci suggerisce, ogni giorno, che esse sono possibili, immaginabili. Il compito del poeta è, perciò, far sì che le parole comunichino il più possibile, il meglio possibile, nel modo più imprevisto, profondo, il compito del poeta è ‘tenere in esercizio la lingua’, le parole (Pagliarani), o, se si preferisce, valorizzarne, scoprirne le ‘pieghe’ (Deleuze), dar loro una nuova forma in cui possano di nuovo riconoscersi e risuonare.</p>
<p>Durata, ritmo, suono, lingua: queste sono, a mio parere, le forme della poesia. Tutte le sue forme. Perché la poesia è un’arte plurale. La poesia non si scrive, essa si compone. A maggior ragione quando incontra altre arti, come la musica, rinnovando le sue più antiche radici, o altri media, come il video, le immagini, sperimentando sentieri ancora in buona misura inesplorati.<br />
La poesia è un arte del corpo, tanto quanto della mente, e della sua semiotica concreta, non può in nessun caso essere ridotta all’esercizio di un codice muto, né può mai esserle precluso il dialogo con l’altro da sé, perché il dialogo con l’altro da sé è esattamente la ragione della sua stessa esistenza: essa pertiene tanto all’uso della lingua quanto a quello del respiro, tanto alla disciplina della parola quanto a quella della voce.<br />
Essa è sempre se stessa, ma è sempre disposta a trasformarsi nell’altro, a fondersi, a cibarsi e ad essere fagocitata.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita i segni. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno fino al XV secolo, i secoli seguenti l’hanno, per l’appunto, irrimediabilmente ‘segnata’, infettata, ferita, colpita, mutata, l’hanno evoluta, fino al punto che le sue cicatrici sono oggi la forma della sua bellezza e della sua efficacia e dunque essa non è più, non può più essere suono, senza essere prima segno muto. Scrittura. Non può più essere pura oralità, anche se non potrà mai rinunciare ad essere ‘oratura’ (Hagège).<br />
Ma il poeta, poi, scrive sempre ‘con le unghie’ (Haddad) e mai con la penna, il poeta legge sempre con le orecchie (e con la voce) e mai con gli occhi, il poeta immagina sempre con il corpo, e con il ritmo del respiro. La poesia è, insomma, etimologicamente, un ‘fare’.<br />
Il suo andare a capo, nello scritto, è solo il simbolo di un movimento della voce, è l’insegna del ritmo, una notazione ‘temporale’, ma nulla di più. Certo non l’essenza del fare poetico.<br />
La lettura poetica ad alta voce, perciò, non è mai un’interpretazione attoriale, ma piuttosto un’esecuzione, anzi una messa in atto, è una performance. Ma lo è da millenni. Da sempre.</p>
<p>Poesia performativa, multimediale, <em>spoken word</em>, <em>hip hop poetry</em>, <em>jazz poetry</em>, <em>spoken music</em> (come si dice oggi in certi ambienti letterari e musicali di New York, per i casi in cui la lettura ad alta voce si fonde con la musica), però, non solo sono definizioni insoddisfacenti (pleonastiche, o tautologiche, improprie, superficiali, parziali), ma anzi rischiano di indicare strade sbagliate. Se mi ostino a negare ogni altra definizione per ciò che faccio, che non sia semplicemente quella di ‘poesia’, è proprio perché credo che la mutazione delle forme del fare poetico a cui stiamo assistendo non influisca sostanzialmente sulla sua natura e sulle sue caratteristiche.<br />
Oppure, se davvero ci occorre un nome nuovo per tutto ciò, noi quel nome non l’abbiamo ancora trovato. Perché le cose esistono prima dei nomi, anche se poi quei nomi, che sono essi stessi ‘cose’, ne influenzano la natura e la percezione.</p>
<p>La critica attualmente legge (ed è in condizione di leggere) solo due delle forme della poesia: la lingua e, sia pur sotto forma di modello, sia pur trasformando spesso la prosodia in simulazione, affidandosi alla reticenza, quella del ritmo.<br />
Sulle altre non può, non vuole e soprattutto non sa dare risposte. Essa è insomma, letteralmente, ‘critica letteraria’, ma non è ancora capace di essere ‘critica poetica’.<br />
