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	<title>Léon Benouville &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Corpo @ Corpo &#8211; incazzarsi on line</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 11:31:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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					<description><![CDATA[dedicato all&#8217;animoso Franz Galleria dell&#8217;Ira. Léon Benouville [La colère d&#8217;Achille] A Galassia Gutenberg, qualche tempo fa, ho incrociato una vecchia conoscenza che da uno stand poco distante dal mio, a voce sufficientemente alta, mi ha detto: &#8220;ma perché mi odi?&#8221;. Non gli ho risposto allora. Ora so che il mio silenzio era dettato dalla non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>dedicato all&#8217;animoso Franz</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/122802.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/122802.jpg" alt="" title="122802" width="358" height="600" class="aligncenter size-full wp-image-9592" /></a><br />
<strong>Galleria dell&#8217;Ira</strong>. <em>Léon Benouville [La colère d&#8217;Achille]</em></p>
<p>A Galassia Gutenberg, qualche tempo fa, ho incrociato una vecchia conoscenza che da uno stand poco distante dal mio, a voce sufficientemente alta,  mi ha detto: &#8220;ma perché mi odi?&#8221;. Non gli ho risposto allora. Ora so che il mio silenzio era dettato dalla non verità della sua affermazione. In realtà la vecchia conoscenza mi stava <em>solo</em> sul cazzo, per meglio dire, antipatico.<br />
 <span id="more-9588"></span><br />
Così com&#8217;è assolutamente legittimo che io possa stare sul cazzo a qualcuno ( on ne peut plaire à tout le monde, recita l&#8217;adagio francese) altrettanto umano mi pare che la cosa accada anche a me. Ecco allora che mi sono interrogato in questi giorni sul modo in cui con un passaggio all&#8217;atto che si riduce in una traduzione  dei sentimenti in parole, in rete accade assai sovente che ci si insulti.<br />
Nella maggior parte dei casi non si insulta un testo- avete mai provato a dire pirla a una poesia?- ma la persona, ecco perché quando si invoca la netiquette che bandirebbe <em>l&#8217;attacco</em> quando è <em>attacco alla persona</em>, in verità si dice una gran cazzata, perché un attacco è sempre e comunque alla persona. Un testo non si attacca, tutt&#8217;al più si giudica, si critica.</p>
<p>Il problema, perché c&#8217;è un problema, non è tanto di sapere come si produca un&#8217;antipatia, per quanto sia ben più interessante del capire come e perché si è simpatici, quanto la questione, a parer mio cruciale,  di determinare come e perché &#8220;quello stare sul cazzo&#8221; si tramuti in un &#8220;fare il culo&#8221;, ovvero in un sentimento di vero e proprio odio che sfiora il patologico dopo essersi travestito, il più delle volte di paillettes e patetico decoro.<br />
Perché non è affatto  vero che le parole fanno meno male dei fatti (siete mai stati innamorati?) e se da una parte sono convinto che se i contendenti in rete, dagli attacchi verbali, personali, passassero alle mani si risolverebbero molte  cose, dall&#8217;altra mi auguro che ciò non accada e che comunque sia, valga la pena cercare di capire il  perché. Perché, per esempio, queste cose accadono tanto spesso in rete.</p>
<p><strong>Manca l&#8217;analisi w l&#8217;elmetto</strong><br />
<em>Ovvero annerchiati quando si scrive sui blog</em>.<br />