Ma questa sua ‘omertà’ è di grave danno alla possibilità della poesia di raggiungere i propri obiettivi: la poesia, senza la critica, è zoppa, rallenta, va a balzelloni. Ed è stupefacente che, pur di fronte all’evidenza di tante esperienze poetiche che nel mondo oggi intendono la poesia come un’arte della voce, del suono, del corpo, che la mescolano e la fanno interagire con altri media e altre arti, la critica non abbia ancora accettato la sfida di rinnovare radicalmente le sue categorie e i suoi strumenti di analisi e di giudizio. Ma che anzi spesso, almeno una parte di essa, preferisca arrestarsi al pregiudizio.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita il mondo. E che ne è abitata. La poesia è un’arte che crea mondi a partire dal mondo. Dunque essa non può ignorare il mondo. La poesia è una dinamica di senso e significato messa in moto dall’energia dell’attrito del reale a contatto con i sogni, le speranze i dolori degli uomini. </p>
<p>La poesia è un’arte che abita il desiderio e la speranza. E che ne è abitata. La poesia è ragione del sentimento e sentimento della ragione, è esercizio della speranza attraverso la lingua, anche quando essa articola la disperazione e l’orrore. Anzi soprattutto allora.<br />
La poesia è il desiderio che non si appaga e che non smette di desiderare, la poesia è ciò che insegna la speranza, ciò che addestra gli uomini a sperare sempre meglio, a scoprire una ‘speranza concreta’ (Bloch).</p>
<p>La poesia è un’arte che abita la politica e la storia. E che ne è abitata. La poesia è, dunque, sempre politica perché il poeta senza la <em>polis</em> semplicemente non esiste, e non esiste il senso del suo dire, a meno di trasformare in soliloquio ciò che è strutturalmente dialogo, o, quanto meno, ventriloquio.<br />
La poesia è sempre politica anche quando è poesia d’amore perché mai, come in amore, la politica si realizza, è necessaria, perché l’amore è relazione. La poesia è sempre politica, anche quando è puramente introspettiva, perché nessuna <em>polis</em> potrà vivere a lungo se essa non sarà formata da uomini che sappiano guardare dentro se stessi, tanto quanto sono capaci di leggere le contraddizioni in ciò che li circonda.<br />
Ed essa lo è a maggior ragione quando si realizza in pubblico, quando, cioè, essa ritrova il circolo di una comunità, quando si situa tra la gente, quando il poeta, infine, restituisce al mondo ciò che al mondo ha rubato, per dargli un nuovo nome. </p>
<p>La poesia viva è, insomma, quella che vive già oggi per un pubblico che ancora ‘non c’è’ (Deleuze) ma che essa stessa, prima o poi, farà nascere. Perché la poesia, da sempre, ha nostalgia del futuro, ma colloca la sua speranza nel presente.</p>
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		<title>Absolute Poetry 2008. Cantieri internazionali di poesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio De André]]></category>
		<category><![CDATA[Festival di Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[friuli venezia giulia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Nacci]]></category>
		<category><![CDATA[monfalcone]]></category>
		<category><![CDATA[Patrizia Vicinelli]]></category>
		<category><![CDATA[performance]]></category>
		<category><![CDATA[Slam Poetry]]></category>
		<category><![CDATA[video]]></category>
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					<description><![CDATA[III edizione Monfalcone: 3-7 giugno Teatro Comunale &#8211; Biblioteca Comunale &#8211; Centro di Aggregazione Giovanile Direzione artistica Lello Voce Assistenza alla direzione artistica Luigi Nacci Videofondali live Giacomo Verde PROGRAMMA Martedì 3 giugno Anteprima Teatro Comunale Ore 16.30 – 19.30 La poesia per immagini &#8211; Video di e sulla poesia Antonio Poce Nuvolari Rosaria Lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>III edizione<br />
Monfalcone: 3-7 giugno<br />
Teatro Comunale &#8211; Biblioteca Comunale &#8211; Centro di Aggregazione Giovanile</strong></p>
<p>Direzione artistica<br />
<strong>Lello Voce </strong></p>
<p>Assistenza alla direzione artistica<br />
<strong>Luigi Nacci</strong></p>
<p>Videofondali live<br />
<strong>Giacomo Verde</strong></p>
<p><span id="more-6018"></span><br />
<strong>PROGRAMMA</strong></p>
<p><strong>Martedì 3 giugno</strong><br />
Anteprima<br />
Teatro Comunale<br />
Ore 16.30 – 19.30</p>
<p><strong>La poesia per immagini &#8211; Video di e sulla poesia</strong></p>
<p><strong>Antonio Poce</strong> <em>Nuvolari</em><br />
<strong>Rosaria Lo Russo </strong>e <strong>Stella Savino </strong><em>Amelia Rosselli&#8230; e l’assillo è rima</em><br />
<strong>Antonello Faretta</strong> <em>Nine Poems in Basilicata (John Giorno)</em><br />
<strong>Giacomo Verde Tokio Cut Up.</strong> <em>La poesia italiana in Giappone </em><br />
<strong>Sparajurji Lab</strong> <em>Questo è un appunto importante</em><br />
<strong>Daniela Rossi </strong><em>Una poesia fragile e temeraria (Patrizia Vicinelli) </em><br />
(prima assoluta, co-produzione Le Lettere / Absolute Poetry 2008)</p>
<p>Ne discutono <strong>Enrico Ghezzi </strong>ed <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p><em>Intervallo</em></p>
<p><strong>La poesia e il lavoro – In occasione del centenario dei Cantieri di Monfalcone</strong><br />
In collaborazione con MRF- Multirifrazione Progetti</p>
<p><strong>Lavoroliquido</strong><br />
Un film di <strong>Michele Cinque</strong><br />
Sarà presente l’autore</p>
<p>*</p>
<p><strong>Mercoledì 4 giugno</strong><br />
Teatro Comunale<br />
Ore 20.45</p>
<p><strong>Ugo Pierri</strong><br />
<strong>Alessandro Vilevich</strong>, tromba</p>
<p><strong>Antonella Bukovaz</strong><br />
Storia di una donna<br />
musiche di <strong>Teho Theardo </strong>&#8211; video di <strong>Leonardo Gervasi</strong></p>
<p>Una produzione Stazione di Topolò / Postaja Topolove, in collaborazione con Absolute Poetry</p>
<p><strong>Tomaž Šalamun</strong> (Slovenia)</p>
<p><em>Intervallo</em></p>
<p><strong>Il Faber dei fabbri<br />
Nove poeti per Fabrizio De Andrè </strong></p>
<p><strong>Con il Patrocinio della Fondazione Fabrizio De Andrè Onlus</strong></p>
<p><strong>Elisa Biagini </strong><em>(La canzone dell’amore perduto)</em><br />
<strong>Isabella Bordoni </strong><em>(Tutti morimmo a stento e Intermezzo)</em><br />
<strong>Ennio Cavalli</strong> <em>(Il chimico)</em><br />
<strong>Rosaria Lo Russo </strong><em>(Sidun e Khorakhané)</em><br />
<strong>Enzo Minarelli </strong><em>(Parlando del naufragio della London Valour)</em><br />
<strong>Giulio Mozzi </strong><em>(Verranno a chiederti del nostro amore)</em><br />
<strong>Aldo Nove </strong><em>(Rimini)</em><br />
<strong>Tommaso Ottonieri </strong><em>(La cattiva strada)</em><br />
<strong>Sara Ventroni</strong> <em>(Amico fragile)</em></p>
<p>Ospite d’onore: <strong>Dori Ghezzi</strong></p>
<p>*</p>
<p><strong>Giovedì 5 giugno</strong><br />
Teatro Comunale<br />
Ore 20.45</p>
<p><strong>Joumana Haddad </strong>(Libano)<br />
<strong>Alex Croce</strong>, percussioni</p>
<p><strong>Jolanda Insana </strong></p>
<p><em>Al Berto / Pessoa</em><br />
<strong>Wordsong</strong> (Portogallo)<br />
Videoscenografie di <strong>Nuno Franco </strong>e <strong>Rita Sá</strong></p>
<p><em>Intervallo</em></p>
<p><strong>Concerto di poesia</strong><br />
<strong>Non sempre ricordano &#8211; concerto per Patrizia Vicinelli</strong><br />
Musiche di <strong>Paolo Fresu </strong>– Testi di <strong>Patrizia Vicinelli</strong>con contrappunti in versi di <strong>Lello Voce</strong></p>
<p><strong>Paolo Fresu</strong>, tromba e flicorno<br />
<strong>Dhafer Youssef</strong>, houd, voce<br />
<strong>Antonello Salis</strong>, fisarmonica e pianoforte<br />
<strong>Ilaria Drago</strong>, voce recitante<br />
<strong>Lello Voce</strong>, spoken word</p>
<p>Consulenza artistica: <strong>Daniela Rossi</strong></p>
<p><em>Una produzione Absolute Poetry 2008 &#8211; Prima assoluta</em></p>
<p>*</p>
<p><strong>Venerdì 6 giugno</strong><br />
Teatro comunale<br />
Ore 20.45</p>
<p><strong>Christian Uetz</strong> (Svizzera) </p>
<p><em>Protomembrana</em><br />
<strong>Marcel.lí Antúnez </strong>(Spagna) </p>
<p><em>Intervallo</em></p>
<p><strong>The Big Boat Poetry Slam</strong><br />
Poetry Slam internazionale dedicato alla nave in occasione del Centenario del Cantiere Navale di Monfalcone</p>
<p>EmCee:<br />
<strong>Lello Voce</strong></p>
<p>Ospite d’onore:<br />
<strong>Marc Kelly Smith </strong>(USA, inventore del Poetry Slam)</p>
<p>Partecipano:</p>
<p><strong>Eduard Escoffet </strong>(Spagna)<br />
<strong>Regie Gibson </strong>(USA)<br />
<strong>Jürg Halter </strong>(Svizzera)<br />
<strong>Laureline Kuntz </strong>(Francia)<br />
<strong>The Monarchy Sisters </strong>(Ungheria)<br />
<strong>Nii Parkes </strong>(UK/Ghana)<br />
<strong>Silvia Salvagnini </strong>(Italia)<br />
<strong>Christian Sinicco</strong>(Italia)<br />
<strong>Sookee</strong> (Germania)<br />
<strong>Sparajurji Lab </strong>(Italia)</p>
<p><strong>Premio: 500 €.</strong></p>
<p>*</p>
<p><strong>Sabato 7 giugno</strong><br />
Teatro Comunale<br />
Ore 20.45</p>
<p><em>Miserere</em><br />
<strong>Canio Loguercio </strong><strong>Maria Pia De Vito</strong>, voce<br />
<strong>Rocco De Rosa</strong>, pianoforte</p>
<p><em>Intervallo</em></p>
<p><strong>Mike Ladd </strong>(USA)<br />
<strong>Vijay Iyer </strong>(USA)<br />