La questione dello stile, in rete, suscita interrogativi che il più delle volte vengono ignorati o banalizzati con la riduzione a un regolamento di conti personale. In altri termini accade in rete che senza neppure sincerarsi della validità di una tesi o di una ricerca, si cerchi l&#8217;autore come certi difensori puntano alle gambe del centravanti indipendentemente dal gioco che si sta producendo, dal pericolo che si corre. Un esempio che mi viene in mente riguarda il tentativo compiuto da Roberto Bui di fondare una corrente di pensiero narrativo, noto ai più come New Italian Epic. Ebbene al di là della &#8220;fondatezza&#8221; di certe riflessioni condivisibili o meno (io ad esempio non ne condivido l&#8217;impostazione, la meccanica, ma su questo ci ritornerò) non c&#8217;è stato un vero dibattito sulla cosa, in rete, corrispondente in energia al numero di frecciate, cannonate, insulti più o meno benevoli e spallucce nel migliore dei casi da parte di chi al solo sentire Wu esplode in stizza e in rabbia come un leghista alla parola N A P O L I.<br />
Vero è che spesso le incazzature in rete vedono come  protagonisti persone nella vita molto meno livide e livorose di quando non si presagisca dal tono usato. Allora perché ci si incazza tra bloggers? Esiste una cartografia delle incazzature, ovvero una genealogia degli scazzi? Qualche tempo fa riallacciando un po&#8217; i rapporti con Antonio Pascale, compagno di adolescenza casertana, ebbe a dire a tal proposito cosa assai carina. &#8220;ma lo sai che non mi ricordo nemmeno più il motivo per cui non ci rivolgemmo più la parola?&#8221;. Perché certe cose si dimenticano oppure il tempo ce le fa dimenticare fino a quando, nel nuovo ciclo di frequentazione si verifica di nuovo il distacco, non si presenta se non la stessa ragione, qualcosa di simile.<br />
E&#8217; altresì vero che certi scritti gli insulti se &#8220;li chiamano&#8221;, agiscono come detonatori. In particolare quelli in cui si prende posizione su dossier caldi, su temi che non solo non  fanno l&#8217; unanimità ma che addirittura riorientano gli sguardi, rompono legami, scavano abissi tra persone fino ad allora solidali.<br />
Se per esempio mi svegliassi un giorno con il desiderio di pubblicare un post con mille commenti basterebbero poche parole chiave. Holden, Baricco, Moccia, (polemica socialdemocratica) Gomorra, Cesare Battisti, Toni Negri (polemica radicale) Dio, il papa, Eutanasia (polemica metafisica). Fascismo e antifascismo&#8230; </p>
<p>Eppure il lettore lo sa che se scrivo un pamphlet necessariamente incorrerò in una prosa violenta, altrimenti si troverebbe  di fronte a un saggio, a un articolo o se  poi in uno scritto prevale un &#8220;tono&#8221;, un colore più malinconico, molto probabilmente sente che la cosa era stata dettata dalla sua natura più diaristica.<br />
Sulla questione dello stile poi si accendono gli animi come benzina alla prima scintilla. Dall&#8217;attacco &#8220;ortografico&#8221; a quello &#8220;stilistico&#8221; più definitivo e indimostrabile. <em>Le cose sono tanto importanti quanto le parole usate, la frase, lo stile, per raccontarle, </em> su questo non ci piove, o almeno non dovrebbe visto che mi sembra che accada piuttosto il contrario in Italia,  in cui la standardizzazione della lingua e il suo impoverimento hanno favorito una letteratura &#8220;media&#8221; scossa dalla sindrome del  temino in classe o peggio ancora dalla ideologia dello &#8220;scritto bene&#8221; propugnato dalle nuove scuole <em>coraniche</em> disseminate su tutto il territorio e dissimulate sotto l&#8217;insegna: atelier di scrittura?<br />
Ho sempre creduto che quando una persona ti parla di un film esordendo con &#8220;c&#8217;era una bella fotografia&#8221; nell&#8217;ottanta per cento dei casi significa che il film non gli è piaciuto. E allora ditemi, come cazzo è possibile che nelle pagine culturali si leggano ancora recensioni popolate da &#8220;è scritto bene&#8221; o &#8220;è scritto male&#8221;! Tanto vale che  sedicenti critici ci dicano che il tale  libro è scritto. Punto.<br />
A me piacciono le scritture sporche, per esempio, le parole malate, insofferenti, impazienti, gli accostamenti selvaggi, come colori e vocali, il riso della scrittura, il graffio della parola . La parola anacoluto non provoca in me nessun eczema.  Eppure non ho mai pensato di fare un autodafè di tutto il resto e mi spingo anche oltre dicendo che se un risultato è stato ottenuto dai blog, va cercato sicuramente nell&#8217;esercizio della disciplina, sia come scrittori che come lettori, e tra le cose che essa ci insegna c&#8217;è una maggiore abitudine alla diversità degli stili.<br />