<strong>Lydia Lunch </strong>(USA)</p>
<p><strong>EVENTI COLLATERALI</strong></p>
<p><strong>Giovedì 29 maggio</strong><br />
Centro di Aggregazione Giovanile<br />
Ore 20.30</p>
<p><strong>Da Marin a Michelstaedter: un secolo di poesia nella provincia di Gorizia</strong></p>
<p>Coordina <strong>Ivan Crico</strong></p>
<p>Testi di <strong>Biagio Marin, Carlo Michelstaedter, Giovanni Lorenzon, Celso Macor, Simon Gregorčič, Alojs Gradnik, Silvio Domini;</strong> e di <strong>Silvio Cumpeta, Alberto Princis, Liljana Visintin, Ivan Crico, Giovanni Fierro, Francesco Tomada.</strong></p>
<p><strong>Erica Benfatto</strong>: voce<br />
<strong>Gabriele Benfatto</strong>: chitarra e voce</p>
<p><em>l’incontro è a cura di <strong>Ivan Crico </strong>&#8211; in collaborazione con Associazione Culturale Bisiaca / Sociazión Culturàl Bisiàca, Centro Studi &#8220;Biagio Marin&#8221; di Grado, Società Filologica Friulana / Socjetât Filologjche Furlane, Associazione culturale &#8220;Jadro&#8221;, Associazione culturale &#8220;Tržič&#8221; </em></p>
<p>*</p>
<p><strong>Mercoledì 4 giugno</strong><br />
Biblioteca Comunale<br />
Ore 16</p>
<p><strong>Fuori formato: pomeriggio di studi sulle scritture contemporanee</strong></p>
<p>Coordina <strong>Cristina Benussi </strong></p>
<p>Intervengono:<br />
<strong>Andrea Cortellessa<br />
Marianna Marrucci<br />
Gianmaria Nerli<br />
Gilda Policastro<br />
Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>con la collaborazione del Dipartimento di Dipartimento di Letterature Straniere, Comparatistica e Studi Culturali dell’Università degli Studi di Trieste</em></p>
<p>*</p>
<p><strong>Giovedì 5 giugno </strong><br />
Biblioteca Comunale<br />
Ore 17.30</p>
<p><strong>Tavola rotonda sulla poesia contemporanea del Friuli Venezia Giulia</strong></p>
<p>Coordina <strong>Roberto Dedenaro</strong></p>
<p>Intervengono:</p>
<p><strong>Ivan Crico<br />
Michele Obit<br />
Silvio Ornella<br />
Mario Turello</strong></p>
<p>Leggono:</p>
<p><strong>Silvio Cumpeta<br />
Luciano Morandini<br />
Silvana Paletti<br />
Sergio Penco<br />
Gian Mario Villalta </strong></p>
<p><em>in collaborazione con la Casa della Letteratura di Trieste</em></p>
<p>*</p>
<p><strong>Venerdì 6 giugno</strong><br />
Centro di Aggregazione Giovanile<br />
Ore 16</p>
<p><strong>Tavola rotonda sulla poesia slovena contemporanea</strong></p>
<p>Coordina <strong>Darja Betocchi</strong></p>
<p>Intervengono:</p>
<p><strong>David Bandelj<br />
Veronika Dintinjana<br />
Marko Kravos<br />
Gasper Malej<br />
Marcello Potocco<br />
Ass.cult. Jadro e Tržič</strong></p>
<p><em>in collaborazione con le Associazioni Culturali &#8220;Jadro&#8221; e &#8220;Tržič&#8221;</em></p>
<p>Ore 17.30</p>
<p><strong>Calabrone’s reading</strong></p>
<p>Presentazione de <em>Il volo del calabrone. Un progetto di poesia performativa </em>(postfazione di <strong>Gabriele Frasca</strong>, a cura de <strong>“Gli Ammutinati”</strong>, Battello stampatore, 2008).</p>
<p>Leggono alcuni autori inseriti nel volume:</p>
<p><strong>Dome Bulfaro<br />
Matteo Danieli<br />
Adriano Padua<br />
Furio Pillan<br />
Silvia Salvagnini<br />
Christian Sinicco</strong></p>
<p><em>in collaborazione con l’Associazione Culturale “Gli Ammutinati”</em></p>
<p>*</p>
<p><strong>Sabato 7 giugno</strong><br />
Biblioteca Comunale<br />
Ore 17.00</p>
<p><strong>Vose de puisia. La poesia bisiaca dalle origini ad oggi</strong></p>
<p>Coordina <strong>Ivan Crico</strong></p>
<p>Leggono:</p>
<p><strong>Sergio Gregorin<br />
Marilisa Trevisan<br />
Amerigo Visintini<br />
Marina Zucco</strong></p>
<p><em>l’incontro è a cura di <strong>Ivan Crico </strong>&#8211; in collaborazione con Associazione Culturale Bisiaca / Sociazión Culturàl Bisiàca, Gruppo Incontri Bisiachi di Monfalcone, Gruppo Costumi Tradizionali Bisiachi di Turriaco, Circolo Culturale &#8220;Brandl&#8221; di Turriaco </em>*</p>
<p>Trieste <strong>Mercoledì 11 giugno</strong><br />
Casa della Musica<br />
Ore 18</p>
<p><strong>Tavola rotonda: <em>Mastica e sputa</em>, da una parte la poesia, dall’altra la musica</strong></p>
<p>Coordina <strong>Gabriele Centis</strong></p>
<p>Intervengono:<br />
<strong>Sergio Cossu<br />
Roberto Dedenaro<br />
Gino D’Eliso<br />
Roberto Dedenaro<br />
Alfredo Lacosegliaz<br />
Marydim<br />
Maurizio Mattiuzza<br />
Pavle Merkù<br />
Carlo Muscatello<br />
Luigi Nacci<br />
Stefano Schiraldi<br />
Christian Sinicco<br />
Lino Straulino</strong></p>
<p>È prevista la partecipazione di altri cantautori e poeti del Friuli Venezia Giulia</p>
<p><em>in collaborazione con la Casa della Musica di Trieste</em></p>
<p><strong>ACTION POETRY<br />
Azioni poetiche per le strade di Monfalcone</strong></p>
<p>Anche quest’anno le strade di Monfalcone si colorano di poesia in attesa che il Festival animi gli spazi del Teatro, della Biblioteca e del Centro di Aggregazione Giovanile. <strong>Luisa Vermiglio</strong>, che dal 2000 coordina a Monfalcone diversi percorsi di ricerca teatrale rivolti a giovani e giovanissimi, propone un percorso di coinvolgimento poetico in città, in collaborazione con i ragazzi del <strong>Laboratorio “Fare Teatro”</strong> e con <strong>“Banda Larga”</strong>, l’Associazione di Promozione Sociale che gestisce il Centro Giovani di viale S. Marco. <strong>Mercoledì 4 e giovedì 5 giugno, alle 18.30</strong>, una prima “azione poetica” avrà luogo presso il <strong>Centro di Aggregazione Giovanile</strong>: nel corso della performance, ai versi dei ragazzi del Laboratorio si intrecceranno quelli, liberi, dei cittadini di Monfalcone. Presso l’atrio del Centro Giovani, infatti, è stata già allestita una <strong>Poetry Box </strong>destinata ad accogliere versi e composizioni di tutti, professionisti e dilettanti della poesia, di ogni età o provenienza, anche in forma assolutamente anonima. Conclusa la performance, avrà luogo un <strong>corteo “poetico-musicale”</strong> che porterà tutti in <strong>piazza della Repubblica</strong>; qui, a partire dalle <strong>19.30</strong>, alcuni giovani attori e musicisti animeranno un vero e proprio reading e daranno voce, ancora una volta, ai versi di tutti coloro che desiderano “farsi sentire”. Il <strong>microfono</strong> e i musicisti, inoltre, saranno <strong>a disposizione </strong>delle persone che vogliono leggere le proprie poesie, nell’attesa che abbiano inizio le serate in programma al Teatro. Venerdì 6 e sabato 7 giugno le stesse performance avranno luogo in <strong>piazza della Repubblica a partire dalle 19.00 </strong>.<br />
________________________________________<br />
<strong>Comune di Monfalcone &#8211; Assessorato alla Cultura</strong></p>
<p><em>con il patrocinio di </em></p>
<p><strong>Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia<br />
Provincia di Gorizia<br />
Università degli Studi di Trieste &#8211; Dipartimento di Letterature Straniere Comparatistica e Studi Culturali<br />
Consolato Generale della Repubblica di Slovenia a Trieste<br />
Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia</strong></p>
<p><em>con il contributo di</em></p>
<p><strong>Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia &#8211; Assessorato Istruzione, Cultura, Sport e Politiche della Pace<br />
Provincia di Gorizia</strong></p>
<p><em>con il sostegno di</em></p>
<p><strong>Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Gorizia<br />
Accademia d’Ungheria in Roma<br />
Istituto Svizzero di Roma<br />
Goethe-Institut Triest<br />
Associazione Scrittori Sloveni</strong></p>
<p><em>in collaborazione con</em></p>
<p><strong>Feltrinelli Mediastores<br />
Fnac<br />
Melbooks<br />
Libreria La Rinascita (Monfalcone)<br />
Libreria Svevo, Libreria Minerva, Nero su Bianco (Trieste)<br />
Libreria Moderna Udinese (Udine)<br />
Libreria Antonini (Gorizia)</p>
<p>Associazione &#8220;Banda Larga&#8221;<br />
Associazione Culturale “Gli Ammutinati”<br />
Associazione Culturale Bisiaca / Sociazión Culturàl Bisiàca<br />
Associazione Culturale &#8220;Fucine Mute&#8221;<br />
Associazione Culturale &#8220;Jadro&#8221;<br />
Associazione Culturale &#8220;TriesteDistrettoCulturale&#8221;<br />
Associazione Culturale &#8220;Tržič&#8221;<br />
Casa della Letteratura di Trieste<br />
Casa della Musica di Trieste<br />
Centro Studi &#8220;Biagio Marin&#8221; di Grado<br />
Circolo Culturale &#8220;Brandl&#8221; di Turriaco<br />
Gruppo Incontri Bisiachi di Monfalcone<br />
Gruppo Costumi Tradizionali Bisiachi di Turriaco<br />
Istituto di Cultura Veneta del Friuli Venezia Giulia<br />
Laboratorio &#8220;Fara Teatro&#8221;<br />
Società Filologica Friulana / Socjetât Filologjche Furlane</strong></p>
<p><strong>INFORMAZIONI UTILI:</strong></p>
<p><strong>I luoghi del Festival</strong></p>
<p>Teatro Comunale<br />
Corso del Popolo, 20<br />
tel. 0481 790 470</p>
<p>Biblioteca Comunale<br />
Via Ceriani, 10<br />
tel. 0481 494 372</p>
<p>Centro di Aggregazione Giovanile<br />
Viale San Marco, 70</p>