 Posso allora incazzarmi, quello sì, se in epoca di dominazione del pensiero unico come la nostra, il monopolio dell&#8217;informazione e dell&#8217;editoria cerca di fare quadrato, imporre una regola. Penso che mi devo adoperare in tutti i modi per rompere quel quadrato, indovinare gli interstizi nel muro, fare breccia. E lo devo fare necessariamente attraverso un sentimento come compagno Baruch Spinoza chiamandola animosità scriveva:</p>
<p><em>Considerando dunque che il lume naturale è tenuto in dispregio e anzi da molti persino condannato come fonte di empietà, che le suggestioni umane son ritenute insegnamenti divini e che la credulità è presa per fede, che nella Chiesa e nello Stato si sollevano con appassionata animosità le controversie dei filosofi; accorgendomi che questo costume genera ferocissime ostilità e dissidi, dai quali facilmente gli uomini sono portati alla sedizione, nonché molti altri mali che qui sarebbe troppo lungo enumerare, ho fermamente deciso di sottoporre la Scrittura ad un nuovo libero e spassionato esame e di non fare nessuna affermazione e di non accettare come suo insegnamento nulla di cui non potessi avere dal testo una prova piú che evidente.</em></p>
<p>(B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino, 1988, pagg. 392-393)</p>
<p><strong>Come trasformare l&#8217;ira in animosità, fermezza d&#8217;animo e temperanza? That&#8217;s the question.</strong></p>
<p><em>Comunque sia tu mi stai sul cazzo!</em><br />
E già.<br />
Fermo restando che i due contendenti non abbiano nulla da rimproverarsi in termini di ingiustizie subite &#8211; lui non gli ha mai restituito dei soldi, è andato a letto con la sua ragazza, ha approfittato di lui, com&#8217;è che ci si aggredisce &#8220;come se&#8221;, che cosa determina un tale odio? Perché capita che basta mettere il proprio nome e cognome su un post che tre secondi dopo (li ho contati) qualcuno intervenga dicendo sotto nick nome che sei un pirla?<br />
A tale proposito si sente spesso tirata in causa l&#8217;invidia, e, diciamo la verità, il più delle volte in modo inappropriato. Un attento esame di coscienza e un&#8217;analisi in buona fede ti deve per forza di cose portarti a pensare che la tua situazione non può generare invidia, &#8220;io non ti invidio&#8221; mi dicono i miei più cari amici, infatti, aggiungendo &#8220;in questo momento&#8221;.<br />
E allora per rispondere a queste domande provocate in parte da un bruttissimo episodio che mi è capitato recentemente, ho deciso uno , che se c&#8217;era un problema riguardava me e non la persona che mi stava sul cazzo ( sentimento ricambiato alla grande) e due, che valeva la pena interrogare i maestri. Di qui il ricorso a due &#8220;testimonianze ecellenti&#8221;. Una poesia di Pasolini di cui si tralascia spesso il suo verso più importante:<strong>l’essere odiati fa odiare</strong>, e l&#8217;altra, un estratto dell&#8217;Ethica di Spinoza. Si tratta del terzo libro, quello dedicato al sentire e al sapere.<br />
E&#8217; un libro che in questi giorni mi porto appresso come una Bibbia il cattolico. Mi aiuta a capire. Spero possa servire anche a voi.<br />
effeffe </p>
<p><strong>l Pci ai giovani!!</strong><br />
di<br />
<strong>Pier Paolo Pasolini</strong><br />
<em><br />
È triste. La polemica contro<br />
il PCI andava fatta nella prima metà<br />
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.<br />
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati&#8230;<br />
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi<br />
quelli delle televisioni)<br />
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio<br />
delle Università) il culo. Io no, amici.<br />