<p><strong>Biglietti</strong><br />
Ingresso 1 serata € 7,00<br />
Abbonamento 4 serate € 15,00<br />
Gli appuntamenti in programma martedì 3 giugno e quelli presso la Biblioteca, il Centro di Aggregazione Giovanile e la Casa della Musica di Trieste sono ad ingresso libero</p>
<p><strong>Prevendita</strong> (a partire da sabato 24 maggio)<br />
Biglietteria del Teatro Comunale di Monfalcone<br />
da lunedì a sabato, ore 17-19<br />
tel. 0481 790 470<br />
Biglietti on line su www.greenticket.it</p>
<p><strong>Come raggiungerci</strong><br />
In aereo: l’aeroporto del Friuli Venezia Giulia (Ronchi dei Legionari) dista circa 5 km dal centro di Monfalcone. In autostrada A4: provenendo da Venezia, uscita di Monfalcone Ovest; da Trieste, uscita di Monfalcone Est. In treno: all’uscita della stazione di Monfalcone si può raggiungere il centro proseguendo a piedi per circa dieci minuti lungo Via Randaccio e Via Toti.</p>
<p><strong>Informazioni<br />
Ufficio comunicazione</strong><br />
tel. 0481 494 369<br />
fax 494 352<br />
absolutepoetry@comune.monfalcone.go.it<br />
www.absolutepoetry.org<br />
________________________________________<br />
<em>Progetto grafico</em><br />
<strong>Robert Rebotti </strong>(jacklamotta)<br />
http://www.garadinervi.com</p>
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			</item>
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		<title>L&#8217;elettrica solitudine di Voce</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/09/11/lelettrica-solitudine-di-voce/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Sep 2006 14:26:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[cristo elettrico]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Aldo Nove Il Cristo elettrico di Lello Voce è il libro che sigilla il ricordo di una generazione fiorita negli anni Ottanta e in quegli anni dispersa, magistralmente raccontata da uno dei più grandi poeti italiani. E’ un romanzo aspro, refrattario a ogni possibile forma di occhieggiamento a un pubblico che non si dà [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Aldo Nove</strong></p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889155167/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889155167&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Il <em>Cristo elettrico</em></a> di <strong>Lello Voce</strong> è il libro che sigilla il ricordo di una generazione fiorita negli anni Ottanta e in quegli anni dispersa, magistralmente raccontata da uno dei più grandi poeti italiani. E’ un romanzo aspro, refrattario a ogni possibile forma di occhieggiamento a un pubblico che non si dà a priori, dando così espressione (a partire dall’introduzione, scritta su calco manzoniano, rivolta ai 25 lettori a cui ironicamente parlava il grande Lombardo) a un pessimismo che sfiora l’autoreferenzialità per mera conseguenza storica: quella di un isolamento assoluto dell’individuo di fronte all’avvenuto crollo di ogni illusione di collettività fattiva.<br />
<span id="more-2424"></span><br />
L’Enrico, il protagonista, si trova in carcere per avere ucciso una donna. Ma quell’omicidio cela altro. Svela un amore impossibile. Impossibile non certo nella peculiarità della vicenda ma come emblema di uno status sociale (quello del tossico dopo le ideologie) che è come negato, cancellato dal nuovo ordine. Un fantasma che non a caso ha come interlocutore principale uno scarafaggio (in una sorta di straziante ma anche sarcastico rovesciamento kafkiano: lo scarafaggio è l’altro, e l’altro umano) e inconsapevolmente, quanto rabbiosamente, riflette l’ordine di valori a cui vorrebbe sottrarsi: un immenso narcisismo, anche se “negativo”. Quasi una televisionizzazione <em>ante litteram</em> della scimmia di <strong>William Burroughs</strong>, nei meandri di un sub-mondo che svanisce progressivamente prendendo allo stesso tempo forma, pagina dopo pagina, nel <em>Cristo elettrico </em>(No Reply, pag.224, euro 14,00).</p>
<p>Se <strong>Marco Philopat</strong>, con <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8806183052/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8806183052&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Costretti a sanguinare </em></a>(recentemente riproposto da Einaudi) ci ha fatto rivivere il passaggio dal decennio dei Settanta agli Ottanta con gli ultimi rigurgiti di un orgoglio generazionale antagonista, con Voce “regrediamo” a qualche anno più tardi, dove non è rimasto più nulla. Se non i diversi ego. Quelli insufflati di ormoni delle palestre, come quelli, residuali e narrati in questo romanzo, di chi ha scelto (o si è fatto scegliere da) l’eroina, la “bianca-buona”, feticcio di una fuga lisergica verso paradisi esauriti da anni.<br />
L’Enrico (con l’articolo, come usa Voce) è un antieroe, e pure antipatico. Come nei neoproletari di <strong>Ken Loach </strong>non è mai il carattere dell’individuo a ispirare l’identificazione (anzi, spesso si crea il processo opposto), ma la condizione esistenziale. Quella di un’infinita solitudine. Ma senza nessun autocompiacimento nichilista: piuttosto, una sorta di tronfio donchisciottismo di questo “tossico letterato” (splendida e attuale metafora dell’intellettuale oggi, bizzarra merce umana in esubero, incollocabile e oscena) che scrive alla madre lettere dalle sue prigioni prive in tutto di qualunque possibilità di dialogo effettivo. L’Enrico è solo e fino in fondo vuole esserlo. La madre, l’interlocutore, è un po’ come il lettore, non può comprendere, troppo colma la distanza tra il tempo attuale e le caratteristiche del tempo della narrazione e il mittente (affettivo, editoriale).</p>
<p>La scrittura &#8211; caustica, abrasiva, ricca di contaminazioni mai gratuite ma perfettamente controllate a esprimere la vivacità di un linguaggio che mischia mitologie a idioletti &#8211; preannuncia, nei tipi sociali ma anche nei primi effetti di un’immigrazione che nel mondo carcerario ha sempre avuto un triste quanto efficace laboratorio, il miscuglio di idiomi dei luoghi dell’attuale marginalità sociale, agli antipodi dell’agente normalizzatore televisivo (quello sapientemente, tristemente descritto, ultimamente, dal <strong>Siti </strong>di <em>Troppi paradisi</em>). E’ anche un libro di azione, <em>Il Cristo elettrico</em>, e sa far ridere fino alle lacrime che diventano lacrime di sconforto. Il tossico ex rivoluzionario asservito al mercato della “merda” (l’eroina, rovesciata per fenomeno retorico ma ancor prima psicoanalitico dal sublime all’infimo assoluto) agisce come un burattino violento per necessità e per necessità vende corpo, valori e affetti. Fino a quando, in un allucinatorio momento di vittoria (di pace, di normalità), proprio quando tutto sembra andare bene, arriva la catastrofe finale. E il motore del romanzo è ormai avviato, inarrestabile.</p>
<p>(pubblicato su <em>Liberazione</em>, 9/9/06)</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;apologo della gobba, dell&#8217;autore e del telefonino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/12/06/lapologo-della-gobba-dellautore-e-del-telefonino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2005 02:03:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
		<category><![CDATA[microracconto]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
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					<description><![CDATA[un microracconto di Lello Voce Un giorno l’autore incontrò la gobba di un senatore e le chiese:« Lei è quella che fa la pubblicità dei telefonini in Tv?» «Sì &#8211; rispose la gobba – e lei, giovanotto, chi è?» «Io sono l’autore di questo apologo, ma lei lo sa che il telefonino logora chi ce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/_andreotti%20schiena.jpg" width="150" height="133" alt="" title="" /></p>
<p>un microracconto di <a href="http://www.lellovoce.it">Lello Voce</a></p>
<p>Un giorno l’autore incontrò la gobba di un senatore e le chiese:« Lei è quella che fa la pubblicità dei telefonini in Tv?»<br />
«Sì &#8211; rispose la gobba – e lei, giovanotto, chi è?»<br />
«Io sono l’autore di questo apologo, ma lei lo sa che il telefonino logora chi ce l’ha?»<br />
La gobba non rispose e passò a riscuotere in cassa.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ma il cielo è sempre più blu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2005 16:57:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
		<category><![CDATA[ma il cielo è sempre più blu]]></category>
		<category><![CDATA[mercato editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[[Alcuni giorni fa, Lello Voce segnalava via e-mail la pubblicazione sul suo sito di un&#8217;antologia di poesia italiana contemporanea curata da lui e Aldo Nove. Il suo comunicato veniva ripreso da varî blog (ad esempio quello di Loredana Lipperini). Non so nulla di quelli, fra gli altri membri di NI, che suppongo abbiano ricevuto il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Alcuni giorni fa, <b>Lello Voce</b> segnalava via e-mail la pubblicazione sul suo <a href="www.lellovoce.it">sito</a> di un&#8217;antologia di poesia italiana contemporanea curata da lui e <b>Aldo Nove</b>. Il suo comunicato veniva ripreso da varî blog (ad esempio quello di <a href="http://www.kataweb.it/kwblog/page/CLIP/blog">Loredana Lipperini</a>).<br />