Avete facce di figli di papà.<br />
Buona razza non mente.<br />
Avete lo stesso occhio cattivo.<br />
Siete paurosi, incerti, disperati<br />
(benissimo) ma sapete anche come essere<br />
prepotenti, ricattatori e sicuri:<br />
prerogative piccoloborghesi, amici.<br />
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte<br />
coi poliziotti,<br />
io simpatizzavo coi poliziotti!<br />
Perché i poliziotti sono figli di poveri.<br />
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.<br />
Quanto a me, conosco assai bene<br />
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,<br />
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,<br />
a causa della miseria, che non dà autorità.<br />
La madre incallita come un facchino, o tenera,<br />
per qualche malattia, come un uccellino;<br />
i tanti fratelli, la casupola<br />
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni<br />
altrui, lottizzati); i bassi<br />
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi<br />
caseggiati popolari, ecc. ecc.<br />
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,<br />
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio<br />
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,<br />
e lo stato psicologico cui sono ridotti<br />
(per una quarantina di mille lire al mese):<br />
senza più sorriso,<br />
senza più amicizia col mondo,<br />
separati,<br />
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);<br />
umiliati dalla perdita della qualità di uomini<br />
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).<br />
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.<br />
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.<br />
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!<br />
I ragazzi poliziotti<br />
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione<br />
risorgimentale)<br />
di figli di papà, avete bastonato,<br />
appartengono all’altra classe sociale.<br />
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento<br />
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte<br />
della ragione) eravate i ricchi,<br />
mentre i poliziotti (che erano dalla parte<br />
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,<br />
la vostra! In questi casi,<br />
ai poliziotti si danno i fiori, amici.<br />
[&#8230;]</em></p>
<p><strong>ETICA DIMOSTRATA ALLA MANIERA GEOMETRICA</strong><br />
III libro<br />
 di<br />
<strong>Baruch Spinoza</strong><br />
 <strong><br />
Prop. 40</strong>.<br />
Chi immagina d’essere odiato da qualcuno, e ritiene di non avergliene dato alcun motivo, l’odierà di rimando.<br />
Dimostrazione: Chi immagina che un suo simile qualsiasi provi un sentimento d’odio proverà anch’egli, per ciò stesso, il medesimo sentimento, cioè una Tristezza accompagnata dall’idea di una causa esterna. Ma il soggetto (per l’Ipotesi) non immagina alcuna causa di tale Tristezza all’infuori di colui che l’ha in odio: e, dunque, proprio per l’immaginarsi odiato da qualcuno il soggetto proverà una Tristezza accompagnata dall’idea di colui che l’ha in odio, ossia odierà quel qualcuno. (P. III, Chiarim. d. Prop. 13; Prop. 27).<br />
Chiarimento: Se invece il soggetto in parola immagina d’aver dato ad altri una giusta causa d’Odio, allora (Prop. 30 qui sopra, e suo Chiarim.) proverà Vergogna. Ma questo (Prop. 25 di questa Parte) accade di rado. Piuttosto, la reciprocità d’Odio sopra considerata può anche verificarsi in seguito al sorgere di un Odio &#8220;di ritorno&#8221; come reazione al tentativo di far del male a colui che uno ha in odio (v. la Prop. preced.). Chi pertanto immagina d’essere odiato da qualcuno immaginerà costui come causa di male, ossia di Tristezza; e quindi proverà una Tristezza (o un Timore), accompagnata come causa dall’idea di colui che l’ha in odio: cioè proverà a sua volta un sentimento d’Odio, come sopra.</p>
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