Non so nulla di quelli, fra gli altri membri di NI, che suppongo abbiano ricevuto il messaggio di Voce. Quanto a me, ho esitato a pubblicarlo per due motivi : il primo era un istintivo (nonché un po&#8217;  infantile, lo riconosco) imbarazzo, dato che sono fra gli antologizzati. Il secondo è lo choc che mi ha procurato apprendere un fatto che ignoravo, cioè che, in vista dell&#8217;eventuale pubblicazione, era stata commissionata un&#8217;indagine di mercato per testare la vendibilità del prodotto. Questa notizia mi ha spinto a iniziare la scrittura di una riflessione sulle forme e le possibilità &#8220;alternative&#8221; per l&#8217;editoria di poesia contemporanea, che spero di ultimare in tempi brevi. Nel frattempo, ecco il testo di Voce. a.r.]<br />
<span id="more-975"></span><br />
Questa e&#8217; la storia di un&#8217;antologia rifiutata. Un&#8217;antologia poetica, curata da Lello Voce e Aldo Nove, che raccoglie testi di 45 autori. Fra gli altri, Gabriele Frasca, Mariano Baino, Tiziano Scarpa, Raul Montanari, Isabella Santacroce, Giulio Mozzi, Gian Mario Villalta, Aldo Nove, Lello Voce, Biagio Cepollaro, Elisa Biagini, Florinda Fusco, Tommaso Ottonieri, Giuliano Mesa, Rosaria Lo Russo, Fabrizio Lombardo, Christian Raimo, Sara Ventroni, Frankie Hi NRG, Elio e Le Storie Tese, Stefano Raspini, Tommaso Labranca, Marco Berisso, Paolo Gentiluomo, SparaJurij Lab, Giuseppe Caliceti, ecc.<br />
E&#8217; costruita in questo modo: &#8220;Pur essendo, a conti fatti, la prima antologia di poesia del nuovo millennio, in realtà si tratta di un testo costruito in modo molto particolare e che poco ha a che fare con il modello tradizionale di un&#8217;antologia di poesia. Diviso in dieci capitoli tematici (Le rovine, I ruoli, Il lavoro, La discoteca, Il sesso, La memoria, La violenza, L&#8217;amore, Le merci, La lingua ) preceduti da un&#8217;introduzione di Nove e Voce, il volume riunisce i testi dei poeti collegandoli tra loro grazie a una serie di inserti in prosa dei curatori, facendo in maniera tale che le singole poesie si integrino in un discorso collettivo (in una &#8216;storia&#8217;) senza perdere nulla dei propri caratteri individuali&#8221;.<br />
E&#8217; stata, si diceva, rifiutata piu&#8217; volte. Spiega Lello Voce: &#8220;Il mensile Kult mi chiese nel 2001 di curare un&#8217;antologia poetica che avrebbe dovuto uscire come supplemento del mensile. Io invitai Aldo ad unirsi all&#8217;impresa e concepimmo l&#8217;idea di fare un&#8217;antologia che fosse anche una fotografia del presente italiano, al di là di stili e poetiche&#8230;Terminato il lavoro (che è stata un&#8217;esperienza indimenticabile per intensità) iniziano le disdette. Kult perde improvvisamente lo sponsor che garantiva l&#8217;uscita del supplemento. L&#8217;operazione si blocca, ma la Direzione, generosamente, stampa comunque 500 copie del libro per permetterci di distribuirlo durante il festival &#8220;romapoesia&#8221;. Metà delle copie è però fallata da errori marchiani di impaginazione ed è da buttare.  Cerchiamo allora di proporla ad altri. Tutti sono interessatissimi (contattiamo Mondadori, Sironi, Einaudi Stile Libero) ma alla fine, chi per una ragione, chi per un&#8217;altra, tutti si tirano indietro.<br />
Tento allora la carta dei quotidiani: creo una joint-venture tra Unità e Sossella editore. Il coraggiosissimo Sossella tratta per mesi, vengono fatti sondaggi (tutti ultra-positivi) per verificare la vendibilità del prodotto, viene anche realizzata una prova grafica del libro, davvero bellissima &#8230; Tutto inutile. Anche quella strada, inspiegabilmente si chiude e Sossella deve ritirarsi dall&#8217;impresa. L&#8217;antologia viene allora presa da Testo Immagine, ottimo editore torinese. Purtroppo, da un momento all&#8217;altro, la proprietà cambia, e con lei anche la politica editoriale. L&#8217;antologia viene nuovamente rifiutata. Siamo a fine 2004. La storia finisce qui&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
					
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